martedì 5 novembre 2013

Caso Moro, ex sottufficiale Gdf indagato per calunnia

Corriere della sera

Si tratta dell’ex brigadiere Giovanni Ladu, 57 anni, cagliaritano di origini ma residente da tempo a Novara, che si è spacciato per un ufficiale di Gladio con nome Oscar Puddu

grazia longo
roma


Cattura
Altro che rivelazioni inedite ed esclusive in grado di far luce sul caso Moro. Dietro le principali novità del libro «I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia» di Ferdinando Imposimato si nasconde una fonte che per la procura di Roma è un impostore. Di più un calunniatore. Si tratta dell’ex brigadiere della Guardia di finanza in pensione Giovanni Ladu, 57 anni, cagliaritano di origini ma residente da tempo a Novara, che con l’autore del libro si è spacciato per un ufficiale di Gladio con nome da battaglia Oscar Puddu. 

Ed è proprio nella sua abitazione piemontese che i carabinieri del Ros hanno svolto una perquisizione su mandato della procura di Roma guidata da Giuseppe Pignatone. Il professor Imposimato ha agito in buona fede e si é fidato delle email di Puddu (che non ha mai visto di persona ed era certo, nonostante il dubbio, che non fosse Ladu) e si è rivolto alla Procura di Roma solo a libro stampato, la scorsa primavera.

Tre i colpi di scena fasulli spacciati per veri da Puddu-Ladu: Gladio sapeva dov’era il covo delle Br con Moro prigioniero; lo sorvegliava, con tanto di intercettazioni, da un appartamento al piano di sopra; la liberazione di Moro saltò per volontà della regia omicida che si nascondeva dietro le Br, ovvero Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.

L’inchiesta a cura del pm Luca Palamara rivela che dietro le email ricevute da Imposimato - che da giudice istruttore si occupò del sequestro Moro - a firma Oscar Puddu c’è in realtà Ladu. Il quale già nel 2008 contattò Imposimato, dopo aver letto il suo libro sempre su Moro «Doveva morire», e gli consegnò un memoria dattiloscritta su particolari relativi al sequestro dell’ex presidente della Democrazia cristiana. Ladu all’epoca consegnò lo stesso documento anche alla Procura di Roma.
Vennero aperte delle indagini ma il caso fu poi archiviato.

Oggi invece Ladu - che sotto le mentite spoglie di Puddu, ha ripetuto, arricchendoli, i vecchi racconti - viene indagato per calunnia, avendo appunto infangato molte persone. Si legge infatti nel decreto di perquisizione che Puddu-Ladu «incolpava, pur sapendoli innocenti, i vertici istituzionali e militari, nonché le autorità di polizia giudiziaria dell’epoca, di essere stati a conoscenza del luogo nel quale l’onorevole Aldo Moro era tenuto ostaggio della Brigate Rosse». Sul libro «I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia», è stata anche presentata una richiesta di commissione parlamentare d’inchiesta. Dopo 35 anni il caso Moro resta ancora una vicenda avvolta dal mistero e su cui spesso si giocano brutte speculazioni.

Leggete i suoi testi con me, Rino Gaetano era un massone: fatto fuori perché parlava"

Libero

L'autore dell'inchiesta sulla morte del cantante ci illustra i presunti messaggi cifrati del cantautore: "Sapeva tutto sul caso Lockheed e sul delitto Montesi"


"Rino Gaetano era vicino agli ambienti massonici, se non massone in prima persona. Dai suoi amici confratelli veniva a conoscenza della verità su alcuni misteri della storia italiana del '900, che poi inseriva nei testi delle sue canzoni dietro le mentite spoglie dell'umorismo o del non sense. Per questo è stato ucciso. Aveva raccontato troppe cose, pestando i calli a qualcuno negli Stati Uniti". Bruno Mautone, avvocato ed ex sindaco di Agropoli (Salerno), ha studiato per tre anni i testi delle canzoni di Rino Gaetano. Ha analizzato le parole e colto dei collegamenti, fino a disegnare uno scenario inedito: il cantautore calabrese, morto in un incidente stradale nel 1981 all'età di 30 anni, è stato vittima di un complotto. "Nel mio libro (Assassinio di un cantautore) metto in evidenza dati che mi sembrano oggettivi - spiega -. Poi le conclusioni possono essere condivisibili o meno, ma i fatti restano". Mautone fa riferimento ad Anna Gaetano, la sorella di Rino, che sul nostro sito aveva definito "sogni" le sue tesi. "Questo non lo posso accettare", replica Mautone.


Cattura
Come è arrivato alla conclusione che Rino Gaetano sarebbe stato un massone? Le sue canzoni sono piene di riferimenti alla cultura e al simbolismo massonico. In Fiorivi, sfiorivano le viole cita il marchese La Fayette che ritorna dall'America importando la Rivoluzione e un cappello nuovo, Mameli che scrive una canzone tutt'ora in voga, e poi ancora Otto von Bismarck-Shonhausen.

E allora?
Allora parla di tre personaggi chiave della massoneria europea del diciottesimo e diciannovesimo secolo in una canzone d'amore. La rivoluzione importata da Lafayette era quella americana, cioè quella massonica per eccellenza. La canzone tutt'ora in voga di Mameli è l'inno nazionale, Fratelli d'Italia, quando è noto che i massoni sono soliti chiamarsi tra di loro fratelli.

Basta a dire che Gaetano aderisse a una loggia?

No, ma suoi amici strettissimi, che ho intervistato durante il lavoro di ricerca, mi hanno confermato la sua vicinanza agli ambienti. Dirò di più: dai titoli dei dischi si capisce anche il percorso di vicinanza prima, e allontanamento poi, del cantautore dalla massoneria.

Cioè?

Nel 1973 Gaetano pubblica I love you Marianna. La Marianna è il simbolo della rivoluzione francese, che è una rivoluzione massonica. Nel 1974 tocca a Ingresso Libero, intendendo l'apertura delle logge alle nuove affiliazioni. Poi Gaetano rompe con gli ambienti massonici e nel 1976 incide Mio fratello è figlio unico, dove l'immagine paradossale rappresenta l'isolamento nella loggia.

E così Rino avrebbe avuto agganci nella massoneria.

Esatto. Anna Gaetano sostiene che il fratello fosse una persona preparata, che leggeva i giornali e arrivava a certe intuizioni grazie alla sua preveggenza. Non è così. Lui poteva anticipare le cose perché le conosceva.

Quanti riferimenti a casi occulti ha contato nella discografia di Rino Gaetano?

A centinaia. Ce ne sono di grossi. In Berta filava, una canzone del '75-'76, spiega lo scandalo Lockheed (un caso di corruzione affinché l'aeronautica italiana adottasse veivoli della casa americana, ndr). Berta sarebbe Robert Gross, detto Bert, presidente della Lockheed. Rino cantava: "Berta filava con Mario e con Gino", che sarebbero Mario Tanassi e Gino Gui, due ex ministri della Difesa coinvolti nell'inchiesta. Ma dal rapporto, prosegue la canzone, nasce un bambino che non era di Mario e non era di Gino. Cioè Rino sottintendeva che la responsabilità non fosse di Gui e Tavassi, esattamente come si è scoperto dopo. I due ministri erano dei capri espiatorii messi lì per coprire responsabilità più alte. Ma non è il solo esempio.

Ne faccia un altro.

In Nun te reggae più Rino Gaetano cita la spiaggia di Capocotta, cioè il delitto Montesi, e nella stessa canzone canta auto blu, sangue blu, ladri di Stato e stupratori.

E quindi?

Per l'omicidio di Wilma Montesi furono incriminati Piero Piccioni, figlio del ministro degli Esteri Attilio, e Ugo Montagna, un marchese. Le auto blu, un riferimento ai palazzi romani del potere. Il sangue blu, la nobiltà. Ladri di stato, perché le hanno rubato la vita alla ragazza venendo poi clamorosamente assolti. Stupratori, perché avevano violentato la ragazza. Rino Gaetano tutte queste cose le sapeva.

Racconta la sorella Anna che Rino Gaetano avesse inserito un riferimento al caso Montesi anche in una poesiola infantile. Per dire che il caso di nera, semplicemente, l'aveva colpito profondamente nell'immaginario.

Ma ciò non esclude che più di dieci anni dopo abbia scritto Nun te reggae più in possesso di elementi nuovi.

E perché le avrebbe nascoste dietro riferimenti così complessi?

Perché le sue canzoni erano cavalli di troia. Se fosse stato più esplicito lo avrebbero bloccato. Invece nascondeva cose serissime dietro l'umorismo e lo stile non sense.

Chi è il responsabile della morte di Rino Gaetano, allora?

La massoneria deviata. Direi settori in rapporti con gli Stati Uniti. L'Italia era diventata una colonia americana, Rino l'aveva scritto in molte canzoni, come in Ok papà, dove scrive Usa il pugnale. Anche il modo in cui l'hanno ucciso è un riferimento alla simbologia massonica.

Perché?

E' morto il 2 giungo, data scelta dai padri costituenti, tra cui molti fratelli, per l'unica festa laica del Paese. E poi non mi spiego perché sul luogo dell'incidente sia arrivata per prima un'ambulanza dei pompieri. Per non parlare dell'agonia e delle insufficienze ospedaliere che ricalcano la canzone la Ballata di Renzo.

Mettere insieme stralci di canzoni non le sembra un po' poco per sostenere una teoria del genere?

Lo so, se avessi il documento che testimonia l'associazione di Rino Gaetano alla massoneria sarebbe tutto più chiaro. Ma ho messo in fila elementi chiari, per me oggettivi.

Anna Gaetano lamenta che l'ha conosciuta, per telefono, solo a libro dato alle stampe.
Non avrei potuto contattarla prima. Sapevo che non avrebbe condiviso il mio libro, che mi avrebbe messo il bastone tra le gambe. Non ho nulla contro di lei, ma se ha paura non è colpa mia. E capisco anche che non sia d'accordo con le mie conclusioni, ma non può dire che invento.


il complotto

"Rino Gaetano  fu assassinato"  L'avvocato:  "Ecco le prove"

"Rino Gaetano fu assassinato"  L'avvocato: "Ecco le prove"


L'intervista

La sorella di Gaetano a Libero: "Rino assassinato? Ma va...  Peggio del libro, solo la fiction"

La sorella di Gaetano a Libero: "Rino assassinato? Ma va... Peggio del libro, solo la fiction"


intervista di Roberto Procaccini

Auguri, maledetto virus: il malware compie 25 anni

Corriere della sera

di Gabriele De Palma



123
456
789
1012

Cancellieri, la proposta di Bechis. Dia il suo cellulare a tutti: tunisini, etiopi...

Libero

Così ogni parente di un detenuto (non solo quelli italiani) la chiamerà, dandole l'occasione di non riunciare alla sua umanità

Tratto dal blog di Franco Bechis, vicedirettore di Libero.



Cattura
Proviamo a immaginare che il caso Anna Maria Cancellieri- Giulia Ligresti non abbia nulla a che vedere con questioni di giustizia. E sgombriamo pure il campo dalle vicende del figlio della Cancellieri, Piergiorgio Peluso, che quando è passato dai Ligresti era già manager ricco e famoso: nel 2005 aveva un 740 da 642.289 euro grazie a cui era al 4727° posto fra i più ricchi di Italia, superando di poche migliaia di euro perfino personaggi famosi dello spettacolo come Fabio Fazio, Antonio Ricci e Neri Marcorè.

Proviamo a raccontare quel caso in un altro modo. Immaginiamo che riguardasse il signor Giulio Rossi, piccolo imprenditore, creditore del ministero dell’Economia di 5 milioni di euro da lunghi anni. Immaginiamo che senza quei soldi l’azienda del signor Rossi stesse per fallire, e che lui meditasse il suicidio, come è tragicamente accaduto in casi analoghi. Mamma Rossi però si ricorda di essere stata fin da ragazzina grande amica del ministro dell’Economia in carica. Gli telefona, spiega la drammatica situazione del figlio e i timori di un insano gesto.

Il ministro la rassicura e poi chiama il dirigente del ministero che paga i crediti, spiegando il caso. Qualche giorno dopo al signor Rossi vengono liquidati i 5 milioni, la sua azienda non fallisce e ogni insano proposito di farla finita rientra. Erano dovuti quei 5 milioni di euro? Certo. Solo in Italia lo Stato fa appalti e dà commesse che poi si dimentica di pagare. Ha fatto del bene il ministro dell’Economia? Al signor Rossi di sicuro sì, e quel bene era un atto dovuto. Ma quanti altri signor Rossi ci sono che devono avere soldi da parte dello Stato e non hanno a disposizione  il telefono amico del ministro?

Migliaia. Che devono pensare? Che il garante dei loro pagamenti si muove solo per qualcuno e per altri no? Bisognerebbe dare anche a loro il numero di telefonino del ministro, che potrebbe intervenire per chiunque seguendo la propria vocazione umanitaria. Ecco la soluzione al caso Cancellieri: il telefono amico. Si può risolvere pubblicando sul sito Internet del ministero il numero di cellulare del ministro, che avrà l’obbligo morale di ascoltare le richieste di congiunti di detenuti in difficoltà, segnalando poi ai dirigenti del ministero ogni pratica. Non mortifichiamo l’umanità della Cancellieri, come lei stessa chiede: che il telefono sia  amico per tutti!

di Franco Bechis

Con il Gps l’occhio del capo è sempre vigile sui lavoratori

La Stampa

Tra privacy e sicurezza: in Usa, controlli a distanza per migliorare le prestazioni

NEW YORK


Cattura
L’occhio del capo è sempre vigile, anche per i lavoratori a distanza: grazie a dispositivi Gps installati sugli smartphone dei dipendenti di alcune aziende americane, si possono controllare tutti gli spostamenti effettuati. Secondo quanto rivelato dal quotidiano Wall Street Journal , alcune società hanno deciso di migliorare le prestazioni dei loro lavoratori a distanza inserendo tali dispositivi satellitari per controllare movimenti «non permessi» come soste troppo lunghe o appuntamenti fuori programma.

Uno studio dell’istituto di ricerca Aberden Group sulle nuove tecnologie applicate al lavoro, mostra che il 37% delle società i cui dipendenti lavorano anche all’esterno degli uffici utilizzano sistemi di locazione attraverso dispositivi mobili o installati sui mezzi di trasporto. E se molti considerano questi controlli come una violazione della privacy, i datori di lavoro li vedono invece come misure di sicurezza che contribuiscono a ridurre furti, aggressioni sui dipendenti ed incidenti. Inoltre, negli Stati Uniti non c’è alcuna legge federale che limiti l’uso di Gps per monitorare i dipendenti: soltanto Delaware e Connecticut chiedono ai datori di lavoro di comunicare l’eventuale uso di tali dispositivi.

(Ansa)

1983, quando i sovietici erano pronti a bombardare l’Occidente

La Stampa

maurizio molinari
corrispondente da NEW YORK

Sfiorata la guerra mondiale in seguito alle manovre militari della Nato per una simulazione di intervento in Yugoslavia. La rivelazione in alcuni documenti governativi americani, declassificati in base al “Freedom of Information Act”


Cattura
Nel 1983 Nato e Patto di Varsavia arrivarono alla soglia del conflitto come mai era avvenuto dalla crisi dei missili di Cuba nel 1962. A rivelarlo sono documenti governativi americani, declassificati in base al “Freedom of Information Act” su richiesta di Peter Burt, direttore del “Nuclear Information Service” e pubblicati dal britannico “The Observer”. 

A innescare l’escalation furono le manovre militari dell’Alleanza atlantica, denominate “Operation Able Archer” che videro impiegati 40 mila soldati americani e Nato in più Paesi dell’Europa Occidentale per simulare uno scenario che vedeva le Forze Blu (Nato) difendere gli alleati dopo l’invio di Forze Arancioni (Patto di Varsavia) in Yugoslavia a seguito di sconvolgimenti interni. Le manovre prevedevano che le Forze Arancioni occupassero Finlandia, Norvegia e Grecia obbligando la Nato a reagire ma Mosca interpretò in maniera errata gli ingenti movimenti di truppe, temette un attacco contro il Patto di Varsavia e si preparò a lanciare un attacco nucleare in piena regola. 

I documenti declassificati attestano infatti che i sovietici decisero di montare su una dozzina di bombardieri, in Germania Est e Polonia, armi nucleari e contemporaneamente misero in preallarme 70 missili SS-20 con testate atomiche. Venne inoltre ordinato ai sommergibili nucleari sovietici di posizionarsi sotto il ghiacci dell’Artico per poter sfuggire alla sorveglianza della Nato. L’Occidente non avrebbe mai saputo della minaccia di un attacco sovietico nel 1983, quando alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan, senza le rivelazioni di Oleg Gordievsky, un ex agente del Kgb che iniziò a collaborare con i servizi britannici consentendo all’allora premier Margaret Thatcher di venire a conoscenza di quanto avvenuto.

Le rivelazioni colpirono la “Lady di Ferro” fino al punto da convincersi della necessità di accelerare gli sforzi per porre fine alla Guerra Fredda quando, arrivato Mikhail Gorbaciov al Cremlino, tale opportunità iniziò a manifestarsi. Per l’ex capo dell’intelligence australiana, Paul Dibb, “Able Archer avrebbe potuto innescare una catastrofe che nessuno desiderava, con attacchi nucleari fra Urss e Stati Uniti di grandezza superiore a quelli che avevamo rischiato nel 1962”.

Il bimbo emigrato diventato star: la mia vita sulle note di «Marina»

Corriere della sera

Festa in Belgio per Rocco Granata, la sua storia ora è un film

Cattura
«Mi sono innamorato di Marina / una ragazza mora, ma carina / Marina, Marina, Marina...». Un motivetto anni Sessanta che è entrato nelle orecchie di tutti, volenti o nolenti, appassionati di musica o stonati. Chi la cantava? Qui l’occhio corre in cerca di un appiglio. Rocco Granata. Rocco chi? Eppure quella canzone è stata un successo non solo italiano, ma internazionale (più di 500 rifacimenti). Eppure in Belgio Rocco Granata è una star. Ora la sua storia è diventata addirittura un film e ieri sera l’anteprima a Genk (65 mila abitanti, siamo in Belgio) ha fatto scomodare 4.000 persone - inclusi i principi del Belgio Lorenzo e Claire, svariati ministri, il sindaco -, un intero multiplex (dieci sale) dove la sua storia è stata trasmessa a schermi unificati.


Granata parte da Figline Vegliaturo (oggi mille abitanti in provincia di Cosenza) per arrivare a conquistare l’America e il Canadà (lo dice così, con l’accento). Il padre, fabbro, nel 1948 va a cercare fortuna altrove. Miniere di carbone in Belgio. «Non eravamo poveri - racconta -. Il suo sogno era guadagnare di più e ingrandire la forgia di proprietà dei fratelli della moglie. Lui non sapeva cos’era una miniera. Si portava pane, salame e formaggio, poi però il pane diventava tutto nero». L’anno dopo moglie e figli lo raggiungono.

«Avevo dieci anni, vivevamo in una baracca, senza bagno, giusto una stufa, io sapevo dire solo “football” e mi prendevano in giro: “mangiatore di spaghetti”». Il suo sogno era la musica, la studiava già in Italia e continua lì. Contro la volontà del padre. La parola lotta è quella che ripete più spesso. «Lottavo, lottavo, lottavo per andare avanti. A 13 anni andavo per locali a suonare canzoni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli. Ma mio padre non voleva, me lo diceva anche duramente, arrivò a buttare la mia fisarmonica fuori dalla porta».


La svolta è nel 1959 a un concorso. È in attesa sul palco, si mette a improvvisare e l’occhio cade sul poster di una marca di sigarette. Marina. Così nasce «una ragazza mora, ma carina». Perché «ma»? «Mio padre diceva di non sposare mai una bionda, perché sono belle ma non sono ragazze buone». Lo notano. Gli chiedono di vendere la canzone, 500 mila franchi: «Erano 12.500 dollari, mio padre non li guadagnava in 20 anni». Rifiuta. Testardo, lo si è capito. Vuol fare tutto lui. Incide il primo disco. Su un lato Marina , sull’altro Manuela , nessuno però lo vuole distribuire. Stampa a sue spese 300 copie e per un refuso Rocco Granata perde una «c», diventa Roco, che per un cantante, a meno che tu non sia Tom Waits, non è il massimo.

Propone i primi 5 dischi a un negozio. Venduti il primo giorno. Da lì le sue note iniziano a diffondersi. Arriva negli Stati Uniti, in tv all’Ed Sullivan Show, in Italia a Sanremo. Marina è una hit mondiale, più di 500 versioni, da Dalida a Claudio Villa, dai Gipsy Kings a Morandi: «Toots Thielemans ne ha fatto un rifacimento tra jazz e bossa nova formidabile. Ma sono formidabili anche quelli di Dean Martin e Carosone».

Marina (il film) diretto da Stijn Coninx sarà al Festival di Roma come evento speciale sabato e uscirà il 9 gennaio. Nel cast Matteo Simoni (Rocco), Luigi Lo Cascio (il padre) e Donatella Finocchiaro (la madre). Racconta Lo Cascio: «È la storia esemplare di un ragazzo che si costruisce il destino con le sue mani, facendo sacrifici. Il padre vorrebbe per lui, sembra un ossimoro, sogni concreti, non la musica. Ma alla fine riesce a realizzare il suo desiderio». Ammette: «Conoscevo la canzone, non chi la cantasse. In Belgio Granata è una star assoluta, sono andato a cena con lui, sembrava di stare con Vasco Rossi». Orgoglioso il 75enne Rocco Granata: «A Genk mi hanno dedicato pure una statua, ma Marina è di sangue calabrese. Mi dispiace che a Cosenza non ci sia niente a ricordarlo. Basterebbe un palo di cemento a corso Mazzini».

05 novembre 2013

Integrazione a senso unico?


Lega Nord <leganord.provincia.livorno@gmail.com>

00:18 (7 ore fa)


Con preghiera di pubblicazione integrale.

Integrazione a senso unico?

Mi è capitato di leggere che il rappresentate di una comunità straniera (che ha fatto iscrivere molti dei suoi membri al Pd, a pochi giorni dal congresso del partito) e lui stesso socio fondatore del Pd, ha invitato i livornesi a portare i figli alla moschea per imparare l'arabo ed i principi islamici. Premesso che non ho niente in contrario al fatto che i livornesi facciano ciò che ritengono meglio per i propri figli, mi viene spontaneo pensare che chi ha fatto quella proposta mandi e faccia mandare, già da tempo, i figli della sua comunità nelle nostre chiese per imparare l'italiano ed i principi cattolici. Se così non fosse, allora dovrei pensare che quelle persone non siano venute in Italia per integrarsi ma, al contrario, per farci integrare (magari con la complicità della politica); proprio come fanno coloro che intendono conquistare un territorio. Spero proprio che non sia così ma ... meditate gente, meditate.

G. Ceruso – Segretario provinciale Lega Nord – Livorno

Si ringrazia anticipatamente
G.C.

Cancellieri. Le date. Giudicate voi

Nicola Porro


Cattura
17 luglio del 2013 mattina. Giulia e Jonella Ligresti vengono arrestate. Il fratello Paolo, residente in Svizzera, è ricercato. Al padre Salvatore Ligresti vengono concessi gli arresti domiciliari. Accusa della Procura di Torino: falso in bilancio e manipolazione del mercato. Per farla breve i Ligresti avrebbero sottostimato le riserve di capitale necessarie per tenere in piedi la loro compagnia assicurativa per più di un miliardo. Questo dato emerge anche in un’intercettazione telefonica (28 dicembre 2012) tra l’allora direttore generale della Fonsai, Piergiorgio Peluso (figlio del ministro Cancellieri) e un’altra persona.

17 luglio del 2013, ore 16.41. Il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri chiama da un numero fisso del ministero la sua amica trentennale Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti. Si dice sconvolta di ciò che è avvenuto alla famiglia Ligresti, si mette a disposizione per dare all’amica l’aiuto possibile. Questa la frase clou: comunque guarda qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda son veramente dispiaciuta.

18 luglio del 2013. Gabriella Fragni (compagna di Salvatore Ligresti) chiama sua figlia. é una telefonata chiave e dal contenuto sibillino. La Fragni fa riferimento ad una telefonata che ha fatto il giorno prima e dice: Ieri ho avuto una telefonata che poi ti dirò. Gli ho detto: ma non ti vergogni di farti vedere adesso? Ma che tu sei lì perché ti ci ha messo questa persona. Ecco capito? Ah son dispiaciuta… No, non si è dispiaciuti! Sono stati capaci di mangiare tutti…. I magistrati il 20 agosto chiederanno alla Fragni se la telefonata a cui si riferiva era quella con il ministro Cancellieri. La Fragni dice che si tratta di uno sfogo e di non riferirsi a nessuno in particolare.

2 agosto del 2013. Gli avvocati di Giulia Ligresti chiedono il patteggiamento. L’ipotesi di pena è inferiore a quella che prevede il carcere.

5 agosto del 2013. Ci sono i primi documenti ufficiali dal carcere di Vercelli sul peggioramento delle condizioni psico fisiche di Giulia.

6 agosto del 2013. Il Gip Silvia Salvadori nega gli arresti domicialiari, nonostante il parere favorevole della Prucura.

14 agosto del 2013 - La direttrice pro-tempore del carcere, Giuseppina Piscioneri, riceve dalla Climaco e da Samuela Cuccolo, comandante della polizia penitenziaria, la relazione della psicologa Ghisalberti (redatta il 12 agosto) e la trasmette subito agli Uffici Giudiziari di Torino.

17 agosto del 2013 - Il Corriere della Sera pubblica un articolo sui problemi di salute di Giulia Ligresti.

17 agosto del 2013 ore 18:54. Gabriella Fragni telefona ad Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, e gli chiede di contattare il ministro.

18 agosto del 2013- Antonino Ligresti tenta di contattare la Cancellieri per due volte: alle 17:19 non riceve risposta, alle 19:33 lascia un messaggio.

19 agosto del 2013 - Il procuratore Vittorio Nessi affida al medico legale Roberto Testi il compito di visitare Giulia. Alle 13:33 la Cancellieri chiama Antonino Ligresti, che alle 14:25 telefona alla Fragni: «Ho stabilito il contatto». Il ministro dirà al procuratore Nessi che il giorno stesso («a memoria, il 18 o il 19 agosto») ha «sensibilizzato» i due vicecapi del Dap, Francesco Cascini e Luigi Pagano, «perché facessero quanto di loro stretta competenza».

18 o 19 agosto del 2013. In un’intervista al Sole 24 ore il vicecapo del Dap Cascini dice di aver ricevuto una telefonata dalla Cancellieri. Ma di non aver fatto nulla, conosceva la situazione e per din più era appena andato in vacanza. Cascini dice di sapere che il ministro telefonò anche al suo collega Pagano con la medesima richiesta.

20 agosto del 2013. La Fragni viene interrogata in procura a Torino per dare conto delle telefonate.

21 agosto del 2013- Antonino Ligresti invia un sms al ministro chiedendo se ci sono novità. La Cancellieri risponde di avere segnalato la cosa.

22 agosto del 2013- Il procuratore Vittorio Nessi va a Roma per ascoltare la Cancellieri.

26 agosto del 2013 - Il medico Testi visita Giulia. «La permanenza in carcere costituisce un concreto danno per la salute del soggetto», scrive nella relazione.

28 agosto del 2013 - Su richiesta della procura di Torino, Giulia Ligresti ottiene gli arresti domiciliari.



Questo articolo è stato scritto domenica 3 novembre 2013 alle 18:49

Il "complotto" denunciato dalla deputata M5S: le sirene esistono, gli Usa lo nascondono

Il Mattino
di Sonia Oranges


Cattura
Non bastavano i complotti sui microchip e l’11 settembre, ora i grillini inciampano pure nelle sirene. «Sirene: il mistero svelato»: era questo il titolo del documentario mandato in onda il 21 giugno scorso, da una rete televisiva tematica specializzata in documentari. Fece un bel picco di ascolti, ma il giorno dopo blog e social-network fecero strame della fantascientifica tesi illustrata da un ricercatore del Noaa, l’istituto oceanografico degli Stati Uniti, che si dice entrato in possesso delle prove dell’esistenza delle sirene (sì quelle di Ulisse a Scilla e Cariddi), poi sottrattegli dai militari agli ordini del governo a stelle e strisce. Anche perché a smentire il tutto era stato proprio l’istituto di ricerca.

L’IRONIA SULLA RETE Un complotto tale che, ironizzò qualcuno, «se per caso lo vede un grillino, finisce che ci scappa anche l’interrogazione parlamentare sulle sirene». Ma la realtà, alle volte, supera la fantasia. Infatti, sabato scorso, sulla pagina facebook della deputata pentastellata Tatiana Basilio, è comparso proprio il documentario (che, in realtà, è un docu-fiction) sulle sirene, accompagnato dal seguente commenti: «Prove?! Sei scienziati che stavano facendo studi l'hanno vista, ma il NOOA nega tutto, gli sequestra il materiale e li caccia via!! Perché? Di cos'hanno paura? Perché non ammettere un fatto tanto evidente? Perché dire a scienziati che sono dei bugiardi? Perché fare un blitz a mo’ di Man in black e portare via tutti i documenti? Pensiamo di essere gli unici nell’universo, ma non siamo nemmeno unici sulla terra, forse abbiamo paura di questo?».

Sarà che la trentottenne onorevole bresciana ha «condotto un’infanzia in mezzo alla natura», sviluppando «la sensibilità che ho ora nei confronti dell’ambiente». Sarà per la sua vocazione olistica, visto che per noia ha abbandonato il lavoro da impiegata dedicandosi quasi 13 anni allo studio delle filosofie orientali e ai metodi di guarigione naturale. Fatto sta che Basilio è rimasta folgorata dalla scoperta e pronta a denunciare l’ennesima cospirazione.

Finendo rilanciata immediatamente su siti e sbertucciata a dovere: «Basilio smaschera il complotto che nasconde l'esistenza delle sirene. Le sento anche io, stanno andando a prenderla», il commento più delicato. La collega Emanuela Corda ha provato a metterla sull’avviso: «E' un mistero senza fondamento scientifico! Molto affascinante ma privo di fondamento. Avete capito la provocazione della collega? Secondo me no». A dire il vero, non l’aveva capita nemmeno la diretta interessata che continuava a difendere gli scienziati che «studiano e ci danno sempre delle meravigliose risposte».

LA TOPPA La notte, però, deve aver portato a Basilio qualche consiglio, anche perché di buon mattino c’era chi, come il consigliere comunale torinese Vittorio Bertola, la invitava a sloggiare dal Movimento: «Tatiana, per rispetto delle persone serie che da anni mettono la faccia per il M5S, tornatene a casa». E Tatiana ieri è tornata sul tema, sempre dalle sue pagine sui social-network: «Veramente sono basita dai commenti e da come sia complesso comprendere l'ironia/critica e ”realtà” dettata dai giornalai?». Tutta colpa dei vili giornalisti, insomma, quando lei pensava di «sdrammatizzare almeno nei giorni di festa di Halloween con le sirene, dato che c'è anche una tipa nel video che l'ha utilizzato come spunto per il costume». Non sono io che non mi sono spiegata, dunque, siete voi che non avete capito il pesce di Ognissanti, la sintesi della sua lunghissima replica. Una toppa peggiore del buco.

 
Segui @mattinodinapoli
lunedì 4 novembre 2013 - 09:55   Ultimo aggiornamento: 15:06

Sel e i costi di fabbricazione dell’euro «Per fare un centesimo ne spendiamo quattro»

Corriere della sera

Per sfornare monetine la Zecca avrebbe speso «362 milioni di euro a fronte di un valore reale di 174 milioni»

Cattura
Un centesimo di EuroSinistra Ecologia Libertà contro i centesimi di euro. I parlamentari alla Ca Camera dei Deputati hanno presentato una mozione, primo firmatario il tesoriere nazionale di Sel Boccadutri, e sottoscritta anche da deputati del Pd, Scelta Civica, M5S, sollevando la questione dei costi di fabbricazione delle monete da 1, 2, 5 centesimi.

«I costi di fabbricazione di ciascuna moneta da 1 centesimo - scrive Sel in una nota - ammonterebbero a 4,5 centesimi, quelli di ciascuna moneta da due centesimi a 5,2 cent, quelli di ciascuna moneta da 5 centesimi a 5,7».

Stando sempre al testo della mozione «dall’introduzione dell’Euro la Zecca avrebbe fuso oltre 2,8 miliardi di monete da un centesimo, 2,3 miliardi di monete da 2 cent e circa 2 miliardi di monete da 5 cent, per un costo complessivo di 362 milioni di euro a fronte di un valore reale di 174 milioni».

04 novembre 2013

Anche i cani poliziotto avranno la pensione» E in Gran Bretagna scoppia la polemica

Corriere della sera

La polizia del Nottinghamshire ha deciso che dal mese prossimo darà ai suoi membri a quattro zampe 1.500 sterline

Cattura
I cani poliziotto inglesi conquistano diritti molto simili a quelli dei loro colleghi uomini. La polizia del Nottinghamshire introdurrà, a partire dal prossimo mese, una pensione per coprire le spese mediche degli animali non più in servizio per superati limiti di età. Si tratta di un contributo che può arrivare a 1.500 sterline (circa 1.700 euro) per i primi tre anni. «Ci prendiamo cura delle persone che sono state agenti di polizia ed è importante fare lo stesso anche per i nostri cani», ha detto Paddy Tipping, comandante della Nottinghamshire Police. «Questi animali hanno lavorato sodo e sono poliziotti coi loro diritti», ha aggiunto. La forza di polizia ha in tutto 26 cani, di cui la metà fa parte del servizio di ricerca per le persone scomparse e l’altra è formata da animali in grado di localizzare denaro e droga. Nove cani dovranno andare in pensione nei prossimi tre anni.

IL PRIMO PENSIONATO - Il primo a usufruire della pensione sarà il pastore belga Rossi, 8 anni e una vita in servizio. Il suo «collega umano» Matt Rogers, poliziotto di 41 anni, ha raccontato a tabloid e quotidiani che il cane lo ha aiutato in centinaia di arresti e gli ha anche salvato la vita. «Con Rossi al mio fianco mentre affronto un sospetto sono praticamente sicuro che quell’uomo non mi sfuggirà», ha detto Rogers dichiarandosi entusiasta della pensione canina.

1
LE POLEMICHE - Ma sono in tanti a storcere il naso davanti a questa mossa previdenziale, in un momento in cui le forze di polizia inglesi si trovano ad affrontare tagli per 43 milioni di sterline (circa 49 di euro). Jonathan Isaby, il direttore della Taxpayers’ Alliance (gruppo di pressione nato nel 2004 che riunisce decine di migliaia di contribuenti britannici), ha commentato secco: «Adesso la maggior parte dei contribuenti del Nottinghamshire si aspetta di vedere i suoi poliziotti e commissari messi a cuccia» .



04 novembre 2013

Migliaia di pedofili smascherati da «Sweetie», la bambina virtuale creata dalla Ong

Corriere della sera

Gli spaventosi risultati dell’esperimento condotto da «Terre des hommes» , l’organizzazione non governativa olandese

Cattura
Hanno creato una Lolita virtuale, una bambina filippina di dieci anni battezzata «Sweetie», e l’hanno lanciata nel mondo dei forum pubblici della Rete scoprendo decine di migliaia di «predatori» che si dicevano pronti a pagare perché la ragazzina si lasciasse andare a atti sessuali davanti alla webcam. Con questa iniziativa la Ong Terre des hommes , ha spiegato il direttore della sezione olandese Albert Jaap van Santbrink, è riuscita ad identificare «facilmente» oltre mille pedofili in 65 diversi Paesi. L’organizzazione non governativa ha messo insieme indirizzi, numeri di telefono e foto dei «cacciatori di bambine» e li ha trasmessi all’Interpol.

POCHISSIMI ARRESTATI -  «Dal momento che si muovono su internet - ha dichiarato Hans Guyt , il responsabile del progetto - i pedofili pensano che nessuno li sta guardando: ecco perché è stato facile raccogliere informazioni su di loro».  Terre des hommes  ha messo in piedi questa trappola virtuale per attirare l’attenzione sul problema della prostituzione minorile in Rete. «Siamo indignati - dicono dall’organizzazione - per il numero minimo di “turisti sessuali via webcam” che sono stati arrestati». Secondo i dati forniti dal gruppo, infatti, negli ultimi anni solo sei «predatori» sono finiti in cella.

L’ESERCITO DEI «PREDATORI» - Se la Ong, con i suoi mezzi, è riuscita in poco tempo a identificare mille pedofili, le autorità in tutto il mondo potrebbero fare molto di più, ha puntualizzato Van Santbrink. «Con più risorse avremmo potuto facilmente identificare anche 10.000 persone» , ha aggiunto Guyt.  Terre des Hommes, citando i dati dell’Onu, ricorda che su Internet ogni ora sono in azione almeno 750mila «cacciatori di bambini».

04 novembre 2013

La millesima adozione de LaZampa.it

La Stampa
fulvio cerutti (agb)


In circa due anni sono stati presentati circa 2850 quattrozampe presenti in quattordici canili



Cattura
Agostino è un cane speciale. Ma perché? Forse perché ha un musetto simpatico? Un po’ tutti i cani sono così. Forse perché è multicolore ed è un meticcio? In tanti lo sono e, poi, chi li ama, guarda dentro di loro attraverso i loro occhi, di certo non ne fa una questione di colore o razza.

Agostino è speciale perché è il millesimo quattrozampe, fra cani e gatti, adottati grazie all’iniziativa “Videoadozioni” lanciata da LaZampa.it. Era arrivato nel canile di Cavour, dopo essere stati investito. Lì si sono presi cura di lui, ma i suoi proprietari non l’hanno mai rivoluto indietro. Ora ha trovato una nuova famiglia che gli vorrà bene.

Era maggio del 2011 quando partiva il programma nato dal canale che LaStampa.it dedica agli animali. Il conduttore Francesco Espen iniziò la prima puntata dall’interno di un gabbia, dietro le sbarre, per sottolineare l’obiettivo dell’iniziativa: far uscire più animali possibili dalle gabbie trovando loro una famiglia.


Settimana dopo settimana, negli ormai quattordici canili del torinese (alcuni del cuneese), sono stati presentati 2850 animali. Mille di loro hanno trovato una famiglia. Non solo cuccioli, ma anche un po’ anziani, altri con qualche acciacco fisico. Quota mille è un importante traguardo, ma soprattutto la tappa di un viaggio che speriamo di continuare a lungo cercando di allargare geograficamente l’iniziativa.

Per ora un grazie di cuore a tutti quelli che hanno accolto nelle loro famiglie un quattrozampe e a tutti quelli che diffondono i video permettendo a sempre più persone di conoscere questa iniziativa.

Ora godetevi la puntata di Agostino e la visita alla redazione de LaZampa.it: clicca qui

Anche i servizi italiani hanno spiato il Papa"

Gian Micalessin - Lun, 04/11/2013 - 08:56

Un ex funzionario dell'intelligence: "Sorvegliammo l'incontro tra Giovanni Paolo II e Tarek Aziz". E sugli americani: "A Roma in 32 scoperti a intercettare"

 

«Nel nostro mestiere tutti controllano tutti. Amici o nemici non fa differenza. Quello che serve sono le informazioni e per procurartele devi esser pronto a cercarle anche a casa dei tuoi alleati o dei tuoi nemici.

Cattura
Le faccio un esempio. Nel febbraio 2003 quando Tarek Aziz venne in Italia per incontrare il Papa alla vigilia dell'invasione americana dell'Iraq i nostri servizi si preoccuparono di conoscere il messaggio che veniva portato al Vaticano. Il Papa non era ovviamente un nostro nemico e da quell'incontro non poteva scaturire una minaccia all'Italia, ma sapere cosa si dicevano era importante dal punto di vista politico. La discussione tra il Pontefice e un esponente di punta del regime iracheno poteva interessare i nostri alleati e conoscere il messaggio portato da Tareq Aziz poteva innalzare il nostro potere di scambio.

Per questo all'interno dell'organizzazione nessuno si scandalizzò troppo per quel tipo d'operazione. Era una normale raccolta d'informazioni per fini politici non un atto d'ostilità» L'uomo che parla al Giornale è un ex alto funzionario della nostra intelligence. Un «uomo ombra» che ha contribuito a introdurre in Italia l'uso a vasto raggio della SigInt (Signal Intelligence) e ha supervisionato lo sviluppo delle metodologie d'intercettazione elettronica di ultima generazione. Un uomo che continua a custodire molti segreti preziosi anche nell'ambito dei non facili rapporti con gli alleati.

«Il vero problema del cosiddetto scandalo "Datagate" -prosegue- non sono le spiate degli americani ai danni dei tedeschi o dei francesi. Quelle sono faccende normali, consuete. Qualche anno fa a Roma vennero presi con le mani nella marmellata una trentina di operatori statunitensi. Ufficialmente erano a libro paga di un'agenzia di sicurezza privata, in verità origliavano le conversazioni tra i nostri operatori d'intelligence e quelle di un altro alleato comune. Perché lo facevano? Perché è sempre utile sapere come la pensano i tuoi amici e di cosa si stanno occupando.

Ma questo è il lato più triviale del Datagate, quello che continua a sviare voi giornalisti e i politici meno attenti. Inseguite il fragore di un'indignazione inevitabile. L'affare Snowden ha reso pubblici dei vizietti vecchi e cosnueti e quindi qualcuno finge di dimostrarsi sorpreso e indignato. Ma è solo apparenza. La sostanza, il vero problema portato alla luce dal Datagate è il "gap tecnologico" che mina le relazioni dell'Europa con gli alleati americani. C'è una distanza sempre maggiore tra la loro capacità d'acquisire informazioni e la nostra crescente incapacità di difenderle».

Il nostro interlocutore a questo punto ci sommerge con una serie di dati e cifre sulla National Security Agency: «Il loro budget ufficiale di quest'anno è di quasi 11 miliardi, ma in verità ne spendano almeno tre volte tanti. Oltre al quartier generale di Fort Meade nel Maryland hanno basi nelle Hawaii, nello Utah, in Colorado, Georgia e Texas e in ognuna delle ambasciate statunitensi. Sul loro libro paga ci sono 35mila dipendenti, senza contare i contractor esterni e i migliori ricercatori americani. Quest'investimento gigantesco genera un gap tecnologico di cui non afferriamo neppure più l'estensione. Le faccio un esempio banale.

Noi potremmo ritenere sicuro un ambiente perché sappiamo che nessuno ci mette piede da un mese e la batteria di una cimice dura al massimo un mese. Ma qualcun altro può disporre di batterie molto più sofisticate. Trasporti l'esempio a tutti gli ambienti possibili. Pensi alle linee telefoniche, alle trasmissioni di dati messe in comune con i nostri alleati in ambito Nato, alle informazioni condivise nell'ambito della cooperazione tra servizi, alle comunicazioni durante alle missioni all'estero e capirà quanto la penetrazione può esser profonda. Noi mettiamo a disposizione "ambienti" che riteniamo inaccessibili oltre un certo livello, ma l'ospite può esser in grado di penetrarli e da lì arrivare ovunque.

Questo è quanto succede e continuerà a succedere a causa del gap tecnologico tra noi e gli Stati Uniti». L'altro grande malinteso del "Datagate" secondo l'interlocutore del Giornale è la convinzione che tra Stati Uniti e Germania esistesse un rapporto limpido e una convergenza d'intenti. «Nel 2005 -ricorda- quando Angela Merkel diventò cancelliere Gerard Schroeder, suo predecessore e avversario, abbandonò la politica per dirigere Nord Stream, la grande impresa finanziaria destinata a portare il gas e gli investimenti di Gazprom in Europa. La Germania è da sempre il grande interlocutore economico e finanziario della Russia in Europa. Le "relazioni pericolose" per gli interessi americani passano attraverso la Germania. Attraverso Schroeder prima e la Merkel oggi Mosca investe in Europa e si contrappone agli Stati Uniti. Pensate potessero a fare meno d'ascoltarla?».

Escrementi dal cielo, caccia agli aerei sporcaccioni

Il Mattino


Cattura
Shangai. Pioggia di escrementi dal cielo nei pressi dell'aeroporto di Shanghai. Secondo quanto riferisce lo Shanghai Daily, i residenti nella zona dell'aeroporto internazionale di Pudong hanno denunciato la caduta di feci dal cielo sul terreno, sui veicoli parcheggiati, sulla biancheria stesa.

Le autorità locali hanno immediatamente aperto un'inchiesta. L'ipotesi più verosimile è che le feci cadano da aerei in transito. «Al momento - ha dichiarato un funzionario dell'aeroporto di Pudong
non ci sono prove ma se dovessimo individuare una compagnia aerea colpevole di questo essa sarà responsabile di eventuali risarcimenti».

Secondo un esperto citato dal giornale, negli aerei le feci sono generalmente conservate in contenitori disinfettanti. Ad alta quota la temperatura può arrivare anche a meno cinquanta gradi per cui, anche se ci fosse una perdita, le feci si fermerebbero sulla superficie dell'aereo. Tuttavia, in fase di atterraggio, quando la temperatura sale, gli escrementi potrebbero staccarsi dal velivolo e precipitare al suolo. La caccia continua.

 
Segui @mattinodinapoli
lunedì 4 novembre 2013 - 10:35   Ultimo aggiornamento: 10:41

Test anti alcol e droga per i pedoni La Spagna riforma il codice stradale

La Stampa
gian antonio orighi

Ecco la stretta: prova del palloncino anche se non si causano incidenti


Cattura
Un test anti-alcol e droga per i pedoni. È la proposta choc inclusa nella nuova Ley de Trafico y Seguridad Vial, il nuovo Codice della Strada attualmente in tramite parlamentario.
Ma c’è di più: la prova del palloncino è possibile anche se il viandante non ha causato incidenti. “È la criminalizzazione del passante quando è proprio chi di solito è la vittima”, tuona Pablo Barco, leader di un’associazione che fomenta la mobilità pedonale.

La nuova legge mira a diminuire i viandanti uccisi nelle strade spagnole, che sono un esercito. Stando ai dati della assicuratrice Mapfre, tra il 2005 ed il 2010 sono morti sia in città che fuori 3.327 passanti, di cui quasi il 70% nella zone urbane. Ed il 30% dei pedoni uccisi aveva consumato alcol. 
Ma il test sta provocando anche molte critiche per il diritto alla privacy, protetta dal Trubunale Costituzionale dal ’99. Ed anche per la equiparazione del pericolo potenziale di un pedone con un automobilista. E a quanto ammonta la multa se il viandante ha alzato il gomito? Ancora non si sa. Gli automobilisti ubriachi rischiano la galera e 1.000 euro di ammenda.

Hanno partorito un mostro giuridico

Marcello Veneziani - Ven, 18/10/2013 - 07:55

Non ce ne stiamo accorgendo ma la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei manovali del Parlamento sta stravolgendo lo Stato di diritto


Non ce ne stiamo accorgendo ma, nel giro di poche settimane, la repubblica di Napolitano e della Boldrini, del ministro Kyenge e dei volenterosi manovali del Parlamento, sta stravolgendo lo Stato di diritto e il senso della giustizia col plauso dei media.

Viene introdotto il reato di omofobia, nasce cioè un reato dedicato in esclusiva; viene introdotto il femminicidio, cioè viene stabilito che c'è un omicidio più omicidio degli altri; viene negato il reato di immigrazione clandestina e dunque la cittadinanza non ha più valore; viene introdotto il reato di negazionismo, valido solo per la shoah.

Vengono così stravolti i principi su cui si fonda ogni civiltà giuridica: l'universalità della norma che deve valere per tutti, il principio più volte sbandierato e poi di fatto calpestato, della legge uguale per tutti; viene punito col carcere il reato d'opinione, e colpendo solo certe opinioni; viene sancita la discriminazione di genere, a tutela di alcune minoranze; è vanificata l'opera del giudice nell'individuare eventuali aggravanti nei reati giudicati perché vengono indicate a priori quelle rilevanti e dunque sono suggerite pure quelle irrilevanti.

Usano l'eccezione per colpire la norma, piegano le leggi a campagne ideologico-emotive e le rendono variabili. Sfasciano la giustizia col plauso dei giustizialisti, uccidono la libertà e l'uguaglianza, il diritto e la tolleranza nel nome della libertà e dell'uguaglianza, del diritto e della tolleranza.

Un mostro. E se provi a dirlo, il mostro sei tu, a suon di legge.

Cucciolo di Rottweiler abbandonato in una discarica: davanti a lui la madre morta

Il Mattino
di Alessandra Chello


Cattura
Un vecchio divano gettato via in una discarica strapiena di rifiuti. Da uno squarcio nella tappezzeria spunta fuori un fagottino nero. E' un cucciolo di Rottweiler di pochi mesi. Se ne sta lì, attonito, in quella sorta di rifugio di fortuna. Davanti a lui, le zampe di un altro cane. Rigide. Immobili. Avvolta in un lenzuolo c'è la madre morta. Il piccolo la guarda fiducioso, sperando in un cenno di vita. Ma lei ormai non c'è più. Giace come uno scarto tra gli scarti. Nel silenzio del degrado e dell'indifferenza.

Accade in Sicilia, tra Torretta e Carini, in provincia di Palermo. Ma potrebbe accadere ovunque.Ovunque la violenza nei confronti degli animali prenda il sopravvento sull'amore, sul rispetto, sulla pietà. Un atto di profonda crudeltà. Dove il vilipendio della morte è esattamente uguale al disprezzo per la vita. I volontari che hanno fatto la triste scoperta non si danno pace: «Come hanno potuto disfarsi della mamma e del cucciolo in quel modo atroce, senza provare un briciolo di rimorso», commenta Giusy. Ora il piccolo è al sicuro. Lo hanno preso in custodia gli animalisti del rottweiler rescue che cercano per lui l'adozione migliore.

Per info scrivere a: info@rottweiler rescue.it Oppure telefonare al 3461853196

 
Segui @mattinodinapoli
domenica 3 novembre 2013 - 19:15   Ultimo aggiornamento: lunedì 4 novembre 2013 08:58

Il pomodoro «nordista» che fa discutere twitter «Il nostro prodotto arriva solo da qui»

Corriere della sera

L’interpretazione della campagna pubblicitaria? Un messaggio contro la Terra dei Fuochi


Cattura
RIVAROLO DEL RE (Cremona) - Un grande pomodoro rosso campeggia sulla cartina dell’Italia, a cavallo delle sagome di Lombardia ed Emilia. L’immagine è sovrastata dallo slogan «Solo da qui. Solo Pomì». La campagna pubblicitaria lanciata dal Consorzio Casalasco del pomodoro (300 aziende agricole e 220 milioni di fatturato l’anno) che si riconosce nel marchio Pomì ha scatenato il dibattito sui social network. A cosa allude infatti la fiera rivendicazione geografica del prodotto?

Proprio nei giorni in cui le pagine dei giornali sono occupate dai disastri ambientali della Campania la discussione su Twitter provocata dalla pagina pubblicitaria si è subito indirizzata verso il dramma della Terra dei Fuochi: 300 chilometri quadrati di territorio della Campania (altra regione produttrice per antonomasia di «pummarola» italiana) contaminati da veleni e scarichi industriali, le rivelazioni del pentito Schiavone che diventano di dominio pubblico sono state lette come il «trampolino» della mossa pubblicitaria.

POMODORO DEL NORD - Il sito dell’azienda, del resto, sottolinea con evidenza la provenienza «nordista» del pomodoro: il 75% è raccolto tra Cremona e Mantova, il 14 in provincia di Parma, il resto in Veneto e Piemonte; 350mila tonnellate di ortaggi all’anno che equivalgono a oltre il 50% dell’«oro rosso» made in Italy. «Lo slogan allude al fatto che non si fa ricorso al lavoro nero» è uno dei commenti su Twitter. «No, è la rivendicazione del fatto che il prodotto non arriva dalla Terra dei Fuochi» è invece la chiave di lettura che va per la maggiore. Di fatto la comunicazione di marketing ha raggiunto l’obiettivo di far parlare di sé ma anche acceso una mai sopita discussione campanilistica tra due parti d’Italia attorno a uno dei simboli dell’agroalimentare nazionale.

ORIGINE DEI PRODOTTI - I vertici del Consorzio Casalasco non si nascondono e svelano la strategia, per così dire, dietro il messaggio comparso sui giornali e che anche nei prossimi giorni tornerà a essere pubblicato: «Da tempo ci battiamo per la trasparenza sull’origine dei nostri prodotti - dice il direttore generale Costantino Vaia -, lo riteniamo un valore aggiunto ew una garanzia nei confronti del consumatore». Resta il quesito che ha innescato la curiosità generale: c’entrano anche le notizie che in questi giorni arrivano dalla Campania? «Ci teniamo a ribadire i valori di legalità e tutela ambientale che stanno alla base del nostro lavoro - è la risposta di Vaia - e dunque a chiarire da dove arrivano i pomodori che usiamo. E’ un’esigenza ad esempio molto sentita su mercati come quello inglese o americano dove siamo presenti da tempo. E’ anche una rivendicazione del made in Italy di fronte all’invasione dei pomodori cinesi».

03 novembre 2013

L’incidente stradale che uccise Tutankhamon

La Stampa
vittorio sabadin

Svelato il mistero: cadde dalla sua “spider” e fu travolto da un altro carro
Il faraone Tutankhamon non è stato avvelenato, non è morto per malaria, né per necrosi dovuta a una frattura nel femore. Non è neppure stato colpito da una mazza alla base del cranio, come si pensava. E’ morto invece per l’equivalente di un incidente d’auto della XVIII dinastia: travolto da un carro, trainato al galoppo da due cavalli, mentre probabilmente si trovava inginocchiato a terra. 

Cattura
La nuova tesi sulle ragioni dell’improvvisa scomparsa, a un’età fra i 16 e i 19 anni, del più famoso dei faraoni, è sostenuta da un consistente gruppo di studiosi inglesi, che hanno applicato ai resti di Tut le moderne tecnologie forensi, le stesse che vengono usate per risolvere i delitti più intricati.

Il dottor Robert Connolly, un antropologo dell’Università di Liverpool che studia Tutankhamon da anni e ha partecipato nel 1968 all’esame ai raggi X della mummia, è l’unico esperto in possesso di un pezzetto della carne del faraone. Dopo averla studiata con un microscopio elettronico e sottoposta a esami chimici, è arrivato alla conclusione, condivisa anche da Chris Naunton della Egypt Exploration Society, che il corpo di Tut è stato bruciato a una temperatura di almeno 200 gradi. Ma questo non avrebbe nulla a che fare con la sua morte. 

La combustione sarebbe dovuta a un processo di imbalsamazione un po’ pasticciato, nel quale gli oli e le resine usate, miscelati all’ossigeno e al lino delle bende, hanno «cotto» la pelle del faraone dopo la sepoltura. Questo spiegherebbe le difficoltà incontrate da Howard Carter, che scoprì la tomba il 22 novembre del 1922, nell’estrarre il corpo dall’ultimo sarcofago: era così incollato dalle resine alle pareti che nemmeno un improvvisato riscaldamento a temperature molto elevate permise di rimuoverlo. Carter fu costretto a fare ricorso a leve e scalpelli, danneggiando non poco la mummia. 

Scartata anche l’ipotesi di un incendio, il Cranfield Forensic Institute ha eseguito una accurata autopsia virtuale, utilizzando tutti gli elementi disponibili già raccolti nelle indagini precedenti. Come farebbe un medico legale agli ordini di un pubblico ministero, gli esperti dell’istituto hanno esaminato ogni centimetro del cadavere, scoprendo numerose lesioni concentrate su un solo lato del corpo, nel bacino e alle costole. I risultati dell’esame sono stati trasmessi a un altro gruppo di specialisti, che indagano un settore molto lontano dall’egittologia: studiano le ferite e i traumi causati dagli scontri automobilistici.

Le analogie tra il quadri clinico di Tutankhamon e le conseguenze di un impatto con una massa lanciata a forte velocità sono risultate sorprendenti: il faraone è stato investito da qualcosa. In tribunale, l’accusa potrebbe dunque sostenere la tesi dell’omicidio premeditato: qualcuno ha ucciso Tut investendolo con un carro. Ma la difesa avrebbe validi argomenti per l’omicidio colposo e potrebbe convincere la giuria che è caduto dal carro sul quale si trovava ed è stato travolto accidentalmente da quello che lo seguiva. Gli studiosi inglesi sembrano propendere per questa tesi, visto che affermano che il faraone è stato investito mentre si trovava inginocchiato e cercava probabilmente di rialzarsi. 

Al museo del Cairo, tra i meravigliosi oggetti della tomba di Tut, ci sono due dei suoi carri. Non erano pesanti come quelli degli Ittiti o dei Siriani, ma leggeri e flessibili, in grado di «copiare» il terreno come fanno le auto da rally. Erano trainati da due cavalli, le ruote a quattro raggi avevano il diametro di un metro e su un predellino della stessa larghezza trovavano posto due persone, il conduttore e il combattente. Con i cavalli lanciati al galoppo, il carro egizio era la migliore spider a due posti secchi disponibile all’epoca, buono per combattere, ma anche per divertirsi. 

Poiché, nonostante i 6 mila reperti trovati nella sua tomba, sappiamo molto poco di Tutankhamon, diventa ora lecito pensare che non sia morto in complicate congiure di palazzo o trame dei nemici, delle quali alla sua età doveva importargli ben poco. Forse, in quel giorno del 1323 a.C., ha semplicemente preso il carro ed è andato a fare una corsa contro i carri degli amici, come avviene ancora oggi il sabato sera. E spesso, purtroppo, con le stesse tragiche conseguenze.