venerdì 22 novembre 2013

Scippate le vittime di mafia: i fondi vanno ai clandestini

Andrea Cuomo - Ven, 22/11/2013 - 11:48

Nella manovrina spunta l'emendamento che "smonta" la Bossi-Fini sull'immigrazione

Venghino siori al gioco delle tre carte di Enrico Letta. Che toglie soldi alle vittime della mafia per darli agli immigrati.


Cattura
Che trasforma il rimpatrio in accoglienza. Che svuota di fatto la legge Bossi-Fini. Il tutto, come sempre accade, nelle pieghe di un provvedimento omnibus che monta il Telepass: attraversa i caselli dell'iter parlamentare senza nemmeno rallentare. Il disegno di legge è quello per la conversione in legge del dl 120 del 15 ottobre scorso, presentato dal premier Letta e dai ministri Alfano, Saccomanni e Delrio. La cosiddetta «manovrina», che ieri è stata approvata con 270 sì, 140 no e 8 astenuti dall'aula di Montecitorio e passerà ora all'esame del Senato.

Tra i provvedimenti contenuti, quelli in materia di immigrazione. L'articolo 1, in particolare, destina 210 milioni di euro a questa emergenza: di essi, 20 servono a incrementare per l'anno 2013 il Fondo nazionale per l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati creato lo scorso anno; e gli altri 190 servono per lo start up di un fondo istituito presso il ministero dell'Interno «per far fronte alle problematiche derivanti dall'eccezionale afflusso di stranieri sul territorio nazionale».

Soldi. Tanti soldi. Sottratti ad altri utilizzi. Per dire: 90 milioni arrivano dal Fondo rimpatri degli stranieri, finanziato per metà dai permessi di soggiorno e per l'altra metà dai soldi comunitari per il Fondo europeo per i rimpatri. In pratica si levano i soldi dalla casella «torna a casa» e si mettono alla casella «resta qui, ci pensiamo noi». Una scelta che ha provocato la reazione solitaria della Lega, di Fdi e di parte di Forza Italia.

«Pd e Ncd, togliendo fondi al ministero dell'Interno, di fatto cancellano il reato di clandestinità: senza soldi i respingimenti non si fanno», s'indigna su facebook Gianluca Pini, vicepresidente del gruppo Lega Nord a Montecitorio. E gli altri 120 milioni? Se 70 milioni sono reperiti «mediante il versamento da parte dell'Inps dei proventi derivanti dal pagamento del contributo forfettario da parte dei datori di lavoro che presentano la dichiarazione di emersione del lavoro irregolare», gli ultimi 50 sono la vera pietra dello scandalo.

Sono infatti sottratti al Fondi di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell'usura istituito nel 2010. In pratica il governo Letta, complice la maggioranza parlamentare, toglie alle vittime di Cosa Nostra che hanno avuto il non banale coraggio di denunciare i loro aguzzini per dare ai clandestini. Una scelta da Robin Hood sotto psicofarmaci, che forse qualcuno ci spiegherà. Non finisce qui. Fanno discutere anche i 20 milioni supplementari per l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, che hanno avuto il via libera della Camera il giorno dopo la giornata per l'infanzia, nel corso della quale da più parti è stato sottolineato il crescente disagio anche materiale dei bambini italiani.

Il Fondo per le politiche sociali è stato negli ultimi anni costantemente definanziato e anche il Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, foraggiato annualmente dalla legge di Stabilità, ha visto ridurre la sua «paghetta» dai 40 milioni stanziati per il 2012 ai 28,7 che dovrebbero arrivare per il 2014. Intendiamoci: non si dice qui che i bambini stranieri tolgono soldi a quelli italiani, anche perché le due partite sono differenti. Però la concomitanza di questi due dati ci dà molto da riflettere.

Genova, prosegue lo sciopero Amt. Ultimo emblema del fallimento di Doria

Luca Romano - Gio, 21/11/2013 - 22:12

Quarto giorno consecutivo di sciopero del trasporto pubblico. È l'ultima debacle di Marco Doria

Genova è una città in subbuglio. La rivoluzione del sindaco arancione è ferma come gli autobus della città.


Cattura
Marco Doria è stato ribattezzato il "sindaco immobile". Cittadini e lavoratori invece si agitano. E tanto. Prima la bufera sulla gronda autostradale, ora la grana Amt. Domani, per il quarto giorno consecutivo, nel capoluogo ligure ci sarà lo sciopero del trasporto pubblico. Di bus, in città non c'è nemmeno l'ombra. Parte dei 2300 dipendenti dell'azienda ha assaltato Palazzo Tursi, invocato le dimissioni della giunta, il sindaco nei giorni scorsi è stata financo aggredito. "Gravissimo non per quanto successo a me, ma perché il consiglio è stato interrotto, una violazione della democrazia. Capisco la preoccupazione per il futuro ma è inaccettabile, come lo sciopero selvaggio", ha commentato il primo cittadino.

A far scaldare gli animi è l'idea del Comune di aprire alla privatizzazione di Amt. Ma lo sciopero è solo la punta di un iceberg di polemiche. Come quella innescata dal capogruppo comunale della Lega Nord, Edoardo Rixi, che ha denunciato come il Comune continui a pagare con i contributi pubblici le bollette di acqua, luce e gas dei campi rom di Bolzaneto e Molassana. O ancora la protesta degli operai dell’Aster, la società partecipata che si occupa della manutenzione della città, o quella dei dipendenti del Teatro Carlo Felice o ancora i licenziamenti dei dipendenti della Fiera del Mare, l’ente di cui il Comune è socio. Dov'è finita la rivoluzione di Doria?

Tripadvisor: la guerra di recensione I gestori querelano, cliente indagata

Corriere della sera

La signora sotto inchiesta aveva parlato di «vino avariato»


1
BOLOGNA - Sarà ricordata come la disfida di Tripadvisor. Da una parte una cliente insoddisfatta che affida le sue piccate lamentele al famoso sito di recensioni di alberghi e ristoranti, dall’altra i titolari di una nota osteria del centro che non la prendono affatto bene e la querelano per diffamazione. Tutta colpa del vino servito alla signora, una battagliera docente universitaria che dopo una serata con amici assegna appena due «stellette» al locale.

Salva solo l’atmosfera ma stronca i prezzi, il servizio e, soprattutto, la qualità, o meglio la salubrità, del rosso portato in tavola. Il sito, che ormai in popolarità gareggia con le guide più affermate, è da tempo al centro di contese e minacce di azioni legali da parte di esercenti e consumatori per presunte recensioni tarocche di clienti solo virtuali che creerebbero le condizioni per una concorrenza sleale. Stavolta invece è tutto vero. La bocciatura on line, l’identità dell’utente e la dura reazione dei destinatari della recensione, non certo l’unica negativa presente sul sito. C’è chi è stato più severo o avaro di «stellette» ma in questo caso, secondo i querelanti, il problema è il contenuto del giudizio. Scrive la professoressa il 12 giugno di un anno fa: «Non è ammissibile essere serviti dopo ore, e male, solo perché il locale è famoso e la gente fa la fila per entrare. E, soprattutto, non è ammissibile presentarsi per tre volte di fila e ricevere vino imbevibile. Non parlo di vino cattivo, no, parlo di vino avariato, roba da creare problemi di salute».

Secondo la donna, quel vino una volta aperto sarebbe rimasto per troppo tempo sugli scaffali e poi sarebbe finito sul suo tavolo. Un commento ritenuto offensivo, diffamatorio, dagli osti, che ci pensano su per qualche tempo e alla fine decidono di presentare querela ai carabinieri. La polizia postale si mette sulle tracce del nick name collegato alla recensione e risale facilmente alla donna, una habitué di Tripadvisor che per la verità non ha fatto nulla per tenere celata la sua identità. La docente, indagata dalla Procura, ha da poco ricevuto un invito a comparire e si difenderà con le unghie e con i denti contro quella che ritiene una «pagliacciata».

Cattura
Gli osti dicono che non ce l’hanno con Tripadvisor, che invece apprezzano e dal quale hanno anche ricevuto dei riconoscimenti, e precisano d’aver agito solo per tutelare il buon nome della loro attività di fronte a quella che non ritengono una semplice critica negativa. Fanno sapere inoltre di non voler passare per moralizzatori dei social network o, peggio, per censori della libertà di critica e di espressione. Per la signora, che ha lanciato il tema sul suo profilo facebook scatenando una battaglia di post indignati contro il locale e un’ondata di solidarietà, si tratta invece proprio di questo. «È come quel tizio perseguito per le vignette satiriche, a questo siamo arrivati», ha scritto un amico qualche giorno fa incassando decine di «likes» e commenti di approvazione.

Negli ultimi giorni c’è stato anche un botta e risposta sulla bacheca facebook del locale, inondata dai sostenitori della signora piuttosto scandalizzati. Alle spiegazioni degli osti, la donna, che si ritiene «una top rewier» di Tripadvisor, ha risposto minacciando una controquerela per calunnia ed elencando una serie di motivi per cui ritiene «l’aggressione» infondata. A partire dal fatto che i titolari del locale avrebbero potuto replicare su Tripadvisor, chiedere la rimozione del commento o pretendere chiarimenti, sottolineando poi come il sito abbia pubblicato la sua recensione dopo averla valutata né offensiva né inappropriata. La palla alla magistratura.

22 novembre 2013

Undici bocciature in un giorno L’Italia campione di indisciplina

La Stampa

marco zatterin
corrispondente da bruxelles

Dalla scuola (soprattutto) ai medicinali, una lunga serie di infrazioni: siamo i peggiori. E intanto si aprono altre sei procedure, come quella della gestione dei rifiuti radioattivi



Cattura
Ne abbiamo mancate 11, questa volta, noi della Repubblica Italiana. Per esempio, non trattiamo i precari della scuola pubblica come gli assunti a tempo pieno, ma siamo anche in ritardo nell’adeguarci alle norme contro la tratta degli esseri umani. I nostri medicinali sono privi della tutela dal rischio falsificazione e i passeggeri che viaggiano in treno non possono contare su un’autorità che tuteli i loro diritti, cosa che - invece - l’Italia ha promesso a Bruxelles. Per questo la Commissione ci richiama, ci minaccia e - in un caso - ci manda alla Corte di Giustizia. È successo 11 volte, ieri, in un giorno solo. Roba da primato anche nella storia infinita di un Paese da sempre maglia nera nel recepire il diritto Ue.

I numeri sono contro di noi. L’ultimo rapporto sull’applicazione del diritto comunitarie pone l’Italia in testa alla classifica delle infrazioni, erano 99 alla fine del 2012, comprese 17 procedure da ritardato recepimento. Per fare il confronto, la Francia ha 63 contenziosi aperti, la Germania 61, l’Olanda 41. La differenza è palese, come pure si evince dalle denunce dei cittadini, altra graduatoria su cui il sistema italico svetta: ne abbiamo incassate 438; la Spagna, seconda, è quota 309. 

Sono statistiche pessime, eppure stiamo facendo meglio di un tempo. In febbraio il quadro di valutazione del mercato interno segnalava come «degna di particolare nota» la prestazione dell’Italia, capace di ridurre il deficit di recepimento delle normative europee dal 2,4 allo 0,8% in sei mesi. Un passo avanti che impone ulteriori sforzi. «È una priorità accelerare, perché non è sopportabile avere record negativi di infrazioni», ha ribadito a più riprese il premier Enrico Letta. L’impegno è di arrivare al semestre di presidenza italiano di Ue, nel giugno prossimo, con un recupero, netto e consolante.

Sinora ha avuto la meglio la lentezza delle Camere e una qualche disattenzione ad ogni livello per le questioni comunitarie. Il meccanismo della legge omnibus comunitaria ha dimostrato parecchie carenze e solo di recente si è cominciato ad accelerare. Ciò non toglie che il mostro mostri la sua faccia peggiore ogni mese, quando la Commissione apre il dossier infrazioni.

Ora ci ritroviamo gli undici «pareri motivati», seconda fase della procedura europea, che guarda caso non vengono da soli. Ieri ne sono state aperte altre sei, con lettere di messa in mora, in teoria confidenziali. Fra queste, secondo quanto risulta a La Stampa, ce n’è anche una per l’inadeguata gestione delle scorie radioattive sul territorio nazionale. Il fantasma di Caorso, per intenderci.

Il resto è una bestiario normativo. Rischia di costarci salato il rinvio alla Corte di giustizia Ue per la mancata esecuzione di una precedente sentenza con cui la Corte confermava che certi sgravi degli oneri sociali concessi alle imprese dei territori di Venezia e Chioggia costituivano un aiuto di Stato illegale e, pertanto, dovevano essere recuperati presso i beneficiari. 

È una questione che risale agli Anni Novanta, soldi sociali erogati a chi non ne aveva diritto. Bruxelles propone una mora giornaliera di 24.578 euro per ogni giorno trascorso dalla sentenza della Corte e la piena conformità da parte dello Stato o la seconda sentenza della Corte. Nonché il pagamento d’una penalità decrescente di 187.264 euro per ogni giorno trascorso dalla sentenza fino all’attuazione. 

C’è poi che entro gennaio dovevamo recepire le norme per proteggere i farmaci. Che entro marzo erano da attuare quelle in materia di stoccaggio del mercurio metallico considerato rifiuto. Che abbiamo due mesi per rendere uguale part-time e assunti a tempo indeterminato nella Pubblica istruzione. Che è aperta anche la norma sulla prevenzione delle ferite da taglio o da punta nel settore ospedaliero e sanitario. 

E via dicendo, così non è forse un caso se stamane il Consiglio dei ministri deve esaminare otto norme di attuazione comunitaria. La tratta degli umani è compresa. Sarebbe una di meno. Un passo avanti, importante non solo in nome dell’Europa.



Strasburgo chiude i conti per i prossimi sette anni
La Stampa

marco zatterin
corrispondente da bruxelles

E’ comparsa la possibilità di togliere i fondi Ue ai paesi che non rispettino gli impegni economici e fiscali presi a Bruxelles. Consenso all’Europarlamento anche per la nuova Pac per incoraggiare pratiche agricole più rispettose dell’ambiente All’Italia 33,4 miliardi


Cattura
Due voti dell’Europarlamento e passa il dolore, le notti insonni dei premier al Consiglio, i lunghi negoziati ministeriali, i fastidiosi capricci dei britannici. Due voti in 24 ore e l’Ue chiude la sua contabilità per i prossimi sette anni, approva il bilancio dimagrito sino all’1% di un pil recessivo e tiene a battesimo la nuova politica agricola comune, che porterà all’Italia 33,4 miliardi di aiuti sulla carta «più verdi e giovani». Si è ottenuto il minimo con il massimo sforzo e non a costo zero. Come annunciato, nelle pieghe del dare e dell’avere, è comparsa la possibilità di togliere i fondi Ue ai paesi che non rispettino gli impegni economici e fiscali presi a Bruxelles. Per Roma, non una buona notizia.

A lungo si è temuto che l’Unione cadesse nell’esercizio provvisorio e far slittare anche l’entrata in vigore della Pac. Le divergenze politiche fra i Ventotto hanno tenuto in ostaggio la cassa comune, costringendo a ridurre significativamente le ambizioni. «Un totale basso è meglio di uno terribilmente basso», ha ammesso il commissario al Bilancio, il polacco Lewandowski. Si è concesso a Londra di ricattare i partner per vendere a casa la riduzione dei flussi verso il Tesoro che finanzia politiche verdi, ricerca, welfare, sviluppo. Alla fine, per chi crede nell’unione che faccia la forza, non c’era scelta se non un voto rassegnato.

Il risultato è che per nei sette anni la disponibilità sarà di 960 miliardi in impegni finanziari e 908 miliardi in pagamenti. L’europarlamento ha ottenuto piena flessibilità nello spostamento dei fondi non corrisposti (stanziati e non pagati) e degli impegni di spesa (previsti e non richiesti), per garantire che i soldi siano indirizzati laddove servono davvero. E’ stata inoltre adottata una «clausola di revisione» per il 2016, come quella macro prudenziale con consente di sospendere i fondi strutturali a chi viola le regole del patto di stabilità allargato. Gli stati dovrebbero approvare il Quadro pluriennale, senza dibattito, al Consiglio competitività del prossimo 2 dicembre.

Consenso a Strasburgo anche per la nuova Pac e i suoi cinque testi attuativi. Il senso della riforma è incoraggiare pratiche agricole più rispettose dell’ambiente, subordinando circa un terzo dei pagamenti diretti agli agricoltori saranno subordinati a misure ecologiche obbligatorie, come la diversificazione delle colture e la manutenzione permanente di prati e pascoli. Il sostegno ai giovani è un di gran rilievo: a produttori e allevatori sotto i 40 anni che esordiscono nel business agricolo sarà concesso un bonus del 25% sui contributi comunitari nei primi 5 anni.

Grande attenzione a chi è attivo veramente, con meccanismi severe per evitare casi paradossali visti in passato, come il sostegno a circoli sportivi o aeroporti. Insoddisfazione fra i deputati per la redistribuzione dai grandi ai piccoli giudicata insufficiente. Positivi i commento del ministro Nunzia De Girolamo e del presidente della commissione Agri dell’Europarlamento, Paolo De Castro. Voto contrario dai Verdi e dalla Lega.

Greenpeace, Cristian D'Alessandro esce dalla cella e telefona al padre: «Libertà»

Corriere del Mezzogiorno

L'attivista napoletano: «Il blitz? Lo rifarei»


Cattura
NAPOLI - È libero Christian D'Alessandro, l'attivista napoletano di Greenpeace che si trovava in cella a Mosca, arrestato, con altri 29, durante un blitz alla piattaforma petrolifera artica di Gazprom. Scarcerato, com'è noto, su cauzione (45mila euro). Lo ha annunciato poco fa il giovane al padre Aristide, con una telefonata. La prima dopo 62 giorni di cella. «Mi ha chiamato con un cellulare di Greenpeace e mi ha detto subito libertà, ha raccontato all'Ansa il genitore. «Comunque resta una storia allucinante, da film dell'orrore», ha aggiunto.

LA MADRE - «Non vediamo l'ora di parlare con lui. Come madre è di grande conforto e rappresenta un primo passo importante per dimostrare che mio figlio non ha commesso nessuno dei crimini per i quali insieme ai compagni è stato accusato». Questo il commento di Raffaella Ruggero, mamma di Cristian D'Alessandro, alla scarcerazione del figlio. «Ringrazio» la Farnesina «e la rappresentanza diplomatica per il prezioso aiuto», aggiunge secondo quanto rende noto Greenpeace Italia.

1
«IL BLITZ? LO RIFAREI» - «Sì, lo rifarei». Cristian D'Alessandro, secondo quanto si è appreso, ha risposto così ai cronisti che lo attendevano all'uscita dal carcere e che gli chiedevano se rifarebbe il blitz contro la piattaforma petrolifera di Gazprom. Poi è stato preso in consegna dagli attivisti di Greenpeace, che hanno organizzato tutto il servizio di assistenza logistica per i militanti scarcerati.



21 novembre 2013






alvara21 Novembre 2013 | 17.33
bravo, rifallo così questa volta buttano davvero la chiave

Azione disciplinare contro il giudice Esposito per l'intervista sulla sentenza Mediaset

Il Messaggero
di Silvia Barocci

Il Pg della Cassazione invia un «atto di incolpazione»


Cattura
L ”avviso di garanzia” disciplinare il procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, glielo ha inviato dopo aver avvertito anche il Csm: Antonio Esposito, il presidente del collegio della Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi a quattro anni per frode fiscale per la vicenda diritti tv Mediaset, è stato formalmente incolpato per l’intervista che rilasciò al Mattino lo scorso 6 agosto, pochi giorni dopo aver pronunciato il verdetto di condanna dell’ex premier e prima del deposito delle motivazioni.

Per quelle dichiarazioni, che il quotidiano titolò «Berlusconi condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere», il pg della Cassazione ha contestato ad Esposito tre violazioni disciplinari: il dovere di riservatezza del magistrato; l’aver reso pubbliche dichiarazioni o interviste che riguardano ”soggetti a qualsivoglia titolo coinvolti negli affari in corso di trattazione, ovvero trattati e non definiti”; l’aver violato una disposizione interna alla Cassazione in base alla quale a tenere i rapporti con la stampa sia il funzionario di un ufficio preposto.Per ora si tratta del primo passo di un’azione che rischia di trascinare Esposito davanti alla sezione disciplinare del Csm. Tutto dipende da quando il pg Ciani chiuderà la fase d’indagine, sentendo anche Esposito (assistito da un avvocato o da un magistrato).

L’INTERVISTA
La sua contestata intervista aveva ancor più arroventato il clima dell’estate giudiziaria (e politica) di Berlusconi. Il presidente della Cassazione Giorgio Santacroce aveva da subito definito quelle parole "inopportune". "Senza precedenti", per i legali di Berlusconi Niccolò Ghedini e Franco Coppi. A cinque giorni dalla condanna del Cavaliere, il presidente del collegio aveva infatti dichiarato al Mattino: «Tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva, tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te l’hanno riferito. Un po' diverso del non poteva non sapere». Una volta pubblicata l’intervista, Esposito aveva però smentito, sostenendo di aver approvato un testo definitivo dell’intervista, inviatogli via fax, diverso da quello pubblicato. Il Mattino, dal canto suo, ha confermato di aver riportato fedelmente l'intervista e di aver concordato per telefono il testo con il magistrato, pubblicando sul sito l'audio di quel passaggio.

L’AUDIO DAL PG
Ad essersi mossi, nel pieno della bufera estiva, erano stati entrambi i titolari dell’azione disciplinare: il ministro della Giustizia e il pg della Cassazione. Quest’ultimo, però, in base alle nuove norme del 2006, esercita un potere non discrezionale ma obbligatorio. A fine agosto, dunque, Ciani ha chiesto e ottenuto dalla direzione del Mattino l’intera registrazione, di 34 minuti, del colloquio tra il giornalista Antonio Manzo ed Esposito. E l’altro giorno ha avviato un’azione disciplinare nei confronti del magistrato. Decisione, questa, per certi versi attesa dallo stesso Csm che, in considerazione dei ”profili disciplinari” ravvisabili nella condotta del magistrato, aveva deciso di archiviare la pratica sul trasferimento d’ufficio di Esposito per incompatibilità ambientale e funzionale in attesa di eventuali mosse del pg o del ministro della Giustizia.


Venerdì 22 Novembre 2013 - 11:25

Kennedy, le colpe della Lincoln Continental

Corriere della sera

Era l’auto ideale di JFK, semplice, moderna, scoperta. Perché il presidente doveva essere visibile. Lo fu anche per gli assassini...
 
 CatturaNon è difficile immaginare John Kennedy sfogliare, sicuramente in anteprima, la brochure della più prestigiosa automobile d’America, per farne, all’inizio del 1961, l’ammiraglia della sua «Nuova Frontiera». Quella primavera il vento era cambiato a Washington. Un ciclone di modernità aveva fatto invecchiare, di colpo, l’intera classe politica. Nessuno sapeva più come vestire, come muoversi, cosa promettere e far sognare, se non guardando al giovane presidente. E anche la limousine presidenziale degli anni di Truman era diventata impresentabile, al fianco di quell’uomo affascinante e di Jaqueline, la prima e unica regina d’America.

ADDIO ALLA FORD - Ma Robert McNamara, che Kennedy aveva convinto a lasciare la Ford offrendogli il Dipartimento della Difesa e un decimo dello stipendio, teneva una sorpresa in tasca per lui: la nuova Lincoln Continental. Quest’auto dal disegno essenziale e personalissimo, che salvò il marchio Lincoln dalla chiusura, ma contribuì a uccidere Kennedy a Dallas, è stata un’idea di McNamara. Un’idea tormentata, che lui prima bocciò (doveva diventare la Thunderbird del ’58) e poi andò a ripescare, allungandola di mezzo metro, aggiungendo il divano posteriore, un V8 da trecento cavalli e tutti i gadget del tempo. Il disegno del modello è di Elwood Engel, futuro chief-designer della Chrysler, e racchiude in due piani - verticali e sottili - il prisma rettangolare del corpo vettura. Una forma ad «H», pura, rivoluzionaria, che rende obsolete non solo le vecchie Lincoln, curve e cariche cromature, ma anche le Cadillac dalle lunghe pinne.


LA MACCHINA IDEALE - Nella sua semplicità mastodontica, la Lincoln del 1961 era la macchina ideale per Kennedy, che ne fece ordinare due, entrambe midnight blue e non nere, come i carrozzoni dei suoi predecessori. La prima è un cabriolet quasi di serie, per le piccole spese di Jackie; la seconda, battezzata dal Servizio Segreto SS 100-X, una vera carrozza da parata, col passo allungato di 120 centimetri e piena di effetti speciali. Il primo «effetto» è la visibilità del Presidente, una chiave della strategia elettorale di Kennedy. L’auto nasce come autentica convertibile, pensata per mettere in evidenza i suoi occupanti.

Se la coppia regale ha degli ospiti «tra i piedi» (è il caso di dirlo, visto che questi siedono su bassi strapuntini) è possibile sollevare il divano posteriore di 30 centimetri, con un martinetto idraulico. In caso di intemperie sono disponibili due tipi di capote, una in plexiglass detta bubbletop e una di tela nera, a segmenti componibili. Ma JFK le utilizzò solo in casi estremi, preferendo sempre la vettura scoperta. Nessuna blindatura era prevista, nessun cristallo era antiproiettile, nessun agente di scorta prendeva, di solito, posto sulle fiancate. Il Presidente e la folla: questo voleva la gente, questo aveva funzionato bene nelle primarie del ’60, queste erano le regole della politica.

ORDINE DI FUGGIRE - Dallas era lontana, gli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy ancora nascosti nelle viscere dell’America violenta. L’unica protezione della 100-X erano il guidatore e l’agente graduato al suo fianco, entrambi dei servizi, entrambi armati, entrambi addestrati a scavalcare la paratia e mettere il loro corpo tra i proiettili e il Presidente. Cosa che però a Dallas non avvenne.

L’agente speciale Kellerman ci mise troppo a capire, e quando, dopo il secondo sparo, diede l’ordine di fuggire, l’autista Greer invece frenò (nei filmati si vedono gli stop accesi, l’auto quasi ferma), poi si girò a guardare indietro e solo infine premette l’acceleratore. Anche la vettura della scorta, che seguiva a pochi metri, e i quattro motociclisti assistettero immobili: un uomo solo ebbe la prontezza di correre e arrampicarsi sul cofano, quando gli eventi avevano ormai fatto il loro corso e la storia del XX secolo era cambiata.

LA VERE PAROLE DI JAQUELINE - In mezzo a tutto questo la grande Lincoln, a passo d’uomo, con le bandiere sui parafanghi che sventolano al rallentatore, mentre nel recinto dell’abitacolo si compie la mattanza. A poco servirono le sirene, i fari variopinti, le radio multibanda e i telefoni (all’epoca un accessorio non banale). Mentre si correva a 120 verso l’ospedale Parkland e Jaqueline non gridava «Ti amo, Jack» - come risulta nel rapporto Warren - ma un più credibile «Ho il suo cervello tra le mani!», il fato era compiuto e nessuna chiamata avrebbe potuto portare soccorso.

COMPLETAMENTE SMONTATA - I fatti che seguirono sono entrati nel milione di pagine di documenti, inchieste, saggistica di buona e pessima fattura dedicate al dramma di Dallas. La limousine, divenuta crime scene, fu tutt’altro che sequestrata. Ci si affrettò, appena tornati al garage della Casa Bianca, a lavare tutto per bene. Il parabrezza, che presentava una scheggiatura - ufficialmente solo all’interno, secondo altri un foro passante - fu rimosso. Forse trafugato. Due mesi dopo l’auto fu rispedita a Detroit e completamente smontata. Tornò con una capote e vetri anti-proiettile, nuovi interni e un conto da mezzo milione di dollari. Ma come corpo del reato, non valeva più nulla.

IL TETTO CHE NON C’ERA - Qualche anno dopo nuove modifiche, il tetto in tripla lamiera, altre corazze, giocattoli elettronici alla 007. Oggi la Lincoln Continental che ha trasportato cinque presidenti è in pensione al museo Henry Ford di Deaborn , Michigan. E’ il pezzo forte della collezione, si fa la fila, i bambini guardano, senza capire, gli occhi un po’ lucidi dei nonni. A prima vista sembra quasi un’altra, il colore non è più il blu oltremare scelto da Kennedy, su quella brochure di cinquant’anni fa. Ma attraverso i cristalli spessi da banca, in quel nero di smalto, tappeti e cuscini di pelle, brilla un riflesso di luce invisibile. Guardate bene: sembra di vedere Pennsylvania Avenue, la Porta di Brandeburgo, Città del Vaticano e un porto di pescatori Irlandesi. SS 100-X sarà sempre l’auto della Nuova Frontiera.

22 novembre 2013

Un'auto travolge la sua compagna: lui resta immobile a vegliarla

Il Mattino

di Alessandra Chello


Cattura
E' rimasto immobile per ore. Accanto al corpo agonizzante della sua compagna travolta in pieno da un'auto e lasciata riversa sul ciglio della strada. Due anime unite da un solo destino: si erano scelte per farsi compagnia. E dividere il peso insopportabile di una vita di stenti e di pericoli. La stessa alla quale ogni giorno esseri cosiddetti umani condannano centinaia di cani diventati improvvisamente oggetti fastidiosi di cui sbarazzarsi alla svelta. Senza pietà. Così, in una desolante mattina di autunno a pochi passi da Bellolampo, una collina nelle vicinanze di Palermo, un tonfo assordante e crudele recide per sempre il filo che legava quei due cuori randagi.

La cagnolina bianca è stata colpita a morte. Ma il suo fedele amico non la lascia sola un istante. Si accuccia lì accanto a lei, in quel modo che solo chi sa decifrare il linguaggio canino conosce bene: quello dell'attesa. Sì perché lui aspetta, spera che qualcosa possa accadere. E lei si risvegli all'improvviso per riprendere insieme il cammino di sempre. Purtroppo, quando un ragazzo li ha visti sul lato della carreggiata e si è fermato per soccorrerli era troppo tardi.

La cagnolina è stata portata dal veterinario, ma le lesioni interne erano gravissime. Ed è volata via. Il suo compagno non si rassegna. «Speriamo di trovargli presto una casa e tanto amore», dice Federica una delle volontarie che ha seguito la storia. L'ennesima prova di sentimenti autentici. Quelli che solo i più arroganti e ottusi pensano essere dono esclusivo degli uomini.

 
Segui @mattinodinapoli
sabato 16 novembre 2013 - 19:46   Ultimo aggiornamento: domenica 17 novembre 2013 22:10

Usa: formaggio al posto del sale per non fare gelare le strade

Corriere della sera

Lo Stato americano usa un composto speciale ricavato dagli scarti alimentari. Che costa meno

Cattura
MILANO – Lo stato del Wisconsin, nella regione settentrionale dei Grandi Laghi degli Stati Uniti d’America, è famoso per almeno due cose: la prima è la neve che cade abbondante per gran parte dell’anno ed è collegata a temperature molto rigide; la seconda è la grande produzione di formaggi di ogni tipo, oltre che di ottima birra. E da quest’anno, ora che i primi freddi hanno già fatto vedere i primi fiocchi di neve, il formaggio prodotto nelle ricche fattorie dello stato aiuterà gli automobilisti a scongiurare il pericolo delle strade ghiacciate. Come? Usando i liquidi di scarto della sua produzione per rendere il manto stradale meno viscido. E sostituendo – o meglio arricchendo – la normale pasta di sale grosso utilizzata a sacchi e palate per molti mesi l’anno.

UN’IDEA SALVA DENARO - L’idea è ecologica, economica e oltretutto sembra funzionare particolarmente bene: è venuta a un abitante della contea di Polk, dipendente delle autostrade, che ha iniziato a sperimentare questo uso un po’ strano dell’acqua salata e ricca di latte lasciata dai formaggi. I primi tentativi sono andati a buon fine e la contea di Polk in un anno ha risparmiato 40mila dollari in sale grosso, la cifra normalmente spesa per ripulire e proteggere le strade. L’azienda locale che ha fornito l’acqua di scarto ne ha invece risparmiati 30mila. Perché i produttori di latticini, che da sempre hanno problemi nella gestione delle acque reflue lasciate dai loro prodotti caseari, hanno potuto così trovare un modo intelligente per eliminarle. Per loro spesso l’alternativa sono infatti sistemi di depurazione molto cari, giacché la legge vieta che queste acque vengano riversate nel terreno o nei corsi d’acqua.

UNO STATO CHE SA DI FORMAGGIO - Dopo la contea di Polk è stata la volta di Milwakee, il principale centro dello stato del Wisconsin. Come hanno potuto verificare cittadini e responsabili dei trasporti locali, il liquido del formaggio non solo ha fatto risparmiare ma si è mostrato anche più adatto al disgelo del manto stradale, poiché – dicono gli specialisti americani – il miscuglio a base di latte e caglio resiste anche a temperature fino a meno 21 gradi. Dopo Milwakee è ora la volta di tutto lo stato e gli inventori del metodo giurano che «verrà presto provato anche a New York». Il problema ancora da risolvere resta quello dell’odore: spargere questi liquidi per strada significa «profumare» le vie del tipico sentore di formaggio, che per molti locali altro non è che il famoso e casalingo «odore del Wisconsin».

DAL GHIACCIO ALL’ENERGIA - Lo stato del nord comunque non è nuovo alla ricerca di soluzioni alternative per poter riusare le acque della produzione dei latticini: qui è nato da poco un consorzio, formato da un gruppo di aziende casearie locali , che riusa l’acqua di scarto di mozzarelle e provoloni per creare nuova energia e far partire i macchinari che produrranno, a loro volta, nuovo formaggio. Mentre sempre con il formaggio e con la birra un ospedale ha iniziato la scorsa primavera a creare da sé l’energia elettrica.

22 novembre 2013

Jfk, l'icona che la sinistra sfrutta da mezzo secolo

Livio Caputo - Ven, 22/11/2013 - 11:01

Ora Obama lo usa per lanciare Hillary Clinton. Ma è solo l'ultimo caso: Da Veltroni a Zapatero in tanti hanno cercato di brillare della sua luce

Nessun leader dell'ultimo secolo può, a cinquant'anni dalla morte, vantare la popolarità di John Fitzgerald Kennedy: su di lui sono stati scritti 40 mila libri (di cui cento solo in occasione dell'odierno anniversario dell'assassinio), realizzati 2.500 tra film e documentari e a lui sono intestati, secondo un calcolo per forza un po' approssimativo, 60.000 tra vie, piazze, viali e parchi nel mondo intero.


Cattura
Da un recente sondaggio risulta che, sebbene negli ultimi 10-15 anni il revisionismo sul suo operato di presidente abbia fortemente intaccato il suo mito nell'opinione pubblica informata, quasi tre quarti degli americani continuano a professare fiducia in Jfk, a identificare kennedismo con idealismo, e a chiedersi che cosa egli sarebbe riuscito a realizzare se la sua vita non fosse stata stroncata dopo neppure tre anni di presidenza. In un certo senso, è stato trasformato in un'icona, un'icona che la sinistra occidentale ha tutto l'interesse a preservare il più a lungo possibile, perché giova ai suoi interessi politici ed elettorali.

Una frase della cronaca che il New York Times ha dedicato ieri alla cerimonia con cui Barack Obama, Bill e Hillary Clinton e la famiglia Kennedy hanno celebrato l'anniversario davanti alla tomba di Jfk al cimitero di Arlington è in proposito particolarmente significativa: «È stato un momento simbolico che ha riunito presidenti del passato, del presente e forse del futuro per rendere omaggio a un predecessore molto amato, la cui eredità ha contribuito alla loro formazione»: un chiaro riferimento alla ormai quasi certa candidatura di Hillary alla Casa Bianca nel 2016, la certificazione di una continuità ideale tra il leader assassinato e quella che potrebbe essere la prima donna presidente; una continuità affermata con forza anche da Kathleen, la «decana» della nuova generazione dei Kennedy, che ha affermato in una intervista: «L'eredità di zio Jack? Ora è il turno di Hillary».

Ma la signora Clinton non è certo l'unica a servirsi del mito di Jfk - l'uomo che per sua nipote «ha toccato l'anima dell'America e del mondo» - per promuovere le proprie fortune politiche.

La Boldrini vuole riportare il femminismo nelle scuole

Franco Grilli - Ven, 22/11/2013 - 09:42

Il presidente della Camera lancia un appello alle donne: "Ribellatevi sin da bambine, io e mia sorella lo abbiamo fatto, abbiamo minacciato sciopero in famiglia e abbiamo vinto"

Laura Boldrini vuol riportare il femminismo nelle scuole. Nonostante la accusino spesso di invadere campi che non sono di competenza del presidente della Camera, lei tira dritto.


Cattura
Una volta è l'immigrazione, un'altra gli spot televisivi. Adesso, in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la Boldrini, tramite una intervista su La Stampa, lancia un appello alle giovanissimi donne: "Ribellatevi sin da bambine". Il presidente della Camera racconta poi la sua esperienza personale:

"Le figlie femmine devono ribellarsi e dire che così non va, devono essere le prime a reagire, se i genitori non garantiscono parità. Io e mia sorella l’abbiamo fatto. In casa eravamo in cinque: tre maschi e noi. Mia mamma aveva iniziato ad educarci seguendo i soliti stereotipi: noi dovevamo aiutare, loro no. Ci siamo ribellate, ed è stato un moto autonomo. Abbiamo minacciato sciopero, perché il lavoro andava diviso in misura eguale fra tutti. 

Abbiamo vinto, la suddivisione dei compiti è stata equa ed ora i miei fratelli maschi trovano del tutto normale avere ruoli alla pari nelle loro famiglie". Insomma, la Boldrini ha vinto la sua battaglia di genere in famiglia. E ora vuol che il suo esempio venga seguito anche nelle scuole. "L’educazione di genere nelle aule porterebbe equilibrio nella società". E nonostante l'intervistatore le faccia notare che ci sono  già molti progetti che riguardano la cultura di genere, la Boldrini invita a fare di più: "In questo ambito non è mai troppo e l’escalation della violenza sulle donne lo dimostra".

Il dubbio dell’esca

Marcello Veneziani - Gio, 21/11/2013 - 14:51


C'è un dubbio che ci frulla sulla brutta storia delle baby-prostitute ai Parioli e che riapre l'interrogativo sull'uso delle intercettazioni da parte dei magistrati. Dunque, gli arresti per il traffico di minorenni sono avvenuti lo scorso 28 ottobre. Ma già da maggio, riferiscono i giornali, i magistrati e i carabinieri avevano avviato le intercettazioni e avevano appurato il torbido giro già prima che s'insediasse ai Parioli.

Ma gli inquirenti hanno lasciato che le due ragazzine si prostituissero per incastrare più clienti. Mi congratulo per l'operazione, però chiedo, non da uomo di legge quale non sono, ma da uomo comune e da padre: ma la tutela delle minori non dovrebbe venire prima dell'esigenza di incastrare eventuali, futuri avventori? È come se sapessimo in anticipo di un delitto e, anziché impedirlo, lo lasciassimo compiere per arrestare l'assassino...

E se, nel caso in questione, le due ragazzine avessero incontrato un maniaco, uno stupratore, un assassino? Sono dubbi, non accuse, ma di fronte all'abuso di minori a scopo sessuale e a madri presunte complici, se non sfruttatrici, ti aspetteresti che chi presiede alla giustizia e all'ordine avesse come sua priorità salvare le minorenni e poi punire i loro avventori. Non insinuo che abbiano sacrificato le minori al successo della loro indagine, usandole come esche per pescare i clienti, ma mi chiedo: non abbiamo capito noi la vicenda, siamo ingenui, ragioniamo male o c'è qualcosa che non va in questo modo d'intendere e praticare la giustizia?

Zidane ordina all'emiro di rimuovere la statua della testata a Materazzi dal lungomare di Doha

Il Messaggero

di Giacomo Perra


Cattura
In campo incantava con i suoi formidabili miracoli calcistici ma a quanto pare Zinedine Zidane sembra aver conservato il suo tocco magico anche fuori dal rettangolo verde. A far sparire dal lungomare di Doha, in Qatar, la famigerata statua della testata a Materazzi, realizzata dall"artista algerino Abdel Absemmed, infatti, almeno secondo il quotidiano francese “Le Canard Enchainè”, sarebbe stato proprio lui, il buono e schivo Zizou. A dire il vero, il Pallone d"oro 1998, oggi viceallenatore del Real di Ancelotti, che all"occorrenza sa diventare molto cattivo, si sarebbe servito dell"aiuto dell"amico e connazionale Michel Platini: il presidente dell"Uefa, con una “semplice” telefonata fatta ad inizio di ottobre all"emiro quatariota al-Thani, avrebbe offerto il migliore degli assist al suo erede in Nazionale e alla Juve e così la scultura, che tanto aveva fatto arrabbiare l"ex numero 21 bianconero, è stata rimossa dal litorale della città asiatica lo scorso 28 ottobre.

L"opera, che ricordava la folle reazione di Zizou ai danni di “Matrix” durante la finale dei Mondiali 2006 tra Italia e Francia, era stata trasferita a Doha dal 3 del mese passato, dopo essere stata esposta a Parigi ed essere stata acquistata dalla QMA, l"autorità museale del Qatar. Ufficialmente lo spostamento è dovuto alle proteste di alcuni turisti musulmani che si sarebbero lamentati dell"immagine di violenza veicolata dalla statua ma per “Le Canard”, invece, si tratterebbe di un favore fatto a Zidane per il suo vecchio ruolo di sponsor della candidatura del Qatar, impostasi poi con successo, come organizzatore dei Mondiali del 2022.

Ad aiutare Zizou, oltre a Platini e all"emiro, ci sarebbe stata anche la figlia di quest"ultimo, presidente della QMA, che sollecitata dal padre, avrebbe acconsentito alla rimozione del lavoro di Absemmed. Più che soddisfatto l"ex fuoriclasse francese, l"unico a rimanerci male è stato proprio lo scultore algerino: «E" un abuso di potere contro la mia libertà d"artista», ha affermato indispettito. Forse ha ragione ma, si sa, contro un duetto Platini-Zidane neanche il più attento dei difensori avrebbe potuto fare qualcosa.

LA statua che immortala la testata di Zidane a Materazzi

Strasburgo, un hacker viola le e-mail di sei eurodeputati: «Ecco quanto è semplice spiarci»

Il Messaggero


Cattura
Più che una vera e propria intrusione, è stata più che altro una beffa. Per dimostrare quanto sia debole la sicurezza informatica delle caselle e-mail dei membri del Parlamento europeo, un hacker "etico" ha recuperato le password di 6 eurodeputati e di 8 loro collaboratori e si è introdotto all'interno della loro corrispondenza privata. È bastato un computer portatile di fascia bassa, con una scheda wifi installata, posizionato nei pressi del Parlamento europeo di Strasburgo.

«Un gioco da ragazzi», ha raccontato l'hacker parlando con il sito di giornalismo investigativo francese Mediapart che ha divulgato la notizia. «Con una connessione internet chiunque sarebbe in grado di farlo». L'intrusione è avvenuta sfruttando una falla dell'applicazione mobile di Microsoft, ActiveSync, che si connette ai server del Parlamento europeo per controllare se arrivano nuovi messaggi. Quando appare un'icona sullo schermo che segnala l'accesso indesiderato e si clicca imprudentemente su 'ok', il computer impiccione recupera le password per la casella di posta elettronica.

Nel caso dell'intrusione ai danni degli eurodeputati si è trattato di un atto dimostrativo. L'esperto informatico, infatti, non ha neanche curiosato tra i messaggi, ma ha voluto segnalare la vulnerabilità dei software che fornisce Microsoft all'Eurocamera e alla Commissione europea.

L'attacco arriva dopo che il colosso di Redmond, insieme a Google e Facebook, ha rassicurato, l'11 novembre scorso durante la nona audizione dell'inchiesta del Parlamento europeo sul Datagate, che nè la Nsa americana nè altri governi hanno accesso diretto ai loro server e quindi ai dati dei loro clienti. Microsoft, infatti, è tra i colossi tirati in ballo nello scandalo Prism da Edward Snowden, il consulente della Nsa passato da Hong Kong alla Russia portando con sè una mole vastissima di segreti.


Giovedì 21 Novembre 2013 - 20:26
Ultimo aggiornamento: 20:27

Tortura il suo cane: ferite, ustioni e ossa rotte. Condannato a 55 anni di carcere

Il Mattino

Sentenza storica



Cattura
Lo hanno trovato agonizzante. Riverso su un marciapiede a Quincy negli Stati Uniti. Il veterinario che l'ha soccorso non credeva ai suoi occhi: ferite profonde, lividi, tagli, ustioni e numerose ossa rotte. Su quel povero corpo martoriato i segni spaventosi della furia di un folle, sadico, assassino. Danni irreversibili e una sofferenza fortissima hanno costretto il medico ad addormentarlo per sempre. Altrove la cosa sarebbe forse finita lì. Ma la storia di Quincy ha avuto un altro esito: il torturatore è stato condannato a 55 anni di carcere: cinque anni per ciascuno dei 11 capi accusa.

L'uomo arrestato dalla polizia si chiama Radoslaw Czerkawsky, immigrato polacco che lavorava prendendosi cura di una anziana della sua stessa nazionalità. All'imputato, che si è dichiarato non colpevole, è stata imposta una cauzione di un milione di dollari e gli è stato ritirato il passaporto. Una pena severissima anche perché la storia del cucciolo Doe (questo era il nome) ha avuto enorme eco sulla stampa degli Stati Uniti e addirittura più di 70.000 persone hanno prima chiesto l'arresto del torturatore e poi hanno seguito da vicino il processo.

A completare la particolarità del caso c'è stata l'indagine della polizia, che è avvenuta con tutti i crismi, proprio come se si dovesse dare la caccia a un serial killer. Infatti gli agenti hanno trovato tracce di peli e di sangue nella casa del sospettato e accertato che questi coincidevano con quelli del cane, secondo il test del Dna. Quindi il processo e la super condanna. Viene da chiedersi: quanti altri piccoli Doe in Italia e in giro per il mondo continuano ad essere le vittime silenziose e senza giustizia di mostri come l'uomo di Quincy?

 
Segui @mattinodinapoli
martedì 19 novembre 2013 - 18:27   Ultimo aggiornamento: 18:51

Usa, da Harlem al Bronx: nei quartieri più poveri internet lo porta il “digital” tir

Il Messaggero


Cattura
NEW YORK – Anche per fare domanda di assunzione da McDonald’s le regole sono diventate più difficili: una volta si andava di persona, si riempiva un modulo, si presentavano i dati anagrafici, e si aspettava una telefonata qualche giorno dopo. Oggi? Bisogna accendere il computer, andare on-line, scaricare la domanda di assunzione, riempirla e Poi andare di persona. C'è bisogno cioè di avere un computer collegato a internet. Ma proprio coloro che più hanno bisogno di lavoro, spesso non ce l’hanno. Almeno il 40 per cento degli abitanti delle case popolari di New York non ha collegamento internet. Ed è a loro che si rivolge un nuovo servizio: il “digital van”, ideato proprio dall’ente case popolari.

Ce ne sono due, che visitano i quartieri a più basso reddito, come il Bronx e Harlem. A bordo viaggiano dieci Pc, due stampanti, uno scanner, e soprattutto un’assistente tuttofare. I due digital van, anzi “computer lab” come sono stati soprannominati, sono in servizio dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio e sono affidati a due autisti, Bernard Williams e Joshua Stevenson, che fanno da piloti in molti sensi: guidano i camion, ma consigliano anche i loro visitatori, e spesso diventano istruttori, consiglieri, amici. Dai digital van passano persone di ogni genere: il giovane che cerca lavoro a un fast food, il bambino che deve fare una ricerca per scuola, l’anziano che vuole vedere le foto dei nipotini, la mamma che cerca un asilo nido gratuito.

Per loro non ci sono altre alternative perché in genere non posseggono un computer, o non sanno farlo funzionare (ed ecco che Bernard e Joshua fanno da maestri). Ma anche se avessero un computer, non avrebbero il servizio wi-fi, che qui arriva poco e male. Nel Bronx e ad Harlem per di più, non ci sono neanche bar o caffè alla maniera di Starbuck, dove basta comprare un caffè e si può sedersi a un tavolo e agganciarsi al wi-fi del locale: ce ne sono oltre 200 a Manhattan, e neanche uno in questi quartieri più poveri. Le bodegas della zona certo non possono permettersi di regalare il servizio, e non avrebbero neanche lo spazio.


Giovedì 21 Novembre 2013 - 21:45
Ultimo aggiornamento: 21:46

La sinistra boicotta la mostra sul seminarista massacrato

Stefano Zurlo - Ven, 22/11/2013 - 07:40

La preside di una scuola blocca la rassegna su Rolando Rivi, il quattordicenne assassinato dai partigiani e oggi beato: "Infanga la Resistenza". Ira del parroco

 

I segni dei tempi. Per un sociologo delle religioni attento come Massimo Introvigne la Chiesa si sta finalmente aprendo alla realtà complessa del Novecento a differenza di altre realtà: «La Chiesa è più avanti come dimostra un evento piccolo ma straordinario: la beatificazione di Rolando Rivi».
Cattura
Rolando Rivi, il seminarista quattordicenne torturato e ucciso dai partigiani comunisti il 13 aprile 1945, negli ultimi giorni della guerra. Il 5 ottobre scorso, a distanza di quasi settant'anni, Rivi è stato proclamato beato con una grande festa al Palazzo dello sport di Modena.

Ma la sua popolarità finisce qui: il muro dell'ideologia da quelle parti, fra Modena e Reggio Emilia, non è ancora caduto anche se il Pci ha cambiato nome più di una volta. Così una mostra sulla vita troppo breve del giovane diventa la pietra dello scandalo, provoca rabbia e malumori finché la preside di una scuola elementare della zona blocca le visite dei ragazzi. «Impossibile contestualizzare la mostra - spiega con toni surreali Laura Spinabelli - dal punto di vista storico e didattico». Non siamo più al 1945, all'epoca in cui i preti fra Modena e Reggio venivano bastonati e uccisi come i borghesi e gli anticomunisti perché i partigiani si preparavano all'imminente rivoluzione, però la malapianta del pregiudizio ideologico è dura a morire.

Antefatto: al meeting di Rimini viene presentata una mostra sul giovanissimo cattolico, vittima di una violenza cieca e feroce, rapito, pestato a sangue e massacrato con la fantomatica accusa di spionaggio. La mostra passa a Rio Saliceto (Reggio Emilia) e il parroco don Carlo Castellini organizza le visite dei bambini della vicina scuola elementare Anna Frank. Andrà a vederla solo chi partecipa all'ora di religione. C'è un filtro, dunque. Ma anche questo non basta: lunedì scorso, come ha documentato Andrea Zambrano sul quotidiano Prima pagina, si muovono le prime classi e qualcosa va storto. C'è un pannello in cui si ricorda una frase in voga all'epoca: «Un prete di meno domani».

Che poi sarebbero le parole pronunciate dagli assassini di Righi. Più di un genitore si offende, forse vede deturpata la memoria della guerra partigiana e la retorica che spesso l'accompagna, forse c'è ancora chi non è pronto ad un confronto con la storia vera, la lotta di classe a tratti brutale e selvaggia che si è svolta in queste terre. La preside, informata, temporeggia, poi decide: stop alle visite. «Impossibile contestualizzare la mostra dal punto di vista storico e didattico». Nel triangolo rosso il passato non se ne vuole andare e i bambini, i bambini del 2013, restano in classe. Per sapere com'è andata dovranno aspettare la maggiore età.

Dallas, la città che ancora aspetta il perdono

Corriere della sera

Oggi la cerimonia per Kennedy a 50 anni dall’omicidio: «Mai superato il senso di colpa»

Cattura
DALLAS - Il bus che gira per le strade di Dallas è una macchina del tempo: con un’ora ripercorre i tre giorni che nel lontano novembre del 1963 cambiarono la storia del mondo. Ma mezzo secolo non è bastato alla città, ferita ed umiliata dall’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, per scrollarsi di dosso il senso di colpa. Ci prova oggi, a 50 anni di distanza, commemorando il presidente ucciso con un rito che ha il sapore di una catarsi collettiva, di un lavacro di fronte alla nazione e al mondo.

Alle 12.30 del 22 novembre 1963, quando Lee Harvey Oswald premette il grilletto del moschetto Carcano uccidendo John Fitzgerald Kennedy, con il corso della storia cambiò anche la percezione che negli Stati Uniti e all’estero si aveva di Dallas. Da allora in poi questa fu «La città dell’odio». Quella mattina, prima di salire sulla Lincoln decappottabile per il corteo presidenziale, Kennedy e sua moglie Jackie Bouvier avevano potuto leggere sul Dallas Morning News l’inserzione a tutta pagina di un fantomatico Comitato americano «trova-fatti» che dava al presidente un sarcastico «benvenuto» e lo accusava di collegamenti con i «comunisti».

Non cominciava bene, ma il calore della gente e una schiarita riscaldarono Jfk e Jackie che raggianti affrontarono un cammino che li avrebbe condotti ad un destino di morte. Dall’annuncio e da alcune manifestazioni dell’ultradestra, circoscritte ma aggressive, molti hanno tratto la conclusione che l’attentato era parte di una cospirazione, per la facilità con cui si svolse e per la fine di Oswald, ucciso davanti agli occhi della polizia da Jack Ruby, il tenutario di un night malato di cancro.

Kennedy 50: Obama e Clinton sulla tomba di JFK (20/11/2013)
Il pullman rosso in stile retrò del «Trolley tours» rifà la Main e la Elm Street, rallentando quando in Dealey Plaza la strada curva di fronte al deposito di libri della Texas School, un edificio in mattoncini rossi dalla cui finestra all’angolo sud-est del sesto piano Oswald sparò tre colpi, uno andò a vuoto. Rimasto come era 50 anni fa, oggi è sede di uffici della Contea e ospita un museo dedicato ai fatti del ’63 al cui interno la postazione del cecchino e stata ricostruita così come era quella mattina. Da qui si capisce quanto fosse breve la distanza dalla strada, anche senza le due «x» bianche che segnavano sull’asfalto i punti in cui Kennedy fu colpito. Fotografate da migliaia di turisti, erano come un marchio a fuoco sulla pelle della città. Non si è mai saputo chi le abbia tracciate, ma si sa che a tirarle via sono stati i lavori stradali voluti dal Comune proprio alla vigilia delle celebrazioni.

Kennedy 50: il video di Zapruder rimasterizzato in digitale (18/11/2013)
«Dallas non è mai riuscita pienamente a superare il senso di colpa», spiega Thomas Huang, giornalista del Dallas Morning News, qui ancora «si sente il peso di quell’assassinio, mentre non si avverte quasi più l’odio che provavano molti americani». Dal ’63 Dallas è molto cambiata. Popolazione raddoppiata, 6,6 milioni di abitanti con l’area metropolitana, immigrazione selvaggia dal Messico, da capitale di mandriani conservatori si è trasformata in city d’affari progressista. A guidarla è il sindaco democratico 59enne Mike Rawlings, che oggi farà il discorso più importante della sua vita in una Piazza Dealey in cui saranno ammesse solo 5.000 persone estratte a sorte tra le 12 mila. Non ci sarà Obama né uno degli ex presidenti viventi che periodicamente hanno reso omaggio al monumento a Jfk.

Kennedy 50: Lee H. Oswald assassinato da Jack Ruby (18/11/2013)
«Non capisco questo senso di colpa che abbiamo o che ci vogliono mettere addosso. La città non fu colpevole del crimine, sebbene qui accaddero alcune cose che non furono delle migliori», ha dichiarato Rawlings per poi prendersela con il «voyeurismo» di quelli che fotografavano le «x». Si dice che lui non sia estraneo alla rimozione. Mentre gli operai stendono il bitume, giornalisti da tutto il mondo e turisti osservano alternativamente la finestra e la strada, valutano le angolazioni, calcolano la direzione dei proiettili, si spostano nell’area di Grassy Knoll da cui Abraham Zapruder girò il celebre filmino dell’assassinio. Qui il tempo è come se si fosse congelato, tutto è come quella tragica mattina.

Ristrutturata ed allargata, ora è un’abitazione residenziale di tre stanze (in vendita per mezzo milione di dollari) la casa al 1026 di Beckley avenue in cui Lee Oswald abitò, mentre non è cambiata di molto la strada poco distante dove 45 minuti dopo aver sparato al presidente uccise il poliziotto J.D. Tippit che lo aveva fermato. Il «Trolley» sosta davanti al Texas Theatre: qui Oswald fu catturato mentre veniva proiettato il film War is hell sulla guerra in Corea, tornato oggi sullo schermo per l’occasione. Non esiste più il night Carousel di Jack Ruby, al suo posto in Commerce street c’è un parcheggio, ma sono sempre lì la prigione di Harwood street al cui interno Ruby uccise Oswald (è un edificio municipale) e il Parkland Memorial Hospital, in cui Kennedy fu dichiarato morto e dove spirò il suo assassino.

La lettura dei discorsi di Kennedy, i canti, le preghiere, la benedizione e il suono delle campane alle 12.30 in punto basteranno per chiudere il conto? «Forse sì, ma la tristezza di quella tragedia rimarrà sempre nei nostri cuori, anche dopo qualunque cerimonia», assicura Bob Huffker, che a 26 anni seguì in diretta l’attentato come reporter della radio Krld . Darwin Payne, stessa età, lavorava per il Dallas Times Herald: «Non c’è stata ancora una riconciliazione con la famiglia Kennedy. Un paio di mesi fa sono venuti due nipoti di Jfk, ma ci vorrebbe qualcosa di più. Bisognerà aspettare ancora che il dolore passi». Il tour sta per finire e l’autista-guida, il 51enne Scott Aston, si congeda: «A Dallas ogni giorno è il 22 novembre».

22 novembre 2013

Ikea censura la storia di una coppia lesbo: "Viola la legge in Russia"

Luisa De Montis - Gio, 21/11/2013 - 18:08

Dall’edizione russa della rivista sparisce la storia di una coppia di lesbiche. L'azienda: "Vogliamo rimanere neutrali". La comunità Lgb in Svezia: "Vigliacchi"

Meglio non rischiare. La legge che vieta la propaganda gay in Russia è severa e così Ikea ha deciso di censurare la storia della vita di una coppia di donne omosessuali britanniche dall’edizione russa della rivista che distribuisce ai suoi clienti in Europa.

Cattura
La portavoce di Ikea, Ylva Magnusson, ha spiegato che la scelta è dovuta al rispetto della legge vigente in Russia: "Per questa ragione l’edizione russa di dicembre ha un altro articolo". La Magnusson ha poi spiegato che Ikea vuole "rimanere neutrale, pensiamo che le nostre operazioni in Russia, sul lungo termine, possono avere un effetto positivo sulla società". Diverso il parere degli attivisti della comunità Lgbt in Svezia, che hanno accusato l’azienda di "vigliaccheria".

Già l’anno scorso, Ikea aveva fatto un intervento di censura per non irritare le autorità russe, cancellando dal suo sito la foto di quattro ragazzi con indosso dei passamontagna colorati, seduti su un divano. Si trattava di un riferimento alla band delle Pussy Riot, accusata di teppismo per la celebre preghiera punk contro Putin nella cattedrale di Mosca. All’epoca l’azienda si era giustificata spiegando di essere un’"organizzazione commerciale indipendente da qualsiasi visione politica e religiosa".

Noi, prigionieri sulle carrozzine in piazza Duomo»

Maria Sorbi - Ven, 22/11/2013 - 07:14

In certi casi basterebbe una semplice pedana in legno per risolvere il problema. In altri casi le barriere architettoniche sono lì, eterne, da una vita.


Cattura
Nessuno fa nulla per abbatterle anche se vengono denunciate da anni. E così Milano, a un passo dall'Expo, resta una gimkana ad ostacoli per le sedie a rotelle. Non stiamo parlando di luoghi abbandonati in chissà quale periferia. Stiamo parlando di luoghi simbolo della città. In pieno centro. Un esempio su tutti: l'accesso in metropolitana da piazza Duomo. Impossibile. Lungo le scale non ci sono pedane per le carrozzine e l'unico ascensore, a ridosso di via Silvio Pellico, è fuori uso da chissà quanto. Ogni tanto qualche disabile invia una lettera ad Atm, al Comune o scrive una lettera aperta ai giornali: appelli che restano inascoltati da sempre o che vengono stampati, protocollati, inseriti in qualche «cartellina lamentele» e che poi restano là ad ammuffire.

Altro esempio: la loggia dei Mercanti. «Lì c'è un monumento in ricordo dei partigiani - è critico Franco Bomprezzi, portavoce della Ledha, la lega che rappresenta i disabili -. Bisognerebbe invece metterne uno in onore dei disabili. Quello è il simbolo dell'inerzia ed ormai è diventato il simbolo delle barriere architettoniche mai rimosse». Eppure si tratta solo di qualche gradino. La sovrintendenza ai Beni culturali tuttavia non autorizza a mettere pedane o accessi ad hoc per le sedie a rotelle. L'unica volta in cui un disabile è riuscito a superare l'ostacolo è stato nel 2008, in occasione del World cup tour, quando sotto la loggia fu allestita una pedana per una dimostrazione di scherma in carrozzina. Ma in quel caso le sedie furono sollevate a mano.

Altro luogo inaccessibile ai disabili: la stazione Centrale. Seppur rimessa a nuovo da cima a fondo, non ha ancora un ascensore a norma. «Non è proprio un dettaglio» fanno notare alla Ledha. Il «buco» entro cui costruirlo c'è già, basta solo completare i lavori ma nulla si muove. «Tra l'altro - fanno notare in associazione - c'è un montacarichi adatto per le sedie ma non funziona mai». E poi ci sono altri luoghi, come ad esempio il circolo della Stampa di palazzo Serbelloni in corso Venezia. Se un disabile volesse partecipare ai numerosissimi eventi e convegni che vengono organizzati nelle belle sale della struttura non potrebbe. «Si parla da vent'anni di rifare l'ascensore ma non è mai cambiato nulla» è la denuncia. Qualche mese fa l'assessore regionale alle Attività produttive Mario Melazzini, costretto sulla carrozzina a causa della Sla, è stato invitato a partecipare a una conferenza ma non è riuscito ad accedere al primo piano.

Un altro enorme problema sono i taxi. A differenza di parecchie città - a cominciare da Bologna e Roma - a Milano sono pochissime le auto bianche adatte a trasportare disabili con carrozzina. A dirla tutta il Comune di Milano ha pure messo a disposizione dei finanziamenti per incoraggiare i tassisti a sostituire l'auto con un mezzo senza barriere, ma l'invito non è stato accolto. «Non ci scandalizza che ci siano dei luoghi inaccessibili - commentano alla Ledha - In una grande città è normale. Quello che ci scandalizza è il livello di sciatteria e di disattenzione così alto. Non solo da parte delle istituzioni ma a livello collettivo. Per risolvere parecchie situazioni basterebbe solo un pizzico di impegno in più».