domenica 17 novembre 2013

L’Abarth 595 compie 50 anni

La Stampa

piero bianco
BALOCCO (VERCELLI)
 
Dal 2007 consegnate oltre 60mila vetture: Stati Uniti e Giappone i primi mercati extra Europa



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Ci sarà un motivo se i giapponesi vanno matti per lo Scorpione, se 4 mila vetture l’anno finiscono in America, se l’85% della produzione esce dai confini nazionali. «Aveva ragione Carlo Abarth - spiega il capo del brand, Marco Magnanini - quando diceva che motori, auto, corse, passione dell’automobile e della velocità sono una malattia, la bellissima pazza malattia degli entusiasti e della meccanica perfetta».

Carlo Abarth era un sognatore, ma molto realista: le sue elaborazioni consentirono negli anni Sessanta alla gente normale, e con investimenti accessibili, di sposare un autentico sogno sportivo, di sentirsi un po’ piloti. Dal 2007, quando il Gruppo Fiat ha rilanciato lo Scorpione, 60 mila clienti (al 95% di vetture stradali) hanno rivissuto il 31 Paesi del mondo queste emozioni, trasformando le performance in uno stile di vita. E il brand Abarth ha proposto modelli sempre più intriganti e sofisticati, i moderni eredi di un Dna sportivo, però popolare.

Anche le Serie Speciali hanno rivestito un ruolo importante, con quasi 3.000 unità e oltre 16 mila kit di elaborazione venduti. È un fenomeno in crescita, nutrito da 30 partnership per lo sviluppo delle attività di merchandising e licensing, da 80 mila fans sulla Global Page di Facebook, da una capillare presenza sui social network con una media quotidiana di 300.000 contatti.

La «cultura dell’auto» targata Abarth in Europa registra picchi storici in Italia (15% delle consegne), Regno Unito (10%) e Germania (9%), ma è significativo che un modello su 10 arrivi fino in Asia, specie in Giappone che nell’ultimo anno ha segnato una crescita del 129%. Il successo commerciale è merito di una rete specifica (attiva anche in Medio Oriente e Africa) su 3 livelli: i dealer, i preparatori specializzati per l’installazione dei kit, le officine autorizzate all’assistenza. Abarth ora va a caccia di nuovi mercati, sta per sbarcare in Russia e ha appena inaugurato un maxi showroom di 500 metri quadri a Yokohama. 

I numeri vincenti non escono per caso. Dietro c’è un prodotto sofisticato, con vetture praticamente «fatte a mano» dai tecnici specializzati delle Officine Abarth. L’ultimo esempio è un gioiellino che ripropone un’icona del passato, la 595 «50° Anniversario» destinata a diventare un vero pezzo da collezione. Prodotta in serie limitata di 299 esemplari, costa 35.080 euro (ma ne bastano la metà, 17.800, per la Custom, modello d’accesso al mondo Abarth).

Il motore 1.4 T-Jet da 180 Cv, abbinato a un cambio Competizione con comandi al volante, ne fanno la 595 più potente finora prodotta. «É l’unica piccola supercar», dice Magnanini. Il propulsore 4 cilindri 16 valvole da 1.368 cc (sovralimentato con turbocompressore GT a geometria fissa) regala prestazioni esaltanti: coppia di 250 Nm a 5.500 giri in modalità Sport, velocità massima di 225 km/h, accelerazione da 0 a 100 km/h in meno di 7 secondi.

Merito anche della funzione overboost attivata dal pulsante Sport, che agisce sulla mappatura della centralina e sulla pressione del turbo, oltre che sul carico al volante. Le performance sono garantite inoltre da pneumatici prestazionali montati su cerchi in lega da 17’’, con design 695 Grigio Magnesio impreziosito da un aggressivo liner rosso. Assetto e impianto frenante sono stati ulteriormente potenziati: dischi freno scomponibili flottanti con pinza fissa a 4 pistoncini prodotti da Brembo e ammortizzatori specifici garantiscono prestazioni in totale sicurezza. Non manca lo scarico «dual mode» che esalta il sound del motore oltre i 3.000 giri. 

Lo stile degli esterni attualizza, senza tradirne lo spirito originale, le caratteristiche storiche della 595. I loghi storici sulla vettura sono un tributo all’originale e sono realizzati con l’esclusività e la cura dei dettagli tipiche delle Officine Abarth di Mirafiori. La verniciatura, bianco tristrato opaco (rilettura contemporanea di quella del 1963) e le grafiche sono garantite dai processi artigianali di lavorazione e di finitura.



Abarth, è un’icona che torna la 595 50° Anniversario
La Stampa

piero bianco
BALOCCO (VERCELLI)

In serie limitata di 299 esemplari, costa 35.080 euro. Ha un motore 1.4 T-Jet da 180 cavalli


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“Carlo Abarth era un sognatore, ma con i piedi per terra: grazie a lui l’auto sportiva divenne un sogno realizzabile e tutti cominciarono a sentirsi un po’ piloti”. Marco Magnanini, capo del brand dello Scorpione, ripercorre la storia presentando a Balocco la 595 50° Anniversario “la 595 più veloce di sempre oltre che la più piccola supercar mai prodotta, un modello esclusivo che dimostra ancora una volta la grande capacità del brand di guardare al futuro senza dimenticare il proprio passato”.

Novembre è il mese dello Scorpione e Abarth lo ha scelto per il lancio (dopo l’anteprima al Salone di Francoforte) del la edizione moderna del suo modello icona che negli anni Sessanta conquistò un immediato successo grazie alle straordinarie performance, inusuali per una vettura così piccola che aveva 27 cavalli ma sapeva far sognare.

“Carlo Abarth - ha aggiunto Magnanini - nel raccontare la sua vita usava dire che motori, auto, corse, passione dell’automobile rappresentano una malattia, la bellissima pazza malattia che ha fatto di noi degli entusiasti del sempre più veloce, del sempre più meccanicamente perfetto. Oggi queste parole sono parte del manifesto Abarth e dimostrano come la ricerca della performance sia più di una passione: è un vero e proprio stile di vita”.

Naturalmente, anche un business, figlio dell’impegno nelle competizioni e del know-how delle corse che alimenta lo sviluppo tecnico dei modelli da strada. E quando si parla di attività commerciale non si intende solo la vendita delle vetture ma anche l’installazione dei kit, gli accessori, il licensing, il merchandising e le sponsorship.

Proprio grazie a questa varietà dal 2007 (anno in cui il marchio è “rinato” nell’orbita del gruppo Fiat) Abarth ha venduto nel mondo oltre 60.000 unità, di cui quasi il 95% vetture stradali. Per Abarth anche le Serie Speciali hanno sempre avuto un ruolo importante, con quasi 3.000 unità vendute a oggi, e i kit di elaborazione, oltre 16.000.

Inoltre ha siglato più di 30 partnership per lo sviluppo delle attività di merchandising e di licensing. Dunque, non solo è un modello di business che funziona ma è anche la migliore conferma della dimensione globale del brand che è presente in oltre 31 Paesi ed è seguito sulla Global Page di Facebook da 800.000 fans e, con una presenza su tutti i più importanti canali social del web, raggiunge quotidianamente una media di 300.000 persone.

Oggi l’85% delle vendite totali sono fuori dal mercato nazionale. In Europa, a parte l’Italia che copre il 15%, i clienti più fedeli sono nel Regno Unito (10%) e in Germania (9%). Non solo. A livello globale più di 1 Abarth su 10 arriva fino in Asia, prevalentemente in Giappone, un mercato che nell’ultimo anno ha fatto segnare una crescita del 129%. Ma per quantità sono gli Stati Uniti, con circa 4 mila unità vendute nel 2013, ad occupare la pole position, anche se si tratta di modelli Custom consegnati dalla rete Fiat e non delle massime espressioni di sportività curate direttamente, con un lavoro di alto artigianato, dall’Officina Abarth di Torino.

Le ottime performance globali sono state conquistate anche grazie a una rete distributiva unica nel suo genere, una realtà capillare (presente in Europa, Medio Oriente, Africa e nei territori asiatici) organizzata su tre livelli: i dealer, che svolgono tutte le attività commerciali e di servizio del marchio; i preparatori specializzati, gli unici - assieme ai dealer - autorizzati a installare i kit; e le officine autorizzate che offrono l’assistenza.

Un network in continua espansione grazie all’apertura di nuovi mercati e di concessionari moderni e all’avanguardia. Simbolo di questa tendenza è il più grande showroom Abarth aperto recentemente a Yokohama in Giappone, 500 metri quadri di pura “Abarth Experience”. Veri e propri centri di eccellenza dell’elaborazione dove gli appassionati possono trovare prodotti molto curati nell’estetica, personalizzabili e soprattutto in grado di essere sempre arricchiti e migliorati. Tanto è vero che quasi un terzo dei clienti Abarth sceglie di acquistare anche un Kit per la propria vettura: sono oltre 16.000 kit venduti dal 2007 ad oggi.

La nuova 595 50° Anniversario, destinata a diventare un vero e proprio pezzo da collezione, verrà prodotta in serie limitata di 299 esemplari e costa 35.080 euro (ma ne bastano 17.800 per la Custom, modello d’accesso al mondo Abarth). Il motore 1.4 T-Jet da 180 Cv, abbinato a un cambio Abarth Competizione con comandi al volante, ne fanno la 595 più potente finora prodotta. Il propulsore è un 4 cilindri 16 valvole da 1.368 cm3 (sovralimentato con turbocompressore GT a geometria fissa) che regala prestazioni esaltanti: coppia di 250 Nm a 5.500 giri in modalità Sport, velocità massima di 225 km/h mentre l’accelerazione da 0 a 100 km/h avviene in meno di 7 secondi. Merito anche della funzione “over boost”, attivata dal pulsante Sport, che agisce sulla mappatura della centralina e sulla pressione del turbo, oltre che sul carico al volante. 

Le performance sono garantite anche da pneumatici prestazionali montati su cerchi in lega da 17’’, con design 695 Grigio Magnesio impreziosito da un aggressivo liner rosso. Anche assetto e impianto frenante sono stati ulteriormente potenziati: dischi freno scomponibili flottanti (diametro 305 mm) con pinza fissa a quattro pistoncini, entrambi prodotti da Brembo, e ammortizzatori specifici garantiscono prestazioni in totale sicurezza. E non può certo mancare lo scarico di tipo “dual mode” a contropressione variabile “Record Monza”, capace di esaltare le performance e il sound del motore oltre i 3.000 giri/min.

Due francesi scoprono di avere dieci fratelli in Sardegna

La Stampa

Nati dalla relazione della madre con un sardo emigrato in Francia. La famiglia si ritrova a Orgosolo


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«Mi chiamo Louis, ho 47 anni e sono di Lione. Io e mia sorella Veronique, di un anno più giovane di me, crediamo di essere figli di suo marito». Questa la telefonata ricevuta ad Orgosolo, lo scorso 1 novembre, da Mariangela Succu, 71 anni, che di figli ne ha altri dieci, otto femmine e due maschi, tra i 30 e i 42 anni, vedova di Luigi Garippa. Una storia da «Carramba che sorpresa» raccontata dalla giornalista Maria Giovanna Fossati sul sito di Sardiniapost, diretto da Giovanni Maria Bellu.

Il ricongiungimento è avvenuto oggi, ma purtroppo non è stato al completo: papà Luigi, infatti, è morto l’anno scorso all’età di 84 anni. Ma Louis - Veronique è attesa a breve - ha potuto comunque riabbracciare i suoi fratelli italiani. Superato lo stupore iniziale, la signora Mariangela avevano parlato a lungo al telefono con lui, oggi affermato coiffeur a Lione, grazie ad un interprete, un nipote che anche oggi lo ha aiutato in paese. Tutta la famiglia, dopo quella inattesa chiamata dalla Francia, si era messa subito al lavoro per preparare una degna accoglienza. «Non vediamo l’ora - aveva detto una delle sorelle sarde, Luisa - Non ci stiamo dormendo la notte per la felicità. Ci sentiamo tutti i giorni via Skype con entrambi ed è come se ci conoscessimo da sempre».

Una storia che viene da lontano. Luigi Garippa emigra in Francia nel 1961 e trova lavoro in un’impresa che costruisce forni a Lione. Conosce una ragazza e dalla loro relazione nascono Louis, oggi 47enne, e Veronique, di 46. I ragazzi crescono in un orfanotrofio e di loro si perdono le tracce. Nel mentre Luigi torna in paese, ad Orgosolo, dove nel 1971 si sposa. Nasceranno dieci figli e per mantenerli lavora nei campi. I due bambini francesi, intanto, diventano grandi e si mettono alla ricerca del padre naturale. Una zia materna svela il «mistero» e fa sapere che il loro papà è in Sardegna. Il resto lo fa Internet. Sulla rete Louis e Veronique trovano il numero di telefono di Orgosolo e decidono di contattare la famiglia. Il desiderio reciproco di incontrarsi e conoscersi ora è diventato realtà.

Parenti e amici sono sconcertati: Louis è la goccia d’acqua del padre. Emozionato lui ed emozionati tutti, soprattutto per questa straordinaria somiglianza. «È come se avessi avuto dentro di me un vulcano acceso per tutta la vita. Oggi si è spento», ha confessato dopo l’abbraccio con i fratelli e le sorelle in terra di Sardegna. Il francese era arrivato in Sardegna ieri sera, all’aeroporto di Alghero. E ha trascorso la notte nella cittadina catalana, ospite di una sorella del padre. Ha fatto tardi, perché i racconti sono andati avanti fino alle 5 del mattino. Poche ore di sonno e la partenza per il paese, nel cuore della Barbagia. Ad accoglierlo tutta la famiglia ritrovata. E un pranzo - preparato dalle sorelle - con ravioli e maialetto arrostito.

Trovato l'antenato di Cappuccetto rosso

Quotidiano.net

Applicando il modello dei biologi per studiare l'evoluzione della specie su è trovato l'albero evolutivo della celebre fiaba. Si tratta de 'Il lupo e i bambini', nata mille anni prima


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New York, 16 novembre 2013 - Applicando un modello matematico comunemente utilizzato dai biologi per studiare l’evoluzione delle specie, un team di ricercatori della Durham University ha ricostruito una sorta di “albero evolutivo” della popolare fiaba di ‘Cappuccetto rosso’. L’indagine, condotta da Jamie Tehrani e pubblicata sulla rivista scientifica Plos One, é riuscita a dimostrare che la favola ha una radice comune con un antico ma altrettanto famoso racconto popolare internazionale: ‘Il lupo e i bambini’.

“E' un po’ quel che accade quando un biologo dimostra che gli esseri umani e altre scimmie condividono un antenato comune ma si sono evoluti in specie distinte”, ha spiegato Tehrani. ‘Il lupo e i bambini’ racconta di un lupo travestito da tata-capra che mangia i bambini. La favola é piu’ antica di quella di ‘Cappuccetto rosso’, risale al primo secolo d.C. ed é molto diffusa in Europa e Medio Oriente. Secondo i dati raccolti dal modello, da questa fiaba emerse ‘Cappuccetto rosso’ circa mille anni dopo. Il racconto é quello scritto dai fratelli Grimm nel 1800 ma le sue radici risalgono alle storie orali tramandate in Francia, Austria e Italia settentrionale. Numerose varianti sono diffuse in Africa e in Asia, inclusa la ‘Nonna tigré, in Giappone, Cina e Corea.

Come cambiano gli articoli

La Stampa
giuseppe granieri (@gg)

Continuiamo a ripeterci che sui social media funzionano i gattini e le storie divertenti e non il giornalismo serio.  Eppure  i numeri ci dimostrano il contrario


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«Quando misuriamo il successo di un articolo utilizzando come parametro  la sua viralità», scrive Annalee Newitz, «facciamo esattamente quello che dovremmo fare nell'era dei social media. Ma dobbiamo renderci conto che questo sta cambiando la cultura popolare».

Il tema è molto interessante, e ne abbiamo parlato anche nelle scorse settimane ragionando su cosa funziona (e perché) nel digitale: dai listicle ai fattoidi, a tutto il resto. Annalee analizza i contenuti che diventano virali e argomenta in modo utile il suo punto di vista, disegnando anche una curva (una specie di gaussiana al contrario), che chiama la «Valle dell'ambiguità».

«Di base», dice, «ci sono due tipi di contenuti che tendono ad essere virali. Da un lato, nel diagramma, si può vedere il genere più ovvio di storia virale: il meme, ovvero l'unità basica dell'informazione, che viene condivisa perché è divertente o ci dà sensazioni positive. La versione più diffusa del meme online sono le foto divertenti dei gattini, che sono in qualche modo l'esempio perfetto della cosa da condividere».

Poi ci sono le cose più complesse. «I video scientifici di TED, ad esempio, diventano virali per la stessa ragione. Non ci chiedono di esercitare pensiero critico, ma ci danno la sensazione di "illuminarci" e in genere ci appassionano o ci emozionano».

Dall'altro lato del grafico, continua Annalee, «c'è il giornalismo virale. Sono articoli che spiegano come fare qualcosa ma anche giornalismo investigativo. In qualche modo sono l'opposto dei gattini, riguardano la verità e non il divertimento. Ma diventano virali per la stessa esatta ragione: non sono aperti all'interpretazione. L'obiettivo di questi articoli è quello di eliminare la confusione».
Tutto il resto, la parte bassa della curva, quindi, finisce nella «Valle dell'Ambiguità».  In fondo, si chiede la Newitz, «chi vuole condividere un articolo che si presta ad essere frainteso?».
Il pezzo non è risultato di una ricerca scientifica, ma ci aiuta a porci diverse domande. Si intitola: Viral Journalism and the Valley of Ambiguity.

Il ragionamento di Annalee, tuttavia, potrebbe trovare conforto anche nei dati. Una ricerca di NPR, infatti, ci racconta cosa e come viene condiviso su Facebook. «Continuiamo a ripeterci tutti la stessa cosa», scrivono Eric Athas e Teresa Gorman sulla webzine del Nieman Journalism lab, «sui social media funzionano le storie divertenti e non il giornalismo serio».

Eppure, continuano gli autori, «i numeri ci dimostrano il contrario. Puoi costruire informazione seria e renderla capace di essere distribuita dal grande pubblico e allo stesso tempo di renderla seriamente informativa». «L'informazione seria e le cose divertenti», concludono, «vengono condivise esattamente in egual misura».

Leggi tu stesso e fatti un'idea: Why so serious? Maybe because data shows news stories can get shared just as often as lighter fare.

La chiave, come ripetiamo spesso, non è nel tipo di contenuto o nella capacità di renderlo ammiccante. Sta cambiando lo scenario, sta cambiando il modo i lettori si rapportano all'informazione, stanno cambiando i dispositivi attraverso cui lo fanno. La conseguenza, inevitabile, è che dobbiamo cambiare il modo in cui immaginiamo i contenuti, adeguandoli a una grammatica diversa da quella della stampa, cui siamo sempre stati storicamente educati.

Le liste -come quelle spesso vituperate di Buzzfeed- sono un ottimo esempio di una nuova modalità di approccio. E non sono affatto un modo più banale di fare informazione, tutt'altro: ci aiutano (e aiutano anche i lettori) a ricostruire dei modelli. Ma se vuoi farti un'idea puoi anche dare un'occhiata al pezzo di Lauren Rabaino che porta un po' più avanti le riflessioni sul modo di concepire un articolo. Buona parte del nostro approccio al modo di scrivere è determinato dai CMS, gli strumenti che utilizziamo per comporre e pubblicare.

Lauren suggerisce un approccio che è molto vicino all'idea di curation (mettere insieme diversi pezzi di informazione creando un nuovo scenario di comprensione) e che arricchisce l'informazione tradizionale «con un contesto più ampio per dare un senso nuovo all'idea di articolo». Richiede un po' di studio, ma può generare sicuramente qualche idea nuova. Il titolo la dice tutta: Refocusing the “story” away from individual articles to the overarching narrative.

Come link bonus, questa settimana, Pier Luca ci riassume in italiano un po' degli ultimi dati su come sta cambiando il comportamento dei lettori:   Il consumo di informazione nei social. E qui invece troviamo cosa ci serve imparare per essere giornalisti nell'età digitale:  The skills you need to get a digital journalism job.

Twitter: @gg

Coppia di disoccupati con due figli non è povera per avere la social card

La Stampa
lidia catalano manuela messina

La carta prepagata è stata data solo a un terzo dei richiedenti



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Isabella lavorava insieme al marito alla Saturno di Grugliasco. Sono due delle 370 persone che nel 2011 hanno perso il lavoro in seguito al fallimento dell’azienda che produceva materie plastiche. Hanno due figli a carico e un affitto da pagare. Eppure non sono abbastanza poveri per accedere alla social card, la carta prepagata messa a disposizione dal comune di Torino e da altre 11 città, per offrire un sostegno alle famiglie che si trovano in condizioni di estremo disagio.

Tremila domande
Sono circa tremila i nuclei famigliari che tra il 16 luglio e il 6 settembre si sono presentati nelle diverse circoscrizioni per richiedere la carta acquisti. Poco più di mille domande sono state immediatamente respinte per mancanza di requisiti; delle rimanenti, buona parte é destinata a restare congelata. «Con le risorse disponibili - spiega Elide Tisi, vicesindaco con delega alle Politiche sociali - crediamo di riuscire ad accogliere tra le 900 e le 1.200 richieste, dando la precedenza alle situazioni più complesse».

«Tagliati fuori»
«A marzo scade la mobilità - racconta Isabella - e perderemo quel reddito minimo che ci consentiva di pagare le bollette e comprare da mangiare. Fino a oggi siamo riusciti a non lasciarci prendere dallo sconforto. Ma da aprile cosa succederà? Ho 44 anni - aggiunge - ho mandato centinaia di curriculum ma é tutto inutile: il mercato del lavoro mi ha tagliata fuori». Anche la strada del ricorso agli ammortizzatori sociali è tutta in salita. Per avviare la sperimentazione della nuova social card il governo ha stanziato 50 milioni di euro. Il contributo alle famiglie può variare da 231 euro al mese per i nuclei costituiti da due componenti, ai 404 per quelli più numerosi.

Ma i requisiti di accesso prevedono che uno dei componenti della famiglia abbia perso il lavoro nell’arco dei 36 mesi precedenti alla richiesta, che nel nucleo familiare ci sia almeno un minore e il reddito sia inferiore ai tremila euro. Insomma, chi è in cassa integrazione o mobilità è immediatamente escluso. Aldo è un’altra vittima della Saturno. «Per accedere a queste forme di sostegno economico - spiega - bisogna presentare i redditi dell’anno precedente. Il contributo di mobilità scade nel 2014, dunque non potrò fare richiesta per tutto il 2015».

I danni collaterali
Senza contare i danni collaterali della crisi: solitudine, isolamento, depressione. «Chi perde il proprio impiego vede immediatamente crollare intorno a sé tutte le reti: lavorativa, amicale, parentale», spiega Marco Cauda, direttore del Centro psichico della Onlus torinese Asili notturni. Proprio per far fronte al fenomeno dell’autoesclusione, la nuova social card, a differenza di quella introdotta nel 2008, affianca al contributo mensile percorsi di reinserimento a livello lavorativo e sociale: «Da questo punto di vista - riflette Cristiano Gori, docente di Politiche Sociali all’Università Cattolica di Milano - il nuovo strumento è decisamente più efficace».


Vespa contro Lambretta, il testa a testa durato vent’anni

Corriere della sera

Storiche réclame pubblicitarie con l’immancabile accostamento tra bellezza femminile e motori


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Silvan Shalom: “Così Israele esporterà gas e acqua”

La Stampa
alain elkann

Ministro per lo Sviluppo del Negev e della Galilea


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Silvan Shalom è ministro per lo Sviluppo regionale, ministro per lo Sviluppo del Negev e della Galilea e ministro dell’Energia e dell’Acqua: si trova nel deserto per una riunione di gabinetto che si svolge vicino alla tomba di Ben Gurion nel giorno del suo anniversario. Il Consiglio dei ministri, in Israele, si tiene la domenica, ma Shalom trova un po’ di tempo per un’intervista ed è ansioso di parlare del gas che potrebbe cambiare l’economia e la situazione politica israeliana.

Che cosa avete trovato?
«Abbiamo trovato il giacimento di gas naturale chiamato “Leviatano” e questo ci permetterà di esportarne circa il 50%, cominciando da Cipro, Grecia e Italia. In un recente viaggio in Italia il primo ministro Enrico Letta e altri ministri mi hanno detto che vorrebbero ospitare il porto per il gas israeliano previsto in Europa. Dobbiamo valutare se questo sarà trasportato attraverso un gasdotto o se dovremo renderlo liquido e quindi spedirlo via nave. Ci sono diverse opzioni. Per esempio vorremmo costruire un collettore sottomarino con Cipro e Grecia».

Quali sono gli effetti di questa scoperta per Israele?
«Servirà anche per il mercato interno e permetterà di tagliare i prezzi di acqua e gas e il costo di molti prodotti. Tutto questo ridurrà in modo rilevante il costo della vita».

Quando si realizzerà la svolta?
«Saremo pronti per l’esportazione entro il 2018-2019, ma già ora abbiamo tagliato i costi del gas per l’industria di 250 milioni al mese, il che significa 3 miliardi l’anno. Ma dal 2015 il risparmio salirà a 9 miliardi. Israele diventerà un Paese molto più a buon mercato. Poi la speranza è trovare il petrolio e vorremmo che arrivassero a investire i grandi operatori. Ma molti sono ancora impegnati con i Paesi arabi».

Avete intenzione di esportare anche in Asia?
«Sì, in forma di gas liquido, trasportato con le navi. Si potrebbe sostituire il petrolio iraniano. Nel 2004 la Cina aveva firmato con l’Iran un contratto da 75 miliardi per gas e petrolio per i prossimi 30 anni. Sia la Cina che la Russia dipendono molto dall’Iran e vorrebbero che l’attuale regime restasse al potere».

Intanto anche gli Usa stanno diventando un Paese esportatore di gas grazie alla tecnica del «fracking».
«Sì, è vero».

E qual è la posizione del suo governo sui negoziati in corso con l’Iran?
«Il primo ministro Nethanyau ha messo in guardia il segretario di Stato americano Kerry e ha telefonato al presidente Obama, al presidente Putin, al presidente Hollande, alla cancelliera Merkel e al primo ministro Cameron, avvertendoli tutti di non commettere un errore enorme nei colloqui di Ginevra con l’Iran: secondo noi, non ci sono valide ragioni per rimuovere le sanzioni prima che Teheran interrompa l’arricchimento di uranio. Le sanzioni sono importanti, perché sull’Iran hanno forti conseguenze. La moneta si è deprezzata dell’80% e la disoccupazione è in aumento e questi elementi potrebbero contribuire alla fine del regime. Sarebbe sbagliato fargli un regalo senza un vero risultato nel processo di denuclearizzazione».

Come sta cambiando la situazione tra Israele e mondo arabo?
«Egitto, Arabia Saudita e Turchia hanno sull’Iran opinioni simili alle nostre. In Egitto i Fratelli Musulmani non sono più al potere, mentre in Siria osserviamo la situazione. Vorremmo investire di più con i palestinesi in modo da ridurre il divario esistente, ma non è facile. Con la Giordania, invece, abbiamo ottimi rapporti».

Lei è anche ministro dell’Acqua: qual è la situazione oggi?
«Nel 2014 avremo molta acqua in più grazie a un nuovo progetto di dissalazione. Per la prima volta avremo più acqua di quella che ci serve».

Avete intenzione di esportarla?
«Forse in Giordania e ai palestinesi. Altri Paesi, intanto, utilizzano la nostra esperienza e la nostra competenza. Abbiamo inventato nuovi processi di irrigazione e sappiamo anche come riciclare l’87% dell’acqua».

Intendete aiutare la Cina che ha gravi problemi con l’acqua?
«Vorremmo aiutare i cinesi e siamo in contatto con Pechino. Siamo forti in questo settore tecnologico e siamo al secondo posto dopo il Canada per numero d’imprese high-tech».

E i rapporti con l’Italia?
«Ottimi: ci siamo incontrati con il presidente dell’Eni, oltre che con Enel ed Edison e personale della Fiat è venuto in Israele per aiutarci a convertire i nostri autocarri, da diesel a gas».
Ora il ministro deve tornare alla sua riunione e mi dice che arriverà in Italia a inizio dicembre per l’incontro bilaterale che si terrà a Torino. Intanto a Gerusalemme si aspetta la visita del presidente francese François Hollande. È chiaro che Israele sta attraversando un momento cruciale di cambiamenti che potranno influenzare la geopolitica del Medio Oriente.

Traduzione di Carla Reschia

Attento Bergoglio, tocca a te diventare Papa»

La Stampa

Andrea Tornielli
Città del Vaticano

 

I retroscena del conclave nella nuova biografia di Francesco della vaticanista Elisabetta Piqué. Che rivela anche le difficoltà create per anni da un gruppo curiale al cardinale di Buenos Aires


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Bergoglio che poche ore prima di diventare Papa, riscopre la sua giovanile vocazione per la chimica, e stando a tavola dà qualche consiglio sul dosaggio dei farmaci a un collega cardinale. Bergoglio eletto dopo che una votazione del conclave è stata invalidata. Bergoglio che da vescovo di Buenos Aires deve sopportare non pochi sgarbi da parte di un gruppo di avversari ben posizionati ai vertici della Curia romana.

C'è questo è molto altro nel libro «Francesco vita e rivoluzione» (Lindau, pp. 384, euro 19) scritto dalla vaticanista argentina Elisabetta Piqué, corrispondente de «La Nación», che conosce il Papa da oltre un decennio. Il volume, in libreria la prossima settimana, è ricco di testimonianze e retroscena inediti. A partire da ciò che è accaduto nel segreto della Sistina.

Diversi porporati si sarebbero avvicinati a Bergoglio nelle ore precedenti il conclave, per dirgli: «Attento, ora tocca a te». Secondo questa ricostruzione, alla prima votazione della sera del 12 marzo, Bergoglio avrebbe ottenuto 25 voti. Altre indiscrezioni parlano invece di un risultato più basso, il terzo o il quarto dopo altri canditati «papabili», il primo dei quali era l'arcivescovo di Milano Angelo Scola, che sarebbe partito da quota 30.

Quella sera, Bergoglio invita a sedersi a tavola con lui il collega argentino e curiale Leonardo Sandri. «Vieni, siediti vicino a me, mangiamo insieme». Il menu della sera prevede zuppa di verdura. «Sandri non sta bene, ha un po’ di faringite e continua a lacrimare - si legge nel libro - Bergoglio, che ha studiato chimica, esamina l’antibiotico che sta prendendo e gli dà qualche consiglio sulle dosi. Ma non possono evitare di parlare del conclave... "Preparati, caro mio" dice Sandri al connazionale». È alla terza votazione, l'ultima della mattina del 13 marzo, che Bergoglio balza in testa, raggiungendo 50 voti e superando gli altri candidati.

Alla quarta votazione, la prima del pomeriggio, l'arcivescovo di Buenos Aires sfiora il quorum di 77 consensi, necessari per l'elezione. Subito dopo, per la quinta volta gli elettori depongono la scheda nell'urna. Ma qualcosa non funziona. Il cardinale che conta le schede si accorge che ce n'è una in più, 116 voti per 115 elettori. Uno di loro, per errore, ha scritto il suo voto sulla scheda ma non si è accordo che in realtà era doppia, un'altra era rimasta attaccata. Così al momento della conta, quel foglio in più rappresenta un problema. Le schede non vengono scrutinate ma bruciate e si ripetono seduta stante le operazioni di voto. Finalmente, alla sesta votazione, Bergoglio è eletto e sfiora, secondo l'autrice, i 90 consensi.

Nel libro sono anche descritte le difficoltà vissute da Bergoglio nei rapporti con la Curia romana prima dell'elezione. Piqué scrive di un gruppo di persone che «comincerà a fargli la guerra» e annovera tra queste l'allora nunzio in Argentina, Adriano Bernardini (oggi nunzio in Italia) e l'allora Segretario di Stato Angelo Sodano. La maggior parte dei problemi avevano a che vedere con le nomine dei vescovi, dato che a Roma venivano bocciati i candidati proposti da Conferenza episcopale argentina.

«Del gruppo contrario a Bergoglio fanno parte monsignor Héctor Aguer, arcivescovo di La Plata, alcuni vescovi e istituti sacerdotali e laici, compresi alcuni professori della UCA. Chi opera nell’ombra - si legge nel libro - è l’ex ambasciatore menemista alla Santa Sede, Esteban Caselli, personaggio molto controverso, che ha facile accesso ai palazzi vaticani grazie alla sua amicizia con il cardinal Sodano, al punto da essere nominato "gentiluomo" del Papa nel 2003». Bergoglio viene accusato di non difendere la dottrina, di compiere gesti pastorali troppo audaci, di non discutere pubblicamente con il governo argentino di turno in modo più deciso. Lo criticano anche perché battezza i bambini nati al di fuori del matrimonio.

I rapporti tra il futuro Papa e una parte della Curia romana si complicano negli ultimi due anni. Vi rimane coinvolto monsignor Víctor Manuel Fernández, che aveva aiutato Bergoglio nella stesura del testo finale di Aparecida. Il cardinale deve combattere per anni affinché la Santa Sede renda effettiva la sua nomina a rettore dell’Università Cattolica Argentina (UCA). Fernández vola a Roma, e nonostante l'udienza fissata e una lettera di presentazione dello stesso Bergoglio, all'ultimo momento gli viene rifiutato l'appuntamento nella congregazione vaticana competente. Il rettore dell'UCA, trattato con sufficienza e in modo sprezzante in Vaticano (lo racconta lui stesso), sarà il primo vescovo argentino nominato da Francesco, che di fronte a questi atteggiamenti «sapeva sopportare in silenzio», applicando la massima: «Il tempo prevale sullo spazio». Proprio ciò che è accaduto il 13 marzo 2013.

 

Ior, un manuale per la trasparenza

La Stampa

Giacomo Galeazzi
Città del Vaticano

La banca vaticana potrà valutare i rischi delle operazioni e bloccare i movimenti di fondi sospetti. Il nuovo corso consentirà di rispettare gli standard internazionali antiriciclaggio


CatturaLo Ior vuole adeguare la propria struttura agli standard internazionali. Per questo la banca vaticana, in collaborazione con l’Aif, pubblica un «Manuale per le procedure» di cinquanta pagine attraverso il quale i dipendenti possono stabilire il grado di rischio di ogni operazione e valutare quali transazioni bloccare.

Il manuale è simile a quello di cui si sono già dotati molti istituti «laici» per la «tracciabilità » dei fondi depositati e prelevati. Il cassiere farà compilare al cliente un modulo per le informazioni. E, se necessario, verranno chieste ulteriori spiegazioni, fino all’eventuale chiusura del conto. Un «giro di vite» che riguarda soprattutto gli ecclesiastici che movimentino per terzi ingenti fondi sui propri conti.

Per favorire l’ingresso della Santa Sede nella «white list» Ocse dei paesi finanziariamente trasparenti, lo Ior indica ai propri dipendenti come comportarsi di fronte ad operazioni «da attenzionare», in primis versamenti in contanti superiori ai mille euro (prassi che allo Ior è tripla rispetto alle normali banche) o bonifici con destinatari sospetti. L’obiettivo è monitorare l’entità delle somme depositate e vigilare sulla loro effettiva provenienza: origine geografica delle donazioni, destinazione e beneficiario del prelievo. Profilo di rischio del cliente: più è in vista (cardinali, vescovi) maggiore è l’attenzione in quanto il danno di un illecito sarebbe superiore.

Il «nuovo corso» intende evitare problemi con la giustizia e rispettare gli standard internazionali antiriciclaggio. Gli addetti dello Ior dovranno avvertire la dirigenza quando allo sportello si presenteranno correntisti che richiedono servizi bancari in situazioni poco nitide. Particolare attenzione alla congruità delle transazioni con l’attività svolta dal correntista. Da tenere d’occhio è soprattutto il passaggio del denaro da soggetti terzi (e a quale titolo ciò avvenga).

Una «mappatura» della clientela divisa in cinque classi di rischio. La «glasnost» di Francesco sulle finanze vaticane (per le quali sono state istituite anche due commissioni interne) si affianca allo stile di sobrietà. In questa ottica è stato annullato il grande concerto per la conclusione dell’Anno della Fede, che era in programma oggi pomeriggio alle 18 nell’Aula Paolo VI. Una scelta che rappresenta un’ulteriore conferma della linea di semplicità impressa da Bergoglio alle attività della Santa Sede.
Il 22 giugno, all’ultimo momento, Bergoglio diede forfait al concerto, sempre nella Sala Nervi e sempre per l’Anno della fede, organizzato anch’esso dal dicastero della Nuova evangelizzazione. La sedia del Papa rimasta vuota diventò il simbolo di una svolta netta nell’immagine pubblica del pontificato. E giovedì salirà a pregare al monastero di clausura delle suore camaldolesi all’Aventino.

Italiani socialmente responsabili? Sì ma solo “per interesse”

La Stampa
sabina galandrini

Ad affermarlo è l’Osservatorio Altromercato del Vivere Responsabile, fondato dall’organizzazione Altromercato che misura lo sviluppo e il radicamento di stili di vita sostenibili nel Paese


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Italiani, popolo socialmente responsabile? Si, ma solo per scopi personali e se spinti dalle autorità. E’ la fotografia di un Paese sicuramente desideroso di orientare i suoi atteggiamenti verso scelte etiche ma spesso, per farlo, ha bisogno di un ritorno di interesse personale, nonché di incentivi e sanzioni per muoversi. Ad affermarlo è l’Osservatorio Altromercato del Vivere Responsabile, fondato dall’organizzazione Altromercato – che lo ha inaugurato per misurare lo sviluppo e il radicamento di stili di vita sostenibili nel Paese.

L’indagine, realizzata dall’Osservatorio, si è articolata in varie fasi, tra cui quella di verificare su un campione rappresentativo di italiani quanto sia diffuso il senso di responsabilità sociale tra i cittadini. Il quadro che è ne emerso è quello, appunto, di un Paese in cui il vivere responsabile è compenetrato nella società, fino a condizionarne gli stili di vita, anche se le motivazioni di fondo sono più che altro legate ad una sfera individuale. Seppure il 60% degli intervistati si dichiara, infatti, disponibile a cambiare le proprie abitudini in favore di comportamenti etici, il loro senso di responsabilità sociale è legato al concetto di salute (20%), alimentazione sana (13%), vita priva di eccessi (13%), rispetto degli altri (10%) e, solo in un secondo momento, a dimensioni collettive quali la difesa dell’Ambiente (18%). Minore importanza viene, poi, attribuita a concetti quali l’etica e la solidarietà (3%) e il rispetto delle leggi (1%).

Non è un caso, quindi, che tra le pratiche sostenibili più diffuse ci siano quelle legate a benefici di carattere privatistico come la raccolta differenziata (praticata regolarmente dall’84% del campione), la limitazione degli sprechi (78%), la riduzione di consumi di energia, acqua, detersivi (72%). Sono invece meno popolari le abitudini utili per la collettività come, ad esempio l’acquisto di prodotti locali o del territorio (44%), l’uso dei mezzi pubblici (35%), la scelta di prodotti provenienti da aziende che abbiano manifestato la volontà di rispettare i diritti di dei lavoratori (31%), di energia rinnovabile (23%), di prodotti biologici (19%) e provenienti da gruppi di acquisto (13%).

Ad emergere dall’analisi è anche che, come sempre nel nostro Paese, sanzioni e norme incentivanti possono costituire un fattore motivazionale per cambiare lo stile di vita degli italiani: il 44% del campione dichiara infatti che, solo in tal caso, intraprenderebbe buone pratiche, poiché non gli basta la mera consapevolezza (14%) né lo farebbe per prese di posizione individuali (10%). E’ anche per questo che a prevalere tra le cinque categorie identificate dall’Osservatorio Altromercato ci sono i cittadini “etico furbi”, circa il 28% degli intervistati, disposti a fare la propria parte solo in subordine alle istituzioni. A consolarci, per fortuna, ci sono, subito dopo, la schiera più radicale di coloro che l’Osservatorio ha dichiarato “etici a prescindere”, (27%) per i quali la difesa dei criteri equosolidali è il proprio modo di approcciare alla collettività.

Il 18%, invece, ne condivide principi, ma in modo meno deciso, a causa di una debolezza economica che non sempre gli permette di praticare scelte etiche, particolarmente negli acquisti. Infine, secondo l’Osservatorio, c’è anche un 15% dichiarato come “Etic-che?” con un atteggiamento piuttosto tiepido verso questi valori, che nega perfino alle istituzioni il diritto di intervenire su questi temi. In minoranza, ma comunque presenti con un 12% ci sono, infine, gli “Etico sarai tu” che, seppur con un’elevata consapevolezza sociale, dichiara un atteggiamento di rifiuto e ne delega alle autorità ogni risoluzione.

Per fare da sponda alla ricerca quantitativa, l’Osservatorio si è anche confrontato con 13 esperti del settore e personalità di spicco provenienti dal mondo accademico che, nel tracciare il quadro semantico del “vivere responsabile”, hanno denunciato una certa confusione generale riscontrata intorno al concetto di vivere in modo responsabile, per lo più dovuta all’affollamento di temi e principi, spesso in conflitto tra loro. Quello che si conclude è che la popolazione italiana non ha una cognizione profonda dei benefici connessi alla responsabilità sociale, ne avverte la scomodità e i costi aggiuntivi ad essa correlati, ma quanto meno, secondo l’indagine, 9 italiani su 10 conoscono il mondo equosolidale e ne riconoscono il valore. Se si facesse leva, dunque, sui benefit personali del vivere responsabile e sul rimuovere le barriere economiche, la responsabilità sociale potrebbe davvero entrare totalmente a far parte del modus vivendi del Belpaese.

Il muezzin urla troppo e il giudice lo "silenzia"

Lucia Galli - Dom, 17/11/2013 - 08:43

Un artigiano, dirimpettaio del Centro islamico, ricorre alla magistratura per l'alto volume del richiamo alla preghiera per Allah. E vince la causa

Quell'adhan notturno e straniero che sveglia ancora prima del più nostrano canto delle galline non gli è mai andato giù. La religione in fondo, non c'entra.


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Questa è solo una questione di veglia e riposo. Così un artigiano di Parma è riuscito a far abbassare i toni al muezzin «padano» che nel richiamo alla preghiera che precede l'alba gli tormentava, a suo dire, la fase rem del sonno. Cesare Piazza, 45 anni, ha casa e capannoni in via Campanini, a pochi passi dalla tangenziale, e ha sempre mal sopportato l'insediamento della comunità islamica che, ormai da tempo, ha riadattato un edificio industriale a centro islamico ed anche a luogo di culto. Per mesi ha registrato il muezzin e in casa ha collezionato mucchi di videocassette, un corano sul comò e un paio di vittorie già archiviate come quella contro i tappetini di nylon, e dunque infiammabili, che è riuscito a far sparire, anni fa, dalla moschea sua dirimpettaia. Settimana scorsa la sezione civile del Tribunale di Parma gli ha dato di nuovo ragione.

In questa zona, a est di Parma fuori dal centro, non lontano sorgono il carcere che ospita anche Bernardo Provenzano, l'inceneritore tanto contestato dai grillini, Ikea e Barilla. Ma la tolleranza al rumore non passa di qui e soprattutto dai decibel con cui il muezzin attacca la sua chiamata. Insomma quell' Allah u' Akhbar suona perfino più indigesto degli acuti di Vasco Rossi al Meazza più volte stigmatizzati dagli abitanti del quartiere di San Siro di Milano. Piazza, ex meccanico che ora affitta i suoi capannoni, quella mezza luna come dirimpettaia non l'ha mai digerita e si è scagliato non solo contro il rumore notturno, ma ha chiesto che ognuno dei cinque richiami quotidiani alla preghiera - uno dei pilastri dell'Islam - fosse silenziato, aggiungendo anche che oltre al rumore, la convivenza ravvicinata con la comunità islamica andasse a ledere la sua libertà di culto.

Su questo punto il giudice ha però rigettato le istanze, limitandosi ad imporre il rispetto dei 60 decibel al richiamo notturno. Di giorno, infatti, la zona artigianale ha una variegata colonna sonora, date le molte attività del territorio. Ma la notte no. Ora la comunità islamica ha due mesi di tempo per cambiare gli amplificatori e scendere di 2 decibel entro la soglia di legge. La relazione del perito ha anche stabilito una revisione dei serramenti per evitare la dispersione sonora con un intervento complessivo di circa 15 mila euro. La sentenza appare «storica» dato che gli altri casi di moschee «multate» negli anni hanno riguardato questioni urbanistiche, mai «sonore».

Negli ultimi 10 anni - quando cioè le comunità islamiche hanno preso ad organizzarsi in veri e propri centro di culto - fra Magenta, Gallarate e Treviso le multe non sono mancate, ma son sempre state elevate sulla base di un conflitto per ora insanabile: i musulmani chiedono, ottengono, a volte gratis a volte pagando, un'aerea che spesso ha vocazione commerciale, ma che di fatto, venendo utilizzata anche per la preghiera, si trasforma in luogo di culto benché il piano regolatore non lo consenta. Anche Parma è passata da questa fase con deroghe e sanatorie per il centro di via Campanini.

Ora, mentre il Tribunale impone al centro di adeguarsi, il Comune di Federico Pizzarotti tende la mano alla comunità islamica: da alcuni mesi è al vaglio della regia grillina della città la possibilità di concedere una nuova area ai musulmani, quasi 20 mila a Parma. Mentre si susseguono raccolte firma per protestare contro una nuova «moschea», il trasloco da via Campanini sembra ormai inevitabile.
Il sindaco promette chiarezza e trasparenza e avrebbe individuato una zona, perfino più centrale, vicino al fiume e all'Efsa, il centro per l'autorità alimentare europea. Inshallah.

Presero la maggioranza nel partito, da allora vennero chiamati "bolscevichi"

Enrico Silvestri - Sab, 16/11/2013 - 16:20

Il 17 novembre del 193, nell'ambito del Congresso dei socialisti russi, venne eletto il comitato di redazione del giornale di partito. Inaspettatamente vinsero i leninisti, fino ad allora minoranza. E non sapendo ancora come definirli, si decise tout court di usare l'aggettivo «maggioritario» contrapposto a «menscevico» che significava banalmente «minoritario»

Londra, novembre, mese decisamente cruciale per i destini della Russia, del 1917, alla Tottenham Court Road public house si riuniscono i delegati del Partito operaio socialdemocratico russo.


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Tra i vari argomenti in discussione, anche l'elezione del comitato di redazione che dovrà guidare l'organo dell'organizzazione. Le votazioni del giorno 17 riservano una sorpresa perché prende la maggioranza il gruppo più estremista, nonostante sia minoritario nel resto del partito. Questa divisione crea inevitabilmente due correnti, che all'inizio vengono banalmente definite come «minoritaria» e «maggioritaria». Vale a dire «menscevichi» e «bolscevichi» che, dopo la rivoluzione del 1917, diventò automaticamente sinonimo di comunista.

Il Partito operaio socialdemocratico russo venne fondato nel marzo 1898 a Minsk nel corso di una riunione clandestina nella casa del ferroviere P. V. Rumjancev, pomposamente chiamata «Primo congresso». Passarono cinque anni prima che i delegati potessero dare vita al «Secondo Congresso», iniziato a Buxelles ma poi concluso a Londra. Vi partecipò per la prima volta anche Vladimir Il'ic Ul'janov, un intellettuale poco più che trentenne, destinato a diventare famoso con il soprannome di Lenin. Si presentò con una tesi «Che fare?» che propugnava la conquista violenta del potere dei proletari organizzati in un partito ferreamente controllato da un comitato centrale. Era una posizione minoritaria, rispetto a quella della maggioranza del partito che considerava la Russia troppo arretrata economica e socialmente per un simile balzo in avanti. Pertanto, mentre rimaneva obbiettivo comune l'abbattimento dello zar, la componente maggioritaria ipotizzava un passaggio intermedio di potere insieme alla borghesia.

Il 17 novembre però, all'elezione del comitato di redazione del giornale «Iskra», inaspettatamente vinsero i leninisti, pur se, ripetiamo, minoritari all'interno del partito. A quel punto si erano formalmente create due correnti che avevano bisogno di un nome. Ma al momento non di trovò di meglio che definirle tout cout «maggioranza» e «minoranza» e i loro seguaci «bolscevichi» e «menscevichi». Il partito rimase unito, pur tra mille difficoltà, fino al 1917 quando con la rivoluzione di febbraio fu deposto lo zar Nicola II. Ma il 7 novembre, 25 ottobre per il calendario giuliano tuttora in vigore in Russia, quando i bolscevichi presero il Palazzo d'Inverno, e con esso il potere, misero fuori legge i vecchi compagni di strada menscevichi. Affidando definitivamente alla storia il termine «bolscevico», che da banale aggettivo «maggioritario» divenne sinomino di comunista e rivoluzionario. Con accezioni negative o positive, a seconda dei punti di vista.

Quei vecchi dipendenti di Castro costretti a diventare imprenditori

La Stampa

mimmo cándito

A Cuba, dopo le liberalizzazioni di Raúl, 400 mila servitori dello Stato sono stati licenziati. Messi in mezzo a una strada hanno aperto botteghe e piccole attività per sopravvivere



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Andrés si dice «abbastanza soddisfatto». Aveva cominciato qualche anno fa con una vecchia poltrona e uno specchio, ora ha due specchi e due poltrone (una è anche quasi nuova). Andrés taglia capelli e rade barbe in una strada affollata di Centro Habana, raddoppiare in due anni le dotazioni della «peluqerìa» non è un risultato da poco, in un’isola dove il tempo pare spesso ingessarsi, imprigionato dentro rigidità che la Revolución esige a difesa della propria sopravvivenza.

Ma Andrés lo sa bene, che Cuba non è più quella che era, anche se l’icona immortale del «Che» vigila ancora sulla grande piazza e si chiama sempre Castro quello che dirige l’orchestra della storia nazionale. I giorni passano lenti, all’Avana, il sole rosso e la pioggia larga dettano a stento un calendario che pare anch’esso imposto dal regime, e allora arrangiarsi resta comunque la migliore arte nazionale, quella nella quale fantasia talento e pigra spregiudicatezza forgiano comunque una soluzione possibile. «Resolver» è il verbo che si coniuga come un imperativo quotidiano, e lo si incontra a ogni angolo di strada, indifferente alla cappa calda e umida delle grandi nubi che traversano il cielo del Caribe. 

Sono incontri che fino a qualche anno manco te li sognavi, che guai a pensare di rompere il monopolio dell’economia tenuto stretto dentro le mani forti del regime. Finivi diritto in galera, e perdevi il futuro. Poi arrivò la rivoluzione della Rivoluzione, che naturalmente aveva un altro nome ma quello, comunque, voleva dire: che ora si cambiava, e che niente era più come prima anche se tutto restava com’era sempre stato.

Cominciò nel 2008 però ebbe una sua formalizzazione 2 anni fa, e come nella Cina di Deng (ma è lo stesso in questa di Xi Jinping) anche all’Avana è stato il rituale liturgico del congresso del Partito comunista ad aprire il grande portone del cambiamento. Il corpaccione dello Stato che tutto fa e tutto controlla si sfaldava sotto le parole nuove del fratello di Fidel, e un orizzonte possibile si fece vedere al di là delle caute ombreggiature ufficiali. In quell’orizzonte, un milione di lavoratori pubblici veniva spedito a casa, licenziato di brutto dalle sue eterne sicurezze, e in cambio gli veniva imposto d’imparare a nuotare. O nuotare o affogare. 

Foto: boutique e parrucchieri
E nuotare voleva dire mettersi in proprio, inventarsi un mestiere e provare a campare senza la sicurezza del salario a fine mese. Sono i «cuentapropistas», i nuovi figli illegittimi della vecchia rivoluzione imbolsita. Carmelo Mesa-Largo, uno dei più attenti economisti che da Miami seguono la storia della Cuba castrista, traccia otto cicli che si alternano in questa storia ch’è lunga ormai mezzo secolo, quattro cicli li chiama «idealisti» e quattro «pragmatici», una sorta di pendolo che si sposta e dondola seguendo una volta le pressioni della vecchia guardia conservatrice e una volta la necessità di aprire la cassaforte del Paese alle esigenze d’una economia in evidente asfissia di capitali. Ora siamo nell’ultimo ciclo «pragmatico», quello dove la Revolución mette un po’ da parte le sue bandiere ideologiche e lascia spazio al mercato, «ma uno spazio mai così ampio come questa volta», dice il professore, che ha appena scritto un libro nel quale Raúl non è più «il fratello di» ma si è meritato ora un titolo tutto suo, Raúl e basta.

Andrés però, al telefono da laggiù, non ama molto parlare di politica e di strategie; diciamo per lui che i fatti, a raccontarli, sono meno compromettenti delle idee, e dei giudizi. I gattopardi dell’Avana hanno conservato intatto il loro strumentario repressivo, «adelante» sì, d’accordo, ma «con juicio», con tanto juicio; e poi la Revolución è comunque un mito che resta tuttora ben piantato nel cuore dell’isola, come una identità comune, condivisa con un sentimento profondo e la cui crisi, al massimo, viene imputata al tradimento d’una Nomenclatura sclerotizzata, che difende la propria continuità più che lo spirito di un antico progetto. E sarebbe proprio l’ora di finirla lì. Ma il tempo di Cuba è pigro, a cambiar pelle ci si mette sempre del tempo, e le cose si consumano lentamente nella vita quotidiana dell’isola.

E allora, Andrés preferisce raccontare di suo zio Julio, che ora fa anche lui il cuentapropista ed è uno dei tanti ex servitori dello Stato che oggi se ne stanno piazzati agli angoli delle strade a fare il nuovo mestiere d’ambulante; e non solo in centro, anche se il tranquillo quartiere del Vedado è quello che gli offre i migliori guadagni. Ha un carrettino, sul quale espone frutta e generi alimentari e ci campa su. La licenza di vendita, allo zio, è costata soltanto 50 pesos - che non è una gran somma, dice Andrés - anche se lo stipendio che, prima, lo zio prendeva dallo Stato era poco meno di 500 pesos. Julio era nei quadri del Ministero dello zucchero, che è stato uno dei più flagellati dalla «actualización del modelo» (nome ufficiale delle riforme che denudano il gigantesco impianto centralizzato delle politiche governative), e ha dovuto mollare la sua solida poltrona e mettersi in strada, «con la zia che piangeva che chissà come ce la saremmo cavata».

In realtà, la «actualización» prevedeva freddamente che a essere espulso dalla nicchia confortante del lavoro statale fosse, entro il 2015, un milione di pubblici dipendenti, e che nel corso del tempo l’intera macchina pubblica si sarebbe poi dovuta smagrire addirittura del 33 per cento; sogni caraibici: oggi i numeri dicono spietati che l’esodo si è arrestato su quei primi 400 mila che hanno accompagnato in strada il vecchio tío Julio, e pare proprio che non si riesca ad andare oltre. Anche i gattopardi sonnecchiano, a Cuba.

Quando Raúl decise ch’era tempo di cambiare per non finire sepolti sotto le macerie d’una rivoluzione dove la «spinta propulsiva» s’era esaurita ormai da tempo, il piano delle riforme elencava ben 178 possibili licenze di lavoro privatizzato; e c’era di tutto, dall’antennista al taxista, dal venditore ambulante di prodotti agricoli all’affittacamere, al gelataio, al venditore di Cd, all’operatore di apparecchiature per l’intrattenimento pubblico. Una rivoluzione diffusa, insomma, dove l’inventiva ch’è la dote maggiore dei cubani potesse liberare tutte le proprie irriverenti potenzialità. E per molti non è andata affatto male: Andrés dice che «el tío» riesce ad acchiappare fino a 130 pesos al giorno, con un bilancio annuale non lontano dai 40.000 pesos, ch’è un gruzzolo ben più sostanzioso dei 6.400 pesos che prima gli passavo lo Stato. «E la zia ora è contenta, e non si preoccupa più».

Andrés compra la sua merce dai contadini (c’è stata una larga redistribuzione di terre incolte ai «campesinos») o anche dai negozi statali, e naturalmente deve fare un ricarico che gli consenta un buon margine di guadagno: i fagioli neri (che a Cuba sono come per noi gli spaghetti) li vende a un terzo in più del prezzo ufficiale, e così anche la carne di maiale, che invece dei 56 pesos al chilo viene in vendita a 70. Naturalmente, deve pagarci su le tasse: sono poco più di 2.500 pesos l’anno, «e non va male». Solo che la corruzione sta nelle vene del regime, e per poter lavorare lo zio Julio deve pagare «ogni tanto» una multa di 180 pesos agli ispettori della polizia: sono multe, diciamo, discrezionali, che non sempre finiscono davvero nelle casse dello Stato. Ma la burocrazia ha i suoi costi, e comunque anche gli ispettori della polizia devono poter campare.

Sta nascendo una nuova classe media, abborracciata, legata spesso ai guadagni spropositati del settore turistico, sempre in bilico sulle contraddizioni d’un sistema monetario duale (1 peso vale 1 dollaro, ma poi nei fatti ne varrebbe ben 25), costretta a navigare dentro le timidezze pavide d’un regime che vorrebbe cambiare senza però rimetterci il potere. Le prospettive sono buone ma incerte, come i venti veloci del Caribe che spostano le grandi nuvole ancorate ai cieli dell’isola d’un comunismo che non ce la fa più.

P.s. Anche senza cognome, Andrés e Julio sono nomi finti. Troppi guai potrebbero piombargli addosso, se fossero identità riconoscibili dalla polizia cubana.

Dove sono i contadini di Abela?

La Stampa

Yoani Sánchez


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La composizione è quasi circolare, compatta. Gli occhi seguono un percorso a spirale che comincia dalle scarpe di un uomo seduto in primo piano e termina con il gallo tenuto in braccio da un altro. Si notano pace, tracce di una buona conversazione e sullo sfondo un villaggio composto da casine di legno e foglie di palma. Sei contadini cubani sono stati rappresentati in questa pittura di Abela, tanto conosciuta quanto imitata. Hanno volti bruciati dal sole e lineamenti leggermente indigeni. Sono magnetici, irresistibili. Il nostro sguardo si spinge a osservare i dettagli dell’abbigliamento. “Vestiti di tutto punto”, copricapo impeccabile, maniche lunghe, forse con tessuti inamidati per l’occasione. 

Contagiata dalla familiarità con il dipinto, scendo nel campo, mi inoltro nei solchi dove tante volte sono andata a raccogliere tabacco, fagioli, aglio… Vado alla ricerca di quella unità primordiale del nostro essere cubani, rappresentata dall’uomo rurale. Ma, sotto il sole rovente di agosto, al posto di quei “contadini di Abela”, incontro gente vestita con abiti militari. Pantaloni verde oliva, camicie che da anni hanno perso le decorazioni militari, vecchi berretti di qualche battaglia mai combattuta. I contadini si coprono con divise delle Forze Armate o del Ministero degli Interni, per poter affrontare la durezza della campagna. Non hanno molte possibilità di scelta. 

Sul mercato informale è più facile comprare una giacca da ufficiale che una camicia per lavori agricoli. Costa meno un berretto da poliziotto che un copricapo fatto con fibre di palma. Le cinture di cuoio sono un ricordo del passato; adesso è più facile ed economico trovare quelle usate nell’esercito. Succede la stessa cosa con le calzature. Gli stivali di gomma scarseggiano, al loro posto uomini e donne che lavorano la terra portano scarpe progettate per la trincea e il combattimento. In un paese militarizzato fino ai più piccoli dettagli, le cose militari si impongono sulla tradizione. Il contadino di oggi - per il suo abbigliamento - sembra più un soldato che un agricoltore. 

Il centralismo statale ha finito per annientare la produzione autonoma di indumenti destinati ai lavori agricoli. Neppure le recenti agevolazioni in tema di lavoro privato hanno promosso questo settore. Non si tratta solo di un tema economico o di approvvigionamento, questa situazione colpisce anche le nostre idiosincrasie e i nostri costumi popolari. Una versione attuale del quadro di Abela, ci lascerebbe l’impressione di trovarci di fronte a un gruppo di militari in abiti sgualciti, che posano per il pittore in mezzo all’accampamento… mentre sta per suonare la tromba che dà inizio alla giornata. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

E sotto accusa finisce anche la Procura di Torino

La Stampa

guido ruotolo
roma

Dossier in Via Arenula su cinque possibili errori di procedura


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tre mesi quasi in silenzio. Al massimo a difendersi, a spiegare, a rivendicare la correttezza del suo operato in Parlamento e con l’opinione pubblica. Era il 22 agosto quando la procura di Torino interrogò il ministro di Giustizia. Quasi tre mesi dopo, mentre la Procura valuta il da farsi, da via Arenula deflagrano considerazioni molto pesanti: «La scelta di ascoltare il ministro di Giustizia come persona informata dei fatti ha prodotto ab origine una catena di violazioni di regole processuali di indiscutibile gravità». E ancora: «L’aggiramento di norme fondamentali di garanzia appare ancora più grave in relazione alle prerogative che la legge attribuisce ai ministri della repubblica».

Annamaria Cancellieri, in questi mesi non ha mai voluto esternare dubbi sulla correttezza della procura di Torino, ha vissuto l’interrogatorio come un passaggio necessario per dimostrare la sua lealtà istituzionale, e la correttezza come ministro di Giustizia. Ma i suoi collaboratori, lo staff che mastica di diritto e di procedura penale, hanno «molto sofferto» in queste settimane. In sintesi, la procura di Torino avrebbe commesso cinque violazioni delle regole. Proviamole a sintetizzare così come sono state proposte in diversi colloqui occasionali avvenuti in queste settimane.

Il presupposto del coinvolgimento di Annamaria Cancellieri nel fascicolo Fonsai che ha portato alla carcerazione di Salvatore Ligresti e dei figli per aggiotaggio e altro è la intercettazione della telefonata tra la compagna di Ligresti, Gabriella Fragni, e il ministro Cancellieri nella quale l’amica di famiglia dichiara la sua disponibilità a fare qualcosa, esprimendo giudizi negativi sulla stessa inchiesta. La procura, ascoltando la telefonata, avrebbe dovuto scegliere tra due ipotesi di lavoro. Nel caso in cui l’avesse valutata ininfluente ai fini della indagine e penalmente irrilevante, avrebbe dovuto eliminare la telefonata dal fascicolo, distruggendola insomma.

Ma legittimamente ha deciso di voler approfondire i contenuti della stessa. Il problema non è, dunque, il se ma il come in questi mesi è stato approfondito l’argomento. Per dirla tutta, e sarebbe la prima violazione delle regole, «la procura avrebbe dovuto mandare le carte al Tribunale dei ministri, magari ipotizzando un abuso d’ufficio nell’esercizio delle funzioni di Guardasigilli». Il fatto che la Procura di Torino sia orientata a trasmettere gli atti a Roma, al Tribunale dei ministri, e che, all’inizio della settimana, debba solo discutere se inviare il fascicolo senza o con una ipotesi di reato, è una presa d’atto a scoppio molto ritardato di ciò che avrebbero dovuto fare dopo aver sentito quella telefonata.

Ma Annamaria Cancellieri fu sentita come persona informata dei fatti senza la presenza di un difensore. Obbligatoria, «perché l’atto istruttorio era finalizzato a capire se il ministro avesse violato la legge, e dunque era finalizzato a trovare fonti di prova». «Sotto tale profilo vi è un ulteriore violazione di legge, non potendo essere obbligato a rispondere chi viene sentito su fatti che potrebbero implicare una propria responsabilità».

Se le carte fossero state inviate a Roma, ne consegue che quella intercettazione per essere utilizzata avrebbe dovuto avere l’autorizzazione della Camera di appartenenza e se non è parlamentare, del Senato. «Nessuno può dubitare del fatto che il verbale di informazioni raccolto dal procuratore aggiunto il 22 agosto - è la contestazione di via Arenula - esordisce proprio (anche se non se ne dà neppure atto) dalla lettura o dalla indicazione del contenuto della conversazione intercettata».

Finora sono tre le contestazioni di atti illegittimi (violazione della competenza del Tribunale dei ministri, interrogatorio come persona informata dei fatti e non come indagata, violazione delle garanzie costituzionali che impongono l’autorizzazione del Parlamento per l’uso delle intercettazioni di un ministro). Ma ve ne sono anche altre. La polizia giudiziaria ha eseguito verifiche sulle affermazioni del ministro. E infine l’attività della procura di Torino nei confronti del Guardasigilli non è passata attraverso il filtro di un giudice.

Altro che opportunità. Questo Cile ci obbliga a tornare sottoterra”

La Stampa

filippo fiorini
Santiago del cile

La parabola dei 33 minatori salvati nel 2010 dopo 69 giorni “Le elezioni? Siamo arrabbiati, il Paese ci ha dimenticato”


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Il 13 ottobre 2010 il centro del mondo si spostò improvvisamente su un punto desolato del Cile. Si trovava nei pressi della città di Copiapò, nel deserto d’Atacama, dove il primo di 33 minatori ritornava in superficie, sopravvivendo a 69 giorni di prigionia sotterranea. Il presidente Sebastian Piñera, un grande imprenditore salito in carica l’anno prima e che aveva riportato la destra al potere dopo gli anni della dittatura, si era giocato la reputazione sulla possibilità di salvare lui e i suoi compagni e quando l’ultimo di loro lo abbracciò davanti alle telecamere, raggiunse il massimo della popolarità mai avuta. Il Cile, spesso ricordato all’estero per gli orrori della dittatura di Augusto Pinochet, aveva dato una prova unica di sviluppo e civiltà.

A tre anni di distanza da quell’impresa e nel giorno delle elezioni presidenziali, le cose sono molto cambiate. Quasi nessuno ricorda quelli che furono chiamati eroi. Pochi tra loro hanno saputo approfittare della fama del momento e molti sono ricaduti nella miseria o nella solitudine. Piñera, d’altro canto, è così poco amato dai cittadini che la sua candidatura a un secondo mandato non è stata neppure presa in considerazione e la coalizione di cui fa parte, rischia di incassare oggi la sconfitta più dura nella storia del centrodestra cileno. A guadagnarci, sarà una socialdemocrazia comprensiva di socialisti, democristiani e comunisti, guidata dalla strafavorita Michelle Bachelet e, in generale, una schiera di candidati minori che hanno tutti criticato la sua formula di governo: sostegno alle mega imprese, e tagli sussidi per l’istruzione pubblica e gli ammortizzatori sociali.

«Soffro d’insonnia, ma forse è meglio così, perché se dormo ho gli incubi». Alex Vega aveva 32 anni quando un crollo bloccò la sua squadra a 720 metri di profondità. Da allora è irascibile, perde l’attenzione e dimentica le cose. Non ha ancora trovato lavoro, così come la gran parte dei suoi compagni. Dice che la terapia lo aiuta, ma che le aziende bloccano all’ingresso i 33 «ex» eroi che si presentano con un curriculum in mano: «Non superiamo mai il test psicoattitudinale». 

Juan Carlos Aguilar aveva iniziato a girare il Paese per tenere conferenze motivazionali. È riconoscente con il governo che gli ha salvato la vita, ma ammette anche che l’entusiasmo su di loro si è spento in fretta ed è un po’ che non sale più su un palco. Juan Illanes all’inizio lo accompagnava. Oggi lavora in turni da 12 giorni a 2000 km da casa, in miniera. «È dura, ma è questione di sussistenza». Piñera l’ha deluso e non lo voterebbe più. Vega è anche più arrabbiato di lui e non andrà nemmeno ai seggi.

Carlos Mamani era l’unico straniero dei 33. Quando uscì, il suo presidente, il boliviano Evo Morales, gli offrì un’incarico importante in patria. «Non dovevo rifiutare, credevo che qui sarebbe andata diversamente», si rammarica ora. Appena potrà, tornerà in Bolivia, ma ha una bimba di 4 anni e il secondo figlio in arrivo. «Grazie a Dio due mesi fa ho trovato lavoro»: sta scavando un giacimento a meno di un chilometro da quello che gli crollò in testa.

La bandiera di quel Cile trionfante in cui ha creduto non c’è più. C’è un Cile cresciuto tanto nei grandi numeri, con un +5% nel Pil previsto per quest’anno, ma poco nel benessere di ciascuno. La realtà del «miracolo economico», su cui ha insistito la destra in campagna, non è bastata, davanti alla mancanza di quella «società delle opportunità» che aveva promesso, ma che è scomparsa nel crollo dei servizi pubblici e la proroga delle leggi sull’impiego precario. Così, i cileni si sono stancati. Del governo. E dei minatori, i loro eroi dimenticati.


 

L'infinita roulette russa delle miniere sudamericane
 

Verano: da Trilussa a Gassman, quelle tombe vip nell'oblìo

Il Mattino

di Alessandro Di Liegro


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L'imperituro ricordo, riportato in migliaia di epitaffi, non è sempre così eterno. Così capita che il luogo in cui riposano persone di fama immortale sia disadorno, dimenticato, in condizioni disagevoli o disastrate. Accade al Verano, il cimitero di Roma, dove, secondo la tradizione, vengono sepolti i veri romani. Lungo i viali alberati, fra ampliamenti, reparti, arciconfraternite, ecco le tombe di Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Rino Gaetano, Ferruccio Amendola, Trilussa e centinaia di personaggi che sono stati più o meno famosi, più o meno rilevanti in qualsivoglia campo dello spirito umano. E se la morte è una livella non si può dire lo stesso del grado di conservazione di lapidi e urne.

GASSMAN NEL LIBRICINO
Vittorio Gassman, ad esempio, riposa accanto al Quadriportico, ricordato da una lastra di marmo a forma di libricino che riporta la sua foto. Il nome di un altro attore, Ferruccio Amendola, compare, oltre che sul depliant illustrativo del cimitero (“Una passeggiata fra i ricordi – Le storie del cinema e dello spettacolo”), sulla lapide di famiglia, nascosto da un mazzetto scarno di fiori. Disadorna è anche la tomba della famiglia Rossellini, che Roberto visitava quotidianamente per il dolore di aver perso il figlio Romano. Pare ci passasse così tanto tempo da far montare un telefono nei pressi, per rimanere in contatto con gli studi cinematografici. L’apparecchio non c'è più, e nell'incavo del tubo, oltre agli aghi di pino, ci sono tappi di bottiglia e bicchieri accartocciati.

RINO GAETANO ASSEDIATO La tomba del cantante Salvatore “Rino” Gaetano si individua facilmente grazie alle migliaia di scritte che campeggiano intorno alla foto, andando a invadere anche gli spazi consecutivi. Così come è presa d'assedio dai fan, così è presa d'assalto da vandali, l'ultimo dei quali lo scorso luglio ha divelto il marmo rubando una raffigurazione di un ukulele in afyon.

PIETRE DISASTRATE
In condizioni particolarmente disastrate è la cappella della famiglia Montessori, dove una pietra sepolcrale ricorda la pedagoga Maria alla quale non sono bastate né l'onore del volto sulle mille lire, né quello di una fiction basata sulla sua vita, per ricevere la dignità della cura del suo sepolcro. Nonostante sia stato inserito persino nei percorsi “turistici” dei depliant, il portoncino in ferro divelto è tenuto chiuso da una catena, con una pianta grassa a guardia della lapide che ricorda la prima donna italiana laureata in medicina. E chissà quanto le sarà duro l'esilio olandese ultraterreno, rispetto alla effimera vicinanza con il quartiere che ospitò la sua prima scuola. Dimenticate sono anche le tombe di Giuseppe Ungaretti, Gianni Rodari, Aurelio Costanzo e Nanni Loy, con pochi e risicati fiori per onorarne la memoria. Il nome di Alida Valli si perde fra le centinaia di altri. Alcuni visitatori rimangono fermi e incuriositi da un piccolo monumento in bronzo, salvo poi salutare Ettore Petrolini.

TURISTI ALLA SCOPERTA Gli appassionati turisti cimiteriali passeggiano costantemente lungo i viali, talvolta evitando le auto che sfrecciano con altrettanta costanza. Quantificare mediamente il numero di visitatori è difficile, soprattutto in periodi lontano dal primo di novembre. Aurore e Marie Hélène sono due ragazze francesi appassionate di cimiteri: «Siamo qui per curiosità – dice Aurore – è molto bella la parte d'architettura novecentesca». Cercano le tombe di Rossellini e di Mastroianni, leggono con difficoltà la mappa, stampata sui pieghevoli, che i servizi cimiteriali danno a disposizione degli ospiti. Un piccolo gruppetto di persone sono ferme a chiacchierare di fronte alla tomba di Alberto Sordi. «Il nostro è un omaggio» afferma Marianna, che viene dal Tufello. La cappella del “Marchese” è fra le più visitate, giorno dopo giorno. Non è così per altri protagonisti della storia e della cultura italiana. «Purtroppo a volte – dicono dalla dirigenza dell'Ama – siamo costretti a richiamare gli eredi affinché mantengano decorose le sepolture dei loro cari. È stato così per Paolo Stoppa, la cui tomba era in condizioni davvero inadeguate».

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sabato 16 novembre 2013 - 10:53   Ultimo aggiornamento: 10:54