lunedì 4 novembre 2013

Santoro e Travaglio mandano Ruotolo in Albania. Obiettivo: Innocenzi come il Trota

Libero

Ridiamoci su: per evitare altri guai lo staff di Annozero si sta adoperando per far passare l'esame alla santorina all'Università Kristal, come Boss Jr.

Dall'inserto satirico LiberoVeleno.


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Roma. Appartamento privato di un palazzo in un quartiere residenziale. Interno giorno. È la mattina del 16 ottobre e dalle finestre filtrano le prime luci dell'’alba. All'’interno c'’è un uomo sveglio già da un po'’ e impegnato nei preparativi tipici di chi si appresta ad affrontare un viaggio improvviso, una missione all’'estero. Un paio di camicie inamidate nella valigia; un’'occhiata veloce per verificare che il passaporto sia al suo posto, nel portadocumenti dentro la tasca della giacca; una sciacquata al viso e qualche colpo di spazzola mentre la macchinetta del caffè inizia a brontolare sul fornello acceso. Gesti che si susseguono con grande rapidità, ma con un ordine rigoroso.

Un metodo e una sicurezza propri di chi è abituato ad essere buttato giù dal letto per evenienze di questo tipo. Esattamente come il protagonista di questa nostra storia, il buon vecchio Sandro Ruotolo, inviato di punta al servizio di Santoro e famoso proprio per essersi guadagnato sul campo i galloni di "giornalista di strada". Uno di quelli tosti, sempre pronti ad essere catapultati in ogni angolo del mondo a seguire le vicende più scottanti e delicate. Stavolta però sembrerebbe che la missione assegnata a Ruotolo in terra d'’Albania sia davvero troppo impegnativa anche per un veterano come lui.

L'’idea di spedire di corsa a Tirana il loro inviato di punta nasce da Travaglio e Santoro nel corso di una riunione di redazione organizzata in tutta fretta la sera del 15 negli studi de La7. Si tratta di raccogliere l’'imperdibile testimonianza di qualche altra escort, pronta ad aggiornarci sui problemi di tenuta del culo flaccido del Cav? C’'è da mettersi sulle tracce di un pericoloso boss dei Casalesi riparatosi sulle rive a est dell'’Adriatico? Nient'’affatto. L'’urgenza cui il fido Ruotolo deve far fronte è legata a un accadimento ben più drammatico: poche ore prima di quella riunione la "maestrina" del programma, Giulia Innocenzi, è stata bocciata all'’esame d'’idoneità professionale. Una tragredia autentica, capace di sputtanare tutto il gruppo di Annozero.

Specie se si pensa che la signorina, con la sua proverbiale saccenza, non aveva fatto altro, fino a quel momento, che declamare all’'universo mondo le virtù didattiche del duo Santoro-Travaglio: "una grandissima scuola di giornalismo", per dirla con una sua famosa espressione. Terrorizzati dall'’idea che d'’ora in avanti a qualche malalingua sarebbe potuto venire in mente di rispondere a quell'’affermazione con un ironico "E s'’è visto!", Michele e Marco hanno pensato bene di prendere immediati provvedimenti. E come non correre col pensiero in terra balcanica quando si tratta di riparare in segreto a una sonora bocciatura? "Se in Albania c’'è riuscito pure il Trota a superare gli esami, potrebbe farcela persino la nostra ‘maestrina’", si sono detti all'’unisono.

E così qualche ora più tardi Ruotolo era già al check-in di Fiumicino. In queste ore, molto probabilmente, sarà a colloquio col rettore dell'’Università Kristal di Tirana. Ma stavolta in incognita assoluta e a telecamere rigorosamente spente. Perché se i telespettatori di Annozero dovessero scoprire che i compagni, per far passare un esame alla "santorina", sono ridotti a bussare allo stesso portone varcato dall'’erede somaro dell'’odiato Senatur, è la volta buona che Ruotolo, Santoro, Travaglio e Vauro restano senza lavoro per davvero. Altro che editto bulgaro di Berlusconi.

di Alessio Di Mauro





Ecco le carte dell'esame della Innocenzi giudicate voi se meritava la bocciatura

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La "santorina" sceglie la strada della trasparenza e pubblica il suo test per l'esame di giornalismo


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"Visto che l'esame e' diventato pubblico, rendo pubbliche le correzioni. Massima trasparenza". Giulia Innocenzi pubblica su facebook le carte del suo test per l'esame di ammissione all'albo nazionale dei giornalisti professionisti. Dopo giorni di polemiche per quella prova sostenuta lo scorso 15 ottobre con cui ha rimediato una bocciatura, adesso in nome della "trasparenza" la "santorina" mostra il suo "compitino". A difesa della Innocenzi erano scesi in campo l'Espresso e il Fatto accusando l'Ordine dei Giornalisti di avere commesso errori nella stesura delle tracce.

Un carro su cui la Innocenzi è salita al volo commentando su facebook: " Nelle tracce dell'esame sono stati confusi pm e gip, c'erano nomi sbagliati e il biglietto d'addio di Carlo Lizzani è stato trascritto male. Il tutto sbianchettato per la pubblicazione online. Ogni storia ha i suoi risvolti comici". Ora dopo le polemiche la Innocenzi mostra le carte. La traccia che ha scelto è quella su indulto e amnistia. I temi "manettari" evidentemente continuano ad affascinarla. Poi di seguito ha sintetizzato un articolo sul rastrellamento nazista nel ghetto di Roma e infine ha risposto alle domande aperte di diritto pubblico e ordinaemnto professionale. Qui sopra trovate il suo test. Giudicate voi se meritava la bocciatura.






Innocenzi bocciata, ecco le foto della sua prova

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La "santorina" sceglie la strada della trasparenza e pubblica il suo test per l'esame di giornalismo

 

Il delirio di Dario Fo: "Mi censurano per colpire il Papa"

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L'Auditorium vaticano non mette in scena uno spettacolo della Rame. E lui lo spiega così: "Complotto contro Francesco"


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Aldo Grasso non ha digerito le "lacrime" di Dario Fo per il "no" ricevuto dal Vaticano per il suo spettaccolo su Franca Rame che doveva tenersi nell'Auditorium di via della Conciliazione. Così Grasso sul Corriere bastona Fo e gli ricorda che la storia della "censura" è un suo vecchio cavallo di battaglia usato "per fare fortuna": "A Fo piace giocare al censurato perché sa bene che la censura, questo demone insolente e capriccioso, è stata la sua fortuna. Fin dai tempi di Canzonissima 1962, quando se ne andò dalla Rai perché una sua gag sulla sicurezza nei cantieri edili era stata censurata. Se Fo e Rame avessero continuato, forse li avremmo confusi con Alberto Lionello e Lauretta Masiero, Corrado e Raffaella Carrà. Quella censura, invece, è stata la loro fortuna", scrive Grasso. Insomma Fo ormai ha pesro la testa. Qui di seguito Mario Giordano prova a capire perchè Fo grida al "complotto".

Ecco l'articolo di Mario Giordano.

C’è un complotto. Ma sicuro. Contro Dario Fo. L’attore lo ha denunciato con forza in una indimenticabile intervista all’Unità. C’entrano  il Vaticano, le forze oscure della Chiesa, forse anche la mafia, la massoneria,  di sicuro lo Ior, le banche, i poteri forti del capitalismo internazionale, è ancora incerto il ruolo dei Templari, dei Cavalieri di Malta e del Capitan Findus, ma  di sicuro sono invischiati i cardinali con le catene d’oro e forse anche Macchianera, Dylan Dog e il cugino di Zagor: tutti insieme per fare che?

Per impedire la rappresentazione nell’Auditorium di via della Conciliazione dello spettacolo dell’attore. Non ditelo a nessuno, ma questo piano diabolico, questa gigantesca macchinazione, ha un unico obiettivo:  colpire Fo per colpire il Papa. Non ve l’aspettavate eh? In effetti.  Contro  il Pontefice potevano usare tanti metodi, questi maestri delle trame occulte. Hanno scelto il più efficace: non mandare in scena uno spettacolo teatrale. Pensate come sono malefici. Pensate come sono pericolosi.

Ora capisco che, messa così (come l’ha messa Fo),  la vicenda vi possa apparire incomprensibile, soprattutto se non avete ancora bevuto un paio di bicchieri di grappa. E allora cominciamo dall’inizio. Cioè dalla notizia dell’altro giorno: l’Auditorium vaticano di via della Conciliazione decide di non inserire nel suo cartellone l’opera di Franca Rame, scritta sulla base della sua esperienza da senatrice e messa in scena, dopo la sua morte, dal compagno,  Dario Fo appunto.

Voi direte: embeh? In effetti, a rigor di logica, ogni teatro può mettere in cartellone quello che gli pare: uno ha Montesano, uno ha Brignano, quell’altro ha Gigi Proietti. Però attenzione: Dario Fo lo devono avere tutti.  Tutti quelli che decide lui, naturalmente, il premio Nobel con lo sbuffo a sinistra. Perché se per caso uno non accetta il diktat, diventa immediatamente un censore. Un fascista.  Un nemico della libertà.

Non è straordinario? Dario Fo, evidentemente, ha il diritto divino di essere messo in scena. E chi lo nega, finisce sotto accusa. Se, per dire, non metti in scena Pirandello, fai una libera scelta. Se non metti in scena  un’opera di Goldoni, fai un’altra libera scelta. Se preferisci Shakespeare al musical di Massimo Ranieri, fai un’altra libera scelta. Ma se non metti Dario Fo, no, ecco: lì diventi subito un dittatore. L’emulo di Pinochet. Un figlio della Gestapo. Un pavido epuratore. 

Così il pensiero sedicente democratico addita l’Auditorium di via della Conciliazione al pubblico ludibrio. E poco importa se l’Auditorium aveva da poco mandato in scena il Mistero Buffo del medesimo Fo dimostrando di non aver nessuna paura dal genio dell’attore (al massimo, quello che fa paura, è che il genio non si vede più). Poco importa: chi non mette in scena Fo dev’essere per forza un censore.

Vi pare possibile? Magari quell’opera di Franca Rame, con rispetto parlando, è brutta. Magari non è piaciuta. Magari chi organizza la stagione ha semplicemente pensato che ce ne fossero di migliori. Il Dario furioso, però, non prende in considerazione queste ipotesi.  E passa all’attacco. Il fatto è che una volta, di fronte a episodi come questo, si accontentava di gridare alla censura. Ora no.  Più avanza l’età, più aumenta l’ego, evidentemente. E per contenere tutto l’ego del premio Nobel ci vuole,  a questo punto, niente meno che un complotto internazionale.

Eh sì. Perché Fo non si limita a dire che  si è trattata di una scelta liberticida del gestore di un teatro. Macché: elabora una teoria complottistica del quarto tipo, e comincia a parlare di «geometria del potere», trame oscure, intrighi di corte e relazioni planetarie, che hanno al centro sé medesimo e Papa Francesco, ovviamente in quest’ordine di importanza. Il discorso è così zeppo di dietrologie che lo stesso intervistatore dell’Unità lo sfotte un po’ chiamandolo Django Fo. Poi riassume così: «Questa è una trama che spedisce Dan Brown a fare il contadino».

Nell’attesa dei primi prodotti dell’orto di Dan Brown, ci accontentiamo di assaggiare le bufale di Django Fo. Il quale, nella sua infinita modestia, è convinto che Papa Francesco si muova nelle sue decisioni strategiche lungo le linee tracciate da lui medesimo, Fo in persona. Proprio così:  il Pontefice starebbe realizzando il cristianesimo secondo Dario. Davvero. Lo dice lo stesso Dario. Come non credergli? L’attore, nell’intervista  sull’Unità, descrive il Pontefice come una specie di Che Guevara appena un po’ meno pistolero, nemico del denaro più che del peccato, seguace convinto dell’unica religione possibile, cioè quella dell’anticapitalismo.

Per questo – conclude - le forze oscure del male vogliono fermarlo. E per fermarlo, che fanno? Ovvio: in attesa di ucciderlo, come hanno fatto con Papa Luciani, cominciano a colpirlo duro negli affetti più cari. Gli censurano Dario Fo. Ecco svelato il complotto. Ecco svelata la diabolica macchinazione. E adesso portatemi altre due grappe così sembrerà anche a me di aver scritto un articolo sensato. E se il direttore non me lo pubblica griderò alla censura. Alla trama internazionale. Sicuro: vogliono colpire me per affossare definitivamente il potere venusiano. E l’avvento dei saturnini. Se credete a Fo, potete credere anche a me. Cin cin.

di Mario Giordano

Di Pietro vuole multare gli ex. E nasce l'EquItalia dei valori

Paolo Bracalini - Lun, 04/11/2013 - 07:41

Il partito sommerge di raccomandate i consiglieri regionali che hanno lasciato l'Idv. Con una minaccia: "Versateci 3.500 euro ogni mese o vi trasciniamo in tribunale"

«Hanno fatto tutto un calcolo... A me tra penali e versamento mensile mi chiedono 130mila euro. Ho impugnato tutto al Tribunale di Potenza, adesso c'è la prima udienza. Ma che brutta storia...» dice pieno di amarezza il potentino Enrico Cicchetti, uno dei tanti consiglieri regionali ex Idv passati ad altri partiti e raggiunti dalla raccomandata minacciosa del partito di Di Pietro (oggi «presidente onorario» Idv).


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Peggio per loro che hanno firmato, nel 2010, pochi giorni prima delle elezioni regionali, un modulo mai visto in un partito politico («La promessa di pagamento») inventato da Di Pietro per scoraggiare il cambio di casacche e, nel caso di fuoriuscite, rimpinguare le casse del partito con multe e penali ai «traditori». Il contratto prevede la bellezza di 100mila euro di penale, una tantum, per i consiglieri regionali che cambiano gruppo, più 3.500 euro al mese, per tutto il resto della legislatura, cioè fino al 2015. I 100mila euro di penale non vengono però citati nelle raccomandate. Forse perché il Tribunale di Roma nel settembre 2012, dopo il ricorso del consigliere regionale pugliese Idv Giacomo Olivieri - uno dei primi fuoriusciti-, ha respinto l'ingiunzione di pagamento dell'Idv «considerandola illegittima e anche vessatoria, perché fatta pochi giorni prima delle elezioni», ci racconta Olivieri.

La lettera, che in questi giorni viene recapitata nelle caselle degli eletti ex Idv, firmata dal tesoriere Ivan Rota, chiede invece al malcapitato che, in forza della «promessa di pagamento da te sottoscritta in occasione della candidatura al Consiglio Regionale», vengano pagate «entro dieci giorni» tutte le somme in sospeso, più «3.500 mensili da corrispondere entro i primi cinque giorni di ogni mese per tutta la durata del mandato elettivo». E aggiunge: «Nell'ipotesi, spero remota, in cui non dovessi provvedere al versamento della suindicata somma, l'Idv sarà costretta ad adire le vie legali».

«Si potrebbe fare una class action» butta lì Franco Grillini, ex presidente Arcigay, eletto in Emilia Romagna con l'Idv, ora nel Misto e ancora in attesa della cartella di pagamento: «Rincorrere i consiglieri regionali per chiedere i soldi, non è una cosa edificante... Come al solito si predica bene e si razzola male». I consiglieri inseguiti dalla «Equitalia dei valori» sarebbero tra i venti e i trenta. «Sono più di due terzi quelli che hanno lasciato Di Pietro - calcola Massimo Donadi, ex capo dei deputati Idv, uscito dal partito quando Di Pietro si è buttato con Ingroia -.

So che a tutti stanno arrivando queste raccomandate, con la richiesta di soldi. A mio avviso è incostituzionale perché gli eletti non hanno vincolo di mandato con un partito. Tra l'altro sarebbe interessante capire perché Di Pietro chieda questi soldi, visto che quando ho lasciato io l'Idv aveva in cassa 17 milioni di euro». Dal bilancio Idv chiuso il 31 dicembre 2012 si evince in effetti che se il partito è politicamente moribondo, dal punto di vista finanziario ha ancora buone risorse: 4,5 milioni di depositi bancari, 8milioni di euro in fondi finanziari. Anche se la chiusura dei conti 2012 è in disavanzo.

A molti consiglieri regionali la lettera arriva ora, a distanza di mesi, alcuni anche di anni, dall'uscita dal partito. «A me è arrivata l'altro giorno - spiega Maria Luisa Chincarini, consigliere in Toscana, uscita da Idv a gennaio per andare col centro di Tabacci -. Prima di incattivirmi voglio parlarne con loro, magari troviamo un accordo». Una transazione, con qualche migliaia di euro per chiuderla lì. Con Equitalia funziona, con Equitalia dei Valori magari anche.

Molti altri invece sono già dai loro avvocati per fare ricorso, puntando sulla nullità di quella «promessa di pagamento» fatta firmare nel 2010. All'Idv, rimasta fuori dal Parlamento, restano ancora dei crediti elettorali ma solo quelli, se non torna a percentuali da seggio. E quindi, malgrado il ricco conto in banca, Anche perché Di Pietro non sembra rassegnato alla vita agreste. Spesso ospite in tv, Di Pietro ha annunciato di volersi candidare alle Europee di primavera. I fondi servono. I «voltagabbana» paghino.

Il 4 novembre è la festa dei nostri "militi ignari"

di Marcello Veneziani

Non furono intrepidi eroi, né fulgidi esempi di patriottismo, né fanti strappati alla vita contadina e operaia. Ma uomini inconsapevoli del loro destino. E della loro missione

Si chiamava Francesco, veniva dal sud, aveva vent'anni e una forte miopia. Non aveva uso di mondo e non conosceva l'uso delle armi, era gentile e remissivo, di buone maniere, educato a Roma nel collegio dei nobili ma vissuto nel paese natio, nel palazzo di famiglia, tra la campagna e la vita serena della provincia, al riparo dalla storia.


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Non aveva mai viaggiato e si trovò con una divisa addosso e un fucile tra le braccia, catapultato ai confini estremi del nord a combattere per la patria contro l'impero austroungarico nella prima guerra mondiale. Non tornò più a casa, risultò poi disperso sul Carso nel '17 e mai si trovò il suo corpo, i suoi genitori ne fecero una malattia. Fu uno dei tanti militi ignoti che dettero la vita, e non da volontari, per allargare i confini della patria.

Andò in prima linea con l'aria di chi era capitato per pura sventura, con la nostalgia di casa, l'estraneità alla causa e l'incapacità di maneggiare fucili e mortai. Sistemavo le carte di famiglia lasciate da mio padre, e mi sono imbattuto in un plico calloso e sformato, da cui fuorusciva una medaglia appesa a un logoro nastro tricolore e una croce di guerra col nastro azzurro. C'è pure una terza medaglia col nastro arcobaleno, come s'usa oggi per le bandiere della pace...

Ho scartato l'involucro, sciolto i nodi dell'oblio e ho trovato vergato da un inchiostro antico e da una doppia calligrafia rattrappita uno straziante carteggio di quasi cent'anni fa. Riguardava un suo fratello più grande, Francesco, partito per la Grande Guerra come altri due suoi fratelli, combattenti motivati, e suo padre anziano, nato prima dell'unità d'Italia.

Ma lui è miope e cagionevole, non sa cosa sia combattere per le terre irredente. Francesco scrive una lettera a suo padre in cui narra i disagi, le sofferenze, le angherie che subisce. «Carissimo Padre, maledetto il giorno che arrivai qui»... Suo padre raccoglie la disperata richiesta di soccorso del figlio, chiede aiuto ai deputati locali ma i militari sul fronte non se li filano. Scrive allora al comando un accorato promemoria e decide di partire per il fronte per strappare suo figlio al destino di guerra e di morte.

«Sofferente di malattie come rilevasi dal certificato del medico, vedi l'elenco delle imperfezioni fisiche, ha otto diottrie... non ha mai avuto da quando è alle armi, cioè da più di due anni, un solo giorno di licenza... lo costringono a lavori ingrati, a trasportare balle... lo strapazzano inviandolo sempre di scorta e ora perfino al fronte... gli hanno fatto firmare che le ferite subite nella vita militare non sono avvenute mentre era in servizio... lui sempre obbediente a tutto e verso tutti... un colonnello gli ha tirato il naso facendoglielo sanguinare dicendogli: tu non vuoi fare il soldato, tu non vuoi andare in prima linea».

Ma loro ce lo mandano e lui muore, da milite ignaro.Non è una pagina epica di eroismo, nemmeno un esempio edificante di patriottismo, semmai un caso patetico di umanissima fragilità e inadeguatezza alla vita aspra delle trincee e del fronte. Ma è struggente per lo stridente contrasto tra l'oggettiva e inesorabile durezza del conflitto mondiale e la soggettiva e tenerissima dimensione affettiva, domestica e locale.

È il tentativo disperato di un padre e una madre di salvare il loro figlio, tra suppliche e istanze per esonerarlo dall'evento cruciale, adducendo sofferenze varie e inattitudine alla vita, non solo militare... L'illusione di un padre, notabile nel suo paese, di poter interloquire con le gerarchie militari e muoverle a compassione, ponendo problemi umani troppo umani, o sperando che la vita disarmata a cui era stato educato suo figlio, le premure di una famiglia di provincia del profondissimo sud, possano trovare udienza sensibile nei vertici militari, in piena guerra.

Trovo nel plico raccolte con meticoloso dolore le foto spettrali del Carso, i luoghi dove Francesco perse la vita, e poi l'attestato solenne firmato dal re Vittorio Emanuele che Francesco è «Morto per la patria», con le citazioni di Foscolo e di Virgilio a fianco dell'Italia turrita e dell'angelo della morte che fregiano il diploma funebre. La prima guerra mondiale riuscì a essere più crudele della seconda, un terribile macello che unì l'Italia ma non partorì un mondo migliore.

Da quella guerra, oltre a milioni di morti, uscirono infatti sanguinose rivoluzioni, regimi totalitari, odii ideologici, campagne sventrate, economie collassate, vite mandate allo sbaraglio a combattere contro un nemico ignoto. Furono per la prima volta coinvolte popolazioni civili con la leva obbligatoria, poi le fucilazioni per diserzione e insubordinazione, le ferite procurate per non andare a combattere...

Questo risvolto terribile della Grande Guerra non cancella ma accresce l'ammirazione per gli eroi e gli interventisti, i volontari e i patrioti che offrirono la loro vita per la propria patria, per la propria civiltà. E non cancella l'abnegazione dei soldati italiani riconosciuta anche dal nemico e da scrittori stranieri come Trevelyan, Wells, Kipling (lo documenta Nicholas Farrell, coautore del libro Il compagno Mussolini). Ma quell'ondata solleva «gli strati più antichi dell'umanità» scrive Renato Serra caduto a Podgora: «Un movimento di popoli interi strappati alle loro radici...

Il bene di quelli che restano non compensa il male abbandonato senza rimedio nell'eternità... una perdita cieca, un dolore, uno sperpero, una distruzione enorme e inutile». Quella che ho raccontato non è la storia di intrepidi eroi, di gesta epiche, di caduti per la patria che credevano in quel che facevano. E non è nemmeno la storia, atroce anch'essa, di tanti poveri fanti strappati alla vita contadina e operaia delle loro contrade e mandati a morire per Trento e Trieste.

È una storia ancora diversa, di uno scorcio periferico d'Italia travolto dal conflitto mondiale. È la tragica opposizione tra il mondo di ieri, come lo definì Stefan Zweig, quel secolo decimonono col suo garbo e le sue ottuse delicatezze, e il '900, secolo delle masse mobilitate, della guerra totale, dei coscritti, delle rivoluzioni. Due epoche contigue ma incomunicanti, separate da una linea di fuoco e di sangue.

Ma la storia vive lo stridore di questi lampanti a nacronismi, non è solo quel grandioso affresco di condottieri ed eventi, è anche l'ordito pietoso di tante vite oscure e sepolte. C'è la storia come gloria e la storia come catastrofe del piccolo mondo antico. Ambedue si ritrovano, come il diritto e il rovescio, nell'epopea del IV novembre. Fratelli d'Italia, anche se riluttanti. Serra: «Dietro di me son tutti fratelli, anche se non li vedo e non li conosco bene».

Italiani, un popolo vessato.


Lega Nord leganord.provincia.livorno@gmail.com


Buongiorno, sono consapevole che il sottostante pezzo è "lunghetto".
Tuttavia, ritengo che sia un'utile informazione per i nostri cittadini ma, soprattutto, per le nostre Autorità.

Pertanto, vi sarei grato se lo pubblicaste integralmente.

Con i migliori saluti.
G. Ceruso



Italiani, un popolo vessato.

Ho scoperto che le fermate dei bus sono delle autentiche fonti di informazione. Per esempio, si può sentire che, nel caso degli immigrati, l'Isee non serve assolutamente a niente perché nelle graduatorie pubbliche, come nel caso di case popolari e scuole materne, i redditi dichiarati risultano quasi sempre estremamente bassi e non sottoposti a verifica. Sia perché non viene applicata la normativa che esiste da 12 anni (in particolare l'art. 2 del Dpr 394/99 e l'art. 3 del Dpr 445/00) che obbliga gli extracomunitari a fornire certificati o attestazioni rilasciati dai paesi d'origine, tradotti e autenticati dall'autorità consolare italiana, che dimostrino la reale condizione economica e patrimoniale della persona che presenta l'Isee per ottenere le agevolazioni collegate alla presentazione di questo documento, ma anche perché, in moltissimi casi, tutta la famiglia lavora al nero (es.: moglie badante o pulizia scale e marito muratore) e, quindi, ufficialmente senza redditi. Inoltre, con l'Isee basso (e non sottoposto a verifica) è conseguentemente applicata l'esenzione dai ticket sanitari, lo sconto sugli abbonamenti ai trasporti e sono concesse tutte le agevolazioni universitarie (niente tasse, sì alle borse di studio, alloggi e mensa gratis), assistenza legale gratuita, ecc.

Ovviamente, poiché non controllabile, anche lo straniero temporaneamente presente in Italia, basta che auto-certifichi la mancanza di redditi per non dover pagare ticket sanitari od il contributo per la digitalizzazione degli esami. Ho anche appreso, e questa è proprio nuova, che gli stranieri residenti comprano un automezzo in Italia e poi vanno ad immatricolarlo nel loro paese d'origine perché, in questo modo, risparmiano sull'assicurazione RC (es.: 500 euro invece di 2000) ed avendo targhe straniere è molto difficile che debbano poi pagare qualche multa, prima fra tutte quella per sosta vietata. Penso che, invece di concentrarsi sulla mancata emissione di qualche scontrino fiscale da parte dei nostri commercianti, sarebbe molto più utile la lotta a queste situazioni di palese illegalità e di ingiustizia sociale. Ecco, alla luce di quanto sopra (e di molto altro), possiamo affermare che, in effetti, l'Italia è nemica degli italiani che, al contrario degli stranieri, non possono sottrarsi ai controlli fiscali. Bella l'Italia, bella solamente per gli stranieri.  


G. Ceruso - Segretario Provinciale Lega Nord Livorno

Cancellieri, case, terreni e investimenti: svelata l'Spa del ministro

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Quando i ministri del governo Monti pubblicarono su Internet la loro dichiarazione dei redditi Annamaria Cancellieri si piazzò nella parte basse della classifica. La situazione, da quando è entrata nel gabinetto di Enrico Letta, non è variata di molto. Ufficialmente la sua pensione da prefetto “in quiescenza” è di 53 mila euro lordi a cui va aggiunta un’indennità integrativa speciale d 11 mila euro. Un assegno attualmente sostituito dalla busta paga ministeriale (una legge del 2013 non consente i cumuli), pari a 130 mila euro l’anno. Nulla di sontuoso, ma per fortuna la formichina Cancellieri nella lunga vita professionale è riuscita a mettere da parte case e soldini.

Il sito del ministero della Giustizia ci informa che la signora ha investito insieme con il marito, il farmacista Sebastiano Peluso, diverse decine di migliaia di euro in prodotti finanziari: 38.700 in derivati dell’Imi, banca d’affari del gruppo Intesa San Paolo; 20mila euro in obbligazioni di Intesa San Paolo; 6.300 euro di azioni della Popolare di Vicenza; 98mila euro di quote del fondo Eurizon Multimanager; 163 mila euro in tutto a cui vanno aggiunti i 91.600 euro del deposito amministrato presso Generali.

Ma gli investimenti più sostanziosi Cancellieri li ha fatti, con oculatezza, nel mattone. Un piccolo patrimonio (24 tra immobili e terreni) esaminato con occhio clinico dal geometra Massimo D’Andrea, lo stesso che in passato ha studiato le proprietà di Antonio Di Pietro. Un dossier diffuso sui media (basti ricordare la copertina di Panorama “L’Italia dei valori immobiliari”) e propedeutico alla celebre puntata di Report in cui il fondatore dell’Idv barcollò di fronte alle contestazioni sulla sua passione per gli immobili.

Cancellieri non è una collezionista di muri paragonabile all’ex pm, ma si difende. Nella sua dichiarazione ci sono due appartamenti, un negozio, due box e una cantina a Milano; un alloggio e un box in provincia di Roma; una villetta, tre fabbricati agricoli, diversi terreni a Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa. In Sicilia le proprietà sono condivise con il marito. Ma vediamo nel dettaglio. Le proprietà più interessanti sono certamente quelle milanesi.

Cancellieri possiede un appartamento di 10,5 vani con garage in zona Ripamonti, non lontano dall’Università Bocconi dove ha studiato il figlio Piergiorgio Peluso. Nella via dove si trova l’appartamento 170 metri costano oltre un milione di euro. Nella stessa zona il Guardasigilli possiede un negozio di 60 metri quadrati. Cancellieri ha anche una bella casa di 7,5 vani con annessa cantina in corso Concordia a pochi passi dalla centralissima piazza San Babila.

Qui i prezzi di mercato sono decisamente fuori dalla portata di un normale acquirente. Anche in tempi di crisi e di mercato del mattone in decisa flessione. Nel comune di Genzano di Roma Cancellieri ha ereditato un piccolo appartamento di 5,5 vani con garage. In Sicilia la proprietà più interessante è un villino di 11,5 vani per cui è stata chiesta una variazione della destinazione d’uso da abitazione civile ad “attività agrituristica”.

«La Cancellieri, nel prospetto trasparenza del governo (depositato nel luglio 2013) lo dichiara come immobile “funzionale alla attività agricola”», spiega D’Andrea. «Tuttavia in data 15 ottobre 2013 il Catasto, esaminata la pratica, ha respinto la richiesta di “ruralità” e lo ha riclassificato in immobile di categoria a7 (villino) ripristinando la rendita di partenza. Verosimilmente il Catasto ha trovato un difetto di requisiti per applicare la nuova destinazione d’uso».

I terreni sono in gran parte coltivati a ulivo. Dunque Cancellieri, nonostante la profonda amicizia che la lega alla famiglia Ligresti e la capacità di fare “rete”, nella vita ha accumulato un patrimonio “normale” se paragonato con quello del figlio. Forse sono serviti più a lui che non alla madre i legami amicali della Guardasigilli. Basti ricordare che per i dodici mesi di lavoro svolto presso la società di assicurazioni Fonsai della famiglia Ligresti Peluso ha incassato 3,6 milioni di euro di buonuscita e che dopo pochi mesi si è trasferito a Telecom dove percepisce 600 mila euro lordi l’anno. Un trasferimento in cui più di uno ha intravisto un possibile conflitto d’interessi per Cancellieri; infatti la Guardasigilli, pochi mesi prima, aveva confermato, da ministro dell’Interno, una convenzione da cento milioni di euro proprio con Telecom.

di Giacomo Amadori






La ricca carriera del figlio del ministro Cancellieri che per i Ligresti è "idiota"

Libero
01/11/2013

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Ora è capo dell’area finanza e controllo di Telecom Italia, ma Piergiorgio Peluso, classe 1968, bocconiano Doc, ha un curriculum di quelli che i cacciatori di teste tengono volentieri in evidenza sulla scrivania. Ma non perché sia il figlio del ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, quanto per l’esperienza maturata: dopo la laurea in economia, inizia a Mediobanca ma nel 1998, fresco trentenne, sbarca al Credit Suisse come vicepresidente del settore fusioni e acquisizioni. Ma l’incarico gli va stretto: passano appena due anni ed è al Mediocredito Centrale,  gruppo Capitalia. Dove fa carriera: nel 2005 arriva la nomina a direttore centrale della banca di Geronzi. Poi, dopo la fusione con Unicredit, passa nella squadra dell’istituto di Piazza Cordusio, guadagnandosi la nomina a responsabile della divisione  investment banking.

Nel 2011 esce dal mondo bancario per approdare a quello delle assicurazioni, in Fonsai, dove arriva come direttore generale. Ma è quell’anno trascorso alla guida del gruppo già in equilibrio precario, che rischia di costargli caro. Soprattutto dopo la telefonata (intercettata e finita regolarmente sui giornali) fra mamma Anna Maria e l’amica di sempre, Grabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti. Era il 17 luglio scorso e la titolare del ministero di via Arenula rassicura l’amica: «Qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me…». Poche ore prima la Procura di Torino aveva ordinato l’arresto di tutti i Ligresti.

In verità la permanenza di Peluso alla Fonsai, quattordici mesi in tutto,  è da tempo sotto la lente dei magistrati torinesi. Per lo meno dalla scorsa estate quando hanno chiesto di intercettarlo per far luce sul senso ultimo delle decisioni che ha assunto da direttore generale nell’anno dell’aumento di capitale. Un bilancio chiuso comunque con una perdita superiore al miliardo di euro. Gli inquirenti hanno in sostanza un dubbio: ha agito per far pulizia nei conti oppure per escludere l’azionista di riferimento, i Ligresti?

Dubbi che si trasformano in certezze per Giulia  Ligresti, figlia di Salvatore, che in una telefonata intercettata parla del figlio della Cancellieri in termini tutt’altro che lusinghieri. «Gli danno una liquidazione di cinque milioni, invece che chiedergli i danni!», si sfoga al telefono con un’amica, «mi hanno detto che in consiglio nessuno ha fiatato. Sì, sì.. A mio padre di 85 anni avrebbero contestano quella cifra. Questo qui ha 45 anni, è un idiota. Perché  è venuto a distruggere una compagnia. Perché lo ha fatto proprio su mandato... 5 milioni e l’Italia non scrive niente». Comprensibile l’astio di Giulia: la famiglia rischiava di essere  estromessa dalle leve del potere nel gruppo assicurativo, anche se Peluso era sbarcato alla corte dei Ligresti chiamato proprio da papà Salvatore.

A spiegarlo è Jonella, sorella di Giulia,   in un verbale d’interrogatorio del  23 luglio scorso: «Peluso era un manager di Unicredit che conosceva perfettamente i conti Fondiaria. Era persona che noi conoscevamo da tempo per via dell’amicizia tra i genitori di Peluso e mio padre. Per cui siamo stati proprio noi a proporgli di venire in Fonsai, sapendo che era al tempo stesso gradito a Unicredit». I rapporti si incrinarono quasi subito anche perché l’operato del manager lo portò  in rotta di collisione con gli azionisti di riferimento.

A dividere fu la decisione di procedere con un aumento di capitale che Peluso giudica inevitabile: «I margini di solvibilità abbondantemente sotto la   soglia di legge», spiega ai magistrati che lo hanno sentito lo scorso mese di giugno come persona informata dei fatti, «rendevano ineludibile l’aumento  di capitale, nonostante le perplessità dell’azionista di   riferimento». Anche perchè, prosegue il figlio della Cancellieri, «le operazioni alternative» esaminate nel  cda del 29 novembre 2011 «richiedevano tempi  decisamente   superiori, incompatibili con le impellenze del momento».

Una spiegazione non del tutto convincente per  la Procura che però avanza dubbi non sul «come» sia stato condotto il tentativo di salvataggio, ma sul «perché». Nel documento col quale i pm  Vittorio Nessi e Marco Gianoglio domandano al gip  l’autorizzazione a  intercettare  Peluso,  si chiedono se sia stato «il   promotore di una vera e propria pulizia di   bilancio» o se non abbia agito «con l’intento di escludere l’azionista   di riferimento, la famiglia Ligresti, ovvero abbia fatto emergere lacune   e quindi falsità relative ai bilanci degli esercizi   precedenti». La risposta sarà decisiva anche per il prosieguo delle indagini.

di Attilio Barbieri

L’accendino usa e getta, 40 anni nelle nostre tasche

Corriere della sera

Compie 40 anni l'accendino usa e getta, l'amico dei fumatori - non proprio fedele vista la quantità di passaggi di tasca che un accendino in plastica mediamente compie. È comparso infatti sulla scena nel 1973, sostituendo, gradualmente ma inesorabilmente con il passare degli anni l'accendino `classico´, in metallo, ricaricabile


CatturaOggi sono molte le industrie che producono accendini usa e getta. Tra le più gfamose c'è la Bic che, si calcola, sforna circa un miliardo e mezzo di pezzi l'anno. Di ogni colore, e di diversi formati. Il primo accendino ricaricabile, però, è stato questo: fu realizzato dal chimico tedesco Johann Wolfgang Dobereiner nel 1823, addirittura quattro anni prima che fossero inventati i fiammiferi (zolfanelli). La «lampada di Dobereiner», però, era da tavolo e non portatile, e come combustivile usava l'idrogeno, che è molto esplosivo

Durante la prima guerra mondiale i soldati di solito usavano i fiammiferi per accendersi le sigarette, ma questo aveva due svantaggi: la visibilità della fiammata e l'esposizione al vento. Nacquero così degli accendini a petrolio o ad alcolo che erano anche schermati. Il più celebre, che si è diffuso ben oltre l'uso militare, è lo Zippo. Che ha anche uno slogan: «In un mondo in costante cambiamento noi non cambiamo»

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Da Picasso a Matisse, 1500 opere confiscate durante il Terzo Reich ritrovate a Monaco

Corriere della sera

Il valore stimato dei capolavori si aggira intorno al miliardo

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FRANCOFORTE – 1500 opere di maestri della pittura come Picasso, Matisse, Chagall, Kokoschka, Marc, Beckmann, Nolde e Klee e molti altri, confiscate durante il Terzo Reich e ritenute perduti, sono state ritrovate dalle autorità in un appartamento a Monaco di Baviera.

IL VALORE - Secondo un’anticipazione del settimanale Focus, il valore stimato dei capolavori si aggira intorno al miliardo, e pare che il proprietario dell’appartamento, Cornelius Gurlitt, figlio del gallerista Hildebrand Gurlitt, sia vissuto finora dei proventi della vendita di alcuni dei quadri rimasti nascosti per decenni nella capitale bavarese. Un ritrovamento sensazionale, che aveva condotto alla confisca delle opere d’arte già nella primavera del 2011, rimasto tuttavia segreto fino ad adesso, per non pregiudicare le indagini. E finora le informazioni trapelate al settimanale Focus lasciano aperte innumerevoli domande, ancora senza risposta.

LA FAMIGLIA - Fatto è che dozzine di grandi opere credute perse per sempre erano state confiscate dalla finanza bavarese in un appartamento nella zona di Schwabing, una delle più note della ricca Monaco, dove è vissuto indisturbato l’ormai ottantenne Cornelius Gurlitt, proveniente da una famiglia molto nota, ricca di compositori, esperti d’arte, fra cui il padre Hildebrand, molto conosciuto a suo tempo negli ambienti artistici, e deceduto negli Anni ’50 del secolo scorso.

OPERE «DEGENERATE» - Fra i quadri dei grandi maestri del ‘900, si contano circa 300 opere considerate dai nazisti come «degenerate» e confiscate ai collezionisti ebrei durante la dittatura di Hitler. Secondo le prime ricostruzioni, il gallerista Hildebrand Gurlitt, aveva acquistato i dipinti negli Anni ‘30 e ’40, e il figlio Cornelius ha tenuto nascosti i quadri nell’appartamento per circa mezzo secolo, senza mai destare il più piccolo sospetto. E per vivere, poco per volta, pare avesse venduto alcune opere d’arte senza essere mai scoperto.

LE INDAGINI - Tuttavia, un viaggio di ritorno a Monaco proveniente dalla Svizzera , compiuto all’inizio del 2011, gli fu fatale. Perché la polizia finanziaria, durante un controllo casuale, scoprì addosso a Cornelius ingenti somme di denaro in contanti. E da lì partirono i primi sospetti. E le ricerche approfondite degli inquirenti condussero poi nella primavera dello stesso anno a una perquisizione nell’appartamento dell’anziano sospettato. E al sequestro dei capolavori già creduti persi e dal valore stimato di circa un miliardo di euro, che da allora vengono conservati nel tratto più segreto e sicuro degli edifici della dogana bavarese, nella zona di Garching, presso Monaco.

MISTERI - Nel frattempo, la storica dell’arte di Berlino, Meike Hoffmann sta ricercando febbrilmente di scoprire la provenienza delle opere d’arte. E finora è riuscita a catalogare circa 300 dei capolavori classificati finora come «opere degenerate», di cui circa 200 sono attivamente ricercate dalle autorità tedesche. Ma la provenienza delle opere e soprattutto le circostanze di acquisto dei dipinti creduti bruciati, persi o giacenti nei forzieri delle banche estere o nelle cantine di musei (soprattutto russi) è ancora avvolta nel più fitto mistero.

03 novembre 2013



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La stufa dove sono stati bruciati dipinti di Matisse, Monet e Picasso (18/07/2013)
I sette dipinti rubati a Rotterdam e distrutti in Romania (18/07/2013)
Rotterdam: rubati al museo sette dipinti di grande valore (16/10/2012)

Snowden: “Avevo ragione” In Germania cresce il fronte per concedergli asilo politico

La Stampa

La lettera della “talpa” del Datagate pubblicata sul giornale Der Spiegel con un appello al governo firmato da 50 tra politici e intellettuali

berlino


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«Le richieste di più controlli sui servizi di intelligence dimostrano che avevo ragione nel rivelare i metodi e gli obiettivi dei servizi segreti Usa». Edward Snowden torna a parlare e lo fa attraverso il settimanale tedesco Der Spiegel pubblicando oggi un “Manifesto per la verità”.
L’ex talpa del Datagate sostiene che i dibattiti in corso sulla sorveglianza di massa in atto in molti Paesi dimostrano che le sue rivelazioni hanno contribuito a portare avanti il cambiamento. «Invece di causare danni, l’utilità della nuova conoscenza per la società è molto chiara in quanto suggerisce una riforma alla supervisione della politica e delle leggi», scrive il 30enne ex impiegato della Cia e analista informatico della National Security Agency (NSA). 

«I cittadini devono combattere contro la soppressione di informazioni su questioni di importanza fondamentale per il pubblico. Quelli che dicono la verità non stanno commettendo un crimine». Nel Manifesto, Snowden sostiene che la sorveglianza di massa è un problema globale che necessita di soluzioni globali; inoltre, ha aggiunto, «i programmi di sorveglianza dei criminali da parte dei servizi segreti» compromettono la privacy individuale, la libertà di opinione e le società. L’esistenza delle tecnologia di spionaggio non dovrebbe determinare la politica, ha detto. «Abbiamo un dovere morale di assicurare che le nostre leggi e valori limitino i programmi di sorveglianza e proteggano i diritti umani».

Intanto sempre in Germania cresce il fronte di chi vorrebbe accogliere la “talpa” del Datagate. «Asilo per Snowden: benvenuto Edward!», è l’appello firmato da oltre 50 personalità della politica, della cultura e del mondo dell’impresa tedeschi, che chiedono al governo della Germania di dare asilo a Snowden, meritevole di aver reso «un grande servizio» all’Occidente e in particolare all’Europa grazie ai documenti da lui diffusi in questi giorni. L’appello è stato fatto proprio dal settimanale “Der Spiegel” sulla cui copertina compare il titolo «Asyl fur Snowden» e giunge a due giorni dalla notizia secondo cui la “talpa” del Datagate sarebbe pronto a venire in Germania e parlare con le autorità tedesche a patto che gli venga garantita sicurezza o asilo.

Per ora, quella dell’asilo tedesco, resta comunque una possibilità circoscritta all’appello pubblicato su Der Spiegel. Un appello che, tuttavia, porta firme celebri. «Snowden ha reso all’Occidente un grande servizio, è ora di aiutarlo», scrive l’ex segretario della Cdu - il partito della cancelliera Merkel - Heinen Geissler. Mentre per il suo collega della Cdu Wolfgang Bosbach, «se il parlamento dovesse nominare una commissione d’inchiesta sulla Nsa, quella di Snowden sarebbe una testimonianza particolarmente importante». All’appello si sono uniti intellettuali come lo scrittore Daniel Kehlmann, musicisti come Udo Linderberg, oltre ad altre note personalità come l’attore Daniel Bruhl, l’imprenditore Dirk Rossmann e il presidente della Bundesliga Reinhard Rauball.

La memoria della Repubblica

Corriere della sera



Tra i partiti oggi esistenti solo il Partito democratico (se si esclude la microscopica Udc) può essere considerato in qualche modo erede della Prima Repubblica: se non altro perché già allora la grande maggioranza dei suoi esponenti era sulla breccia e spesso in prima fila. Tra gli attori politici odierni solo il Pd, insomma, può essere considerato rappresentante della memoria storica di quei decenni; non immemore di quella che è stata la loro vicenda. Proprio da ciò, tra l’altro, nella Seconda Repubblica esso ha ricavato non pochi vantaggi: a cominciare dal ritrovarsi ad essere l’unico
rappresentante di una certa continuità istituzionale, della tradizione politica del Paese formatasi nel dopoguerra, venendo così ad essere il naturale interlocutore della sua classe dirigente tradizionale, degli ambienti economici e finanziari consolidati, delle magistrature dello Stato, dei grandi burocrati.

Tutti costoro, avendo a suo tempo appreso quanto il Pci (Partito comunista italiano) contasse, quanto fosse utile non averlo nemico, e quanto di esso ci si potesse per così dire «fidare», non hanno avuto problemi a trasferire sul Pd suo erede e su molti suoi esponenti quell’antica immagine positiva e, spesso, anche una più o meno antica consuetudine di rapporti. Ma proprio per tutto questo oggi il Pd dovrebbe sentirsi investito di quello che può ben definirsi un dovere civile prima che politico. Il dovere cioè di testimoniare - lui che ben la conosce - la verità di ciò che la Prima Repubblica è realmente stata. Un dovere civile, ho detto, perché solo da una piena consapevolezza (e conoscenza) di quel passato, degli errori e delle responsabilità di allora, l’Italia di oggi può sperare di imboccare la via della rinascita.

Solo se ci convinceremo che oggi paghiamo scelte sbagliate, compiute però con il concorso più o meno generale, solo così saremo capaci di trovare un minimo di accordo preliminare sulla necessità di cambiare. Non già, sia chiaro, in vista di qualche nuova versione delle «larghe intese», ma per poter muovere - sia pure ognuno con la propria identità politica e con il proprio programma - almeno da un punto di partenza e da una diagnosi comuni. Da un’opinione condivisa circa i nodi da sciogliere e il perché della loro esistenza. Il nostro passato, dunque. Il Pd sa bene che non è certo tangentopoli la verità della Prima Repubblica. Gli uomini e le donne che lo dirigono conoscono bene quale fu il tormentato cammino del Paese dalla fine dei Sessanta agli anni Novanta: quale fu la realtà di quel consociativismo, delle leggi di spesa fatte tutt’insieme senza curarsi troppo del futuro, dei danni prodotti nel pubblico impiego da leggi che vollero i sindacati e i grandi partiti.

Ricordano senz’altro il clima di colpevole ottimismo nel quale fu dato avvio all’esperimento regionalistico; sanno la miriade di elargizioni e sussidi, concessi a chiunque o quasi li chiedesse e fosse abbastanza forte da alzare la voce; dei favori fatti alle tante corporazioni, ai tanti interessi costituiti, protetti dall’una o dall’altra parte. Avendo avuto dirette responsabilità di governo non ignorano di quante impensabili complicità ha potuto godere da sempre l’evasione fiscale: non l’evasione dei super ricchi, che percentualmente è poca cosa, ma quella delle affollatissime categorie professionali e commerciali. Soprattutto essi sanno bene come il Paese, finché c’era il Partito comunista, fosse condannato a non poter cambiare mai il proprio governo: e come questo abbia avuto la sua parte (e quale parte!) nel produrre i danni che oggi lamentiamo.

Gli uomini e le donne del Pd sanno tutto. E semmai l’avessero dimenticato possono leggere i libri di tanti bravi storici di sinistra - da Silvio Lanaro ad Aurelio Lepre, a Guido Crainz, ad Andrea Graziosi - che lo hanno raccontato bene e con dovizia di particolari. Proprio oggi, pertanto, essi dovrebbero sentire il dovere di parlare, di restituire alla Repubblica la verità del suo passato. Senza di ciò, infatti, il Pd resterà sempre prigioniero di quella parte dell’opinione pubblica di sinistra - numericamente minoritaria, ma vocalmente prevalente sulla scena pubblica - la quale non solo, ebbra com’è di antiberlusconismo, è portata a vedere esclusivamente nel «fare giustizia» la soluzione di tutti i problemi del Paese, ma è convinta che la responsabilità di questi sia sempre e solo degli «altri», chiude gli occhi di fronte alla complessità delle questioni per la varietà degli interessi in gioco, spasima perché ogni contrasto sia tagliato con l’accetta, perché chi non la pensa come lei sia collocato all’istante tra i «nemici» e possibilmente consegnato a un tribunale.

È fatto di questi ingredienti il volto nuovo dell’antico estremismo italiano che oggi ha preso le sembianze di un radicalismo iperdemocratico nutrito di un’ossessiva rivendicazione di «trasparenza» e di «diritti» quanto della più schietta ignoranza di ogni passato. Un estremismo che proprio per la sua forma «democratica» è capace, però, d’infiltrarsi per mille rivoli anche nell’opinione «media» di sinistra, finendo in tal modo per prendere in ostaggio e condizionare lo stesso Pd. È dunque soprattutto per avere la libertà d’azione necessaria che oggi il Pd dovrebbe sentirsi spinto a contrapporre a tale estremismo una battaglia di verità sul passato italiano di cui è figlio il nostro (e dunque anche il suo) presente. Una battaglia del genere avrebbe un ulteriore e ben maggiore significato. Essa sarebbe infatti, nella sostanza, una cruciale battaglia per l’egemonia sul futuro sviluppo politico del Paese.

In una situazione incerta, fluida, com’è quella odierna dell’Italia, dove i profili politico-sociali hanno confini così mal definiti, in una situazione di marasma profondo privo di punti di orientamento, riuscire a stabilire una narrazione credibile del passato, una narrazione inclusiva capace di accogliere in modo equo torti e ragioni di tutti i principali attori, evitando di racchiudersi in una prospettiva esasperatamente di parte: se il Pd fosse in grado di tanto, porrebbe di certo una premessa decisiva per ottenere il consenso necessario a governare. Non nascondere al Paese alcuna difficoltà, alcun problema, né addebitarne con leggerezza le colpe solo agli «altri»; non «farla facile» insomma. Ma al contrario mettere tutti davanti alla cruda verità ammettendo anche le proprie colpe: è solo così che ci si può conquistare un capitale di fiducia e quindi chiamare tutti ai sacrifici necessari. L’Italia ha bisogno di una forza politica, di un leader, che sappiano fare questo. Che abbiano l’intelligenza e il coraggio di farlo.

03 novembre 2013

Le scuse di eBay per la vendita di effetti personali delle vittime dell’Olocausto

Corriere della sera

Posti in vendita persino i vestiti indossati dai deportati nei campi di concentramento nazisti

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Rimossa con tanto di scuse da eBay la lista di effetti personali e oggetti legati all’Olocausto nazista. Sul sito di e-commerce erano stati posti in vendita persino i vestiti indossati dai deportati nei campi di concentramento nazisti . La decisione di eBay dopo la denuncia della stampa britannica che aveva trovato in vendita persino una divisa completa di Auschwitz indossata da un panettiere polacco morto in un campo di sterminio nazista. Subito dopo la denuncia eBay è corsa ai ripari rimuovendo una lista di circa 30 oggetti ed effetti personali di vittime dei campi di concentramento. Ammesso che non si tratti di sconcertanti truffe di pessimo gusto.

LE SCUSE - In una dichiarazione eBay ha comunque preso le distanze. « Siamo molto dispiaciuti - si legge in una nota- Non consentiamo annunci di questa natura e dedichiamo un’attenta sorveglianza del personale per rilevare oggetti  che non dovrebbe essere in vendita . Ci dispiace molto che non siamo stati all’altezza dei nostri standard» .
  
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IL VENDITORE - Difficile stabilire da quanto tempo andava avanti questo singolare commercio di oggetti legati all’orrore dell’Olocausto. Secondo la stampa britannica la presunta uniforme di Auschwitz è stata posta in vendita al prezzo di 11.300 sterline da parte di un ucraino residente in Canada che l’anno scorso ha venduto un altro lotto di capi di abbigliamento, presumibilmente provenienti da Auschwitz per 18.000 dollari . Tra gl articoli posti in vendita su Bay anche scarpe e uno spazzolino delle vittime dei campi di concentramento, e ancora una stella gialla di David e bracciali utilizzati dai nazisti per identificare gli ebrei


03 novembre 2013

Senza Internet e reti cellulari Protesta l’Italia isolata dal web

La Stampa

stefano rizzato
milano

Operatori concentrati solo sulle grandi città. Dimenticati monti, Sud e isole


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Il paradosso è ben nascosto dietro ai numeri. Quelli ufficiali dicono questo: il 99,83% della popolazione italiana è raggiunta dalla rete cellulare, almeno con il vecchio 2G. Il 95,39% anche dal più moderno 3G. Eppure, chi vive in montagna o in un piccolo comune lo sa: quei numeri non dicono tutto. Il Paese è pieno di zone d’ombra, dove in teoria non ci sono problemi e in pratica - come si usa dire - non c’è mai campo. 
I vuoti si trovano soprattutto al Sud e tra Alpi e Appennini. E sulle Isole, come ci ha ricordato il sindaco di Nughedu Santa Vittoria, sceso in piazza a fare segnali di fumo per denunciare l’isolamento del piccolo centro in provincia di Oristano. Diventato il simbolo di un’Italia che, anche in questo, gira a due velocità. 

Certo, colpa di un Paese montuoso e tortuoso, in fondo difficile da «illuminare» a dovere. Ma colpa anche di ragioni di mercato. Da sempre, gli operatori concentrano le risorse nelle grandi città: dove conviene, perché gli utenti sono tanti e gli investimenti si recuperano con migliaia di contratti. E dove le compagnie ti bombardano di offerte. Intanto, le zone d’ombra restano e cresce la solita distanza tra italiani di serie A, fin troppo raggiungibili, e altri di serie B, costretti quasi ai segnali di fumo. 

Le cose dovrebbero cambiare con la piena diffusione della tecnologia 4G, che corre su frequenze più solide: quelle che un tempo erano della tv, assegnate con l’asta del settembre 2011. Spiega Cesare Avenia, presidente di Assotelecomunicazioni: «Con l’asta lo Stato impegnò anche gli operatori a coprire le cosiddette “aree bianche”: oltre 6400 comuni dove il servizio è più problematico e si opera in fallimento di mercato, cioè senza vantaggi per le aziende». 

A due anni da quell’impegno, le aree bianche restano 4mila, distribuite nei soliti posti: sui monti, al Sud e sulle Isole. Compreso Nughedu Santa Vittoria. «Nella diffusione del 4G c’è stato un rallentamento», ammette Avenia. «In Italia c’è un limite di 6 volt per metro di elettrosmog e sono le Arpa regionali a misurare le emissioni e poi autorizzare le nuove antenne. Ogni Arpa ha però il suo modo di fare le misure e così siamo andati avanti a macchia di leopardo.

A breve il governo fisserà degli standard nazionali e ripartiremo verso l’obiettivo: azzerare le “aree bianche” entro il 2017». Un traguardo simile riguarda anche la diffusione di internet a banda larga, storico ritardo italico che tanto è costato in termini di competitività. Ingrediente centrale nella famosa «agenda digitale», la banda larga serve anche per soddisfare gli obiettivi europei per il 2020, quando tutti i cittadini Ue dovranno essere raggiunti da internet superveloce, almeno a 30 Megabit al secondo. 

La realtà, per ora, è che il 4% degli italiani non arriva ai 2 Mbs. E nel Paese esistono ancora 109 comuni dove il «digital divide» è totale, dove cioè nemmeno un cittadino è dotato di una connessione a internet, da casa (quindi con l’Adsl) o dal cellulare. «Siamo comunque passati, dal 2009 a oggi, da 8,5 milioni di cittadini in digital divide fino agli attuali 2», dice Rossella Lehnus del ministero dello Sviluppo Economico. «Il piano procede bene, grazie alla collaborazione con le Regioni e agli incentivi a beneficio degli operatori. E, certo, anche ai fondi comunitari».

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ha già annunciato che il 10% dei fondi strutturali Ue 2014-2020 sarà speso proprio in infrastrutture digitali e banda larga. Ma la questione delle risorse resta delicata. Basti pensare che 20 milioni dei 150 stanziati per la banda larga un anno fa - decreto Crescita 2.0 - sono già spariti, «presi in prestito» per il decreto del Fare. «Sono i fondi per l’intervento a favore delle zone più svantaggiate, per le quali gli incentivi agli operatori non bastano», spiega Lehnus. «Pare saranno reintrodotti nel decreto Stabilità e spero che sia così: quell’intervento è fondamentale per frenare l’emigrazione di persone e aziende dalle aree meno sviluppate».

Faccio morire io quei giudici" Quattro mesi di carcere a Riina

Il Giorno
di Mario Consani


L’ex capo di Cosa nostra, pluriergastolano detenuto in regime di 41-bis, condannato per minacce

Milano, 4 novembre 2013


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Quattro mesi di carcere in più per minaccia aggravata dal metodo mafioso. «Loro mi vogliono fare morire... ma questa volta faccio morire io loro...», disse in siciliano stretto Totò Riina, ex capo dei capi di Cosa Nostra, oggi 83enne e pluriergastolano detenuto in regime di 41-bis. Ma le guardie carcerarie capirono, misero a verbale e adesso il tribunale milanese ha inflitto al boss l’ultima condanna della serie. Era il febbraio del 2010, e nel carcere di Opera avevano appena notificato a Riina l’ennesimo verdetto di condanna a vita, deciso in quel caso dai giudici di Caltanissetta per gli omicidi avvenuti oltre vent’anni prima di Giovanni Mungiovino, politico Dc che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, imprenditore ennese scomparso nel 1989 e Salvatore Saitta, boss mafioso ucciso tre anni più tardi.

«Iddi mi vonnu fari moriri, ma stavolta i fazzu moriri io a iddi». Pronunciò quelle parole in dialetto davanti al capo della polizia penitenziaria, Totò detto ’u Curtu per via dell’altezza, ma la frase tradotta da un maresciallo che aveva lavorato in Sicilia finì sul tavolo del magistrato e da lì negli atti dell’ultimo (per ora) procedimento penale aperto nei suoi confronti. Per ottenere la condanna, l’accusa doveva provare che la minaccia di Riina in quanto tale fosse stata percepita dai destinatari (i giudici di Caltanissetta) che certo non erano presenti al momento in cui l’anziano capomafia profferiva le sue parole. E dunque il pm Piero Basilone ha provveduto a convocare come testimoni i vari componenti di quella corte d’assise, che hanno confermato di aver conosciuto, sia pur successivamente e dai giornali, il tenore di quel commento.

E anche se la minaccia proveniva da un ottantenne, quel vecchio era pur sempre un boss mafiso, hanno aggiunto. Così, nelle motivazioni della condanna, il tribunale osserva che «risulta pertanto grave il danno minacciato, anche tenendo conto delle condizioni particolari del soggetto agente». Quanto all’aggravante del metodo mafioso, c’era forse bisogno di provarla? «Il nome di Salvatore Riina incarna e rappresenta la storia di Cosa Nostra», si limitano a ricordare i giudici. Tuttavia, per il boss almeno una mezza assoluzione c’è stata: a proposito di una seconda minaccia relativa a quando, un paio di mesi dopo, l’europarlamentare Idv Sonia Alfano visitò il carcere di Opera e si informò sulle sue condizioni di vita. «Noi i deputati li fucileremo tutti, non fanno altro che prendere decisioni negative per noi...», disse in siciliano Totò ’u Curtu. Ma, secondo i giudici, in quel caso la minaccia era un po’ troppo generica.

Ritrovata la fossa comune più grande della Bosnia: contiene centinaia di corpi

Il Messaggero
di Andrea Andrei


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Sono passati vent'anni, eppure la guerra nell'ex Jugoslavia riserva ancora degli strascichi imprevisti e agghiaccianti.
Il genocidio messo in atto dai soldati serbi, che passarono casa per casa sterminando la popolazione in Bosnia è ricordato tuttoggi come uno dei più terribili episodi di violenza della seconda metà del Novecento.

Un'ulteriore conferma di quell'ecatombe arriva oggi con la scoperta dell'enorme fossa comune di Tomasica, vicino alla città di Prijedor, a 260 chilometri a nord di Sarajevo. Potrebbe trattarsi della più grande fossa comune mai scoperta relativa a quel conflitto: per ora sono stati rinvenuti i resti di 360 persone, ma le autorità sono convinti che ce ne siano molti di più, forse un numero maggiore che in quella di Srebrenica, attualmente la più vasta, nella quale furono sepolti 629 corpi.

L'Istituto delle persone scomparse di Sarajevo ritiene che la fossa di Tomasica sia legata a un'altra, ritrovata nel 2003 a circa sei chilometri di distanza, dove furono tumulate 373 vittime. I corpi rinvenuti a Prijedor sono di uomini, donne e bambini croati e bosniaci, probabilmente uccisi in un campo di concentramento che i serbi avevano allestito nei pressi della città. La fossa è grande 5 mila metri quadri ed è profonda circa 10 metri. Si stima che in quattro anni di conflitto siano state uccise fra le 130 e le 140 mila persone.



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Fossa comune in Bosnia - Foto Amel Emric - AP


Sabato 02 Novembre 2013 - 18:54
Ultimo aggiornamento: 18:59