domenica 3 novembre 2013

La Innocenzi si difende: "Bocciata? Sì, ma le tracce erano piene di errori..."

Libero

Nella traccia di cronaca giudiziaria, il pm viene scambiato per il gip, e in quella sul cinema un errore su Lizzani. La Santorina protesta: "Hanno fatto confusione..."


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"Sono le tracce ad essere sbagliate". Dopo la bocciatura, Giulia Innocenzi prova la difesa. La figuraccia c'è stata inutile negarlo. Ma dopo il flop della "maestrina santorina" arriva pure l'accusa all'Ordine dei Giornalisti. A quanto pare, secondo quanto racconta L'Espresso, nelle tracce consegnate ai candidati durante l'esame dello scorso 15 ottobre all'hotel Ergife di Roma, c'era qualche cosa che non quadrava.

Nella traccia di cronaca giudiziaria si legge: "E' il pubblico ministero stesso a decidere se convalidare o meno il fermo" di alcuni sospetti. In realtà quel compito spetta al giudice per le indagini preliminari , il gip. Insomma qualcuno all'Ordine ha fatto confusione. Ma le gaffe non finiscono qui. Nel caso della traccia sul cinema e spettacolo, c'è anche lì uno scivolone che riguarda la morte del regista Carlo Lizzani. Il regista prima del suicidio aveva lasciato un biglietto con scritto: "Stacco la chiave" e invece nella traccia data dall'Ordine ai candidati c'è un'altra citazione, "stacco la spina".

La Innocenzi protesta - Bastano queste due sviste per far gridare allo scandalo la santorina. Che su facebook prontamente protesta: "Io sono stata bocciata. Punto. Mea culpa. Ciò detto, leggere questo articolo mi ha fatto sorridere: nelle tracce dell'esame sono stati confusi pm e gip, c'erano nomi sbagliati e il biglietto d'addio di Carlo Lizzani è stato trascritto male. Il tutto sbianchettato per la pubblicazione online. Ogni storia ha i suoi risvolti comici". Insomma la Innocenzi pur riconoscendo le sue colpe ci tiene a sottolineare che l'Ordine dei giornalisti ha sbagliato qualcosa nelle tracce. Errare è umano. Farsi bocciare anche la prossima volta è diabolico...



Innocenzi, tweet-gaffe della Borromeo: consola Giulia, ma la fa passare per fessa

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"Non ti preoccupare, a me hanno offerto le risposte". La bionda penna del Fatto infierisce sulla bocciatura dell'amica e getta discredito sull'Ordine

 


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"Cara Giulia fregatene delle ironie. Prima del mio scritto un esaminatore mi chiese se volevo le risposte, e lo mandai a quel paese". Sono le parole con le quali Beatrice Borromeo, penna di punta del Fatto Quotidiano, vorrebbe consolare Giulia Innocenzi a un giorno dalla sua bocciatura all'esame per l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti. Ma sono parole che, dietro una carezza, nascondo due schiaffi.

Ora, è facile immaginare che la bionda collaboratrice di Marco Travaglio e Antonio Padellaro con questo tweet volesse tranquillizzare l'amica e collega. Il senso del cinguettio dovrebbe essere: "Non ti curare della, l'esame è una formalità e pure un po' una farsa - parafrasiamo -, non dice niente delle tua professionalità".
Cara @giuliainnocenzi fregatene delle ironie. Prima del mio scritto un esaminatore mi chiese se volevo le risposte, e lo mandai a quel paese
— Beatrice Borromeo (@BorromeoBea) October 31, 2013
Ma la Borromeo scivola sulle parole che lei stessa sceglie. Innanzitutto perché, tra le righe, fa passare la Innocenzi per una stupidotta: l'esame per l'iscrizione all'ordine sarà pure una banalità che lei ha superato in scioltezza, ma rimane che la teletribuna è stata bocciata. Così, mentre Beatrice si fregia del suo libretto di pelle bordeaux griffato Ordine dei Giornalisti, Giulia deve aspettare quattro mesi per il secondo giro sulla giostra. E poi la redattrice dal sangue blu del Fatto con il suo tweet getta ombre sullo stesso Ordine. Racconta che un commissario le ha offerto le risposte: che cosa vuole insinuare?

Ligresti, la Cancellieri: "Non mi dimetto chi mi accusa è un matto"

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Il ministro non vuole fare un passo indietro: "Non ho fatto nulla di male. Ho la coscienza pulita". E intanto se ne va in giro per l'Italia senza spiegare cosa sia successo con i Ligresti


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"Io non mi faccio da parte". Anna Maria Cancellieri non molla la poltrona. Anzi la rivendica. Il ministro della Giustizia travolta dallo scandalo per la telefonata all'amministrazione penitenziaria per concedere i domiciliari a Giulia Ligresti non vuole sentir parlare di dimissioni. "Di fronte a tutto questo lei tira dritto, ricordando di «non aver mai chiesto di fare questo lavoro visto che sono un prefetto, ma impegnandomi sin da subito proprio per i reclusi, per garantire loro condizioni di vita dignitose".

"Non mi dimetto"
-  La decisione di non modificare la propria agenda non è casuale. "Vado a testa alta, senza aver nulla da nascondere", risponde il ministro ai collaboratori che chiedono se parteciperà al congresso dei Radicali. Prima di confermare ne ha parlato con la titolare degli Esteri Emma Bonino che l’ha esortata a "resistere perché noi siamo con te". Oggi pomeriggio sarà dunque a Chianciano, parlerà proprio di carceri. Nonostante in tanti chiedano al ministro un passo indietro, la Cancellieri non si schioda dalla poltrona, anzi continua la sua difesa contro tutto e contro tutti: "C’era il rischio concreto che Giulia Ligresti potesse suicidarsi, verificare la situazione era doveroso", ripete. Lo dirà in Parlamento nei prossimi giorni "e quando porteremo le prove di tutte le altre decine di verifiche che facciamo, si capirà che non c’è alcuno scandalo o favoritismo".

Videocommento di Senaldi: "Cancellieri, tutti gli scandali del ministro-Casta"

"Chi mi accusa è un matto" -  In quella sede ricostruirà le tappe della vicenda e ribadirà che "non c’è proprio nulla di personale in questa storia e chi mi conosce bene sa che io mi metto sempre a disposizione di chi ha bisogno, ascolto le ragioni e gli appelli che mi vengono rivolti, cercando di risolvere i problemi. Chi mi accusa è un matto". Ora si attende il passaggio in Parlamento. Lì il ministro dovrà chiarire la sua posizione altrimenti rischia davvero di dover lasciare la poltrona. E per Letta sarebbe l'ennesima grana su un governo che pare ormai sul viale del tramonto. Eppure oltre allo scandalo della telefonata ai Ligresti, la Cancellieri avrebbe più di un motivo per mollare la poltrona.

Indagata a Catania - Il ministro infatti, come racconta Giacomo Amadori su Libero in edicola oggi 2 novembre, è pure indagata. "Nel 2009, dopo essere andata in quiescenza come prefetto - racconta Amadori - , ha subito collezionato due incarichi: l’allora presidente della Regione Raffaele Lombardo l’ha nominata commissario del Teatro Bellini e l’ha posta al vertice della delicata commissione per il Piano rifiuti (da sempre uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata). L’incontro tra l’ex prefetto e il presidente purtroppo non ha portato i frutti sperati e Lombardo è persino finito indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Cancellieri, garantista, è rimasta al suo posto ancora per qualche mese. Purtroppo per lui, nel giugno 2012, Lombardo, dopo aver perso la poltrona di governatore, ha guadagnato la sbarra da imputato "coatto". Ma questo è successo quando Cancellieri era già partita per altri lidi. A Catania le è rimasto appiccicato un piccolo grattacapo. 

Un’iscrizione nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, ricordo di quando era commissario al Bellini per alcune consulenze, ritenute inutili e costose. A denunciarla è stata l’avvocato Antonio Fiumefreddo: "La Regione in quel momento non poteva fare assunzioni né offrire lavori". Il legale aggiunge un aneddoto personale: "Un giorno andai da lei per protestare per alcune sue decisioni e lei mi rispose che la legge in Italia è sostanza e non forma. Obiettai che le isituzioni dello Stato non possono ragionare in questo modo".

Chi ha il diritto di vivere": lo insegna l'omicida Battisti all'università brasiliana..

Domenico Ferrara - Sab, 02/11/2013 - 12:47

L'ex dei Pac salirà in cattedra e parteciperà al forum sul diritto a vivere. Il corso direttamente finanziato dal ministero dell'Educazione brasiliano

Lo avevamo lasciato sulla spiaggia di Rio de Janeiro con occhiali scuri, camicetta a quadri e mocassini, spaparanzato mentre criticava il nostro paese e ribadiva di non pentirsi di nulla.


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Poi ha sfilato al Carnevale brasiliano con lo stesso sorriso beffardo fino a presentare libri o a rilasciare interviste in cui, con irriverenza, chiedeva "interrogatori veri" e "amnistie". Cesare Battisti ci ha abituato a questo e ad altro. Ma la nuova avventura che lo vedrà protagonista - e che gli ha concesso il ministero dell'Educazione brasiliano - ha del surreale. 

L'ex terrorista vestirà i panni del professore e parteciperà al VI forum dell’Università Federale di Santa Catarina a Florianopolis. Titolo del corso? "Quem tiem direito ao viver", ossia "Chi ha il diritto di vivere”. Che è un po' come affidare a un piromane una lezione sull'importanza della natura boschiva. Ma il Brasile, si sa, è terra di eccentrici. E così, Battisti riceverà pure un compenso (1500 Real equivalenti a circa 500 euro) finanziato direttamente dal ministero dell'Educazione. La notizia, riportata dal quotidiano "O estado", non è passata inosservata, almeno Oltreoceano.

Che diritto - e che coraggio - abbia un plurimocida a trattare di questi temi non è dato sapere. Una spiegazione ha provato a darla l'organizzatore del seminario, il professor Paulo Lopes: "Battisti è stato chiamato per dar voce agli esiliati, agli imprigionati". Ah, ecco. Il diritto di vivere degli innocenti uccisi verrà invece trattato in un altro seminario. Sicuramente fuori dal Brasile. 

Scandali e affari della Cancellieri indagata a Catania per abuso d'ufficio

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Il sistema del ministro: fa il prefetto a Genova e va ai vertici della società dei trasporti, lo fa a Catania, diventa commissario del teatro Bellini e viene indagata. E con Telecom...


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Anna Maria Cancellieri è un prefetto prestato alla politica. Un tecnico, come si usa dire. Eppure la sua carriera non è un grigio tran tran, costellata com’è di amicizie influenti, incarichi prestigiosi e qualche piccola scivolata. Di certo nelle città in cui ha lavorato come prefetto ha lasciato ottimi ricordi  e diversi estimatori. E poco importa se la ministra della Giustizia sembra avere la sfortuna di attirare l’attenzione di personaggi destinati a finire nei guai giudiziari. L’ultimo caso è quello della famiglia Ligresti, delle cui disavventure la Guardasigilli si è occupata personalmente. Ma non ci sono solo i Ligresti nella sua agenda di amici inguaiati. Per esempio viene richiamata a Genova, dove era stata prefetto, nel giugno del 2011 a ricoprire il prestigioso ruolo di vicepresidente della cigolante azienda dei trasporti cittadina. «Voluta da me e dal sindaco Marta Vincenzi» spiega Paolo Pissarello, ex assessoreai Trasporti della capoluogo ligure.

Non potevano non piacersi Supermarta, regina incontrastata delle preferenze, e la Superprefetta, inviata a commissariare comuni in crisi di giro per l’Italia. La Vincenzi all’epoca non era ancora indagata. Poi però a Genova si scatenò l’alluvione (Cancellieri era ancora alla Amt) e la sindachessa è finita nei guai. Nei giorni scorsi i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per falso e calunnia, nell’ambito di un’inchiesta che sta cercando di accertare le responsabilità di quel disastro. ai Trasporti della capoluogo ligure. Non potevano non piacersi Supermarta, regina incontrastata delle preferenze, e la Superprefetta, inviata a commissariare comuni in crisi di giro per l’Italia. La Vincenzi all’epoca non era ancora indagata. Poi però a Genova si scatenò l’alluvione (Cancellieri era ancora alla Amt) e la sindachessa è finita nei guai.

Nei giorni scorsi i magistrati hanno chiesto il suo rinvio a giudizio per falso e calunnia, nell’ambito di un’inchiesta che sta cercando di accertare le responsabilità di quel disastro. Ma se il Nord ha dato a Cancellieri qualche delusione, il Sud molte di più. La Guardasigilli è stata per quattro anni prefetto di Catania, terra d’origine del marito farmacista, Sebastiano Peluso, che nelle vicinanze del capoluogo etneo possiede un avviato agriturismo. «La signora, quando è stata nominata ministro, stava raccogliendo le olive» tramanda la vulgata popolare. In realtà in Sicilia ha ricoperto incarichi di alto prestigio. Per esempio nel 2009, dopo essere andata in «quiescenza» come prefetto, ha subito collezionato due incarichi: l’allora presidente della Regione Raffaele Lombardo l’ha nominata commissario del Teatro Bellini e l’ha posta al vertice della delicata commissione per il Piano rifiuti (da sempre uno dei business più appetibili per la criminalità organizzata).

L’incontro tra l’ex prefetto e il presidente purtroppo non ha portato i frutti sperati e Lombardo è persino finito indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Cancellieri, garantista, è rimasta al suo posto ancora per qualche mese. Purtroppo per lui, nel giugno 2012, Lombardo, dopo aver perso la poltrona di governatore, ha guadagnato la sbarra da imputato «coatto». Ma questo è successo quando Cancellieri era già partita per altri lidi. A Catania le è rimasto appiccicato un piccolo grattacapo. Un’iscrizione per abuso d’ufficio, ricordo di quando era commissario al Bellini per alcune consulenze, ritenute inutili e costose. A denunciarla è stata l’avvocato Antonio Fiumefreddo: «La Regione in quel momento non poteva fare assunzioni né offrire lavori». Il legale aggiunge un aneddoto personale: «Un giorno andai da lei per protestare per alcune sue decisioni e lei mi rispose che la legge in Italia è sostanza e non forma.

Obiettai che le isituzioni dello Stato non possono ragionare in questo modo». Fiumefreddo ci tiene a precisare che il prefetto che ha chiesto lo scioglimento per mafia del comune di Paternò, patria dei Ligresti, fu il neo insediato Giovanni Finazzo, il successore di Cancellieri. «Il Guardasigilli qui non ha dato l’impressione di essere una grande esperta di mafia» conclude l’avvocato. Il 21 novembre 2012 l’ex onorevole idv Francesco Barbato, in un’interrogazione parlamentare sottolineò: «Nel 2009 quando era ancora prefetto di Genova dichiarò che non vi fossero infiltrazioni mafiose in città, smentita qualche anno più tardi per i numerosi arresti per ’ndrangheta condotti dalle forze dell'ordine». Barbato chiede le sue dimissioni sciorinando un lunghissimo rosario di contestazioni. Per Barbato la Cancellieri ha anche la colpa di aver respinto le dimissioni del vicecapo della Polizia Nicola Izzo, poi arrestato.

Senaldi: "Cancellieri, tutti gli scandali del ministro-Casta"

Il parlamentare rimembra anche le vicissitudini giudiziarie del marito di Cancellieri. Citando «notizie online che fanno riferimento a decisioni della magistratura aventi ad oggetto l'accertamento di responsabilità per truffa ai danni dello Stato». In effetti in una sentenza del Consiglio di Stato del 2006 il nome del Peluso è tra i ricorrenti. I quali, secondo i giudici, «tutti hanno acquistato medicinali a più riprese, a prezzi inferiori a quelli praticati dai produttori, con “fustelle segna-prezzo” false, con reiterate irregolarità nella conduzione dell’esercizio». Per i magistrati «ciò emerge da diverse sentenze penali» citate nel documento. In quell’occasione il difensore di Peluso è Carlo Malinconico, il professore che con la Cancellieri condivide a partire dal novembre 2011 la «sobria» esperienza nel governo Monti, con l’incarico di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Dopo pochi mesi, però, è costretto a dimettersi per aver accettato in dono 20 mila euro di soggiorni in un lussuosissimo resort all’Argentario di proprietà di un costruttore della cosiddetta cricca degli appalti. Malinconico nell’aprile 2013 viene arrestato per due consulenze da 500 mila euro, secondo i magistrati il «ringraziamento» di un paio di imprenditori  per i pareri favorevoli di Malinconico in veste di esperto di fiducia del ministero dell’ambiente. Ma le interrogazioni più toste riguardano i braccialetti elettronici antifuga, alternativi al carcere. L’ex ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma nel gennaio 2012 domanda a Cancellieri: «Visto che la convenzione con Telecom, costata al ministero 100 milioni di euro, ha consentito in 10 anni l’utilizzo di 14 braccialetti per i condannati, perché è stata prorogata fino al 2017?».

Quindi chiede di annullare il contratto di proroga, stipulato il 31 dicembre 2011, «anche perché la vecchia tecnologia, per utilizzare i 400 braccialetti previsti dalla vecchia convenzione e i 2000 dalla proroga, è del tutto superata». Cancellieri replica che per i braccialetti sono stati investiti «solo» 9 milioni di euro. Nitto Palma ribatte che ognuno vale quasi 700 mila euro, più che da Tiffany. Nel 2013 tocca ai grillini tornare sull’argomento delle presunte «spese folli per i braccialetti elettronici targati Telecom ed i possibili conflitti d'interessi del ministro della Giustizia». Scrivono i Cinquestelle: «Il responsabile Administration Finance and Control della Telecom è Piegiorgio Peluso che, con uno stipendio annuo lordo di circa 600mila euro, risulta essere figlio di Anna Maria Cancellieri ovvero colei che, in veste di ministro dell'interno prima e di ministro della Giustizia poi, avrebbe assunto la responsabilità di queste ingenti spese per l’erario».

Non è in discussione che, nel settembre 2012, Peluso, dopo aver lasciato la Fonsai dei Ligresti con 5 milioni di buona uscita per un anno di lavoro, si sia accasato a Telecom Italia. Ma questo non è un reato.
di Giacomo Amadori

No-Tav, ora i sabotatori si spacciano per sabotati

Gabriele Villa - Dom, 03/11/2013 - 07:25

Un loro presidio è andato a fuoco. I pompieri non trovano tracce di dolo ma i ribelli fanno le vittime: "Attentato mafioso contro di noi"

 

Due pesi, due misure. Sarà d'antan come modo di dire, ma è rimasto un modo di fare. E di pensare. Soprattutto quando fa comodo passare per vittime e non per estremisti più o meno violenti.

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Un modo di fare e di pensare che piace particolarmente al movimento No-Tav, i soliti noti che non vogliono, costi quel che costi, che si faccia l'Alta Velocità ferroviaria in Val di Susa. La notizia, in quanto tale, non è particolarmente sconvolgente: l'altra notte è andato a fuoco un presidio No Tav, a Vaie. Qualcosa di simile ad una baracca, costruita nel 2005 in legno e tubi di metallo che è stata distrutta dalle fiamme. Fortunatamente, nessuno si trovava all'interno anche se, come annunciato in una nota del movimento no-Tav : «alcuni ragazzi No Tav di Pesaro, in questi giorni avrebbero dovuto dormire proprio in questo presidio ma, per un impegno improvviso avevano rinunciato al loro viaggio in Val di Susa».

La notizia finirebbe qui, tra le ceneri di una baracca, distrutta da un incendio come tanti, un incendio che non avrebbe alcuna origine dolosa, dato che i vigili del fuoco non hanno trovato alcun innesco nè qualcosa di sospetto che possa ricondurre ad una vendetta, ad un ritorsione o, in ogni caso, ad un qualcosa di poco chiaro. Eppure. Eppure il movimento No-Tav, depositario delle certezze, anche questa volta ha una sua certezza. Si tratta, hanno dichiarato gli attivisti contrari alla Torino - Lione, di «Un attentato incendiario per mano dolosa e mafiosa».

Curioso, no? Se è vero come è vero che in Val di Susa si scrive un bollettino di guerra, quasi ogni giorno, oramai da tempo, per mano di alcuni estremisti violenti, sostenuti e incoraggiati, persino, da autorevoli quanto «cattivi» maestri dell'intellighenzia nostrana, è anche vero che ogni volta quegli attenti (veri) e quei sabotaggi (veri) vengono liquidati dal movimento No-Tav come dei «giusti e legittimi» tentativi di reazione all' «occupazione» dei militari in Val di Susa e alla prevaricazione di uno Stato che vuole imporre la sua linea (ferroviaria).

Un concetto ribadito tempestivamente da Alberto Lorusso, assessore di Vaie che, non solo si è affrettato a sottolineare che il presidio distrutto «non era abusivo, ma costruito regolarmente con una delibera del Comune». Ma ha aggiunto pure che: «Quello che lo ha distrutto è stato un attacco vigliacco. Siamo arrabbiati, schifati e feriti dentro». Resta il fatto che, anche se i carabinieri stanno indagando sull'incendio della baracca, c'è chi, è il caso di dire, butta altra benzina sul fuoco. «Il movimento No Tav non ha nessuna fiducia nelle indagini e nella magistratura» - ha dichiarato Alberto Perino, leader dei No Tav - puntualizzando anche che «è il terzo presidio che ci bruciano dopo quelli di Bruzolo e Borgone di Susa, il 16 e il 23 Gennaio 2010.

Entrambe quelle indagini sono state archiviate e anche stavolta ci aspettiamo un'archiviazione». Dunque, ricapitolando, da una parte «giusti e legittimi tentativi di reazione», dall'altra invece (quando vengono subìti anche se non c'è alcuna prova che sia un incendio doloso, ribadiamo) «attentati di stampo mafioso». Ma allora come vogliamo definire ciò che è capitato ad un imprenditore della Val di Susa, Ferdinando Lazzaro che,appena finito di denunciare in televisione le violenze subite dai No Tav è rimasto vittima di un nuovo attentato.

Poche ore dopo la sua azienda è stata colpita da un incendio, questo sì, doloso e per la verità il terzo attentato subito in due anni? E, restando sempre agli incendi recenti in Val di Susa ,che dire delle tre betoniere della Imprebeton, azienda impegnata nei lavori della Torino-Lione, date alle fiamme a Salbertrand, nella sede dell'azienda? Qualcosa non torna. Quantomeno nell'interpretazione dei fatti e degli «attentati». Qualcosa, in altre parole fa pensare, che il movimento No-Tav viaggi , per restare in tema di treni e di ferrovia, su un doppio, personalissimo binario.

Lo sconto di pena per il rom? La famiglia Savarino non ci sta

Paola Fucilieri - Dom, 03/11/2013 - 07:04


Per il suo avvocato, David Maria Russo, è cambiato: «Al Beccaria, dove lo incontro spesso, il suo comportamento ineccepibile gli è valso persino un encomio. Ora si dedica al teatro». Per i giudici del tribunale dei minori, che lo scorso 22 marzo lo hanno condannato a 15 anni per omicidio (il pm ne aveva chiesti 26) è stato vittima «di un contesto familiare sbagliato, nel quale gli adulti di riferimento commettevano illeciti. Senza contare che non è mai andato a scuola». Per i familiari della sua vittima, il vigile di quartiere Nicolò Savarino, è un privilegiato molto scaltro: «I giudici gli hanno riconosciuto le attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sulle aggravanti. La lettura delle motivazioni ci ha lasciato interdetti» sottolinea il loro avvocato, Gabriele Caputo.

Del resto l'intera vicenda di Remi Nikolic ha, per molti versi, del funambolico, con tanto di colpi di scena degni di un circo. Non per questo va dimenticato che a soli 17 anni, questo serbo croato si è reso responsabile di uno dei peggiori omicidi che Milano ricordi. Il 12 gennaio 2012 l'agente Savarino, 42 anni, mentre stava effettuando un normale servizio di controllo in un parcheggio in piazza Alfieri, davanti alla stazione ferroviaria della Bovisa, venne travolto dal suv guidato dal nomade. Remi investì il ghisa che lo voleva bloccare e trascinò il suo corpo per 200 metri fino in via Varè e poi fuggì. Tre giorni dopo gli investigatori della mobile, riuscirono a fermarlo in Ungheria.

All'inizio molti dubbi sulla sua vera identità: tra i tanti alias venne preso per buono quello di Goico Jovanovic, 24 anni. Dopo l'estradizione il ragazzo rimase per oltre due mesi nel carcere di San Vittore, con il gip e il tribunale del riesame che confermarono la misura cautelare, malgrado la difesa del giovane sostenesse che era minorenne. Ci si avvicinava così a un processo davanti al tribunale con l'accusa di omicidio volontario aggravato. Pena massima: l'ergastolo. La battaglia legale della difesa è andata avanti, però, tanto che è stata poi la stessa Procura di Milano, nell'aprile 2012, a trasmettere gli atti al tribunale per i minorenni perché si poneva seriamente il dubbio della minore età. Il ragazzo è stato quindi trasferito nel penitenziario minorile Beccaria.

Poi sono arrivati gli esiti di una perizia medico-antropologica disposta dal codifensore del ragazzo, il professor Guglielmo Gulotta, e infine un certificato di nascita recuperato in Francia: si è così scoperto che era stato registrato all'anagrafe come Remi Nikolic ed era nato il 15 maggio 1994 in un carcere parigino, dove all'epoca era detenuta la madre. Quando il 24 gennaio, dodici giorni dopo la morte di Savarino, il padre di Remi, Zoran, scarpe di rettile e sigaretta in bocca, si presentò ai giornalisti per difendere l'identità del figlio insistendo che era minorenne, fu subito chiaro che il contesto familiare a cui fa riferimento il tribunale dei minori nelle motivazioni della sentenza è avvezzo ai «coup de théâtre».

«La Procura di Milano per Remi chiese 26 anni sostenendo il dolo diretto: il rom voleva scappare dal parcheggio e ha deciso deliberatamente di fare quella manovra e di uccidere l'agente - spiega l'avvocato Caputo -. Il tribunale dei Minori invece ha riconosciuto il dolo eventuale: in pratica ha detto che il fine del rom era sì la fuga, ma non voleva ammazzare l'agente anche se travolgendolo con il suo suv si assumeva qualsiasi rischio, anche quello di ucciderlo.

Questa lettura giuridica differente della vicenda insieme alle attenuanti generiche spiegano la condanna a 15 anni che tutto sommato si poteva aspettare da parte di un tribunale per minorenni, ma le motivazioni ci danno molto fastidio». Secondo l'avvocato Caputo il pm aveva ampiamente dato prova del fatto che il nomade volesse uccidere, ma il tribunale non ha accolto tutte le motivazioni. «È un po' debole fare riferimento all'ambiente famigliare difficile - conclude Caputo -. Noi non ci fermiamo. La procura ha fatto appello contro la sentenza: l'udienza è prevista per il 5 novembre».

Eutanasia ai cani per legge, è protesta

Oscar Grazioli - Dom, 03/11/2013 - 08:40

Proposta nella Regione Abruzzo: "I randagi vanno eliminati se costituiscono un pericolo sociale"

 

La proposta è apparentemente choccante e infatti ha mandato in fibrillazione il mondo animalista. A causare il sussulto cardiaco, una proposta di legge regionale dal titolo firmata dai consiglieri Verì, Chiavaroli e Capaorale dell'Abruzzo e giù approvata in Commissione.

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Andasse in porto verrebbe introdotta la possibilità di effettuare la soppressione eutanasica degli animali su richiesta del proprietario «e per fondati motivi di ordine sanitario e/o sociale». Inoltre si potrebbero abbattere i cani «inselvatichiti», ovvero, per andare alla sostanza, fuoco alle polveri sui cani randagi. Naturalmente c'è una sollevazione totale da parte di varie associazioni animaliste, assolutamente contraria a introdurre una sorta di agevolazione sulle eutanasie, da una parte e sulla licenza di uccidere i cani randagi dall'altra.

La normativa sarebbe incostituzionale, per gli animalisti che richiamano la legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo e l'articolo 544 - bis del Codice penale che punisce con la reclusione fino a quattro anni chiunque per crudeltà o senza necessità cagiona la morte di un animale. Per quel che può valere la mia opinione, sono del tutto d'accordo con i protettori degli animali, per quanto riguarda i cani randagi.

Non si vede perché, se catturiamo un cane randagio e lo assicuriamo al canile comunale, questo debba essere ivi mantenuto e curato per tutta la vita, mentre se avvistiamo un cane in campagna e lo giudichiamo inselvatichito, possiamo mettere mano al fucile auotomatico. Va anche detto, a onor del vero, che l'Italia, in fatto di soppressione dei cani, rappresenta un'anomalia nel contesto mondiale ed europeo, in cui, la stragrande maggioranza delle nazioni tiene il cane randagio in canile per pochi giorni, prima di procedere all'eutanasia.

Ma questa potrebbe essere una delle nostre poche foglie di alloro, se solo non avessimo decine di canili che sono dei veri e propri lager dai quali gli ospiti chiedono (almeno penso) di uscire, vivi o morti. Fatto sta che mi sembra illogico consentire la vita all'interno del canile e sparare oltre la rete.

Quanto all'eutanasia dei cani di proprietà gli animalisti affermano che si tratta di un atto medico veterinario che non può essere deciso dal proprietario. Sbagliano. È il legale proprietario del cane che può richiedere l'atto eutanasico per svariati motivi. Certamente non per motivazioni cosiddette «sociali».

Il cane che dà fastidio a un vicino ipersensibile, perché abbaia, non può ovviamente essere abbattuto, mentre sui cani il cui proprietario è entrato in grave stato di disagio economico purtroppo si sta già assistendo a una notevole richiesta di soppressioni E questa è una realtà che si può evitare di guardare ma che è sotto gli occhi di tutti. Per quanto riguarda il cane che soffre di gravissime malattie incurabili con elevata sofferenza, per fortuna il proprietario può ancora richiedere al veterinario l'eutanasia.

Ci mancherebbe che venisse negato anche questo diritto, così come sarebbe un errore negare la possibilità di soppressione per cani di comprovata pericolosità sociale. Sono certo che alla fine si troverà un accordo perchè, come sempre, in media stat virtus.

New York, Vespa 946 sbarca negli States: lo scooter più chic in 67 anni di storia

Il Messaggero
di Antonino Pane

La casa di Pontedera ha lanciato anche in Bord America la nuova 946 con una grande show sulla Quinta Strada. Scocca anche in aluminio, grande efficienza, impianto frenante a doppio disco con Abs.


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PONTEDERA - Sbarca negli Stati Uniti la Vespa 946, quella che, meglio di tutte, riassume una storia gloriosa lunga 67 anni. Un debutto prestigioso quello di New York, come si addice a un modello cheracchiude tutto il fascino del Made in Italy.

Non è certamente un caso, infatti, che è stato scelto uno degli indirizzi più famosi ed esclusivi di Manhattan, il flagship store di Bulgari sulla 5th Avenue. Ma non solo Stati Uniti. Per la 946 Piaggio ha fatto una scelta globale: il lotto di 3.600 Vespe 946 della collezione 2013, “Ricordo Italiano”, infatti, a partire dal prossimo mese di novembre saranno commercializzate in tutto il mondo a cominciare proprio dal mercato statunitense.

Lanciata nel mese di maggio in anteprima sul nuovo sito internazionale Vespa.com (che per la prima volta consentiva ai Clienti di acquistare e personalizzare online la propria Vespa 946) e progressivamente introdotta sui mercati europei e del bacino del Mediterraneo, Vespa 946 è stata lanciata in questi giorni anche nei Paesi del Sud Est asiatico. Proseguono nel contempo, sul sito Vespa.com, le vendite online, caratterizzate dall’offerta di un’amplissima scelta di accessori e di personalizzazioni del veicolo.

Freschissimo il debutto di Vespa 946 Collezione 2013 in Nord America. La 946 è nata dalla totale fedeltà al primo disegno di Vespa: la Piaggio ha voluto realizzare, quasi in omaggio alla capostipite, il modello più esclusivo, prezioso e tecnologicamente avanzato mai prodotto in 67 anni di storia dello scooter più diffuso e famoso del mondo. Vespa 946, infatti, ha la scocca realizzata in acciaio e, per la prima volta, in alluminio. E' un oggetto unico ed esclusivo che, oltre ad avere un carattere evocativo, esprime il massimo valore possibile nel mondo scooter e proietta Vespa nella élite dei brand di lusso.

Tutto in questo scooter è stato mirato ad ottenere il massimo: dalla qualità costruttiva alla scelta dei materiali e dei componenti: Vespa 946, infatti, si distingue da qualunque altra “due ruote”. Anche l’impiego dell’alluminio contribuisce sia al design, sia alla leggerezza complessiva del veicolo. La vespa 946 viene prodotta con due motorizzazioni: una con propulsore da 125 cc e una 150cc. Anche il cuore 946 definisce le linee di motorizzazione del futuro, caratterizzate da ridottissimi consumi di carburante e dal drastico abbattimento delle emissioni gassose e acustiche. E poi i dettagli tecnici, tutti al top della tecnologia disponibile: dalla fanaleria Full Led, all’impianto frenante a doppio disco con Abs: Piaggio ha voluto impreziosire ulteriormente la dotazione tecnica di Vespa 946 portandola ai massimi livelli di sicurezza attiva.


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Piaggio Beverly Sport Touring


Piaggio X10 Executive 500


Piaggio Vespa S 3V

La dichiarazione di paternità

La Stampa
 a cura di carlo rimini

professore ordinario di diritto privato all’universitÀ di milano


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Mio figlio è nato da una relazione che ho avuto con un uomo sposato. Dopo la nascita del bambino, ho visto il padre ancora qualche volta; poi mi ha lasciata. Ora non sono più in grado di crescere un figlio da sola.
Due genitori non sposati hanno entrambi il dovere di contribuire alla crescita del figlio esattamente come se il bambino fosse nato nell’ambito del matrimonio. Quindi, se il padre ha riconosciuto il figlio…

Ma lui non lo ha mai riconosciuto! Ha detto che non poteva, essendo sposato. Diciamo piuttosto che non voleva. Anche un uomo sposato può riconoscere un figlio nato fuori dal matrimonio.

Sospettavo che mi avesse ingannata. Ma ora che cosa posso fare? Può promuovere, nell’interesse di suo figlio, un’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità nei confronti del padre che ha rifiutato di riconoscere il bambino.

Mio figlio ha già cinque anni: è troppo tardi?
No, lei può iniziare questa causa in ogni momento fino a che suo figlio sarà minorenne; dopo potrà essere lui stesso a rivolgersi al giudice.

Lui negherà di essere il padre per salvare il suo matrimonio. Non voglio iniziare una causa lunga e penosa. 

Un tempo effettivamente le madri che decidevano di agire contro i padri in fuga di fronte alle loro responsabilità si avventuravano su una strada lunga e umiliante. Il codice civile prevedeva che la causa per la dichiarazione giudiziale di paternità dovesse essere dichiarata ammissibile dal giudice. Doveva dunque essere preceduta da un altro giudizio finalizzato a dimostrare l’esistenza di prove tali da fare apparire possibile la paternità. Lo scopo del legislatore era quello di evitare che venissero proposte azioni evidentemente infondate al solo scopo di creare «pubblico scandalo».

L’effetto però era quello di costringere le madri abbandonate a sopportare non uno, ma due processi: il primo per far dichiarare ammissibile il secondo. Complessivamente, considerati i tempi della giustizia civile, il giudizio poteva durare anche più di un decennio. Qualche anno fa però la Corte costituzionale ha ritenuto che questa procedura costituisse un irragionevole ostacolo all’accertamento della paternità. Ora quindi il giudizio per la dichiarazione giudiziale di paternità può essere promosso immediatamente.

Rimane comunque un problema: come farò a dimostrare che lui è il padre? Abbiamo avuto una relazione stabile, ma non abbiamo mai vissuto assieme...
Anche in relazione al problema della prova le cose sono molto cambiate. Un tempo le madri dovevano dimostrare di avere avuto una relazione con il preteso padre e, una volta fornita questa prova, si esponevano a una sorta di controffensiva: l’uomo chiamato in giudizio cercava di dimostrare che la madre aveva avuto contemporaneamente altre relazioni con altri uomini e dunque non vi era sicurezza sull’identità del padre.

Una cosa penosa e umiliante per la madre che il lessico processuale descriveva usando il latino: «exceptio plurium concubentium». Oggi è tutto molto più semplice. Il giudice ordina al preteso padre di sottoporsi al test del Dna. Se egli accetta, il tribunale si attiene all’esito del test che ha una attendibilità che si avvicina alla certezza. Se invece rifiuta di sottoporsi all’esame, il giudice considera questo comportamento come fonte di prova e, magari unendolo ad altri elementi emersi nel corso del processo, dichiara ugualmente la paternità.

Sembra facile. Ma quali saranno in definitiva gli effetti della dichiarazione giudiziale di paternità? La dichiarazione giudiziale di paternità produce gli stessi effetti del riconoscimento spontaneo. Il padre avrà quindi il dovere di contribuire alla crescita e all’educazione di vostro figlio fino alla sua autosufficienza economica. In concreto, generalmente il giudice può prevedere un assegno mensile che il padre deve versare alla madre quale contributo al mantenimento del figlio. Peraltro, il padre acquista anche il diritto di frequentare il figlio e di partecipare alle decisioni relative alla sua crescita e alla sua educazione. Inoltre il figlio diviene erede del padre con diritti sostanzialmente equivalenti a quelli del figlio legittimo. Tenga inoltre presente che l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio decorre dal giorno della nascita. Lei potrà quindi chiedere il rimborso di una quota di ciò che ha speso fino ad oggi per crescere il bambino.

Abbiamo aiutato le autorità Usa a trovare Bin Laden»: contesa la maxitaglia di ricompensa

Il Messaggero


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E' contesa la taglia di 25 milioni di dollari che pendeva sulla testa di Osama Bin Laden, destinata a chi avrebbe dato informazioni utili per incastrare il capo di Al Qaeda. Due diverse persone reclamano la maxi taglia, asserendo di aver rivelato il rifugio dove si trovava Bin Laden. L'ultimo in ordine di apparizione è Tom Lee, 63enne mercante di gemme, che a suo dire avrebbe aiutato gli investigatori federali a intercettare dove si trovava Osama Bin Laden e ora chiede la sua ricompensa di 25 milioni di dollari.

Lee per ricevere quella che ritiene la sua giusta ricompensa si affida a vie legali, rivolgendosi allo studio Loevy & Loevy, che in agosto ha inviato una lettera al direttore del Fbi, James Comey. Nella lettera si sostiene che un agente dell'intelligence del Pakistan avrebbe riferito a Lee di aver scortato Bin Laden e la sua famiglia da Peshawar ad Abbottad e che lo stesso Lee avrebbe poi girato la 'soffiata' alle autorità Usa.

Solo due giorni fa invece a reclamare i 25 milioni di dollari è stata la scrittrice Mary Pace per la cattura e l'uccisione di Osama Bin Laden, il 2 maggio 2011 in Pakistan. La sua vicenda è finita in tribunale. Le parti dovranno comparire il prossimo 18 dicembre al Tribunale di Roma dopo l'atto di citazione presentato nei mesi scorsi dagli avvocati Carlo e Giorgio Taormina, che assistono la scrittrice ciociara.

Il ministero dell'Interno italiano si è già costituito, mentre non lo ha ancora fatto il Dipartimento di Stato americano. Pace, che da circa 20 anni si occupa di intelligence e terrorismo internazionale, sostiene di aver rivelato alla Cia, nel 2010, il rifugio dove si trovava il capo di Al Qaeda e per questo adesso chiede che le sia riconosciuta la taglia che era stata messa sulla testa di Bin Laden.


Sabato 02 Novembre 2013 - 14:31
Ultimo aggiornamento: 15:38

Rete di spionaggio anche in Europa «Servizi italiani fuori perché litigiosi»

Corriere della sera

Nuove rivelazioni del Guardian: Germania, Francia, Spagna e Svezia usavano anche microspie, l’Inghilterra coordinava

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I servizi segreti di Germania, Francia, Spagna e Svezia avrebbero messo a punto un sistema di sorveglianza di massa delle comunicazioni telefoniche e internet in stretta collaborazione con il Government Communications Headquarters (Gchq) britannico. Lo riferisce il Guardian.

«CIMICI» NEI CAVI - Lo sviluppo di questa rete risalirebbe a 5 anni fa, secondo i documenti forniti dalla talpa del Datagate, Edward Snowden. Si tratterebbe di un ampio sistema di sorveglianza di massa del traffico telefonico e telematico realizzato inserendo direttamente strumenti di intercettazione nei cavi a fibre ottiche e, secondo il quotidiano britannico, con la collaborazione segreta delle compagnie telefoniche.

AGGIRARE LE LEGGI - Dai file emerge anche che il Gchq, l’equivalente britannico della Nsa americana, svolgeva un ruolo di consulente nell’aiutare i partner europei ad aggirare le leggi nazionali che limitano i poteri dell’agenzie di intelligence.

GLI ITALIANI? TROPPO LITIGIOSI - E l’Italia? Da un’ipotetica classifica di affidabilità dei servizi, ne esce piuttosto male: «Il Gchq ha avuto alcune discussioni in materia di antiterrorismo e internet sia con i servizi di sicurezza per l’estero (Aise) sia interni (Aisi) ma ha trovato la comunità di intelligence italiana frammentata e incapace o riluttante nella cooperazione interna», si legge in uno dei report. Un successivo contatto con l’Aisi, sei mesi più tardi, si era arenato, forse su «problemi legali che potrebbero aver intralciato la loro capacità di aderire» alla rete. Fonti italiane di intelligence, interpellate sull’articolo del Guardian, hanno spiegato che la fase a cui ci si riferisce è quella dell’avvio e della messa in opera della recente riforma dei servizi iniziata nel 2007 e recentemente conclusa.

02 novembre 2013





Datagate, nuove rivelazioni di Snowden. “Una rete europea per spiare i telefoni”
La Stampa

I servizi segreti di Spagna, Francia Gran Bretagna, Germania e Svezia avrebbero messo a punto un sistema di sorveglianza di massa delle comunicazioni telefoniche e internet


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I servizi segreti di Germania, Francia, Spagna e Svezia avrebbero messo a punto un sistema di sorveglianza di massa delle comunicazioni telefoniche e internet in stretta collaborazione con il GCHQ britannico. Lo riferisce il Guardian. Lo sviluppo di questa rete risalirebbe a 5 anni fa, secondo documenti della talpa del Datagate, Edward Snowden. Dai file emerge anche che il GCHQ, l’equivalente britannico della Nsa americana, svolgeva un ruolo di consulente nell’aiutare i partner europei ad aggirare le leggi nazionali che limitano i poteri dell’agenzie di intelligence. 

E proprio nel giorno delle nuove rivelazioni Germania e Brasile hanno chiesto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di adottare una bozza di risoluzione, che invoca il diritto alla privacy nell’era digitale. Il documento - riporta il sito internet della Bbc - chiede la fine all’eccessiva sorveglianza elettronica, sottolineando che la raccolta illegale di dati personali rappresenta “un’azione altamente invadente”. Brasile e Germania sono entrambe - a dir poco - infastidite dalle rivelazioni sul programma di sorveglianza su larga scala degli Stati Uniti. Rivelazioni portate alle luce da Edward Snowden, l’informatico statunitense ex tecnico della Cia e consulente della Nsa. La bozza di risoluzione, che non nomina singoli Paesi, sarà dibattuta da una commissione dell’Assemblea generale che si concentrerà sui diritti umani. 

Intanto il Cremlino ha fatto sapere che Edward Snowden è libero di collaborare con le autorità tedesche. La notizia arriva all’indomani dell’incontro a Mosca tra la `talpa´ della Nsa che ha ottenuto asilo in Russia ed il deputato dei Verdi tedeschi Hans Christian Strobele, al quale ha detto di essere disposto a testimoniare in Germania sulle attività di spionaggio degli Stati Uniti se gli sarà garantita la sicurezza. «Il governo russo non pone problemi - ha fatto sapere Mosca - Il Cremlino ritiene che l’ex agente dei servizi segreti americani è libero di cooperare con le autorità di polizia tedesche nel caso delle intercettazioni telefoniche della cancelliera Angela Merkel». «La Germania - ha sottolineato ancora il Cremlino - è un Paese amico con cui, sempre che sia possibile, vogliamo facilitare la collaborazione». 

Ma la talpa del caso Nsa, non si recherà in Germania per parlare con le autorità fino a quando rimarranno le accuse degli Stati Uniti. Lo ha dichiarato il padre, Lon Snowden, che recentemente è stato in Russia per incontrare il figlio e che continua a comunicare con lui. Il padre ne ha parlato ieri con Associated Press, dopo che è stata resa pubblica una lettera del figlio dove la talpa del caso Nsa affermava che parlerà con gli investigatori tedeschi una volta che il governo Usa smetterà di perseguire chi come lui diffonde informazioni. “Se vogliono comprendere la posizione di mio figlio a proposito della Germania, leggano la sua lettera.

E’ abbastanza chiara. Non si recherà in Germania per testimoniare finchè sarà accusato dagli Stati Uniti e la loro posizione resterà quella che è” ha detto Lon Snowden, aggiungendo che suo figlio preferirebbe comunque testimoniare davanti al Congresso. “Mio figlio vorrebbe tornare negli Stati Uniti ma non sono certo che sarebbe sicuro per lui, anche se tutte le accuse venissero tolte” ha commentato Lon Snowden. “Il mio consiglio sarebbe di rimanere in Russia e continuare con la sua vita, e credo che questo sia quello che farà”.



Datagate, 10 cose da sapere su Snowden e i segreti della Nsa
La Stampa
marco bardazzi

Un vademecum per capire cosa è emerso in questi mesi di rivelazioni


Cattura
Non è semplice riuscire a seguire i continui sviluppi del caso Snowden. Cosa è emerso in quattro mesi di rivelazioni? Ecco 10 cose da sapere, con l’avvertenza che molti interrogativi per ora restano tali.

Cosa abbiamo scoperto che non sapevamo sull’attività dell’intelligence americana?
Per un decennio, dopo l’11 settembre 2001, la Nsa ha lavorato per ottenere accessi segreti alle comunicazioni che avvengono via Internet e raccogliere masse enormi di «metadati» sulle conversazioni telefoniche e gli scambi di mail (i metadati sono informazioni di base come mittente, destinatario, orario). La Nsa ha porte d’accesso riservate ai server di società come Google, Facebook, Apple, Yahoo ed è in grado di attingere a informazioni contenute sui principali smartphone: iPhone, Blackberry e quelli con il sistema Android. Le società coinvolte negano di aver permesso l’accesso diretto, ma sono vincolate dalla legge a non poter spiegare che dati hanno fornito. 

Significa che le «spie» americane leggono e ascoltano tutto?
No, significa che raccolgono masse di dati enormi da incrociare, alla ricerca di contatti e indizi che vengono ritenuti utili nella lotta al terrorismo o per altre finalità di sicurezza. In teoria, solo nel caso di sospetti reali la Nsa accede alle conversazioni o ai contenuti per esempio delle mail.

Questo come si concilia con il telefono di Angela Merkel spiato, le intercettazioni che risultano eseguite in Francia o l’ascolto delle conversazioni dei diplomatici all’Onu o nelle ambasciate a Washington?
Non si concilia affatto: questa è l’area per ora più grigia di tutta la vicenda, perché sembra esulare da qualsiasi autorizzazione ricevuta dalla Nsa. Ieri lo «Spiegel» ha rivelato che il telefono della Merkel sarebbe sotto controllo da 10 anni: si tratta di un’attività che difficilmente la Casa Bianca può giustificare con esigenze di sicurezza nazionale.

Sulla base di quale mandato agisce l’intelligence americana?
Le disposizioni previste dal Patriot Act (la legge antiterrorismo post-11 settembre) e dal Foreign Intelligence Surveillance Act (la legge sullo spionaggio). Molte restrizioni su ciò che la Nsa può fare in America, risultano aggirate andando ad attingere ai dati all’estero, persino direttamente con filtri nei cavi a fibra ottica sottomarini dove passano il traffico web e le conversazioni internazionali.

È possibile quantificare i dati raccolti dalla Nsa?
I numeri sono enormi. In un documento riservato diffuso da Snowden si afferma che viene controllato l’1,6% del traffico quotidiano sul web. In Francia, in un solo mese, risultano essere state intercettate 70 milioni di telefonate. Forse l’unità di misura più significativa sono le liste dei contatti e degli «amici» che l’Nsa risulta prelevare dalle nostre agende online, dai profili Facebook, dalle liste di servizi di chat. In un solo giorno del 2012, secondo un altro documento, la Nsa risulta aver raccolto 444 mila liste di contatti da utenti di Yahoo, 105 mila da Hotmail, 82 mila da Facebook, 34 mila da Gmail e 23 mila da altri servizi.

Edward Snowden è una talpa o un eroe?
Sono entrambe definizioni «di parte» sull’esperto d’intelligence, fuggito con decine di migliaia di documenti classificati e ora rifugiato in Russia. Per i suoi sostenitori è un «whistleblower», una definizione che negli Usa è riservata a chi sfida il potere per svelare illegalità. Per i detrattori, è invece un traditore che potrebbe aver venduto segreti a russi o cinesi e si è arrogato il diritto di decidere cosa deve essere segreto e cosa no. Di sicuro per la giustizia Usa è un ladro: è stato incriminato per furto e violazione delle leggi sullo spionaggio.

Dove sono adesso i documenti di cui si è impossessato?
È un altro interrogativo irrisolto. Snowden ha detto di aver consegnato tutti i documenti in suo possesso a giugno a Hong Kong al giornalista/avvocato Glenn Greenwald del «Guardian» e alla regista di documentari Laura Poitras. Alcuni media hanno sollevato dubbi sul fatto che Snowden non abbia più accesso ai documenti, sostenendo che si trovino criptati sul web. Non è chiaro per quali canali alcuni documenti arrivino su testate come «Le Monde» o «Der Spiegel». Il «Guardian», prima di essere costretto dalle autorità britanniche a distruggere gli hard disk dove conservava i documenti, ha condiviso copie con gli americani «New York Times» e «ProPublica».

Chi decide modalità e tempi di pubblicazione dei documenti?
Non sembra esserci una regola fissa. Il «Washington Post», all’inizio della vicenda, ha fatto un passo indietro rispetto alle richieste che faceva Snowden in questo senso, ritenendo pericolosa la scelta di ciò che voleva far uscire. Il «Guardian» usa criteri diversi. Pochi giorni fa, per esempio, ha deciso che era il momento di pubblicare la notizia dei 35 capi di Stato spiati (legata a un documento della Nsa non certo nuovissimo: l’episodio risaliva all’ottobre 2006). 

Come comunica Snowden?
Attraverso mail criptate, lo stesso metodo che ha usato la prima volta per mettersi in contatto con i giornalisti per far sapere che voleva svelare segreti sull’attività della Nsa.

Che differenza c’è tra questo caso e quello Wikileaks o i celebri Pentagon Papers?
Il caso Snowden è più grave della diffusione di documenti riservati americani che Wikileaks realizzò nel 2010. In quel caso si trattava in larga parte di legittime comunicazioni riservate delle ambasciate Usa, la cui diffusione ha creato imbarazzi diplomatici ma non molto di più. Il Datagate sta facendo invece emergere una serie di profili di possibile incostituzionalità, anche se non è ancora chiaro se si tratti anche di azioni illegali. In questo assomiglia più ai Pentagon Papers, che negli anni ’70 svelarono la reale natura del coinvolgimento militare americano in Vietnam, su cui erano stati tenuti all’oscuro l’opinione pubblica e anche il Congresso. 

La roccaforte dove Ligresti ospitava il gotha del potere

La Stampa
grazia longo


Appartamenti di 220 metri quadri con canoni da case popolari


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Più che un palazzo è un castelletto: tre enormi e lussuosi blocchi neoclassici color giallo arancio con terrazze alberate e fontana con zampilli nel cortile centrale, dietro l’enorme cancello elettrico. La roccaforte romana dove Ligresti ha dato alloggio al gotha politico, bancario e mediatico più in vista del Paese - e molto vicino a Berlusconi - si trova immerso nel verde della zona più vip, via delle Tre Madonne, del quartiere più vip della capitale, i Parioli. 

Non c’è neppure bisogno di scorrere i cognomi sui 42 campanelli - la maggior parte dei quali peraltro si limita a una sigla o al nome di una città, tipo New York - per capire che da queste parti in fatto di potere non si scherza. Bastano la Digos e i carabinieri che si alternano di guardia - 24 ore al giorno - perché è qui che abita il vice premier e ministro degli Interni, Angelino Alfano. E prima ancora di entrare nel merito degli altri inquilini famosi, vale la pena ricordare che oltre alla notorietà possiedono anche la fortuna. Come definire diversamente il prezzo stracciato dell’affitto? Fino a una decina di mesi fa molto al di sotto del prezzo di mercato per appartamento di almeno 220 metri quadri. 

Così almeno riferiscono fonti ben informate che negano categoricamente il rispetto del canone dovuto di 6 mila euro al mese. Ed è quanto implicitamente conferma l’Unipol che pur non volendo fornire indicazioni precise sul canone d’affitto, sottolinea che «tutti i contratti sono in via di revisione con un nuovo canone d’affitto». Ma la pacchia per qualcuno è ben lungi dal finire. Perché se è vero che da un anno il patrimonio immobiliare di via delle Tre Madonne 14, 16 e 18 è passato dalla Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti alla Unipol, è altrettanto vero che per molti il contratto d’affitto stipulato con la famiglia Ligresti non è ancora scaduto e quindi resta invariato alla vecchia e vantaggiosa cifra. 

Non c’è da stupirsi che in virtù della doppia esclusività, estetica ed economica, in molti abbiano scelta questa come dimora principale. L’ex ministro alla funzione pubblica Renato Brunetta ha da poco fatto le valigie verso altri lidi. Da pochi mesi si è trasferito anche Marco Cardia - rampollo dell’ex presidente della Consob, Lamberto - e avvocato di professione. Attività che tra l’altro gli ha consentito di lavorare come consulente proprio per l’ex padrone di casa Ligresti.

Esce a buttare la spazzatura, invece, l’ex direttore generale della Rai Mauro Masi, in tenuta sportiva da sabato pomeriggio - pantaloni della tuta, camicia e un gilé di piumino - prima di salire sull’auto blu con autista. Non abita più qui il vice di Fini Italo Bocchino, che ha tuttavia lasciato l’appartamento alla moglie da cui si è separato, la produttrice tv Gabriella Buontempo, che ama far jogging nel parco della vicinissima Villa Borghese. Il suo è l’unico cognome scritto a penna su un cartoncino incollato con lo scotch.

Mentre Chiara e Benedetta Geronzi - figlie dell’ex banchiere Cesare condannato a 5 anni per bancarotta fraudolenta - cercano l’anonimato dietro a due lettere. Ma è evidente a chiunque che la star tra i super inquilini è il vice premier Alfano: abita qui alle Tre Madonne da quando era ministro della Giustizia e in più d’uno si domandavano come potesse accettare di diventare inquilino di Salvatore Ligresti, che già all’epoca della stipula del contratto era un ex pregiudicato condannato in Cassazione per corruzione. Sia come sia, l’avamposto pariolino dei Ligresti faceva coppia con l’ospitalità che la famiglia riservava ai suoi ospiti più illustri - ministri, parlamentari, prefetti - al Tanka Village di Villasimius, in Sardegna dove venivano offerte tonnellate di aragoste.

Generosità che emerge anche da un’intercettazione telefonica tra l’ex amministratore delegato di Fonsai Fausto Marchionni e Alberto Alderisio, uomo vicinissimo al clan Ligresti. Nella lussuosa residenza romana, invece, alloggi da favola per amici importanti che occupano appartamenti gestiti dai fedeli camerieri filippini. Alcuni escono a fare la spesa, ed evitano accuratamente di fornire informazioni. La consegna al silenzio vale oro. Tanto quanto il valore degli alloggi, in barba all’affitto pagato decisamente meno del valore reale.

Far west Milano, per Pisapia tutto ok

Giannino della Frattina - Dom, 03/11/2013 - 07:03


E dopo le pallottole, le polemiche. Nemmeno tre morti ammazzati lasciati sul selciato nel giro di poche ore in un quartiere di quella che vorrebbe essere una metropoli europea, sono bastati a mettere tutti d'accordo.
 

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Perché al sindaco Giuliano Pisapia non sembra essere andata proprio giù la richiesta del Carroccio di più sicurezza per i cittadini e l'annuncio di un presidio a Quarto Oggiaro. «La Lega - si è indispettito ieri - si muove solo quando ci sono morti da strumentalizzare. Il Comune è invece sempre presente a Quarto Oggiaro con le sue iniziative». Secca la replica del vicesegretario leghista Matteo Salvini per il quale «Pisapia è una vergogna che cammina: in due anni e mezzo per i milanesi solo molte tasse in più e molta sicurezza in meno. A Quarto Oggiaro ha regalato solo centinaia di rom e profughi. E quando non sa cosa fare, cioè sempre, il poverino riesce solo ad attaccare la Lega».

Un botta e risposta davvero muscolare che lascia ben poco spazio alle interpretazioni e soprattutto alle condivisioni. Perché sulla faida nella quale sono stati uccisi due membri della storica famiglia Tatone e un loro amico in due diverse esecuzioni, l'opinione del sindaco è che «sicuramente c'è l'attenzione che deve essere posta su episodi così gravi, ma questo non è motivo di allarme». Con Pisapia che dopo aver preso parte al Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza, ha voluto dire «con forza che Quarto Oggiaro è un quartiere importante, vivo e vivace. Dove vi sono tante iniziative sociali e culturali a cui partecipa il Comune e dove è protagonista». Per questo «è fondamentale la presenza sul territorio, ma quello che è altrettanto importante è dire con forza: nessun allarmismo, massima attenzione e soprattutto lavorare insieme per rivitalizzare e rendere più fruibili i quartieri di tutta la città».

Parole che non convincono l'ex vice sindaco Riccardo De Corato. «Per la situazione di Quarto Oggiaro - attacca l'esponente di Fratelli d'Italia - il Comune chiede di non fare allarmismo e poi propone soluzioni che andrebbero bene sì e no per sedare le liti in un bar di paese». Perché «il sindaco parla di riqualificazione del quartiere, ma qui non stiamo parlando di sistemare le buche o creare un nuovo parchetto: i presidi ci vogliono eccome, ma di forze dell'ordine! Vigili sempre in giro, carabinieri e polizia sul territorio». Mentre il segretario provinciale della Lega Igor Iezzi ha convocato per oggi un presidio alle 11 in via Pascarella, all'angolo con via Simoni. «Peccato - ha detto ieri dopo il no del sindaco a partecipare - Pisapia ha perso l'occasione di venire alla nostra iniziativa e conoscere un quartiere di cui non si è mai occupato, se non in campagna elettorale. Con il sindaco del nulla le periferie si stanno trasformando in ghetti, nel totale disinteresse dell'amministrazione comunale».

Oggi la Lega e domani, invece, a Quarto Oggiaro arriverà l'assessore Carmela Rozza. Ma anche in questa occasione sembra che Pisapia preferirà rimanere chiuso a Palazzo Marino.

La rivelazione dopo 30 anni: «In carcere volevano picchiare Sophia Loren»

Il Mattino

di Gigi Di Fiore


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Da sei anni ha lasciato la magistratura. Cinzia Simonelli, giudice di sorveglianza a Santa Maria Capua Vetere quando Sophia Loren venne arrestata, oggi si occupa di arte insieme con il marito. La sua associazione «Art 1307» è attiva tra Napoli e Los Angeles. I ricordi, su quei giorni del 1982, sono però ancora vivi.

Dottoressa Simonelli, che incarico aveva nel maggio del 1982?
«Lavoravo al tribunale per la sorveglianza ed ebbi quindi competenza sulla detenzione della signora Loren».

Perché era competente lei?
«Era pendente una condanna definitiva a 17 giorni per un reato di evasione fiscale. L’arrivo in Italia, per scontare la pena, era stato concordato. A Roma ci fu l’arresto formale, poi si ritenne che il luogo più tranquillo per quella detenuta speciale fosse il carcere di Caserta. Sbagliando».

Perché sbagliando? «In quel carcere erano detenute diverse terroriste. Un carcere incandescente. Solo quindici giorni prima, ero stata costretta ad affrontare una protesta. Alcune detenute erano salite sui tetti del carcere, per rivendicare le loro ragioni. In quel contesto, arrivava la signora Loren».

Come gestì la detenzione? «Chiesi alla direttrice del carcere di sistemare in isolamento la signora. Una decisione motivata da esigenze di sicurezza. In quel periodo, la Loren era al massimo della notorietà, simbolo di potere, fascino, ricchezza, successo. Una situazione di promiscuità con le detenute politiche poteva diventare occasione di episodi sgraditi, mettendo in pericolo l’incolumità dell’attrice».

Temeva pericoli concreti?
«Sì, chi avrebbe potuto risarcire una violenza, uno sfregio sul volto ad esempio, all’attrice premio Oscar di fama mondiale?».

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sabato 2 novembre 2013 - 10:21   Ultimo aggiornamento: 10:22

Lockheed Martin prepara un super drone: invisibile e 6 volte più veloce del suono

Quotidiano.net

Il principale fornitore del Pentagono progetta di fornire nel 2018 un nuovo drone che non solo sarà stealth (invisibile ai radar) ma viaggierà a Mach 6. Il primo prototipo costerà di 1 miliardo di dollari

Washington, 1 novembre 2013 


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Il colosso aerospaziale Usa ‘Lockheed Martin Corp’, il principale fornitore del Pentagono, sta sviluppando il progetto, da realizzare entro il 2018, di un nuovo drone che non solo sarà stealth (invisibile ai radar) ma viaggierà a ben sei volte la velocità del suono (Mach 6). Si tratta del doppio della velocità massima mai raggiunta dall’aereo ‘papà' del progetto, il celebre ed avveniristico ‘Blackbird SR-71’, realizzato sempre da Lockhedd nel 1966, e, come tutti all’epoca, ‘pilota-munito’.

Il ‘nome’ o meglio la sigla scelta è stata SR-72 ed il nome in codice dovrebbe essere ‘Blackswift’. Il primo prototipo al costo di 1 miliardo di dollari potrebbe essere pronto entro 5/6 anni. Spinto da due motori con tecnologia ‘ramjet’ sarebbe in grado di raggiungere qualsiasi parte del globo in un’ora. Lockheed punta a contenere i costi. Gli Usa hanno da tempo smesso di usare i troppo costosi da gestire Blackbird Sr-71 ma usano ancora ai più antiquati U-2, entrati in servizo a metà degli anni ‘50.

Una Costituzione più bella che intelligente

Marcello Veneziani - Ven, 01/11/2013 - 15:28

Le scuole italiane hanno adottato, su circolare ministeriale, il dettame del più famoso costituzionalista italiano, Roberto Benigni, e stanno dedicando assemblee plenarie alla "Costituzione più bella del mondo"

Le scuole italiane hanno adottato, su circolare ministeriale, il dettame del più famoso costituzionalista italiano, Roberto Benigni, e stanno dedicando assemblee plenarie alla «Costituzione più bella del mondo».

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Vorrei perciò porre alcune domande all'insigne studioso fiorentino. Quante Costituzioni ha letto per fare un'affermazione del genere? Ha mai visto nuda la Costituzione svedese? E di quella brasiliana ne conosce le fattezze? Avendo letto svariate Costituzioni, perché altrimenti non si spiegherebbe la sua comparazione, le chiedo: ma non ha di meglio da leggere che le carte costituzionali? Da bambino leggeva i regolamenti condominiali? Si eccita così, trova erotiche pure le norme transitorie? Poi in tema di patriottismo costituzionale, un tempo si moriva per la patria, oggi pensa che i patrioti possano morire per l'articolo 8 comma 2 della Carta?

Si può incartare l'amor patrio? Vorrei poi chiederle: perché adottare un criterio estetico, la bellezza, per giudicare la Costituzione? Per il concorso di miss Italia adotterebbe un criterio giuridico, scegliendo la ragazza più a norma di legge? Sarà che è troppo bella e intoccabile se la Costituzione è rimasta vergine in tanti articoli, cioè non sposata con la realtà, e perciò tradita? È troppo bella per essere vera? E poi, come mai la più bella Costituzione del mondo ha partorito la prole più racchia del mondo in politica, fisco e giustizia? E se fosse un po' meno bella e un po' più intelligente, cioè in grado di capire la vita vera, il mondo e gli italiani?

Vittima di una gang-bang e paralizzata: sei uomini «condannati» a tosare un prato

Corriere della sera

A Nairobi in centinaia in piazza per la giovane Liz: nessuno è stato incriminato per lo stupro e l’aggressione
Alessandra Muglia


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La manifestazione di Nairobi (Epa/Irungu)Centinaia di donne sono scese in strada a Nairobi, in Kenya, con tamburi, fischietti e sventolando biancheria intima: hanno chiesto giustizia per Liz, la ragazza sedicenne stuprata da sei uomini e finita in sedia a rotelle per le botte subite. Un corteo pieno di rabbia: i sei aguzzini sono stati «condannati» a …tagliare l’erba del prato del commissariato di polizia dove erano stati denunciati. Una ramazzata e via, liberi, tutti a casa, come se niente fosse successo. Nonostante la giovane abbia riconosciuto tre dei suoi aggressori, nessuno è stato incriminato.

LA PETIZIONE - Lo sdegno ha superato le frontiere nazionali: la mobilitazione è corsa su twitter, con l’hashtag #Justice4Liz; in tre settimane oltre un milione e 300mila persone da tutto il mondo hanno firmato la petizione lanciata online dagli attivisti del gruppo Avaaz, che chiede che gli assalitori siano processati e che sia avviata un’indagine sui poliziotti che li hanno liberati. «Lo stupro non è un’infrazione, ma un crimine serio», recita il testo dell’appello «Il caso di Liz è un punto di svolta per far finire la guerra sulle ragazze. In Kenya almeno una donna su tre è vittima di violenze sessuali», stima Nebila Abdulmelik, l’attivista di Femnet che ha organizzato la protesta di ieri e per prima ha portato il caso all’attenzione pubblica.


SPINA DORSALE SPEZZATA - La ragazza è stata sequestrata a giugno, mentre tornava dal funerale del nonno. È stata violentata e picchiata da un gruppo di uomini, che l’ha poi gettata in una latrina profonda oltre 6 metri. Qui è stata trovata in stato di incoscienza, con una frattura alla spina dorsale che l’ha costretta sulla sedia a rotelle. Liz (uno pseudonimo, per proteggere la ragazza dallo stigma sociale che colpisce in Kenya le vittime di abuso) voleva diventare un’imprenditrice: da allora sta male, non parla più. Altre donne (e qualche uomo) lo stanno facendo per lei. Come è successo in India, dopo la morte di una studentessa stuprata su un autobus da un gruppo di balordi nel dicembre scorso. Il crimine ha suscitato proteste per settimane e clamore in tutto il mondo.

02 novembre 2013 (modifica il 02 novembre 2013)

Chiude il museo del ciclismo al Ghisallo

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Da domenica porte chiuse nella struttura inaugurata da papa Ratzinger nel 2006: l’intervento della Regione e del Coni

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Salire da Canzo, la parte più facile. O da Bellagio, l’erta più dura, quella in genere affrontata dai «pro» al Giro di Lombardia, con pendenze che sulle gambe si fanno sentire. E poi fermarsi su in cima, per guardare la storia del ciclismo esposta nelle bacheche: bici, maglie, borracce, attrezzi, foto. Lo fanno in tanti, appassionati italianie cicloturisti stranieri che vengono apposta per una pedalata da queste parti. Ma da domenica 3 novembre non sarà più possibile: il Museo alla Madonna del Ghisallo, a Magreglio, nel Comasco, chiude. Facile immaginare il motivo: poche entrate, molte spese. E personale - per adesso due dipendenti - a casa.

RIAPERTURA INCERTA - Non è chiaro se e quando la struttura riaprirà: forse a marzo, forse.
Riaprirà se ci saranno soldi e finanziamenti che per il momento all’orizzonte non si vedono: anche se politica, ex campioni, sponsor, squadre e Coni stanno cominciando ad adoperarsi - dopo l’allarme lanciato dalla Gazzetta dello Sport giorni fa - per scongiurare una sparizione che farebbe male non solo al ciclismo ma più in generale alla memoria di un pezzo importante di storia nazionale.

PASSIONE, SUDORE E STORIA PATRIA - Perchè lassù al Ghisallo, in una costruzione bella e moderna a una manciata di metri dal passo che ha fatto la leggenda del ciclismo, sono esposte tante cose che raccontano di come eravamo, di sofferenze, sudore, fatica, passioni. Ed eroismi, non solo sulle strade del Giro. Per dire: ci sono pure le bici dei reparti ciclisti dei bersaglieri diretti al fronte della Grande Guerra, nemmeno troppo lontano dallo scenario mozzafiato delle Prealpi che costeggiano il lago di Como.

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LE MAGLIE DI COPPI E BARTALI - E poi certo: ci sono le biciclette. Dalle «Graziella» degli anni Settanta a quelle dei record dell’ora, quelle da passeggio e quelle dei campionati del mondo. Poi le maglie color rosa indossate da Bartali, Coppi, Moser, Pantani. E anche altre maglie: tante donate da corridori stranieri, Merckx, Fignon, Hinault. Quella rossoramata della Wilier - indossata da Fiorenzo Magni al Giro delle Fiandre dopo la guerra. La prima volta, era il 1947, raggiunse il Belgio in treno, da solo, in una carrozza con i sedili in legno, nessuno lo conosceva. Poi vinse per tre volte di fila, applaudito dagli emigranti italiani pazzi di gioia per l’impresa di quel connazionale.

VOLUTO DA MAGNI - Proprio Magni ha sognato e voluto quel museo, - inaugurato nel 2006 da papa Ratzinger - chiamando a raccolta amici e ad aziende private . Inizialmente fu un successo. Ma i tempi adesso son difficili: le amministrazioni pubbliche tagliano i fondi. E

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IDEE PER IL RECUPERO - Le idee per il recupero sono tante. Donazioni provenienti dalle GranFondo, valorizzazione delle bellezze del luogo, attività di marketing legate ai grandi eventi del ciclismo. La politica si sta muovendo. Antonio Rossi e Cristina Cappellini, assessori di Regione Lombardia, con deleghe rispettivamente allo Sport e alle Culture, vogliono che la Regione «assuma il ruolo di regia e coinvolga associazioni, enti locali, Coni e sponsor privati ». I due assessori hanno inoltre annunciato una loro visita al Ghisallo «nei prossimi giorni per toccare con mano la situazione del Museo, fare una prima analisi delle necessità e delle possibili soluzioni». Chissà se basterà.

02 novembre 2013

La banca che divora i suoi capi

Corriere della sera

Perché il caos alla Popolare di Milano va fermato

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C’è una banca nel cuore del Nord produttivo che divora il capo ogni tre anni: è la Banca Popolare di Milano (Bpm). Il suo problema sta negli assetti di governo, dato che nelle assemblee delle popolari si vota per testa; il funzionamento del sistema è delicato, soggetto a facili abusi, perché dà ad ogni socio - che abbia investito 100 euro o 50 milioni - un solo voto. Esso richiederebbe equilibrio, buon senso e una visione di lungo termine degli interessi, nonché ferrea disciplina sui costi e sui sistemi di governo.

Dove il rispetto delle regole non abbonda, e la forma di organizzazione spontanea è la consorteria, il rischio è la formazione di sempre nocivi blocchi di potere dominanti; quando si formano, essi prendono la forma di due scogli in grado di affondare la banca: Scilla è il dominio dei dipendenti organizzati, propensi a vedere la banca più come una cooperativa di lavoro (se non di consumo) che di credito, ma molto pericolosa è anche Cariddi. Se nella prima la testuggine dei dipendenti pensa più che altro alle promozioni del personale, nella seconda i maggiorenti locali vogliono gestire il credito in funzione degli interessi propri. I sistemi non sono in sé né buoni né cattivi, dipende dalle persone che li gestiscono. Il voto capitario non comporta di per sé la formazione di blocchi difficilmente superabili, ma ciò avviene, di solito per imbalsamare assetti di governo superati; la bizzarra eccezione è Bpm, dove esso disarciona chi ha appena messo in sella.

Il campione indiscusso del rodeo è, storicamente, l’Associazione degli Amici della Bpm; nonostante questa sia stata sciolta e sanzionata dai regolatori, i dipendenti in Bpm fanno ancora il bello e soprattutto il cattivo tempo. Al lungo menù di presidenti cannibalizzati dalla tribù degli Amici della Bpm, s’è ora aggiunto un boccone prelibato, il consigliere delegato Piero Luigi Montani. Questi s’è dimesso per passare a Banca Carige, motivando la cosa con la «giusta causa»; egli la riscontra nei conflitti fra gli organi di governo di Bpm, il Consiglio di Sorveglianza (CdS) e quello di Gestione (CdG), nonché con i contrasti al suo lavoro da parte dei rappresentanti dei dipendenti in CdS.

È necessario un flashback : esasperata dalla gestione di Bpm da parte del non memorabile presidente Massimo Ponzellini, la Banca d’Italia impose un forte aumento di capitale e individuò nel sistema duale, con la divisione dei poteri che dovrebbe distinguerlo, fra chi sorveglia (CdS) e chi gestisce (CdG), l’antidoto al veleno che corrode Bpm. Il duale funziona se attuato in coerenza con i suoi presupposti, il che da noi non è avvenuto; i difetti della sua versione nostrana (che esclude dal CdG il team di gestione, e non limita i compiti del CdS alla sorveglianza), uniti all’assuefazione della banca al veleno, perpetuano il male. Montani pare aver risanato la gestione, ma sono finora falliti i tentativi del nuovo azionista «forte» entrato con l’aumento di capitale (il fondo di private equity Investindustrial guidato da Andrea Bonomi) di mutare il governo della banca.

Non è infatti passata la proposta di questo per trasformare Bpm in SpA sfuggendo all’incantesimo del voto capitario, e arranca quella di una forma ibrida fra popolare e SpA. Montani ne prende atto e lascia, ma il problema di governo della Bpm resta. Lo testimonia il comunicato emesso da Bpm su richiesta della Consob; più che spiegare l’accaduto, esso sparge nebbia al bromuro, quasi ripetendo in sedicesimo il comunicato del 25 luglio, quello per cui «la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco». Bpm è un microcosmo dei nostri mali: il prevalere delle consorterie, l’incapacità (delle popolari, nella fattispecie) di produrre anticorpi espellendo chi nuoce al sistema, il provincialismo passatista insensibile al mutare del tempo, che rende superate forme organizzative magari ragionevoli in un mondo radicalmente diverso.

È assurdo che una banca come Bpm, radicata nella zona più ricca del Paese, sia in questo stato. La soluzione dei suoi mali potrebbe stare in una fusione con altra banca, a lei complementare, ma la barricata dei dipendenti boccerà qualsiasi operazione atta a demolirla. Per questo è da presumere che la Banca d’Italia, molto preoccupata, non starà a guardare. Essa potrebbe anche assumere provvedimenti radicali, per fermare una deriva pericolosa: l’incancrenirsi della vicenda Bpm è un grave segnale d’allarme, evidenzia una mutazione genetica in grado di mettere a rischio, dandone una rappresentazione assai negativa, tutto il sistema cooperativo del credito che pure ha dato molto all’Italia nel Novecento. Incidere sulla carne di un malato può salvare il corpo. Bpm è emblematica del bisogno di radicale rinnovamento di un Paese che pare stanco e seduto, ma ha in sé tutto quanto serve a ritrovare l’antico slancio. Deve solo alzarsi e liberarsi delle incrostazioni di un passato che, da solo, non passerà mai.

02 novembre 2013

La teleselezione del reato

Vittorio Feltri - Sab, 02/11/2013 - 14:25

In Italia i famosi "due pesi e due misure" sono una pratica consolidata. Talmente consolidata da non scandalizzare più nessuno

Senza malanimo né spirito polemico, vorremmo valutare la vicenda in cui è stata coinvolta Anna Maria Cancellieri, ministro della Giustizia che ha caldeggiato l'uscita dalla prigione - con una telefonata alla Procura di Torino - di Giulia Maria Ligresti, arrestata nel quadro di un'inchiesta riguardante le aziende di famiglia.


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La quale Giulia Maria, in effetti, dopo l'intervento della Guardasigilli è stata scarcerata. Una coincidenza? Non disponiamo di elementi per rispondere. Un sospetto comunque è lecito.

A nostro parere, non è scorretto che il ministro della Giustizia si interessi delle condizioni di salute di una detenuta, sollecitando eventualmente le autorità a considerare se sia il caso di concederle la libertà. Dov'è allora il problema? Sta nel fatto che il figlio della signora Cancellieri è stato un dirigente delle imprese di Ligresti, da cui egli avrebbe di recente ricevuto una cospicua liquidazione. Si parla di milioni di euro. Di qui il dubbio che la telefonata del ministro non sia stata gratuita, ma determinata dal desiderio di aiutare gente amica. Ma è appunto soltanto un dubbio. Che, quand'anche fosse fondato, non configurerebbe un reato tale da costringere l'ex prefetto a dimettersi dal ruolo di responsabile del dicastero.

Ciò detto e sottolineato, e ribadendo la nostra stima per Anna Maria Cancellieri (alla quale bisogna riconoscere una certa sensibilità nei confronti dei detenuti, visto che si occupa di amnistia e indulto), occorre anche dire che, in altre occasioni e per incidenti analoghi, i magistrati si sono mobilitati con una severità che nella presente circostanza non si è riscontrata. Il riferimento a Silvio Berlusconi è inevitabile. Costui - come ha segnalato ieri mattina Alessandro Sallusti nel suo editoriale - è stato condannato a sette anni di reclusione per concussione, avendo fatto una telefonata alla Questura allo scopo di informare la polizia che di Ruby si sarebbe fatta carico Nicole Minetti, consigliere regionale (Lombardia).

Per i giudici il Cavaliere avrebbe intimidito i poliziotti al punto da costringerli ad agire secondo le proprie indicazioni e in contrasto con la prassi. E poiché gli stessi poliziotti hanno negato di esser stati concussi sono finiti nelle grane. Non sembra azzardato riscontrare fra i due episodi narrati una certa analogia. Due telefonate, due persone «raccomandate», due esiti giudiziari ben diversi. Giusto che la Cancellieri non sia perseguita per una sciocchezza del genere; ingiusto, invece, che all'ex premier sia stato riservato un trattamento da delinquente. Tra sette anni di galera e nulla, c'è una tale disparità di giudizio da suscitare non solo stupore, ma anche preoccupazione circa il presupposto, dato per buono, che «la legge è uguale per tutti». Uguale un corno.

Infatti non si può sostenere che con il ministro si sia esagerato in indulgenza, ma è obbligatorio concludere che, viceversa, con il Cavaliere si è esagerato in crudeltà. Tuttavia, assodato che Berlusconi è un simbolo che divide, accantoniamolo un attimo e proviamo a imbastire un ragionamento che lo escluda. Mettiamo che al posto del ministro Cancellieri fosse implicato in questa storia Angelino Alfano, il quale tra l'altro è stato un predecessore della signora. Siamo sicuri che lui la passerebbe liscia quanto lei? Figuriamoci. L'avrebbero già crocifisso. Interrogazioni parlamentari. Richieste di dimissioni. Raccolta di firme per sfiduciarlo. I media l'avrebbero trafitto con articoli acuminati. Qualsiasi programma televisivo sarebbe adesso impegnato a sputtanarlo.

D'altronde, chi ha una discreta memoria non avrà dimenticato quanto successo alcuni anni orsono a Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali. Ci fu un crollo a Pompei, venne giù qualche mattone di un edificio mezzo diroccato, e immediatamente egli fu accusato di aver attentato al patrimonio storico italiano. L'opposizione si lanciò in una battaglia per cacciare l'improvvido ministro ritenuto un demolitore volontario di reperti archeologici di primaria importanza. Tutto questo non significa che abbiamo l'intenzione di lapidare la signora Cancellieri. Al contrario la difendiamo con forza.

Semplicemente siamo di fronte a una conferma: in Italia i famosi «due pesi e due misure» sono una pratica consolidata. Talmente consolidata da non scandalizzare più nessuno. Si accetta con rassegnazione, come la pioggia in autunno, che la destra sia sempre da condannare e la sinistra sempre da assolvere.