martedì 12 novembre 2013

Nassiriya, Corda (M5S): "Nessuno ricorda il kamikaze"

Libero

La follia della pentastellata Emanuela Corda: "Si parla di lui come solo di un assassino". Uccise 28 persone, 19 italiani


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Vi ricordate quando Beppe Grillo, tra il serio e il faceto, diede le coordinate del Parlamento italiano ad Al-Qaeda? Il guitto ligure proponeva un attacco kamikaze alle nostre istituzioni: meglio Camera e Senato che qualsiasi altro obiettivo, magari civile. E - ma questo non lo disse - magari Grillo avrebbe anche voluto celebrarlo, il kamikaze pronto a immolarsi pur di disintegrare il Parlamento. Una follia, quest'ultima? Non proprio. Già, perché tra le fila del movimento pentastellato c'è anche tal Emanuela Corda, che durante la commemorazione in Aula alla Camera per il decennale della strage di Nassiriya, si chiede come mai nessuno commemori - oltre ai 19 caduti italiani e ai 9 iracheni - anche il kamikaze che li ammazzò e distrusse le loro vite. Di lui chi si ricorda, chiede la Corda?

Quel povero marocchino... - Tutto vero. La grillina spiega, in Parlamento, è bene sottolinearlo: "Nessuno ricorda il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage. Quando si parla di lui, se ne parla solo come di un assassino, e non anche come una vittima, perché anche egli fu vittima oltre che carnefice". Testuali parole: il folle che disintegrò 28 vite era anche lui "una vittima". L'aula insorge, lo stenografico registra "le proteste dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia", mentre la loro collega del M5S avverte che "l'aspetto più drammatico della strage di Nassiriya è che, a nostro parere, non fu uno scontro tra buoni e cattivi, non fu un attacco di militari che fecero strage di civili inermi. Da una parte e dall'altra - contina nell'apologia del kamikaze -, infatti, vi erano delle vittime, e i responsabili politici e morali, i mandanti di quella strage non sono mai stati puniti". 

La fame e la speranza - Nel suo delirio, la Corda aggiunge che "un'ideologia criminale lo aveva convinto (il kamikaze, ndr) che quella strage fosse un gesto eroico, e lo aveva mandato a morire. E non è escluso che quel giovane, come tanti kamikaze islamici, fosse spinto dalla fame e dalla speranza che quel suo sacrificio sarebbe servito per far vivere meglio i suoi familiari, che spesso vengono risarciti per il sacrificio del loro caro". E così, continua, "se i nostri militari furono vittime, non furono solo vittime dell'ideologia terroristica, ma anche della politica occidentale: la politica dei nostri governi, che spedirono e continuano a spedire i nostri ragazzi sui fronti di guerra, raccontando loro che è eroico occupare i territori di altri popoli col pretesto che si sta portando la pace, quando invece si fomentano talvolta le ideologie terroristiche, e tutti i drammi che ne conseguono". Dichiarazioni, quelle della corda, che si commentano da solo. La prima indignata reazione è stata del deputato di Scelta Civica, Domenico Rossi: "Oggi, giornata della memoria dei caduti nelle missioni internazionali, il Movimento 5 Stelle ha equiparato le vittime italiane e i loro carnefici. Di fronte a ciò non ci sono valutazioni da esprimere ma solo da gridare con forza: vergogna!".

Norvegia, la giornalista con la croce al collo esonerata dal tg

La Stampa
Mauro Pianta
TORINO

 

La conduttrice allontanata dalla tv pubblica dopo le proteste. “Quella catenina offende l’Islam”


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Non è bastato a Siv Kristin Sællmann essere una delle più apprezzate e conosciute giornaliste della tv pubblica norvegese Nrk. Kristin ha commesso un errore: ha indossato una collanina con la croce durante la conduzione di un telegiornale. Secondo quanto riferito dai vertici della tv, alcuni spettatori - soprattutto esponenti della comunità islamica locale - hanno protestato: «Quella catenina con la croce offende l’Islam».  «Quel simbolo non garantisce l’imparzialità del canale». Risultato: alla conduttrice è stato vietato di ripresentarsi in video con quella piccola croce (1,4 centimetri, ha dichiarato la stessa giornalista).

Un caso che ricorda molto da vicino l’incredibile vicenda di Nadia Eweida, dipendente della compagnia aerea British Airways che dopo sette anni ha vinto la sua battaglia legale. La Corte Europea dei diritti umani ha infatti riconosciuto, nel gennaio scorso, che la donna era stata discriminata quando i suoi superiori le impedirono di portare una croce al collo sul posto di lavoro. Nel caso della cristiana copta Eweida la sentenza di Strasburgo aveva messo in evidenza «l’importanza della libertà di religione, elemento essenziale dell’identità dei credenti e fondamento, tra altri, delle società democratiche pluraliste». Al contempo, però, la Corte aveva messo in guardia dai casi in cui «la pratica religiosa di un individuo sconfina sui diritti altrui». In quei casi può essere «oggetto di restrizioni». Chissà la collanina di Kristin in quale caso ricade.

Noleggio e acquisto di film su Google Play: ora si può anche in Italia

La Stampa
roma


In attesa di Netflix e in concorrenza con Apple, arriva il servizio nato dell’accordo del colosso del web con i principali studi cinematografici internazionali e indipendenti


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In attesa che sbarchi Netflix e in concorrenza con Apple, Google fa arrivare in Italia il servizio di acquisto e noleggio dei film già lanciato negli Stati Uniti attraverso il Google Play, il negozio online dove si possono acquistare app, giochi, musica e libri. La novità, che cade nei giorni del Festival Internazionale del Film di Roma, è possibile grazie all’accordo del colosso del web con i principali studi cinematografici internazionali, ma anche con le case indipendenti italiane.

Tra le pellicole già disponibili in fase di lancio ci sono classici e nuove uscite come `Star Trek: Into Darkness´, `World War Z´, `Iron Man 3´, `Il lato Positivo´, `Tulpa´, `Killers e tante altre. La visione è multipiattaforma. ´`Attraverso Google Play gli utenti potranno guardare film su diversi dispositivi, per esempio iniziando la visione sul computer per poi completarla su un tablet´`, spiega Ben Serridge, Product Manager di Google Play. I prezzi partono da 2.99 euro per il noleggio di film a definizione standard e 7.99 euro per l’acquisto, sempre a definizione standard.

Diverse le modalità di accesso, acquisto o noleggio dei contenuti digitali. Se avviene attraverso i dispositivi Android, è sufficiente accedere allo store Google Play per acquistare film da guardare in streaming immediatamente oppure in un secondo momento, dopo averli scaricati sul proprio dispositivo, anche senza una connessione dati. La maggior parte dei contenuti è disponibile per 30 giorni a partire dalla data del noleggio e per 48 ore dall’inizio della visione. Attraverso il web: chi si collega da computer può acquistare o noleggiare i contenuti dalla pagina web di Google Play (play.google.com/store/movies).

Il servizio è stato lanciato negli Stati Uniti nel 2011 ed è già disponibile anche in Australia, Brasile, Canada, UK, Francia, Germania, Russia e Spagna.
(Ansa)

Più che un cimitero, un quartiere” Qui si ritrovano le madri di Arlington

La Stampa

francesco semprini
new york

Vengono a piangere i loro ragazzi caduti in Afghanistan e in Iraq, ma anche a ricostruire una memoria comune: «Possiamo parlare dei nostri morti senza che nessuno si senta a disagio, ma anche immaginare un futuro migliore»


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La giornata non potrebbe essere migliore al Cimitero nazionale di Arlington, il cielo terso consente al sole di far sentire ancora il proprio calore nonostante l’inesorabile abbassamento della temperature, mentre le foglie pian piano cambiano il loro colore e per poi lasciare con leggiadria i rami degli alberi secolari. Paula Davis è seduta su una sedia pieghevole accanto alla tomba del figlio. Scambia quattro chiacchiere con Gina Barnhurst, il cui figlio è sepolto sulla stessa fila. E’ questa l’eredità umana del periodo più guerrafondaio che l’America abbia ma sperimentato nella sua storia recente. 

Si chiama “Section 60”, la parte del cimitero dedicata ai caduti nelle guerre di Afghanistan e Iraq, ieri era particolarmente affollato perchè era il giorno dei Veterani, una ricorrenza particolare, ma in realtà Gina, Paula e le altre mamme delle vittime di guerra si incontrano in questo posto ogni settimana. La signora Davis, 58 anni, per tutto il primo anno successivo all’uccisione del suo ragazzo in Afghanistan, nel 2006, si recava ad Arlington quasi ogni giorno posando gli occhi colmi di lacrime sul nome del figlio scritto sulla lapide, stringendosi agli altri familiari in un dolore straziante, alla ricerca di un perché. “Dovevo venire ogni mattina, dovevo vedere il nome di mio figlio scritto lì”, dice Paula.

Oggi la “Section 60”, dove riposano le vittime delle due più recenti guerre combattute dagli Stati Uniti, è un posto diverso, c’è ancora molto dolore, ma la signora Davis e le altre “amiche di Arlington” ridono assai di più di quanto piangano ogni volta che si vedono al cimitero. E’ un posto dove le mamme, le mogli e i figli possono parlare dei loro cari caduti in guerra senza mettere gli uni o le altre a disagio o creare tristezza. E’ un luogo di confronto e di sfogo, dove gli anniversari e le tristi ricorrenze si vivono assieme, dove si parla delle persone che furono, ma anche di quelle che verranno e, soprattutto, del presente. Con la necessaria serenità. E quando alla “Section 60” arrivano nuovi parenti si uniscono con discrezione al loro dolore pronte a mettere la loro esperienza al servizio degli altri. “Siamo come un piccolo quartiere - spiega Paula - Ecco come piace sentirci”.

Stipendi, benefit, auto blu I 15 giudici della Consulta ci costano 3 milioni a toga

Libero

Con 500mila euro all’anno, i membri della Corte costituzionale sono pagati il doppio degli inglesi, e quasi il triplo di quelli americani


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La Costituzione tutela il risparmio delle famiglie, ma i primi a non rispettare il dettato della Carta su cui si fonda la Repubblica sono i giudici della Corte costituzionale, cioè le persone cui spetta l’interpretazione corretta e rigorosa dei 138 articoli che regolano il nostro Paese. Non si tratta solo della vecchia questione che rende «todos caballeros» i supremi giudici, trasformando negli ultimi mesi di mandato in presidente ogni magistrato della Consulta, così da consentire a chiunque di andare in pensione con un vitalizio superiore a quello che otterrebbe restando semplice togato della Corte. No, c’è dell’altro e lo si scopre grazie a uno studio del professor Roberto Perotti, docente della Bocconi con alle spalle collaborazioni con il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e quella Centrale europea e un’altra serie di istituzioni prestigiose tra cui la stessa Banca d’Italia.

Che scrive Perotti nel saggio che ha pubblicato ieri su La voce.info, sito internet di cervelloni a cui collabora? Semplicemente che quello della Corte costituzionale è uno scandalo nascosto. Anzi: forse il più grande scandalo della pubblica amministrazione. «Pochi hanno il coraggio di parlarne», sostiene il professore, «ma i bilanci parlano da soli». Il docente infatti si è preso la briga di analizzare i dati che la stessa Corte pubblica su Internet, dati che curiosamente non sono consuntivi, cioè di fine esercizio, ma preventivi. Dunque c’è il rischio che alla fine i bilanci della Corte siano addirittura peggiori di quelli di inizio esercizio, come quasi sempre capita nella pubblica amministrazione:  basti pensare alle previsioni formulate da ogni governo al principio dell’anno e confrontarle con i risultati raggiunti dodici mesi dopo.

Ma restiamo alle cifre di Perotti ancorché non consuntive. Si comincia dalla retribuzione dei quindici giudici costituzionali. Lo stipendio lordo del presidente ammonta a 549 mila  407 euro, mentre quello di un componente del collegio si abbassa di circa centomila euro: 457 mila 839 euro, per la precisione. In Gran Bretagna, i colleghi dei nostri giudici costituzionali incassano ogni anno 217 mila euro, meno della metà. In Canada ci si discosta di poco: 234 mila euro per il presidente, 217 mila per i semplici togati. Ma il meglio lo si registra negli Stati Uniti: il presidente della Suprema Corte ha una retribuzione di 173 mila euro, mentre gli altri si fermano a 166, cioè un terzo di quanto incassano i componenti della nostra Consulta.

Sebbene già questo basti a far ribollire il sangue di molti contribuenti che si vedono vessati dal Fisco più avido d’Europa, c’è però dell’altro. Lo stipendio infatti non tiene conto dei vari benefit, che per i giudici della Corte costituzionale italiana non sono pochi. Si va dall’auto blu a disposizione in ogni momento, con tanto di tessera Viacard e Telepass, ai biglietti ferroviari, aerei e di altri mezzi di trasporto: tutto a carico del bilancio pubblico. Ogni giorno lavorativo dei togati, essendoci due autisti a disposizione, viene dunque a costare 750 euro. Commenta Perotti: in un anno il servizio costa 2,25 milioni, cioè 150 mila a giudice; a questo punto converrebbe far viaggiare i guardiani della Costituzione in elicottero, si spenderebbe la stessa cifra.

Ma a questi dati c’è da aggiungere altro, perché i 15 fortunati dispongono anche di telefonino, pc portatile (al momento non risulta l’Ipad, ma forse si tratta di una disattenzione) e di un’utenza telefonica domestica a spese dello Stato (ma, bontà loro, a quella possono rinunciare). Non è finita: per non sottoporre i giudici a uno stress eccessivo durante i trasferimenti da casa all’ufficio, l’amministrazione ha pensato bene di mettere a loro disposizione una foresteria (dunque quindici) composta da uno o due locali con annessi servizi igienici e angolo cottura. Perotti precisa che gli alloggi sono nello stesso Palazzo della Consulta o in via della Cordonata, cioè in pieno centro.

Risultato: la nostra Corte costituzionale costa più di tre volte  quella inglese. Quarantun milioni contro i 13 della Corte britannica. Le spese per il personale, giudici esclusi, è dieci volte superiore: più di 28 milioni contro i 2 milioni e mezzo (scarsi) raggiunti dai sudditi della regina Elisabetta. Attenzione però: da questo resoconto paiono escluse le pensioni per gli ex e per i superstiti, e siccome in media ogni giudice che ha lasciato il servizio costa 200 mila euro l’anno e di ex ce ne sono 120 cui si sommano 78 superstiti (cioè vedove) fanno altri 5 milioni e 800 mila euro, cui vanno sommati  13 milioni e mezzo di pensioni dei dipendenti (costo medio 68 mila euro).

Chiosa il professor Perotti: c’è da stupirsi se la Corte costituzionale ha bocciato il taglio alle pensioni d’oro? No, non c’è da stupirsi. Semmai c’è da chiedersi perché il governo abbia sentito l’obbligo di spendere 300 mila euro per ingaggiare a Washington un commissario alla spesa pubblica. Che bisogno c’era di andare a prendere un tizio nella Capitale americana per capire dove tagliare? Bastava fare una telefonata al docente della Bocconi, che sono certo il lavoro lo avrebbe fornito gratis. Ma è ovvio: ogni taglio della spesa, se non comincia con una spesa in più, non rispetta la tradizione italiana. Auguri.

di Maurizio Belpietro

Ecco perché l’Olivetti sapeva dell’amianto

La Stampa

giampiero maggio
ivrea

Le lettere degli Anni Ottanta che inguaiano i vertici


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L’Olivetti sapeva. Sapeva dei rischi ai quali sottoponeva gli operai che venivano a contatto quotidiano con la tremolite d’amianto presente nel “talco”, quella polvere bianca e inodore usata in moltissime lavorazioni. Fino al 1981, però, non ha fatto nulla per proteggerli.

I documenti
E adesso spuntano alcune lettere che potrebbero inchiodare molti ex dirigenti Olivetti. Documenti finiti agli atti in altri due procedimenti per omicidio colposo aperti dalla Procura di Ivrea 3 anni fa (quello per la morte di Franca Lombardo e di Lucia Delaurenti, entrambe decedute per mesotelioma pleurico) e che potrebbero pesare non poco sul nuovo filone d’inchiesta dei pm eporediesi, quello relativo alla morte di 16 persone per l’esposizione alle fibre d’amianto e che oggi vede 24 indagati, tra cui Carlo e Franco De Benedetti e l’ex ministro Corrado Passera. Per i 2 procedimenti del 2010, invece, era stato rinviato a giudizio (e in un caso condannato a 6 mesi) Ottorino Beltrami, amministratore delegato dell’Olivetti.

Si scopre, però, che nel registro degli indagati finirono anche i fratelli De Benedetti con l’accusa di omicidio colposo. La loro posizione fu stralciata. Dal 1978 al 1996, comunque, Carlo De Bendetti è stato presidente dell’azienda di Ivrea. I documenti finiti agli atti e relativi alla perizia prodotta da Luigi Tirrito nei procedimenti del 2010, sono importanti. C’è una lettera, datata 13 febbraio 1981. Maria Luisa Ravera, responsabile del servizio Ecologico e Processi dell’Olivetti invia una comunicazione al Politecnico di Torino e chiede che vengano effettuate le analisi microscopiche su 2 campioni di “talco”.

La conferma
La risposta del Politecnico, a firma Enea Occella, arriva 3 giorni dopo. Ed è inquietante: “In entrambi i campioni – è scritto nella relazione – è presente in elevate proporzioni la tremolite d’amianto”. Aggiunge l’esperto: «La concentrazione di tremolite supera le 500 mila unità per milligrammo, ben oltre, quindi, il limite tollerato di 1000 unità per milligrammo». Fino a quella data, il 1981, il talco fu utilizzato con assoluta tranquillità nei reparti senza predisporre le contromisure necessarie ad evitare l’esposizione. “I sistemi di sicurezza non erano sufficienti” conferma Tirrito, uno dei periti incaricati dalla Procura di far luce sul caso della morte di Franca Lombardo, deceduta nel dicembre 2007.

L’ambiente
C’è di più. Siamo nell’aprile 1988, in piena epoca De Benedetti. Un’indagine del servizio Ecologia della Olivetti rileva la presenza di fibre d’amianto in molte strutture, in particolare nelle controsoffittature e negli intonaci delle officine di San Bernardo (Ope) e nel capannone centrale denominato Galtarossa, dove lavorano centinaia di dipendenti. C’è il timore che possano essere nocivi. Ecco, però, come risolve la questione l’azienda. Il 31 marzo 1989, l’ingegnere Piero Abelli comunica cosa è necessario fare per la bonifica. «E’ confermato che l’intonaco del capannone Ope contiene fibre di amianto… riteniamo che in occasione della sistemazione dell’area si debba escludere l’asportazione e prevedere un buon intervento di mantenimento». Quale? «Si consiglia di applicare una mano di adesivo che fissi le eventuali fibre in via di distacco previo rattoppo, con scagliola o materiali simili delle zone visibilmente danneggiate». Ora l’avvocato Enrico Scolari, che tutela diverse parti lese nel nuovo filone d’inchiesta insiste: «Ci sono documenti che dimostrano come i pericoli per l’esposizione all’amianto fossero stati fortemente sottovalutati».

Giochi con pc del lavoro? Rischi il posto

La Stampa


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Solitari e giochi simili con il pc di lavoro mettono a rischio il posto di lavoro. Il monito arriva dalla Cassazione che ha ordinato un nuovo esame nei confronti di F.C., un dipendente della K24 Pharmaceuticals, nella capitale, che nel 2007 era stato licenziato con l’accusa «di avere utilizzato durante l’orario di lavoro il pc di ufficio per giochi con un impiego di quasi 300 ore nel periodo di oltre un anno, provocando un danno economico e di immagine» all’azienda stessa. Il lavoratore era stato reintegrato su decisione della Corte d’appello di Roma, nell’agosto 2010, sulla base del fatto che la contestazione aziendale era stata troppo «generica», impedendo così al lavoratore di difendersi dalle accuse. 

Contro la reintegra di F.C. ha fatto ricorso l’azienda e la sezione Lavoro - sentenza 25069 - ha accolto la tesi difensiva. In particolare, la Suprema Corte ha fatto notare che «l’addebito mosso al lavoratore di utilizzare il computer in dotazione ai fini di gioco non può essere ritenuto logicamente generico per la sola circostanza della mancata indicazione delle singole partite giocate abusivamente dal lavoratore». È, dunque, «illogica - ha sottolineato la Cassazione - la motivazione della sentenza impugnata che lamenta indicazione specifica delle singole partite giocate, essendo il lavoratore posto in grado di approntare le proprie difese anche con la generica contestazione di utilizzare in continuazione, e non in episodi specifici isolati, il computer aziendale» per motivi ludici. Il lavoratore subirà un nuovo esame davanti alla Corte d’appello di Roma che «provvederà ad una diversa decisione non considerando generica la lettera di contestazione da cui poi è conseguito il licenziamento»

Fonte: Adnkronos

Animali, 100 anni fa la prima legge anti-maltrattamenti

La Stampa

Vittorio Emanuele II e Giolitti vararono la “speciale proibizione” degli atti crudeli



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Compie un secolo la «speciale proibizione» di atti crudeli sugli animali. Il lessico è d’antan, come si conviene ad un provvedimento emanato cento anni fa, durante il Regno di Vittorio Emanuele III. Presidente del Consiglio era Giovanni Giolitti, ministro della Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile: le loro firme compaiono in calce alla prima legge organica in materia di protezione degli animali, la n.611 del 1913. Sono «specialmente proibiti - recitava l’articolo uno della legge - gli atti crudeli su animali, l’impiego di animali che per vecchiezza, ferite o malattie non siano più idonei a lavorare, il loro abbandono, i giuochi che importino strazio di animali, le sevizie nel trasporto del bestiame, l’accecamento degli uccelli ed in genere le inutili torture per lo sfruttamento industriale di ogni specie animale».

Una norma che integrava e rafforzava l’articolo 491 del Codice penale Zanardelli, del 1889, che, per la prima volta nel nostro Paese, sanzionava il reato di maltrattamento degli animali. Nel corso dei decenni, naturalmente, la legislazione in materia si è evoluta, fino ad arrivare alla legge n.189 del 2004 che introduce nel codice penale il Titolo IX-bis, `Dei delitti contro il sentimento per gli animali´, che prevede un’inasprimento delle sanzioni per i maltrattamenti, i combattimenti clandestini, le competizioni non autorizzate e l’abbandono di animali, introducendo una pena detentiva da tre mesi a un anno, o la multa da 3mila a 15mila euro. Un ruolo speciale veniva assegnato dalle regie norme alle «società protettrici degli animali», chiamate a «promuovere, anche a mezzo di agenti propri, la più efficace applicazione dell’articolo 491 del codice penale e delle disposizioni stabilite nella presente o in altre leggi o regolamenti dello Stato o dei comuni, riflettenti la protezione degli animali».

Ale stesse «società protettrici» era affidato il compito di «frenare i mali trattamenti e le eccessive fatiche, a cui possono essere assoggettati gli animali, istruendo i conducenti ed i guardiani nella loro arte, e ammaestrandoli a proporzionare le fatiche alle forze degli animali e a trarne il miglior risultato utile, senza che ne siano debilitati o vessati», e di «educare le popolazioni a non incrudelire verso gli animali, sia col mezzo di pubbliche e popolari conferenze, sia distribuendo opuscoli o stampati, sia concedendo premi agli insegnanti che diano nella scuola speciali istruzioni sulla necessità di proteggere gli animali». Inoltre, «metà delle ammende a cui siano condannati i contravventori alle disposizioni della presente legge e dell’articolo 491 del codice penale, in seguito a denuncia delle guardie delle società protettrici degli animali, sono devolute alle società stesse», recitava l’articolo 2 della prima legge sulla protezione degli animali. Cento anni fa.

(Fonte: Agi)

E' possibile ingrandire il pene in modo non chirurgico?

La Stampa

Le dimensioni dell'organo genitale maschile da sempre e in diverse culture, sono dibattute, celebrate, mistificate o rappresentate. 



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molteplici etnie hanno nel tempo perfezionato metodiche di vario genere per contribuire ad aumentare le dimensioni dell'organo genitale maschile; nel mondo occidentale, negli ultimi anni, si sta evidenziando un trend di richieste in crescita in tal senso, aumentando notevolmente il ricorso a svariate tecniche di ingrandimento del pene.
Nonostante ancora ad oggi non esistano delle linea guida condivise in ambito internazionale, diverse metodiche sono state messe a punto in ambito tecnico e scientifico, per ricorrere all'allungamento/ingrandimento circonferenziale dell'organo genitale maschile; e' possibile pertanto classificare le varie metodiche in:

- chirurgiche
- non chirurgiche (filler)
- meccaniche

Soffermandoci sulla seconda tipologia trattamentale, quella non chirurgica, appare utile focalizzare quanto segue: a nostro avviso, fra le varie opzioni trattamentali in ambito non chirurgico (lipofilling, fillers e sostanze permanenti e semi-permanenti, fillers riassorbibili), una delle metodiche con il più alto profilo di tollerabilità e sicurezza per il paziente (per nostra esperienza e sulla scorta di recenti dati scientifici) risiede nell'utilizzo di un filler riassorbibile composto da un acido ialuronico stabilizzato non animale, in forma di gel.

L'acido ialuronico, sostanza affine alla nostra pelle, possiede ormai un background ultra decennale in ambito estetico oltre a diverse indicazioni per il trattamento riempitivo di iniestetismi cutanei del volto e del corpo.

La sua stabilità, l'altissima tollerabilità e il potere riassorbibile della molecola, lo rendono fra tutte le sostanze, probabilmente quella fra le più sicure, per iniettabilita' intradermica.

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Per ciò che concerne l'ingrandimento dell'organo genitale maschile, la tecnica non chirurgica, prevede l'utilizzo di un gel di acido ialuronico stabilizzato per apposizione sottocutanea (effettuata in anestesia locale per mezzo di una cannula flessibile) in grado di aumentare sia circonferenza (in media di un cm) che la lunghezza (in media di 2 cm) dell'asta.

Medesimi risultati sono ottenibili con la tecnica del lipofilling, sebbene possa esserci una tendenza maggiore a fenomeni indesiderati rispetto al filler riassorbibile. Da sconsigliare sempre e assolutamente invece a nostro avviso, l'utilizzo di sostanze non autorizzate per l'infiltrazione sottocutanea e quelle non riassorbibili.

Il filler con acido ialuronico non è un intervento definitivo, ma la sua apposizione può stimolare l'ulteriore produzione di fibre collagene ed elastiche e può essere riprodotta in momenti successivi.
La raccomandazione che ci appare quantomai opportuna e' quella di rivolgersi sempre a personale medico esperto della materia e della metodica e informarsi esaurientemente su ciascun aspetto, sul rapporto rischio beneficio e sulla eleggibilità di questa metodica in ogni singolo paziente.

Fonti: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23388646

Rubata la «bicipizza» di Sorbillo, ritrovata dai carabinieri al Pallonetto

Il Mattino

di Gennaro Morra

Lo ha annunciato con un twitt pubblicato in serata lo stesso Gino Sorbillo: «Ritrovata la bicipizza rubata». Il mezzo, simbolo della famosa pizzeria, viene usata dallo staff per consegnare le pizze a domicilio ed era scomparso dal locale di via Partenope sul Lungomare nella notte tra sabato e domenica.



CatturaUn furto anomalo poiché si tratta di un pezzo unico, costruito dalla ditta Schiano in esclusiva per il pizzaiolo napoletano. Perciò difficilmente i ladri avrebbero potuto disfarsene, vendendolo al mercato nero. «Non ne esistono altri modelli in circolazione e inoltre può essere usato solo per il trasporto delle pizze - spiegava Mario Schiano, titolare dell’azienda produttrice, nella giornata di domenica -. E quindi è verosimile che si tratti di una cattiveria nei suoi confronti e gli esprimo tutta la mia solidarietà»

Per questo il proprietario si era speso tanto per trovarla: «Ho passato la notte a girare le strade ed i vicoli di Chiaia - raccontava un disperato Gino Sorbillo, domenica sera -. Ho controllato fino alle 4 del mattino ogni luogo alla ricerca della bicipizza simbolo del mio locale sul Lungomare. Alla fine ho dovuto sporgere denuncia per furto». Poi lanciava un appello: «Regalerò una bici a chiunque mi darà notizie o mi farà riavere la bicipizza».

La vicenda si è conclusa positivamente 24 ore dopo, quando i carabinieri hanno ritrovato la speciale bicicletta nel cortile di un palazzo tra i vicoli del Pallonetto di Santa Lucia. Subito dopo, l’annuncio su Twitter, ma anche su Facebook, per la gioia degli utenti dei social network che in massa seguono l’attività del pizzaiolo. Sorbillo ha ringraziato tutti quelli che lo hanno sostenuto e ha invitato i cittadini a denunciare sempre episodi del genere: «L’unico modo per poter sconfiggere davvero la criminalità».

 
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martedì 12 novembre 2013 - 03:05   Ultimo aggiornamento: 09:26

Fiumicino, colonne sul mare: svelata l'antica Portus

Il Mattino

di Laura Larcan

Un'équipe di archeologi inglesi ricostruisce l'edificio dell'imperatore Traiano nella sua nuova città portuale


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Il colpo d’occhio doveva essere davvero suggestivo per chi arrivava dal mare. Mentre le navi si avvicinavano ai moli, doveva apparire come un complesso monumentale grandioso. Aveva un’estensione di circa tre ettari e si innalzava per tre piani. L’imponente edificio sfoggiava lunghi portici animati da doppi filari di colonne che, per la loro altezza, creavano dei suggestivi effetti di riflesso sull’acqua. Ma è solo un dettaglio di «facciata», perché all’interno questo gioiello di architettura firmato, chissà, forse proprio da Apollodoro di Damasco (l’archi-star prediletta dall’imperatore Traiano) svelava ambienti rivestiti di marmi policromi, pavimenti decorati con mosaici, e coperture con alte volte a botte. Ciascuno dei primi due piani aveva il suo sistema di latrine, mentre al pian terreno spicca la grande cisterna.

GLI SCAVI
Ecco svelato il Palazzo Imperiale dell’antica città di Porto (Fiumicino), insediamento portuale voluto dagli imperatori Claudio e Traiano (I-II secolo d.C.), edificato a nord di Ostia, sul litorale tirrenico, sulla riva destra del Tevere. Il nuovo porto, dopo quello di Ostia, al servizio di Roma. La ricostruzione del Palazzo Imperiale è il risultato delle scoperte frutto delle campagne di scavo degli ultimi due anni dirette da Simon Keay dell’University di Southampton, grazie alla convenzione con la Soprintendenza ai beni archeologici. Le nuove indagini sul porto di Claudio e di Traiano sono state presentate ieri presso la British School at Rome dal professor Keay, occasione per ricordare Lidia Paroli della Soprintendenza, recentemente scomparsa, cui si deve nel 1990 la ripresa di uno studio sistematico di Porto (città che si estendeva per 60 ettari, come Pompei) dopo quasi un secolo.

Le indagini si sono concentrate in un’area ben precisa di Porto, tra la darsena del porto di Claudio e il versante nord-ovest del bacino esagonale fatto costruire da Traiano tra il 100 e il 112 d.C. in posizione più arretrata. Le scoperte, sotto la responsabilità scientifica di Angelo Pellegrino nel 2012, e di Renato Sebastiani nel 2013, hanno fornito nuove indicazioni che oggi svelano molti più caratteri della morfologia del Palazzo Imperiale, rimasto in uso fino al V secolo quando è stato trasformato in fortificazioni a protezione del porto durante le guerre greco-gotiche.

SISTEMA DI CORRIDOI
A riaffiorare è stato un sistema di corridoi con copertura a volta con una scala che consentiva di salire al primo e al secondo piano del Palazzo. Corridoi che ospitavano latrine e conservano ancora le pavimentazioni musive policrome, e che spiccano per essere all’interno di un peristilio realizzato sopra la cisterna del pian terreno. Un’architettura che trova confronto con il peristilio delle Grandi Terme di Villa Adrian. «Le ultime campagne hanno chiarito che il Palazzo Imperiale è stato demolito dai Bizantini, insieme ad altri edificinella prima metà del VI secolo», ha spiegato Keay.

I SANTI
A testimoniare l’evoluzione storica di Porto sono state anche le indagini sulla Basilica paleo-cristiana, il monumento sorto sulle strutture dei magazzini che, fino alla fine del III secolo avevano funzionato come stoccaggio delle merci a ridosso del porto esagonale di Traiano. Gli studi, che saranno presentati domani a Palazzo Massimo, svelano la trasformazione del monumento con una pianta a tre navate, completata dall'abside nel V secolo. Una basilica, destinata a diventare sede vescovile nella tarda antichità, che spicca nel cuore commerciale della città antica, di cui «ricicla» le pavimentazioni a mosaico bianco e nero. A renderla unica è la conservazione delle originali recinzioni liturgiche e dell'ambone. La basilica (lunga 40 metri) sfoggia una vasca battesimale, pavimenti di marmi e frammenti di intonaci dipinti trovati sui crolli delle arcate che separavano le navate. Tra questi, tipologie figurative di santi del XII secolo, senza confronti a Roma. Visite gratuite a Porto, solo su prenotazione (066529192).

 
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martedì 12 novembre 2013 - 10:20

Pochi detenuti, la Svezia chiude 4 carceri

Corriere della sera

Il numero di chi vive dietro le sbarre è sceso dell’1% ogni anno dal 2004. Le strutture saranno vendute o riconvertite

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Né indulto, né amnistia. In Svezia non ce n’è bisogno. Perché il numero delle persone che nel Paese scandinavo vive dietro le sbarre decresce «naturalmente» da quasi dieci anni. I dati parlano chiaro: dal 2004 il calo delle presenze è sceso dell’1 per cento ogni anno. Mentre dal 2011 al 2012 il crollo è stato addirittura del 6 per cento. Un andamento virtuoso che, secondo Nils Öberg, a capo dei servizi penitenziari svedesi, si ripeterà anche quest’anno. E’ nata da qui la decisione delle autorità svedesi di chiudere quattro delle carceri del Paese - quelle di Åby, Håja, Båtshagen e Kristianstad - oltre a un centro di recupero. Strutture che saranno vendute o riconvertite.

I MOTIVI - Non è chiaro perché in Svezia i detenuti siano sempre meno. «La speranza è che alla base di questa tendenza ci siano i nostri sforzi in materia di riabilitazione e prevenzione», ha detto Öberg in un’intervista al «Guardian». «Ma se anche fosse così non sarebbe sicuramente sufficiente per spiegare un calo così grande delle presenze». Un’altra possibilità potrebbe essere la tendenza dei giudici di assegnare pene più miti per i reati legati alla droga, in seguito ad una decisione del 2011 della Corte suprema svedese. O per quelli legati a furti e crimini violenti che, dal 2004 al 2012, sono scesi rispettivamente del 36 per cento e 12 per cento. «Quel che è certo - conclude Öberg - è che la pressione del sistema della giustizia penale negli ultimi anni è diminuita notevolmente».

STATISTICHE - Secondo l’«International Centre for Prison Studies», tra i Paesi con il più alto numero di detenuti la Svezia si colloca al 112 esimo posto (6,364 , 67 ogni 100,000 abitanti). L’Italia è alla posizione numero 27 (64,835 persone che vivono dietro le sbarre, 106 ogni 100,000). In cima alla classifica ci sono gli Stati Uniti, dove vivono dietro le sbarre 2,239,751 persone (716 ogni 100,000). Al secondo posto la Cina, con 1,640,000 carcerati (475 ogni 100,000). Terzo posto per la Russia dove, con la popolazione carceraria è pari a 681,600 ( 475 ogni 100.000).

11 novembre 2013

Arrestato il disturbatore tv Paolini. «Portava ragazzini in cantina per sesso». Inchiesta nata da laboratorio fotografico

Il Messaggero


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Arrivano nuove accuse per Gabriele Paolini: «Portava i ragazzini in una cantina della zona di piazza Bologna per compiere atti sessuali a pagamento». Questo pagamento era destinato a salire, partiva dai 15 euro e arrivava fino ai 40.
La cantina dove Paolini portava i ragazzini si trova nella zona di piazza Bologna. Qui gli incontri venivano ripresi dallo stesso Paolini. Il disturbatore tv, accusato di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, è stato fermato mentre si trovava nella zona di Trastevere.

Nei video che incastrarebbero il disturbatore tv è ripreso in scene di sesso con tre ragazzini. I tre sono stati tutti identificati: sono studenti di 16 anni, due italiani e un romeno. Il lavoro investigativo svolto dai carabinieri di Via in Selci ha consentito di identificare con certezza i tre ragazzini filmati. Con due di loro, gli italiani, è stato accertato che Paolini ha avuto rapporti sessuali. Col ragazzino romeno sembra ci sia stato solo un approccio e un'offerta esplicita, peraltro videoripresa. Secondo le ricostruzioni Paolini adescava i ragazzini in chat.

Le tariffe. Secondo il gip che ha convalidato l'arresto il volto noto quelli con i minori erano «episodi non appaiono occasionali» e la detenzione è giustificata dal pericolo di fuga oltre a quello della reiterazione del reato. Il magistrato nell'ordinanza di arresto di Gabriele Paolini scrive che l'arrestato «non solo non ha esitato ad indurre diversi minorenni ad atti sessuali mercenari, ma ne ha documentato le prestazioni con l'intento di diffondere il materiale». Con «l'insistente tentativo di persuasione, pur a fronte delle palesi resistenze oppostegli, con modalità espressive di reiterata e collaudata tecnica di induzione». Sempre secondo il gip mediante offerte di denaro progressivamente elevate induceva i minori alla prostituzione e le offerte di denaro sono proprio servite per vincere la resistenza delle parti offese. Le somme andavano dai 15 euro fino ai 40 in un crescendo progressivo con il passare della durata dell'incontro, della tipologia di prestazione, ma anche legata alle resistenze che venivano poste a Paolini dai minori.

Per superare le resistenze delle vittime, Gabriele Paolini innalzava il compenso. E ad uno di loro diceva: «Fidati! Non faccio nulla, ma cosa pensi...». È quanto emerge dall'ordinanza d'arresto di Gabriele Paolini. Secondo quanto si legge ancora nel documento, Paolini aveva prodotto «copioso materiale fotografico e videografico, evidentemente destinato alla divulgazione». In totale avrebbe prodotto 110 file tra foto e video, «riprendendo con telecamera i suoi rapporti sessuali con i minori». I file lo ritraevano «in atti sessuali con diversi giovani, di età adolescenziale». Per il pm, Paolini «non solo non ha esitato ad indurre diversi minorenni ad atti sessuali mercenari, ma ne ha documentato le prestazioni con l'intento di diffondere materiale a terzi». In alcuni video vengono documentate anche «le pressioni psicologiche esercitate dall'indagato» nei confronti di una delle vittime per coinvolgerlo in pratiche sessuali.

Il laboratorio denuncia. Sono partite da una denuncia presentata dai titolari di un laboratorio fotografico di Riccione, le indagini che hanno portato all'arresto di Paolini, accusato di induzione alla prostituzione minorile e produzione di materiale pedopornografico. I titolari del laboratorio avevano ricevuto via internet, da un punto vendita di Roma, alcuni file da stampare che ritraevano scene di sesso tra Paolini e alcuni ragazzi minorenni.

«Bravi ragazzi» che vanno a scuola e conducono una vita come tanti loro coetanei. Con alle spalle famiglie normali di impiegati. Nessun disagio economico o situazioni di degrado in sottofondo. Così sono stati descritti i giovani sedicenni adescati via Internet da Gabriele Paolini e immortalati in alcuni video. Al momento sembra che i ragazzini avessero rapporti occasionali con Paolini, per 'racimolare' qualche soldo. Per un piumino nuovo, una ricarica telefonica o jeans alla moda. È escluso, al momento, che si prostituissero in maniera sistematica. I giovani, affidati alle famiglie, non sono stati ancora ascoltati dagli inquirenti che nei prossimi giorni chiederanno l'autorizzazione del giudice tutelare. In quell'occasione, assistiti anche da uno psicologo, spiegheranno forse come sono caduti vittime del disturbatore Tv. Gli investigatori dei carabinieri stanno continuando la visione dei video sequestrati per capire se oltre ai tre ragazzini finora identificati possano esserci altri eventuali ragazzi adescati.

Il disturbatore tv si trova agli arresti a Regina Coeli, mercoledì dovrà rispondere alle domande del gip Alessandrina Tudino, lo stesso che ha firmato il provvedimento cautelare su richiesta del procuratore aggiunto Maria Monteleone e del sostituto Claudia Terracina.

Il gip. Una condotta «gravissima» compiuta con «freddezza, professionalità ed abilità». È quanto scrive il gip di Roma nell'ordinanza con cui ha chiesto l'arresto di Gabriele Paolini. Per il magistrato siamo in presenza di «un quadro di assoluta svalutazione della altrui libertà, con acclarata incapacità di governo dei propri impulsi antisociali». Nel provvedimento di circa 14 pagine, il gip Alessandra Tudino, descrive la personalità di Paolini caratterizzata da «assoluta incapacità di contenimento, esasperata ed anzi enfatizzata nella relazione con minori (testimoniata anche dalla esaltazione narcisistica insita nella auto-produzione del materiale)» e con «totale assenza di continenza e di rispetto dell'altrui persona, oltre a dispregio delle regole civili».

Per il gip che ha firmato l'ordinanza di arresto sussistono esigenze di «difesa sociale» dietro la richiesta d'arresto. L'indagato, infatti, «non solo non ha esitato - scrive il gip- ad indurre diversi minorenni ad atti sessuali mercenari, ma ne ha documentato le prestazioni con l'intento di diffondere il materiale». Con «l'insistente tentativo di persuasione, pur a fronte delle palesi resistenze oppostegli, con modalità espressive di reiterata e collaudata tecnica di induzione»

Campagna contro la pedofilia. Nel 2012 Gabriele Paolini aveva promosso tramite Facebook una raccolta di firme contro pedofili e stupratori. Il motivo del raccogliere queste firme - scriveva - è per mettere fine alle crudeltà dei pedofili e degli stupratori. Avendo avuto anche io una brutta esperienza all'età di 15 anni, posso dirvi che queste persone che abusano di poveri bambini sono senza pietà e senza scrupolo ed è per questo che meritano la pena di morte. Quindi sì alla pena di morte per i pedofili e stupratori e sì alla felicità dei bambini».

«L'altra faccia della Tv» per la lotta alla pedofilia. Le 'gesta del disturbatore catodico Gabriele Paolini in dvd: lui stesso ha realizzato e messo in vendita sul web - all'inizio del 2011 - 'L'altra faccia della tv', che raccoglie decine di sue comparsate collezionate durante dirette in esterni di tg e programmi televisivi, tra offerte di preservativi, invettive contro i politici e proteste in mutande con tanto di megafono. Nella presentazione video del dvd, ma anche in un breve promo che compare ancora oggi su YouTube, Paolini afferma che un euro per ogni dvd acquistato sarebbe stato destinato «alla onlus 'Bambini si nasce', per la tutela dei bambini e la lotta contro la pedofilia». '15 anni di intrusioni tv' è il sottotitolo del dvd, che sulla copertina - oltre ad un primo piano del disturbatore nel gesto di fare le corna - riporta un certificato attribuito al 'Guinness world record' che conferma la costanza di Paolini nel sabotare giornalisti e presentatori tv «incoraggiando l'uso del condom come parte della sua battaglia civile contro l'Aids».

Lo stesso Paolini - che aveva distribuito il dvd anche alla stampa bolognese, in occasione di una sua performance mesi fa - sottolinea nella prefazione video che ama bacchettare i politici «sui problemi della moralità» (parecchi di loro, dice, «hanno avuto problemi piccanti o boccacceschi»), si definisce un «pittore surrealista» che usa la tv come tavolozza per lanciare messaggi forti, mostra la copertina di una tesi di laurea che, dice, uno studente ligure ha elaborato su di lui in materia di comunicazione. «Spesso ho anticipato i tempi», aggiunge di se stesso: «Nel '95 ho regalato un profilattico a papa Giovanni Paolo II, nel '97 a madre Teresa di Calcutta, poi papa Ratzinger ha aperto in qualche modo al preservativo»


Lunedì 11 Novembre 2013 - 13:22
Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Novembre - 11:18

Le tasse vanno pagate anche se non si riscuote il denaro

La Stampa


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Ai fini fiscali, la percezione del reddito, da parte del professionista, matura nel momento in cui il soggetto che riceve il compenso acquisisce la disponibilità delle somme, essendo ininfluente l’eventuale diverso momento in cui queste sono perse da parte di chi effettua il pagamento. A stabilirlo è la Cassazione nella sentenza 24533/13, in relazione a un ricorso contro l’accoglimento, da parte del Tribunale, di una richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo per equivalente di beni mobili e immobili. Il sequestro era finalizzato alla confisca obbligatoria del profitto del delitto di dichiarazione fraudolenta mediante artifici. L’omessa dichiarazione dei redditi riguardava il compenso dell’indagato, un Trustee (amministratore fiduciario), per l’attività di consulenza stragiudiziale svolta relativamente al Trust stesso.

L’indagato, nell’anno d’imposta, si era limitato a gestire il patrimonio separato rappresentato dal Trust, senza attingervi per la riscossione del proprio credito professionale, nonostante fosse stata disposta la liquidazione finale dei beneficiari del Trust, che avrebbe esaurito, così, la propria attività. Secondo il Tribunale, non si può ipotizzare un obbligo di dichiarare al fisco redditi non ancora entrati nella disponibilità materiale, seppure in forza di una scelta personale. Infatti, il Trustee non aveva ancora trasferito il compenso sul proprio conto corrente, e non essendoci alcuna norma che imponga di riscuoterlo, il giudice di merito ha escluso che ciò integrasse il fumus del reato.

La Suprema Corte, però, ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, ritenendo questione di diritto stabilire il momento in cui sorge il presupposto dell’imposizione tributaria per il professionista, con i conseguenti risvolti di natura penalistica in ordine alla individuazione degli elementi attivi da indicare nelle dichiarazioni annuali e quindi alla commissione del reato di dichiarazione fraudolenta mediante artifici. I giudici di legittimità hanno ricordato che i compensi vanno sottoposti a tassazione in relazione all’anno in cui sono stati percepiti. e che vanno dichiarati secondo il “principio di cassa”.

Tale principio vuole l’imputazione a periodo dei compensi con riferimento al momento in cui il professionista consegue la disponibilità delle somme. Quindi, data l’inutilità del mantenimento della somma sul conto del Trust, ormai estinto, e, soprattutto, vista la piena disponibilità della stessa, in ogni momento, da parte dell’indagato (posizione incompatibile con i poteri del creditore), questi era da considerare già titolare del denaro. Infine, gli Ermellini ammoniscono che, diversamente, dipenderebbe dal mero arbitrio del contribuente il momento in cui far scattare il presupposto dell’obbligazione tributaria.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Coe, il veterano morto solo: appello online, in centinaia al funerale

Corriere della sera

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Almeno 500 persone hanno partecipato ai funerali a Lytham St. Annes, in Inghilterra, di un veterano della Seconda Guerra Mondiale, dopo l’appello in Rete promosso dalla casa di riposo che l’ospitava con l’obiettivo di donargli adeguata sepoltura. Harold Jellicoe Percival, detto «Coe», ex membro della Royal Air francese, è deceduto a ottobre all’età di 99 anni. L’uomo, che non si è mai sposato, non aveva figli né familiari vicini. E questo ha spinto la casa di cura dove il veterano alloggiava a pubblicare un annuncio sul giornale locale per rendere omaggio a Coe, poi diffuso anche attraverso Internet (Afp/Paul Ellis)




Le foto

Caselli lascia la guida della procura Annuncio via mail ai pm di Torino

La Stampa

massimo numa, massimiliano peggio

In pensione dal 28 dicembre: «Ho formalizzato oggi una notizia che non avrei mai voluto comunicarvi»



Cattura «Ho formalizzato oggi una notizia che non avrei mai voluto comunicarvi». Con queste parole, Giancarlo Caselli, procuratore capo di Torino, ha comunicato oggi ai suoi magistrati la decisione di andare in pensione il 28 dicembre prossimo, in anticipo di qualche mese rispetto alla scadenza naturale del suo incarico. «Mi dispiace lasciare il lavoro in Procura, ma ancora di più lasciare tanti amici, credetemi non è frase fatta, cioè voi tutti che avete contribuito a fare del nostro ufficio un sistema funzionante». 

Per anni ha lavorato a Torino: nel 1992, dopo gli attentati che insanguinarono Palermo, con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, accettò l’incarico di procuratore capo del capoluogo siciliano. «In via d’Amelio c’erano ancora le fiamme quando lui decise di firmare la richiesta di trasferimento per andare a Palermo» disse tempo un ex collaboratore di Caselli, nella ricorrenza degli attentati. 

Con il suo ritiro si apre la corsa alla successione. Tra i nomi in lizza quelli Francesco Saluzzo, procuratore capo a Novara e Sandro Ausiello, procuratore aggiunto a Torino, da anni braccio destro di Caselli. 

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Rapporto sulle zone più inquinate del mondo

La Stampa

traduzioni di e. intra e s. gliedman


Il Blacksmith Institute, in collaborazione con Green Cross Switzerland ha pubblicato il rapporto annuale sui luoghi più inquinati del pianeta. Oltre ad identificare le 10 aree che detengono il triste primato, il documento offre aggiornamenti sulle zone menzionate nei rapporti precedenti.  Vengono elencate inoltre le sostanze inquinanti, come ad esempio il cromo esavalente emesso dalle concerie, e i metalli pesanti da fusione. Ed è in serio pericolo la salute di oltre 200 milioni di persone, per lo più nei Paesi a reddito medio-basso. 



Simili resoconti in passato avevano identificato i problemi legati all'ambiente, non indicando comunque dei luoghi precisi. Questo è il primo rapporto nato dalla collaborazione delle due organizzazioni, dopo quello del 2007.  In quest'arco di tempo si è imparato molto sull'inquinamento e sul suo impatto sulle comunità più povere, e grazie agli sforzi compiuti dai singoli governi si è fatta luce su molte problematiche ambientali. Il Blacksmith Institute ha inoltre condotto oltre 2000 valutazioni di rischio in oltre 49 Paesi.  

Come aspetto positivo, diverse aree sono migliorate e quindi rimossi dalla lista. Tra le nuove entrate invece si trovano Agbogbloshie, una discarica di apparecchiature elettroniche in Ghana, e Kalimantan, in Indonesia, contaminata dal mercurio di una piccola miniera d'oro. 
Un altro cambiamento importante nella classifica di quest'anno è l'inserimento di diversi bacini fluviali, come il fiume Citarum in Indonesia o il delta del fiume Niger. Tali bacini ospitano spesso migliaia di piccole industrie che riversano i loro rifiuti nell'acqua. "Il numero di persone coinvolte è molto alto," ha spiegato David Hanrahan di Blacksmith, "ma molti di loro fanno affidamento su tali industrie per lavorare. Quindi stanno avvelenando se stessi, i loro vicini e l'ambiente, ma questo è l'unico modo per guadagnarsi da vivere."

Nella classifica rientrano anche luoghi tristemente noti. Tra questi, Chernobyl, in Ucraina, dove dopo 27 anni si sentono ancora gli effetti del peggior disastro nucleare del mondo che nel 1986 ha fatto fuoriuscire una quantità di radiazioni 100 volte maggiori di quelle delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Si stima che l'inquinamento provocato dall'incidente abbia colpito circa 10 milioni di persone.  Dzershinsk, in Russia, è un importante sito di produzione chimica che presenta nelle falde acquifere alti livelli di inquinanti come diossina e fenolo. I residenti soffrono di malattie e tumori a occhi, polmoni e reni e l'aspettativa di vita in città è solo di 47 anni per le donne e 42 per gli uomini.



Kabwe, in Zambia, dove decenni di lavori non regolamentati nelle miniere di piombo hanno causato gravi problemi di salute per i residenti, si stima che le persone colpite siano almeno 300.000. Nel 2006, è stato rilevato che i livelli di piombo nel sangue dei bambini era 5-10 volte superiore a quello considerato normale. 

A Matanza Riachuelo, in Argentina, sono 15.000 le aziende che rilasciano sostanze inquinanti nel fiume Matanza, che passa per Buenos Aires e sfocia nel Rio de la Plata. Si sono rilevati zinco, piombo, rame e nichel, elementi che rendono l'acqua potabile nei pressi del bacino seriamente pericolosa, e quindi una minaccia per le 20.000 persone che vivono nella zona. 



In un articolo su Scientific American, David Biello sintetizza il quadro attuale e le sfide da affrontare a livello globale, scrivendo fra l'altro: "Ripulire questi siti non è un'impresa impossibile. Diversi luoghi che comparivano nella precedente lista, ora sono scesi in classifica, sia perché sono stati, o perchè stanno per, essere ripuliti. Ad esempio, il suolo fortemente contaminato da piombo ad Haina, nella Repubblica Dominicana, è stato rimosso e portato in una discarica specializzata. Come risultato, Haina è l'unico luogo che dal 2006 è stato completamente eliminato dalla classifica.

Anche luoghi altamente inquinati in Cina e India sono usciti dalla top 10, grazie agli sforzi del governo nell'affrontare il problema ambientale. Il governo cinese ha chiuso più di 2.000 fabbriche a Linfen, e ha costretto quelle ancora funzionanti a installare dispositivi a carbone pulito. Il governo indiano ha invece attuato un programma per valutare e recuperare tutti i siti contaminati del Paese. I miglioramenti registrati sono avvenuti anche grazie alla popolazione locale che ha fatto pressione sui governi. In Paesi come la Russia, dove la pressione dell'opinione pubblica si è rivelata più difficile da esprimere, miglioramenti simili sono più difficili da incontrare. 

Al contempo va sottolineato che le nuove tecnologie che si stanno sviluppando, possono aiutare a trasformare alcuni di questi problemi in un retaggio del passato. Tuttavia, molti di questi sforzi richiedono l'investimento minimo di centinaia di milioni, così come la creazione di infrastrutture per smaltire correttamente i rifiuti tossici." Senza infine dimenticare che, pur se Stati Uniti, Giappone o Europa occidentale non rientrano nei primi dieci posti, ciò non ne esenta le responsabilità: parte dell'inquinamento che affligge i Paesi più poveri dipende infatti dagli stili di vita di quelli più ricchi.

Napoli. Sos al cimitero: tombe divelte e automobili sulle sepolture

Il Mattino

di Marco Perillo


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NAPOLI. Nascosti da lastroni di piperno, stipati in grosse voragini nel sottosuolo, riposano i resti di centinaia e centinaia di poveri, seppelliti tra '700 e '800. Oggi, su quell'enorme «sudario di pietra» che è il cimitero delle 366 fosse di Napoli, passano le automobili. Eccone una, in occasione dello scorso "ponte dei morti", oltrepassare il tappeto sepolcrale progettato dal genio di Ferdinando Fuga e posizionarsi sotto alcuni loculi più recenti, ricavati nel muro perimetrale del camposanto. Dall'auto scendono alcune persone per la consueta visita ai defunti; i loro hanno la fortuna di riposare in un gioiello ammirato in tutta Europa, ma poco tutelato - e ricordato - in città.

Forse non immaginano nemmeno, quelle persone, che le loro ruote sono appena passate su’enorme «lapide» che copre le spoglie mortali di chi un tempo abitò il Real Albergo dei Poveri voluto da Carlo III. Forse non tutti, a Napoli, conoscono la storia di quel luogo di sepoltura voluto nel 1762 da Ferdinando IV di Borbone, sincera espressione di «pietas» in epoca dei lumi. Per dare degna sepoltura agli indigenti della città, l’architetto Fuga ideò ben 366 cavità sotterranee in cui rinchiudere i cadaveri; una fossa al giorno, chiusa da un lastrone e numerata per ogni giorno dell’anno, compresi gli anni bisestili.

Una meraviglia che anticipò gli intenti dell'editto di Saint Claude e che oggi avrebbe bisogno di alcuni interventi per non essere divorata dal degrado. In particolare, nell'angolo nord orientale del cortile, le radici degli alberi hanno divelto alcune lastre di piperno attorno agli ingressi delle fosse-sepolcri. «La vegetazione spontanea cresciuta negli ultimi 30 anni ha sollevato il basolato intaccando le volte a botte sottostanti - spiega l'architetto Paolo Giordano, che da anni studia il cimitero e si batte per la sua salvaguardia -. E' un problema che va avanti da tempo, ma nessuno se ne occupa. Bisogna aspettare che ci sia un crollo affinché qualcuno si muova?».

Il cimitero di Santa Maria del Popolo - questo il suo nome ufficiale - è affidato a un'arciconfraternita privata. «Un gioiello del genere - prosegue Giordano - non è stato nemmeno inserito nell'area "cuscinetto" del perimetro Unesco del centro storico di Napoli. Anche questo ne ha favorito l'incuria. Un’incuria che mi fa vergognare, talvolta, di farlo visitare ai tantissimi studiosi stranieri che mi chiedono di vederlo». Altro emblema del degrado è la un’argano in ferro arruginito che si trova all’interno del cortile; una «macchina di archeologia industriale funebre» donata da una nobildonna inglese per evitare che i defunti venissero gettati come animali nelle voragini sottostanti, provocando un sordo e agosciante tonfo.

Sull’argano la croce si è staccata, i suoi ingranaggi sono a pezzi. «Eppure basterebbero non più di 15mila euro per rimetterlo a posto» commenta amaramente Giordano. Ma è l’intera zona, ai piedi della collina di Poggioreale, a due passi da corso Malta, ad essere completamente dimenticata. Di fianco al cimitero delle 366 fosse c’è quello monumentale dei Colerosi. Chiuso da anni, divorato dalla giungla.


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lunedì 11 novembre 2013 - 16:29   Ultimo aggiornamento: 18:26