sabato 16 novembre 2013

Condannato per corruzione in Brasile si rifugia in Italia per evitare l’estradizione

Corriere della sera

L’ex direttore marketing del Banco do Brasil spera di evitare l’estradizione grazie al doppio passaporto

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RIO DE JANEIRO - Adesso è l’Italia a trovarsi una grana con un latitante fuggito dal Brasile. Nella giornata della grande retata di politici e manager per un vecchio scandalo di corruzione (il cosiddetto «mensalão», esploso nel 2005), si è appreso che uno dei grandi imputati è rifugiato nel nostro Paese. Si tratta di Henrique Pizzolato, ex direttore marketing del Banco do Brasil: come si intuisce dal nome è discendente di emigrati e ha il doppio passaporto. Il che lo dovrebbe mettere al riparo da una richiesta di estradizione da parte della giustizia brasiliana. Pizzolato deve scontare una condanna definitiva a 12 anni e 7 mesi per corruzione e riciclaggio di denaro. Secondo i giudici, ha avuto un ruolo importante nei finanziamenti a partiti e deputati che il governo Lula, primo mandato, organizzò per assicurarsi i voti che gli mancavano in Parlamento.

ARRESTI - Lo scandalo, giunto solo adesso alla fine del suo lungo inter processuale, ha portato dietro le sbarre in questi giorni il braccio destro e primo ministro di Lula, José Dirceu, e l’allora segretario del partito dei lavoratori, José Genoino. Tutti gli imputati sono stati arrestati o si sono presentati spontaneamente alla polizia tranne Pizzolato. L’ex manager sarebbe in Italia da almeno un mese e mezzo, dopo aver lasciato il Brasile via terra. Dal Paraguay, probabilmente con un documento falso, ha poi varcato l’oceano. Pizzolato ha già fatto sapere che la cittadinanza italiana gli concede il diritto a un nuovo processo nel nostro Paese, «come stabilito dai trattati bilaterali» e «lontano dagli interessi dei poteri forti nei mass-media brasiliani».

BATTISTI - Nel recente passato, il banchiere brasiliano Salvatore Cacciola, ricercato per un crac, riuscì a vivere tranquillamente a Roma per qualche anno grazie al doppio passaporto. Venne arrestato e poi estradato in Brasile solo perché colto dall’Interpol in vacanza a Montecarlo. Stavolta la latitanza di Pizzolato potrebbe essere ancora più tranquilla, si fa sapere in ambienti giudiziari, perché sulla vicenda non potrà che pesare la lunga battaglia perduta dall’Italia sull’ex terrorista Cesare Battisti, mai riconsegnato dal Brasile.

16 novembre 2013

La conquista dei media di Gabriele Paolini

La Stampa
gianluca nicoletti

Il disturbatore arrestato per prostituzione minorile ha raggiunto il suo scopo. Tutti parleranno di lui.

gianluca nicoletti


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E’ stato arrestato il “disturbatore” Gabriele Paolini.  È stato accusato di prostituzione minorile. Non esiste più gloriosa apoteosi per un presenzialista, che essere sospettato di storiacce sessuali con minorenni.  La mannaia che si leva per  una tale onta, è sostenuta dalla cosmica esecrazione.  Chi si conquista le prime pagine per presunte fornificazioni con soggetti under 18, ha la certezza che il più solido dei mormorii resterà impresso, a lettere di fuoco, sulla sua immagine pubblica. Il cartello “prostituzione minorile” appeso al collo conduce inesorabilmente alla ghigliottina mediatica, chi si sente vivo solo se mediatizzato, non potrà aver sperato di meglio.

La ricerca spasmodica della perfezione   lo ha portato a trovarsi nel ruolo del reprobo per eccellenza. Lo sporcaccione compulsivo generico può giocare facilmente sul velato consenso, sulla comprensiva complicità occulta, sull’ indulgenza delle coscienze non sempre immacolate…Chi invece si trova impastoiato in porcellerie con lolite (o loliti…) può essere sicuro di suscitare il coro compatto della più ferma e fragorosa esecrazione. Tradotto in soldoni questo significa tante foto e titoli nella prima pagina dei giornali, tanti talk show pomeridiani con mamme indignate, tante ufficiali dichiarazioni serali di ferma condanna. Insomma, questa si che è vita per chi si è consumato gran parte dell’ esistenza reale in anni di appostamenti in ogni luogo liturgico da diretta tv.

Forse il disturbatore mediatico ha finalmente raggiunto il suo scopo. La sua vocazione all’ auto martirologio ha raggiunto ora il punto fatale che lo porta all’ultimo scalino prima del patibolo. Altro che sgraffignare inquadrature dietro alle spalle di impassibili telegiornalisti in diretta. La sua massima ambizione di collezionare azioni di disturbo, lo ha finalmente portato a lambire la più disturbante delle azioni possibili. Il disturbatore non si era fermato mai, neppure di fronte ai disastri, ai morti ai funerali. Non c’ è stata crisi politica, cronacaccia o telepettegolezzo che non portasse impresso, come bollino di qualità, qualche frame della sua nera silhouette, subito scansata dall’operatore.

Ora però Paolini non disturba più nessuno, anzi i potenti media saranno ben contenti di dare a lui tutto lo spazio possibile, un po’ per vendetta (doveva aspettarselo), un po’ perché è sicuramente meno imbarazzante discutere del "caso Paolini", piuttosto che dovere  tirare fuori i misteriosi nomi eccellenti di stimati professionisti, integerrimi padri di famiglia, noti personaggi dello spettacolo e della politica e, in genere, tutte le gatte morte che nel brutto giro delle baby squillo avranno lasciato lo zampino.

Ora Paolini ha smesso di vivere dei ritagli di luce dei riflettori altrui, ne ha acceso uno bello potente sulla sua faccia. Ne avrà di essere appagato di sicuro per un bel po’ di tempo.

Pena più lieve per il pirata della strada francese «È abituato a guidare dall’altra parte »

Corriere della sera

Il giovane ha ucciso in uno scontro frontale un 62enne inglese. Per i giudici potrà uscire prima dal carcere

Titolare che «un automobilista killer esce di prigione perché è francese» come ha fatto ilDaily Mail, puntando giornalisticamente il dito contro la nazionalità del guidatore piuttosto che sulla fatalità dell’incidente, doveva probabilmente servire a scatenare un’ondata di nazionalistica indignazione da parte dei lettori per quella che viene percepita come una clamorosa ingiustizia.

L’INCIDENTE- E in effetti parecchi commenti all’articolo vanno proprio in questa direzione, anche se più di qualcuno sostiene sia arrivato il momento che il Regno Unito si adegui al resto del mondo, a cominciare dal modo di guidare (doverosa precisazione: ad invocare il cambiamento sono perlopiù espatriati britannici che ora vivono in Canada e negli Usa). Al di là però di ogni considerazione nazional-moralista, di certo quella del giovane Alexis Sebastien Fleury è una storia tragica che inizia in una sera d’agosto dell’anno scorso sulla A28 vicino Tenterden.

Un incidente che ha distrutto la vita di una famiglia. David Crane, 62 anni, ucciso mentre tornava nella sua casa di Rolvenden, nel Kent, dopo una giornata di lavoro a causa delle ferite riportate nello scontro frontale fra la sua Skoda Fabia e la Renault Laguna del ragazzo francese che stava guidando dalla parte sbagliata della carreggiata dopo aver fatto un’inversione a U. Fleury, 25 anni, stava percorrendo quella stessa strada per andare a Wadhurst, nell’East Sussex, dalla fidanzata inglese Emily Crick, al momento dell’impatto guidava da sei ore e mezza dopo una notte in cui aveva dormito pochissimo.

LA SENTENZA-I giudici della Corte d’Appello di Londra, ieri gli hanno dimezzato la condanna a 18 mesi per guida imprudente inflittagli in prima istanza lo scorso luglio dalla Canterbury Crown Court, riconoscendogli «una colpevolezza inferiore per la morte di Crane rispetto a quella che avrebbe avuto un automobilista inglese». Il giovane francese potrà uscire dal carcere dalla prossima settimana, hanno annunciato i suoi legali. «Questo ragazzo ha commesso un tragico errore – ha detto il giudice Irwin motivando la sentenza, destinata comunque a far discutere – perché essendo francese, è abituato a guidare sul lato destro della strada e così, dopo aver fatto l’inversione a U, è rimasto su quel lato della carreggiata, dimenticando per una frazione di secondo o forse per qualche minuto di non essere più in Francia. In analoghe circostanze, la responsabilità di un automobilista britannico sarebbe stata di certo superiore, ma trattandosi di un francese, va ridotta».

16 novembre 2013

Ilva, Vendola ride con il manager Riva Il governatore: «È puro sciacallaggio»

Corriere della sera

Un giornalista chiede al patron del siderurgico dei morti di tumore


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BARI - La scena è rimasta in mente ai tanti tarantini che videro Girolamo Archinà, addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva, strappare di mano il microfono a un giornalista che faceva domande sugli effetti dell'inquinamento a Taranto (in particolare sugli effetti letali delle emissioni). È il 19 novembre 2009 e si discute del siderurgico con Emilio Riva sul tema «Rapporto ambiente e sicurezza». «Un guizzo felino» di Archinà che finisce, dopo qualche mese (luglio 2010), nella discussione tra lui e il governatore della Puglia Nichi Vendola intercettata nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Taranto sui veleni del siderurgico. Discussione il cui audio è stato pubblicato dal sito internet del Fatto Quotidiano.

LA FRASE - «Io e il mio capo di gabinetto abbiamo riso per un quarto d’ora» commenta Vendola «l'impresa» di Archinà, una «scena fantastica» con lo «scatto felino». Il governatore, dopo le risate del caso, conferma all'addetto alle relazioni istituzionali dell'Ilva che resta a disposizione. «Dica a Riva che il presidente non si è defilato».

L'ACCUSA - Nell'inchiesta sull'Ilva, Vendola è indagato con l'accusa di concussione aggravata, in concorso con Archinà e altri, per presunte pressioni che avrebbe esercitato sul direttore generale dell'Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per fargli «ammorbidire» una relazione sui dati ambientali legati di Taranto legati all'inquinamento provocato dall'Ilva.


LA QUERELA DI VENDOLA - Il governatore della Puglia reagisce annunciando querele. «Vendola ha dato mandato ai propri avvocati - è scritto in un comunicato - di sporgere querela ai responsabili dell’articolo on line pubblicato su "Il Fatto quotidiano" di oggi e ripreso da altre testate giornalistiche web. Nell’articolo si racconta, in modo volgarmente strumentale, di presunte risate del Presidente suscitate dalle domande sulle morti per cancro. Come tutti invece possono tranquillamente constatare, il Presidente era solo rimasto colpito dallo specifico episodio in cui Archinà, con un salto improvviso, si era avvicinato ad un giornalista che stava intervistando Riva. È quindi solo lo scatto di Archinà ad aver suscitato il sorriso di Vendola e non certamente il riferimento alla tragedia delle morti per cancro a Taranto. Su questo tema si registra invece, come si può constatare ascoltando la telefonata e non solo, l’attenzione del Presidente Vendola testimoniata dalla sua storia politica e personale».

Video. «Non mi sono defilato»


IL CASO CANCELLIERI - Vendola è a Venezia per l'incontro dei giovani di Confcommercio. A margine dell'appuntamento ha parlato della telefonata tra il ministro Cancellieri e Ligresti: «Quella telefonata presenta un quadro di assoluta inopportunità, il ministro della Giustizia avrebbe fatto bene a rassegnare le dimissioni». Sul colloquio con Archinà, invece, Vendola ha aggiunto: «Non rido per i tumori, sto ridendo per quello che è il guizzo felino di Archinà, che non sente le domande dei giornalisti ma corre a togliere il microfono o il registratore a un giornalista. Si vuole devastare la mia immagine di persona dotata di sensibilità umana: questa è un'operazione lurida e io voglio gridarlo».
 
IL PDL CHIEDE DIMISSIONI IN CONSIGLIO - Ma la vicenda ha scatenato reazioni politiche decise. Il Pdl in Consiglio regionale chiede l'immediata convocazione di una seduta. «Queste dichiarazioni, al di là degli aspetti penali che non sta a noi valutare - affermano dal Pdl - sta mettendo alla berlina l'istituzione regionale pugliese in quanto tale, di cui mina in termini gravissimi la credibilità a tutti i livelli. È necessario e urgente un'immediata convocazione del consiglio che doverosamente si pronunci su una vicenda che assume sempre più aspetti che non possono essere nè ignorati nè sottovalutati». E il capogruppo, Ingazio Zullo, va oltre: «Direi che basta ascoltare per trarre inevitabili e conseguenti conclusioni. Tra l'altro in queste ore per una telefonata inopportuna Sel insiste nel chiedere le dimissioni di un ministro. Un altro Ministro in passato fu costretto alle dimissioni per una orribile battuta sul martire Marco Biagi. Per una cinica risata telefonica in occasione del terremoto d'Abruzzo, un imprenditore è stato mediaticamente e professionalmente linciato».

L'ATTACCO DEI GRILLINI - «Una sola parola: disgusto. Vendola si dimetta da presidente regione Puglia, non è più credibile». Lo affermano in una nota i parlamentari pugliesi di Camera e Senato del Movimento 5 Stelle. «Ha perso ogni credibilità», si legge nella nota dei parlamentari M5S

15 novembre 2013





Il giornalista che ha fatto ridere Nichi: «Attaccavo Riva quando era adulato»

Corriere della sera


Abbate, il cronista a cui Archinà strappò il microfono «Il governatore parla di me, non dei morti di tumore»


TARANTO - «Quel giorno ho proprio fatto il cronista d’assalto. Feci una domanda sgradita e Archinà mi strappò il microfono dalle mani. Ho la presunzione di poter dire che in tempi non sospetti, quando andare sottobraccio ad Archinà era quasi un vanto, sono stato l’unico giornalista ad aver attaccato Riva». Luigi Abbate è l’uomo del giorno. Giornalista pubblicista, quarantenne, lavora per «Blustar» dove il venerdì sera conduce «Polifemo» una trasmissione di contenuti politici che spesso, però, si sfrangia in mille rivoli. In ogni caso oggi ha il suo quarto d’ora di celebrità. E lui non si sottrae alle interviste.

Allora Abbate, un fatto di quattro anni fa esplode all’improvviso. Che ne dice?
«È la cosa che mi lascia più perplesso. Era il 19 novembre del 2009 ed eravamo tutti all’Ilva per la presentazione del rapporto ambiente e sicurezza. Il giorno dopo se ne parlò sui giornali, ma era una notizia di contorno. A quanto pare è, invece, una cosa ancora di attualità pazzesca».

Ci racconti come andò.
«Arrivai all’Ilva, ma non volevano farmi entrare proprio perché sono un cronista d’assalto. Dico questo perché la maggior parte della stampa non diceva come stavano le cose realmente. Promisi di fare il buono e mi lasciarono entrare ma io avevo già detto all’operatore di tenersi pronto anche se ero seguito passo dopo passo da due addetti all’ufficio stampa».

Poi cosa accadde?
«Quando finì la conferenza e Riva si presentò ai giornalisti porsi il microfono e gli dissi che avevano descritto una realtà paradisiaca rispetto ai risultati sanitari e ambientali ma che i fatti stavano diversamente».

E Riva come rispose?
«Disse: la sua opinione è falsa. Me lo ricordo ancora».

E lei?
«Allora ci siamo inventati tutto, dissi, le morti per tumore, i ricoveri, le malattie».

E Riva?
«Esatto, tutto inventato. A quel punto arrivò Archinà e mi strappò il microfono dalle mani. Accanto c’era il presidente Florido che guardava trasecolato e la sua faccia sembrava proprio chiedere ad Archinà cosa stesse facendo e perché non restituiva il microfono».

Come continuò l’episodio? «Io feci notare che avevo solo fatto il mio mestiere, una domanda e nessuno me lo poteva vietare».

Intanto hai visto le conseguenze? Il presidente Vendola è stato chiamato in causa per aver riso. «No, leggendo la trascrizione si capisce che ride per il balzo felino di Archinà, non per le morti».

Intanto oggi è diventato il giornalista più ricercato.
«Vedo, sono disponibile a raccontare ovunque questa storia. Ma prima del giornalista mi interessa che la racconti da cittadino di Taranto che nota come la coscienza ambientalista sia cresciuta».

15 novembre 2013

Caso Apple, le procure italiane alla guerra delle «Ott»

La Stampa

francesco galietti*

Il colosso di Cupertino non produce soltanto accattivante elettronica di consumo, ma è uno dei rappresentanti più autorevoli degli “over-the-top” (OTT), la vasta ed eterogenea categoria degli operatori che considerano la rete un’unica piattaforma indifferenziata su cui offrire servizi


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L’indagine penale a carico di Apple segna un giro di vite nei rapporti tra le istituzioni italiane e i grandi nomi dell’innovazione “made in California” che popolano l’immaginario collettivo globale. Che il rapporto non fosse semplice lo si era capito fin da quando Apple e altre famose aziende erano state visitate da Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza. Al Fisco ha poi fatto eco il Parlamento, dove la proposta di una “Google-tax” di due parlamentari PD - Francesco Boccia ed Ernesto Carbone - è stata spostata in tutta fretta dalla Legge Delega sul Fisco al pacchetto della Legge di Stabilità.

Nell’infuocato dibattito sulla tassazione dell’economia digitale, è impensabile ignorare Apple. Da tempo, infatti, il colosso di Cupertino non produce soltanto accattivante elettronica di consumo, ma è uno dei rappresentanti più autorevoli degli “over-the-top” (OTT), la vasta ed eterogenea categoria degli operatori che considerano la rete un’unica piattaforma indifferenziata su cui offrire servizi. I dati, anche per l’Italia, parlano chiaro: il 35% degli italiani tra gli 11 e i 74 anni si collega a internet da smartphone: 21 milioni in tutto, in crescita del 35% rispetto allo scorso anno. C’è dell’altro: l’aumento più significativo si registra tra i tablet, visto che secondo una ricerca Audiweb mobile gli utenti collegati alla Rete tramite table sono saliti del 160 % a 6 milioni.

A confrontarsi con Apple è ora la macchina della Giustizia, quello cioé che secondo lo storico Giulio Sapelli è l’unico “potere vertebrato” nell’attuale società invertebrata. Nella vicenda si scorgono almeno due paradossi di grande interesse. Il primo dato è squisitamente italiano, ed è l’intervento stesso delle procure dopo che un superesperto di reati economici come Carlo Nocerino della Procura di Milano aveva in una interessante intervista a Italia Oggi del dicembre 2012 ammesso l’inadeguatezza dell’attuale normativa italiana rispetto alle dinamiche degli OTT.

Resta il fatto che, come ammesso da Luciano Violante in una intervista a Sussidiario.net , sempre più spesso è la giustizia a occuparsi dei grandi temi del nostro tempo: “quando è nata la nostra Costituzione, la magistratura si occupava di problematiche meno importanti rispetto a quelle che affronta oggi. Il grande potere spettava al Parlamento e ai partiti, mentre i giudici contavano relativamente poco nell’ordinamento.[...] La magistratura è stata costretta a occuparsi di questioni scottanti e ha conquistato il centro della scena politica.”

Il secondo elemento è che per anni i magistrati hanno potuto accedere alla vita privata dei cittadini per raccogliere elementi di indagine - peraltro non senza alimentare proteste in settori della società civile. Un potere, quello di “spiare” la vita degli altri, che oggi è sempre meno prerogativa delle istituzioni pubbliche e che sempre più è appannaggio proprio degli OTT, veri e propri regni di un feudale modello di oligarchia informativa. I dati in possesso dei grandi OTT sono infatti originati sempre meno all’interno della sfera pubblica – registri, informazioni cliniche, imposte – e sempre più spesso all’interno dei potentati degli OTT, dove ogni preferenza è analizzata per divenire oggetto di cessione a controparti affamate di informazioni tra cui spiccano le agenzie angloamericane. Chissà cosa penserà il vecchio mondo dei palazzi di giustizia italiani quando vedrà da vicino il nuovo mondo degli OTT?

(Fondatore dell’osservatorio politico Policy Sonar e alumnus di Singularity University)

Addio a Raimondo D’Inzeo leggenda dell’equitazione

Corriere della sera

Fu medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma. Il Coni farà osservare un minuto di silenzio in tutte le manifestazioni sportive
 
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Raimondo d’Inzeo Ad 88 anni, è morto Raimondo D’Inzeo, leggenda dell’equitazione azzurra assieme al fratello Piero, medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Roma 1960.


MINUTO DI SILENZIO — Il presidente del Coni, Giovanni Malago’, ha disposto un minuto di silenzio, per domani e domenica, in tutte le manifestazioni sportive.
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15 novembre 2013

Terra dei Fuochi, ecco come il Nord ha avvelenato la Campania

Corriere della sera

Sono settentrionali quasi tutte le 443 aziende coinvolte. Fiume in piena: sabato corteo a Napoli in diretta sul Corriere

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La psicosi da Terra dei Fuochi ha contaminato i mercati di tutta Italia. Al punto che alcune aziende agroalimentari del Nord hanno intavolato campagne di comunicazione per rimarcare che i propri prodotti non provengono dalla Campania. Ma chi c’è dietro la catastrofica contaminazione dei suoli, in provincia di Napoli e Caserta? Una politica dissennata dello smaltimento dei rifiuti, la piaga inarrestabile dei roghi tossici, la cattiva manutenzione del territorio. Certo.

Ma anche gli interessi di numerose aziende di quello stesso Settentrione che ora si smarca dalle coltivazioni campane. Dal 1991 al 2013 sono state censite ben 82 inchieste per traffico di rifiuti che hanno incanalato veleni da ogni parte d’Italia per seppellirli direttamente nelle discariche legali e illegali delle province di Napoli e Caserta, soprattutto. Inchieste concluse con 915 ordinanze di custodia cautelare, 1.806 denunce, con il coinvolgimento di ben 443 aziende: la stragrande maggioranza di queste ultime con sede sociale al centro e al nord Italia.

LA CAMPAGNA DI LEGAMBIENTE - Non da oggi si discute, si indaga, si lotta per denunciare l’inquinamento criminale della Campania. È di Legambiente, associazione da anni in prima fila in una battaglia che solo da pochi mesi a questa parte ha sollevato una grossa mobilitazione popolare ,il dossier che concentra tutte le inchieste della magistratura e le operazioni delle forze dell’ordine per contrastare il fenomeno dell’Ecomafia. «In questo quarto di secolo - si legge in un comunicato dell’associazione ambientalista - lungo le rotte dei traffici illeciti è viaggiato di tutto: scorie derivanti dalla metallurgia termica dell’alluminio, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura, reflui liquidi contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di bonifica. E ancora rifiuti prodotti da società o impianti, noti nel panorama nazionale, come quelli di petrolchimici storici del nostro Paese: i veleni dell’Acna di Cengio, i residui dell’ex Enichem di Priolo, i fanghi conciari della zona di Santa Croce».

Terra dei Fuochi, le mappe dell’avvelenamentoTerra dei Fuochi, le mappe dell’avvelenamentoTerra dei Fuochi, le mappe dell’avvelenamentoTerra dei Fuochi, le mappe dell’avvelenamento

I RIFIUTI SMALTITI - In ventidue anni sono stati smaltiti nella Terra dei Fuochi, tra la provincia di Napoli e di Caserta, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie. Un tir, secondo gli inquirenti, è in grado di trasportarne 25 tonnellate alla volta. Circa 410.905 camion carichi di rifiuti hanno attraversato mezza Italia terminando il loro tragitto nelle campagne del napoletano e nelle discariche abusive del casertano.

LA MANIFESTAZIONE DI SABATO - Da alcuni mesi a questa parte non passa giorno senza una manifestazione contro il «biocidio della Terra dei Fuochi» in qualche località della Campania. Sabato è prevista la più imponente di queste mobilitazioni. Almeno 50mila persone, secondo le previsioni, sfideranno il possibile maltempo, marciando da piazza Garibaldi a piazza Municipio, nel centro di Napoli. Ci saranno le associazioni civiche e i Comitati Fuochi, come si sono autodefinite le oltre sessanta sigle nate sul territorio per porre un freno allo scempio. Ma ci sarà anche Legambiente, Agesci, Wwf, Fiom, Libera, associazioni di categoria e ordini professionali, l’associazione dei panificatori che spezzerà e distribuirà filoni di pane lunghi 5 metri, la Caritas, le diocesi e i collettivi universitari che hanno dato all’evento il suggestivo nome Fiume in Piena. Anche Corriere.it sarà presente con le sue telecamere, per una diretta che avrà inizio alle 15.

15 novembre 2013

Lettera di Cancellieri: “Non ho mentito”

La Stampa

Dopo Renzi, anche Civati e Cuperlo adesso chiedono un passo indietro Letta conferma la fiducia, incontro al Colle: «Bisogna andare avanti»



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«Non ho mai mentito né al Parlamento né ai pm». «Rifiuto qualunque sospetto sulla correttezza del mio operato», «la mia integrità morale, il mio onore, la mia fedeltà alle Istituzioni». In una lettera aperta diramata un giorno e mezzo dopo l’esplosione del caso Ligresti atto secondo, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri ribatte alle accuse senza accennare a dimissioni, sebbene questa richiesta rimbalzi sulla bocca di numerosi esponenti Pd dopo che Repubblica ha riferito di un’altra sua telefonata ad Antonino Ligresti e di diverse chiamate fatte da suo marito Sebastiano Peluso.

Una linea ben ponderata. Nel lasso di tempo che intercorre tra le nuove polemiche e la diffusione della lettera aperta, si collocano i contatti con il Quirinale e Palazzo Chigi per valutare una situazione a dir poco scivolosa. Napolitano riceve il Guardasigilli, poi in una nota auspica «l’ulteriore pieno sviluppo dell’azione di governo avviata» in particolare sulle carceri. Letta la incontra in mattinata per un colloquio chiarificatore a latere del Consiglio dei ministri e nel pomeriggio fa sapere che la sua fiducia non cambia rispetto a quanto già espresso il 5 novembre, quando il ministro riferì alle Camere. E non a caso Cancellieri non offre la sua testa.

Ora l’input è compattare le fila da qui a mercoledì 20, quando sul ministro si vota la mozione di sfiducia del Movimento 5 stelle, tenendo a bada le forze centrifughe nel Pd, che sono sempre più pressanti e non riguardano più solo Renzi e Civati. Si fa avanti anche Cuperlo, che sfiderà il sindaco di Firenze per la leadership del partito, consigliando al ministro di verificare con il premier «se ci sono ancora le condizioni per andare avanti». Frase che se non è una richiesta di dimissioni, ci va vicino.

I democratici approfondiranno questo punto nella riunione del gruppo parlamentare, anche perché, come ricorda il responsabile giustizia del partito, Danilo Leva, «siamo al governo, non possiamo votare una mozione di sfiducia delle opposizioni». Per il momento è sulla possibilità di mediare e sui numeri dell’Aula che si scommette. Anche perché scoprire e ricoprire la delicata casella della giustizia, nella compagine del governo di larghe intese, non è uno scherzo. Nelle ultime ore sono anche circolati dei nomi - tra cui quello di Vietti - ma per ora si va avanti, e Letta e Napolitano hanno in sostanza blindato il ministro. Che da parte sua non arretra e parla di «montatura».

Cancellieri torna sulla sua amicizia «mai nascosta» con Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, arrestato a luglio nell’ambito dell’inchiesta Fonsai. Ripercorre le telefonate con lui sullo «stato di salute in carcere di Giulia Ligresti», anche arrestata e poi messa ai domiciliari. «Una è del 19 agosto, l’altra del 21. La prima è stata fatta da me ma solo dopo diversi tentativi fatti da Antonino Ligresti di raggiungermi al telefono. La seconda è in risposta ad un ulteriore contatto proveniente da Ligresti. Di questi due contatti ho riferito puntualmente alla Procura». In effetti nel verbale della Procura di Torino - che l’ha sentita il 22 agosto perché erano state intercettate alcune sue conversazioni con i Ligresti -

Cancellieri riferiva che il 21 agosto «Antonino Ligresti mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità e gli ho risposto che avevo effettuato la segnalazione» perché l’amministrazione penitenziaria verificasse le condizioni della Ligresti. Quella risposta è la telefonata su cui si è riaperto il caso e che, stando ai tabulati citati da Repubblica, è durata 7 minuti e mezzo. Poi ci sono le telefonate del marito.
Ma Antonino Ligresti, dice il ministro, «è un medico, mi sono rivolta spesso a lui per consigli su problemi di salute miei e dei familiari, anche in quel periodo e in seguito per i problemi di salute tuttora visibili e noti», ossia il braccio per cui è stata operata. Ma sulle indagini, «nessuna interferenza», assicura Cancellieri, che non teme che gli sviluppi dell’inchiesta possano coinvolgerla («non so quali sforzi di fantasia dovrei fare per immaginare fatti penalmente rilevanti»). «Il mio impegno prosegue con determinazione - dice - in attesa di mercoledì quando il Parlamento farà la sua scelta». 

Video “Politici e prefetti in ferie. E in tantissimi non pagavano”



Cancellieri, vertice in Procura. Ora i pm valutano l’accusa
La Stampa
massimiliano peggio


Sotto la lente chiamate del ministro ad Antonino Ligresti e telefonate del marito, ipotesi false informazioni



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Orari, contatti, utenze telefoniche, accertamenti ulteriori da effettuare in tempi brevi. Ieri mattina gli investigatori della Finanza si sono riuniti con il sostituto procuratore di Torino Marco Gianoglio, titolare dell’inchiesta Fonsai, per studiare la reale portata dei tabulati telefonici che contengono tutti i contatti tra i cellulari del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, del marito Sebastiano Peluso e di Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, il patron di Fonsai. Nuove indagini che hanno riacceso la bufera giudiziaria approdata nei giorni scorsi in Parlamento e che potrebbero costare al ministro l’accusa di «false informazioni al pubblico ministero». La decisione arriverà da un vertice fra i magistrati nei prossimi giorni.

Si tratta di valutazioni delicate, perché i tabulati raccontano di plurimi contatti, telefonici e sms, (circa una decina) tra il marito del ministro e Antonino, registrati tra il 17 luglio, data dell’arresto dei Ligresti e il 29 agosto. Un mese di fuoco per la famiglia Ligresti. Ma negli elenchi ci sono anche tre chiamate intercorse, dal 17 luglio e al 21 agosto, tra il ministro e Antonino, medico e amico di famiglia. Il contenuto di conversazioni e messaggi, si sa, non è noto. E non potrà esserlo, perché gli apparecchi non erano intercettati. Ma oggi quei dati, benché aridi, se si mettono a confronto con le dichiarazioni fornite dal ministro Cancellieri il 22 agosto scorso al procuratore aggiunto Vittorio Nessi, che l’aveva sentita a verbale sulle famose chiamate «in aiuto di Giulia» in carcere e affetta da anoressia, potrebbero assumere un’altra importanza.

Quel verbale, seppur breve e sommario, dove il ministro giustifica la telefonata «umanitaria» fatta a Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti, contiene risposte che si presterebbero ad ulteriori approfondimenti adesso. Soprattutto in relazione alla nuova chiamata, quella del 21 agosto con Antonino, avvenuta il giorno precedente l’incontro con il magistrato torinese, di cui il ministro non aveva fatto menzione. O meglio: nel verbale del 22 agosto, non l’aveva definita «tecnicamente» una telefonata: «Ieri sera - si legge - Antonino Ligresti mi ha inviato un sms chiedendomi se avessi novità e gli ho risposto che...». Ma il ministro, in quella circostanza, stava rispondendo alle domande di un pm. «Non ho mai mentito né al Parlamento né ai pm» ha detto la Cancellieri.

Sono questi gli elementi che andranno valutati con grande attenzione e prudenza nei prossimi giorni, in un vertice ai piani alti della procura, perché si può rischiare l’accusa di «false informazioni al pubblico ministero» non solo mentendo ai magistrati, ma anche tacendo «in tutto o in parte» su ciò che si sa «intorno ai fatti sui quali si viene sentiti». Così recita il Codice Penale. Ecco perché in queste ore gli investigatori sono impegnati ad approfondire il significato tecnico di quei tabulati: ad esempio analizzando come si siano generati i segnali, quale sia la dimensione dei messaggi inviati. Estendendo poi gli accertamenti al traffico di tutte le utenze telefoniche incappate nell’inchiesta su Fonsai. È chiaro che questa coda d’indagine non ammette passi falsi, in caso di sviluppi. 



La lettera di Ambrosoli a La Stampa. “Perché Cancellieri deve dimettersi”
La Stampa

L’avvocato, figlio del commissario liquidatore assassinato nel 1979, e già candidato alla presidenza della Lombardia per il centrosinistra interviene sul caso del ministro: “La Guardasigilli sta operando bene ma quelle telefonate non vanno giù”

umberto ambrosoli


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E’ bene che la discussione sull’opportunità delle dimissioni del Ministro Cancellieri si sia riaperta, perché la “soluzione” cui si era pervenuti lasciava l’amaro in bocca. Sono convinto che questa maggioranza sia l’unica che può evitare il caos in questa fase della storia del Paese. Caos che ho toccato con sconforto pieno nei tre giorni durante i quali ho partecipato, come delegato regionale, all’elezione del Presidente della Repubblica. Caos che impedirebbe ogni possibilità anche solo di galleggiare (per non parlar del darsi e del seguire una rotta) nel mare agitatissimo in cui ci troviamo.

Ho ammirazione per Enrico Letta e penso stia facendo più del possibile viste le caratteristiche tutte strampalate che animano -anche al proprio interno- le forze che lo sostengono. So che la Guardasigilli sta operando bene: non solo in relazione al tema carcerario, ma anche per quanto concerne le problematiche del sistema giudiziario (attinto da criticità gravissime che il Ministro è impegnato a risolvere per evitare che i tempi della giustizia continuino ad essere tra le ragioni di freno del nostro sviluppo). So che non ha fatto alcun genere di sollecitazione a chicchessia per agevolare indebitamente una persona affidata alla responsabilità del nostro sistema carcerario.

Ma quelle telefonate, quelle in relazione alle quali non a caso in Parlamento si è scusata, quelle del “non è giusto” a commento per conforto di un provvedimento giudiziario, non mi vanno giù. E so bene che se le avesse fatte un qualunque Ministro dei Governi guidati da Berlusconi oggi in tantissimi sarebbero sulle barricate a gridare “dimissioni!”. E sarebbe giusto. Non possono essere le qualità di un Ministro, né l’intimo credere alla sua buona fede, né il fatto che sia espressione di una maggioranza nella quale riponiamo le nostre speranze, a farci dimenticare che chi ricopre una responsabilità pubblica deve essere animato in ogni momento dal fortissimo rigore nella valutazione di opportunità circa ogni propria azione o parola, dall’obiettivo di preservare -al servizio del Paese- la propria dignità personale e politica, nonché la propria imparzialità (e percezione di imparzialità).

Siamo ancora in tempo per non assuefarci all’esercizio dell’indulgenza di parte o di convenienza. Sono sicuro che il primo a provare disagio oggi sia questo Ministro, il cui senso di responsabilità istituzionale può però affermarsi rassegnando le dimissioni. Enrico Letta -che dimostra ogni giorno la capacità di guidare la nave- saprà resistere a chi cercherà di cogliere l’occasione per mutare gli equilibri in Consiglio dei Ministri.

Coerenza e primato dell’interesse collettivo su quello di parte inizieranno a germogliare.

Dossier «Terra dei fuochi»

Il Mattino

Gli articoli del Corriere del Mezzogiorno sull'emergenza ambientale. Dati, interviste, proclami e promesse


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I problemi e i drammi legati alla Terra dei fuochi. Ma anche i dati e il parere degli esperti. Ecco un elenco degli articoli usciti sull'argomento sul Corriere del Mezzogiorno da maggio 2013






GIUGNO 2008
- Giugliano, laghi di percolato vicino ai pescheti (leggi)

MAGGIO 2009
- Caserta, studio choc dell'Us Navy: non bevete acqua del rubinetto (leggi)

AGOSTO 2010
- Ex Resit Giugliano, in arrivo 48 milioni (leggi)

LUGLIO 2011
- Dossier choc sulle aree avvelenate (leggi)

LUGLIO 2012
- La fornace della morte, ecco l'altoforno dei rom (leggi)

MAGGIO 2012
- Inferno Giugliano, la Resit e tonnellate di veleni (leggi)

DICEMBRE 2012
- Ortofrutta al percolato? Lo dicemmo 4 anni fa (leggi)

OTTOBRE 2012
- Non registrati 40mila casi di tumore al seno (leggi)

NOVEMBRE 2012
- Ministro cancellieri nomina commissario antiroghi (leggi)
- Pubblicità pompe funebri per avere meno clienti: non fateci fare gli straordinari (leggi)

FEBBRAIO 2013
- Mameli alla rovescia "Fratelli d'Italia, l'Italia sversò" (leggi)

MAGGIO 2013
- «Qui un'area inquinata più grande dell'Ilva» (leggi)
- Il cancro si chiama «048» (leggi)
- La Consulta boccia il registro dei tumori (leggi)

GIUGNO 2013
- Napoli, la mappa dei tumori (leggi)
- Don Patriciello: «Sfregio dei clan, amianto sbriciolato in autostrada» (leggi)
- Ministro Orlando prepara decreto anti-roghi (leggi)
- Dossier Legambiente: Campania maglia nera per i reati ambientali (leggi)
- L'ammalata: «Caro ministro, il problema sono i roghi tossici (leggi)
- Commissario De Biase: «Giugliano come Chernobyl» (leggi)
- Giugliano, la «bomba» Resit inquina pozzi e falde (leggi)

LUGLIO 2013
- Don Patriciello contestato dagli agricoltori (leggi)
- Regione, 5 milioni fondi Fas per interventi (leggi)
- Ministra della Salute Lorenzin: presto studio su ambiente e tumori, ma conta anche stile di vita (leggi)
- Muore bambino di 8 anni, deputata Pd Rostan: «è vittima dei veleni» (leggi)
- Dossier «Medici per l'ambiente»: troppi tumori infantili nel casertano (leggi)

AGOSTO 2013
- Il ministro Orlando chiede risorse contro i roghi tossici (leggi)

SETTEMBRE 2013
- Caivano, forestale trova 60 fusti (leggi)
- Il generale della Forestale: quante tonnellate di verdura piena di veleni ho sequestrato (leggi)
- Don Patriciello lancia un appello a Saviano (leggi)
- Saviano risponde a don Patriciello (leggi)
- Ecocidio: dal 2012 seimila incendi tossici (leggi)
- Il direttore dell'Istituto Zooprofilattico: rischi per la catena alimentare (leggi)
- Lo storico fruttivendolo «Baffone»: «Mai comprato in quelle zone» (leggi)
- Istituto Pascale: dal 1998 tumori aumentati del 47% (leggi)
- Commissario alle bonifiche De Biase: «Interdire coltivazioni inquinate» (leggi)
- Bonifica, Orlando richiede intervento dell'Ispra (leggi)
- Casal di Principe, in cerca di rifiuti ora si scava anche nei terreni della Curia (leggi)
- Casal di Principe, fanghi tossici a 5 metri dalla falda acquifera (leggi)
- Vaticano, Papa Francesco incontra don Patriciello (leggi)
- Orlando: «Su alternative all'inceneritore decide la regione» (leggi)
- Perizia Resit, discarica più pericolosa della Campania (leggi - esclusivo)

OTTOBRE 2013
- Il parere dell'endocrinologa Annamaria Colao (leggi)
- Velardi: «Don Patriciello piccolo sciacallo» (leggi)
- Istituto Superiore di Sanità: a Giugliano nessuna contaminazione acque/ortofrutta (leggi)
- Bufera sul blogger Mario Adinolfi: «Terra dei fuochi? Popolo di m...» (leggi)
- La Regione stanzia 5 milioni per gli interventi urgenti (leggi)
- Caivano, trovato amianto abbandonato vicino al centro cittadino (leggi)
- L'iniziativa dei Vip: La Terra dei fuochi non è sola (leggi)
- Orlando e le ecoballe: «Tombatura è inutile, o inceneritore o altra soluzione» (leggi)
- Antonio Pedicini (direttore del Pascale): «La gente va tranquillizzata» (leggi)
- Ministro Lorenzin: Istituto Sanità pronto a fare carotaggi (leggi)
- Cenere nera invade Acerra. L'Arpac: colpa di un insetto (leggi)
- L'assessore Nugnes: analisi sui cibi? non ci sono soldi (leggi)
- Via il segreto agli atti con le dichiarazioni di Schiavone (leggi il documento)

NOVEMBRE 2013
- Sì della Camera alle mozioni che impegnano governo su bonifica (leggi)
- Caivano, maxisequestro 13 aziende agricole "regolari" (leggi)
- Usa Navy, studio choc sull'acqua in Campania (leggi)


10 ottobre 2013 (modifica il 15 novembre 2013)

Anatomia di un assassinio Ecco i nuovi indizi su Castro

Matteo Sacchi - Sab, 16/11/2013 - 09:19

Per i 50 anni dalla morte del presidente, nuovi saggi e film sul giorno che cambiò il mondo. La tesi oggi più accreditata: Cuba aveva gli occhi puntati su Dallas

Ore 12,30 del 22 novembre 1963. Tre colpi in rapida sequenza squarciano l'aria della Dealey Plaza di Dallas, Texas. In circa 8,3 secondi, il tempo che trascorre tra la prima e l'ultima detonazione secondo la maggioranza degli esperti, il presidente John Fitzgerald Kennedy perde la vita, il governatore del Texas John Connally resta gravemente ferito, e gli Stati Uniti, nel bel mezzo della Guerra fredda, si scoprono una nazione terribilmente vulnerabile.


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Ecco perché nel cinquantenario dell'attentato, negli Usa e non solo, si moltiplicano i libri e i documentari sulla figura del presidente di Kennedy e sul suo assassinio. Da un lato il lutto di una nazione ha creato un mito eroico: la Casa Bianca di Kennedy è diventata la «Camelot» americana. Dall'altro il fatto che l'assassino del presidente, Lee Harvey Oswald, abbia agito da solo utilizzando un vecchio fucile Carcano (per altro arma piuttosto efficiente), comprato per posta, ha creato infinite teorie del complotto. Fra le tante, una delle analisi più dettagliate è quella di Philip Shenon, reporter del New York Times per più di vent'anni, pubblicata da Mondadori: Anatomia di un assassinio. Storia segreta dell'omicidio Kennedy (pagg. 664, euro 22,50).

Si tratta di una ricostruzione meticolosa di tutto il lavoro della «Commissione Warren» (dal nome del presidente della Corte Suprema, Earl Warren). La sua opinione su questo pool di politici e giuristi che il neo presidente Jhonson volle riunire per «far superare al Paese questa sanguinosa tragedia» è molto più benevolo di altri, basti pensare alle famose 16 Questions On the Assassination del filosofo Bertrand Russell. Shenon invece prova «ammirazione per la maggior parte dei giovani avvocati dello staff, che all'epoca si sono chiaramente battuti per scoprire la verità sull'assassinio». Non così specchiata la situazione, secondo Shenon, per quanto riguarda la Cia e l'Fbi.

Entrambe le agenzie avevano più volte avuto per le mani il marxista Oswald, che aveva fatto avanti e indietro dall'Urss e che aveva apertamente criticato la politica di Kennedy verso L'Avana. Di certo ne sottostimarono il pericolo. Soprattutto non indagarono a fondo il suo viaggio a Città del Messico dove si recò all'ambasciata cubana. Ovviamente dopo la morte del Presidente fecero tutto il possibile per far passare sotto traccia i loro errori. Secondo Shenon, così i Kennedy erano interessatissimi all'eliminazione di Castro allo stesso modo il Líder Maximo lo era a quella di Kennedy. Qualche indizio in più su questo filone d'inchiesta si può trovare nel libro di un altro americano: Brian Latell, a lungo National intelligence officer per l'America latina.

Lattel ha appena pubblicato un volume (non ancora tradotto in italiano) intitolato Castro's Secrets: Cuban Intelligence, the CIA, and the Assassination of John F. Kennedy. Come ci ha raccontato nella sua ultima visita italiana: «Ho intervistato l'agente cubano che aveva il compito di intercettare le comunicazioni della Cia. Il giorno dell'attentato, tre ore prima che sparassero al presidente, i suoi capi gli ordinarono di non intercettare più le comunicazioni radio da Washington ma di concentrarsi su quelle provenienti dal Texas... Castro sapeva che cosa stava accadendo a Dallas. Forse non lo aveva pianificato ma ne era informato». Ma se la Cia e Robert Kennedy avessero fatto arrivare queste informazioni alla commissione Warren avrebbero rischiato la Terza guerra mondiale.

Più attento al “prima” di Dallas invece il saggio, molto divulgativo, Killing Kennedy (negli Usa ha venduto un milione di copie, in Italia esce per Castelvecchi). Il giornalista televisivo Bill O'Reilly e lo storico Martin Dugard mettono in luce come il mito di «Camelot» vada ridimensionato. L'episodio della Baia dei Porci fu un disastro che creò una frattura tra Kennedy e la Cia. Le avventure sessuali del presidente, un continuo rischio per la sicurezza. Le amicizie in odor di mafia, un temibile strumento nelle mani dei rivali. Insomma, forse non c'è stata una congiura, ma il terreno di coltura John Fitzgerald e suo fratello Robert, nel bene e nel male, lo avevano creato.

Sulla stessa traccia del libro è il film per la tv realizzato da Ridley Scott che ha il medesimo titolo e andrà in onda sul National Geographic Channel (Killing Kennedy, canale 403 di Sky, domani alle 20,55): nella ricostruzione filmica Scott ha lavorato soprattutto alla creazione di un percorso parallelo Kennedy-Oswald di grande impatto emotivo. Il risultato è coinvolgente e molte delle chicche del saggio arrivano comunque allo spettatore, in una narrazione che non pretende di fornire soluzioni.

E visto che di film si sta parlando è quasi inevitabile tornare col pensiero al film a “tesi” di Oliver Stone JFK (1991) che ha plasmato l'immaginario collettivo sul presidente. Bene. Nessuno dei saggi in questione da grande spazio alle tesi del procuratore Jim Garrison, l'eroe del film. Solo Philip Shenon lo cita a lungo, però mettendo in luce che molti di quelli che ebbero a che fare con lui si limitarono a questo giudizio: «Fuori di testa».



JFK iniziò un percorso Ma fu Johnson a finirlo"

Matteo Sacchi - Sab, 16/11/2013 - 09:26

Lo storico della politica Usa: "Il leader democratico è entrato nella storia ma fu il suo vice a realizzare davvero le riforme"


Antonio Donno è professore ordinario di Storia delle Relazioni internazionale all'Università di Lecce, oltre che membro del comitato scientifico di Nuova storia contemporanea, Clio e altre riviste scientifiche. Essendo esperto di storia politica americana (la sua pubblicazione più recente è Una relazione speciale Stati Uniti e Israele dal 1948 al 2009) gli abbiamo chiesto cosa ha rappresentato l'omicidio di John F. Kennedy per la storia americana.

Cosa è stato per gli statunitensi il 22 novembre del 1963?
«È stato uno choc tremendo. Il Paese era in pieno cambiamento, Kennedy era molto amato e la sua azione politica, sebbene fosse solo agli inizi del mandato, aveva introdotto grosse novità rispetto al suo predecessore, Eisenhower».

Con uno choc così era inevitabile si sviluppassero delle teorie del complotto...
«Il complottismo piace sempre. Un personaggio strano e solitario come lo sparatore, Lee Harvey Oswald, poi era perfetto per alimentare sospetti di questo tipo. Certo su cosa è successo a Dallas resterà sempre una zona d'ombra».

E le conclusioni tanto contestate della Commissione di inchiesta Warren?
«La Commissione fece un lavoro enorme che sicuramente rimane un punto fermo e imprescindibile per gli storici. Altro non c'è. Il resto sono solo supposizioni. I fatti certi stanno nei documenti della Commissione»

Quale è stato il lascito di Kennedy?
«Il lascito politico è stato molto ampio, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei diritti civili. La politica estera invece è stata molto più in linea con quella di Dwight D. Eisenhower. Kennedy, lo si scorda spesso, è stato in pieno un presidente da Guerra fredda. Ha subito un grave scacco con la Baia dei Porci, ma è poi riuscito a recuperare tutta la sua popolarità mettendo all'angolo Nikita Chrušcev per la questione dei missili a Cuba. Sua indubbiamente anche la scelta di impegnarsi in Vietnam».

Si è parlato spesso dei suoi contrasti con il vicepresidente e successore Lyndon B. Johnson. Cosa c'è di vero?
«Secondo me non molto. La politica di Johnson, presidente che meriterebbe di essere molto più studiato, è in assoluta continuità con quella di Kennedy. Se Johnson fosse stato in vero disaccordo con JKF non avrebbe portato avanti in maniera così precisa il suo programma politico».

Dell'ipotesi del complotto cubano cosa mi dice?
«La politica di Kennedy verso l'isola era chiara. I sospetti sono leciti, ma gli storici devono lavorare sull'evidenza dei documenti. La commissione Warren di evidenze non ne ha trovate. O compaiono documenti nuovi o il resto sono supposizioni».



Dallo Sciacallo all'ipnosi la folle lista dei complotti

Massimo M. Veronese - Sab, 16/11/2013 - 07:25

C'è chi sostiene addirittura che fu colpito per caso. Altri incolpano i gangster corsi, la polizia e la mafia

L' hanno ucciso tutti tranne Oswald. La mafia, Castro, i petrolieri, Hoover, gli anticastristi, la lobby delle armi, Lyndon Johnson. Alle conclusioni della Commissione Warren, a sparare fu il solo Oswald per riscattare una vita fallita con il più clamoroso dei gesti, non ha mai creduto nemmeno il giudice Earl Warren. Il giallo del secolo ha tanti killer, David Wallechinsky e Amy Wallace in The Book of Lists hanno isolati questi. C'è di che spararsi...  Sono stati i corsi Parola di gangster: per Christian David a sparare furono tre sicari corsi. L'unico identificato, Lucien Sarti, narcotrafficante, fu smascherato da un documentario tv inglese. Era vestito da poliziotto, sparò dalla collinetta erbosa davanti all'auto di Kennedy. Oggi Lucien Sarti è una band metal trash.

È stato lo Sciacallo
Cioè Ilich Ramírez Sánchez detto Carlos lo Sciacallo, il terrorista più famoso di tutti i tempi. Secondo David Ferrie, sospettato a sua volta di far parte del complotto per uccidere Kennedy, era lui uno dei due esuli cubani incaricati di far fuori JFK. Ferrie rivelò la cosa solo perché ubriaco perso.

È stato ipnotizzato
Il portoricano Luis Angel Castillo rivela sotto ipnosi di aver ricevuto istruzioni dal Kgb e un fucile per «sparare a un uomo a bordo di un'auto con delle rose rosse». Le aveva in mano Jackye. Tutte le altre donne le avevano gialle.

Sono stati gli anticastristi
Ovvero Loran Hall e Eladio Del Valle. Hall spiegò che già un mese prima dell'attentato estremisti di destra spalleggiati da agenti Cia tentarono di reclutarlo per eliminare Jfk. Del Valle non disse nulla: fu trovato ucciso con un colpo di pistola al cuore e la testa mozzata da un'ascia.

Sono stati il magro e il cognato
Kerry Thornley, una specie di santone, nello show tv A Current Affair giura di aver preso parte al complotto insieme a due complici misteriosi che lui chiama «il cognato» e «il magro». Nello stesso show spiega che lui e Oswald sono il risultato di un esperimento di ingegneria genetica condotta da una setta segreta neonazi chiamata la Società dei Vril.

È stata la Cia
A dirlo sarebbero documenti segreti degli 007 francesi. Il sicario si chiama Jean Renè Soutre, terrorista dell'Esercito Segreto francese. È a Dallas il giorno dell'omicidio, ma viene espulso dal Paese 48 ore dopo. Strano...

È stata la polizia
Ricky White, agli inizi degli anni'90, si dice certo che suo padre Roscoe, un ufficiale della polizia di Dallas, sia uno degli assassini. È tutto scritto nel diario, dice, sparito misteriosamente dopo essere stato sequestrato dall'Fbi. La moglie di Roscoe aggiunge: ho sentito mio marito e Jack Ruby, l'assassino di Oswald, progettare l'omicidio di Jfk.

È stato ucciso per caso
È la tesi del libro Mortal Error di Bonar Menninger. George Hickey Jr era l'agente che stava nella macchina dietro la limousine presidenziale. Appena Oswald cominciò a sparare impugnò il fucile per rispondere al fuoco, ma inciampò, gli scappò un colpo che per sbaglio fulminò Kennedy. Hickey conferma tutto meno di aver sparato il colpo fatale.

Sono stati gli esuli
Marita Lorenz, spia della Cia e amante di Castro, racconta al New York Daily News di aver accompagnato a Dallas Oswald e una squadra di killer: Frank Sturgis, spia della Cia poi coinvolto nel Watergate, e quattro esuli cubani che facevano parte dell'«Operazione 40» fallita alla baia dei Porci. Sturgis nega. Anche se all'Fbi gli dissero: «Frank se c'è qualcuno in grado di uccidere il presidente quello sei tu».

È stata la mafia
James Files si vanta nel 1996 di essere stato lui insieme a Charles Nicoletti, un sicario mafioso, a sparare al presidente dalla collinetta erbosa a Dealey plaza. A dare l'ordine i boss Sam «Momo» Giancana e Anthony «Big Tuna» Accardo, prezzo del lavoretto 30mila dollari, ma non si doveva colpire Jacqueline. Pare che invece fosse a Chicago. É in galera a Stateville per omicidio.

Sono stato io
Charles V. Harrelson, padre dell'attore Woody, quello di Proposta Indecente e Assassini nati, criminale comune. Condannato all'ergastolo per aver ucciso un giudice si punta un fucile alla tempia e confessa di essere stato lui a sparare a The President. Poi ci ripensa: mi sono fatto troppa coca. Muore in galera. Scrive: «Il silenzio è meraviglioso...»