sabato 2 novembre 2013

Fiamme in Val di Susa, brucia il presidio No Tav

Corriere della sera

Il movimento: «Attentato per mano dolosa e mafiosa» Solidarietà da Esposito (Pd), favorevole all’alta velocità

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È andato a fuoco, nella notte, in Val Susa, il presidio No Tav a Vaie (Torino). La baracca, realizzata nel 2005 in legno e tubi di metallo, è stata distrutta dalle fiamme. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco che non hanno trovato alcun innesco, e i carabinieri, che indagano sull’accaduto. Intervenuti anche numerosi No Tav. Che definisce l’incendio «un attentato incendiario per mano dolosa e mafiosa». «Alcuni ragazzi No Tav di Pesaro - aggiunge un comunicato pubblicato sul sito ufficiale notav.info - in questi giorni avrebbero dovuto dormire proprio in questo presidio ma per un impegno improvviso avevano rinunciato al loro viaggio in valle di Susa».

ESPOSITO: «SOLIDARIETÀ» - «La mia solidarietà agli attivisti No Tav di Vaie per l'incendio del loro presidio. Chi ha compiuto questo gesto è un delinquente» afferma Stefano Esposito, parlamentare del Pd, sui social network. Esposito è conosciuto per le sue posizioni Sì Tav e ha spesso innescato polemiche con il movimento che si oppone alla ferrovia Torino-Lione.

02 novembre 2013






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Lettore_4546102 Novembre 2013 | 11.53
«Attentato per mano dolosa e mafiosa» si lamentano perchè vogliono l esclusiva?



Didi712 Novembre 2013 | 12.37
Finchè sono i no tav a bruciare le imprese coinvolte va tutto bene. Ma quando sono loro a sentire puzza di fumo allora non va più bene. Da fastidio eh?


Lettore_27448362 Novembre 2013 | 12.37
Questi credono che siano solo i mafiosi ne abbiano le scatole piene dei no tav? Credo che il 99% degli italiani non si faranno problemi, dopo aver visto i gesti criminali degli attivisti della baracca



Lettore_55437492 Novembre 2013 | 12.35
Personalmente non vedo cosa ci sia da condannare: chi semina vento... Ed Esposito ha perso un'occasione per fare silenzio.



Simonino14752 Novembre 2013 | 12.35
Esposito questa volta ha sbagliato: solidarietà un corno! questi hanno bruciato cantieri, distrutto macchinari, ferito poliziotti, minacciato gli operai... Non creda che dando loro la solidarietà si possa sperare in un confronto civile e corretto da parte dei no tav (e degli altri comitati del no a qualsiasi cosa). Sono dei violenti e dei fanatici. La Tav è stata decisa e approvata da governi e amministrazioni regionali e locali di ogni colore, non è più il momento di discutere ma di fare.



lettoreA2 Novembre 2013 | 12.24
quando sono loro a dare fuoco ai mezzi di imprese che lavorano, allora no, quella è resistenza pacifica, come Gandhi...
Risposta a: Lettore_454610 Vedi la discussione



Thealien2 Novembre 2013 | 12.16
Non è che se lo sono appiccato da soli? giusto per ravvivare un po' l'attenzione? Certo che è proprio il colmo , incendiari subiscono un attentato incendiario e si lamentano ! Dovrebbero essere contenti, hanno seguito!



supremalex2 Novembre 2013 | 12.10
La baracca è durata anche troppo, fra "fumo" ed alcol a basso costo è strano che non sia andata a fuoco prima, altro che mafia.



oliana2 Novembre 2013 | 12.08
Vogliamo l'energia elettrica ma: non costruiamo le centrali di nessun tipo, preferiamo importarla e indebitarci all'impossibile, invidiamo i treni e le autostrade dei paesi vicini ma preferiamo che le ferrovie dei paesi vicini ci invadano, e non costruiamo e ammoderniamo le nostre cosí per i telefoni, gas, petrolio, e ...... siamo dei bambini viziati, e lasciamo che i corrotti (i bulli) sottomettano tutti in tutti i campi le persone corrette.



sanfrancisco2 Novembre 2013 | 12.07
se si fa la guerra allo stato poi non ci si lagna se una capanna brucia


Lettore_34992022 Novembre 2013 | 11.54
Episodio da condannare senza se ma con un ma; chi gli ha autorizzati a costruire quella baracca?


Lettore_4546102 Novembre 2013 | 11.53
«Attentato per mano dolosa e mafiosa» si lamentano perchè vogliono l esclusiva?

Boldrini, giallo risolto: la siepe gliela paghiamo noi

Libero

Libero si chiedeva chi avrebbe pagato al vivaio “Natura Garden” gli oltre 4mila euro dell'installazione: fattura a carico del Dipartimento sicurezza


Le spese della Badessa

 
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Su Libero di giovedì ci si chiedeva chi avrebbe mai pagato al vivaio “Natura Garden” di Castelplanio (Ancona) gli oltre 4mila euro dell’installazione - nell’agosto scorso - di una siepe sintetica a protezione visiva del giardino della villa del fratello di Laura Boldrini a Mergo. E ieri è arrivata la risposta. Il portavoce della presidente della Camera, Roberto Natale, infatti, ha smentito categoricamente che sia stata la Boldrini a commissionare il lavoro. «Tutte le misure di sicurezza», ci ha scritto, «adottate dopo l’elezione di Laura Boldrini alla Presidenza della Camera - la siepe, così come l’auto blindata - sono state decise dalle autorità di Polizia, come è facile verificare con loro. Se la scelta fosse stata lasciata alla Presidente Boldrini, sarebbe stata ben diversa. Ma su queste materie non è lei a decidere».

E subito dopo è arrivato in redazione anche un comunicato del Dipartimento della Pubblica Sicurezza per precisare che «tutte le opere relative alla sicurezza e alla tutela di soggetti che, per incarichi istituzionali sono, per legge, oggetto di protezione, sono disposte in modo autonomo dagli Uffici competenti del Dipartimento della Pubblica Sicurezza». Così, «se si ritiene necessario disporre opere che garantiscano maggiori margini di protezione, tali opere vengono effettuate secondo criteri di necessità ed efficienza», senza che sia richiesto il parere del soggetto interessato.

Perciò, «l’intervento relativo alla collocazione di una barriera a siepe con funzione di “oscuramento” e di interdizione all’accesso nell’abitazione privata della Presidente Boldrini, ritenuta dai responsabili della sicurezza un obiettivo “particolarmente sensibile”, è stato disposto dagli Uffici competenti del Dipartimento della Pubblica Sicurezza a cui spetta il pagamento del dovuto». Morale della favola: la Boldrini non ha sollecitato nessuna misura del genere per proteggere la sua privacy quando è in visita alla villa marchigiana del fratello, epperò i 4.360 euro per la siepe sintetica alla “Natura Garden”, prima o poi (lo Stato, si sa, non brilla mai per solerzia quando deve mettere mano al portafogli), li pagheremo noi contribuenti. Tanto per cambiare, cornuti e mazziati.

Due pesi e due giustizie Graziata la ministra

Alessandro Sallusti - Ven, 01/11/2013 - 15:22

La ministra della Giustizia Cancellieri accusata di aver telefonato ai magistrati per far scarcerare Giulia Ligresti. Nessuno indaga, giusto così. Però Silvio Berlusconi beccò sette anni per aver chiamato in questura...


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La notizia è la seguente. Si scopre che un autorevole membro di governo (la ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri) ha telefonato a funzionari di Stato (ispettori del ministero) per perorare la scarcerazione di una donna (Giulia Ligresti) che si trova in stato di detenzione a Torino; donna che la ministra conosce personalmente molto bene, essendo lei amica di famiglia dei Ligresti, che tra l'altro sono datori di lavoro di suo figlio (di recente liquidato con buona uscita di oltre due milioni). Pochi giorni dopo l'intervento ministeriale, la signora Ligresti viene scarcerata e ieri, a cose note, la Procura di Torino si è affrettata a fare sapere che tutto è avvenuto nel rispetto delle leggi con tanto di diffida a sostenere un nesso tra i due fatti (pressioni-scarcerazione). 

La pratica viene definita dagli interessati come un legittimo e innocuo «intervento umanitario», vista la particolare situazione fisica e psicologica della detenuta. Bene, siamo d'accordo, mai interferenza - legittima o no a norma di legge o di opportunità non importa - fu più benedetta e ricordo che a suo tempo, era agosto, facemmo anche noi una campagna per mettere fine alla barbara detenzione preventiva di Giulia Ligresti. Ma ci chiediamo, alla luce di tutto questo: perché se un autorevole esponente di governo (Silvio Berlusconi) telefona a funzionari di Stato (dirigenti della Questura di Milano) per perorare l'affidamento a norma di legge di una donna (Ruby) che lui conosceva e che si trovava in stato di fermo, si becca sette anni di carcere? E perché, in questo caso, i funzionari pubblici che hanno sostenuto che tutto è avvenuto a norma di legge sono finiti sotto inchiesta per falsa testimonianza? La parola di un poliziotto di Milano vale meno di quella di un pm di Torino?

Azzardiamo delle risposte. La Cancellieri ha commesso un reato, ma, a differenza di Berlusconi, la passa liscia perché ha sempre difeso l'operato dei magistrati. Oppure. Ha commesso reato, ma ha lo scudo di essere stata ministra prima di Monti (agli Interni) e poi di Letta, due governi ferocemente antiberlusconiani che si sono rifiutati di affrontare la riforma della giustizia. O ancora. Come Berlusconi, non ha commesso alcun reato, solo che lei non è Berlusconi e quindi giustamente la sfanga. Qualsiasi sia la risposta giusta, fate voi, siamo di fronte alla prova inconfutabile che in Italia la giustizia è marcia fino al midollo, esercitata spesso da criminali che per di più ci prendono per i fondelli. Vero, caro ministro dell'Ingiustizia?

Anche la tomba è un lusso L’Italia sceglie la cremazione

La Stampa

flavia amabile
roma

Meno costosa della tumulazione, vive un boom soprattutto nelle grandi città



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C’è la crisi e anche seppellire i propri cari diventa un lusso. Negli ultimi due anni - afferma il Codacons - si è registrata nel nostro Paese una crescita molto forte della cremazione (+25%), sempre più spesso preferita alla classica tumulazione grazie alla legge approvata pochi anni fa.

Questo perché la cremazione costa molto di meno rispetto all’inumazione a terra e alla tumulazione in loculo o tomba di famiglia. I risparmi sono nell’ordine delle migliaia di euro. A Milano la tariffa per il servizio è attualmente di 266 euro. A Torino di 478 euro, a Genova di 366, a Roma di 318 e a Firenze di 283 euro. Per fare un confronto, a Roma l’inumazione costa 552 euro. Il costo medio di un loculo in concessione trentennale è di duemila euro mentre la concessione per un’area dove costruire una tomba di famiglia varia tra i seimila e i 25 mila euro

La tendenza è diffusa quasi in tutt’Italia anche se siamo ancora molto lontani da quanto accade in altri Paesi. Se in Italia le percentuali delle cremazioni sono il 14,3% rispetto alle sepolture, in Giappone sono quasi la totalità per ragioni culturali ma anche in Paesi di aree diverse come Regno Unito, Repubblica Ceca o Slovenia, il tasso è molto alto: quasi 8 defunti su 10 vengono cremati. In Europa la media è del 40%.

In Italia a far registrare dati negativi nel 2012 sono solo la Sicilia e la Valle d’Aosta dove si è avuto un calo rispetto al 2011 del 61,8% e del 13,5%. Fra le altre regioni le più convinte sono Sardegna, Emilia Romagna e Umbria dove la crescita è del 63,9%, del 32,8% e del 31,7%. In Emilia Romagna spicca il dato di Bologna dove le cifre nel corso di un anno sono cresciute di quattro volte, l’aumento è del 318,5% passando da 596 a 2494 cremazioni. Oppure quello di Cesena dove invece sono triplicate con un aumento del 187,3% passando da 481 a 901 cremazioni. 

In Toscana c’è il caso di Arezzo dove nel 2010 non esisteva la possibilità di cremazione. Si è partiti nel 2011 e nel 2012 le cifre sono raddoppiate (+133,2%) Ma la tendenza è confermata anche in Piemonte (23,6%), nelle Marche, (25,9%) e in Puglia (26,4%). 

A scegliere la cremazione sono soprattutto quelli che abitano nelle grandi città, dove i cimiteri hanno sempre meno disponibilità e dove ci sono le strutture: a Milano 60 defunti su 100 vengono cremati e a Roma uno su tre. A Lambrate (Milano) si è deciso di potenziare il servizio di cremazione. Le richieste nei primi sette mesi del 2013 sono state 7.102, ma basta pensare che in tutto il 2009 furono 7.611, per balzare nel 2012a 11.764.

Nel resto del Paese, invece, la cremazione è meno diffusa: la media nazionale arriva appena al 14,3 percento.



A Verona il cimitero dei circensi. L’unico posto dove piangono i clown
La Stampa

giuseppe bottero
verona


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La vera acrobazia è riuscire a infilarsi nel corridoio stretto che dalla chiesetta porta giù nella cripta. Bussolengo, 20 minuti di macchina da Verona. Il cimitero dei circensi sta qui, anonimo, dietro la grande scritta «Pax». Nessun pellegrinaggio, nessuna processione. Solo una spianata di lapidi tre metri sotto terra, e dietro ogni lapide una storia. Quella dei fratelli Caroli, leggende della pista: nella foto incassata sul marmo ci sono tre cavalli neri che corrono in circolo, lanciati al galoppo. Negli Anni Quaranta si facevano chiamare i «Los Francescos», giravano l’Europa.

Erano i più bravi, i più spericolati. Enrico ha lo stesso sorriso beffardo che spunta negli scatti dell’epoca, quando sfidava la forza di gravità in frac. La tomba di Francesco ha una curiosa forma a ferro di cavallo. Leonida Casartelli, invece, s’è fatto seppellire con il soprannome di una vita: «Grande capo». Con lui nella fotografia c’è una tigre. Faceva i numeri con lei, vestito da Tarzan. 
Il cimitero è uno strano mix di cimeli, nasi rossi e attrezzi smessi. Lo scrittore Massimiliano Maestrello ci ha addirittura dedicato un libro, «Aldilà del tendone», edito da Zandegù, che in Rete è un piccolo culto.

S’è fatto accompagnare dalla donna che vende i fiori, l’unica che - nei giorni di visita - ha il privilegio di vedere piangere i pagliacci. Ogni tanto, racconta, la chiama un signore dall’accento francese. «Mi ordina dei fiori e io scendo a portarli e sistemarli nei vasi». Il finanziatore misterioso potrebbe essere David Larible, il clown numero uno al mondo. Molti dei suoi parenti sono sepolti qui. Suo padre Eugenio abita a Bussolengo, e fa da consulente al Circo Medrano. 

«Un trapezista quando muore è contento perché sa che in cielo potrà volare senza bisogno di fili» ripete spesso, adesso che l’età avanza. Negli anni d’oro era il protagonista della fiera di San Valentino, che il 14 febbraio riempiva le piazze. A Bussolengo riposa anche Cesare Togni, il re degli spettacoli all’italiana, l’uomo che ha inventato la tripla piroetta dal trapezio. «Il cimitero dei circensi è un caso unico in Europa - spiega Maestrello -. Perché è stato creato qui? A Verona c’è la sede dell’Accademia del circo, una risposta potrebbe essere quella. Gli artisti sepolti sono almeno un centinaio. Ma nessuno ne parla volentieri». Al di là del tendone, dice, c’è un segreto da custodire. Perché un clown non piange. E se piange non lo deve scoprire nessuno. 

Bari, il sindaco Emiliano: "Vietato divertirsi e incrociare gli sguardi in piazza"

Libero

Il sindaco Pd: "I bimbi? Nei loro spazi. Non si può stazionare in gruppo con atteggiamenti minacciosi". Ma come si fa a giudicare?


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Vietato lanciarsi sguardi di sfida. Ma anche giocare, andare sui pattini, mangiare, alzare la voce, sdraiarsi. Sembra Teheran, ma è Bari. Il primo cittadino del capoluogo pugliese, il democratico Michele Emiliano, ha sfornato un'ordinanza comunale che impone un bel pacchetto di divieti da rispettare in quattro piazze del centro cittadino. Altrimenti si rischiano sanzioni da 25 a 500 euro e denuncia penale.

"Che guardi a fare?" - Il provvedimento più controverso riguarda gli atteggiamenti minacciosi. Il testo dell'ordinanza recita: si fa divieto di stazionare "in gruppo superiore a cinque persone, con atteggiamento di sfida, presidio o di vedetta". In altre parole, Emiliano prova a mettere ordine in tutti quegli scambi non verbali di aggressività che a volte si scambiano gli estranei. Il sindaco di Bari si prende cioè la briga di affrontare uno dei codici ancestrali dell'umanità, quella provocazione veicolata dallo sguardo che non solo è tipica dei paesi mediterranei, ma che ha portato uno di formazione scandinava come Zlatan Ibrahimovic a rivolgesi a una cronista sportiva inopportuna chiedendo: "Cazzo guardi?".

Le contraddizioni - L'intento di tutela dell'ordine pubblico è comprensibile. Meno l'applicabilità del divieto: chi dovrebbe valutare la proditorietà degli sguardi che si scambiano i baresi? E' perché il minimo di cinque persone? Se sono in due contro due a stuzzicarsi, vuol dire che va bene? Emiliano, poi, che è un uomo di legge, impone una sorta di aggravante per i pregiudicati: se sei stato ospite delle patrie galere (scontando il tuo debito con la società), il tuo eventuale sguardo incattivito sarà valutato in maniera più grave.

Basta divertirsi - Si trattasse solo di sventare possibili risse. Il primo cittadino introduce una serie di proibizioni che faranno passare ai baresi la voglia di trascorrere un po' di tempo all'aperto. Sono infatti vietati "gli esercizi e i giochi - si legge nell'ordinanza - come pattini e tavole a rotelle, bocce, palloni etc." al di fuori degli spazi predisposti. Quindi i bambini e i ragazzini di Bari sono equiparati ai cani: sono liberi di divertirsi solo negli ritagli di giardinetti a loro dedicati. A questo divieto si somma quello di "schiamazzare e gridare". Insomma, ovunque si trovino, è bene che i baresi non si abbandonino a una risata magari un po' troppo lunga o alta, perché se passa un vigile urbano si ritrovano con multati.

Ordine e disciplina - Emiliano racconta di aver raccolto le proteste di alcuni comitati di cittadini e di essersi mosso "per riportare l'ordine a Bari". Ma forse ha esagerato, perché ora risulta proibito "consumare cibi e bevande in maniera scomposta o contraria al decoro", o anche "sdraiarsi e dormire". Il sindaco pretende che nelle piazze di Bari, in pratica, si stia in maniera più composta che eni salotti di Buckingham Palace.

Germania, il pedaggio sulle autostrade solo per gli stranieri

Libero

Pedaggio sì, ma soltanto per gli stranieri. Con buona pace della (teorica) Unione europea. E Bruxelles che fa? Si piega ai diktat di Angela


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Uno schiaffo agli europei e, dunque, agli italiani. Le autostrade tedesche, quelle dove il limite di velocità spesso non esiste, non saranno più gratuite. Ma le pagheranno soltanto gli stranieri, non i tedeschi. Gli europei dell'Unione europea, con buona pace del Vecchio Continente e della sua teorica unione. Con buona pace dell'abolizione delle frontiere e del trattato di Schengen. Le autostrade le pagheranno tutti i non-tedeschi, un escamotage con cui Angela Merkel vuole puntellare i teutonici conti pubblici (e trovare una maggioranza coesa).

L'Europa si piega - La Grosse Koalitionen emersa dalle recenti elezioni vuole far cassa sulle Autobahnen, tradizionalmente gratuite. Così le migliaia di italiani che, tra le altre cose, ogni anni migrano all'Oktoberfest di Monaco rischiano di pagare il pedaggio. Ma non ci sono problemi con le norme continentali che intimano di evitare ogni discriminazione tra cittadini della Ue? No, perché proprio l'Europa sarebbe intenzionata a dare il suo ok alla decisione. La notizia viene rilanciata dal quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung, secondo il quale il commissario europeo ai Trasporti, Siim Kallas, ritiene compatibile con le norme europee con la proposta tedesca, in particolare se ci fosse una forma di pagamento ridotta per i tedeschi.

Nodo politico - Per esempio, secondo Kallas, i germanici potrebbero pagare un contributo nel bollo auto, che poi possono scaricare dalle tasse. Un trucchetto, un'ide per evitare noie con Bruxelles. Il via libera darebbe una grossa mano alla Merkel, che scioglierebbe un nodo politico per la formazione del governo: arriverebbe l'ok alla formazione della maggioranza da parte della Csu, che della gabella sulle autostrade ha fatto un perno della sua campagna elettorale. La Cdu e la Spd, da parte loro, avrebbero già dato il loro via libera. Una decisione, forse, dal peso poco più che simbolico, per gli italiani e gli europei. Ma è una decisione che, di fatto, calpesta ogni dettame e ogni discorso sulla (teorica) Europa unita.



Gli sciacalli dell'Ue: così la Germania ha derubato gli italiani

Libero

  
Per otto anni i tedeschi hanno sforato i limiti europei sull'export, inguaiando l'Italia. E Barack accusa: crisi dell'euro colpa della Merkel


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Ieri, vigilia del compleanno del trattato di Maastricht (in vigore dal 1° novembre 1993), Bruxelles ha fatto un omaggio al governo bavarese: il progetto di legge per imporre un pedaggio sulle autostrade salvo poi rimborsare, per via fiscale, i residenti, non viola i principi dell’Unione Europea. E poco importa se un autostrasportatore italiano dovrà pagare di più del collega del Nord.

Anche così, nelle piccole (neppur tanto piccole) cose, così come nelle grandi scelte di politica economica di Berlino, accusata ieri dal rapporto del Tesoro Usa di essere «la vera causa della crisi dell’eurozona». «Accusa incomprensibile», ha replicato stizzito il portavoce del governo tedesco, fingendo di non capire la situazione che, al di là dell’ottimismo ufficiale, resta ad alto rischio per tutti, ma per noi italiani ancor di più. Come dimostra, tra l’altro, il calo dell’inflazione: all’apparenza una buona notizia, in realtà un’ipoteca pesante sui consumi e l’occupazione. Ma proviamo a rinfrescare la memoria dei partner tedeschi. E dei nostri politici.

a) Tra i tanti protocolli sfornati dall’Unione Europea e agitati il più delle volte contro l’Italia figura il Mip, che sta per Macroeconomic Imbalance Procedure che, in sintesi, è un cruscotto che segnala gli scostamenti di un Paese dalla retta via. Quando si va fuori strada, scatta l’Alert Mechanism Report, una sorta di spia dell’olio. Ebbene  il primo dei parametri da rispettare è quello di «non superare per tre anni di fila» un surplus commerciale superiore al 6% del pil. Ebbene, nel 2012, l’attivo della bilancia tedesca è sceso ai minimi dal 2005 al 6,1%.  Ovvero, per almeno otto di fila la Germania ha accumulato un attivo commerciale superiore a quello consigliato per evitare squilibri all’interno della Comunità. Invece di promuovere i consumi interni, e così favorire gli acquisti dei Paesi in deficit, la Repubblica Federale ha pigiato sul pedale dell’export a manetta.

b) Qualcuno ha protestato? Forse sì. Ma sottovoce. La cosa assurda è che a vigilare sul rispetto del protocollo comunitario sono incaricati 13 Paesi, tra cui c’è l’Italia ma non la Germania. Chissà perché nessuno, all’interno della Ue, ha alzato la voce per obbligare Angela Merkel a rispettare le regole che ha voluto. E così sono stati gli americani a perder la pazienza. Ma a loro cosa importa? E come è possibile accusare per anni la Cina di danneggiare il mondo con tassi di cambio troppo bassi per poi rivolgere la stessa accusa alla Germania per l’euro troppo forte? Sembra assurdo. Ma non è così. Per spiegarlo, può servire un’altra cifra: nel 2008, prima della crisi Lehman, l’area euro registrava un deficit commerciale con il resto del mondo  di 100 miliardi. Oggi è in attivo di 300 miliardi.

c) Qual è il segreto di questo successo? Solo la qualità delle merci tedesche? No. In realtà, dopo le perdite accusate in Usa, le banche tedesche hanno ritirato con grande rapidità i fondi investiti, per sfruttare i maggiori rendimenti,  in Sud Europa e  in Irlanda. L’Italia, assieme ad altri, si è trovata costretta a comprimere i consumi per raggiungere, come è avvenuto, un surplus e ripagare i debiti. Una politica virtuosa («in economia è un peccato essere virtuosi» scriveva John Maynard Keynes) che avrebbe funzionato se la Germania avesse adottato una politica espansiva, gatrantendo lavoro e consumi al resto dell’Europa. Al contrario, da Roma a Madrid il surplus è stato ottenuto solo stringendo la cinghia, ovvero tagliando le importazioni. Ma quanto può durare una situazione così squilibrata? Fino a quando il mondo è disposto a comprare da un’economia che a sua volta non vuole comprare?

d) Sembrano temi distanti dalla vita quotidiana. Ma non lo sono. La combinazione tra l’euro forte, garantito dal surplus commerciale, e i consumi che stentano ha alimentato la peste dell’economia: la deflazione. L’indice dei prezzi è salito a ottobre  solo dello 0,7%, come non capitava dal momento più buio della recessione del 2009. Eppure, a inizio ottobre, si sa, è aumentata l’Iva tra le tante proteste di chi scommetteva su un’impennata dell’inflazione a conferma che sono in molti a non aver ancora capito che il vero pericolo è l’opposto.

e) Prezzi sempre più bassi che convincono le famiglie a rinviare gli acquisti («perché cambiare macchina adesso se tra un anno me la venderanno a meno?») e a risparmiare, per paura, sempre di più. Salvo poi andare a caccia degli investimenti meno rischiosi e redditizi: la logica del materasso, insomma. Così si crea «la trappola della liquidità»: nessuna impresa prende a prestito denaro perché non trova occasioni redditizie per investire. I giapponesi conoscono bene questa situazione. Dal 1990 il Paese vive con un tasso di inflazione vicino a zero o anche sotto ma, nonostante una spesa pubblica enorme, l’economia non riparte. Per questo Tokyo ha cambiato rotta: stampare moneta e metterla in tasca alla gente perché ritorni a spendere, è la parola d’ordine. E il cambio? Vada giù, così si esporterà e si lavorerà di più.

f) L’Europa continua a seguire la ricetta opposta. Anzi, segnala Morgan Stanley, il rischio è che per rispettare i prossimi parametri dell’Unione Bancaria, le banche europee richiamino nel Vecchio Continente i soldi investiti fuori, con nuovi effetti recessivi per l’economia mondiale. Si sperava che la Germania avrebbe cambiato rotta dopo le elezioni. Ma, da quel che se ne sa, i partiti sono incerti anche sull’istituzione del salario minimo che, pare, dovrebbe essere fissato sulla tariffa di 7,5 euro all’ora. Perché nella Germania dell’austerità che medita di raggiungere il pareggio di bilancio in anticipo sulla tabella imposta dall’Europa, una parte non trascurabile dei lavoratori guadagna di meno. Forse assai di meno. Difficile, con questi presupposti, che si possa prevedere un boom dei consumi privati. O tantomeno degli investimenti in infrastrutture o nei servizi: Berlino (così come Monaco) non ci sente dall’orecchio della liberalizzazione dei servizi.

g) Ecco spiegate le critiche «incomprensibili» avanzate dal Tesoro Usa. In passato i Key finding, cioè i Paesi problematici, erano quelli asiatici, tipo la Cina accusata di tenere artificialmente basso il cambio. Ora Pechino, spaventata dai problemi del debito Usa, si accinge a favorire le riforme interne, tra cui spicca quella di favorire i consumi rispetto alla crescita geometrica dell’export. Berlino, invece, si ostina a pensare che il debito sia un peccato (non a caso in tedesco la parola è la stessa) da espiare: sarebbe il caso di spedire una copia del Mip, rilegata (non badiamo a spese), alla Cancelliera di tutta Europa.

Venezia si ribella alle calli in italiano

La Stampa

anna martellato
venezia


L’assessore fa tradurre le targhe,il web si scatena: «Tradita la storia»



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Modificati, tradotti, “italianizzati”: Venezia cambia i nomi di calli, campi, campielli che diventano a prova di dizionario della lingua italiana. E così i tradizionali “nizioleti” (”lenzuoletti”, a proposito di traduzioni), ossia i quadrati dipinti di bianco sui muri delle case veneziane su cui sono incisi i nomi che identificano calli e campi, sono stati tradotti dal veneziano all’italiano: ecco allora che “sotopòrtego” diventa “sottoportico”, “terà” diventa “terrà”, “parochia”, “parrocchia”. I nuovi nomi, in occasione del restauro dei nizioleti, sono stati voluti dall’assessore alla toponomastica, la filologa Tiziana Agostini. Non l’avesse mai fatto: c’è chi lo ha definito uno “scempio”, chi un “orrore”, ma soprattutto, c’è chi pensa sia uno schiaffo alla storia e alla tradizione toponomastica (oltre che linguistica) di Venezia, apprezzata in tutto il mondo oltre che per le sue bellezze e particolarità artistiche e naturali, anche per la sua storia, di cui il dialetto fino a prova contraria fa parte. 

Ed è bufera: il web si scatena, armato fino ai denti di indignazione per il dialetto calpestato. Gruppi su Facebook, come “il passato e il presente dei nizioleti” (quasi 800 membri) hanno acceso i riflettori sul cambiamento che ha interessato la toponomastica di Venezia. Non solo italianizzazione, ma anche perdita del significato: su tutti, basti l’esempio di “Rio terà degli Assassini”. La traduzione “Rio terrà degli Assassini” perde il suo significato originale, dove “terà” stava per “interrato” e non per la declinazione del verbo tenere, alla terza persona del futuro semplice, “terrà”. 

La polemica infuria tra le placide calli veneziane, ma l’assessore spiega la scelta, cercando di contenere la furia dei veneziani insorti: “Qui si confonde il folclore con il rigore scientifico. L’uso della doppia non è una ’italianizzazione’ - ha replicato -, ma un ritorno alle origini storiche dei nomi e frutto di un lungo lavoro di un’equipe specializzata del Comune, che ha avuto la consulenza scientifica dell’Universita’ di Ca’ Foscari, e che ha confrontato varie fonti storiche, anche precedenti a quelle da cui derivano i nomi sui ’nizioleti’’”.
 
Per il restauro (anche dei nomi), l’assessore si sarebbe avvalsa dell’ultimo Catasto della Serenissima datato 1786, ma i veneziani doc non ne vogliono sapere: tale stradario, puntualizzano loro “sarebbe stato scritto in “lingua” (come si indicava allora, il toscano letterario); logico che chi lo redasse, cercò di “ingentilire” i nomi veneziani poiché gli pareva rendere più elegante lo scritto”, si legge in un post nell’agguerrito gruppo sul social network. L’assessore ha anche provato a intervenire personalmente nel gruppo Facebook, con un post in cui spiegava e giustificava la sua scelta. Ma niente da fare. È la battaglia è ancora aperta. Lo diceva, in fondo, il proverbio: tradurre, è tradire...

Dal nudista all’anoressica, ecco i santi anomali

La Stampa

Giorgio Bernardelli
Milano

Catalogati in un libro da padre Reginald Gregoire tutti i santi di dubbia tradizione o descritti dall’agiografia in forme particolarmente inconsuete


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I santi? Ci sono quelli che la devozione ha reso molto popolari e incredibilmente vicini alla vita quotidiana delle persone. Ma tra i ventimila nomi della Bibliotheca Sanctorum ne compaiono anche parecchi decisamente strani. Per non dire addirittura «anomali». E proprio «I santi anomali» è il titolo di un nuovo libro appena pubblicato dall’editrice EdB che racconta le «forme inconsuete di vita cristiana». Si tratta di un’opera  postuma di un grande nome dell’agiografia, il monaco benedettino belga Reginald Gregoire, scomparso lo scorso anno.

Dopo tante pubblicazioni dedicate nella sua vita alle figure dei santi padre Gregoire ha voluto raccogliere in una specie di elenco ragionato tutti quei santi che - a vario titolo - risultano almeno un po’ problematici. Talvolta sono molto dubbi dal punto di vista storico, altre nei racconti delle loro vite si ritrovano echi di storie altrui. Nella rassegna di Gregoire - però - non mancano anche le figure che un po’ «anomale» lo sono dal punto di vista dell’idea che generalmente abbiamo della santità.

Scorrendo il libro, così, scopriamo che Serapione - un monaco del IV secolo - era chiamato il Sindonita, appellativo che non doveva suonare molto diverso dal nostro «nudista»: in segno di povertà assoluta indossava infatti solo una «sindone», cioè una camicia di lino. Davide di Tessalonica - vissuto nel VI secolo - appartiene invece alla categoria dei santi dendriti, cioè quelli che hanno trascorso la loro vita in cima a un albero come segno di penitenza.

Per non parlare del caso - più diffuso di quanto si pensi nell’agiografia - delle sante «travestite»: donne che vissero per anni sotto falsa identità maschile per fuggire al pericolo di violenze o anche per altri motivi. Particolarmente bizzarra - poi - la vicenda di Paola la Barbuta, santa venerata ad Avila: secondo una leggenda del XIV secolo, per sfuggire a un giovane dalle cattive intenzioni si sarebbe rifugiata in una cappella chiedendo aiuto al crocifisso e ne sarebbe uscita con tanto di barba e baffi che avrebbero fatto fuggire il persecutore.

Se questa leggenda può far sorridere altre vicende legate alla vita di santi pongono invece qualche domanda un po’ più seria: la vergine Lidvina, mistica olandese del XIV secolo, è in tutto e per tutto un’anoressica. La sua biografia - annota padre Gregoire - è un documento interessante per la storia della medicina. Ci sono poi alcune figure per le quali il confine tra il martirio e il suicidio diventa pericolosamente sottile; problema avvertito già nell’antichità se è vero che nell’anno 852 a Cordova dovette esprimersi un Concilio per proibire di andare volontariamente in cerca del martirio (divieto peraltro sempre affermato dalla dottrina della Chiesa).

C’è poi il caso interessante dei santi cosiddetti cefalofori, cioè portatori della propria testa: padre Gregoire ha raccolto ben ottanta casi di martiri nella cui narrazione o iconografia la testa sarebbe provvisoriamente sopravvissuta al resto del corpo. Racconto decisamente inverosimile, ma portatore di una tradizione teologica secondo cui la professione della fede doveva avere in qualche modo l’ultima parola sulla morte violenta.

Altro capitolo a parte quello dei santi «nonostante», quelli riconosciuti come modelli di vita cristiana pur essendo stati protagonisti di vicende non proprio lineari. A destare scalpore non è solo il caso dei fondatori di ordini religiosi finiti sotto inchiesta al Sant’Uffizio come Giuseppe Calasanzio; ma vi sono stati anche santi che furono seguaci di antipapi: è il caso ad esempio del domenicano del XV secolo Vincenzo Ferrer.  

Un modo per ricordare - insomma - che la santità è un fenomeno molto più complesso di quanto possa sembrare. E che nella storia della Chiesa non sono mancati i casi di influssi emotivi decorati un po’ troppo in fretta con un’aureola. Il tutto – spiega bene nella conclusione padre Gregoire - non certo per la foga di demitizzare tutto. Ma per il motivo opposto: la Chiesa vaglia l’effervescenza della devozione proprio per aiutare a far sorgere nel popolo cristiano altri santi veri.

Germania pronta ad ascoltare Snowden

La Stampa

La fonte del Datagate: testimonierò sul suolo tedesco. L’allerta degli Usa Kerry ammette: siamo andati oltre. E la National Security Agency si difende: contro di noi falsità. La Cina: ora siamo preoccupati.


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Edward Snowden non vorrebbe testimoniare davanti a rappresentanti tedeschi su suolo russo, secondo quanto indicato oggi a Berlino dal deputato dei Verdi, Hans-Christian Stroebele, che ha incontrato ieri l’ex collaboratore dell’agenzia Usa Nsa, in asilo ora a Mosca.

A testimoniare «su suolo russo ha forti riserve per ragioni che ora non posso e voglio spiegare», ha detto Stroebele. Il deputato verde ha precisato a una conferenza stampa di avere garantito a Snowden che parte del loro colloquio, durato oltre tre ore, resterà segreto, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti della sua sicurezza. Queste informazioni, ha detto rispondendo a una domanda, non le riferirebbe neppure alla cancelliera Angela Merkel se glielo chiedesse.

Snowden sarebbe aperto invece ad altre varianti, ad esempio «a venire in Germania» a patto però che gli venisse garantito di poter rimanere in sicurezza nel Paese o in un altro Stato affine. Una possibilità sarebbe, ha spiegato Stroebele, garantirgli un «salvacondotto» tedesco: «Se questo verrà chiarito e organizzato sarebbe pronto a venire». Gli Stati Uniti, che lo ricercano come traditore, hanno già preventivamente presentato una richiesta di estradizione a Berlino.

Oggi il segretario di Stato americano, John Kerry, ha ammesso che il programma di sorveglianza della National Security Agency «in alcuni casi» si è spinto «troppo in là in modo inappropriato». Si tratta della prima chiara ammissione di eccessi da parte dell’Amministrazione Obama, a quando Edward Snowden ha rivelato l’ampiezza dello spionaggio Usa anche verso Paesi alleati. 

Nel corso di una videoconferenza con Londra, il capo della diplomazia Usa ha sottolineato l’importanza di programmi come quello della Nsa per prevenire attacchi terroristici r combattere «un infernale estremismo mondiale che determinato a far saltare in aria e a uccidere persone e ad attaccare governi». «Vi assicuro che le persone innocenti non subiscono abusi in questo processo, ma c’è uno sforzo per raccogliere informazioni e sì, in alcuni casi, si è andati troppo in là in modo inappropriato».

Kerry ha spiegato che il programma della Nsa puntava a ricercare con controlli fatti «in modo casuale» se vi fossero minacce alla sicurezza. Poi ha assicurato che il presidente Barack Obama «è determinato a chiarire e ha avviato una profonda revisione in modo che nessuno debba sentire di aver subito abusi». «In alcuni casi alcune di queste azioni si sono spinte troppo oltre, ve lo riconosco come ha fatto il presidente, e faremo in modo che questo non si ripeta in futuro», ha aggiunto. 

La National Security Agency Usa (Nsa) intanto si difende con forza, dopo la diffusione delle notizie secondo cui avrebbe raccolto illegalmente milioni di dati intercettando il traffico di comunicazioni dei data center di Yahoo e Google. Le rivelazioni sono state diffuse dal Washington Post, citando documenti fatti trapelare dall’ex contractor dell’Nsa, Edward Snowden. Tali notizie hanno “fatto affermazioni false sui fatti, dipinto falsamente le attività dell’Nsa, ritratto erronee interferenze circa queste operazioni”, si legge in una dichiarazione dell’agenzia Usa.

Questa afferma che le sue attività sono condotte nel rispetto della legge e delle regole. La raccolta dei dati, aggiunge, avviene su importanti obiettivi di intelligence straniera, che spesso usano le comunicazioni su link satellitari e i cavi in fibra ottica. “L’Nsa deve capire e agire in modo da eliminare le informazioni che non sono collegate all’intelligence straniera”, prosegue la dichiarazione.

La Cina ha chiesto agli Stati Uniti di fare chiarezza circa le indiscrezioni pubblicate in questi giorni dai media internazionali, secondo cui la Nsa avrebbe ’’spiato’’ milioni di telefonate in tutto il mondo invadendo la privacy anche di leader internazionali come il cancelliere tedesco Angela Merkel. ’’Siamo preoccupati, abbiamo bisogno che gli Stati Uniti ci forniscano delle precisazioni e delle spiegazioni’’, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese in un briefing con la stampa. ’’Noi - ha aggiunto - vogliamo delle amichevoli relazioni diplomatiche che rispettino i trattati internazionali, senza intraprendere alcuna attività che comprometta la sicurezza e gli interessi della Cina’’. 



Nsa: “Se smettessimo di intercettare si rischierebbe un altro 11 settembre”
 La Stampa


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Il capo dell’agenzia Alexander avverte sulle possibili minacce: si creerebbe un vuoto pericoloso
«Ci piacerebbe smettere con i nostri programmi di intelligence. Ma se lo facessimo la nostra paura è che si creerebbe un vuoto, che potrebbe provocare un altro 11 settembre. E così non avremmo fatto il nostro dovere». Il capo della Nsa, Keith Alexander, intervenendo a un evento a Baltimora.

La coda dei cani comunica e risponde a stimoli cerebrali

La Stampa

Uno studio tutto italiano: come l’uomo, i quattrozampe hanno un’organizzazione asimmetrica del cervello


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La coda dei cani comunica emozioni e a seconda del `lato´ dove scodinzola attiva negli altri cani reazioni diverse a livello cerebrale. È il risultato di uno studio tutto italiano, frutto della collaborazione tra Università di Trento e di Bari il cui lavoro è stato pubblicato su Current Biology, e dimostra che i cani, come l’uomo, hanno un’organizzazione asimmetrica del cervello, nella quale destra e sinistra giocano ruoli differenti.

«La direzione della coda che scodinzola - ha spiegato Giorgio Vallortigara, dell’Università di Trento - ha un suo significato che cambia a seconda del lato, tanto da produrre differenti attivazioni nei due emisferi cerebrali». Monitorando le reazioni dei cani a cui venivano mostrati in video altri cani che scodinzolavano in vari modi, i ricercatori hanno osservato che quando i cani osservano un loro simile far oscillare la coda inclinandola a sinistra i battiti cardiaci tendono a aumentare e appaiono ansiosi. Quando i cani scodinzolano a destra si ha invece una risposta molto rilassata.

«Questo non vuol dire però - ha proseguito Vallortigara - che i cani in questo modo comunichino in maniera intenzionale o che percepiscano coscientemente un messaggio. È più probabile che si tratti di un’attivazione meccanica dovuta alle diverse stimolazioni indotte dai due emisferi del cervello». «Potrebbe essere qualcosa di molto simile a quella che succede anche nell’uomo in maniera non consapevole, come ad esempio la dilatazione della pupilla in base all’attenzione che prestiamo a una cosa o a un discorso. La potremmo definire come comunicazione non consapevole».

All'asta la chitarra di Bob Dylan, si parte da 300 mila dollari

La Stampa

L'artista la utilizzò nello show del 25 luglio 1965


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La chitarra elettrica di Bob Dylan, con cui l'artista si esibì al Newport folk festival, sarà venduta all'asta a New York. Lo scrive la rivista americana Rolling Stone. Si tratta di un pezzo di storia, poichè utilizzato da Dylan in quello storico quanto contestato 25 luglio del 1965, quando per la prima volta, dopo anni di folk duro, il ''menestrello'' tenne una performance dedicata totalmente al blues e al rock. Sarà Christie's a curare la vendita della chitarra, una Fender Stratocaster del 1964, il prossimo 6 dicembre, che si ritiene possa fruttare tra i 300mila e i 500mila dollari (220mila-370mila euro). 

Il Monte Rosa restituisce altri resti

La Stampa

teresio valsesia
macugnaga

Trovati brandelli di vestiti e ossa potrebbero essere quelli di Gildo Burgener precipitato nel 1958


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Potrebbero essere i resti di Gildo Burgener, guida alpina di Macugnaga precipitata dalla Dufour nel 1958. Sono dei brandelli di vestiario, spezzoni di una corda dell’epoca, delle ossa delle braccia e un frammento della calotta cranica. Il ghiacciaio del Rosa li ha restituiti facendoli emergere in superficie a circa 2100 metri di quota, non lontano dal Belvedere. Il ritrovamento è stato effettuato da Silvana Pirazzi, l’escursionista di Macugnaga che qualche anno fa aveva rinvenuto dei reperti che, grazie all’esame del Dna, erano stati attribuiti a Ettore Zapparoli, alpinista solitario scomparso sulla Est del Rosa nel 1951.

Ora si prospettano nuove ipotesi e nuovi dubbi per verificare l’appartenenza di quanto venuto alla luce nei giorni scorsi. Compito non facile se si pensa che gli alpinisti ancora conservati dai ghiacciai di Macugnaga sono una quindicina. Ma valutando l’epoca della corda e dei vestiti è possibile ridurre lo spazio temporale a quelli scomparsi negli Anni 50. Emerge quindi la possibilità che siano appartenuti a Gildo Burgener, scivolato poco sotto la vetta del Rosa e mai ritrovato nonostante le lunghe ricerche dei suoi colleghi. Gildo Burgener era insieme ad altri tre alpinisti, suddivisi in due cordate. Quando è precipitato la corda che lo legava al suo cliente, era assicurata a una roccia, ma il violento strappo l’ha spezzata e lui è precipitato per oltre duemila metri, fino alla base del canalone Marinelli. La dinamica della tragedia è stata chiarita in modo inequivocabile. 

Di qualche alpinista restituito dal ghiacciaio è stato possibile attribuire l’identità, come alla guida di Valtournenche, Casimiro Bich, morto nel 1925 e ritrovato dopo 46 anni da Luciano Bettineschi: l’attribuzione fu favorita dal suo distintivo di guida. Il varesino Angelo Vanelli, caduto nel 1957 e rinvenuto 21 anni più tardi, aveva con sé il portafoglio. Rimane invece ancora avvolta nel mistero l’identità di una donna emersa dal ghiacciaio nel 1994 insieme a un uomo. Dall’esame autoptico è r risultato che aveva 26 anni e portava lunghe trecce. Si presume che fossero due tedeschi, dei quali però non è mai giunta la segnalazione di scomparsa.

Intanto oggi il Cai Macugnaga ha organizzato la tradizionale escursione sul ghiacciaio del Belvedere per deporre i lumini a ricordo degli alpinisti dispersi.

Ora anche i nomadi criticano il Comune

Michelangelo Bonessa - Ven, 01/11/2013 - 07:12

I rom milanesi vogliono una risposta. «Il sindaco deve dirci cosa vuole fare con gli zingari – afferma Dijana Pavlovic, rappresentante della Consulta rom e sinti – dopo due anni vogliamo capire, ma basta con chiacchiere e carte inutili».


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Arriva l'inverno e i problemi da affrontare sono tanti. Però da Palazzo Marino tutto tace. A partire dalla situazione delle abitazioni di via Idro: «Quelle abbattute al tempo del regolamento stilato per l'emergenza nomadi sono state sostituite con dei container – spiega Pavlovic – e molti di questi sono in condizioni pessime». «In quello dove abito io con i miei quattro figli ci sono tutte le prese bruciate – racconta Valentina, del campo di via Martirano – ho bisogno di una casa, se il Comune non se ne vuole occupare lo dica e lasci che ce la costruiamo da soli». L'intervento è molto urgente per Valentina: «Le unità abitative dovevano essere pronte nell'estate 2012 – scrivono – poi è diventata quella successiva e alla vigilia di un altro inverno è venuto meno anche l'impegno di installarle entro novembre 2013».
 
C'è poi la questione della navetta scolastica recentemente soppressa: «Hanno tolto il bus per i nostri bambini perché bisognava tagliare per la crisi? Va bene, ma perché – chiedono le mamme del campo - non possono inserire una piccola deviazione al mezzo che viene a prendere i bambini non rom nelle vie vicine al campo?». «Possono anche non aiutarci, ma se si rifanno vedere per fare promesse – si sfoga una di loro – gli tiro una scarpa in testa». In via Idro inoltre c'è un particolare problema: «Abbiamo segnalato due anni fa la presenza di una famiglia di un pregiudicato che spadroneggiava sulle altre chiedendone l'espulsione – attacca la rappresentante della Consulta – ma le denunce sono state inutili e il campo è diventato terreno aperto a insediamenti abusivi con la moltiplicazione dei conflitti. Qual è il vero obbiettivo

dell'Amministrazione? Possiamo ipotizzare che si vogliano far marcire i problemi per chiudere il campo». E se si prosegue nella panoramica, ogni campo ha i suoi problemi. Come via Chiesa Rossa: «Nel 2012 il Comune provvedeva il campo di nuovi servizi igienici, mai collegati alla rete idrica e alle abitazioni quindi in stato di abbandono e deterioramento perché tutte le società appaltatrici sono fallite». La visuale non migliora molto in via Bonfadini, in via Negrotto e via Novara: il degrado avanza in attesa di passi avanti dei vari progetti che interessano i campi. E adesso che arriva il freddo i rom alzano la voce: il rapporto con l'Amministrazione Pisapia era iniziato bene con la creazione della Consulta, ma ora è in crisi. A Palazzo Marino i collaboratori del sindaco passano rapidamente la palla all'assessorato alla Sicurezza di Marco Granelli. Ma fino a sera l'assessore non ha avuto tempo di rispondere alle domande della Consulta.

Viaggi della morte con i soldi dell'Onu

Fausto Biloslavo - Ven, 01/11/2013 - 09:14

Il Tg2: profughi libici in Tunisia si pagano la traversata verso l'Italia con il sussidio per integrarsi

L'Onu finanzia i migranti per sistemarsi in Tunisia e molti di loro utilizzano i soldi per imbarcarsi sulle coste libiche verso l'Italia. Sembra assurdo, ma l'agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) «aiuta», suo malgrado, l'arrivo dei clandestini sulle nostre coste.


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Lo ha rivelato un servizio del Tg2 andato in onda mercoledì sera sull'ex campo profughi di Choucha, che nel 2011 era stato allestito dall'Unhcr in Tunisia. A soli nove chilometri dal confine con la Libia di Ras Jadir accoglieva fino a 18mila profughi al giorno, in fuga dalla rivolta contro il colonnello Gheddafi bombardato dalla Nato. Lo scorso 30 giugno il campo è stato ufficialmente chiuso, anche se ci vivevano ancora circa 400 anime. A ben 262 era stata respinta la richiesta d'asilo, mentre 135 avevano lo status di rifugiato, ma nessuno li ha accolti. Per spingere i profughi rimasti dal 2011 ad integrarsi in Tunisia, le Nazioni Unite si sono inventate un programma che prevede corsi di lingua, formazione lavoro e un aiuto economico. In media 1000 dollari a testa, che possono raddoppiare in base alla composizione del nucleo familiare.

Il problema è che molti rifugiati o presunti tali, dopo aver intascato i soldi non hanno pensato nemmeno un attimo ad integrarsi e restare in Tunisia. Il piccolo gruzzolo è servito per tornare clandestinamente in Libia, attraverso la porosa frontiera nel deserto e raggiungere un punto di imbarco verso Lampedusa. Al Tg2 Samer Fahed, un palestinese di Gaza che vive ancora nel campo dismesso di Choucha, ha raccontato: «Almeno 150 rifugiati hanno preso i mille dollari e attraversato il deserto fino in Libia per imbarcarsi verso l'Italia». Il porto di partenza più vicino e noto, lungo la strada costiera, ad ovest di Tripoli, è Zuara. Un vero e proprio hub dei trafficanti di uomini, che fin dai tempi di Gheddafi imbarcavano clandestini provenienti pure dalla Tunisia.

In queste ultime settimane i fatiscenti barconi trovano ad attenderli in mezzo al mare la flotta della Marina militare impegnata nell'operazione Mare nostrum. Uno slancio umanitario in soccorso dei migranti, anche se oltre la metà non ha diritto all'asilo politico e quindi a rimanere in Italia. L'aspetto paradossale è che almeno 150 siano riusciti ad imbarcarsi, negli ultimi mesi, grazie ai soldi ottenuti dall'Onu in Tunisia. Gli stessi attivisti dei diritti dei migranti, che hanno aperto un blog di protesta per i dimenticati del campo di Choucha, scrivono: «Alcuni di loro hanno firmato il modulo per l'integrazione in loco, ma utilizzato i soldi presi dall'Unhcr per pagare il passaggio clandestino sui barconi attraverso il Mediterraneo».

Nelle ultime 48 ore la Marina ha soccorso in mare e trasferito in Sicilia 317 migranti in gran parte di origine subsahariana, che rincorrono il fittizio Eldorado occidentale soprattutto per motivi economici. Non solo: un gruppo di profughi siriani ha denunciato il furto dei loro averi, compresi gioielli, a bordo delle nostre navi militari. La Marina annuncia che sono state aperte tre inchieste e ricorda che nell'operazione di trasbordo dei migranti l'ordine è effettuare «un accurato controllo operato dal team brigata Marina San Marco e dal personale femminile di bordo, avendo cura di restituire gli effetti indossati e ritenuti non pericolosi agli interessati senza operare nessuna sottrazione». Se la denuncia fosse vera sarebbe un'ignominia per un'operazione umanitaria.

Se i siriani mentissero, andrebbero rispediti a casa a pedate. Ambedue le ipotesi aggiungono ulteriori punti di domanda su Mare nostrum. Soprattutto tenendo conto che dovrebbe essere la Libia ad intervenire contro l'ondata umana diretta in Europa. Mercoledì notte, per la prima volta dall'inizio di Mare nostrum, la guardia costiera di Tripoli ha tratto in salvo un barcone con 84 migranti bloccato al largo da un guasto. Tutte le persone a bordo sono state riportate in Libia nel porto di Zawia. Ieri il premier libico Alì Zeidan ha annunciato l'avvio “di un sistema elettronico di controllo dei confini con l'aiuto del know-how italiano, sia dal punto di vista tecnico che operativo”. Un contratto della Selex Es del gruppo Finmeccanica chiuso ancora con Gheddafi, ma bloccato dalla rivolta. Radar e sensori controlleranno la frontiera meridionale compresa quella con l'Algeria e la Tunisia per intercettare i clandestini, oltre che terroristi e traffici di droga o armi.

www.faustobiloslavo.eu

La rivolta degli arditi

Marcello Veneziani - Gio, 31/10/2013 - 14:55


Gli Usa ci spiano e noi zitti. Sbarcano fiumi di migranti e l'Europa se la squaglia. L'euro si rafforza a scapito dell'export e uccide le imprese. L'Europa ci tiranneggia con i suoi diktat contabili e minaccia punizioni. Le banche fanno, come scrive Luciano Gallino in un libro coraggioso, Il colpo di Stato, ispirato a Davos e alla speculazione finanziaria. Per una volta vi invito a mettere in fila cose disparate in una visione del mondo.

Non avvertite il peso di una sudditanza? Non vi sentite schiacciati, calpestati, da una MegaMacchina, un Superpotere, che ci succhia sangue, lavoro e imprese? I domestici locali ci affogano nelle tasse per servire Sua Maestà Il Debito Sovrano, ci bombardano la casa, spiano i conti correnti, esigono più tracciabilità quando il problema oggi è la liquidità. Per carità, poi ci sono gli sperperi, la corruzione, il nostro vivere al di sopra delle possibilità e tutte le colpe che sappiamo.

Poi penso al passato, agli ultimi pionieri di un'Italia ardita che sfidò i poteri titanici: dico l'Italia di Mattei, di Olivetti, se volete anche di Craxi, e d'altri... Ci vorrebbe un pensiero potente e un'azione adeguata, in grado di reagire a questa morsa che sta uccidendo i popoli. Un'azione che parta dalle nazioni ma che non sia nazionalista, anzi invochi più Europa per reagire al Mostro eurofinanziario, a chi ci invade, a chi ci spia. Stiamo sacrificando vite umane al Moloch Globale. Ci vorrebbe uno Stato sovrano, un popolo unito, una rivolta che rendesse possibile una svolta...

Poche, efficaci, eterne. Le ultime parole famose che restano nel marmo

Ezio Savino - Ven, 01/11/2013 - 09:41

Il latino sulle lapidi (che qualcuno vorrebbe vietare) è sintetico e scultoreo. Perfetto per raccontare le emozioni e la memoria

«Sulle tombe vietato il latino», titolavamo sulle pagine del Giornale, qualche giorno fa, in una corrispondenza da Albignasego, paesone del padovano. La burocrazia sloggia dalle lapidi del locale cimitero le epigrafi in lingua straniera, latino compreso.


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«Regolamento vecchio», argomentano le autorità del posto «la nostra è solo una conferma». Sarà. Ma il diktat avrebbe acceso le polveri dell'iracondo Ugo Foscolo, che da queste parti, sugli splendidi colli Euganei, soggiornò nel 1796, quando i suoi furori libertari destarono sospetti nella retrograda Venezia. In testa ai suoi Sepolcri (1806) vergò un detto ciceroniano, estrapolato dalla venerande XII Tavole: Deorum manium iura sacra sunto, «Siano sanciti i diritti degli dei Mani». I Manes erano divinità latine dell'oltretomba, identificate con le anime dei trapassati, aleggianti presso le tombe. Tra le prerogative dei Mani - si presume - c'è quella di esprimersi nella loro lingua, il latino.

Forse fremono anche le ceneri di quel tale Albinius, proprietario di terreni, che aggiunse alla sua firma il suffisso di appartenenza -aticus (Albiniaticus, podere di Albinio) gettando così le fondamenta del toponimo moderno, Albignasego. Se invece che a Yonville fosse sepolta qui, alle porte di Padova, Emma Bovary, la Madame di Flaubert, uccisa dai dispiaceri di cuore e dall'arsenico, non avrebbe sulla sua lastra l'epitaffio classico: Sta viator, amabilem conjugem calcas, «Fermo, passante, calpesti una moglie degna d'essere amata!», faticosamente commissionato da Charles, l'incolore, sfortunato consorte.

Fosse per i burocrati di Albignasego, pure la lapide di Antonio Gramsci sarebbe spoglia delle parole che ispirarono la penna di Pasolini: Cinera Antonii Gramscii (anche se lo scalpellino avrebbe dovuto incidere un più corretto cineres). Sintetica e scultorea, la lingua di Roma è una macchina perfetta di emozioni per le scritte funerarie e commemorative. Ne hanno beneficiato, in età moderna, eroi dell'arte e della cultura. Ille hic est Raphael,

«Qui c'è quel famoso Raffaello», leggiamo sulla lapide del pittore nel Pantheon di Roma, con ciò che segue «da cui, quando era in vita, Madre Natura temette d'essere vinta e, alla sua morte, di morire anch'essa con lui». Il mago della gravità e della luce, Isaac Newton, riposa nella Westmister Abbey sotto l'epitaffio Hic depositum est quod mortale fuit Isaaci Newtoni, «Qui giace ciò che fu mortale di Isaac Newton»: le sue intuizioni sono invece imperiture, come il cosmo che decifravano.

La vita si abbarbica al gelo della pietra tombale. Un'offerta votiva, una lacrima, un fiore fresco, una luce (una favilla strappata al sole per rischiarare la tenebra sotterranea, secondo l'intendimento foscoliano) danno concretezza alla passione della memoria, al chiodo fisso del rimpianto. Per una di quelle meravigliose e arcane intuizioni poetiche che sprizzano dalla fantasia popolare, la lapide diventa personaggio, e parla.

Interpella il visitatore. «Amico» leggiamo nell'epitaffio per i 300 spartani caduti alle Termopili, attribuito da Erodoto al poeta lirico Simonide «riferisci a Sparta che noi siamo stesi qui, obbedendo ai suoi decreti». I poeti classici s'impadronirono del commovente meccanismo, confezionando scritte fittizie (gli epigrammi tombali) impastati di pianto. «Ehi, passante! - scrive Asclepiade, epigrammista del IV secolo a.C. - Hai fretta, si vede. Ma sta un po' a sentire/ i dispiaceri di Botri. Ci puoi giurare, sono immensi./ È un vecchio, Botri. Ottant'anni.Qui ha seppellito un figlio,/ un ragazzo, ma già una testa, da come ragionava, e mani d'oro./ Povero genitore. E povero anche tu, figliolo di quel Botri,/ per tutto il buono che non hai avuto, quando te ne sei andato».

Perfino un cantore crudo e sarcastico come il latino Marziale (I secolo d.C.) s'intenerisce quando detta la scritta sulla tomba di Eròtion, una servetta, sepolta nel suo fazzoletto di terra, a Roma. «Qui è addormentata Eròtion. Un'ombra prematura./ Il sesto inverno l'ha spazzata via. Un crimine fatale./ Dopo di me, un altro avrà il mio orticello. Chiunque tu sia,/ anno dopo anno, regala un sacro fiore a questa piccolina./ Vedrai che starà calda la tua casa, e in pace la famiglia:/ bagnerai di pianto solo questa lastra, qui, nell'orto». I politici sanno essere più pragmatici. Per il suo monumento funebre, il dittatore Silla escogitò un'epigrafe che ha la grana imperiosa e didascalica del programma, buono per tutti i tempi: «Non c'è amico che mi abbia fatto un favore, né nemico un torto, che io non abbia ripagato in pieno».

La monumentale raccolta delle epigrafi funerarie latine è un libro aperto, non sulla morte, ma sulla vita a Roma. Negozianti, attori, gladiatori, matrone, liberti ci hanno lasciato un diario collettivo vibrante come un'Antologia di Spoon River, capolavoro dell'americano Edgar Lee Masters. Con sfumature minacciose e patetiche, come nelle parole di un tale, Tullius Hesper, che sul suo loculo volle scritto: «Se qualcuno tocca le mie ossa qui dentro e le fa sparire, prego che viva per sempre con dolori fisici e che, una volta morto, venga rifiutato anche dall'inferno». Gente così non le avrebbe mandate a dire a chi, con i regolamenti, mette i bastoni tra le ruote ai Manes.

Priebke, portata via in segreto la salma del capitano delle SS

Il Messaggero

di Silvia Barocci e Cristiana Mangani

Non è più nell’hangar di Pratica di mare, forse spedita in Germania


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La bara di Erich Priebke non è più a Pratica di Mare è stata portata lontano dalle polemiche, dai rancori, dagli esibizionismi. Il trasferimento è avvenuto in assoluto silenzio, in un orario che non destasse troppi sospetti. Ma soprattutto è avvenuto senza bisogno di consensi o di autorizzazioni di familiari, perché su tutta la vicenda è stato apposto il Nos, il nulla osta di sicurezza, che consegna il caso all’oblio e alla riservatezza.

IL GOVERNO La decisione di mettere il sigillo di segretezza al caso Priebke è stata presa dal Governo, d’accordo con il prefetto Giuseppe Pecoraro che si è trovato questa rogna da gestire in concomitanza con altri eventi importanti della Capitale. Il capo della Prefettura ha provato più volte, in queste settimane, a trovare una soluzione cercando anche il consenso delle parti: dai figli del capitano delle SS all’avvocato Paolo Giachini che lo ha assistito in questi anni di processo e di arresti domiciliari. Ma la situazione ha continuato a non sbloccarsi. Pecoraro aveva anche avvertito il difensore che, se entro un tempo limite la questione non si fosse risolta, avrebbe secretato tutto e avrebbe tenuto fuori chiunque dalla scelta della destinazione finale.

E così è stato, anche perché la permanenza della bara in un hangar dell’aeroporto militare, oltre a generare imbarazzo, ha creato sin dai primi giorni, dei problemi di sicurezza per la salute pubblica. È stato necessario intervenire con una zincatura, perché dal feretro arrivava cattivo odore. «Della bara e della sepoltura non posso proprio parlare - si è ritratto quasi preoccupato per la domanda l’avvocato Giachini - Ho il vincolo del silenzio. Non so niente e niente posso dire. Questa vicenda ha mille aspetti che non sono stati trattati. Priebke non era il mostro descritto dalla stampa». Il legale, poi, dice a mezza bocca che, di recente, è stato a Roma, uno dei figli del militare nazista, quello che vive a New York, Ingo. Ma che è andato via atterito dall’odio che ha visto nei confronti di suo padre. Probabilmente l’uomo è stato contattato direttamente dagli uffici della diplomazia italiana.

IL LUOGO FINALE
Rimane ora il giallo di dove l’ex Ss sia stato portato. Un mistero destinato, forse, a rimanere tale, visto che è vincolato da un segreto che ha l’obiettivo di evitare eventuali pellegrinaggi o manifestazioni di dissenso. È stato tumulato o è stata scelta la cremazione? L’ipotesi che rimane la più accreditata è quella che un velivolo della nostra aeronautica lo abbia portato in una delle basi della Luftwaffe in Germania o in un aeroporto dell'Italia del Nord. Perché, durante le ultime trattative, era spuntata anche l'ipotesi di un paesino dell'Alto Adige.

LA GERMANIA
Nelle scorse settimane, comunque, le trattative non si sono mai fermate. Alcuni funzionari della diplomazia italiana hanno preso contatto con le autorità tedesche nel tentativo di mettere fine il più in fretta possibile allo stallo evitando nuove figuracce. Il prefetto Pecoraro ha avuto lunghi colloqui con Palazzo Chigi. E probabilmente qualcosa si è mosso sulla direttrice Roma-Berlino. Già il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, aveva auspicato che «alle spoglie del signor Priebke sia data sepoltura in modo appropriato». «Il nome di quest'uomo - aveva aggiunto - è un simbolo degli spaventosi crimini commessi contro gli italiani. Ora è morto. Speriamo che i resti trovino pace». I passi, felpatissimi, compiuti con la Germania potrebbero aver dato esito positivo, fornendo una scappatoia all'incredibile impasse che si era creata.


Venerdì 01 Novembre 2013 - 10:27
Ultimo aggiornamento: 10:32

Mattoni e lamette, a Melilla il muro della vergogna

La Stampa

gian antonio orighi
Madrid


Per frenare l’emigrazione dei subsahariani, il governo spagnolo di Rajoy introduce un reticolato con in cima lame taglientissime


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Che fare per frenare gli assalti dei subsahariani al triplice muro delle colonia spagnola di Melilla, sul mediterraneo marocchino? Il governo del premier popolare Rajoy ha deciso di reintrodurre un reticolato con in cima taglientissime lamette. La vergognosa misura era stata eliminata dall’ex premier socialista Zapatero nel 2007, dopo aver fatto però erigere un terzo muro di filo spinato alto 6 metri, proprio per le proteste delle Ong per le bestiali feriti che provocavano ai migranti illegali.

I subsahariani vanno all’arrembaggio, a centinaia, con altissime scale che si fanno beffa del triplice muro che circonda la colonia occupata dalla Spagna dal 1638, 12, 3 km quadrati a 300 km ad Est dello Stretto di Gibilterra. E non servono a niente sensori termici, fumogeni e radar. La Aegc, la associazione della Guardia Civil, il corpo militarizzato che controlla la frontiera con il Marocco, bolla il déjà vu zapaterista come “inutile e pericoloso”, perchè può produrre delle tragedie. Il governo di Madrid investirà l’anno prossimo 1, 2 milioni di euro per rafforzare uno dei ventri molli della Ue, Bruxelles altri 2. Ma l’unica misura efficace è che sia il Marocco che fermi prima i migranti che sognano l’ex Eldorado europeo.

Dispositivi elettronici in volo: finisce un’erapositivi elettronici in volo: finisce un’era

Corriere della sera

Il Dipartimento Americano dell’Aviazione ha posto fine al divieto di utilizzo durante il decollo e l’atterraggio

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MILANO - Era nell’aria da qualche settimana ma da ieri è diventata ufficiale: d’ora in avanti viaggiando con una compagnia aerea statunitense non sarà più necessario spegnere i dispositivi elettronici al di sotto dei 10mila piedi. In altre parole, tablet, computer, smartphone, e-reader e console potranno rimanere in funzione – in modalità aereo - anche durante le fasi di decollo ed atterraggio, permettendo così ai viaggiatori di leggere, giocare ai videogame, lavorare e ascoltare musica per tutta la durata del volo, nazionale ed internazionale. Mentre resta ancora tassativamente proibito telefonare dal cielo, e navigare online è a discrezione delle compagnie che dispongono della connessione wi-fi sui loro aerei (la Delta ha già fatto sapere che il servizio continuerà ad essere disponibile al di sopra dei 10mila piedi).

A decidere di eliminare l’anacronistico divieto (in vigore da mezzo secolo sui voli di linea, ovvero dalla fine degli anni Cinquanta, quando una ricerca trovò che le onde radio interferivano con le apparecchiature di pilotaggio) è stato il Dipartimento Americano dell’Aviazione, che ha così accolto i risultati dello studio condotto lo scorso anno da un pannello di esperti, che aveva concluso che gli aerei moderni fossero in grado di tollerare le interferenze radio. Per evitare però di correre rischi, la FAA ha comunque posto delle limitazioni all’uso indiscriminato dei dispositivi, stabilendo che in casi di scarsa visibilità o di turbolenza eccessiva, andranno spenti ed alloggiati nei vani presenti sul sedile di fronte. «E qui viene il difficile per gli assistenti di volo – chiosa il blogger di viaggi Johnny “Jet”
 DiScala - perché saranno loro a doversi assicurare che i passeggeri usino i dispositivi solo in modalità aereo e non scarichino nulla da internet, anche se in realtà già da tempo non li spegne più nessuno». E la conferma arriva da una ricerca dell’Airline Passenger Experience Association che ha evidenziato come il 69% dei viaggiatori usi abitualmente un dispositivo elettronico in volo, dimenticandolo sull’aereo in quasi un terzo dei casi.
 
«Il mondo è cambiato molto in questi ultimi 50 anni – ha spiegato il direttore della FAA, Michael Huerta, alla CNN – e sono quindi contento di poter annunciare che da questo momento le compagnie aeree potranno permettere l’utilizzo dei dispositivi elettronici durante tutte le fase del volo e in piena sicurezza». Comunque sia, prima di dare il via libera la FAA esige che ogni compagnia sottoponga i propri aerei ad ulteriori e rigorosi test, così da verificarne l’effettiva tolleranza alle interferenze radio prodotte dai dispositivi: se non ci saranno intoppi, le nuove misure dovrebbero diventare effettive entro la fine dell’anno, anche se la Delta e la JetBlue – si legge sul Telegraph – hanno già provveduto a testare la loro flotte nei mesi scorsi e sono pertanto pronte ad adottare le nuove disposizioni immediatamente. «Le regole in vigore finora erano arcaiche e fuori dalla realtà – ha commentato il frequent flyer Brett Snyder, che cura la rubrica online The Cranky Flier - e questa nuova disposizione è esattamente quello che i passeggeri hanno sempre voluto, anche se ora diventerà ancora più difficile per gli assistenti di volo fare in modo che qualcuno presti loro attenzione durante le spiegazioni sulla sicurezza».

01 novembre 2013

Il Vaticano: «Dario Fo? Non ne sapevamo nulla Ma è meglio che lo spettacolo non si faccia»

Corriere della sera

Il portavoce della Santa Sede: «Uscite mediatiche non corrette e forse strumentali». Fo: «Risposta da anni ‘50. Andremo al Sistina»


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ROMA - «Nessuna autorità vaticana sapeva nulla: nè l’Apsa che ha la proprietà dell’Auditorium, nè la Segreteria di Stato, nè i pontifici consigli della cultura e delle comunicazioni sociali». Così il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, in relazione alla mancata concessione dell’auditorium Conciliazione per uno spettacolo di Dario Fo in ricordo di Franca Rame.

IL NO DEL PORTAVOCE - «Ma - aggiunge il portavoce - dopo queste uscite mediatiche che cercano di mettere in mezzo il Vaticano e il Papa in modo non corretto e forse addirittura strumentale, penso proprio che sia meglio che lo spettacolo non si faccia all’Auditorium».

LA REPLICA DI FO - «Nelle risposte dal Vaticano si ritrova uno dei vizi, delle costanti della politica italiana degli ultimi 50 anni - replica il premio Nobel -. Dire “Io non sapevo niente, non c’ero e se c’ero dormivo”. Buttano il sasso e poi nascondono la mano».

PUBBLICITA’ - Fo spiega di aver saputo del no allo spettacolo «dall’organizzatore del teatro, che era disperato, anche perché, come dicono anche loro, eravamo già andati là con “Mistero Buffo”». E ribadisce ironico: «Hanno solo mosso ancora di più la curiosità della gente. Abbiamo sospeso tutta la pubblicità, perché basta scrivere su una locandina “lo spettacolo rifiutato dal Vaticano” per avere la fila».

L’OFFERTA - E c’è già una nuova destinazione per la tappa nella Capitale di “In fuga dal Senato”, che debutterà il 7 novembre a Genova e poi sarà in città come «Bologna, Torino, Napoli, Padova, e Milano. Ieri tre ore dopo che si era saputo del problema, mi ha chiamato l’organizzatore del Teatro Sistina, uno dei teatri più importanti di Roma, e mi ha detto che era pronto a prendere “In fuga dal Senato” in qualunque data volessimo. Ha accettato tutto, anche l’abbassamento dei prezzi a 10 euro, voluto da me dovunque per questo spettacolo, e che dà anche modo di acquistare con un grande sconto il libro di Franca».

01 novembre 2013