giovedì 7 novembre 2013

Se la Coop obbliga Caprotti ad andare da Napolitano

L’intraprendente

di Federica Dato


1
Ci risiamo, Bernardo Caprotti ha ancora a che fare con ricorsi al Tar, permessi negati, investimenti a rischio. Perché in Italia, persino al Nord, è relativo che un’azienda figli posti di lavoro e indotto e servizi. Conta che un cavillo, utile a dar noia all’imprenditore di turno, se possibile, si trova sempre. Se poi il suddetto imprenditore è anche alle prese con una battaglia sanguinosa con le Coop rosse, la faccenda si fa interessante, diciamo. Allora succede che il patron di Esselunga inizi a essere stanco degli scontri continui con amministrazioni locali e burocrazie folli. Che poi in singoli casi non sia escluso la ragione non fosse pienamente dalla sua non è da escludersi, ma il fatto è che l’ostruzionismo in cui si è imbattuto in diverse occasioni, mentre era intento ad aprire uno dei tanti store a suo nome, è complesso da negare.

L’ultima puntata di una saga apparentemente infinita è di casa a Genova, dove il colosso lombardo della grande distribuzione avrebbe voluto sbarcare, precisamente nell’area degli ex capannoni San Giorgio del quartiere operaio di Sestri Ponente. E qui si arriva alla lotta esasperata, perché Caprotti ha deciso di non rivolgersi più solo al Tar. L’altro ricorso (straordinario) infatti è indirizzato a Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica. Un caso che quindi passerà dal Ministero dello Sviluppo economico, per finire sul tavolo del Consiglio di Stato.

Ci vorranno anni, prima di vedere la fine di una vicenda iniziata nel 2010 con la presentazione di un progetto che voleva la nascita di un supermercato Esselunga da 2.900 metri quadrati. Gli uffici della viabilità dicono sì e poi arriva il disegno “studiato da Talea, immobiliare di Coop Liguria, sulle aree di proprietà dell’azienda di Carlo Castellano”, riporta il Secolo XIX -. La situazione di complica, perché d’improvviso l’idea di Caprotti diventa “invasiva”, mentre l’altro, “che prevede ben due strutture di vendita da 2.500 metri quadri”, viene percepito come fattibile. E fu così che si arrivò a tirar la giacchetta al Presidente Giorgio.

Roba da montarci un film dai retroscena macabri, d’intrighi e affari. Roba che non sa né di paese liberale, civile, normale.

Svendita di via Solferino, il Cdr: «Una cessione che rivela un viluppo di conflitti di interessi»

Corriere della sera

Il comunicato del sindacato: «Operazione folle dal punto di vista finanziario, possibili risvolti penali»

Cari lettori,

i giornalisti del Corriere della Sera hanno scioperato contro il piano di svendita della sede storica di via Solferino 28 lo scorso 13 settembre. Oggi, nel momento in cui la decisione è stata formalizzata dal Consiglio di amministrazione di Rcs Mediagroup, hanno fatto una scelta diversa: continuare a denunciare tutti i punti di un’operazione folle dal punto di vista finanziario e con risvolti che potrebbero avere anche rilevanza penale.


Cattura
Nessuna persona di buon senso svenderebbe la propria casa per poi riaffittarla a un prezzo di mercato. Ma questo è esattamente quello che ha deliberato, a maggioranza, il Consiglio di amministrazione di Rcs. Davvero un bell’affare: ma solo per Blackstone, il fondo speculativo americano che si mette in portafoglio un immobile di pregio nel centro di Milano pagandolo appena 120 milioni, circa quattromila euro al metro quadro. Una valutazione pari alla metà dei prezzi immobiliari correnti nella zona di Brera.

Risultato? Un danno permanente allo stato patrimoniale del gruppo, un’iniziativa che concede solo un sollievo transitorio e apparente ai conti, ma che peserà nel medio-lungo periodo sulla solvibilità del gruppo. Per allora, probabilmente, l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane avrà già lasciato la società con una generosa buonuscita, come hanno fatto i suoi predecessori, compresi i responsabili del rovinoso acquisto di Recoletos in Spagna (origine del pesante indebitamento dell’azienda). I giornalisti del Corriere temono che la svendita di via Solferino possa passare alla storia come una Recoletos-bis.

Questa cessione mette in luce un viluppo di conflitti di interessi. Per esempio la Fiat, grande sponsor dell’operazione, è allo stesso tempo azionista del Corriere e de La Stampa . E ancora Banca IntesaSanPaolo, contemporaneamente azionista e tra i principali creditori di Rcs. Senza contare il fatto che l’advisor dell’operazione, Banca Imi, fa parte proprio di IntesaSanPaolo . Per tutte queste ragioni il Comitato di redazione ha già avviato una serie di azioni legali e intende proseguire su questa strada, interpellando anche la Consob (leggi qui) a meno che il Consiglio di amministrazione decida in extremis di prendere finalmente in considerazione le proposte alternative per valorizzare l’immobile.

Tra le diverse idee suggerite in questi mesi all’azienda ne ricordiamo tre: ricorrere alla cartolarizzazione (che consentirebbe di mantenere la titolarità dell’immobile); vendere il palazzo a enti previdenziali che ne garantiscano una gestione non speculativa; coinvolgere nell’acquisto una fondazione aperta alla partecipazione di dipendenti e lettori.

Nei mesi scorsi il Comitato di redazione aveva cercato di coinvolgere le autorità cittadine, a cominciare dal sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Oggi, con amarezza, registra l’assoluta indifferenza mostrata dalle istituzioni rispetto a una spregiudicata operazione finanziaria che consegna un pezzo dell’identità storico-culturale di Milano e del Paese a un fondo speculativo che potrà farne l’uso più conveniente.

Il Comitato di redazione, infine, attende di trovare al suo fianco la direzione del giornale.

07 novembre 2013







Vendita via Solferino, il Cdr: «Una follia, sfregio all’identità del Corriere della Sera»
Corriere della sera

Il comunicato del sindacato: «La vendita un danno permanente allo stato patrimoniale del gruppo»

Cattura
«Svendere un immobile di pregio nel centro di Milano per poi riaffittarlo a un prezzo che in pochi anni restituisce gran parte del capitale incassato, è esattamente ciò che non farebbe qualunque persona di buon senso». Dopo il via libera, da parte del consiglio di amministrazione del Corriere della Sera, alla vendita dell’intero complesso immobiliare di via San Marco e via Solferino, sede storica del Corriere e della Gazzetta dello Sport, il Comitato di redazione ha diffuso una nota. «Il Comitato di redazione del Corriere della Sera considera la decisione di vendere il palazzo storico di Via Solferino un atto folle dal punto di vista finanziario e uno sfregio inaccettabile all’identità del Corriere della Sera.

Il risultato è un danno permanente allo stato patrimoniale del gruppo, un’iniziativa che concede solo un sollievo transitorio e apparente ai conti, ma che peserà nel medio-lungo periodo sulla solvibilità del gruppo. Ma, probabilmente — ha aggiunto l’organo sindacale del Corriere — per allora l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane avrà già lasciato la società con una generosa buonuscita.

Il Cdr continuerà a percorrere tutte le strade per promuovere un’azione di responsabilità nei confronti dei consiglieri che hanno approvato la delibera, senza escludere anche eventuali esposti alla magistratura. Fin d’ora è chiaro che l’operazione mette in luce un intrico di conflitti di interesse che tocca soggetti azionisti di giornali concorrenti (ed è il caso della Fiat) e società nello stesso tempo azionisti e creditori di Rcs (ed è il caso di IntesaSanpaolo). Senza contare il fatto che l’advisor dell’operazione, banca Imi, fa parte proprio di IntesaSanPaolo .

Nei mesi scorsi il Comitato di redazione aveva cercato di coinvolgere le autorità cittadine, a cominciare dal sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Oggi, con amarezza, il Cdr registra l’assoluta indifferenza mostrata dalle istituzioni rispetto a una spregiudicata operazione finanziaria che consegna un pezzo dell’identità storico-culturale di Milano e del Paese a un fondo speculativo che potrà farne l’uso più conveniente. Il Comitato di redazione si augura di trovare al suo fianco anche la direzione del giornale».

06 novembre 2013





Vendita via Solferino, otto domande alla Consob
Corriere della sera

Dopo l’annuncio della vendita del Palazzo storico di via Solferino 28, sede del Corriere della Sera

Sei righe di comunicato ufficiale per mettere in discussione 109 anni di storia. La nota diffusa martedì sera, 5 novembre, annuncia la vendita del Palazzo storico di Via Solferino 28 per 120 milioni. Una comunicazione che ha confuso le idee anche agli investitori. La Borsa si è mossa in maniera contraddittoria: ieri mattina i titoli Rcs sono saliti del 3%, ma alla fine della giornata hanno chiuso in perdita del 2,19%. E allora sarebbe bene che la Consob, l’autorità che vigila sui mercati finanziari presieduta da Giuseppe Vegas, chiedesse chiarimenti sull’operazione. I giornalisti del Corriere della Sera ne segnalano otto:

1) Qual è il valore complessivo dell’operazione?

2) Si tratta di una vendita vera e propria o di una vendita con riscatto (lease-back)? Esistono opzioni di riacquisto e come sono esercitabili?

3) Risulta da indiscrezioni di mercato che il canone di affitto annuo che Rcs MediaGroup dovrà pagare al fondo Blackstone sia pari o superiore al 7% dell’investimento effettuato. È così? (Una cifra spropositata se si pensa che un mutuo ipotecario costa oggi a chi lo contrae all’incirca il 3% lordo (con tasso variabile). Perché non è stata, ad esempio, scelta la strada di ipotecare l’immobile in attesa di tempi migliori, una mossa non solo economicamente sensata ma anche coerente con il «Piano per lo sviluppo» già approvato?)

4) Ci sono nei contratti di finanziamento tra Rcs e le banche creditrici clausole che impongono o rendono vantaggiosa la vendita dell’immobile entro il 2013?

5) Quanto dureranno i contratti di affitto? (Informazione fondamentale per valutare fin d’ora il peso che la locazione avrà negli anni sui conti del gruppo).

6) Rcs è a conoscenza di rapporti di ogni genere tra i suoi azionisti rilevanti e il fondo Blackstone, tali da far considerare la vendita come un’operazione con parti correlate?

7) Nel fondo Blackstone hanno investito azionisti rilevanti della Rcs, e in che misura?

8) Il fondo Blackstone per questa operazione è finanziato anche da istituti finanziari azionisti e/o creditori di Rcs?

07 novembre 2013

Doping, Armstrong e il piano perfetto “Non mi avrebbero mai trovato positivo”

La Stampa

L’ex corridore ha ammesso l’utilizzo di sostanze proibite ma non è mai stato incastrato da un test: «Non c’era nessun rischio: usavamo un modello matematico»


Cattura
Nonostante la squalifica a vita per doping, Lance Armstrong non è mai stato trovato positivo ad un test antidoping. E il ciclista statunitense è sicuro che non l’avrebbero mai trovato positivo perché utilizzava un sistema «conservativo». «Non ero mai positivo, mai, perché il piano era molto conservativo», ha detto Armstrong nella seconda parte dell’intervista con cyclingnews.com. Lo statunitense 41enne, oltre alla squalifica a vita, è stato privato anche dei suoi sette titoli al Tour de France, quando l’Usada, l’Agenzia Antidoping degli Stati Uniti, ha reso pubblica un anno fa l’indagine su di lui. 

A gennaio e dopo anni di richieste, il texano ha ammesso in un’intervista televisiva che effettivamente aveva preso delle sostanze proibite durante gran parte della sua carriera. «Il piano era conservativo -ha ripetuto-, per niente rischioso e matematico», ha aggiunto descrivendo il programma di doping della squadra Us Postal. Armstrong ha ammesso di capire di non avere più credibilità e si è detto dispiaciuto che le sue bugie abbiano alimentato la speranza delle vittime del cancro, malattia che lui ha superato. «Ho dato loro speranze, ho fatto pensare che la storia era perfetta. Mi piacerebbe cambiare tutto questo, ma non posso». L’ex ciclista si è detto anche dispiaciuto di essere stato tanto aggressivo con i giornalisti che sospettavano di lui. «È stato un tremendo errore». 

Lo statunitense ha poi assicurato di aver iniziato a doparsi nel 1995 durante quello che ha denominato un «movimento tettonico», che ha elevato il livello del doping nello sport della bicicletta. «Sentivamo che non c’era altra possibilità. Ovviamente c’era, saremmo potuti andare tutti a casa, ma sentivamo che per competere a quel livello non c’era un’altra opzione». Nonostante abbia iniziato a doparsi nel 1995 e lo fece almeno fino al suo ritiro nel 2005, quando vinse il suo settimo Tour, l’ex ciclista ha assicurato che «il 99 percento» della sua carriera non ha niente a che vedere con il doping. 

Figuraccia di Esposito: elogi al calunniatore

Stefano Zurlo - Gio, 07/11/2013 - 08:02

Il giudice della sentenza choc sul Cav scivola sul sequestro Moro. Nella prefazione di un libro dà credito al militare che per i pm è un bugiardo

Un capitombolo. Uno scivolone sul ghiaccio della più trita superficialità. Una pesante caduta sui luoghi comuni che affollano la dietrologia di marca italiana.


Cattura
Niente di nuovo, se non fosse che il protagonista di questo incidente è un giudice. E che giudice: quell'Antonio Esposito che quest'estate, a telecamere unificate, ha letto la sentenza di condanna del Cavaliere per frode fiscale. Ora Esposito firma un'imbarazzante prefazione al libro di un collega oggi in pensione, Ferdinando Imposimato, in cui sposa in pieno la tesi dell'ex giudice istruttore: non meglio identificati 007, appartenenti ai servizi italiani e stranieri, sapevano dov'era custodito Aldo Moro, erano pronti ad intervenire con un blitz contro le Brigate rosse, inspiegabilmente alla vigilia dell'assassinio dello statista Dc furono rispediti a casa. Imposimato, che da tempo coltiva questo filone in bilico fra scoop e fantasy giudiziaria, ha condensato molte presunte rivelazioni nel suo ultimo libro: I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia.

E per documentare una tesi così ardita e sconvolgente porta al suo mulino due testimonianze: quella dell'ex brigadiere delle Fiamme gialle Giovanni Ladu che sostiene di essere stato inviato, giovanissimo, nel lontano 1978, alla periferia di Roma per il controllo di un appartamento identificato come la «prigione del popolo», e poi quella di un certo Oscar Puddu che confermerebbe in toto le dichiarazioni di Ladu. La procura di Roma ha avviato un'inchiesta ed è arrivata a conclusioni drastiche: Ladu è indagato per calunnia perché tutto quello che dice non sta in piedi e anzi pare fango buttato addosso alle istituzioni dell'epoca; quanto a Puddu si è scoperto che è sempre Ladu sotto falso nome.

Puddu, infatti, per rispondere ai quesiti di Imposimato si è sempre servito della posta elettronica e ha sempre rifiutato di incontrarlo. In realtà l'uomo «invisibile» sarebbe una duplicazione un po' truffaldina dell'ex sottufficiale. Insomma, il libro, che ha pure scalato le classifiche, poggia su gambe esili. Ma così esili da togliere spessore a tutta la costruzione probatoria. Gli 007, con ogni probabilità, non erano appostati nei pressi della prigione di via Montalcini. Ma i lettori questo non possono saperlo: si fidano dell'autorevolezza di Imposimato, magistrato dal curriculum importante, e del prestigio di Antonio Esposito, giudice di Cassazione, autore del contestassimo verdetto dell'anno.

E però Esposito, che dovrebbe essere un esempio di equilibro e prudenza, si lascia andare alla retorica complottista di Imposimato senza neppure azzardare una frenata. Le idee di Imposimato - afferma dunque Esposito - «trovano oggi nel nuovo lavoro definitiva conferma e certezza attraverso le dirompenti dichiarazioni di due dei numerosi militari impegnati nei servizi di osservazione finalizzati alla successiva irruzione nella prigione di Moro. Le rivelazioni di questi due militari - prosegue altisonante Esposito, sfiorando involontariamente il ridicolo - sono troppo convergenti, coincidenti in tutto e per tutto». Infatti Ladu e Puddu sono la stessa persona. Esposito, già al centro di una querelle per un'intervista inopportuna al Mattino, ha rimediato invece un'altra figuraccia.

San Raffaele, maxi rissa tra famiglie rom rivali: uomo ucciso a sprangate

Corriere della sera

I capoclan dei Braidic e dei De Ragna si sono incontrati per caso e hanno chiamato i parenti armati di spranghe


Cattura
I due clan rivali si sono incontrati, per puro caso, nel parcheggio dell’ospedale San Raffaele. Sono volate le prime ingiurie, poi sono arrivati i parenti armati di spranghe ed è scoppiata una maxi rissa, terminata con un uomo a terra con la testa spaccata. Sono finiti in manette in sette, tre uomini del clan Braidic (di cui uno deceduto poche ore dopo) e quattro dei De Ragna. Le due famiglie rom sono storicamente nemiche e in lotta per la supremazia nei campi nomadi milanesi, quello di via Idro e quello di via Chiesa Rossa. Un passato di faide, litigi, pestaggi, dispetti tra le donne. Il 28 gennaio nel campo nomadi c’era stata una sparatoria ed era intervenuta la polizia, che era stata presa a sassate.
LA RISSA - Lo scontro è avvenuto mercoledì mattina alle 11. Secondo quanto ricostruito dagli agenti, una ventina di esponenti dei clan rivali rom si sono incontrati per caso nel parcheggio dell’ospedale. Una delle famiglie accompagnava una donna dall’oculista, l’altra assisteva un altro parente che doveva fare una visita. Da un violento confronto verbale è partita la rissa, alla quale hanno partecipato circa una ventina di persone, alcuni avvisati tramite il cellulare e accorsi sul posto armati di bastoni. Anche una spranga del cancello è stata divelta e usata come arma. Luca Braidic , 49 anni, è finito a terra: ricoverato in prognosi riservata, è in stato di morte cerebrale. Ferito anche Marco De Ragna, di 46 anni.

Il principe di via Idro

GLI ARRESTI - Alcuni agenti di polizia in borghese hanno assistito alla rissa, hanno chiamato rinforzi e sono riusciti ad arrestare sette persone: oltre ai due feriti, in manette i fratelli Niko e Mirko Braidic , di 28 e 29 anni, e tre fratelli del clan rivale, Kevin, Sean e Valentino De Ragna, di 18, 22 e 27 anni. Sarebbe stato proprio il 18enne Kevin a sferrare il colpo di spranga mortale: è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
1
LA FAIDA - L’ultimo arresto per la storica rivalità tra i due clan risale al 23 settembre scorso, quando è finito in manette un 17enne. Le indagini della polizia , partite dalla sparatoria del 28 gennaio 2013, avevano già portato a tre arresti nei mesi scorsi; tra di loro il cosiddetto «principe» del campo, Diego Braidic, che ha svelato i retroscena di quella sparatoria. L’ondata di violenza nacque perché il clan di nomadi colpito (i De Ragna) «infastidiva» il clan aggressore (i Braidic) nella quotidianità del campo rom. False le dichiarazioni a proposito di un ragazzino che aveva messo gli occhi su una giovane di un’altra famiglia del campo: si trattava di una vera e propria faida per la supremazia, che tuttora prosegue con tragiche conseguenze.

06 novembre 2013



San Raffaele: lavoratori bloccano accettazione, tensione con polizia (19/04/2013)

San Raffaele: ecco le voci dei lavoratori in presidio (16/04/2013)

Protesta al San Raffaele (28/11/2012)

Se "Repubblica" ignora i guai giudiziari dell'editore

Stefano Filippi - Gio, 07/11/2013 - 08:01

Il quotidiano di De Benedetti non dedica spazio all'inchiesta per disastro ambientale della Tirreno Power partecipata da Sorgenia del gruppo Cir. Il giornale però insiste contro l'Ilva

Repubblica martella da mesi sull'Ilva di Taranto, dove un «capitalismo irresponsabile» provoca un numero abnorme di morti per cancro.


Cattura
Massacra un giorno sì e l'altro pure la famiglia Berlusconi e le sue aziende facendo da grancassa alle iniziative della magistratura. Pubblica fiumi di verbali e intercettazioni, anche quelle da distruggere, e si erge a difensore della trasparenza quando il legislatore tenta di porre un argine di decenza. Nulla di tutto ciò per un altro caso che coinvolge la magistratura che indaga e un importante gruppo imprenditoriale accusato di inquinare. Succede a Vado Ligure, alle porte di Savona, per una centrale elettrica a carbone che, secondo i periti della procura savonese, farebbe impennare la mortalità per cancro nella popolazione. La società di gestione si chiama Tirreno Power e rientra nella galassia degli interessi economici della famiglia De Benedetti, gli editori di Espresso e Repubblica. Ma i lettori del quotidiano sono all'oscuro di queste inchieste. Dieci persone sono state iscritte nel registro degli indagati: sul giornale dei De Benedetti manco una breve, né sul fascicolo nazionale né sull'edizione ligure. Silenzio di tomba.

I magistrati di Savona non meritano i riflettori che Repubblica accende per le toghe di Milano o di Taranto. Essi si muovono con meno clamore, non fanno arresti e sequestri eclatanti, sono molto prudenti, tant'è vero che i primi indagati sono stati iscritti soltanto due anni dopo l'apertura del fascicolo, che inizialmente era contro ignoti. E i loro nomi sono coperti dal totale riserbo. Repubblica, che ogni giorno, per mesi, ha pubblicato le famose dieci domande sulle faccende private di Berlusconi, dovrebbe rispondere a un interrogativo, uno solo: perché il silenzio sui morti di Vado Ligure? La risposta è scontata. Due sono gli azionisti (al 50 per cento) della società che gestisce la centrale: la multinazionale francese Gdf Suez ed Energia Italiana Spa, una cordata di tre società. Esse sono Sorgenia del gruppo Cir (78 per cento) e le multiutility Hera e Iren con l'11 per cento ciascuna.

In sostanza, Sorgenia/Cir controlla il 39 per cento di Tirreno Power. Lo scorso marzo Carlo De Benedetti ha ceduto ai tre figli le azioni della cassaforte di famiglia. I suoi legali precisano che «non risponde al vero descrivere Cir come holding che fa capo all'ingegner Carlo De Benedetti». Tuttavia l'Ingegnere è tuttora presidente onorario e consigliere della Cir, partecipa assiduamente alle riunioni del cda e incassa lauti emolumenti (546mila euro nel 2012). «La centrale di Vado Ligure non è affatto dei De Benedetti né di Cir spa che non è tra i maggiori azionisti di Tirreno Power e non ha, né ha mai avuto, alcuna responsabilità in merito alla gestione della centrale», ha specificato ieri l'avvocato Elisabetta Rubini. Prendiamo atto.

Ma nel 2002, quando Sorgenia acquisì Tirreno Power - e quindi anche la centrale di Vado Ligure - dall'Enel, proprio Repubblica attribuiva il successo dell'operazione alla «cordata messa a punto dalla Cir» e in particolare «ai rapporti personali tra Carlo De Benedetti e Gerard Mestrallet, numero uno della Suez». Sull'Ilva fuoco e fiamme, una pesantissima campagna mediatica che finisce per condannare in via preventiva la famiglia Riva. Sulla Tirreno Power all'entusiasmo di dieci anni fa è subentrato il silenzio. D'improvviso il giornale della famiglia De Benedetti si scopre garantista. Come sui tram, anche a Repubblica è vietato disturbare il manovratore.

Priebke, ecco la tomba segreta dove è sepolto il boia delle Ardeatine

Corriere della sera

La sepoltura in un cimitero all’interno di un carcere italiano

Cattura
La salma di Erich Priebke è stata inumata in Italia, in un cimitero all’interno di una struttura penitenziaria. La rivelazione giunge dal quotidiano «la Repubblica» con un articolo firmato dal direttore Ezio Mauro. Racconta che la tomba, segnata solo da una croce di legno duro senza data né nome, si trova in un recinto all’interno di un carcere protetto da «cancelli, riflettori, inferriate e chiavistelli», al riparo da contestazioni e venerazioni.

SEPOLTURA - La sepoltura sarebbe avvenuta nel silenzio, in un cimitero dimenticato da anni, risistemato per l’occasione dai detenuti del carcere. Il direttore della struttura, convocato a Roma qualche giorno fa, è legato dal vincolo del segreto: perché nessuno deve sapere di chi sia quella salma, né i carcerati che hanno risistemato il cimitero, «né le guardie, né il sindaco, né il presidente della Regione, né la comunità cittadina».

IL BOIA - Priebke, vicecomandante della Gestapo nella Roma occupata dai nazisti, fu fra gli organizzatori (ed esecutori materiali) dell’eccidio delle Fosse Ardeatine; condannato all’ergastolo, è morto a Roma l’11 ottobre scorso a 100 anni compiuti, agli arresti domiciliari. Un tentativo di funerale organizzato ad Albano laziale nella cappella dei Lefebvriani era stato annullato dal prefetto e si era concluso nelle contestazioni; della salma trasferita di notte a Pratica di mare non si era più saputo nulla.

07 novembre 2013

Capisco quei gay suicidi» Le dieci telefonate di Simone

Corriere della sera

Al centralino antiomofobia: «I colleghi mi additano Nei corridoi al lavoro li sento che dicono "frocio". Ora mi discriminano»


Cattura
ROMA - «Gay Help Line, ciao sono Maurizio....» . «Ciao... mi chiamo Simone... e ho 21 anni...volevo dirti ... i ragazzi che si sono... suicidati...perché dicevano che erano gay...io capisco come si sentivano... il loro stato d’animo...alle volte viene anche a me la voglia di farlo...». Non è una telefonata disperata. Simone è scosso, ma lucido. Non piange. Due settimane dopo, la notte tra il 26 e 27 ottobre, lo trovano senza vita ai piedi di un palazzo alla Pantanella, sulla Casilina. Si è lasciato cadere da 11 piani di altezza.
Negli ultimi due mesi di vita aveva digitato una decina di volte l’800713713, il numero del contact center antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche e trans gestito dal Comune di Roma con la Regione Lazio e la Provincia di Roma e il cui personale è composto da volontari delle associazioni omosessuali.

«Volevo qualcuno con cui parlare». Alle volte dava il suo nome e raccontava di sé. Altre volte chiamava in forma anonima. «Sono uno studente di scienze infermieristiche... faccio il tirocinante... quando passo nei corridoi sento le voci alle mie spalle...si chiedono se sono “frocio”... gay... i colleghi... li vedo che mi indicano... fanno battutine».

Gli estratti di queste telefonate - una sintesi fatta dagli operatori - sono stati ora acquisiti dalla Procura capitolina che indaga, al momento contro ignoti, con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Individuare un unico responsabile del clima di discriminazioni che il 21enne avvertiva, oltre che difficile sarebbe però riduttivo.

«Sono stufo di prese in giro e vessazioni... va avanti così da quando andavo alle medie... e poi le superiori... l’università... ora al lavoro». Come già nella lettera di addio che aveva con sé, anche questa agli atti, Simone non fa nomi nè descrive episodi. Ma gli anni di brutti momenti passati non lo hanno reso più insensibile, anzi.

«A scuola mi prendevano in giro... mi trattavano male... erano più aggressivi... adesso mi sento gli occhi addosso... avverto la discriminazione dei colleghi». Concetti ripetuti in quelle telefonate che quasi sempre esaurivano il tempo massimo a disposizione di 20 minuti ognuna. Mai una parola sulla famiglia, con la quale pure aveva un ottimo rapporto. Affezionatissima la sorella, compagna di passeggiate la mamma.

«L’Italia è un Paese libero ma ci sono gli omofobi. Chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza», c’era scritto nella lettera infilata nel borsello del 21enne. Fabrizio Marrazzo, fondatore del Gay Center, riparte da questi concetti: «Serve prevenzione, includendo l’omofobia tra i reati di opinione. Non so come finirà l’inchiesta, ma quella di Simone potrebbe essere uno dei troppi casi in cui tante voci diventano una sola. Tutti colpevoli, nessun colpevole. E serve sensibilizzazione. Ancora oggi incontriamo grandi difficoltà per andare a parlare nelle scuole».

Sul tetto dell’ex pastificio a Porta Maggiore, che il 21enne ha scelto per mettere fine ai suoi tormenti, Simone era salito da solo, come hanno accertato i rilievi della scientifica. Perché sia andato lì, a tre chilometri da casa sua, è uno dei punti che l’inchiesta condotta dal pm Antonio Clemente e coordinata dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani sta provando a chiarire. All’esame ci sono le amicizie e i rapporti lavorativi del ragazzo, che mai avrebbe usufruito dai servizi messi a disposizione dall’help line per tutti quelli che chiamano: assistenza in una eventuale denuncia, supporto psicologico, gruppi di ascolto.

«Ciao... sono Simone... ho 21 anni... mi hanno sempre preso in giro: la vita è difficile». Poi niente più.

07 novembre 2013

Mosley vince la causa contro Google I giudici: “Ritirare le foto dell’orgia”

La Stampa

Il motore di ricerca dovrà cancellare le immagini dello scandalo sessuale che ha coinvolto l’ex presidente della Fia nel 2008. La multinazionale ha già deciso di ricorrere in appello



Cattura
Google dovrà ritirare dal suo motore di ricerca le immagini a luci rosse di Max Mosley che mostrano l’ex presidente della Fia partecipare ad un’orgia con alcune prostitute. Lo ha deciso oggi la giustizia francese. Si tratta di alcuni fermi immagine di un video che erano stati pubblicati nel 2008 dal tabloid inglese “News of the world” ed erano finite sul web. Su quelle foto sono già intervenuti a più riprese negli ultimi anni i giudici francesi e britannici che ogni volta hanno riconosciuto un attacco alla privacy di Mosley.

Google ha due mesi di tempo per ritirare dal web le foto in questione. Il tribunale di Parigi ha anche deciso che la sospensione ha una durata di cinque anni e previsto una multa di 1.000 euro per ogni violazione che verrà constatata. Il gigante di internet è stato condannato anche a versare 5.000 euro di danni e interessi all’ex presidente della Fia come rimborso delle spese legali. «Questa decisione dovrebbe preoccupare quanti difendono la libertà di espressione su internet», ha commentato Daphne Keller che ha seguito il dossier per Google. La società ha già fatto sapere che farà appello.
Lo scandalo era scoppiato nel 2008 quando il settimanale inglese News of the World aveva diffuso sul suo sito internet le immagini di Mosley mentre prendeva parte ad un’orgia di tipo sadomasochista con cinque prostitute in uniforme nazista. Dopo la diffusione delle immagini erano state chieste le dimissioni di Mosley, che poi era rimasto in carica fino al novembre 2009.

+++ La notizia sul Wall Street Jorunal

Consiglieri scrocconi in cella Ma le manette scattano soltanto per il centrodestra

Paolo Bracalini - Gio, 07/11/2013 - 08:30

Sedici consigli regionali su venti sotto inchiesta per la gestione dei fondi. Ma i provvedimenti cautelari a sinistra non valgono

Sedici consigli regionali sotto inchiesta su venti, tutti per l'allegro uso dei fondi a disposizione dei partiti nelle Regioni. Centinaia di indagati, tra peculato e truffa, e qualche arresto.


Cattura
Se si eccettua l'assessore regionale della Basilicata, Vincenzo Viti (Pd), finito ai domiciliari nell'ambito di un'inchiesta sull'uso illecito di rimborsi regionali, gli altri provvedimenti cautelari riguardano esponenti del centrodestra. Dal famigerato «Er Batman» Franco Fiorito, l'ex capogruppo Pdl in Regione Lazio, già sorvegliato a vista nel carcere di Regina Coeli, al consigliere regionale campano, ancora Pdl, Massimo Ianniciello (arresti domiciliari per truffa aggravata) fino ai due consiglieri regionali sardi finiti in cella ieri, l'ex capogruppo Pdl Mario Diana e Carlo Sanjust, presidente della commissione regionale Cultura, accusati il primo di peculato e il secondo anche di falso (arrestato anche un imprenditore cagliaritano per concorso in peculato).

Il gip di Cagliari ha motivato gli arresti, nelle 55 pagine di ordinanza, col rischio di un inquinamento delle prove e reiterazione del reato. «Si è dimostrato - scrive il giudice - che il comportamento tenuto dagli indagati fin dal momento delle illecite appropriazioni è stato sempre finalizzato a creare una apparente regolarità contabile e a rendere ardua qualsiasi successiva verifica». Al consigliere Diana viene contestata una cifra complessiva di 250mila euro, mentre Sanjust è accusato di averne spesi circa 23.000 dei fondi pubblici per organizzare il suo matrimonio (300 invitati).

Ancora più lungo l'elenco di spese prodotte da Diana, ex Pdl fuoriuscito per contrasti col governatore Cappellacci. Migliaia di euro pubblici usati per acquistare penne di lusso, Rolex d'oro, portafogli di marca, quadri, o per pagare convegni, pranzi, ed «eventi». Un'altra passione di Diana, ora nel carcere di Oristano, erano i libri antichi. Preziose edizioni - consegnate direttamente a casa del politico, per «tramandarle ai figli» - come San Francesco D'Assisi da 7.450 euro, Mundus Novus per quasi 10mila euro. Una biblioteca da 42mila euro, tutto a spese dei contribuenti sardi. Tra le spese del gruppo consiliare Pdl, sotto osservazione della Gdf, ci sono anche 7 televisori e 38mila euro in biglietti d'auguri, acquistati nel giro di cinque mesi.

Ma le inchieste sui rimborsi dei consiglieri regionali toccano sedici regioni italiane, a partire dall'Emilia-Romagna, dove la Procura di Bologna ha acquisito una mole di carte su cene e acquisti che nulla hanno a che fare con l'attività politica. Campione nel settore si è rivelato il capogruppo Pd, Marco Monari, indagato per peculato assieme agli altri 8 capigruppo. Monari ha ottenuto rimborsi per 30mila euro, in un anno e mezzo, con la causale «ristorazione» (più una ricevuta dell'hotel Dei Dogi di Venezia per due notti in una stanza da 1.100 euro). Non da meno i colleghi di altri consigli regionali, dalla Val D'Aosta alla Campania (60 consiglieri indagati con l'accusa di peculato, in ballo 2,5 milioni di euro).

Meno soldi ai senatori a vita assenteisti

Andrea Cuomo - Gio, 07/11/2013 - 08:16

Claudio Abbado: presenze zero. Elena Cattaneo: presenze zero. Renzo Piano: presenze zero. Carlo Rubbia: presenze zero. Il solo Abbado con il 43,51 per cento di assenze giustificate da missioni. Gli altri nemmeno quello


Cattura
Gli altri nemmeno quello. Questo per quanto riguarda i quattro senatori a vita nominati da Giorgio Napolitano nell'ultima tornata del 30 agosto. Poi ci sono i due che sono (o meglio dovrebbero essere) a Palazzo Madama dall'inizio della legislatura. Il senatore di diritto Carlo Azeglio Ciampi (che però, va detto, ha quasi 93 anni e una salute precaria assai) conta presenze zero in nove mesi. Quello di nomina presidenziale Mario Monti ha l'11,28 per cento di presenze, con il 22,34 di missioni e il 66,38 di assenze pure e semplici.

Se esistesse un libretto di giustificazioni per senatori assenti, come nelle scuole, i sei senatori a vita lo avrebbero già finito da un pezzo. I dati impietosi raccolti dall'associazione Openpolis, che da anni monitora l'opera dei nostri eletti, e calcolati sulla base delle votazioni elettroniche in aula smascherano l'inutilità di un istituto che non serve nemmeno a spostare gli equilibri del Senato, come qualcuno aveva ipotizzato quando a fine estate Re Giorgio aveva scelto quattro illustri connazionali: per spostare qualcosa dovrebbero votare. E Abbado, Cattaneo, Piano e Rubbia non sanno nemmeno la strada per Palazzo Madama.

Malgrado ciò godono di un superstipendio in contumacia. È vero, Renzo Piano ha promesso che avrebbe destinato i suoi emolumenti da senatore fantasma ai giovani architetti. Aspettiamo le prove. Nel frattempo c'è chi, come il Pdl Ciro Falanga, in occasione della discussione del bilancio di Palazzo Madama, chiede di rendere gratuito l'incarico: «È incompreso - dice Falanga a Public Policy - il senso e la natura di questa nomina. Se è di natura onorifica, in tal caso perché gli emolumenti?».

Falanga è tra gli esponenti del Pdl che ha firmato l'ordine del giorno presentato dal M5S e sul quale si è verificata anche la convergenza della Lega. L'odg, approvato dall'aula, intende allargare l'absence tax (quel meccanismo per cui un senatore per ogni giorno in cui non è presente ad almeno il 30 per cento delle votazioni si vede decurtare un quindicesimo della parte variabile della diaria) anche ai senatori a vita che al momento ne sono esentati. «I senatori a vita - s'incavola Vincenzo Santangelo, senatore grillino - a oggi possono essere liberi di non partecipare a nessuna delle sedute percependo in ogni caso interamente la propria diaria».

Un'altra battaglia risparmiosa dei grillini è quella sui voli dei senatori. Santangelo ha presentato un ordine del giorno per allargare anche ad altre compagnie, nello specifico quelle low cost, «l'unica convenzione che permette, in maniera facile e funzionale, di poter prenotare ed usufruire dei voli», cioè quella con Alitalia, «finché questa esisterà». Una posizione condivisa solo in parte dal senatore questore Lucio Malan (Pdl), che si dice favorevole ad accogliere l'ordine del giorno ma solo come «raccomandazione», visto che «già oggi, naturalmente, i senatori possono usufruire di voli low cost».

Il problema, secondo Malan, è che i parlamentari quasi sempre si trovano a prenotare i voli all'ultimo momento, e «sia che si tratti delle compagnie classiche sia che si tratti delle compagnie low cost, più tardi si prenota più si paga». Quindi per risparmiare sarebbe utile una programmazione più anticipata dei lavori. Un problema che i senatori a vita non sembrano avere.

Morte di Arafat, rapporto di esperti svizzeri: «Probabile che sia stato avvelenato col polonio»

Corriere della sera

I risultati degli esami sulla salma del leader palestinese morto nel 2004: «Livelli di polonio 18 volte superiori alla norma»

Cattura
È altamente probabile che l’ex leader dell’Olp Yasser Arafat sia morto perché vittima di avvelenamento da polonio. Lo rende noto il rapporto di un laboratorio di Ginevra che ha registrato livelli di polonio 18 volte superiori alla norma sul suo cadavere. Lo riferisce al Jazeera. La notizia conferma i risultati di un’indagine fatta dalla tv lo scorso anno, che aveva evidenziato tracce dell’isotopo sugli effetti personali di Arafat.

«LIVELLO INNATURALE» -Al Jazeera, che ha ottenuto in esclusiva il rapporto di 108 pagine redatto da specialisti dell’università di Losanna, ha riferito che si riscontra un «innaturale alto livello di polonio radioattivo nelle costole e nel bacino» di Arafat e che c’è «un 83% di probabilità che sia stato avvelenato». Sulle circostanze della morte del leader palestinese, deceduto l’11 novembre 2004 in un ospedale militare vicino a Parigi, c’è stato da sempre un alone di mistero e la salma è stata riesumata l’anno scorso.

1
Suha Arafat negli studi di al Jazeera (@AJEnglish)LE PAROLE DELLA MOGLIE SUHA - Il rapporto è stato consegnato a Parigi alla vedova Suha Arafat, che ha commentato: «Sono di nuovo a lutto, è stato come se mi avessero detto che è appena morto». «Riveliamo un vero crimine, un assassinio politico» ha dichiarato poi Suha dopo aver ricevuto il rapporto dall’ospedale universitario svizzero sui campioni prelevati dalla tomba di Arafat a Ramallah, in Cisgiordania.

COME LITVINENKO - Il polonio è l’isotopo radioattivo rilevato anche nel corpo di Alexandr Litvinenko, l’ex colonnello dei servizi segreti russi che aveva denunciato le trame cecene ed era morto avvelenato a Londra nel 2006.



Arafat: salma riesumata, si cercano tracce di avvelenamento (27/11/2012)

Arafat: gli ultimi giorni del Rais (27/11/2012)
Arafat: il 27 novembre la riesumazione del corpo (24/11/2012)
06 novembre 2013






La morte di Arafat, nove anni di misteri. Tutte le tappe del «giallo»
Corriere della sera


Cattura
La notizia del probabile avvelenamento di Yasser Arafat da polonio 210, resa nota dal laboratorio di Losanna incaricato degli esami, è l’ultimo atto di una vicenda dai contorni ambigui che ha riservato più di un colpo di scena. Ecco la successione dei principali eventi dopo la morte dello storico leader palestinese, avvenuta l’11 novembre del 2004 in un ospedale militare francese al culmine di una misteriosa malattia .


3 LUGLIO 2012: Al Jazeera, in un documentario, avanza l’ipotesi dell’avvelenamento dopo analisi di laboratorio effettuati in Svizzera su campioni di capelli, spazzolino da denti e altri reperti messi a disposizione dalla vedova Suha Arafat.

4 LUGLIO 2012: il negoziatore palestinese Saheb Erekat chiede la costituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sulla morte.

10 LUGLIO 2012: Suha Arafat incarica uno studio legale francese di presentare una denuncia contro ignoti per scoprire la verità sulla morte del marito.

8 AGOSTO 2012: l’Autorità nazionale palestinese chiede all’Istituto di Radiofisica di Losanna di esaminare i resti di Yasser Arafat.

28 AGOSTO 2012: la procura di Nanterre apre un’inchiesta.

11 NOVEMBRE 2012: il presidente palestinese Abu Mazen annuncia che l’Anp sta coordinando con gli inquirenti francesi, gli esperti svizzeri e il governo russo le procedure per la riesumazione del corpo di Yasser Arafat.

27 NOVEMBRE 2012: riesumazione della salma del leader palestinese. Presenti esperti francesi, svizzeri e russi. Il prelievo dei campioni viene effettuato senza estrarre i resti dalla tomba e dopo poche ore la tomba viene richiusa.

12 OTTOBRE 2013: la rivista britannica Lancet sostiene l’ipotesi che il presidente dell’Anp sia stato avvelenato.

15 OTTOBRE 2013: un medico dell’agenzia federale biologica russa smentisce l’avvelenamento.

5 NOVEMBRE 2013: la Commissione palestinese di inchiesta sulle circostanze della morte di Arafat riceve il rapporto che attendeva dal laboratorio di Losanna.

06 novembre 2013

La App che «spegne» sms e notifiche in automobile

Corriere della sera

Quando siamo in automobile ritarda la ricezione dei messaggi e avvisa chi li manda che il guidatore non può leggerli

Cattura
MILANO – Un messaggio può accorciarla vita. È lo slogan di alcune campagne di sicurezza. Ed è per questo che da un po’ di tempo, in Italia e nel mondo, amministrazioni locali, enti di polizia ed educatori, stanno lavorando per sensibilizzare gli autisti alla guida sicura: con le mani libere da elementi di disturbo sempre più invadenti, come il telefono cellulare. Anche la tecnologia si muove: per limitare gli incidenti provocati dalla distrazione, alcuni sviluppatori hanno creato un’app in grado di disattivare il traffico sms e le notifiche quando siamo in auto.

IL SISTEMA SALVAVITA – Si chiama Car Mode e funziona così: quando l’autista entra in macchina automaticamente il suo smartphone si collega al Bluetooth, che a sua volta riconosce la modalità guida. Da quel momento in poi, e almeno fino a quando l’auto sarà accesa, i messaggi ricevuti non verranno visualizzati e verrà silenziata l’opzione di scriverne di nuovi. A macchina spenta, invece, una finestra di riassunto comparirà sull’iPhone, presentando tutti i messaggi ricevuti nel lasso di tempo del viaggio. Chi manderà un sms al conducente, se questo ha aderito al Car Mode, riceverà un messaggio di allerta che avvertirà della modalità stand by, dicendo appunto che il destinatario non ha potuto leggere il testo inviato.

UN’IDEA AMERICANA - Il sistema Car Mode è stato studiato da due designer americani per essere automaticamente inserito nelle dotazioni di base degli iPhone con sistema operativo iOS7, proprio accanto a bottoni più classici cui già siamo abituati, come «occupato», «in riunione» o come il silenziatore per il cellulare quando siamo in volo. Al momento non è ancora attivo, ma attende il via libera da Apple, ma ha già vinto un premio per il suo design e per la semplicità d’uso. Anche gli smartphone in ambiente Windows hanno una modalità «alla guida» da poter inserire, e opzioni simili sono state pensate anche per Android, così come alcuni produttori hanno studiato modalità per bloccare chiamate e messaggi quando i sistemi Gps avvertono il movimento dell’autovettura.

LA CAMPAGNA ITALIANA - Il punto resta sempre lo stesso ed è di grande attualità: fare in modo che i cellulari non compromettano la sicurezza alla guida. Come ricorda l’Asaps italiana, associazione amici della Polizia Stradale, le ricerche internazionali hanno dimostrato che mandare una mail o un sms alla guida sia più pericoloso che guidare ubriachi. Per questo motivo è partita questo autunno una nuova campagna di sensibilizzazione dell’associazione, «Un messaggio a volte accorcia la vita».

06 novembre 2013

Google Tax, critiche alla tassa made in Italy sui big del web

La Stampa

carlo di foggia

Previsto un miliardo di gettito dalla proposta avanzata da alcuni esponenti Pd, ma i numeri non tornano. Critiche da Forbes: “Così si viola il trattato di Roma”.



Cattura
Da diversi giorni il dibattito sulla cosiddetta Google tax agita il Pd. L’ultimo in ordine di tempo è stato il segretario del democratici, Guglielmo Epifani, che in un’intervista rilasciata proprio a La Stampa ha spiegato di essere favorevole all’iniziativa, per reperire risorse e rendere più incisiva la legge di stabilità. Quante? Epifani non si è sbilanciato sui numeri, ma pochi giorni prima era stato il presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia (Pd) a far filtrare la cifra: un miliardo di gettito per l’Erario. L’ipotesi è quella di un emendamento al testo di legge all’esame del Senato che stabilisca che servizi e prodotti online possano essere acquistati, in Italia, solo da soggetti che dispongano di una partita Iva italiana.

Le filiali italiane dei colossi del web non fatturano in Italia la raccolta pubblicitaria e i prodotti venduti nel nostro paese. Gli introiti sono registrati come ricavi di servizi prestati a un’altra società del gruppo, quasi sempre situata in uno stato con fisco decisamente meno pesante. Facebook e Google hanno sede in Irlanda, dove l’imposta sul reddito delle società è al 12,5% (meno della metà di quella italiana se si sommano Ires e Irap) mentre Amazon ha il suo quartier generale europeo in Lussemburgo.

L’argomento non è nuovo, a Bruxelles, in sede Ue, se ne discute da tempo, ed è stato anche inserito dalla commissione Finanze della Camera nella delega Fiscale (ora all’esame del Senato) con due emendamenti presentati da altrettanti esponenti dei democrat sulla falsa riga delle proposte avanzate, senza successo, dal governo francese: “L’introduzione anche in Italia, in linea con le migliori esperienze internazionali, di sistemi di tassazione delle imprese multinazionali basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale”.

Tradotto, le multinazionali del web devono pagar le tasse sul fatturato dove lo realizzano, non dove vogliono. Per entrare in vigore però, la delega richiede un futuro decreto legislativo del governo, l’emendamento di Boccia sarebbe invece immediatamente applicabile, una volta approvata la legge di stabilità. Curiosamente, ad inizio ottobre Boccia aveva già presentato un disegno di legge (vedi) in materia alla Camera, di cui però non si conoscono ancora i contenuti. Dagli ambienti italiani di Google è Facebok si preferisce non commentare, ma tra gli addetti ai lavori filtra un certo scetticismo.

Il primo ostacolo non è cosa da poco, visto che coinvolge gli stessi meccanismi alla base del mercato comune europeo. “Obbligare le filiali italiane a dotarsi di una partita Iva nel nostro paese è semplicemente illegale - spiega Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore di strategia e imprenditorialità al Dipartimento di Management e Tecnologia dell’Università Bocconi ed esperto di economia digitale - così si violano le regole imposte dal trattato di Roma”. Non è un caso, infatti, che il governo di Francois Holande stia premendo per una risposta comune a livello europeo. Il tema è delicato, tanto che la rivista americana Forbes, la bibbia della finanza internazionale, ha duramente criticato (leggi) l’Italia mettendola in guardia dal percorrere iniziative unilaterali.

“L’ Unione europea si è sempre basata sull’idea che ci debba essere sia la libera circolazione di merci, servizi, persone e capitali, sia la libertà di stabilire la propria sede in qualunque paese - scrive l’editorialista Tim Worstall, ricercatore all’Adam Smith Institute di Londra - Questi non sono semplici bulloni, questi sono i pilastri fondamentali dell’intero progetto europeo”. “Come si può seriamente pensare, in un contesto storico-politico di questo tipo, di andare a Bruxelles a raccontare che abbiamo intenzione di erigere solide frontiere fiscali proprio nel mercato globale per eccellenza - ovvero quello online - e di favorire le società con partita Iva italiana rispetto a quelle del resto d’Europa? “, scrive sul suo blog, Guido Scorza, avvocato, docente di diritto dell’informazione e tra i massimi esperti di internet.

Il problema però non è solo legislativo. Secondo Giorgio Santini, che della legge di Stabilità è relatore al Senato, “c’è il rischio di andare a incidere negativamente su di un settore che in Italia ha ancora bisogno di fare il salto di qualità”. I numeri, infatti, non sembrano coincidere con quelli auspicati da ampi settori della maggioranza. Se è vero che finora i big del web hanno pagato poco o nulla di tasse - Facebook nel 2012 ha pagato 192 mila euro, Amazon 950 mila, mentre Google è arrivata a ben 1,8 milioni. Se aggiungiamo le tasse di Apple i quattro colossi del web non arrivano 6 milioni di euro pagati allo Stato italiano (e si tratta dei principali operatori stranieri sul mercato italiano) -, è vero anche che il giro d’affari si attesta a livelli lontanissimi da quelli ipotizzati per ottenere un simile introito.

Basterebbe guardare i numeri. Nei primi sei mesi del 2013 il fatturato della pubblicità online si è fermato a 260 milioni di euro, in calo del 2% rispetto al primo semestre del 2012. Le stime per fine anno si aggirano intorno ai 500 milioni. “Ipotizzando che i grandi gruppi stranieri intercettino circa il 60% del mercato nazionale - spiega Carnevale Maffè - possiamo pensare ad un giro d’affari italiano nell’ordine dei 300-350 milioni”. Di questi, solo una parte può essere tassata, visto che la base imponibile è fatta dagli utili e non dal fatturato complessivo:

“Una fiscalità su reddito presunto potrebbe essere nell’ordine del 5-7% del fatturato, quindi un gettito complessivo di massimo 15-20 milioni all’anno, nelle ipotesi più ottimistiche”. In pratica si viaggia a cifre due ordini di grandezza minori rispetto a quelle uscite dal governo. Il discorso non cambia per l’e-commerce. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il giro d’affari in Italia vale 11,2 miliardi di euro, tra questi sono compresi gli operatori italiani. Anche ipotizzando che l’intero settore sia in mano esclusivamente ai grandi player stranieri, per tirare fuori un miliardo per l’Erario occorrerebbe un fatturato quattro volte più grande.

Chiude l’ultimo Blockbuster degli States Finisce l’era dell’affitto «fisico» di dvd e vhs

Corriere della sera

L’ad di Dish: «Non è una decisione facile, ma la domanda dei consumatori si sta muovendo verso la distribuzione digitale»

Cattura
In Italia e in altri Paesi è già scomparso da tempo. Ora Blockbuster, la catena di videonoleggio famosa in tutto il mondo, spiega di volere chiudere gli ultimi 300 negozi negli Stati Uniti, mettendo definitivamente fine all’era dell’affitto «fisico» delle videocassette e dei dvd. L’annuncio è arrivato mercoledì con un comunicato stampa di DISH Network, che ha acquistato Blockbuster nel 2011 quando la società era in bancarotta.

FINE GRADUALE - Dish ha chiuso gradualmente i punti vendita di Blockbuster che, nel 2004, era attiva con circa 9.000 punti vendita. «Non è una decisione facile, ma la domanda dei consumatori si sta muovendo chiaramente verso la distribuzione digitale dell’intrattenimento video», ha detto l’amministratore delegato di Dish, Joseph Clayton.

IN ITALIA - In Italia, l’avventura di Blockbuster era iniziata nel 1994 (il ramo italiano era all’inizio al 60% della Standa di Silvio Berlusconi e 40% di Blockbuster). Era l’epoca del «cinema a casa tua», di un’apertura di punto vendita a settimana. La tessera costava 10.000 lire. Poi arrivarono la tv on demand, lo streaming e il download. Una concorrenza che ha decretato la fine di un modello di business e la sconfitta dell’homevideo.

06 novembre 2013

Lapide nera quindi fuorilegge: Madre e amici in lotta per non spostarla

Corriere della sera

La madre del ragazzo defunto:«Va rispettata la tradizione ortodossa». Il sindaco: «Conosceva il regolamento. Nessuna crociata contro di lei»


Cattura
Stanno raccogliendo firme perché la lapide in marmo nero sotto la quale riposa il loro amico Anton, morto nel 2011 in un incidente stradale, possa restare lì dov’è. E non venga smantellata o sposata in un altra zona del cimitero di Paderno Franciacorta (Bs) come ha proposto il sindaco alla madre del 22enne defunto, appellandosi al regolamento cimiteriale. Succede in un paese dell’Ovest bresciano. Uno «scontro» che potrebbe apparire religioso, ma che il sindaco Antonio Vivenzi vuole ridimensionare nell’ambito dell’etica civile: «Si trattava solo di rispettare un regolamento, valido per tutti. La madre sapeva che non poteva realizzare una lapide nera. L’ha fatto ugualmente. Le ho proposto di spostare la tomba in un’altra area del cimitero. Sembrava d’accordo. Poi ho letto la lettera che ha spedito ai giornali, dove ricordava che per la religione ortodossa non è possibile spostare i cadaveri, una volta sepolti».

LA DISPERAZIONE DELLA MAMMA - «Sono una madre disperata - ha scritto Kinga Titti, madre di Anton Novgorodov, al quotidiano Bresciaoggi -Due anni fa è venuto a mancare mio figlio di soli 22 anni in un incidente stradale in moto. Suo padre, che abita in Russia, ha deciso di realizzare in suo ricordo una lapide di marmo nero, così com’è tradizione in Russia quando un giovane perde la vita improvvisamente (...) Appena la lapide è stata collocata alcune persone si sono lamentate col sindaco per il colore diverso dalle altre. Il Comune mi ha dato 30 giorni di tempo per cambiare il colore del marmo, se non lo farò entro il tempo prestabilito la butteranno giù. Ho chiesto consiglio anche al prete di Paderno, ma non mi ha ascoltato». La madre si rivolge direttamente agli abitanti: «Che fastidio dà loro? Perché è straniero? Sono già distrutta dal dolore della perdita di mio figlio e in più la gente insensibile e senza cuore ha il coraggio di lamentarsi. Ho bisogno di aiuto per non far togliere la lapide dal cimitero di Paderno Franciacorta, se ciò dovesse accadere sarebbe come perdere di nuovo mio figlio». E quello che adesso stanno chiedendo gli amici di Antonov, raccogliendo le firme.

LA REPLICA DEL SINDACO - «Rispetto il dolore della madre e la passione civile dei ragazzi, che ho invitato in Comune per consegnargli il regolamento cimiteriale - replica il sindaco 42enne, «renziano» candidato alle segreteria provinciale del Pd -. Resta il fatto che io ero e sono disponibile a trovare una mediazione. Nessuno a Paderno sta facendo crociate per abbattere quella lapide». Quindi? Pare proprio che tutto rimarrà com’è. Il sindaco non smentisce.

06 novembre 2013

Arrestato il Superiore dell’Ordine dei Camilliani: per essere eletto, fece sequestrare due sacerdoti

Corriere della sera

Padre Salvatore fu riconfermato il 13 marzo ad Ariccia. Sei in carcere, il regista dell’intrigo è vicino a Flavio Carboni


Cattura
ROMA - Per ottenere la riconferma alla guida del misericordioso Ordine, non ha esitato a far sequestrare per l’intera giornata due sacerdoti che avrebbero dovuto partecipare all’elezione. Solo così, “sottraendo” quei due voti rivelatisi decisivi al suo antagonista, padre Renato Salvatore, 58 anni, era riuscito a farsi riconfermare Superiore generale presso l’Ordine dei Ministri degli Infermi (noto come l’Ordine dei Camilliani, dal fondatore San Camillo De Lellis) lo scorso 13 maggio 2013, data-simbolo per la Chiesa (apparizione di Fatima). Ma quella votazione, adesso, è finita nella bufera: la Guardia di finanza di Roma, nell’ambito delle indagini condotte dal Gico e dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha arrestato lo stesso padre Renato Salvatore assieme ad altre cinque persone.

LA FINTA AUDIZIONE - Al centro dell’inchiesta figura Paolo Oliverio, commercialista e fiscalista, noto alle cronache giudiziarie per essere a più riprese apparso in scandali finanziari dai quali è sempre uscito senza condanne. L’accusa è di aver ideato una raffinata macchinazione: il “composito gruppo criminale”, spiegano in una nota le Fiamme gialle, aveva “organizzato ed eseguito una finta audizione nei confronti di due chierici, connessa a inesistenti indagini di polizia giudiziaria nei loro confronti, in tal modo impedendo loro di recarsi a votare il 13 marzo presso la Casa del Divin Maestro, ad Ariccia (Roma)”, dove era allestito il seggio. Il reato contestato per tutti è sequestro di persona in concorso, e di conseguenza sono state emesse le sei ordinanze di custodia in carcere.

PRESUNTO MANDANTE - Padre Renato Salvatore è una personalità nota nella Chiesa. Abruzzese di nascita, era arrivato alla guida dei Camilliani nel 2007, succedendo a padre Frank Monks. Ordinato presbitero nel 1983, dopo il dottorato in teologia morale padre Renato concentrò impegno ed energie in svariati campi del ministero camilliano: è stato cappellano, responsabile della casa di formazione della provincia romana, parroco nella Basilica di San Camillo, nonché docente presso il Camillianum e l’Università Lateranense. Per alcuni anni è stato anche il rappresentante del Pontificio Consiglio per la pastorale della Salute presso l’Oms a Ginevra. Ora, l’onta dell’inchiesta giudiziaria e del carcere con l’accusa di aver partecipato a un doppio sequestro pur di non perdere carica e potere d’influenza nelle alte sfere ecclesiastiche.

Cattura
IL REGISTA - Gli investigatori del Gico e della Dda si sono concentrati sul ruolo avuto nell’intrigo da Paolo Oliverio, 47 anni. Il commercialista con fama di prestanome è stato coinvolto in passato nelle indagini sull’ex consigliere Idv della Regione Lazio Vincenzo Maruccio (arrestato un anno fa per distrazione di ingenti somme, che firmò numerosi bonifici a suo favore), in quelle sulla P3 e sull’eolico in Sardegna, relative al sistema finanziario facente capo al faccendiere Flavio Carboni (“con cui l’Oliviero vantava frequenti contatti finanziari e personali”, spiega ancora la Guardia di finanza), e infine nella più remota inchiesta su conti correnti “gestiti in Liechtenstein per conto di Renato Squillante e Attilio Pacifico”. L’interesse odierno di Oliverio a mantenere un “rapporto privilegiato” con padre Salvatore, invece, secondo gli investigatori aveva un preciso tornaconto: confermare il proprio potere nella gestione di alcuni nosocomi diretti dai Camilliani, tra i quali quello di Casoria, nel Napoletano. Oltre agli arresti sono state eseguite numerose perquisizioni, alcune delle quali ancora in corso.


06 novembre 2013