lunedì 28 ottobre 2013

Lezioni di Corano alla scuola pubblica

Alberto Giannoni - Lun, 28/10/2013 - 08:25

Corsi di lingua araba e religione. Due aule dell'istituto di via Asturie a disposizione di una cooperativa

Una scuola di lingua araba e di Corano in una scuola pubblica. Nella Milano di frontiera scoppia un nuovo caso. Siamo in zona 9.


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Tutto nasce dalla cooperativa «Diapason», che ha chiesto di utilizzare due aule della scuola «Verga» di via Asturie. Per un laboratorio di lingua araba. E «per insegnare a memoria il Corano» aggiungono Pdl e Lega. La delibera è stata approvata a maggioranza. Ha votato a favore la sinistra. Hanno votato contro il centrodestra e l'Udc. La polemica è a tutti i livelli. «Intanto - spiega il consigliere comunale del Carroccio, Alessandro Morelli - c'è una disparità di trattamento con le altre associazioni del quartiere.

Tutti chiedono spazi e strutture. Non a tutti viene convesso gratuitamente». L'anno scorso, in presenza di una richiesta identica, Morelli aveva interrogato l'allora vicesindaco, Maria Grazia Guida: «Mi rispose che la cosa non costava niente al Comune - ricorda oggi Morelli - una cosa assurda». Nella risposta della Guida pubblicata on line dai leghisti, in effetti, si legge che «unica spesa a carico del Comune è quella del riscaldamento». «La cooperativa ha accesso autonomo ai locali» precisava la vicesindaco, aggiungendo che «la pulizia delle aule viene eseguita dai genitori dei bambini frequentanti il laboratorio».

«In ogni caso - aggiunge Morelli - io contesto proprio l'impostazione. È chiaro che iniziative del genere fanno a pugni con l'idea dell'integrazione che sbandiera l'Amministrazione comunale. Io credo che sarebbero più utili corsi non solo sulla lingua ma anche sulla cultura e la storia italiana e milanese, anche perché molti dei figli di immigrati, in particolare quelli che non sono nati qui, difficilmente la conoscono, non per colpa loro». «Il corso - si legge nella relazione firmata dalla presidente di commissione Antonella Loconsolo - è di lingua e cultura, e affianca all'apprendimento della lingua anche nozioni di storia, geografia e matematica».

«In realtà - spiega il consigliere di zona del Pdl Gabriele Legramandi - sono stati distribuiti volantini in lingua. I miei colleghi li hanno fatti tradurre scoprendo che si parla anche di lezioni di Corano, lezioni mnemoniche, per bambini piccoli». «D'altra parte - aggiunge - la presidente della zona (Beatrice Uguccioni del Pd, ndr) ha presentato un emendamento che sancisce formalmente il fatto che ci sia anche questo tipo di attività. I consiglieri della maggioranza sono tutti favorevoli», dice Legramandi. Un consigliere di Fratelli d'Italia ha presentato un emendamento di segno opposto, allegando il volantino.

La commissione ha votato a favore a maggioranza «considerata la valenza culturale dell'iniziativa», «la gratuità», e «considerato che numerosi studi testimoniano che coltivare la lingua madre facilita, anziché ritardare, l'apprendimento corretto della lingua del paese ospitante». «Ma, per capire il clima in cui si è parlato di questa iniziativa - dice ancora Legramandi - posso riferire il fatto che nel corso della discussione in commissione ho chiesto più volte chiarimenti - semplici chiarimenti e non critiche di principio sulla fede islamica - che non mi sono stati dati. La presidente di commissione, che è di Sel, non intendeva lasciarmi parlare. E avendo io insistito sono stato insultato da altri due componenti la commissione, che mi hanno mandato a quel paese dandomi del “ciellino”, cosa che peraltro neanche sono».

Birmani, magnate in prima linea per recuperare la campana di Dhammazedi

Corriere della sera

Da 400 anni giace sul fondo del fiume Rangoon. Sul piatto «anche 10 milioni di dollari»

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Da oltre 400 anni la grande campana di Dhammazedi giace sul fondo del fiume Rangoon, proprio alla confluenza con il Bago, in una località nota come Monkey Point. O almeno così raccontano i libri di storia in Birmania, perché in realtà è dalla fine del 1800 che la monumentale costruzione in oro, argento e rame da 270 tonnellate (secondo stime approssimative, misurerebbe 6 metri di altezza per 4 di larghezza) sembra svanita nel nulla, alimentando così la leggenda che vuole la campana protetta dagli spiriti da quel lontanissimo 1608, quando il mercenario portoghese Filipe de Brito e Nicote la portò via dalla pagoda di Shwedagon (era stata regalata ai monaci dall’allora re Dhammazedi, malgrado gli infausti presagi dell’astronomo di corte) con l’intenzione di fonderla per farci dei cannoni, ma la zattera su cui la stava trasportando colò a picco nel Rangoon. Da allora la campana è andata perduta e gli innumerevoli tentativi condotti dal governo birmano e da numerosi investitori privati di ritrovarla e riportarla in superficie si sono risolti con il classico buco nell’acqua: la campana sembra infatti essere scomparsa sul fondo del fiume, intrappolata sotto quasi otto metri di fango e i relitti di almeno tre imbarcazioni, con la nebbia e le correnti a rendere ancor più difficile il ritrovamento.

LE RICERCHE - E se il primo a tentarne inutilmente il recupero fu lo studioso locale Chit San Win nel 1987, seguito dal subacqueo americano Jim Blunt, che fra il 1995 e il 1997 si immerse per ben 116 volte prima di rinunciare, ora è toccato al potentissimo magnate birmano Khin Shwe prendere a cuore la missione di salvataggio della Dhammazedi, allo scopo di riportarla alla pagoda da cui era stata rubata. E pur di riuscire nell’impresa il ricco uomo d’affari, presidente della Zay Kabar Company (una società di sviluppo immobiliare) nonché esponente di spicco del partito USDP (Union Solidarity and Development Party) del presidente Thein Sein, si è detto disposto a pagare qualunque cifra, «anche 10 milioni di dollari se sarà necessario», come ha spiegato lui stesso al giornale locale Snapshot (ne dà notizia il sito «The Irrawaddy»).

AIUTO «DIVINO» - E laddove non bastassero i soldi (a quanto - si legge anche sul britannico «The Independent», sarebbero già state affittate delle grosse imbarcazioni, dotate dei più moderni dispositivi di rilevamento, per scandagliare il fiume alla ricerca della campana), c’è poi l’aiuto divino su cui il signor Shwe si dice sicuro di poter contare, grazie ai poteri mistici dell’abate della pagoda di Kyaik Htee Saung. «Re Dhammazedi era nato di martedì e così pure l’abate – spiega il parlamentare – ed è per questo che sono convinto al cento per cento che il nostro progetto di recupero andrà a buon fine».

28 ottobre 2013

Caserta. Omicidio fra le bufale, due arresti: c'è il fratello di un attore di «Gomorra» già preso

Il Mattino


Napoli. Due persone sono state arrestate per l'omicidio di Luigi Caiazzo, il cui cadavere non fu mai trovato, avvenuto nel 1992 in una masseria a Villa Literno, Caserta, nell'ambito di uno scontro fra clan della camorra. Il centro operativo della Dia di Napoli ha dato esecuzione ad un'ordinanza di custodia cautelare in carcere e ha anche eseguito un decreto di sequestro preventivo di un'azienda agricola. Uno dei due arrestati è anche ritenuto responsabile dell'omicidio di Giuseppe Caiazzo, padre di Luigi.

Cattura I due arrestati, ritenuti responsabili in concorso dell'omicidio, sono Giuseppe Terracciano, 54 anni, e Raffaele Cantone, di 53. Giuseppe Terracciano è fratello di Bernardino, attore nel film 'Gomorra' di Matteo Garrone, arrestato nel 2008, in carcere per un episodio criminale degli anni '90, quando i Casalesi decisero di impedire la riorganizzazione sul territorio della Nco di Cutolo. Le indagini - concluse all'epoca con una richiesta di archiviazione - sono state riaperte in seguito a dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia che, insieme con l'attività di riscontro svolta dalla Direzione distrettuale antimafia, hanno permesso di fare luce sulla dinamica e sul movente del duplice omicidio.

L'indagine è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Le vittime, già appartenenti alla Nco di Raffaele Cutolo, furono colpite nell'ambito dell'offensiva dei Casalesi e finalizzata a stroncare qualsiasi tentativo di riorganizzazione della Nco e ad affermare l'egemonia del clan nell'intera provincia di Caserta. L'omicidio di Luigi Caiazzo, il 22 ottobre del 1992, avvenne all'interno di una masseria di Villa Literno. Uno dei due arrestati, Raffaele Cantone, è anche ritenuto responsabile, insieme con altri appartenenti allo stesso clan, dell'omicidio di Giuseppe Caiazzo, padre di Luigi, e del ferimento di Angelo Pietoso, reati commessi a Villa Literno il giorno successivo all'omicidio di Luigi.

È stato ricostruito, in particolare, il ruolo svolto da uno degli indagati, Giuseppe Terracciano, nell'omicidio di Luigi Caiazzo, ovvero quello di attirare in trappola la vittima, conducendola con uno stratagemma in una masseria dove l'altro indagato, Cantone, gli sparò in pieno volto, da distanza ravvicinata, un colpo d'arma da fuoco. Il cadavere, poi, fu occultato in un pozzo e mai ritrovato.

Nell'ambito dell'operazione è stato, inoltre, eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso d'urgenza dalla Dda, dell'azienda per l'allevamento di bufali di proprietà di Giuseppe Terracciano - all'interno della quale avvenne l'omicidio - dell'impresa situata nello stesso sito per l'allevamento di cavalli e intestata alla convivente di Terracciano, nonchè di conti correnti. L'urgenza, spiega il procuratore aggiunto Francesco Greco, «scaturiva dalla circostanza che, all'atto dell'esecuzione della misura cautelare, la polizia giudiziaria operante sentiva l'indagato dire alla donna di avvisare il commercialista di 'vendere tuttò e notava che il predetto firmava in bianco un blocchetto di assegni di un conto corrente a lui intestato, con l'evidente fine di permettere alla moglie di svuotarlo».

Il decreto è stato emesso in seguito ad accertamenti patrimoniali svolti dal Centro operativo della Dia guidato da Giuseppe Linares; gli investimenti relativi alle attività aziendali sono risultati sproporzionati rispetto ai redditi esigui dichiarati dai due. «Nessun delitto può rimanere impunito ed è importante che chi pensava di averla fatta franca venga assicurato alla giustizia» ha detto Linares. «C'è da parte di Procura e forze dell'ordine, e nel caso di oggi della Dia una costante opera di ricostruzione storica di efferati fatti di sangue i cui responsabili erano ancora impuniti e che potevano contare sul sostegno di insospettabili ed incensurati».

L'azione della Dia, evidenzia Linares, si muove su due fronti, «un'azione che si muove su un doppio binario, l'attacco ai patrimoni, alla camorra 'bianca', borghese e quello ai sistemi militari».

 
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lunedì 28 ottobre 2013 - 08:15   Ultimo aggiornamento: 12:22

Casta, i più pagati di sempre: vince Napolitano

Libero

La graduatoria dei politici più foraggiati nella storia della Repubblica: in vetta Re Giorgio con 13,6 mln. E poi...


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E' in cima alla classifica dei politici (viventi) che più ci sono costati nella storia dell'Italia repubblicana. Giorgio Napolitano, il presidente della Repubblica, chi altro se non lui. 13,6 milioni di euro: tanto ha guadagnato re Giorgio in 60 anni di politica. Un po' il Totti della Casta: una carriera lunga e sempre ai vertici. Re Giorgio ha passato più di quaranta anni in Parlamento, poi è stato ministro, eurodeputato, senatore a vita e, da 8 anni, è inquilino del Quirinale. E il totale dei soldi che Napolitano ha guadagnato con il suo impegno è approssimato per difetto: è il risultato della moltiplicazione dell'attuale emolumento guadagnato da un deputato (228mila euro lordi l'anno) per gli anni di politica. Ma non conta tutte le indennità e i privilegi di cui ha beneficiato Napolitano al Viminale come nelle altre cariche di prestigio che ha ricoperto.

Con lui podio - Sul gradino più alto del podio Re Giorgio, ed è giusto che un monarca primeggi. Ma ai vertici della classifica (stilata dal Fatto Quotidiano) spiccano due nomi non proprio di primissimo piano. Al secondo posto c'è Francesco Colucci da Brindisi, sindacalista classe 1932, deputato Pdl, alla Camera (con qualche interruzione) dal 1972. I suoi 34 anni di servizio alla Repubblica  gli sono valsi 7,8 milioni di euro. Terzo in graduatoria è il sempreverde Pier Ferdinando Casini: il segretario Udc, l'eterno ragazzo che ha messo per la prima volta piede in Parlamento nel 1983, ha guadagnato in tutto 6,9 milioni di euro.

Gli altri - Pari merito con Casini è Altero Matteoli: l'ex ministro dei Trasporti s'è messo in tasca negli ultimi 30 anni di attività politica 6,9 milioni di euro. Seguono la democratica Anna Finocchiaro (5,9 milioni) e il senatur Umberto Bossi (5,1 milioni). Ha già inserito la freccia del sorpasso Maurizio Sacconi, distante solo 100mila euro dal fondatore della Lega Nord. Chiudono ex aequo la  graduatoria tre pezzi da 90 degli ultimi governi Berlusconi: Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa e Carlo Giovanardi hanno incamerato 4,9 milioni di euro in 21 anni di vita istituzionale.

Si è sposato l'uomo più alto del mondo, 2 metri e 51. La moglie è un metro e settanta

Il Mattino


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L'altro giorno il trentenne turco Sultan Kosen ha sposato la bella Merve Dibo, 20 anni. Ma ci sono stati grandi problemi per farli entrare entrambi nelle fotografie. Perché lui è l'uomo più alto del mondo, 251 centimetri, lei invece è una normalissima ragazza di un metro e settante, innamorata del suo uomo. Le foto hanno fatto il giro del mondo. Il Daily Mail ne pubblica tante e fa gli auguri agli sposi.Tra i record di Kosen, che soffre di gigantismo, c'è anche quello delle mani più grandi del mondo: sono lunghe quasi trenta centimetri.

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lunedì 28 ottobre 2013 - 10:55   Ultimo aggiornamento: 10:57

Che ridere l'Italia di oggi vista dal Duce

Massimiliano Parente - Lun, 28/10/2013 - 08:33

Nel suo nuovo libro Gervaso si affida a un Mussolini redivivo per raccontare nel modo più sferzante gli ultimi 60 anni

 

Non so perché Roberto Gervaso non si veda da tempo nei soporiferi talk show, dove, se proprio devono, chiamano qualche storico zombie universitario, di quelli che almeno una volta sono stati ospiti di Gad Lerner e che quando insegnano ti fanno passare la voglia di studiare la Storia, soprattutto quella italiana.


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Oppure, peggio ancora, l'onnipresente Beppe «The pen is on the table» Severgnini. Di certo Roberto non ha perso la verve, anzi. Come testimonia il suo ultimo libro edito da Mondadori, dal titolo emblematico: Lo stivale zoppo. Nel quale, sorpresa, Mussolini non è morto nell'aprile nel 1945 ma è scappato in Svizzera per poi tornare in Italia sotto le mentite spoglie del giornalista Porfirio Oriani. È solo un pretesto narrativo per raccontare un Paese pietoso, melmoso, vigliacco e ipocrita come pochi altri, un «Paese di pappagalli e di scimmie esterofili». Ecco un piccolo dizionario gervasiano, tratto dal libro che forse avrebbe scritto Benito se fosse diventato Porfirio.

ANTIFASCISTA: «Le redazioni si riempirono di mezze calzette dell'intellighenzia che pretendevano galloni sproporzionati ai loro meriti. La qualifica di antifascista divenne un passe-partout, i somari con la tessera di sinistra si imbaldanzirono. Saliti in cattedra, si misero a predicare con un fervore reso più focoso dall'ipocrisia il verbo marxista, senza aver letto Marx e neppure Togliatti, ma solo Pitigrilli e Topolino».

COSTITUZIONE: «Una carta pomposa e democratica che, preso atto del fallimento dello Stato liberale e della iattura di quello fascista, rafforzava il parlamento e indeboliva l'esecutivo, che sarebbe divenuto ostaggio e lo zimbello dei partiti».

LAVORO: «“L'italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Una premessa che diventerà l'incubo di quei profittatori e di quei parassiti che porteranno il debito pubblico nazionale a quattro milioni di miliardi di vecchie lire (fa più effetto), cioè duemila miliardi di euro».

ALDO MORO: «Un uomo languido, scivoloso, schivo e di poche parole. Se De Gasperi parlava con Dio, Andreotti con il sagrestano, lui sospirava con Marx, travestito da evangelista».

ENRICO MATTEI: «Usava i partiti come i taxi, i timoni del parastato finirono nelle mani dei protégés di questo o quel partito, di questo o quel leader, di raccomandati di ferro, di vecchi marpioni, spregiudicati e intraprendenti. I nostri guai datano da allora. Come i nostri bilanci in rosso, il nostro debito pubblico, il nostro spread».

DEMOCRISTIANI: «Nessuno meglio di loro incarnava l'italiano medio, l'uomo qualunque, egoista, familista, attendista e opportunista, che non credeva in niente, se non in quello in cui, in quel momento, gli conveniva credere».

RIVOLUZIONARI: «Se fossero stati Napoleone o Churchill l'avremmo capito. Ma si chiamava, il più autorevole e carismatico, Mario Capanna, un umbro tutto casa, scuola, chiesa, amico dei parroci, che scrisse un testo di alta teologia eretica per dimostrare alla sua fidanzata che potevano andare a letto prima del matrimonio».

SESSANTOTTO: «Diciotto-ventisette politico a tutti, bravi e somari, spalletonde e sgobboni. L'istruzione pubblica diventò la fucina degli asini e dei paraventi».

SESSANTOTTO 2: «Ci sarebbero voluti un De Gaulle, un Adenauer, un Churchill, o anche un De Gasperi o uno Scelba. Gente d'arme, non di sagrestia, samurai, non baciapile».

MARCUSE: «Chi lo lesse, non ci capì niente. Chi finse di leggerlo, ci capì ancor meno. Chi non lo lesse capì tutto».

RADICAL CHIC: «Con il cuore a sinistra, il portafogli a destra, l'attico in centro e i quattrini in Svizzera».

CASO MORO: «In una memorabile seduta spiritica, cui partecipò il noto medium Romano Prodi...».

CRAXI: «Dichiarò guerra - e che guerra! - all'inciucio clerical-marxista, la più torbida tresca della storia repubblicana, impedendo che i due sposi salissero all'altare e, coram populo, si cambiassero gli anelli».

CHIESA: «Che ficca il naso e mette lo zampino e lo zampone in faccende mondane che non la riguardano. Scaltra e tartufesca, ambigua e insinuante, negatrice nei fatti di quei valori che solennemente predica ex cattedra».

PUTTANE: «In un Paese dove una senatrice socialista aveva fatto chiudere i bordelli, salvo quello che tutti li ospitava: l'Italia».

PERTINI: «Allergico alle mezze misure e alla riflessione, diceva quello che gli passava per la mente, senza preoccuparsi che per la mente gli passasse qualcosa».

P2: «Di cui anche Roberto Gervaso faceva parte, senza avere mai attentato alla sicurezza dello Stato».

CALVI: «Che aveva dato soldi a tutti, comunisti compresi».

SCALFARO: «Di tutte le disgrazie che si abbatterono sulla repubblica, nessuna fu paragonabile a questa».

NAPOLITANO: «L'ostetrico Giorgio Napolitano».

BERLUSCONI: «Quando abitavo, suo ospite, a Milano in via Rovani, parlavamo spesso di donne».

BERSANI: «Che in un Paese civile sarebbe stato ristretto a una camicia di forza».

MONTI: «Un economista teorico che di economia non capiva niente. Con l'aggravante della pretesa di capire tutto. Un mandarino dell'economia, che aveva letto tanto e purtroppo anche scritto, ma non aveva mai fatto i conti della serva. Solo quelli delle multinazionali».

GRILLO: «Beppe è un attore, e che attore: vedendolo e ascoltandolo urlare, la pressione sale a noi, non a lui. A rischio d'infarto o di ictus siamo noi, non lui».

IL FUTURO: «Chi vivrà vedrà. Noi possiamo anche non vivere, ne abbiamo viste troppe».

Risolto l’enigma dell’eruzione misteriosa che causò «l’anno senza estate»

Corriere della sera

Nel 1258 in Europa i raccolti non maturarono per il freddo, la carestia uccise un terzo della popolazione di Londra

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Otto volte più potente dell’esplosione del Krakatoa nel 1883, dieci volte più potente di quella del Tambora del 1815 (che nell’anno successivo cancellò l’estate nell’emisfero nord). Non si sapeva quale vulcano avesse provocato la più grande eruzione degli ultimi 7 mila anni.Tanti erano i «sospettati», tra questi El Chichón in Messico, il Quilotoa in Ecuador, l’Okataina in Nuova Zelanda, ma finora nessuno era stato in grado di puntare il dito e accusare «al di là di ogni sospetto» nessun edificio vulcanico. Ora, dopo trent’anni di indagini, un gruppo internazionale guidato da Franck Lavigne, docente di geografia fisica all’Università Parigi-1, ha identificato il responsabile: è il Samalas, sull’isola di Lombok, in Indonesia. E c’è anche una data precisa del «delitto»: tra maggio e ottobre 1257. Lo studio è stato pubblicato il 30 settembre sul Pnas.

TRENT’ANNI DI RICERCHE - È dall’inizio degli anni Ottanta che i vulcanologi, studiando il contenuto delle carote di ghiaccio estratte in Groenlandia e in Antartide, si erano accorti che in corrispondenza della metà del XIII secolo si era verificata un’anomala concentrazione di solfati nell’atmosfera. Segnale di un’enorme eruzione, che aveva causato anche una brusca diminuzione delle temperature. L’esplosione del Samalas ha portato alla nascita di una caldera lunga 8 chilometri e larga 6, ora occupata da un lago. Sul posto i ricercatori hanno trovato le conferme dell’enorme scoppio, la datazione degli alberi carbonizzati ha consentito l’esatta attribuzione temporale, inoltre le ceneri vulcaniche raccolte sono risultate identiche nella composizione chimico-mineralogica a quelle contenute nelle carote di ghiaccio polari.


RICOSTRUZIONE - Gli studiosi sono stati in grado di ricostruire gli avvenimenti che hanno portato all’immane esplosione e alle sue conseguenze. Il Samalas, che sorge accanto al monte Rinjani, era alto 4.200 metri e aveva un diametro di 8-9 km. Aveva già subito almeno due eruzioni esplosive violente nel suo passato, ma a poco a poco il cono si era ricostruito e nella camera magmatica sotterranea si erano accumulati 40 km cubi di magma ricco di gas. Infine la pressione del gas ha innescato l’eruzione esplosiva, esattamente come avvenuto con quella del Vesuvio del 79 d. C. che seppellì Pompei ed Ercolano. Secondo Jean-Christophe Komorowski, dell’Istituto di fisica della Terra di Parigi e co-autore dello studio, la colonna di ceneri si alzò fino a 43 km di altezza e provocò valanghe incandescenti di pomici e gas che arrivarono fino a 25 km di distanza. L’isola venne devastata (gli strati di pomice e cenere sono alti 35 metri), il cielo si oscurò per settimane, forse per mesi.

CRONACHE - Decisivo però è stato il rinvenimento del Babad Lombok, un testo giavanese scritto su foglie di palma del XIII secolo che narra di «un’eruzione fenomenale» durata una settimana, di terremoti, valanghe di materiale ardente dai fianchi della montagna e di molte vittime. Anche in Europa, senza conoscere le cause, l’eruzione del Samalas fece sentire i suoi effetti. Ecco, infatti, cosa scrisse fratello Richer, monaco che viveva a Senones nell’abbazia benedettina di San Pietro, nei Vosgi in Lorena, ora in Francia, raccontando gli avvenimenti dell’estate del 1258. «I raggi del sole riscaldavano appena la terra, nuvole e nebbie piovose furono così frequenti che sembrava di essere in autunno. Il fieno non poteva essere raccolto a causa delle piogge incessanti, le messi erano abbattute e si poterono raccogliere solo a settembre ma nei granai le sementi marcirono». E recenti scoperte di sepolture di massa a Londra risalenti alla metà del XIII secolo fanno pensare che un terzo della popolazione della capitale inglese non morì di peste, ma di fame a causa della carestia nell’anno senza estate del 1258.

28 ottobre 2013

I 36 casi in cui i dipendenti hanno salvato l’azienda

Corriere della sera

di Dario Di Vico



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Si chiamano, obbedendo a una classificazione internazionale, workers buy out e hanno dato vita in Italia già a 36 casi di piccole aziende salvate e rimesse in carreggiata dai dipendenti. Sono imprese per lo più localizzate in Toscana ed Emilia ma anche in Veneto e Lazio, presenti un po’ in tutti i settori del manifatturiero e dei servizi e che per ripartire hanno adottato nella stragrande maggioranza dei casi lo strumento della cooperativa.

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Alcuni casi hanno avuto ripetutamente l’onore delle cronache come le Fonderie Zen di Padova e la milanese Ri-Maflow ma a censirli tutti per la prima volta è stato ilbureau.com, un sito di giornalisti, grafici e ricercatori coordinati da Valentina Parasecolo. Quando l’azienda – Srl o Spa che sia – fallisce, i dipendenti si riuniscono in cooperativa e la rilevano dalla liquidazione, utilizzando il Tfr e l’indennità di mobilità. In moltissimi casi ad aiutarli arriva Coopfond, il fondo mutualistico della Legacoop che versa a titolo di prestito un ammontare pari a quello versato dai lavoratori (al massimo stiamo parlando di un impegno pari a 800 mila euro).

Successivamente si può attivare attorno alla nuova impresa una cintura di banche come Bper, Banca Etica o Banca Unipol che vegliano almeno sulla prima navigazione. I dipendenti fatta la scelta più difficile devono dare prova di maturità selezionando al loro interno le figure dirigenziali che avranno il compito di condurre l’azienda.
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Quasi sempre cambiano anche il nome: la Ottima di Scandiano (ceramiche) è diventata Greslab e la Maflow di Trezzano sul Naviglio è stata per l’appunto ribattezzata Ri-Maflow. Nel caso della Phenix Pharma in appoggio ai dipendenti è tornato un ex manager che aveva lavorato ai tempi in cui l’impresa era parte di una multinazionale americana.

Se l’obiettivo iniziale è quello di salvare con l’azienda ovviamente anche i posti di lavoro molte volte l’operazione è facilitata perché non tutti i dipendenti credono alla nuova impresa e alcuni si distaccano volontariamente. A differenza di esperienze più ideologiche che pure erano state fatte negli anni ‘70 e ‘80 nei nuovi workers buy out vigono i criteri guida della competenza e del pragmatismo.
Non si fa a botte con il mercato bensì si cercano idee e soluzioni nuove anche per dimostrare che le vecchie proprietà erano inette. Una scelta valoriale c’è sempre ma le bandiere rosse no. Nel caso della Greslab la nuova gestione ha puntato molto sulla formazione e ha cambiato il prodotto da vendere investendo sul grès porcellanato.
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I dipendenti della Phenix Pharma hanno rilevato l’azienda dalla Warner Chilcott che voleva uscire dal mercato europeo ma hanno scommesso su prodotti nuovi nel segmento dell’osteoporosi comprando addirittura una licenza. In altri casi è bastato riprendere il vecchio business come per la Infissi design di Reggio Emilia che era andata in crisi per errori di gestione o per la Clab di Arezzo che fino ai primi anni del 2000 era tra le prima aziende in Europa nella produzione di box doccia.

Classificate le nuove realtà la domanda successiva diventa quanto siano attrezzate queste aziende per reggere l’urto di una crisi che non fa sconti e non guarda ai valori. La risposta che per ora si può dire riguarda la data di nascita di diverse aziende dei dipendenti: la rodigina Cup è nata nel 2008 così come la pistoiese Micronix, la reggiana Art Linig.

Solo un anno di meno hanno la fiorentina Ipt e la pisana Italcom. Insomma nessuno può garantire il futuro ma, assicurano alla Coopfond, la selezione viene fatta all’inizio. Se non ci sono le condizioni non si parte nemmeno.

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Il tempo dell' ora solare e quello dell'ora legale

La Stampa

gianluca nicoletti


Spostare le lancette di un' ora due volte all'anno è il nostro ultimo rito di passaggio stagionale


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Si è chiusa stanotte la stagione dell’ora legale del 2013. Chi legge il giornale avrà già spostato le lancette dell’orologio indietro. Tutti tg della sera l’hanno annunciato, probabilmente con lo stesso servizio già trasmesso da anni. Chi ci legge in versione digitale faticherà meno, avrà già l’orario aggiornato automaticamente dal suo tablet o smartphone. In realtà il nostro anno è diviso in due tronconi, una scansione irreale, ma è la più oggettiva delle certezze dello scorrere del tempo. Spostare le lancette è il nostro inconsapevole sortilegio perché non si fermi la ruota della vita, è la riduzione all’essenziale di ogni rito di passaggio stagionale.

Abbiamo il tempo dell’ora legale e quello dell’ora solare, nel quale siamo appena entrati. Da questo pomeriggio ci accorgeremo inesorabilmente che l’aria di vacanza è finita. Potrà esserci tutto il bel tempo che si vuole, ma quel precoce imbrunire, che raggela ogni ottimismo, ci indurrà comunque al rigore. Saremo finalmente consapevoli del singhiozzo lungo dell’autunno, anche se le donne vanno in giro ancora a gambe nude, mentre gli uomini non hanno riesumato il fresco lana d’ordinanza.Nulla del nostro calendario biologico ha a che fare con i classici tempi della natura. Forse è anche giusto che sia così; a quanti cambia la vita sapere che questo è il periodo della raccolta delle olive, o che si avvicina quello della vendemmia?

Cornice del tempo attuale sono le zucche arancioni di plastica d’Halloween, che già hanno riempito le vetrine. Quando scompariranno, vedremo gli abeti sintetici e luminarie intermittenti. Per noi si avvicinerà la fine dell’anno, assieme all’incubo dei regali coatti. Poi torneremo nuovamente nel tempo “legale”. Solo all’indomani dell’ultima domenica di marzo ci si risveglieranno i feromoni. Avverrà un mattino in cui apriremo gli occhi assonnati, dopo essere andati a dormire con il solito avviso di telegiornale di riportare avanti d’un’ora le lancette. Vedremo ovunque coniglietti pasquali rivestiti di stagnola dorata, le donne si saranno tolte le calze e gli uomini si saranno nuovamente buttati sul cotone.

Cominceremo a pensare, con sempre maggiore parsimonia, a scandagliare siti e depliant per prenotare qualcosa che assomigli a delle vacanze, sentiremo che l’estate è ormai prossima, perché dovremo comunicare il piano ferie (almeno quelli che ancora avranno un lavoro). Tutti comunque continueremo a scandire la vita nel tempo asimmettrico imposto dal mutare dell’outfit dei manichini, dall’estro di chi arreda le vie dello shopping, dalle scadenze tributarie, dai palinsesti televisivi, dalle scuole dei ragazzi. Dalle leggi che recepiscono le direttive del Parlamento Europeo, che stabilisce, ai fini di risparmiare energia, che il nostro bioritmo avrà il suo stress, più o meno, semestrale.

Certo per qualcuno questo mini jet lag sarà fonte di malumore, nei mesi che verranno, per giunta, subiremo più furti in casa. Almeno secondo uno studio Allianz Suisse questi raddoppiano, paradossalmente, rispetto al periodo estivo. Non dovremo preoccuparci più di tanto però; gli esperti ci assicurano che avremo meno rischi d’infarto, grazie all’incremento dormite che ci restituirà il ritorno all’ora solare. Derubati, ma vivi, aspetteremo quindi il nuovo appuntamento con le lancette da spostare.

Con il rosso non si passa, con il giallo attenzione, con il verde… anche

La Stampa


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Partenza sprint allo scattare del semaforo verde, ma il conducente avrebbe dovuto accertarsi che non ci fossero pedoni nel cono d’ombra anteriore del camion. Anche perché la posizione del mezzo era in posizione irregolare. La Cassazione, con la sentenza 23307/13, ha dunque rigettato il ricorso dell’imputato.


Il caso

Semaforo con luce verde, e l’autocarro parte ma, purtroppo, il conducente non si accorge della presenza di un pedone in fase di attraversamento e l’investe, cagionandone la morte. I giudici di merito ritengono che la condotta del guidatore sia stata negligente, imprudente e in violazione dell’art. 191, comma 1, del codice della strada, che disciplina il comportamento dei conducenti nei confronti dei pedoni. Risultato? 6 mesi di reclusione e sospensione della patante di guida. Questo perché, spiegano i giudici, la vittima aveva iniziato l’attraversamento pedonale con la luce gialla del semaforo, ma l’imputato aveva fermato il mezzo in posizione irregolare, in modo da occludeva completamente l’attraversamento pedonale.

Nel ricorso per cassazione presentato dall’imputato, si evidenzia che i giudici avevano, erroneamente, dato per scontata la possibilità di avvistamento laterale del pedone, senza indicare il comportamento che l’imputato avrebbe dovuto tenere nelle circostanze di luogo e di tempo. La Corte di legittimità, però, sottolinea che la posizione irregolare del mezzo, seppur non volontariamente cagionata dal conducente, arrecava un sensibile intralcio, «fonte di grave pericolo per l’incolumità dei pedoni in fase di attraversamento».

Di conseguenza – spiegano gli Ermellini – l’imputato «avrebbe dovuto ispezionare attraverso tutti gli specchietti la situazione della strada intorno a sé e, nuovamente scattato il verde, avrebbe dovuto ipotizzare che qualcuno potesse ancora trovarsi nel cono d’ombra anteriore del camion, ovvero nei pressi dello stesso e, quindi, attendere qualche secondo prima di partire e non invece partire immediatamente allo scattare del verde». Insomma, con tali motivazioni, la Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il restauro sciagurato: cartoni animati al posto dell’affresco buddista

Corriere della sera


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Mostravano le ferite del tempo e dell’incuria gli affreschi nel tempio buddista Yunjie, risalente alla Dinastia Qing (1644-1911). Ma il restauro condotto per ordine di due funzionari dei beni culturali cinesi ha dato il colpo mortale: per concludere prima e meglio, hanno consentito che la ditta appaltatrice facesse dipingere sopra le immagini sacre, sbiadite da tre secoli di storia, una serie di nuove figure dai colori sgargianti che sembrano uscite da un cartone animato. È successo a Chaoyang, nella provincia nordorientale del Liaoning, dove resistono insediamenti splendidi come il tempio Yunjie e una pagoda del periodo Liao (916-1125).

1La follia è stata scoperta da un turista, che ha fotografato la scena e l’ha lanciata in Rete: il metodo di denuncia diventato comune in Cina, dove rivolgersi direttamente alle autorità è più rischioso. I due burocrati responsabili del lavoro sciagurato sono stati licenziati e anche il capo del partito per la zona ha ricevuto un ammonimento. I giornali locali scrivono che altre teste cadranno: perché dietro la cancellazione dell’opera d’arte c’è una storia di ordinaria catena gerarchica cinese.

3Tutto il tempio aveva bisogno di interventi, servivano almeno 600 mila dollari per i lavori. Così l’abate buddista si era rivolto all’ufficio responsabile per la zona di Yunjie; questo aveva passato la pratica all’ufficio beni culturali di Chaoyang. Questo aveva osservato che i lavori erano effettivamente necessario, ma senza rivolgersi all’autorità superiore, quella provinciale, che ora si dice ignara e sdegnata. Siccome la colletta dell’abate tra i fedeli non aveva raccolto la cifra sperata, l’opera è stata affidata a una ditta non qualificata. Alla fine la trovata geniale: invece di restaurare i dipinti, meglio sostituirli con altri nuovi. Questa almeno è la ricostruzione della compagna Li Haifeng, vice capo del governo di Chaoyang, che ovviamente si chiama fuori: «Non sapevo».

2Ora gli esperti provinciali del Liaoning dicono che gli affreschi originali potrebbero essere ripuliti dalle figure in stile cartone animato che li hanno completamente coperti, ma purtroppo non torneranno mai come prima. Li Zhanyang, archeologo, è furioso: “Le autorità di Chaoyang sono state rozze, irragionevoli e ignoranti della legge, ma purtroppo incidenti del genere in Cina succedono almeno una volta l’anno”.
Un blogger ha commentato: «Il cervello di chi ha avuto questa idea dev’essere stato preso a calci da un somaro».

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Una sola possibile consolazione: nel 2012 a Borja, vicino a Saragozza, un’anziana signora aveva pensato di restaurare da sola un Ecce Homo affrescato duecento anni fa dall’artista spagnolo Elias Garcia Martinez. Sotto le mani inesperte della pia donna il capolavoro è stato completamente rovinato. “Il peggior restauro della storia” lo ha definito la critica. Qualcuno, sfiorando la blasfemia, osservò che l’Ecce Homo era stato trasformato in “una scimmia capellona”. Ma per effetto dello scandalo, oltre 40 mila visitatori andarono a vedere l’opera, pagando un biglietto da 4 euro per l’ingresso in chiesa.

Visconti e il Pci quel tira e molla sul Gattopardo

La Stampa

fulvia caprara


Esce oggi la versione restaurata da Scorsese: così il regista riuscì a raggiungere i suoi scopi senza scontentare il partito


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Fin dal lungo e complesso lavoro di sceneggiatura, Il Gattopardo cinematografico - che da oggi torna nelle sale, a 50 anni dalla prima uscita, nella versione restaurata da Titanus e Cineteca di Bologna, assieme a Martin Scorsese con il sostegno di Gucci, risentì della querelle politica che aveva accompagnato il libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa da cui era stato tratto. Bisognava, secondo le indicazioni del Pci, che in un primo tempo lo aveva aspramente criticato, dare spazio al popolo, e al «dilagare del movimento contadino», cosa che, nelle prime stesure, non era avvenuta: del resto Visconti era ormai un compagno di strada, tutti sapevano che votava Pci, forse fu Antonello Trombadori a suggerire qualche adattamento che andasse nella direzione voluta. 

Non a caso con ll Gattopardo restaurato arriva anche, in 70 sale, il documentario (I due Gattopardi) che raccoglie le scene girate e poi non inserite nel film per volere dello stesso Visconti, pochi mesi dopo la prima distribuzione: «Su quelle sequenze cadde il silenzio - raccontano Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, recenti autori di Operazione Gattopardo (Le Mani) e ora del filmato -. In una di queste Calogero Sedara chiedeva al principe Tancredi come intervenire sui contadini che si ribellavano. Lui gli rispondeva: “Avete un esercito, usatelo”. In un’altra questi ultimi chiedevano conto della loro esclusione dal voto». Insomma, su quello che Anile e Giannice definiscono il «nostro Via col vento», il dibattito, mezzo secolo dopo, continua. 

Intorno ai minuti tagliati e alla ragione della loro sparizione ha regnato finora il mistero: «Stilisticamente congrui e apprezzabili - osservano Anile e Giannice -, i tagli che Visconti decise di apportare spostano un poco più a destra la barra ideologica del film. Il regista tolse qualcosa che, oltre a non appartenere al romanzo, non apparteneva forse nemmeno a lui... I recensori di sinistra usciti perplessi dalla visione della versione integrale sarebbero stati ancora più delusi dell’edizione tagliata... ». Per questo la curiosa uscita del Gattopardo in doppia versione, e «l’assordante silenzio che l’ha sempre accompagnata sembra un consapevole compromesso perché Visconti ottenesse i suoi scopi senza scontentare troppo il partito di riferimento... ». Le due versioni sembrano rispondere quindi all’esigenza di dare in pasto alla critica marxista e non la versione integrale uscita in sala a marzo, mentre la seconda veniva messa a punto da Visconti, in sordina, in vista del Festival di Cannes e dei posteri.

Per definire la querelle intorno al libro, la frase migliore è «contrordine compagni», una formula satirica per ironizzare sull’abitudine della vecchia sinistra a obbedire velocemente ai leader che indicavano la necessità di un cambiamento di direzione ideologica. La sorpresa è che l’ordine abbia riguardato, a suo tempo, uno dei titoli più importanti nella storia del cinema e della letteratura mondiali: «Sulle prime gli intellettuali di sinistra non lo apprezzarono e lo bollarono di anti-storicismo». Per criticarlo scesero in campo in tanti, in testa il dirigente comunista Mario Alicata, «leader culturale del Pci», che «scelse di fare pollice verso» perché il testo conteneva l’«apologia di un mondo passato, raccontato e idealizzato da un aristocratico», provocando il «ridimensionamento di un mito rivoluzionario come quello del Risorgimento» ed esprimendo una forma di «pessimismo nei confronti di qualsiasi forma di progresso».

Alla crocifissione parteciparono in tanti, perfino Alberto Moravia che, come ricorda Eugenio Scalfari in La sera andavamo a via Veneto, «diffidava», forse perché «vedersi portar via il primato della narrativa da un romanzo storico, conteso per di più dalla tradizione e dall’avanguardia», era quanto di peggio potesse capitare. Lo sdoganamento, raccontano Anile e Giannice - vincitori l’altra sera ad Agrigento, durante la 35 edizione dell’Efebo d’oro, del premio del Sindacato giornalisti cinematografici «Libro di cinema dell’anno» - arriva dalla Francia, dopo la schiacciante vittoria del premio Strega, con l’intervento di Louis Aragon su Les lettres françaises: «In pratica Aragon disse ai compagni italiani che il romanzo era una critica dal di dentro di una classe aristocratica perdente». Il mutamento di direzione fu immediato e riguardò, in seguito, anche la realizzazione dell’opera cinematografica firmata dal «conte rosso» Luchino Visconti:

«Il colpo di scena - si legge nel libro - fu che l’Unione Sovietica avrebbe pubblicato il romanzo, nonostante lo scarso gradimento dei compagni italiani. Il Paese che aveva vietato Il dottor Zivago di Pasternak decideva di dare alle stampe quello di Lampedusa. Questa volta Mosca voleva dimostrare di essere aperta alla discussione. Il caso Zivago si era rivelato una pessima propaganda e adesso, dopo che Lampedusa aveva vinto lo Strega, i dirigenti culturali sovietici tutto volevano meno un altro Nobel alla letteratura dato a un autore censurato da Mosca e diffuso in tutto il mondo dall’eretico Feltrinelli».

Follia a Montecitorio. Tutti sbronzi alla Camera

Libero

Una serata alcolica in Parlamento. E il deputato Farina, il giorno dopo, chiede che la buvette non venda birra dopo le 22. La clip di Franco Bechis


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La denuncia è di Daniele Farina, deputato di Sinistra e Libertà: "Sarebbe opportuno che dopo le 22 la buvette non vendesse più alcolici". Già, perché la seduta notturna della notte precedente è stata a dir poco scoppiettante. Una "serata alcolica". Alla Camera. Prima il leghista Gianluca Bonanno, della Lega Nord, che si accanisce con i comunisti. Quindi il grillino Girgis Giorgio Sorial, nelle vesti di un profeta. Gianluca Vacca, altrettanto grillino, si cimenta in una "presentazione postuma".

Poi il deputato Piccone: "Vado a dormire, sono stufo di sentire cagate". Il pentastellato Colletti, dunque, si interroga sul troppo "libertinaggio" in aula (e giù grasse risate, con la presidente di turno sempre più indaffarata per cercare di mantenere l'ordine). Ma non è finita: altre parolacce, altri interventi sconclusionati. Mattatori dello show sono i grillini: ammiccano, sorridono, si producono in discorsi campati in aria. Tutto ciò è accaduto nella notte tra il 23 e il 24 ottobre. Forse, il deputato Farina, non ha tutti i torti...

McDonald’s divorzia da Heinz Addio all’icona del ketchup

Corriere della sera

«Il nuovo capo di Heinz viene dalla concorrenza» E la holding dell’hamburger la cancella dai suoi menù

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Dopo 40 anni: McDonald’s rompe col gigante del ketchup Heinz Fine del matrimonio (a tavola) per il gigante del fast-food e il re del ketchup: per 40 anni McDonald’s ha servito la salsa Heinz con le patatine fritte. Ora i due colossi si separano. La causa? Il nuovo capo di Heinz arriva dal rivale Burger King.

PASSAGGIO - Patatine fritte con ketchup non scompariranno dal menu di McDonald’s. Ciò nonostante, dopo 40 anni di fruttuosa collaborazione, dalle famose bustine rosse sparirà il marchio Heinz. Il motivo della rottura sono «i recenti cambiamenti alla direzione di Heinz», ha comunicato McDonald’s . Il 43enne Bernardo Hee ha lasciato infatti la guida della catena di fast food Burger King per prendere le redini di Heinz. «Abbiamo parlato con Heinz e vogliamo lavorare assieme per garantire un passaggio senza problemi», fa sapere di McDonald’s che conta oltre 34 mila ristoranti in giro per il globo. Heinz non ha voluto commentare la fine del sodalizio.

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CAMBIAMENTI - Una portavoce di McDonald’s negli Stati Uniti, ha spiegato che il cambiamento interesserà soprattutto i mercati al di fuori degli Usa. In America, infatti, Heinz è presente solo sulle tavole di McDonald’s a Pittsburg e Minneapolis. In gran parte d’Europa, invece, il fornitore delle salse è la società Develey. A beneficiare del nuovo menu offerto da McDonald’s potrebbero essere Hunt’s e Del Monte, gli altri due colossi del ketchup. A giugno la holding statunitense Berkshire Hathaway di Warren Buffett aveva acquistato insieme con 3G Capital la società Heinz per 28 miliardi di dollari, una delle maggiori acquisizioni di sempre nel settore alimentare.

27 ottobre 2013

Don Santoro e la donna nata uomo scrivono al Cardinale Betori

Corriere della sera

Dopo le nozze, quattro anni fa, si chiede che «venga riconosciuta la dignità di sacramento»



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FIRENZE - Si sono sposati quattro anni fa. E le loro nozze fecero esplodere un caso. Sì perché Sandra Alvino, la sposa, è oggi una donna a tutti gli effetti ma è nata uomo. Per il quarto anniversario, la coppia e don Santoro, il parroco che ha dato loro la «benedizione matrimoniale», hanno deciso di scrivere al Cardinale Betori. Proprio don Santoro per quella iniziativa fu temporaneamente allontanato da Betori dalla comunità delle Piagge, che firma anch'essa la lettera. «Siamo qui dopo quattro anni a fare memoria e rinnovare l'abbraccio di benedizione che abbiamo vissuto allora e ci sono tornate alla mente le Sue parole di Vescovo dette e scritte che consideravano, e tutt'oggi considerano, quell'atto «privo di ogni valore ed efficacia», alle quali abbiamo pensato e ripensato ma ancora una volta non possiamo fare altro che dire alla Chiesa, di cui facciamo parte che non riusciamo a riconoscerci e a condividere quelle Sue parole».

«Lei - scrivono gli estensori alla Chiesa, rivolgendosi a Betori - considerò quest'atto una simulazione di sacramento, appoggiandosi al Codice di Diritto Canonico e facendo forza sulla Sua «sicurezza» dottrinale». E, riferendosi alla recente intervista di Papa Francesco su Civiltà Cattolica, il prete don Santoro, Alvino (presidente dell'Associazione italiana transessuali) e il marito Fortunato Talotta dicono che «a noi sembra che queste parole siano la via maestra con cui le comunità cristiane, i vescovi e la chiesa nel suo insieme dovrebbero, con spirito sinodale, confrontarsi sugli atti e sulle scelte che viviamo come Chiesa. Ed è proprio alla luce di queste indicazioni che continuiamo a pensare che alla benedizione matrimoniale di Sandra e Fortunato debba essere riconosciuta la dignità di sacramento. E allora come pensare non esista e non valga quell'atto di matrimonio ufficiale firmato con fede e convinzione dagli sposi, da me come celebrante, e dai due testimoni quattro anni fa? Che cosa bisogna farne di quell'atto?».

Nella lettera si riporta che «oggi, nella celebrazione eucaristica della Comunità, insieme abbiamo ribadito che una storia d'amore fedele è un sacramento di per sè, che l'atto d'amore vissuto con loro il 25 ottobre di quattro anni fa supera il diritto e la legge sempre e comunque, e che la loro unione è benedetta e consacrata». «Ancora una volta, e questa volta in maniera aperta e pubblica, - prosegue il testo - Le chiediamo di poter cominciare a dialogare e confrontarsi come Chiesa in spirito sinodale su questa specifica questione e su come dare dignità di accoglienza vera nella chiesa alle diverse e varie relazioni d'amore».

27 ottobre 2013

Il futuro di videogiochi? Nei computer da indossare”

La Stampa
bruno ruffilli

Nolan Bushnell, fondatore di Atari e inventore del leggendario Pong: «Quando dissi di no a Steve Jobs»


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Nolan Bushnell ha settant’anni e la barba bianca, ma passa molto tempo con i videogiochi (“Su computer, smartphone, console: ho otto figli e fin da quando erano bambini ci siamo sempre sfidati, ora lo faccio con i nipoti”). È il fondatore di Atari, oltre che uno degli inventori di Pong, che a metà degli Anni Settanta fu il primo videogame a entrare nelle case di milioni di persone: ne ha parlato alla Games Week, la più grande fiera italiana di intrattenimento videoludico che si chiude oggi a Milano.

Lei ha cominciato con il tennis digitale, poi ha venduto Atari e ha aperto una catena di ristoranti, si è dedicato a mille altre attività e ora ritorna ai videogiochi con Brainrush, ma da una prospettiva diversa. E ha dichiarato che da questa sua ultima avventura imprenditoriale si aspetta un grande successo. Perché?
“È un’azienda che si occupa di educazione e videogiochi. Vogliamo cambiare il modo in cui si trasmette la conoscenza, e i videogame offrono strumenti molto utili. Non cerchiamo di produrre giochi educativi in senso stretto, ma piuttosto di usare la tecnologia dei giochi per l’istruzione. Abbiamo sviluppato alcuni software per l’insegnamento delle lingue, ad esempio, e i risultati sono entusiasmanti: gli studenti apprendono dieci volte più velocemente che in una classe normale. Indipendentemente dalla loro formazione e dal loro curriculum, perché quello che noi cerchiamo di fare è stimolare le stesse aree del cervello coinvolte quando si gioca”. 

Ma in un paese come l’Italia, genitori accetteranno di sostituire libri e insegnanti con i videogiochi, secondo lei?
“Sarete sorpresi da quanto velocemente l’educazione potrà cambiare nei prossimi anni, anche in Italia. I genitori vogliono che i loro figli abbiano successo nella vita, e per questo serviranno nuove tecnologie e una scuola diversa da quella che conosciamo, dove sia chiaro che il compito non è impartire nozioni, quanto formare una generazione più tecnica, più creativa, più capace di sviluppare strategie e connettere conoscenze. La struttura attuale dell’educazione potrà resistere ma non potrà fermare il futuro, anche perché i costi calano rapidamente: saranno le scuole per prime a chiedere innovazione”. 

Qual è il futuro dei videogiochi?
“Da subito ho capito che i videogame sarebbero diventati importanti, che il progresso della tecnologia sarebbe stato un progresso anche per Pong e gli altri giochi. Certo, non ho previsto una diffusione così grande degli smartphone usati come console, avrei dovuto poterlo fare, ma non l’ho fatto. E per me ora i computer da indossare sono la prossima frontiera del gioco”.
(Qui Bushnell mostra il suo Fuelband, il braccialetto Nike che serve per monitorare l’attività fisica, e capita che anche il suo interlocutore ne abbia uno al polso. “Che punteggio ha?”, chiede, e parte la sfida: vince l’intervistatore. “Vede? È un gioco anche questo”, commenta ridendo).

E le console? Vedremo una quinta generazione di Xbox e Playstation, dopo i modelli nuovi che stanno per uscire tra meno di un mese?
“Le generazioni successive avranno una vita dura, PS4 e Xbox One sono così vicine al realismo che non riesco a immaginare ancora grandi miglioramenti. Adesso bisogna che giochi cambino, che vadano oltre la logica degli sparatutto e delle corse. E le console secondo me più che una tecnologia sono un modello economico per proteggere gli incassi di chi produce giochi, un po’ come l’App store di Apple. Il futuro è in internet, con lo streaming e le piattaforme libere”. 

In che senso?
“Quando internet sarà abbastanza veloce non ci sarà più bisogno di una console, i giochi gireranno su un server e si potrà interagire in streaming da ogni schermo. Oggi siamo appena all’inizio, ma quello che serve davvero perché un tale modello abbia successo è una piattaforma libera dove sia possibile gestire i diritti digitali in maniera semplice e trasparente. Il fatto che Sony e gli altri distributori possano impedire l’accesso ai loro canali è un rischio per chi investe, può ritrovarsi ad aver speso tanto e non poter vendere un gioco. Con una piattaforma aperta i rischi sono minori: è la qualità del prodotto a fare la differenza. E il successo di uno diventa una potente spinta ad investire per molti altri”. 

Pong era quasi un quadro di Mondrian in movimento, con quelle barrette rettangolari e la palla quadrata… Davvero per un videogioco la caratteristica più importante è il realismo?
“Prendiamo Minecraft: è macchinoso, del tutto privo di realismo, eppure ha avuto un grande successo. Nel mondo dei videogame c’è spazio per tutti, come nella pittura, anche se ci sarà sempre chi apprezza più Rembrandt e chi impazzisce per Matisse”.

E come giudica ad esempio Beyond: Two Souls, un titolo a metà tra gioco e film?
“Beyond: Two Souls è un interessante esempio di ibridazione, ma non è detto che questa sia l’unica strada da percorrere. Quello che vedo è un tentativo continuo di sfruttare al massimo un’idea: il gioco, il film, il merchandising, la rivista. Ma non sempre funziona: ricordo ancora ET, il film era bellissimo, il videogioco un disastro totale”. 

C’è ancora spazio per gli sviluppatori indipendenti in un settore dove gli investimenti per i nuovi titoli sono elevatissimi, come nel caso di GTA V, costato oltre 270 milioni di dollari?
“Minecraft è costato zero, ma è andato bene perché era un concetto innovativo. Come Bejeweled, realizzato da due ragazzi in un garage, che è arrivato a 700 milioni di dollari. E l’investimento per Angry Birds è stato bassissimo, eppure ora è uno dei giochi più diffusi del pianeta”. 

E in Italia?
“Non conosco bene la situazione nel vostro Paese, vedo però un grande entusiasmo in fiere come questa. Dell’Italia ricordo Torino, dove aprimmo la prima sala giochi con macchine Atari, nel 1973 mi pare”.

Quella dove inviò un suo dipendente destinato a diventare famoso in tutto il mondo?
“Allora Steve Jobs lavorava per Atari; noi avevamo dei problemi in Germania, lui voleva lasciare l’azienda per mettersi in proprio, così di comune accordo decidemmo di inviarlo in Europa, a Monaco e Torino. Prolungò poi il suo viaggio verso l’India, dove rimase per qualche mese: al ritorno fondò Apple, e mi chiese di partecipare con 50 mila dollari”.

E lei?
“Dissi di no. Ma non mi chieda se mi sono pentito.”

L'incredibile storia della statua di Napoleone a Brera

La Stampa

francesco berlucchi (magzine)

È iniziato il restauro del capolavoro di Canova alla Pinacoteca di Brera. Un’opera che nasconde un passato travagliato 


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Anche i capolavori senza tempo ogni tanto hanno bisogno di cure. Come nel caso del Napoleone di Antonio Canova, la statua di bronzo che domina il cortile della Pinacoteca di Brera. Così è iniziata da qualche settimana la prima fase del restauro pensato dalla Soprintendenza per i beni storici, artistici e etnoantropologici di Milano - su proposta dell’associazione Amici di Brera e dei musei milanesi -, e sostenuto da Bank of America Merrill Lynch. Un intervento che si è reso necessario per donare al bronzo del Canova l’antico splendore. Quello di un’opera che nasconde dentro di sé una storia incredibile.

La statua fu commissionata nel 1807 da Eugenio di Beauharnais, vicerè del Regno d’Italia. Il primo tentativo di fusione del bronzo però fallì, e così l'opera che noi conosciamo è il risultato di una seconda fusione. Quella che eseguirono i fonditori romani Francesco e Luigi Righetti. I due esperti del bronzo, padre e figlio, partirono dal modello che era già stato utilizzato per la versione marmorea della statua (che venne acquistata dal Duca di Wellington e che ora è esposta alla Aspley House di Londra).

Fu ottenuta con un'unica fusione - con il bronzo dei cannoni di Castel Sant'Angelo, a Roma - ad eccezione dell'asta e della vittoria alata: l'asta, brandita con la mano sinistra, è composta da due elementi avvitati; la vittoria alata, che venne rubata, è stata invece ricostruita negli anni Ottanta.
Ma il Napoleone come Marte pacificatore nudo e vittorioso - questo il nome completo dell’opera - non era ancora stato completato quando Beauharnais, nel 1809, aveva deciso di inaugurare la Pinacoteca di Brera.

Fu così che il viceré ne acquistò, a Padova, il calco in gesso. Che venne poi dimenticato in un’aula dell’Accademia. Dopo essere stato restaurato, è tornato nei saloni della Pinacoteca in occasione dei duecento anni del museo (nel 2009). La statua in bronzo, invece, non trovò mai una collocazione in un luogo pubblico e fu abbandonata nei depositi di Brera. Fino a quando venne riscoperta all’arrivo in Lombardia di Napoleone III, alla fine della Seconda guerra di indipendenza. Nel 1859 l'opera fu eretta su un basamento temporaneo nel cortile principale di Brera. Poi, nel 1864, fu inaugurato l’attuale supporto in granito e in marmo di Carrara, ornato con aquile e fregi di bronzo, progettato da Luigi Bisi.



L’inquinamento atmosferico e i fattori metereologici hanno danneggiato parecchio la statua nei suoi duecento anni di vita. La superficie bronzea ha subito alterazioni chimico-fisiche evidenti. Anche il basamento non è da meno. Gli esperti hanno notato «distacchi e cadute di frammenti del collarino in marmo posizionato sotto il piedistallo della statua e crepe su tutti i lati del sottostante dado in marmo». Una situazione che ha reso necessario il restauro integrale del monumento. Che tuttavia non verrà mai spostato dalla sua collocazione, perchè il restauro avverrà interamente nel cortile d'onore del Palazzo di Brera. «Visto che lo Stato non ha i soldi, meno male che ci sono i privati», ha commentato Daniele Pescarmona, funzionario storico dell'arte che ha progettato e dirige il restauro.
«In questa prima fase è stato montato un ponteggio attorno alla statua - ha spiegato Pescarmona -.

Poi, a gennaio, il Napoleone verrà rimosso dal basamento e troverà spazio in un laboratorio di restauro. Durante tutto il periodo dei lavori, però, i visitatori potranno assistere al restauro grazie alle strutture realizzate con materiali trasparenti, crystal e vetro sintetico». Un lavoro che era necessario affrontare anche perché «la superficie di bronzo non è omogenea - ha precisato -. Il sistema di lega, allora, non era quello delle lastre di bronzo quasi perfette che abbiamo oggi. E in questo caso teniamo presente che stiamo parlando di un bronzo che arriva dai cannoni di Castel Sant’Angelo». Ma non è tutto. «Sarà molto importante trovare anche la corretta positura statica della statua - ha concluso -, che dovrà essere riposizionata sul basamento di granito in modo da distribuire il peso su tutta la superficie. Un intervento che metterà in sicurezza il monumento anche contro il rischio sismico».

John Wayne memory: riaffiora il western dimenticato

Corriere della sera

di Paolo Baldini


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Dice una leggenda che amare i western vuol dire amare (e capire) il cinema: il senso dell’onore, la lotta per la sopravvivenza in un mondo di lupi & pistoleri, whisky e saloon, l’emozione ecologista e libertaria che arriva dai grandi spazi, dalle ragioni negate dei nativi minacciati dall’avanzata di coloni e soldati blu. L’equazione regge, benché politicamente scorretta. E il professore, se mai ce ne è stato uno, di quel mondo di apaches e Winchester è John Wayne. Di lui sappiamo tutto: la lunga gavetta, l’Oscar vinto, benda sull’occhio, per Il grinta (True Grit), il gossip sulla relazione con Marlene Dietrich sul set de La Taverna dei Sette Peccati (1940, Tay Garnett), il successo mondiale di Ombre rosse, la morte nel 1979. Il cowboy per eccellenza. Di cui riaffiora adesso un film perduto, The Oregon Trail (1936) che Wayne girò a 28 anni, prodotto da Republic Pictures e diretto da Scott Pemboke.

Gli altri interpreti erano Ann Rutherford e Joseph W. Girard.The Oregon Trail circolò nelle sale tre quarti di secolo, poi se ne persero le tracce. Un pacchetto di quaranta fotografie riporta a galla le fasi della produzione e i fasti di un’epoca d’oro del cinema.  Le immagini, che facevano parte del materiale promozionale della pellicola, sono state scoperte da Kent Sperring, un ex dirigente dell’azienda telefonica di Duluth, Georgia. Saranno conservate al Film History Museum di Lone Pine, California, che ogni anno tra l’altro ospita un festival tra i più importanti degli Stati Uniti. Sono una testimonianza straordinaria della lavorazione e dei luoghi in cui il western venne girato, in particolare le Alabama Hills, splendida location  anche per Gunga Din, 1939, basato su una poesia di Rudyard Kipling, oltre che di diversi spot di pneumatici Firestone e del recente Django Unchained di Quentin Tarantino .

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Wayne nel film interpreta un ex capitano dell’esercito, John Delmont, che cerca vendetta per la morte del padre e si innamora di una donna di frontiera interpretata da Ann Rutherford (Via col vento). La ricerca procede attraverso le pagine del diario che il padre di Delmont ha lasciato. Leggendolo, Delmont scopre che l’uomo è stato ucciso o è stato lasciato morire da un rinnegato. Quando The Oregon Trail fu girato Wayne  era già apparso in decine di film. Ma non riusciva a sfondare. Divenne una star solo nel 1939 grazie a Ombre rosse. Per anni si è parlato di una love story, nata sul set, tra il bel cowboy e Ann Rutherford, sempre però smentita.  Nel materiale ritrovato ordinando memorabilia ci sono anche tre manifesti.





Vichi, il patron della Mivar: "Mussolini mi detta la linea. Basta tv, ora faccio scrivanie"

Libero

Il fondatore dello storico marchio italiano cambia la produzione. E spiega: "E' stato Benito a suggerirmi cosa fare. Quando sto male penso a lui"


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A dicembre verranno prodotte le ultime televisioni Mivar, le ultime televisioni italiane. A fine anno saranno esauriti i componenti per produrre piccoli schermi. L'azienda, che ha sede ad Abbiategrasso, provincia di Milano, deve reinventarsi. Al timone c'è ancora Carlo Vichi, oggi 90enne, che la fondò nel 1945: negli anni del boom e del passaggio al colore arrivò a produrre un milione di televisori l'anno, per un fatturato di oltre 300 miliardi delle vecchie lire. Lo schermo piatto, però, ha spezzato il sogno: la produzione è entrata in crisi.

Ilfattoquotidiano.it è andato a intervistare il patron Vichi, e visitando le vecchie linee di produzione fa notare che ci si imbatte in diversi manifesti che riportano la effige di Benito Mussolini. Vichi, a quel punto, non ha potuto negare le sue nostalgie. E non solo, il patron spiega che il Duce gli detta la linea. "Mussolini mi ha detto basta con le tv, produci scrivanie". Infatti la Mivar realizzerà scrivanie, che stando a quanto dice Vichi saranno "rivoluzionarie", adatte per sale d'aspetto e punti di sosta. C'è un periodo nero da provare a superare, e il fondatore ammette: "Solo pensando a Mussolini riesco a superare questo periodo di crisi"



Mussolini playboy Il Duce nelle donne cercava protezione

Libero


Festorazzi stila una biografia erotico-sentimentale del capo del fascismo: logorato dalla politica, cicondato da cortigiani interessati, aveva bisogno di evadere dal sistema per essere se stesso

 

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Al termine di questa scorribanda tra le decine di amanti del Duce-playboy, provo a riassumere i punti nodali del rapporto di Mussolini con le donne. Poiché rimango convinto che il Capo del fascismo fosse un uomo fondamentalmente solo, schiavo del suo mito al limite dell’alienazione, bisogna partire da queste coordinate per spiegare il suo bisogno di compagnia femminile.

Il mito del Duce fu creato da Margherita Sarfatti, che puntellò Mussolini nelle tappe decisive della sua completa e totalitaria affermazione sulla scena nazionale (dalla fondazione del Popolo d’Italia alla Marcia su Roma, fino alla nascita della dittatura). La “nazionalizzazione” del corpo del Duce, cuore del culto della personalità, consegnò di fatto l’entità fisica di Mussolini alle masse in mistica adorazione del simbolo vivente della Patria fascista redenta dalle sue miserie ataviche. Ma questa ostensione del corpo del Duce, centro della vita pubblica del regime, espropriò il dittatore della sua sfera privata. Mussolini stesso si autorappresentava, in termini coloriti, come il ”bue nazionale”, condannato al giogo di un lavoro fisico e mentale incessante. È certo che Benito, anche per sfuggire al menage famigliare insoddisfacente, trascorresse alla scrivania anche le giornate festive, persino quelle tradizionalmente votate all’intimità domestica, come il Capodanno.

Il “mito del Duce”, ad un certo punto, divenne una specie di fiera, una belva che imponeva sacrifici di sangue sempre più ingenti: nutrire il mito significava concedergli un tributo quotidiano di carne cruda, come se quel corpo mistico della nazione fosse fatto metaforicamente a fette e servito in pasto alle masse. Il rapporto di Mussolini con le donne deve essere spiegato alla luce di questa condizione di autosegregazione che rese il Duce “murato vivo” nella mitopoiesi. La ricerca della compagnia femminile fu dunque la reazione comprensibile di un uomo che non aveva più una vera vita privata e che lottava per combattere l’annullamento e la metabolizzazione della sua persona fisica dentro il corpo della nazione.

Ma a questo si deve aggiungere un altro elemento molto importante. Proprio perché l’esercizio del comando, durante il Ventennio, obbedì a uno stile di esasperata personalizzazione, Mussolini, oltre a cercare nelle donne una fuga e un’evasione, vedeva nelle sue amanti delle interlocutrici alle quali esternare i suoi dubbi e le sue insicurezze. Siamo ancora prigionieri del mito del Dux, sia pure di segno contrario rispetto ai tempi eroici: ciò che oggi sopravvive di quella narrazione epica è, piuttosto, un anti-mito, ma pur sempre assoluto nelle superlative valenze negative attribuite al personaggio, come se il Duce si fosse impadronito soltanto dei territori del sublime o dell’orrido, privandoci delle altre possibili alternative per rappresentarlo. Perciò, ancora oggi, tendiamo a considerare Mussolini come un superuomo privo di debolezze e di tare psicologiche.

È vero invece il contrario. Ferito e logorato da decenni di feroce lotta politica, il Duce degli anni dall’apogeo al declino era un uomo che desiderava esprimersi ed essere ascoltato, al riparo da orecchie interessate e spietatamente interne al gioco politico al quale tentava di sottrarsi. Non potendosi fidare di nessuno, in particolare dei suoi cortigiani, Mussolini cercava nelle figure femminili delle interlocutrici sensibili alle quale potersi abbandonare, per rivelarsi, alla fine, per ciò che era, senza timore di essere giudicato o, peggio, smascherato nelle sue debolezze.
Le donne, a quel tempo, erano outsider, non partecipavano se non marginalmente alla vita pubblica del regime. Ciò le rendeva, ai suoi occhi, estranee al colorito mondo di intrighi e di bassezze morali con il quale era ogni giorno a contatto.

Dunque, se vogliamo essere obiettivi, più che un erotomane, dobbiamo considerare Benito come un uomo povero di rapporti umani autentici, anche per via della progressiva erosione degli spazi della sua privacy, che gli impediva, quasi, di contare su persone amiche e disinteressate. Le sue amanti, in questo senso, più che essere per lui un semplice trastullo o un gingillo, costituirono forse le sole persone in grado di risarcirlo delle sue mutilazioni affettive e della sovraesposizione della sua figura sulla scena pubblica. A ciò si deve aggiungere che gli furono tanto più care le donne che seppero esercitare una funzione protettiva e rassicuratoria.

Con ciò non intendo sostenere che Mussolini fosse casto come un frate trappista. No, era un uomo che cercava nel contatto umano con il mondo femminile anche quei rinforzi di tipo psicologico ai quali il suo carattere di vanesio aspirava. Grande narciso, Benito desiderava ricevere approvazione, sostegno, ammirazione, dalla favorita di turno che calcava la scena.

Insomma, l’esplorazione di questa dimensione del Duce è in grado di fornirci una indiretta risposta agli interrogativi riguardanti le cause che condussero il regime, nel giro di pochi anni, dall’apogeo alla propria fatale autodistruzione. Se lo stesso uomo che aveva creato dal nulla quel sistema, sentiva il bisogno di evaderne, ciò significa che in tale sistema vi era qualcosa di disumano e, in fondo, spaventoso. Scrivendo questa sorta di biografia erotica di Mussolini sono giunto a tale conclusione. Non so se il lettore, al termine di questa carrellata di trofei femminili del Duce, la condivida o meno.



L'assessora del Pd si converte: "Basta, qui ci vorrebbe Mussolini"

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A Civitanova Marche, 'gaffe' su Facebook di Antonella Sglavo. E il caso, nella regione rossa, finisce in Consiglio comunale


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Con Predappio a un tiro di schioppo, nelle Marche l’influenza mussoliniana si fa sentire. Ma che a esserne contagiata fosse addirittura un’amministratore locale del Pd, non si poteva prevedere. Eppure, a Civitanova Marche, Antonella Sglavo, assessora ai Servizi sociali, alla Cultura e al Turismo nella giunta rossa guidata dal sindaco Tommaso Corvatta, ha provocato un incidente politico multiplo. Era solo «una battuta all’interno di una conversazione privata con un ex compagno di classe», si difende lei, napoletana di origine.

Ciò non toglie che abbia scritto quel che pensava, pubblicandolo per di più sulla sua bacheca di Facebook: «Se proprio ve la devo dire tutta, credo che la peggiore umanità sia al centro Italia. Vivo nelle Marche e qui hanno difetti sia del sud che del nord». E qui saltano fuori le radici: «Il regno dei Borboni è stato un grande regno!», ma anche il ricordo di un periodo di studi a Brescia: «Di voi conservo buoni ricordi. Certo, se non aveste avuto Bossi...».

È una novità pressoché assoluta la discriminazione contro i marchigiani, aggravata in più dalla carica ricoperta, dalla quale deriva il dovere di non scendere in volgarità degne da curva dello stadio oltre che l’obbligo di promuovere il territorio e la comunità a favore dei quali si svolge il proprio servizio istituzionale. Fra l’altro, l’assessora Sglavo ha studiato a Macerata. Ed è stata accolta piuttosto bene dagli autoctoni se le hanno conesntito anche di intraprendere una discreta carriera politica. Macché, la gratitudine non è di questo mondo. Quando l’interlocutore la incalza con un provocatorio «Bossi ormai è decaduto. Ora ci vuole un nuovo Benito!», lei ci casca in pieno e replica: «Hai ragione. Non voterò mai più a sinistra nella mia vita.  Benito lo diceva: molti nemici molto onore, aveva ragione, ci vorrebbe».

Le frasi incriminate finiscono immediatamente in consiglio comunale, assieme ad alcuni volantini piazzati sotto i tergicristalli della automobili in sosta nel centro della cittadina marchigiana.
Immediatamente, Sinistra e Libertà si scaglia contro la donna, individuandola quasi come l’esponente della reazione monarchica e fascista le cui dichiarazioni sono così «inaccettabili», da renderla anche incompatibile con il ruolo che occupa. Le bollano come «politicamente, eticamente e moralmente gravissime, inammissibili e da censurare» e traggono le dovute conclusioni: «L’assessore Antonella Sglavo rimetta il suo mandato al sindaco Tommaso Corvatta» e «quest’ultimo le accetti in modo irrevocabile». In realtà, il primo cittadino non ha ancora deciso cosa fare. «Non me lo aspettavo, ne parleremo e poi decideremo cosa fare», dice dopo un lungo faccia a faccia con la sua collaboratrice. Nel frattempo l'assessora, dopo la bufera, ha deciso di dimettersi.



Ecco l'ultima amante del Duce: una musicista poliglotta corteggiata anche da D'Annunzio

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La storia mai narrata della contessa Pallastrelli che fu musa di Mussolini: eccentrica e sposata a un avvocato


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Benito Mussolini ebbe un tale numero di amanti che bisognerebbe raccoglierne i nomi in un catalogo Bolaffi. Molte di queste donne furono intellettuali o artiste, come la scrittrice ebrea Margherita Sarfatti, la famosa pianista bretone Magda Brard, l’anarchica musulmana Leda Rafanelli, la giornalista Ester Lombardo, la poetessa e mondana d’alto bordo Cornelia Tanzi e, ancora, l’avventuriera e reporter francese Magda Fontanges. La stessa Claretta Petacci aveva un temperamento artistico: suonava il pianoforte e dipingeva discreti quadretti.

Questo trasporto verso le donne colte ci induce a parlare di un dannunzianesimo amoroso del Duce, ancora relativamente poco scandagliato nelle sue più recondite sfaccettature. Tanto che una di queste Muse e amanti è rimasta fino a oggi sconosciuta. L’ho scoperta proprio di recente, grazie alla segnalazione di una persona che stimo e di cui mi fido: lo scrittore Sergio Marzorati, arca di sapere, nonché amico e biografo di Margherita Sarfatti. Ebbene, Marzorati, nei passati decenni, ebbe modo di frequentare Castell’Arquato, e di conoscerne alcuni abitanti che gli riferirono la storia di una bella contessa, poetessa e compositrice che amò Benito.

Talento letterario Mussolini, forse in anni precedenti la sua discesa a Roma (dopo l’investitura a capo del governo), andava regolarmente a Castell’Arquato, per trattenersi nella villa della sua fiamma. Ospite discreto e, c’è da giurare, amorevolmente accudito. Per scoprire chi fosse la misteriosa contessa, sono venuto in questo borgo piacentino della Val d’Arda, con la sua suggestiva rocca medievale di mattoni rossi che paiono incendiarsi alla luce del sole di mezzogiorno.

Castell’Arquato, tra l’altro, diede i natali a Luigi Illica, il celebre librettista di Giacomo Puccini.  Gli anziani del paese ancora ricordano chi fosse questa Musa di cui Mussolini s’invaghì. Era la nobildonna Giannina Boselli, che sposò un conte arquatese, Ettore Pallastrelli, di professione avvocato. Dopo il matrimonio, l’aristocratica, nata a Piacenza nel 1879, e dunque di quattro anni più anziana del Duce, venne ad abitare a Villa Monteverde, un edificio tuttora esistente, con una torretta che domina la vallata sottostante.

La figura di Giannina merita di essere conosciuta, perché fu un talento letterario e musicale, oggi sepolto nell’oblio. Autrice di molte opere, da componimenti poetici in italiano e in francese a drammi e fiabe musicali, fu lodata dallo stesso Gabriele D’Annunzio. Il Vate, nel 1920, le inviò in dono una sua raccolta di prose di carattere memorialistico, Contemplazione della morte. La dedica, autografa, del poeta, recitava: «Alla contessa Pallastrelli Boselli cara alle Muse della vita e della morte».

D’Annunzio ricambiava l’omaggio della poetessa, che gli aveva mandato una sua opera fresca di stampa, edita dalla Tipografia Porta di Piacenza: L’incantatrice. Dal libro di Elodiana e di Maurice Abbel aviatore francese. Il volume, che si conserva tuttora al Vittoriale, contiene queste parole di dedica: «O audacissimo tra gli audaci re de l’azzurro e custode de l’insonne mare, a Noi oggi 23 maggio, anniversario della grande Vigilia. Giannina Pallastrelli 23 maggio Quarto dei Mille».

La contessa era una donna giunonica, alta, seno prosperoso, proprio come piaceva a Benito. Il suo carattere estroverso, un po’ teatrale, l’aveva resa cara agli studenti della locale scuola di avviamento professionale agricolo. Un suo superstite allievo la ricorda come una figura eccentrica, che cercava di inculcare l’amore per il teatro a quella gioventù rurale che pareva destinata soltanto a zappare. Un’altra anziana ne serba commossa memoria, raccontandocela come «persona meravigliosa».

Nessun documento è purtroppo in grado di restituirci dettagli e particolari di quella sinfonia amorosa che s’accese tra Benito e la sua Musa dell’Arda. Ma traccia di quel vortice di passione si ritrova nelle liriche di mistica adorazione del Capo, composte dalla stessa Giannina e da lei affidate alla capacità mnemonica degli allievi che le recitavano. Un sonetto conteneva versi come questi: «Duce austero terribile e prudente / che la mano ponesti nella chioma della vittoria / Tu che premi col tuo piede possente / l’idra anarchia con sua sanguigna soma / e sotto al volo dell’aquila e di Roma / fiero dai pace al Tevere fremente».

«Il biondo eroe» Vi era poi una canzone dedicata a Roberto, il «biondo eroe» figlio di Margherita Sarfatti. La sua giovane vita, era stata spezzata nella Grande Guerra, durante un assalto sul Col d’Echele, sull’altopiano di Asiago: «Avanti c’è Sarfatti / che affronta la bufera / carponi tra gli anfratti / la via a tutti fa / Zitti zitti i fantaccini / s’inginocchian sull’Echele / che par l’angel San Michele».   La contessa Pallastrelli morì il 28 luglio 1944 e riposa, accanto al marito, nel camposanto del paese. Dopo la morte della coppia, in mancanza di eredi, Villa Monteverde andò alla fedele cameriera, che subito la vendette. A Castell’Arquato, forse per rispetto verso la figura del conte Ettore, pochi sono disposti a giurare che la relazione tra Giannina e Benito fosse andata oltre la «fraterna amicizia». Però molti ricordano che la figlia primogenita del Duce, Edda, veniva spesso nel borgo, ospite nella villa dei Pallastrelli. Una semplice coincidenza? Difficile crederlo.
Roberto Festorazzi






Predappio, il sindaco del Pd lancia la mostra su Mussolini

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A Predappio il primo cittadino democratico, Frassinetti promuove una mostra sul giovane Duce e gli anni del socialismo. Ma in paese scoppia la polemica


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Una mostra sul Duce promossa da un sindaco del Pd. Accade nella "rossa" Predappio, città natale di Benito Mussolini. Giorgio Frassinetti, sindaco democratico del piccolo paese dell'Emilia Romagna ha organizzato una mostra, che prende il via proprio in questi giorni, per raccontare il Mussolini "socialista". La gioventù del Duce prima che si aprisse la stagione fascista. La mostra, dal titolo "Il giovane Mussolini, 1883-1914. La Romagna, la formazione, l'ascesa politica", ha comunque creato qualche malumore in paese.

"Non è una mostra fascista" - Così Frassinetti è stato costretto subito a precisare: "La mostra non tratta il periodo fascista di Mussolini, nè la figura del Duce. Vuole essere invece un'analisi storica sui suoi anni giovanili e sulla formazione socialista, un'occasione per studiare e capire le radici di una vita che ha segnato l'Italia del Novecento". Infine Frassinetti spiega: "Vorrei che Predappio non fosse più visto come il paese dove si comprano i manganelli nei negozi per nostalgici...".