venerdì 1 novembre 2013

Pinocchio, in vendita la villa che ispirò Collodi

Corriere della sera

La famiglia Gerini, proprietaria dell'abitazione che ispirò il celebre racconto, la vuole vendere per 10 milioni e mezzo di euro


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Il «campo dei miracoli» dove l'ingenuo Pinocchio perse i suoi zecchini d'oro, una volta «dentata» che ricorda la bocca del pesce cane che inghiottì il burattino di Collodi e un rudere che rappresentava la casa della fata dai capelli turchini. Tutto questo, e molto di più, da oggi è in vendita per 10 milioni e mezzo di euro. Ad annunciarli il sito Idealista.it, dove la villa di Colonnata della famiglia Gerini, che si trova a Sesto Fiorentino, appare tra gli immobili da vendere.

Si tratta di una dimora storica di 3.000 metri quadri, con circa 30 vani e grandi spazi, come un salone da 170 metri quadri e gli ambienti del seminterrato. Oltre ai due livelli principali, ci sono le torri, le grandi cantine a volta e una cappella di discrete dimensioni. All'esterno, il parco dove, nel 1870, un giardiniere trovò delle monete d'oro che poi si moltiplicarono nella leggenda popolare. Da 20 diventarono 50 e infine 1.000 e per questo il parco venne ribattezzato come «campo dei miracoli». Ma all'esterno ci sono anche un laghetto con un isolotto caratterizzato dalla grotta con la volta «dentata» e, sopra questa, il rudere della fata.

Nella villa si trovano affreschi settecenteschi di Giovan Francesco Bazzuoli, oltre ad alcune opere di Annibale Gatti, pittore fiorentino dell'ottocento. La grotta che si trova nel salone, invece, venne realizzata dallo stuccatore e scultore Carlo Marcellini, forse assieme all'architetto Antonio Ferri. Gli esterni e probabilmente l'attuale sistemazione dell'atrio e della scalinata che porta al piano superiore sono opera dell'architetto Giuseppe Poggi, che già aveva lavorato per i Gerini nel grande palazzo di via Ricasoli a Firenze.
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31 ottobre 2013

Gb, 180 “divorzi all’italiana” ora rischiano l’annullamento

La Stampa

Le coppie di nostri connazionali stabilivano una residenza in Inghilterra per ottenere un procedimento più veloce e meno costoso. L’avvocato della Corona ha chiesto che i divorzi vengano annullati


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“Divorzio all’inglese”, titola il Times, più rapido e meno costoso per gli italiani, a patto che si rispettino le regole. Il quotidiano segnala infatti il caso di 180 divorzi di cittadini italiani che hanno scelto l’Inghilterra per ottenere la fine del loro matrimonio, ma che adesso rischiano l’annullamento. La loro posizione è al vaglio della magistratura britannica con il sospetto che le coppie abbiano agito in modo fraudolento fornendo una falsa residenza in Inghilterra, proprio per usufruire del sistema britannico più “comodo”, riferisce il Times. L’avvocato Simon Murray, che rappresenta la Corona in materia di divorzi, ha chiesto al massimo giudice in diritto di famiglia, Sir James Muby, che i divorzi vengano annullati perché si basano su una violazione delle normative, si legge.

La vicenda è venuta alla luce dopo che i funzionari di Sua Maestà hanno notato come in 179 dei casi di divorzio una delle due parti forniva lo stesso indirizzo, che si è scoperto essere una casella posta nel Berkshire, Inghilterra centrale. La cosa ha insospettito le autorità facendo annusare una frode e imponendo ulteriori verifiche.Pur riguardando cittadini italiani, il caso resta di totale competenza della giustizia britannica, le autorità italiane nel Paese «non entrano nel merito», ha spiegato il Console generale a Londra Massimiliano Mazzanti. Quello che possono fare è fornire collaborazione alle autorità del Paese ospitante, in fase di verifica per rintracciare le persone interessate.

In attesa che il giudice si esprima quindi, il caso pone comunque quesiti interessanti. Intanto se sia verosimile che tante coppie italiane scelgano di terminare la loro unione in Inghilterra. E la risposta è sì, per questo basta considerare il tempo - e conseguenti costi - che si risparmia. «Se non ci sono particolari condizioni, contestazioni o minori coinvolti e se la richiesta viene presentata con l’accordo del coniuge, ebbene, in tal caso in Inghilterra si può divorziare anche in sei mesi», ha spiegato all’ANSA Rocco Franco, avvocato dello studio Pini Franco LLP di Londra. «Intanto qui la separazione è considerata un dato di fatto», e non un passaggio per cui è necessario il riconoscimento di un tribunale. Cosa che fa già risparmiare anni.

Una condizione che può quindi far gola a molti italiani che vogliano velocizzare i tempi, tanto più che esiste il quadro giuridico, basato su un regolamento comunitario, che permette di divorziare in un altro Paese europeo, rispettandone naturalmente le leggi e avendone i requisiti. «Tra questi, in Inghilterra, è richiesta la residenza stabile per il ricorrente per almeno sei mesi», come requisito minimo spiega Franco. Che in alcuni casi può arrivare fino ad un anno.

Insomma, si può fare, rispettando le regole però. Ed è questo che viene contestato alle 179 coppie che, avendo dichiarato tutte lo stesso indirizzo di residenza e che si sospetta anche essere falso, sono finite nel mirino delle autorità. E se poi i divorzi verranno annullati davvero come sembrerebbe? Nell’ipotesi in cui qualcuno tra coloro che ha ottenuto questo `divorzio inglese´ si fosse poi risposato, con l’annullamento rischia forse di diventare bigamo. Cosa illegale, anche in Italia.

Facebook, nuove frontiere dell'analisi dati Studiato il movimento dei nostri cursori

La Stampa

luca castelli

Zuckerberg a caccia di informazioni sempre più sofisticate per migliorare il posizionamento della pubblicità. Una strategia che paga: nell’ultimo trimestre 2 miliardi di fatturato


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Facebook sta sperimentando un software che studia il movimento dei cursori degli utenti sullo schermo, in modo da sapere quanta attenzione viene effettivamente rivolta alle diverse aree del social network. La novità – che aggiunge un ulteriore capitolo alla rampante storia dei Big Data e del controllo tecnologico delle abitudini umane – è stata rivelata da Steven Rosenbush su Wall Street Journal

A margine di una conferenza a New York, Rosenbush ha incontrato Ken Rudin, responsabile della divisione “analytics” del social network, che ha condiviso alcune delle iniziative in cantiere nei laboratori di Facebook. I test andranno avanti per qualche mese, con un doppio obiettivo: le informazioni raccolte potranno permettere di migliorare le performance del servizio e – soprattutto – rendere più efficaci le inserzioni pubblicitarie, linfa vitale del social network. Studiando il movimento del mouse, Facebook potrà capire dove conviene posizionare gli annunci, in modo che sia più probabile che ricevano il nostro sguardo. E i nostri clic.

Gli esperimenti riguardano la raccolta di dati comportamentali: quelli legati alla nostra attività diretta sul social network. Informazioni che, come spiega Rosenbush, sono solo una parte di quelle catturate e analizzate da Facebook: nei suoi server l’azienda conserva anche molte informazioni di carattere anagrafico, cioè relative alla vita, alle abitudini e ai gusti degli utenti al di fuori del social network. 
La ragione di questa raccolta, sempre più imponente, è semplice: secondo Rudin, lo studio dei Big

Data è direttamente responsabile della solida crescita registrata negli ultimi mesi dal social network, in particolare nel settore mobile. Mercoledì l’azienda ha comunicato i risultati del trimestre luglio-settembre 2013: i ricavi complessivi hanno varcato la soglia dei 2,02 miliardi di dollari, superando le aspettative degli analisti. E’ cresciuto anche ciò che Facebook guadagna in media da ogni utente: 1,72 dollari contro 1,60 del precedente trimestre e 1,29 di un anno fa. Meno di due dollari per utente ogni trimestre possono sembrare briciole, ma solo se non si considera il numero totale degli iscritti a Facebook: 1,19 miliardi (anche loro in crescita: circa 30 milioni in più rispetto al periodo aprile-giugno). 

La voce che tuttavia ha più sorpreso l’ambiente è quella relativa al settore mobile: in quel mercato – praticamente inesistente due anni fa e spesso considerato più difficile e con minori margini di guadagno rispetto a quello Web – Facebook ha registrato un vero e proprio boom, al punto che ormai da smartphone e affini proviene il 49% del suo fatturato pubblicitario. Ed è proprio lì, spiega Ken Rudin, che sono intervenuti i Big Data.

Sugli smartphone, visto l’esiguo spazio sullo schermo, Facebook è stata “costretta” a inserire le pubblicità all’interno del flusso di notizie degli utenti. Prima di farlo, però, ha condotto numerosi esperimenti sui tradizionali account Web (dove invece gli annunci erano originariamente riservati alla parte destra dello schermo), per verificarne le reazioni. “L’analisi dei dati ha avuto un impatto decisivo nello sviluppo degli annunci per smartphone”, ha detto Rudin. “Non sono così sicuro che avremmo avuto il coraggio di inserire gli annunci nei feed degli utenti, senza averli prima provati”. 

Inevitabili dunque l’esigenza e lo sviluppo di test sempre più sofisticati, come quelli sui movimenti dei cursori degli utenti. Una necessità condivisa da tutti i big del settore high tech, spingendo l’asticella verso altezze sempre più ardite (e invasive per l’utente). In estate si è saputo che dal 2011 Google detiene il brevetto di una tecnologia “pay per gaze”: annunci pubblicitari pagati in base al reale movimento della pupilla dei consumatori verso un’inserzione (movimento catturato da sensori all’interno di device portatili simili agli occhiali Google Glass). 

Twitter@cabal

Quel sogno di comprare un grattacielo a New York

Corriere della sera

La sede faraonica della Magliana, le 600 stanze vuote in un albergo di Malpensa pagate per un anno

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La chiamavano in gergo «biglietteria speciale». Perché davvero speciali erano i biglietti che emetteva. Intanto il costo: zero. E poi i destinatari: tutti Very important person. E tutti rigorosamente in prima classe. Politici, giornalisti, manager.... Ma anche amici e parenti. Perché a un certo punto il privilegio prese a scendere democraticamente i gradini della scala sociale. Quando nel 2004 Giancarlo Cimoli arrivò all’Alitalia per il suo certo non indimenticabile passaggio al timone della compagnia di bandiera scoprì che la «biglietteria speciale» aveva staccato in sette anni almeno quattromila di quegli specialissimi biglietti. Quattromila.

Capiamoci: l’Alitalia non è affondata per un pugno, anche se bello grosso, di biglietti di favore. Ma per capire come una compagnia per cui nel 1987 il presidente dell’Iri Romano Prodi poteva senza suscitare ilarità immaginare una fusione alla pari con British Airways sia ridotta oggi a malato terminale senza più nemmeno «l’unica clinica disposta ad accoglierlo», per ricordare la frase con cui Tommaso Padoa-Schioppa spiegò l’accordo con Air France poi saltato, e dal quale fuggono perfino coloro che avevano giurato di salvarla, si deve partire da qua. Da come la politica, alleata di gestioni talvolta scandalose e sindacati indifferenti alle angosce del conto economico, anno dopo anno prima contribuì a spolparla. Poi a usarla come randello elettorale.

Negli anni in cui l’Iri aveva seicentomila dipendenti e controllava il 70 per cento della capitalizzazione di borsa non era un andazzo tanto raro. Basterebbe ricordare come il progetto di comprare un grattacielo a New York dove piazzare lussuose sedi delle holding di Stato sfumò soltanto per i contrasti fra i vari boiardi. Chi sarebbe finito al primo piano? E a chi, invece, sarebbe toccato l’attico con vista sull’Empire, il Chrysler e le Torri gemelle? Ma quanto a grandeur, l’Alitalia non la fregava nessuno. Chiamato a officiare la sepoltura della vecchia compagnia di bandiera che aveva passato il marchio a Roberto Colaninno e ai «capitani coraggiosi che lo affiancavano», il commissario Augusto Fantozzi ebbe un ufficio nella gigantesca sede della Magliana, a venti chilometri da Fiumicino, che sarebbe stata troppo grande anche per la General Motors. L’avevano pagata 250 miliardi di lire (quando i miliardi erano miliardi) dopo aver venduto per 90 il palazzo dell’Eur.

Una rimessa secca di 160 miliardi, con in più i costi faraonici di un complesso faraonico. Ma quella era solo una tessera del mosaico. Da lì Fantozzi scoprì che c’erano 60 (sessanta) sedi all’estero. Rimaste aperte per anni, nonostante gli scali coperti dalla compagnia italiana si fossero negli anni miseramente ridotti a una quindicina. Non parliamo di quella londinese di Heathrow, arrivata a stipendiare trecento persone. Ma per esempio di un ufficio in Libia. O in Senegal. O delle due sedi indiane, Mumbai e Delhi. Oppure degli uffici di Hong Kong, dove non arrivavano più da tempo nemmeno i cargo con il tricolore stampato sulla coda ma c’erano ancora 15 dipendenti e un conto da 1200 dollari da pagare ogni giorno all’hotel Hyatt. Del resto, davanti ai conti degli alberghi l’Alitalia non ha mai fatto una piega.

Come quando pagò per un anno intero seicento stanze negli hotel intorno a Malpensa destinate agli equipaggi che avrebbero dovuto fare base nello scalo varesino. Rimaste ovviamente vuote. E pagò con leggerezza. La stessa leggerezza con cui volava sugli ostacoli il cavallo montato dall’esperto fantino Giuseppe Bonomi: il manager più amato da Umberto Bossi, che quando era presidente dell’Alitalia gareggiava nei concorsi ippici sponsorizzati dalla compagnia di bandiera.Non l’unica sponsorizzazione, sia chiaro. Il logo dell’Alitalia era stampato sui pettorali dei concorrenti delle marce podistiche di Ostia, campeggiava negli stadi di pallavolo del varesotto, sul giornalino dell’Eur di Roma... Anche quando la crisi era ormai diventata nera, nerissima. Era allora, anzi, che i geni della comunicazione aziendale riuscivano a dare il meglio di sé.

Fu pochi mesi prima del tracollo che venne sventata per miracolo la sponsorizzazione di una mostra di abiti di sposa a Tokyo. Mentre nulla riuscì ad arrestare l’inevitabile doppio restiling della costosissima rivista di bordo Ulisse 2000, famosa per le illustri collaborazioni (non gratuite, immaginiamo) di alcune delle firme giornalistiche più note. Il primo assegnato a una società dell’ex collaboratrice dell’ex gran maestro della massoneria Armando Corona, compensata per il disturbo con 10 mila euro al mese. Il secondo affidato a una ditta di cui era proprietario per metà l’attore Pino Insegno, che partecipò anche uno spettacolo alla Sala Umberto di Roma con tanto di attori e attrici vestiti da piloti e hostess per festeggiare i sessant’anni dell’Alitalia. Ideona poi replicata a New York, stavolta senza Insegno, per i cinquant’anni del primo volo da Roma.

Il tutto, giusto poche settimane prima che saltasse la vendita ad Air France, che Silvio Berlusconi rivincesse le elezioni e che i suoi «capitani coraggiosi» scendessero in campo per «salvare» la compagnia di bandiera. Di lì a poco, la società di Insegno per il restiling di Ulisse 2000 si sarebbe trovata nella lista dei creditori della vecchia Alitalia, con 77 mila euro. Fianco a fianco con Peccati di Capri, la pasticceria napoletana che forniva i cioccolatini di benvenuto offerti ai passeggeri dell’Alitalia: 3.852 euro. Fossero almeno serviti ad addolcire la pillola...

01 novembre 2013

Fuori gli eurocrati dai nostri bagni” L’ultima crociata inglese contro l’Ue

La Stampa

claudio gallo
corrispondente da londra


Londra si scaglia contro le nuove norme per regolare gli scarichi d’acqua dello sciacquone: non più di cinque litri per la tazza e uno per l’urinale. Il Times: «Non ci sarà più nelle case inglesi un posto abbastanza privato in cui l’Europa non possa mettere il naso»


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Parliamo di cose alte, come dicono quelli che vogliono darsi un tono. Parliamo di cessi. Ma no, attenuiamo un po’ la volgarità cercando di essere più precisi. Parliamo di sciacquoni. L’ultima guerra tra l’eroica isola britannica, paladina delle libertà individuali (specialmente quando sono irrilevanti), e la sordida Europa che vuole ridurre il mondo a un regolamento di condominio, è infatti sulla vaschetta che sta gentilmente sopra la tazza a protezione dell’igiene e dell’olfatto.

Certo, sembra un argomento non fondamentale per le sorti dell’universo ma il (un tempo, forse) autorevole Times mette la notizia in prima pagina, cominciando col dire che non ci sarà più nelle case inglesi un posto abbastanza privato che l’Europa non ci possa mettere il naso. Dopo tre anni di lavoro e una spesa di decine di migliaia di euro, infatti, i laboriosi eurocrati hanno messo a punto uno standard europeo per la vaschetta, con lo scopo di risparmiare acqua potabile. Finalmente, è nato il tanto atteso euro-sciacquone, euro-flush per gli inglesi.

Secondo la bozza di proposta, dovrà erogare cinque litri per la tazza e un litro per l’urinale, con la possibilità di una sciacquata intermedia da tre litri. Queste caratteristiche fanno infuriare i britannici, che saranno anche sprezzatori del continentale bidet, ma solitamente utilizzano sciacquoni da sei litri o anche più nelle “old properties”. Usano cioè alla bisogna, come fa notare con apparente orgoglio il Times, “più acqua che in qualsiasi altro paese europeo”. La ricerca per individuare lo sciacquone assoluto è costata quasi 90 mila euro. La proposta aggiungerà peso al progetto dell’Eco-label che Bruxelles presenterà la prossima settimana.

Il tutto accade, fanno notare gli euroscettici britannici (sull’isola dei sei litri una grande tribù), dopo che il presidente della commissione europea Manuel Barroso aveva promesso di dare un taglio alle raccomandazioni burocratiche. E poi sottolineano, rapporto sull’euro-flush alla mano, che se gli inglesi sprecano più acqua, i continentali sprecano più carta. La classifica degli smanettoni della vaschetta vede in testa la Gran Bretagna con 1,125 milioni di metri cubi di acqua tirati nel 2010, seguiti dall’Italia (1074) e dalla Germania (1021).

Un bel problema per l’Unione piagata da crisi e disoccupazione, che sarebbe irresponsabile eliminare con un colpo di sciacquone.

Bambine che partoriscono bambine

Corriere della sera

di Barbara Romagnoli


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Ogni giorno, 20.000 ragazze sotto i 18 anni partoriscono nei Paesi in via di sviluppo. Nove nascite su 10 avvengono all’interno di un matrimonio o di un’unione stabile, nonostante si tratti di minorenni. Le giovani sotto i 15 anni che diventano madri sono 2 milioni del totale annuo di 7,3 milioni di mamme adolescenti; se non si interviene seriamente, il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni l’anno nel 2030.

È quanto emerge dal Rapporto 2013 sullo Stato della popolazione nel mondo, presentato oggi a Roma, in contemporanea mondiale, e realizzato dall’Unfpa, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione in collaborazione con Aidos [Associazione donne per lo sviluppo] che cura l’edizione italiana. Il focus dell’edizione di quest’anno è l’impatto che le gravidanze precoci (e i matrimoni spesso forzati per le minorenni) hanno sulla salute, sull’istruzione, sulla produttività, ma soprattutto sulla vita delle giovani donne.

A sfogliare pagine di dati e grafici, quello che colpisce di più sono le testimonianze raccolte dall’Unfpa, ne riportiamo alcune.

«Avevo 16 anni e non avevo mai perso un giorno di scuola. Studiare mi piaceva così tanto. Preferivo di gran lunga passare il tempo sui libri che guardare la tv! Sognavo di andare al college, trovare un buon lavoro e portare via i miei genitori dalla squallida baracca in cui abitavamo. Poi, un giorno, mi hanno detto che dovevo lasciare tutto: i miei genitori mi avevano scambiato con la fidanzata promessa a mio fratello maggiore. Ho supplicato mia madre, ma mio padre aveva già deciso.
La mia sola speranza era che mio marito mi permettesse di finire gli studi. Invece, quando sono rimasta incinta non avevo ancora compiuto 17 anni. Da allora non ho quasi mai avuto il permesso di mettere il naso fuori di casa. Tutti escono per fare spese o per andare al cinema o alle funzioni del quartiere, ma io no. A volte, quando sono sola in casa, mi metto a rileggere i vecchi libri di scuola, abbraccio la mia bambina e piango. È una bimba adorabile, ma sono arrabbiati con me perché non ho fatto un maschio.

Piano piano però le cose stanno cambiando. Mi auguro che, quando mia figlia sarà grande, le usanze come l’atta-satta e i matrimoni infantili saranno spariti del tutto. Spero che riesca a completare la sua istruzione e a sposarsi solo quando sarà lei a deciderlo».
Komal, 18 anni, India


«Sono stata consegnata a mio marito quand’ero piccola. Ero talmente piccola che non ricordo nemmeno quando è accaduto. È stato lui a crescermi».
Kanas, 18 anni, Etiopia


«… Facevo il primo anno delle superiori, quando è successo. Una sera sono andata a prendere l’acqua… Lui mi ha preso… mi ha violentato. Ero terrorizzata, ma avevo solo 15 anni: non mi è neanche venuto in mente che avrei potuto restare incinta. L’ho capito dopo».
Léocadie, 16 anni, Burundi


«La verità è che la gente ti giudica, gli esseri umani sono fatti così. Sentire che anche dopo tutti i tuoi sforzi e i risultati che hai ottenuto… dopo tutto quello che hai passato per superare quegli ostacoli, per diventare una persona migliore… la gente sa essere davvero spietata, perché alla fine quello che si ricordano è sempre: “ah, sì, quella ha avuto un figlio quando aveva 15 anni».
Tonette, 31 anni, incinta a 15, Giamaica


Ovunque, sono più esposte alle gravidanze precoci le giovani povere, poco istruite e provenienti da zone rurali, quelle appartenenti a minoranze etniche, gruppi emarginati o che hanno un accesso limitato o nullo alla salute sessuale e riproduttiva. Circa 70.000 adolescenti nei Paesi in via di sviluppo muoiono ogni anno per cause collegate alla gravidanza e al parto.

Siamo nel 2013? Sì, eppure si muore ancora di parto in troppi luoghi del mondo.
Non solo, il problema delle maternità a rischio fra adolescenti non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Anche in Occidente ci sono cifre rilevanti. L’entità complessiva è minore ma i fattori determinanti sono analoghi: scarsa educazione sessuale, poca consapevolezza del proprio corpo, culture maschiliste che non mettono le più giovani in condizioni di scegliere sul loro corpo e sulla loro vita, anche quando hanno maggiori opportunità economiche e casi numerosi di violenze e abusi sessuali.

Delle 680.000 nascite da madri adolescenti nei Paesi sviluppati, la metà sono negli Stati Uniti dove, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie), nel 2011 si sono registrate 329.772 nascite da madri di età compresa tra i 15 e i 19 anni. In Italia non abbiamo dati specifici sul fenomeno di madri adolescenti, ma abbiamo quelli sulle interruzioni di gravidanza secondo cui il 4% riguarda giovani minorenni.

«Non è un dato del tutto irrilevante se consideriamo l’altissimo tasso di medici obiettori di coscienza che nelle strutture pubbliche non fanno le interruzioni di gravidanza – spiega Daniela Colombo, presidente Aidos – molte adolescenti fanno da sole, si procurano pillole varie e sono aumentati gli aborti clandestini. Il problema nel nostro paese è più serio di quanto si creda, perché non c’è educazione sessuale nelle scuole, le giovani generazioni non frequentano i consultori perché spesso non sanno della loro esistenza, non usano i contraccettivi e stanno aumentando i casi di infezioni trasmesse per via sessuale, come la clamidia per gli uomini che incide sulla fertilità».

Come sottolineato dal rapporto Unfpa, le gravidanze precoci riflettono maggiormente l’impotenza, la povertà e la pressione subita da partner, famiglie e comunità, ma sono anche causa e conseguenza della violazioni dei diritti umani fondamentali delle donne e dello squilibrio generale nel rapporto fra i sessi. Per questo, qualunque azione si voglia intraprendere per arrestare il fenomeno, è necessario farlo in un’ottica di cambiamento delle relazioni di genere.

«Da quando circa 30 anni fa abbiamo aperto il primo centro di salute per le donne in Argentina – conclude Colombo – come Aidos abbiamo sempre, in qualunque nostro consultorio, dedicato tempo e spazio per le più giovani. Andiamo nelle scuole, a parlare nei luoghi di aggregazione giovanile, insistendo sul fatto che sono le relazioni di genere a dover essere trasformate radicalmente».
Con il sostegno di Unfpa, il Nicaragua ha, per esempio, adottato un “approccio gender-

transformative” per prevenire le violenze sessuali e le gravidanze con l’iniziativa Que Tuani No Ser Machista, che ha spinto i ragazzi di età compresa tra i 10 e i 15 anni di 43 comunità locali a riflettere su che cosa significhi essere macho e perché, incoraggiandoli a mettere in discussione gli stereotipi di genere. Fra gli esercizi, anche quello di descrivere i propri sentimenti, pratica certamente inusuale e poco “maschile”. Si calcola che alla prima fase (2009-2010) abbiano partecipato circa 3000 adolescenti e alla seconda (2010-2011) fino a 20mila.
Il Rapporto afferma chiaramente che «gli/le adolescenti plasmeranno il presente e il futuro dell’umanità. A seconda delle opportunità e delle possibilità di scelta in questo periodo della loro vita, potranno entrare nell’età adulta come cittadini e cittadine autonomi e attivi, oppure restare ignorati, inascoltati e soffocati dalla povertà».
Alcuni governi e comunità sono stati in grado di ridurre il fenomeno attraverso azioni rivolte a conseguire altri obiettivi, comunque collegati, come tenere le figlie a scuola il più a lungo possibile, prevenire l’infezione da HIV, porre fine per legge ai matrimoni precoci, costruire capitale umano femminile, lavorare all’empowerment delle ragazze perché prendano decisioni di vita e sostengano i loro diritti umani fondamentali.

Tuttavia, è il monito del Rapporto: «esporre, indagare e denunciare le violazioni dei diritti riproduttivi non darà grandi risultati se gli/le adolescenti non sono in grado di accedervi o non sanno nemmeno che esistono. Sviluppare un sistema di responsabilità che sia efficace e capace di reagire positivamente, e renderlo accessibile a tutti, è quindi di importanza cruciale. Raccogliere e analizzare dati disaggregati per età e per reddito riguardo alle gravidanze in età adolescenziale può garantire che le leggi e le politiche affrontino nel modo più adeguato le necessità e le esigenze inevase di servizi per tutta la popolazione, e in particolare per le adolescenti emarginate. Particolarmente scarsi sono i dati che riguardano le ragazze di 10- 14 anni, eppure queste cifre sono particolarmente importanti perché possono contribuire a comprendere meglio le esigenze specifiche di questo gruppo trascurato, le loro vulnerabilità e le difficoltà che devono superare».

Affinché «l’infanzia non sia mai devastata dalla maternità», è necessario uno sforzo maggiore e unitario, conclude l’Unfpa, per garantire a tutte le donne un passaggio sicuro, sano e felice dall’adolescenza all’età adulta. La salute e la felicità devono essere diritti per tutti; la maternità, vale la pena ricordarlo all’Italia che attacca la 194, deve essere una scelta della singola donna.


Il rapporto completo in arabo, inglese, francese, russo e spagnolo è online su
www.unfpa.org. La versione italiana è disponibile online su www.aidos.it

Ecco i Paesi che mandano al rogo le donne accusate di stregoneria

La Stampa
carla reschia

L’Onu: dal Ghana all’Arabia Saudita cresce il numero degli Stati che tollerano la persecuzione

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Da strega ci si può travestire, soprattutto nella notte delle anime, l’All-Hallows-eve, la vigilia di Ognissanti che rievoca l’antica festa celtica di Samhain, quando i bambini vanno in giro a chiedere Trick or treat, scherzetto o dolcetto; è un gioco. Ma ci sono ancora paesi in cui l’accusa di essere una strega, o uno stregone, non fa sorridere nessuno perché è un reato punibile con la morte. Piper Hoffman, scrittrice e blogger statunitense, li ha contati: sono sette, almeno, gli stati che perseguitano, o tollerano la persecuzione, di chi è accusato di gettare il maleficio e intrallazzare con il maligno. Un fenomeno purtroppo in crescita secondo l’Onu.

Accade in Arabia Saudita, dove dal 2009 la polizia religiosa, il noto Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ha istituito un Anti-Witchcraft Unit, con tanto di sito dedicato alle denunce dei cittadini. Accuse da non prendere alla leggera: l’ultimo caso risale solo a pochi giorni fa, quando a Jawf è stata decapitata Amina bint Abdulhalim Nassar, riconosciuta colpevole di stregoneria e di riti magici. 

In India, come in Nepal, non esiste il reato di stregoneria, ma nei villaggi e nelle aree tribali la superstizione è ancora molto forte e le forze dell’ordine faticano a scoprire e reprimere i linciaggi spontanei. Anche perché solo alcuni stati hanno adottato una legislazione specifica per punire chi compie gesti del genere. Così, a giugno, nello stato di Jharkhand, nell’est dell’India, un’anziana di 70 anni e la nuora di 42 sono state linciate da un gruppo di una ventina di donne convinte che avessero ucciso con la magia i loro figli .

L’anno prima la stessa sorte era toccata a un uomo e ai suoi due figli adolescenti sospettati di evocare i fantasmi. Nel villaggio di Madi, nel Sud del Nepal, distretto di Chitwan, è bastato un gesto per decidere la sorte di Dengani Mahato. Quando il locale sciamano l’ha additata come responsabile per la morte di un ragazzo annegato nel fiume, è stata presa a bastonate, cosparsa di kerosene e bruciata viva. Nessuno è intervenuto in suo aiuto e la polizia ha faticato persino a esaminare il corpo, a causa dell’ostilità degli abitanti. Un caso fra tanti secondo gli attivisti per i diritti umani che operano nella regione. 

Anche in Papua Nuova Guinea, la pena per le streghe è il rogo malgrado sia in vigore fin dal 1971 il Sorcery Act che ha messo fuorilegge la pratica. L’ultimo caso a giugno, nella città di Mount Hagen: una giovane madre di appena vent’anni, Kepari Leniata, è stata assaltata dalla folla, denudata, maltrattata e quindi spinta a forza sopra un mucchio di rifiuti cui è stato dato fuoco. La polizia, che aveva cercato d’intervenire, è stata respinta. Secondo i suoi assassini era responsabile della morte di un bambino di sei anni che qualche giorno prima era stato ricoverato in ospedale in preda a dolori di stomaco. 

Infine, l’Africa, dove, secondo molti osservatori, casi del genere si moltiplicano di anno in anno. In Tanzania, dove solo nel 2011 secondo il Legal and Human Rights Center, seicento anziane sono state barbaramente uccise perché ritenute streghe. Qui, tuttavia, dove la “fede” nella magia è diffusa e accettata oltre la fede ufficiale cristiana o islamica, non è tanto la reputazione di strega a uccidere quanto il presunto fallimento di un incantesimo.A farne le spese sono gli albini,attivamente cacciati perché ogni parte del loro “strano” corpo è ritnuta ottima per praticare sortilegi. 

In Gambia è il despota locale, Yahya Jammeh, presidente del paese dal 1994 e già noto per aver raccomandato una cura contro l’Aids a base di erbe magiche e banane, a incoraggiare la fede nella magia nera per essere libero di accusare, torturare e uccidere gli oppositori. Ci sono almeno sei casi documentati da Amnesty International di questo genere di pratiche che comprendono l’ingestione di liquidi velenosi e allucinogeni e altre forme di “esorcismo” e che sono condotte con un’adeguata coreografia: i sospetti vengono rapiti dai loro villaggi da gruppi di uomini vestiti con tuniche rosse cosparse di specchietti e conchiglie e accompagnati dal suono di tamburi. 

Anche in Uganda, paese africano spesso additato a esempio per la sua efficace lotta all’Aids, la fede nella stregoneria è più che mai viva e miete vittime sia tra chi la segue sia tra chi la pratica. L’elenco, lungo e sanguinoso, comprende bambini sepolti vivi o smembrati per avere lavoro o denaro, almeno 900 casi accertati secondo i dati di Jubilee Campaign, come pure presunti stregoni decapitati dai clienti insoddisfatti. Nell’impotenza, o con la connivenza dell forze dell’ordine e con un largo consenso sociale

Dell costretta a ritirare modello di laptop Gli utenti: «Puzza di pipì di gatto»

Corriere della sera

Il Latitude 6430U emano uno sgradevole odore. L’azienda costretta a sostituirlo: «Nessuna contaminazione biologica, è l’imballaggio»

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Hai comprato di recente un computer portatile Dell che ha uno strano odore? Consolati, non sei l’unico. Già, perché come fanno notare molti utenti sul sito di Dell, uno degli ultimi modelli Latitude 6430u Ultrabooks odora di pipì di gatto.

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GATTI SCAGIONATI -Come spiegato da The Next Web, sul forum le segnalazioni sono arrivate da tutto il mondo. C’è chi scrive: «Il computer è fantastico. Ha solo un difetto: sembra uscito dalla lettiera di un felino». Poi il responsabile materiale informatico di un’azienda scrive: «Abbiamo acquistato il vostro modello ma ora siamo in grande imbarazzo con i nostri dipendenti». C’è poi chi ha spruzzato liquidi e deodoranti sul laptop, senza riuscire però a mandare via quel fastidioso olezzo. Infine ci sono utenti che hanno anche accusato ingiustamente il proprio micio di aver fatto pipì sul loro portatile. I gatti, si sa, amano accoccolarsi sulla tastiera dei computer.

Ma dall’azienda statunitense rispondono che i felini non c’entrano. Prima hanno consigliato una pulizia del dispositivo con aria compressa, e poi – una volta accertato che il problema persisteva – hanno optato per la sostituzione gratuita dei modelli. La Dell ha confermato inoltre l’ipotesi avanzata da un utente del forum, secondo il quale l’odore di urina felina era da attribuirsi alla particolare composizione chimica dei polimeri plastici utilizzati nell’assemblaggio. Il tutto cercando di tranquillizzare gli utenti inferociti: «Non nuoce alla salute». Già. Ma di sicuro non è piacevole.

31 ottobre 2013

Identità«rubate» in ospedale Il tariffario della privacy in vendita

Corriere della sera

Nomi, cognomi e prognosi: per ogni paziente 9 euro. E poi il consulente proponeva gli indennizzi per gli incidenti


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Dati personalissimi, come lo sono quelli sanitari, rivelati e utilizzati per guadagnarci. Nomi, cognomi, indirizzi e prognosi custoditi in fax e annotazioni che spuntano dalle carte dell’indagine. Ogni nominativo valeva 9 euro, oppure dai 100 ai 150 euro al mese. Un vero e proprio tariffario. Questo è il quadro che emerge dalla maxi inchiesta che vede indagate 49 persone. Sono più filoni di indagine che coinvolgono anche 21 carabinieri. Uno, appunto, è la rivelazione di segreti d’ufficio. Un altro ancora è quella che gli atti definiscono illecita interferenza nella vita privata.

Un reato. In entrambi i filoni vengono coinvolti degli «007». Valdo Parietti, 52 anni, e Paolo Greco, titolare e collaboratore a tempo pieno della Agenzia Parietti - Centro investigativo orobico. Come entrano in scena? Bisogna prima partire da Calogero Emanuele, 53 anni, e Gilberto Donghi, 40 anni, l’uno proprietario e l’altro collaboratore della Consulenza incidenti stradali. La società aiuta chi ha subìto un incidente a prendere il risarcimento dei danni. Fin qui nulla di male. Ma per gli inquirenti la premessa del loro lavoro è un reato. Perché - indicano gli atti - hanno avuto le liste dei potenziali clienti da alcune talpe in alcuni ospedali. In parte il ponte sarebbe stata l’agenzia Parietti, che si occupa di perizie e di investigazioni private. Una telefonata viene ritenuta significativa.

È del 14 maggio del 2010, Donghi parla con Greco e gli chiede: «Quanti sono?». Lui risponde: «Una pagina, sono arrivati adesso quelli recenti». Una pagina di che cosa? Nomi di pazienti, è la risposta che daranno le indagini. C’è un altro punto di contatto e si trova sulle carte che la Guardia di finanza sequestra nel maggio del 2010 a casa di Donghi e negli uffici della Cis. A penna, sullo stesso foglio con la lista dei pazienti, ci sono degli appunti. C’è il nome di Parietti e ci sono dei calcoli. Per esempio, 160 x 9, totale 1.440 euro. Per gli inquirenti quei 9 euro sono il compenso per ciascun nominativo fornito: solo per il periodo tra settembre 2009 e il maggio del 2010 sarebbero 1.156 pazienti, per un totale di 10.404 euro. Si scoprirà che erano del Policlinico San Pietro, ma non si è mai capito come gli elenchi siano usciti da lì. Questi e gli altri sono ben dettagliati.

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Alcuni esempi. Mario Rossi (nome di fantasia), residente a ... in via ..., prognosi 10 giorni distorsione rachide cervicale, data dell’incidente. I nominativi sono evidenziati con diversi colori per distinguere se la persona era stata trovata a casa, oppure se le era stato lasciato il biglietto da visita nella cassetta della posta. I contatti erano soprattutto tra Greco e Donghi, che si incontravano per bersi un caffè. Ma secondo gli inquirenti era una scusa per la consegna delle liste. Ed Emanuele era all’oscuro di tutto? Viene ritenuto inverosimile, visto che è il titolare della Cis. Una volta che si risale a Greco e a Parietti, scattano delle nuove intercettazioni. Emergono così le attività investigative. Anche qui tutto nella norma. Se non fosse che si sarebbero spinte a piazzare registratori nelle case, senza autorizzazione delle forze dell’ordine, e ad accertamenti su conti bancari. La spia, per esempio, è una conversazione telefonica tra un cinquantenne di Curno e Parietti (o almeno il telefono risulta in uso a lui). «È riuscito a sapere qualcosa?», gli chiede il cliente.

«Nella banca che ci aveva detto lei ci sono 15.000 euro». E l’altro: «Però saranno 80.000». «Allora andiamo a vedere», lo rassicura l’investigatore. Non si capisce a chi si riferiscono, quindi non si scopre se le notizie riservatissime sono mai state scovate. L’uomo che chiede aiuto è preoccupato per il padre malato. Ha il sospetto che in casa non venga seguito a dovere. «Potrei mettere un microfono per vedere se maltrattano mio papà? È legale?», chiede. E Parietti: «Sì, sì, lo possiamo mettere noi». Ma il cinquantenne non è convinto e teme problemi: «Devo far prima denuncia ai carabinieri?». Ancora una volta l’investigatore lo rassicura: «Pensiamo a tutto noi». Il costo? Mille euro. Secondo gli indagati, il quadro ricostruito dall’inchiesta non corrisponde alla realtà. Lo dice l’avvocato Christian Manzoni, che assiste Parietti e Greco: «I miei assistiti escludono che sia così come viene loro contestato. Sono due professionisti seri e stimati. Queste sono accuse infondate. Per il momento approfondiremo la documentazione e poi chiariremo».

31 ottobre 2013

Berlino, il raduno dei “bebè di guerra” Oggi c’è chi li aiuta a ritrovare i padri

La Stampa

matteo alviti
berlino

Nati da rapporti di donne tedesche con soldati stranieri, i «Besatzungskinder», figli dell’occupazione sono oltre 200 mila Grazie all’aiuto di un’organizzazione americana cercano di rintracciare i genitori biologici


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Sono i figli della speranza, della voglia di vivere, o anche della solitudine. Sono nati da uno sguardo, una conoscenza fugace, brevi frequentazioni prima che il destino, sotto forma di una divisa verde, mettesse tra padri e futuri figli un oceano di mezzo. Ancora oggi li chiamano «War Babe», i bebè della guerra.

Secondo alcune stime sono oltre 200 mila i figli di madri tedesche e padri per lo più ignoti, ex militari delle truppe alleate che hanno liberato la Germania (e il resto del mondo) dall’incubo hitleriano. O di militari stazionati nel Secondo dopoguerra nelle basi alleate e tornati in patria prima di vedere che faccia avesse il frutto delle loro relazioni amorose. L’unico dato ufficiale, ma incompleto, risale al 1955: stando all’Ufficio di statistica federale tra il 1945 e il 1955 sono nati in Germania circa 67mila «war babe», 37mila dei quali da militari statunitensi.

Ramona Lehmann è una di loro, racconta il Berliner Zeitung. Rispetto a tanti altri «war babe» l’impiegata 57enne è fortunata: lei sa come si chiama suo padre. Ha anche una sua foto. Sa che oggi ha 84 anni e vive in Portorico, dove è nato. Ma non ha idea di come rintracciarlo. E il tempo stringe. «Vorrei abbracciarlo almeno una volta», confida Ramona con la voglia di chiudere un buco nella sua anima. «Per tutta la vita mi sono sentita incompleta. Mia madre era qui. Ma mancava mio padre», racconta al quotidiano, una condizione di inadeguatezza che ti rende «triste e depressa».

Sabato scorso quaranta «war babe» si sono ritrovati nel Reichstagsgebäude, l’edificio che oggi ospita il parlamento federale. Li ha invitati l’organizzazione GI Trace, che da anni cerca di mettere in contatto figli e padri che vivono negli Usa attraverso il Registro nazionale delle cartelle militari Nprc-Mpr di Saint Louis, in Missouri. Ute Baur-Timmerbrink, responsabile per la Germania e l’Austria di “GI Trace”, è stata fortunata: a 52 anni ha ritrovato suo padre. E ora aiuta gli altri a realizzare il proprio desiderio: «Tutti ricevono l’aiuto necessario se conoscono il nome del padre.

Ma purtroppo non è sempre questo il caso». Oltre a GI Trace non esistono iniziative simili per i militari inglesi, francesi o russi, ricorda la Berliner Zeitung. L’organizzazione statunitense è un unicum. Nonostante l’aiuto fornito, per molti «war babe» la ricerca delle proprie origini è però un percorso a ostacoli. Tante madri ancora oggi ammettono solo con difficoltà di essere rimaste incinte di un soldato di passaggio.

Allora, negli anni immediatamente successivi alla guerra, molte di loro hanno sofferto emarginazione e disprezzo da parte della comunità locale, che in quei bambini magari vedeva i figli del nemico. Per questo spesso la realtà veniva seppellita sotto un cumulo di silenzio e bugie. Ramona, per esempio, ha iniziato a cercare suo padre solo dopo la morte della madre, nel 1982. E’ stata una zia a fornirle una serie di importanti documenti e una foto della madre 19enne al fianco di quel soldato portoricano.

E non è poi detto che, una volta superato il primo ostacolo, con i padri vada meglio. Anche una volta individuati, se ancora vivi, molti di quegli uomini ormai anziani, con una vita e una famiglia alle spalle - un’altra famiglia -, non hanno alcuna intenzione di far piombare nella propria quotidianità un elemento di instabilità potenzialmente così grande. Non mancano però storie più felici. Le raccoglie sul suo sito la stessa GI Trace. Anche Ilona Laudien ha iniziato a cercare suo padre dopo la morte della madre, nel 2008. Fino ad allora di lui aveva potuto vedere solo una foto trovata in una scatola di biscotti.

La madre le aveva confessato che era suo padre durante una litigata furibonda. Poi per anni più niente. Nessuna spiegazione. Nessuna informazione. Grazie all’originale del certificato di nascita, su cui era stato annotato il nome del padre, e all’intervento di GI Trace, Ilona Laudien è riuscita a colmare quel vuoto, almeno in parte. Suo padre, l’ex soldato James Ramsey, era morto già nel 1986. Però Ilona ha potuto scoprire che in Arkansas l’uomo aveva avuto una famiglia numerosissima, una comunità di oltre 200 persone. Che quando hanno saputo della sua esistenza si sono subito incuriositi, come lei: «Forse un giorno li andrò a conoscere».

Bosnia, dopo i morti si contano i vivi Il censimento che può riaprire tutte le ferite

Corriere della sera

Il passo obbligato del Paese che vuole entrare nella Ue. I risultati nel 2015

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Vent’anni di silenzio. Di rimorsi. Di notti insonni. Di racconti sottovoce. Lo chiamavano il segreto di Prijedor: 1.274 morti che non si trovavano più. Musulmani e croati. Rastrellati dalle Tigri di Arkan, internati nei campi di prigionia. Si sapeva che ci fossero, non si sapeva dove. Vent’anni dopo, qualche mese fa, un vecchio soldato serbo ha deciso che non ce la faceva più: «Li abbiamo sepolti sulle colline di Tomasica». I cercamorti dell’Icmp, l’Istituto persone scomparse di Sarajevo, hanno cominciato a scavare in agosto e finora hanno tirato fuori 333 cadaveri.

Tutti con un buco in testa. Diciassette sono bambini: c’è pure il più piccolo della famiglia Bacic, diciotto mesi, legato con una corda alla mamma e avvolto in una coperta col nonno e con lo zio. Le vanghe hanno ricominciato in questi giorni, prima che arrivi il freddo. Sono spuntate altre centinaia di corpi, un lavoro enorme: sette metri di profondità, tre chilometri quadrati, la più grande fossa comune mai trovata dai tempi di Srebrenica. «Mancherà qualcuno di sicuro - dice Lejla Cengic, che coordina le operazioni - i serbi sparpagliavano i resti in località lontane, per non farsi scoprire. Ci vorrà tempo per dare un nome a tutti, avere un numero definitivo».

Ci vuole tempo, non è detto che ci sia: la Bosnia-Erzegovina non ha ancora finito di contare i morti, ma l’Europa vuole che ricominci a contare i vivi. Vent’anni dopo, lo Stato più martirizzato dalle guerre balcaniche ha appena concluso il suo primo, storico censimento. Non se ne facevano dall’epoca jugoslava (1991) e per gli eurocontabili è il primo passo obbligato d’un Paese che ha avuto centomila ammazzati, ottomila desaparecidos, un milione di sfollati e, nonostante l’eurocrisi e indicatori economici peggiori del Kosovo, sogna d’entrare un giorno nell’Ue. «A Bruxelles hanno evidentemente le idee più chiare di noi», ironizza Zlatko Mijovic, opinionista di Oslobodjenie :

«Ma tutto questo può avere un costo. Perché contare le teste significherà decidere quali teste contano di più. L’operazione presenta i suoi rischi». Ventiseimila funzionari porta a porta, due settimane di questionari, tre domande fondamentali: di che etnia sei, che religione pratichi, che lingua parli? Il quadro del Paese che ne uscirà - un primo abbozzo a fine gennaio, i risultati definitivi non prima del 2015 - non sarà solo un dato statistico: servirà a riscrivere il Cencelli della cariche pubbliche, quel che nel ventennio di pacificazione ha messo a tacere le armi, e poi a lottizzare la pubblica amministrazione, a stabilire le quote etniche, quanti posti spettino e a chi nei tribunali o alle poste, nella previdenza o nei trasporti...

Numeri da paura. Ci sono dopoguerra esplosivi come il Libano nei quali la comunità internazionale evita da anni d’organizzare i censimenti, proprio per non accendere la miccia di pericolose rivendicazioni. In Bosnia, l’idea europea è che vent’anni siano una parentesi sufficiente. «Quanto dovevamo aspettare ancora?», si chiede retorico il capomissione Ue, Peter Sørensen: «La riconciliazione passa per quest’indagine demografica, una pietra miliare». O una pietra tombale, come teme Mijovic: su una federazione musulmano-serbo-croata che non funziona, congelata dagli odi sopiti e mai sepolti, «paralizzata da una Costituzione inapplicabile, scritta nel ‘95 in una sperduta

cittadina dell’Ohio e bocciata dalla stessa Europa, annullata da una presidenza tricefala che ogni otto mesi passa d’etnia in etnia». Quando scoppiò la guerra c’era una popolazione di quasi 4 milioni e mezzo, la maggioranza del 43 per cento musulmana, il resto diviso fra serbi (31 per cento), croati (17 per cento), rom, ebrei. Lost in translation, tra scappati e sterminati, oggi la Bosnia ha 700 mila abitanti in meno e le nuove percentuali sono ben visibili: i serbi di Banja Luka fanno vita a sé, Sarajevo un tempo multiculturale si sta convertendo a un islamismo soft, il Paese s’abitua ai centri culturali iraniani e ai muezzin che sovrastano le campane.

La domenica mattina, al mercatino del libro sulla Maresciallo Tito, il best seller è «100 domande sul Corano»: più richiesto di Ja sam Zlatan , la biografia d’Ibrahimovic. I quindici giorni del censimento hanno riacceso polemiche, sollevato sospetti: sui funzionari pagati in nero, reclutati fra i partiti, sorpresi al bar mentre compilavano in serie i questionari oppure trovati oltreconfine, a censire serbi extra; sugli espatriati tornati dopo anni, solo per un paio di giorni e solo per aumentare i numeri del clan; sui musulmani dell’enclave serba ignorati da tutti; sui rom che hanno rifiutato di dare le generalità o hanno fornito dati falsi... Un modulo su cinque è irregolare, ipotizza l’ong indipendente Popismonitor, a Srebrenica bisognerà ripetere i rilevamenti.

Non è mancata qualche macabra gaffe, come rivelato dall’Osservatorio dei Balcani: nell’area di Pale, gli ispettori Ue sono finiti a dormire negli hotel dell’orrore che servirono a consumare gli stupri etnici.Che Bosnia sarà, lo raccontava già vent’anni fa Danis Tanovic, il regista Oscar di No Man’s Land : la metafora dei due soldati, un bosniaco e un serbo, bloccati in trincea da una mina e da organismi internazionali preoccupati solo di rispettare le regole. Prima o poi dovranno uscire, però, questi numeri del censimento. L’anno prossimo si vota per le presidenziali, il dibattito sul Porcellum locale è infinito e inconcludente, «non è un caso che s’aspetti il 2015 - sintetizza prudente il vicesindaco di Sarajevo, Aljosa Campara - meglio non aggiungere caos al caos con le nuove percentuali».

A distrarre l’opinione pubblica provvedono i «Draghi» della nazionale bosniaca, per la prima volta qualificati ai Mondiali 2014 in Brasile. A farla imbestialire, problemi più urgenti: gli undicimila randagi che scorrazzano per Sarajevo, per dirne uno, branchi feroci che mandano all’ospedale cinque persone al giorno ma che, secondo una legge del 2009 illuminata d’animalismo e benedetta dall’Ue, non si possono abbattere. C’è da rabbrividire fra i ringhi, quando si passeggia in centro. E in periferia, la sera, è consigliabile l’auto. Il Parlamento bosniaco sta provando a correggere la norma, viste le proteste e la carenza di canili. Ma sui randagi, pure stavolta, la voce dell’Europa s’è fatta sentire alta e forte: la severa raccomandazione è di non «condannare alla pena di morte» le povere bestiole. Giusto. Nella terra di nessuno si scoprono piano i morti, si contano pianissimo i vivi. E nel frattempo si salvano i cani.




01 novembre 2013

Usa, muore a 20 anni la bimba che non è mai cresciuta

La Stampa

Brooke Greenberg era affetta dalla sindrome “X”, che non permette di invecchiare. Il suo corpo e la sua mente non hanno mai superato i due anni


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Aveva il corpo e la mente di una bambina di uno, forse due anni. Ma ne aveva venti Brooke Greenberg, la donna mai invecchiata. Il suo caso - soffriva di una malattia rarissima- affascina la scienza dalla nascita. La sindrome, detta X a significare solo `malattia sconosciuta´, sarà studiata dagli esperti che sperano possa rivelare i meccanismi più segreti della biologia umana e fornire indizi sulla fonte della giovinezza eterna.

Nata e vissuta a Reistertown nel Maryland, Brooke ha trascorso la sua vita sempre in braccio :a mamma e papà, o alle sorelle, amata e vezzeggiata. «Anche dopo la sua morte Brooke Greenberg può aiutarci a capire i meccanismi dell’invecchiamento», ha spiegato Eric Schadt, direttore dell’ `Icahn Institute for Genomics and Multiscale Biology´ al Mount Sinai Medical Center di New York.

Schadt iniziò ad analizzare i cromosomi della bambina anni orsono, alla ricerca di mutazioni specifiche, e d’ora in avanti il suo laboratorio proseguirà con lo studio delle cellule staminali derivate dalla pelle di Brooke, alla ricerca dei geni e altri fattori specifici già identificati. «Questa donna darà il suo contributo alla medicina moderna e all’umanità», ha concluso lo specialista.
La `Sindrome X´ affligge non più di 6 persone in tutto il globo ed è caratterizzata dal blocco di ogni tipo di sviluppo organico e mentale sin dall’infanzia. 

Per Brooke lo “stop” totale alla crescita è arrivato a 4 anni di età. La bimba non ha mai parlato, ha sempre mantenuto i dentini da latte. Ma - hanno raccontato i genitori ai media Usa - nel corso degli anni ha sviluppato una sua chiara personalità e attorno a quella che avrebbe potuto essere la sua adolescenza ha evidenziato comportamenti ribelli.

«La crescita di Brooke è sempre stata strana sin da quando ero incinta - ha spiegato la mamma Melanie - un mese cresceva, poi si fermava, poi recuperava. Alla nascita pesava 1.8 kg, era piccola ma nella norma». Ma negli anni successivi, dopo una serie di emergenze mediche - la bimba fu colpita da ictus, ulcera perforata - i genitori la fecero visitare da diversi specialisti sino a giungere alla misteriosa diagnosi della `Sindrome X´. 

Come si chiama la Macedonia?

La Stampa

giuseppe zaccaria

Dopo oltre vent’anni di scontro, Atene propone per la nuova repubblica la denominazione di “Macedonia slavo-albanese” , Skopje storce la bocca e la contesa prosegue


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Se oggi un cittadino di Skopje atterrasse, mettiamo, all’aeroporto di Fiumicino e al controllo passaporti un poliziotto chi domandasse la nazionalità, per essere preciso dovrebbe rispondere “firomiano”, oppure “firomese” (su questo punto lo Zanichelli non aiuta). Il fatto è che il suo Paese, nato nel 1992 dalla dissoluzione della Jugoslavia non ha mai potuto trovare un nome internazionalmente riconosciuto poiché la Grecia vanta nel Nord una regione che si chiama appunto Macedonia e non ha mai voluto saperne di cederla, anche perché poi entrerebbero in gioco complicate questioni sulle origini di Alessandro il Grande.

Su quest’ultimo punto, magari, la Macedonia di Skopje si è allargata un po’ denominando “Alessandro il Grande” il suo aeroporto, “Alessandro il Grande” la principale piazza della capitale e disseminando il grande Alessandro su e giù per il Paese, ma quanto al diritto internazionale non si scappa: la nazione dal 1993 si chiama ufficialmente “Fjrom”, ovvero “Former jugoslav republic of Macedonia” e da questo punto non ci si era mossi per ventuno anni, ovvero da quanto dura il contenzioso internazionale con Atene. Tutto questo almeno fino a ieri, poichè proprio nelle ultime ore dopo lunghi e tormentosi interrogativi la delegazione greca ha dimenticato per un momento la tragedia economica per uscirsene finalmente con una proposta: la giovane repubblica dovrebbe chiamarsi “Macedonia slavo-albanese”.

Ci sono voluti ventuno anni segnati da lunghe fasi di incomunicabilità e intervallati da scontri furiosi, ma alla fine il lunghissimo contenzioso fra Atene e Skopje partorisce qualcosa di nuovo. La questione è talmente complessa che le Nazioni Unite hanno dovuto nominare un inviato speciale preposto alla faccenda e qualche tempo fa quest’ultimo, Mattew Nimetz, aveva proposto il nome “Macedonia del Nord”. L’idea non era piaciuta ad Atene, che in una simile denominazione vedeva ancora una somiglianza troppo accentuata alla sua regione settentrionale.

Adesso il lungo psicodramma greco sembra essersi concluso: Adamantios Vassilakis, capo negoziatore del governo sulla delicata vicenda propone la seguente denominazione: “Macedonia Slavo-Albanese”, qualcosa che suonerà comunque meglio dell’attuale acronimo internazionale, anche se sembra comunque contenere un elemento di identificazione e limitazione etnica che finirebbe con rappresentare l’altra faccia della discriminazione.

La questione viene ora sottoposta ad attento esame a New York da parte dell’inviato Nimetz, del gia’ noto Vassiliakis e del responsabile delle trattative per il versante macedone Zoran Jolevski. Le prime reazioni non sembrano molto positive: l’inserimento della denominazione “albanese” in una nazione che prima è stata bulgara e poi è appartenuta agli slavi del Sud appare infelice, e sarebbe accolto male da una parte della popolazione, anche se può soddisfare l’aggressiva minoranza skipetara del Paese, che alacremente continua un’inarrestabile esplosione demografica.

La trattativa appare sempre più come una tela di Penelope, una di quelle opere concepite per non concludersi mai: negli ultimi tempi le proposte si sono susseguite a ritmo serrato ma per una ragione o per l’altra sono state tutte bocciate. Si è già detto di quel “Macedonia del Nord” rifiutato da Atene, esattamente come quello di “Nuova Macedonia” che Skopje avrebbe tanto voluto, di “Repubblica di Macedonia-Skopje” ed infine il disperato tentativo di Nimetz di far passare un “Macedonia superiore” che i greci, così sensibili alle classificazioni di qualsivoglia ordine e grado, hanno bollato come “assolutamente inaccettabile”. La disputa continua , e nel frattempo il veto greco continuerà a frustrare tutti i tentativi di Skopje di avvicinarsi all’Unione europea.

Pompei. Risucchiata in fondo alla tomba del marito: si spacca il marmo mentre lo pulisce e muore

Il Mattino

di Susy Malafronte


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POMPEI. Stava pulendo il marmo che ricopre la tomba del marito. All'improvviso c'è stato un cedimento e una anziana donna è stata risucchiata all'interno della tomba facendo un volo di sei metri e rovinando di fianco alla bara del consorte. Subitaneo l'intervento dei vigili del fuoco e della polizia per metterla in salvo, ma non è bastato: la donna è stata trasportata in ospedale, dove è deceduta dopo qualche ora.

 
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mercoledì 30 ottobre 2013 - 14:06   Ultimo aggiornamento: 19:24

Cambia il protocollo di internet: "Troppi utenti migrano gli indirizzi IP"

Il Mattino


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ROMA - I cambaimenti della rete hanno comportato anche cambamenti di protocollo che hanno avuto come conseguenze gli spostamenti di indirizzi IP. La crescente popolazione di Internet sostenuta dal sempre maggiore numero di persone che si collegano alla rete e dal numero di dispositivi intelligenti interconnessi - telefoni, automobili, sensori - ha superato da tempo il limite massimo a disposizione dal protocollo IPv4, cioè l'Internet protocol, la lingua con cui computer e oggetti intelligenti comunicano tra loro. La soluzione esiste: è IPv6, nuova versione del protocollo IP. La migrazione è già iniziata in diversi paesi Europei.

 
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mercoledì 30 ottobre 2013 - 14:17   Ultimo aggiornamento: 14:18

Superluna" negli Stati Uniti: le spettacolari immagini ottenute con un particolare obiettivo

Il Messaggero

di Valeria Arnaldi


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Enorme, mostruosa, vicina. Impossibile. É una luna fantastica, nel vero senso del termine, la “Supermoon” fotografata da Aaron J Groen in Sud Dakota. La luna, “super” appunto per dimensioni e colori, domina alberi e case, accendendo di riflessi il paesaggio. E l’immaginario. Monumentale, come solo le fantasie sanno essere, finisce per schiacciare ogni dettaglio intorno a sé e catturare tutta l’attenzione. Negli scatti, ora è il traguardo di una strada deserta che corre tra i campi, ora invece appare incredibilmente vicina alle finestre di una casa in legno abbandonata vicino al lago Oahe. Esattamente come – e dove – Aaron ha deciso di costruirla.

Sì, perché la sua luna super è frutto di una speciale tecnica fotografica, basata sull’impiego di un apposito teleobiettivo. Ed è proprio un sapiente gioco di lenti ad assicurare al fotografo l’elasticità della Luna, tra grandi e piccole dimensioni. «Le foto sono state scattate nel Dakota Sud-orientale, lungo il confine con il Minnesota – spiega Aaron – Ho usato una velocità dell’otturatore più elevata per catturare il particolare e ho fatto più foto regolando il fuoco per catturare i dettagli. Poi questi lavori sono state combinati, mescolati o sovrapposti, per mostrare il fuoco infinito, simile alla visione ad occhio nudo».




Mercoledì 30 Ottobre 2013 - 19:19
Ultimo aggiornamento: 19:20