venerdì 25 ottobre 2013

Servizio Pubblico, Santoro manda a casa sette giornalisti

Libero

Il teletribuno, nel nome della "spending review" imposta da Urbano Cairo, avrebbe fatto pulizia


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Tempi di crisi e pure zio Michele è costretto a tagliare. Stando a quanto riferisce iltempo.it, sarebbero saltati sette collaboratori, che non avrebbero ricevuto nemmeno un colpo di telefono. Michele Santoro pare che abbia mandato a casa la cospicua pattuglia di lavoratori perché il capo dell'azienda, Urbano Cairo, ha imposto un netto taglio alla spesa.

Gli stipendi - Tra i silurati, cinque sono giornalisti professionisti, uno è operatore e l'altro è (o era?) il social media manager. Beh, si può dire, ma se bisogna stringere la cinghia qualcuno deve pure rimetterci le penne. Giusto, ma guarda caso lo stipendio di Michele e del fido Guido Ruotolo non sarebbe stato ritoccato al ribasso, nemmeno un po'.

Avvicendamenti - Non solo: alla corte di Santoro, riferisce sempre iltempo.it, sembra che siano arrivate altre tre freschissime persone e quindi è lecito chiedersi come mai siano stati silurati gli altri sette collaboratori. Secondo quanto si è appreso, la cacciata è arrivata come un fulmine a ciel sereno e in modo piuttosto brusco. C'è chi è stato silurato con una telefonata sbrigativa, chi invece con una email. Santoro non avrebbe incontrato di persona nessuno degli epurati. Un taglio netto, anzi radicale, nel nome della "spending review".

Sindacati? - Di sicuro, nel caso in cui i licenziamenti fossero confermati, c'è il fatto che il "compagno" Santoro non si è fatto troppi problemi a "defenestrare" i giornalisti. Il teletribuno, infatti, non è stretto dai lacci del sindacalismo italiano. Il Cdr - Comitao di redazione - da quelle parti non esiste, e quindi nessuno può alzare la voce contro il capo, che è Santoro e solo lui. Perché? Tutti sono assunti non dall'azienda La7, ma dalla Zerostudio's, casa di produzione fondata proprio da Santoro, il giornalista televisivo.

La lobby europea anti-Italia che ci dà lezioni sui migranti

Gian Micalessin - Ven, 25/10/2013 - 08:30

Per una volta i nostri nemici non l'hanno spuntata. Per una volta battere i pugni sul tavolo del Consiglio d'Europa è servito a qualcosa


Per una volta i nostri nemici non l'hanno spuntata. Per una volta battere i pugni sul tavolo del Consiglio d'Europa è servito a qualcosa. Nonostante le gufate di un'anti-italiana doc come Cecilia Malmström, la Commissaria Ue per gli affari interni prontissima, lunedì, a escludere qualsiasi apertura al nostro paese in materia d'immigrati. Ieri invece il Consiglio d'Europa ci ha dato ragione. Le bozze conclusive della riunione di Bruxelles parlano della «necessità di un'equa ripartizione di responsabilità di fronte ai problemi dell'immigrazione». Rispetto alla precedente bozza, la parte dedicata alle politiche migratorie passa da un solo paragrafo a ben quattro.

La nuova bozza fissa inoltre le azioni prioritarie e le prime scadenze temporali. Tra queste un rapporto della Commissione ai 28 ministri dell'Interno in occasione del Consiglio Ue del 5 e 6 dicembre, e uno della presidenza di turno lituana al vertice dei capi di Stato e governo di metà dicembre. La proposta italiana, sostenuta anche da Grecia, Bulgaria, Malta, Francia, Spagna e Cipro, sulla necessità di ripartire equamente i profughi salvati nel Mediterraneo incomincia dunque a far breccia nella diga opposta dai paesi nordici. Ovvero i paesi da cui provengono gli euroburocrati più ostili al nostro paese.

Di Cecilia Malmström, la svedese pronta a rinfacciarci una cattiva gestione dei fondi per l'immigrazione nonostante l'Italia resti, con i 16 miliardi di euro versati nel 2011, uno dei grandi contribuenti europei, si è già detto. In onore della sua «lungimiranza» andrebbe ricordata la fermezza con cui il 24 febbraio 2011 - all'inizio della crisi libica - la Commissaria mise a tacere chi in Italia prevedeva un'invasione di migranti sentenziando di non «veder persone in transito dalla Libia all'Europa». Qualche mese dopo quando, in barba alle sue previsioni, l'Italia si ritrovò costretta ad «agevolare» il transito verso la Francia delle migliaia di disgraziati approdati sulle proprie coste, l'amabile Cecilia non mancò di condannarci e difendere, invece, la decisione di Parigi di bloccare treni e immigrati.

Se la svedesina non ci ama, che dire del suo grande capo belga, il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy. Conosciuto come «faccia di topo» nel microcosmo di Bruxelles, ma sconosciuto ai più in Europa quel presidente «carismatico» - secondo la battuta dell'europarlamentare inglese Nigel Farage - «quanto uno straccio bagnato» non perde occasione di far la voce grossa con noi italiani. Esemplare da questo punto di vista l'uscita del novembre 2011 quando - arrivato a Fiesole per spianare la strada alla nascita del governo Monti - non esitò a spiegarci - con buona pace della democrazia - che il nostro paese non aveva bisogno di elezioni, ma di riforme.

Ma se «Herman il belga» e «Cecilia la svedese» possono sembrare quantomeno altezzosi o prevenuti, che dire del finlandese Olli Rehn. Il commissario per gli Affari economici dell'Unione europea, definito una sorta di iattura mondiale dal Fondo Monetario Internazionale e considerato un pericolo pubblico dai più illustri economisti europei, ha una propensione tutta particolare nel riservare all'Italia la più indisponente e protervia arroganza. Quando il 17 settembre in visita a Roma parlò alla Camera descrisse il nostro paese come una Ferrari impazzita pronta a sbandare e a finire fuori strada a causa dei bilanci avariati.

E subito dopo superò tutti i limiti della legittima ingerenza arrivando a bocciare, a nome della Commissione Europea, la decisione del governo Letta di sospendere l'Imu.
Nonostante le aperture del Consiglio d'Europa, l'Italia non può, comunque, cantare vittoria. Quelle appena messe su carta sono solo promesse. Tra il dire il fare continua a esserci un Mediterraneo sempre più affollato. E sempre più fuori controllo.

Lampedusa, Berlino vuole la linea dura

La Stampa

matteo alviti
berlino


Secondo un documento anticipato stamattina dalla Taz, il governo Merkel intende bloccare ogni tentativo di ammorbidire le regole per i rifugiati in fuga da guerre e dittature, che stabilisca magari un canale legale di migrazione in Europa per i richiedenti asilo. Il protocollo di Dublino «non è all’ordine del giorno del consiglio».

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Anche sui rifugiati. Nonostante la tragedia del naufragio di Lampedusa costato la vita a oltre 300 uomini, donne e bambini, e i tanti episodi drammatici che l’hanno preceduto e seguito, Berlino non intende allentare le maglie della rete che l’Europa ha posto tra sé e l’Africa, frenando ogni tentativo di Bruxelles di rendere più liberale la politica sui rifugiati.

Stando a un documento interno del ministero degli Esteri tedesco, reso noto dal quotidiano Tageszeitung, Berlino punta a far passare una «linea dura» nel consiglio europeo attualmente in corso. Il governo di Angela Merkel intende bloccare ogni tentativo di ammorbidire le regole per i rifugiati in fuga da guerre e dittature, che stabilisca magari un canale legale di migrazione in Europa per i richiedenti asilo. Il protocollo di Dublino «non è all’ordine del giorno del consiglio», spiegano fonti governative tedesche.

Nel documento in possesso di Taz ci sono consigli su come rispondere a eventuali richieste di maggiore solidarietà da parte di altri Stati europei. «In breve - scrive il quotidiano -, deviare, non fare assolutamente alcuna concessione. Merkel è andata col cemento a Bruxelles».

La linea tedesca schizzata nel documento è «inequivocabile: “Abbiamo un quadro generale della politica europea sulle politiche d’asilo e migratorie che ora dobbiamo applicare e mantenere, ma le cui fondamenta non devono essere messe in discussione”», riporta Taz dal documento governativo. Per Berlino è decisivo «che i compiti della task force (definiti dai ministri degli Interni Ue un paio di settimane fa) restino limitati alle politiche e agli strumenti attuali, come previsto dalla bozza» preparata per il consiglio.

Gli Stati europei “di confine”, come l’Italia, avranno sì aiuti finanziari, nel pattugliamento del Mediterraneo e nella costruzione della cooperazione con i Paesi nordafricani, come già definito dai ministri degli Interni prima del consiglio. Ma niente più. Per una politica d’asilo più umana, bisognerà forse aspettare altre tragedie.

De Benedetti deve al Fisco 360 milioni Ma per la Cassazione non c'è fretta

Libero

Il conto di De Benedetti con il Fisco: la vicenda, tra Commissione tributaria e Corte suprema, si trascina da vent'anni. E sembra su un binario morto


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La Cassazione, che ha bocciato il ricorso presentato da Fininvest sul Lodo Mondadori in tempi record, se la prende comoda quando si tratta de L'Espresso, società presieduta da Carlo De Benedetti. Il Giornale denuncia infatti che da un anno e quattro mesi, 485 giorni, pende il ricorso del gruppo dell'Ingegnere contro una sentenza della Commissione Tributaria del Lazio che lo condanna a pagare 225 milioni di euro (che possono diventare 360 con le imposte, le sanzioni, gli interessi e un'altra vertenza del ricorso) per la mancata dichiarazione di plusvalenze realizzate nell'ambito della quotazione in Borsa di Repubblica nel 1991. Ovviamente nel frattempo è stata ottenuta una sospensiva al pagamento.

I tempi medi - Due pesi e due misure, dunque. Anche se le statistiche 2012 della Cassazione infatti indicano in circa 36 mesi il tempo per avere soddisfazione sui ricorsi tributari, i tre anni sono ampiamente superati nel caso di De Benedetti, che tra Commissioni e Suprema Corte, si trascina da oltre ventanni. Cosa che non è avvenuta nella vicenda Berlusconi.  "I giudici della tributaria sono solo 24 e hanno un arretrato di 30mila cause alle quali ogni anno se ne aggiungono 9mila", si giustifica con il Giornale Giuseppe Marino, tributarista e cassazionista allievo di Livia Salvini, legale de l'Espresso nella vertenza.

"Probabile soccombenza" - Ma se questo è vero dal punto di vista tecnico, dal punto di vista politico è un'altra cosa. E lo abbiamo visto. In Cassazione, infatti, una causa procede speditamente se il relatore cui è affidata vi vede particolari motivi di urgenza o come la manifesta fondatezza o infondatezza del ricorso. Ma non è stato il caso del gruppo l'Espresso che, ovviamente, non ha fretta di pagare visto che nelle note al bilancio giudica come "probabile" e "possibile" la soccombenza della controversia.

Tonino, Giggino, Ingroia: indago, arresto, mi candido e fallisco. Italiani, sveglia

Libero

Queste ex toghe non ci fanno pena, ma speriamo che serva da lezione (a chi li ha votati...)


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Chiaro lo schema: indago, arresto, tiro in ballo più gente famosa possibile, faccio un fumo incredibile, infine mi candido perché sapete com'è, non ho scelta, il destino mi chiama. Di Pietro è stato un caso diverso, perché a capire che era un bluff (finanche pericoloso) gli italiani hanno impiegato una quindicina d'anni: e parliamo di un tizio che in potenza aveva la piattaforma di consensi più alta del Dopoguerra.

Per gli altri i tempi della giustizia sono stati più rapidi. Prendiamo De Magistris: molti non lo sanno, perché lui e i napoletani si fanno i fatti loro, ma al sindaco di Napoli non crede più nessuno. Politicamente è isolato, morto. Appena eletto era primo per gradimento (70 per cento) e ora è diventato ultimo, e, come capitò a Di Pietro, a sorreggerlo è rimasto un elettorato a bassa scolarizzazione.

Infine la storia più penosa: Ingroia. Dalla sua rovinosa disfatta politica sono passati dieci mesi, ma non è ancora riuscito a trovare un lavoro: uno qualsiasi. Nessuno crede più a un suo futuro politico - basta il passato - e ora sta tentando da avvocato, ma non ha neppure iniziato e ha già due sanzioni disciplinari sul groppone. Ora c'è un notaio, non bastasse, che ha bloccato la sua nomina a commissario liquidatore di una partecipata siciliana. Disastro. Pena non ci fa ancora, ma almeno speriamo che serva da lezione. Non per lui - figurarsi - e neppure per Di Pietro e De Magistris: per chi li ha votati.

di Filippo Facci
@FilippoFacci1

Oddio, ci ridanno la Bindi

Alessandro Sallusti - Mer, 23/10/2013 - 07:51

Blitz del Pd che impone il nome della signora all'Antimafia. Il Pdl s'infuria: "Si dimetta subito". Napolitano si sente assediato e perde le staffe: una "panzana" la promessa della grazia a Berlusconi

Ci mancava pure il ritorno di Rosy Bindi ad allietare le larghe intese. La signora è stata nominata ieri presidente della Commissione Antimafia, una delle più importanti del Parlamento.

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Il suo merito non è quello di essere grande esperta di Cosa Nostra, ma di essere a caccia di un posto e, soprattutto, ferocemente antiberlusconiana. Alla faccia degli «accordi condivisi» che dovevano essere alla base di questa legislatura. Il Pdl, al momento del voto, ha abbandonato l'Aula in segno di protesta per il blitz fatto dalla sinistra, che ha imposto a colpi di maggioranza la sua candidata. Così da oggi, oltre ad avere una magistratura di parte, un presidente della Repubblica di parte e un governo di parte che sta varando una manovra economica di parte, abbiamo pure una Antimafia partigiana, non contro le cosche, ma contro e in sfregio a Berlusconi e al centrodestra.

Al momento di scrivere non è ancora stato diramato il comunicato dei ministri del Pdl (né quello dei loro 24 senatori che ogni giorno si dicono pronti alla secessione) per gettare acqua sul fuoco delle polemiche e invocare la stabilità delle istituzioni. Non so se arriverà, ma qui, a furia di allagare per il bene del Paese, l'incendio verrà pure spento, ma il centrodestra morirà affogato. Perché la Bindi presidente dell'Antimafia è peggio dello spread, in quanto a presa in giro. Segue, nell'arco di pochi mesi, la beffa della condanna di Berlusconi, il tradimento del Pd sulla sua decadenza, la nomina di quattro senatori a vita tutti rigorosamente di sinistra, l'aumento dell'Iva e una manovra economica con nascosta dentro una patrimoniale su casa e risparmi.

Begli alleati che teniamo, e bel garante della «pacificazione nazionale» quel Giorgio Napolitano che, ieri, è andato su tutte le furie e definito una «panzana» l'ipotesi che all'atto di formare il governo si sarebbe impegnato a dare una qualche forma di salvacondotto a Berlusconi. Io non so se sia vero, ma sono certo che se avesse detto chiaramente che da buon comunista avrebbe fatto di tutto per aiutare il Pd a governare pur non avendo vinto le elezioni e si sarebbe impegnato dietro le quinte a pilotare nell'ombra la spaccatura del Pdl, ecco, io non credo che in quel caso Berlusconi avrebbe accettato le larghe intese perché si sarebbe trattato di avallare un colpo di Stato. E se poi avessero accennato pure alla Bindi...

La battaglia del «retrofit»

Corriere della sera

Montare un motore elettrico al posto di quello tradizionale. In Italia non si può ma il M5s preme per modificare la legge

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Un’auto elettrica accessibile a tutti? Un sogno possibile a cui tecnici e politici stanno lavorando. L’idea è semplice: trasformare una vettura usata in una a spina. La tecnologia che lo permette si chiama retrofit e rappresenta un’occasione per migliorare la qualità dell’ambiente e per dare una spinta alla ripresa del settore.

OLTRE LA ROTTAMAZIONE – Il retrofit consiste nella sostituzione del motore a scoppio, del serbatoio e di parecchie componenti «tradizionali» con un motore elettrico, che ha una vita utile di circa 2 milioni di km, una centralina elettronica e un pacco batterie al litio da 3 mila cicli di ricarica, l’equivalente di 200 mila km. L’autonomia della vettura convertita si aggira sui 100 km, ma può essere estesa. Il costo dell’operazione supera i 15 mila euro per una Smart, comunque meno rispetto a una nuova di fabbrica. Una cifra che è possibile ridurre ancora aderendo a uno dei Gruppi d’acquisto presenti in rete.

«Se si raggiungono le dieci richieste di conversione per lo stesso modello, il prezzo si abbassa fino a 10 mila euro», spiega Daniele Invernizzi, presidente della fondazione eV-Now! impegnata a diffondere la mobilità elettrica. «Il problema, oggi, è il basso numero di richieste, che non permette l’attivazione di economie di scala. Una volta a regime, il prezzo di ogni auto “retrofittata” sarà la metà rispetto a una nuova di pari categoria». I vantaggi sono in prevalenza ambientali – zero emissioni di inquinanti e di rumore – ma anche economici. Le vetture a spina, infatti, comportano minori costi di manutenzione e di rifornimento: un pieno si fa con meno di cinque euro.

OSTACOLI NORMATIVI – Ma in Italia non è ancora possibile omologare i mezzi convertiti. «È per questo motivo che le aziende italiane sono costrette a fare questa operazione in Germania o in Spagna, dove il retrofit è legale, spendendo 2.500 euro per ogni vettura. E così i costi si alzano» chiarisce Mara Mucci, deputata del Movimento 5 Stelle e promotrice del retrofit in Italia.

«Per rendere competitivo questo settore, che potrebbe impattare molto sull’economia reale creando nuovi posti di lavoro, è necessario agire a livello politico e colmare il vuoto burocratico che c’è oggi nel nostro paese». Una volta sbloccato il sistema, la sfida sarà poi quella di creare «kit omologati» che, come per gli impianti Gpl, potranno essere applicati a diverse vetture, cambiando solo le modalità di applicazione. Solo in questo modo è possibile sviluppare un mercato.

ITER BUROCRATICO – L’impulso per lo sviluppo del retrofit in Italia è stato dato a giugno 2012 con il decreto «Sviluppo»che, per le modifiche delle caratteristiche costruttive e funzionali dei veicoli, ha rimandato all’art. 75, comma 3-bis, del Codice della Strada. Quest’ultimo prevede che la definizione degli standard di omologazione dei veicoli convertiti sia stabilita mediante decreti attuativi del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. A più di un anno dall’uscita della legge, queste norme non sono ancora state prodotte. E proprio con l’intento di spingere il Ministero alla loro emanazione, i «cittadini» del Movimento 5 Stelle, Mara Mucci e Ivan Catalano, hanno aperto un tavolo tecnico parlamentare che riunisce gli attori più importanti del settore per individuare gli standard e procedere all’elaborazione di una bozza di decreto. «Nelle procedure dovremo fissare chi avrà l’autorizzazione per omologare e come dovrà farlo. Di sicuro, sarà necessario stabilire anche prove di sicurezza come i crash test» dice Catalano.
REVAMPING – «Non vogliamo fermarci alle auto private. Abbiamo intenzione di permettere la conversione del motore anche per i mezzi più grandi, a partire da quelli pubblici», continua Catalano. «Gli autobus che circolano in Italia sono fuori norma da un punto di vista delle emissioni. Secondo le leggi Ue nel 2014 i bus dovranno essere tutti “Euro 6”, ma al momento la maggior parte di quelli che circolano è ancora “Euro 3” ed “Euro 2”.

E poi sono vecchi». Secondo le stime dell’Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica), per riportarli nella media europea, occorrerebbe acquistare in dieci anni almeno 34 mila autobus, 3.400 all’anno, per un costo di 7,5 miliardi e un contributo pubblico del 75%. «Facendo un’azione di revamping, e cioè convertendo i bus obsoleti in mezzi elettrici, si risolverebbero in un solo colpo tutti questi problemi, alla metà del costo», conclude Catalano. «Un autobus nuovo costa circa 150-200 mila euro. Con il revamping se ne spenderebbero 75 mila per ogni mezzo».

25 ottobre 2013 (modifica il 25 ottobre 2013)

E’ morto l’attore Piero Mazzarella, «grande vecchio» del teatro milanese

Corriere della sera

Usava il dialetto come strumento vivo e popolare per raccontare la realtà. Nel 1974 aveva ricevuto l’Ambrogino



Cattura È morto l’attore Piero Mazzarella, popolare interprete del teatro dialettale milanese. Mazzarella era nato a Caresana, in provincia di Vercelli, il 2 marzo del 1928. Con la famiglia si era trasferito subito a Milano in un palazzo di ringhiera, e fin da piccolo aveva assimilato la parlata del popolo, il dialetto milanese, il vociare tipico delle corti degli anni Trenta. Questa umanità , uno sguardo ironico sulla realtà e il dialetto divennero elementi essenziali di una carriera teatrale lunga decenni e costellata da grandi successi. Un «grande vecchio» del teatro italiano, con esperienze importanti anche in televisione e in radio e, occasionalmente, al cinema.


PISAPIA - « Piero Mazzarella è stato uno dei più grandi protagonisti del teatro italiano, un artista che ha regalato al pubblico 242 commedie che con grande orgoglio, come lui stesso ricordava, sapeva ancora tutte a memoria», scrive il sindaco di Milano Giuliano Pisapia in una nota. «Mazzarella ci ha sempre mostrato le sue grandi doti di attore, ma anche quelle qualità umane tipicamente milanesi», aggiunge Pisapia, ricordando che nel 1974 il sindaco Aniasi conferì all’attore l’Ambrogino d’oro, la Medaglia d’Oro di Civica Benemerenza.


UN VERO ARTISTA - «Era figlio dei vecchi palazzi di ringhiera, dove ha assorbito fin da subito il dialetto milanese e dove tutti si davano una mano, si aiutavano, dove c’erano pochi soldi ma tanta solidarietà», scrive ancora Pisapia. «Mazzarella, con grande maestria e allo stesso tempo con grande naturalezza, sapeva far ridere e commuovere, sapeva arrivare al cuore del pubblico in maniera semplice ma con messaggi profondi. Un vero artista dal sapore autentico. Come autentici erano i suoi personaggi, penso ad esempio al Tecoppa. L’eco dei suoi spettacoli in dialetto milanese, risuonerà per sempre», conclude il sindaco.

25 ottobre 2013

Sul bus 128, dove gridare aiuto non serve

La Stampa

flavia amabile

Cronaca di un'aggressione a Roma, consumata nel silenzio e nell'indifferenza


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Ci sono luoghi dove dopo mezzogiorno nessuno con un po’ di giudizio metterebbe il naso fuori di casa, se ha una casa. Dove le donne girano con le borse legate alle spalle con doppie cintole. E dove se si ha bisogno di aiuto si fa prima a trovare da solo un modo per tirarti fuori dai guai. Uno di questi luoghi è la l’autobus 128 a Roma, una linea ad alto rischio dove è stato necessario blindare le cabine degli autisti per proteggerli. E i passeggeri? Quelli farebbero meglio a pregare il loro Dio se ne hanno uno. 

Si parte dalla basilica di san Paolo e si va verso la Magliana. Sono sulla vettura 5047, mercoledì 23 ottobre, poco dopo le cinque di pomeriggio. Palazzine e negozi passano in fretta, l’autobus si inoltra in strade di ex-campagna abbandonata al suo destino, tra viadotti, sfasciacarrozze, discariche e alloggi di fortuna. Quando si supera anche la stazione di Muratella si ha la sensazione di aver varcato un confine. Ad ogni fermata persone di ogni età e origine salgono e scendono. Per salvarsi bisognerebbe guardare tutti in faccia e sulle mani per essere pronti a reagire quando arriva il momento. Perché il momento arriva sempre e non è piacevole: c'è chi viene insultato, chi viene borseggiato, chi viene deriso, chi viene molestata. 

Il mio momento è arrivato quando la Magliana stava per terminare. Si sono aperte ancora una volta le porte dell’autobus. Sono scese alcune persone, non so chi e nemmeno quante esattamente, ero girata verso il finestrino, non pensavo che fosse una posizione a rischio. All’improvviso sento qualcuno o qualcosa tirarmi una mano. Avevo un telefonino, sperava di prenderlo e fuggire rapidamente fuori dalla porta ancora aperta. Ho serrato la presa intorno al telefonino. Il ragazzo ha dato un secondo strattone. Più forte, stavolta, facendomi cadere a terra.

Ne ha approfittato per guadagnare qualche metro, è sceso dall’autobus. Siamo rimasti molti secondi così: io sul pavimento dell’autobus, lui fuori, a lottare per un cellulare. Quanti secondi? Tanti. Troppi. Li sentivo scorrere tutti mentre cercavo di non mollare la presa e mi chiedevo dove fossero finiti tutti, perché nessuno facesse qualcosa. Ad un certo punto il ragazzo si è arreso, ha lasciato la presa ed è corso su per una collinetta nel nulla assoluto. L’autista ha chiuso le porte dell’autobus ed è ripartito. 

Mi sono rialzata, e sono tornata al mio posto. Nel silenzio più totale. Nell’autobus c’erano almeno dieci persone più un autista nella cabina. Nessuno ha battuto ciglio. Il ragazzo avrebbe potuto tirare fuori un coltello e risolvere così a favore suo il nostro stupido braccio di ferro, nessuno avrebbe mosso un dito per me. Mi sono seduta, l’autista è ripartito. Come se nulla fosse.  Perché sul 128 un'aggressione è vita quotidiana. Chi vive qui ogni giorno vede di tutto, non è un tentativo fallito di rapina a rompere il muro della rassegnazione. 

Un istante dopo essermi seduta mi sono alzata. Mi sono avvicinata  all’autista per dirgli che non si può lasciare le persone in balia di qualunque orrore senza accorgersi di nulla quando si hanno specchi retrovisori a volontà e pulsanti per chiudere le porte. Dalla cabina blindata è emerso un giovane dall’aria spaurita. Accanto al volante di guida aveva un testo universitario, qualcosa sull’economia, il prossimo esame da dare per sperare di non dover più vivere guidando uno degli autobus più a rischio di Roma. Ha spiegato di non aver visto nulla e ha chiamato l’ispettore capo. Dopo undici minuti di attesa ha risposto qualcuno che non la smetteva di fare domande. Avevo ferite? No. Avevo subito un furto? Nemmeno. E allora che cosa chiedevo? Perché insistevo a voler far mettere a verbale l’aggressione? Avanzavo qualcosa? Sì, il diritto di tutti a vivere senza paura. 

Rai, Tarak Ben Ammar: «Se è in vendita, posso comprarla»

Corriere della sera

l finanziere: pronto a entrare anche ne La7

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«Se la Rai è vendibile noi siamo qua». Lo afferma a Radio 24 il finanziere Tarak Ben Ammar che, intervistato da Giovanni Minoli, aggiunge: «Penso che sia una cosa positiva privatizzare la Rai, la politica esce fuori dalla televisione». «Sawiris si è comprato Wind, Telecom è degli spagnoli perché due arabi non possono essere soci con italiani per una Rai privatizzata?», sostiene Ben Ammar. Poi sullo prospettive dal 2016, quando scadrà la concessione con lo Stato che affida il canone in esclusiva alla Rai, l’imprenditore sottolinea che «per rinnovare la concessione dovremmo vedere la linea editoriale che il servizio pubblico dovrebbe avere».

CAIRO - Tarak Ben Ammar, inoltre, sarebbe anche pronto a diventare socio di La7 insieme ad Urbano Cairo, nel caso quest’ultimo lo volesse. La7 «non è in vendita ma se Urbano Cairo cercasse un socio: io sono qua», ha detto Ben Ammar, aggiungendo di avere grande rispetto per Cairo che con la sua omonima società ha recentemente acquistato l’emittente televisiva da Telecom Italia Media.

I SINDACATI - Immediata la risposta del sindacato Rai. «La Rai non è in vendita. Spiace deludere l’imprenditore Tarak Ben Ammar, ma nessun grande Paese europeo si è privato del Servizio pubblico radiotelevisivo»: il segretario nazionale dell’Usigrai, Vittorio di Trapani, risponde così all’imprenditore arabo. «Per liberare la Rai dai partiti - sottolinea di Trapani in una nota - non serve privatizzare, ma approvare alcune riforme: cambiare la legge di governance, nuovi limiti antitrust e una seria legge sui conflitti di interesse. A proposito di conflitti di interessi, ricordiamo che Tarak Ben Ammar è consigliere di amministrazione di Mediobanca, che proprio ieri è tornata ad occuparsi dei conti della Rai e che non più di tre mesi fa fissò anche il prezzo di una eventuale vendita». «Chi vuole davvero un Servizio pubblico libero e forte - conclude -, sia al fianco dell’Usigrai nella battaglia per far uscire dalla Rai i partiti, i governi, le lobby, ma anche i conflitti di interessi».

25 ottobre 2013

E’ morto Zuzzurro, re del «Drive In»

Corriere della sera

Aveva 67 anni. Era malato di cancro. L’amico Gaspare su Twitter: «Zuzzurro e Gaspare da ora non ci sono più»

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È morto a Milano Zuzzurro, Andrea Cipriano Brambilla. Il comico si è spento all’età di 67 anni. Era nato a Varese . Nel 1976 aveva conosciuto al Derby Club di Milano Nino Formicola, diventato anche suo cognato l’anno dopo, con cui aveva dato vita all’affiatata coppia Zuzzurro e Gaspare.

LA CARRIERA - Con Gaspare ha raggiunto la popolarità con «Drive In», popolare trasmissione Fininvest degli anni ‘80. Nel 1986 il duo aveva lasciato temporaneamente il video per dedicarsi al teatro. Il 9 gennaio 2002 Brambilla ha un grave incidente stradale e l’attività della coppia si era così interrotta, per poi ripartire successivamente con nuovi spettacoli teatrali qualche saltuaria apparizione televisiva.

Zuzzurro e Gaspare, insieme dal 1976
 

LA MALATTIA - In settembre Zuzzurro aveva rivelato al Corriere della Sera che stava combattendo contro un carcinoma al polmone. Si era sottoposto alla chemioterapia e alla radioterapia che l’aveva molto debilitato. Nonostante questo aveva scelto di continuare a lavorare. Era ricoverato all’Istituto dei tumori di via Venezian, a Milano. La notizia è stata data su Facebook da Nino Formicola, Gaspare, che sul suo profilo ha scritto: «Zuzzurro e Gaspare da adesso non ci sono più. Punto». Qualche ora prima però, lo stesso “Gaspare” aveva smentito: «Vi ringrazio della vicinanza ma Andrea non è morto». Poi Formicola ha scritto nuovamente sul social network e, questa volta, ha confermato la scomparsa dell’amico.


Il post di Facebook di Nino Formicola
Il post di Facebook di Nino Formicola

UN COMBATTENTE VERO - «Ieri sera ha avuto una crisi e oggi lo hanno sedato. Andrea è morto poco prima delle 22», ha spiegato Nino Formicola, commosso, parlando della scomparsa di Andrea Brambilla con cui formava la coppia Gaspare e Zuzzurro. «Tra qualche mese sarebbero stati 40 anni che ci conoscevamo. Gli avevano diagnosticato il tumore al polmone in febbraio - spiega all’agenzia Ansa Formicola - Lui ha affrontato la malattia con grande piglio ed energia. Devo essere onesto, pensavo di essere preparato ma non è così». Formicola spiega: «Mi sono reso conto che per quanto uno possa essere lucido, razionale, cinico, non c’è nulla da fare». Poi, con la voce rotta dalla commozione, ha raccontato che l’altro ieri con Andrea Brambilla stavano discutendo di lavoro. «Andrea era un combattente vero. Voleva tornare in palcoscenico a tutti i costi. Non a caso Veronesi ha scritto un articolo su di lui, proprio oggi, in cui lo citava come esempio». Formicola era all’Istituto dei tumori di Milano insieme alla moglie e ai figli di Brambilla.

SABATO MATTINA I FUNERALI - Venerdì mattina l’annuncio : camera ardente presso la casa funeraria San Siro, in via Amantea di fronte al cimitero di Baggio, e cerimonia funebre presso la chiesa di San Vincenzo, in via Cesare Manaresin sabato mattina alle 11.



«Gaspare e Zuzzurro non ci sono più»: è morto il Commissario (25/10/2013)
Zuzzurro, il blob: dal Derby al Drive In (25/10/2013)
«La vita è una brioche», la canzone (25/10/2013)

25 ottobre 2013 (modifica il 25 ottobre 2013)

Ecco l’auto che vola: potrà andare da Roma a Milano in tre ore

Corriere della sera

Presentata in Canada, pesa 450 kg, ha telaio in metallo e carrozzeria in fibra. Velocità: 160 km/h a terra, 200 in aria


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ROMA - Fa i 200 all’ora ma non incorre in multe. Non rispetta gli stop ma nessun vigile la può fermare. E’ la nuova auto volante AeroMobil - progettata da Stefan Klein e finanziata dall’imprenditore Juraj Vaculik - che, dopo vent’anni di sperimentazioni, si avvicina alla produzione per il grande pubblico, con una autonomia che la renderebbe - secondo i costruttori - in grado di percorrere senza ulteriori rifornimenti la distanza tra Roma e Milano. Il sogno di migliaia di amanti del volo è stato presentato - nella sua ultima versione - al salone Aerotech del Canada.


TRE ORE D’AUTONOMIA - Ci sono voluti vent’anni dall’inizio del progetto ma ora l’auto è pronta a volare, realizzando il sogno di Henry Ford che nel 1940 - come ricorda il sito aeromobil.com - diceva: «Una combinazione tra aeroplano ed auto nascerà. Questa mia affermazione potrà farvi sorridere, ma nascerà». L’ultimo nato dei cosiddetti «driving planes», ovvero degli aerei guidabili, è un avveniristico modello di auto con una lunga coda che, prima del decollo, si spiega aprendosi in due ali in grado di portarla in aria.


SPORTIVA ALLUNGATA - Un’utilitaria con le ali? Più che altro somiglia ad un’auto sportiva allungata. E nelle intenzioni del designer slovacco Klein - che per completare il progetto della sua Aeromobil 2.5 ha impiegato oltre vent’anni - dovrebbe essere in grado di andare per andare da Roma a Milano, Appennini permettendolo, in meno di tre ore. Ha un’autonomia in aria di ben 692 chilometri; più limitata su strada: solo 500 chilometri, Questo a causa delle «perdite energetiche» (attrito) dovute al movimento delle ruote sull’asfalto.

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MOTORE ROTAX 80 CV - La AeroMobil 2.5 (il numero indica la terza generazione, dopo la 1.0 del 1990 e la successiva 2.0 del 1995) prefigura il modello destinato alla produzione, che sarà contraddistinto dalla sigla 3.0. Questa «auto volante» pesa 450 kg e utilizza un telaio in metallo, una carrozzeria in fibra di carbonio e un motore Rotax 912 da 80 Cv - uno dei più diffusi nel settore degli ultraleggeri - che può spingerla su asfalto fino a 160 km/h e farla volare a 200 km/h, dopo aver rimesso in posizione le ali che nel traffico restano ripiegate contro i lati della carrozzeria.

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LA CONCORRENTE - Prima della AeroMobil, la più famosa tra le «auto con le ali» era stata l’americana Terrafugia Transition, che richiese molti anni per essere messo a punto e un tempo altrettanto lungo per essere omologata per solcare i cieli. La nuova auto di produzione slovacca vorrebbe superare la Transition per funzionalità in volo e a terra, per qualità estetiche e per prezzo finale. Ma non è ancora chiaro quanto costerà.





25 ottobre 2013

La maionese impazzita

Corriere della sera

L’IMPLOSIONE DI PARTITI, FAZIONI E CORRENTI


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Provate a seguire da vicino l’iter di un provvedimento legislativo. Scoprirete che i partiti che compongono la maggioranza non sono tre come si dice, ma almeno sette. Nel Pd agiscono separatamente il gruppo dei «Renzi for president» e l’avversa coalizione del «Tutto tranne Renzi»; più un manipolo di deputati che rispondono direttamente alla Cgil. Nel Pdl i «fittiani» contendono palmo a palmo il terreno agli «alfaniani», e il consenso del Pdl va contrattato con entrambi (più Brunetta).

Scelta civica si è sciolta in due fazioni, per niente moderate nella foga con cui si combattono. Per condurre in porto il vostro provvedimento preferito dovrete dunque fare sette stazioni della via crucis parlamentare, per quattro volte (se il governo non mette la fiducia, due letture alla Camera e due al Senato). Vi servono insomma ventotto sì. Un’intesa larghissima: si fa prima al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una volta approvata, la nuova norma rimanderà di sicuro a un regolamento attuativo. E lì ricomincerà la vostra gimkana, stavolta tra i burocrati dei ministeri che hanno il potere di scriverlo.

Il nostro sistema politico-parlamentare è letteralmente esploso. E la cosa incredibile è che il massimo della frammentazione convive con il massimo del leaderismo nei partiti. Il Pd, che pure è il più democratico, è una monarchia elettiva (quattro capi in cinque anni, l’unico partito al mondo che incorona il segretario con una consultazione del corpo elettorale). Il Pdl è una monarchia ereditaria. La terza forza, il M5S, è una diarchia orientale, con un profeta e un califfo. In queste condizioni il semplice fatto che esista un governo è già un miracolo, figurarsi l’operatività. Se andiamo a votare può anche peggiorare.

E non è solo colpa del Porcellum . Con i partiti come sono oggi, e con i sondaggi che circolano oggi, nessun sistema elettorale, nemmeno il più maggioritario, può garantire una maggioranza solida. Se anche questa si producesse nelle urne, si spaccherebbe in Parlamento un attimo dopo, come è miseramente accaduto alla più formidabile maggioranza della storia, quella uscita dal voto del 2008 e guidata da Berlusconi. Da tre anni il governo della Repubblica non è più espressione del risultato elettorale. Nessuna delle coalizioni che abbiamo trovato sulla scheda appena otto mesi fa esiste più.

Qualsiasi terapia del male italiano deve passare da qui: come rendere il Paese governabile. Come aprirsi un sentiero praticabile tra due Camere, venti Regioni, più di cento Province, più di ottomila Comuni. Come ridurre il numero dei partiti, ridurne il potere, ridurne l’ingerenza. È infatti nel sistema politico-istituzionale che si è incistata nella sua forma più perniciosa quella crisi di cultura e di valori di cui hanno scritto sul Corriere Galli della Loggia e Ostellino. La soluzione viene di solito indicata nelle riforme costituzionali. Solo chi spera nel tanto peggio tanto meglio può negarne l’urgenza.

Ma neanche quelle basteranno se non si produce una profonda rigenerazione morale dei partiti. Laddove l’aggettivo «morale» non sta solo nel «non rubare», e il sostantivo «rigenerazione» non coincide con l’ennesimo «repulisti» affidato al codice penale: questo sistema politico è figlio di Mani pulite, e non sembra venuto tanto meglio.Rigenerazione morale vuol dire innanzitutto una nuova generazione, homines novi . Vuol dire restaurare un nesso, anche labile, tra l’attività politica e il bene comune. Vuol dire liberarsi dei demagoghi e dei voltagabbana. L’Italia non può farcela senza una politica migliore.

25 ottobre 2013

Io, pensionata da 2.000 euro al mese Vita a ostacoli con l’assegno congelato»

Corriere della sera

Lo Stato ci considera ricchi. Gente a cui è giusto chiedere ancora Eppure io da anni non mi permetto una vacanza come si deve

«Sa qual è la cosa che mi manca di più? La possibilità di programmare qualche piccola vacanza. Rinunciare a un abito nuovo non mi pesa. E nemmeno rimandare di qualche settimana il parrucchiere. Ma ecco: un viaggio ogni tanto è un piccolo lusso che oggi non posso permettermi».

CatturaBenvenuti a casa Tonello. Ridente località di Marcallo, seimila abitanti in provincia di Milano. La signora Gabriella ha 59 anni. Era da un pezzo che aspettava questo 2013. Doveva essere il suo anno. «Dopo aver lavorato una vita in ufficio sono andata in pensione il primo gennaio. Non vedevo l’ora». E invece... «Invece mio marito è mancato in un incidente l’estate scorsa».

Ma non è di questo che vuole parlare l’ex impiegata. «Venga, vorrei farle vedere cosa mi viene in tasca ogni mese con la pensione. Perché sa, il governo ci considera ricchi. Il nostro assegno resta fisso. Inchiodato. E intanto l’inflazione cresce. Così il nostro potere d’acquisto diminuirà anno dopo anno. Non mi sembra giusto. Sia chiaro: se c’è da fare sacrifici si fanno. Io li ho fatti per una vita. Ma perché sempre i pensionati?».

Vediamola allora questa pensione. Millenovecentoquarantatre euro lordi al mese. Che poi vuol dire 1.300 netti. «Da quanto ho capito, sono proprio a cavallo tra la categoria di quelli che potranno contare su un 90 per cento di rivalutazione e quelli che dovranno accontentarsi del 75 - impugna la calcolatrice la signora Tonello -. Alla fine si tratterà di pochi euro in meno ogni mese. Ma quando hai un cappotto stretto anche pochi centimetri di stoffa in più ti cambiano la vita». A onor del vero va detto che il governo Monti aveva bloccato del tutto l’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo (poco meno di 1.500 euro lordi al mese).

L’attuale legge di Stabilità ha addolcito la pillola. «Secondo le nostre stime, i pensionati interessati dalla manovra lasceranno allo Stato in media 618 euro nel triennio 2014-2016 - fa presente Emilio Didoné, della segreteria dei pensionati Cisl di Milano -. Comunque un salasso». Su molte cose si può discutere ma su un punto la signora Tonello ha ragione: 1.300 euro al mese non sono un assegno da nababbi.

«Guardi pure i miei conti, non ho nulla da nascondere», apre un’agenda la signora. «Mio marito lavorava in una residenza per anziani. La reversibilità dovrebbe aggirarsi intorno ai 400-450 euro al mese. Morale: non arrivo ai duemila euro. E io sono una privilegiata perché vivo nella casa di mia madre. Certo, mamma ha dovuto pagare l’Imu visto che per lei si tratta di una seconda abitazione. I 250 euro della tassa li ho tirati fuori di tasca mia: mi pareva il minimo.

Poi ci sono i miei figli. Ragazzi straordinari. Il più grande, 36 anni, fa il ricercatore ad Anversa, in Belgio. Qui la migliore proposta che aveva ricevuto era un lavoro a termine da 600 euro al mese. Il secondo è un precario della scuola. Per fortuna è stato riassunto a ottobre. Il terzo si è laureato in Scienze della comunicazione. Massimi voti con lode. Per adesso gli hanno proposto solo due mesi di lavoro a cento euro l’uno. Va bene adattarsi, ma questo anche a me è sembrato davvero troppo. Gli ho detto: “Lascia perdere, c’è la mia pensione”».

I figli della signora Tonello sono gente in gamba. Si sono pagati gli studi facendo i casellanti sulla Milano-Torino. «Guardi che io so di essere una privilegiata per certi versi. Ho la casa, per esempio, e non devo pagare l’affitto. Ma non ho paura a dirlo: l’altro giorno sono andata da mia madre e le ho detto: “Hai visto? È tornato di moda lo scozzese. Ti ricordi quelle vecchie gonne che non si usavano più? È il momento di adattare il modello e rimetterle nell’armadio. La spesa la faccio al Carrefour perché c’è un’offerta speciale per gli anziani. Per dire, ieri ho comprato i moscardini a 1,90 euro al chilo. Niente male, no? Le verdure le coltivo in un fazzoletto di terra che abbiamo qui di fianco a casa. Insomma, alla fine me la cavo».

La signora Tonello si blocca. Ha un’esitazione. Poi riparte: «Io le ho raccontato tutte queste cose ma mi raccomando: non mi dipinga come una di quelle che si lamentano e piangono miseria quando c’è tanta gente che fa fatica davvero ad arrivare alla fine del mese. Però sì, un po’ della mia delusione vorrei che venisse fuori. Quando avevo tre figli piccoli da crescere ci potevamo permettere un mese al mare. Adesso le mie vacanze durano una settimana, ospite a casa di amici. Bel progresso, eh?».

25 ottobre 2013

Scattai quella foto senza vedere nulla E diventai Capa”

La Stampa

monica perosino


Ritrovata un’intervista audio del 1947, l’unica esistente “Scoprii cosa avevo fatto solo quando tornai a casa”

Aveva 23 anni e non era nessuno. In trincea, tra le bombe, la paura e i fischi dei proiettili. Era la sua prima guerra, in Spagna, tra i soldati repubblicani che combattevano contro Franco nel 1936.


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Lui, Robert Capa, la sua macchina fotografica e altri venti «milicianos» armati solo di vecchi fucili. Di fronte a loro le mitragliatrici fasciste. I tentativi di colpire al cuore le linee franchiste fallivano uno dietro l’altro. Fino a quando il capitano urlò «Vamonos!». I soldati uscirono dalla trincea e si misero a correre contro le raffiche, uno dietro l’altro. Robert Capa alzò la macchina fotografica sopra la testa e scattò, al buio, senza neanche vedere cosa stava inquadrando, poi spedì al suo giornale le pellicole ancora da sviluppare, come sempre. 

Quando rientrò in America, mesi dopo, scoprì di essere diventato famoso in tutto il mondo grazie a quella foto, che non aveva nemmeno visto. «È stata probabilmente la foto più bella che abbia mai scattato». È nata così, per caso, «Morte di un miliziano», tra le foto di guerra più celebri della storia, in cui un soldato repubblicano è ritratto proprio nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Senza dubbio lo scatto più conosciuto di Capa, e anche il più contestato. 

Dagli Anni 70 in molti hanno messo in dubbio l’autenticità dell’immagine, insinuando che fosse un falso, e che nessuno fosse davvero morto sotto l’obiettivo di Capa, dal momento che l’autore non aveva mai spiegato come fossero andate le cose. Lui, uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, saltato su una mina in Indocina nel 1954, non ha mai potuto difendersi. Lo fa oggi, a 100 anni dalla nascita e 56 dalla morte, grazie a un’intervista rilasciata alla Wnbc, del gruppo Nbc, una mattina del 20 ottobre 1947, trovata per caso e diffusa dal Center of Photography (Icp) di New York. L’unico documento esistente in cui è possibile ascoltare la voce del reporter. Le altre rare interviste, infatti, sono andate perdute.

Brian Wallis, curatore capo dell’Icp, l’ha scovata su eBay. Per caso, di nuovo. Comprata per duemila dollari da un americano del Massachusetts che l’aveva trovata in una casa in vendita. Nell’intervista - che dura 23 minuti e 35 secondi - Capa spiega come andarono i fatti in Spagna. Racconta che la famosa foto venne scattata nel settembre 1936 in Andalusia: «Ero in una trincea con venti miliziani armati di vecchi fucili. Morivano al ritmo di uno al minuto nel tentativo di catturare la mitragliatrice di Franco che li teneva sotto scacco. Al quarto tentativo misi la macchina fotografica sopra la testa e, senza vedere cosa accadeva, scattai, mentre un soldato si muoveva fuori dalla trincea. Questo è tutto». 

Capa racconta - con quel suo marcato accento ungherese che nessuno prima d’ora aveva potuto ascoltare - come iniziò tutto, come divenne Robert Capa, il più grande reporter di guerra: «Quando tornai, tre mesi dopo, ero diventato un fotografo molto famoso, perché quella macchina fotografica, tenuta sopra la mia testa, aveva catturato l’esatto istante in cui il soldato veniva colpito». 

Nell’intervista parla di come inventò il suo nome (era nato Friedmann Endre) e il suo personaggio, perché «ero giovane, un po’ sciocco, e decisi che il mio vero nome non andava bene, che da quel momento sarei diventato un grande fotografo. Quindi scelsi Robert, perché aveva un suono molto americano, e Capa, perché era facile da pronunciare. Già che c’ero decisi che da quel momento sarei diventato un grande fotografo americano arrivato in Europa per lavorare».

E quel grande fotografo americano, coraggioso e temerario, neanche ai microfoni si nascondeva, mentre imbarazzato raccontava il talento meccanico della sua macchina fotografica che decise, per lui, di renderlo così famoso. Amava il poker, odiava la guerra, cercava di perdere quella brutta abitudine di ficcarsi in situazioni pericolose: «Perché non sono incosciente, so quando devo nascondermi».

Palestra addio, ecco la maglietta push-up da uomo con pettorali e bicipiti incorporati

Il Messaggero


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Se le avete provate tutte per avere pettorali scolpiti da sfoggiare sotto aderentissime t-shirt, o al contrario non avete alcuna voglia di provare a pomparli ma non vi dispiacerebbe sfoggiarne un paio almeno per una sera, è arrivata la soluzione che stavate cercando. L'ha creata Funkybody, un'azienda inglese che propone una maglietta miracolosa: con tanto di pettorali e bicipiti integrati, promette di far sembrare un body-builder anche il più mingherlino degli uomini. Una sorta di push-up maschile che si rifà alle imbottiture dei reggiseni per signore. La maglietta è in vendita online a 30 sterline, in bianco, nero e grigio. E per il lato B? Funkybody ha pensato anche all'intimo imbottito.


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Giovedì 24 Ottobre 2013 - 21:39
Ultimo aggiornamento: 21:41

La mitica portaerei Usa Forrestal venduta per un centesimo

Corriere della sera


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Solo un centesimo per la gloriosa USS Forrestal: tanto ha pagato per aggiudicarsi quella che fu la prima superportaereì della U.S. Navy un'azienda texana, la All Star Metals, che la smantellerà e ne riciclerà i materiali. Quando fu varata, nel 1954, era «la più grande nave mai costruita», oltre 324 metri di lunghezza e 3.500 uomini d'equipaggio. Dopo oltre 38 anni, nel 1993 è stata dismessa.

La storia. Molti la ricordano soprattutto per il tragico incidente di cui fu teatro nel 1967, mentre navigava nel Golfo del Tonchino, quando uno sbalzo di tensione provocò il lancio di un razzo di un F-4 Phantom sul ponte di volo, provocando una serie di esplosioni a catena in cui morirono 134 marinai e oltre 300 altri rimasero feriti. Quel razzo colpì peraltro un A-4 Skyhawk, pilotato dall'allora tenente John McCain, che avrebbe poi passato cinque anni come prigioniero di guerra in Vietnam per poi diventare senatore e candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Nell'incidente La nave fu pesantemente danneggiata e oltre 26 degli aerei che trasportava andarono distrutti, ma dopo molti mesi di riparazioni tornò nuovamente operativa.

Il museo mancato. La Marina Usa aveva annunciato nel 1993 la volontà di donarla affinchè venisse usata come museo o memoriale, ma nessuno si è mai fatto avanti.


Giovedì 24 Ottobre 2013 - 17:41
Ultimo aggiornamento: 17:42

Il caso di Maria: una coppia rom bulgara «È nostra figlia, l’abbiamo affidata ai greci»

Corriere della sera

La famiglia Rusev: l’abbiamo lasciata in Grecia perché indigenti, volevamo tornare a prenderla. Disposti all’esame del dna

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Sarebbe stata rintracciata in Bulgaria la famiglia di origine di Maria, la bambina bionda di 5-6 anni trovata una settimana fa in un campo rom in Grecia, il cui dna non coincideva con quello della coppia di presunti genitori. Secondo quanto riferiscono i media bulgari, si tratta di una coppia rom formata da Sashka Ruseva e Atanas Rusev, al momento di stanza a Nikolaevo, nel centro del Paese. I due avrebbero tra gli otto e i dieci figli e avrebbero deciso di affidare la piccola alla coppia greca ora arrestata per il sospetto rapimento e per una sospetta vasta frode ai danni dei servizi sociali greci.

INDIGENTI E INTERVISTATI - I Rusev avrebbero preso questa decisione perché indigenti. In passato hanno vissuto in Grecia, e proprio lì avrebbero lasciato Maria prima di tornare in Patria. A una vicina la signora Ruseva, 35 anni, avrebbe raccontato di aver venduto la figlia per 250 euro, e di aver riconosciuto in lei Maria quando l’immagine della bimba ha fatto il giro del mondo, ma alla polizia ha negato di aver venduto la piccola.

INTERVISTATI IN TV - I due sono stati raggiunti mercoledì a Nikolaevo dalla tv di Stato bulgara, che ha mostrato immagini anche di alcuni dei figli dei Rusev, effettivamente biondi-rossicci (una diciottenne, già madre di un bimbo biondo, una quindicenne e un bimbo di 2 anni). «Intendevo tornare in Grecia e portare mia figlia a casa, ma nel frattempo ho avuto altri due bambini, così non sono potuta tornare», ha spiegato Saska Ruseva, che ha anche precisato di essere stata interrogata successivamente per un’ora dalla polizia e di essere disposta a sottoporsi all’esame del dna. Atanas agli agenti ha precisato: «Non abbiamo preso denaro. Se avessimo 2.000 euro, vivremmo con 9-10 bambini in una stanza?».

Rintracciata la vera madre della piccola Maria: «L'ho regalata» (24/10/2013)

FASCICOLO A CARICO DELLA DONNA - Il segretario al ministro dell’Interno di Sofia, Svetlozar Lazarov, ha confermato che il suo ufficio, di concerto con le autorità greche, sta lavorando al caso. A carico di Ruseva è stato aperto un fascicolo per «deliberata vendita di un bambino mentre risiedeva fuori dal Paese».

NATA A GENNAIO 2009 - Maria sarebbe nata a Lamia, sempre nella Grecia centrale, nel gennaio del 2009 e sarebbe stata affidata all’altra coppia verso i sette mesi. Avrebbe quindi quasi 5 anni, nonostante gli esami effettuati per accertarne l’età abbiano indicato un valore presunto maggiore, 5-6 anni circa.

NUOVO EPISODIO SIMILE A LESBO - Intanto in Grecia si profila un possibile secondo caso analogo. Mercoledì, sull’isola di Lesbo, una coppia sulla ventina è stata arrestata e messa sotto inchiesta per presunto sequestro di persona aggravato. Con loro viveva una bimba di appena due mesi e «le prove preliminari indicano che non è figlia loro», hanno riferito fonti riservate vicine agli inquirenti. Si tratterebbe del terzo episodio simile, dopo quello di Maria a Farsala e quello della bambina di Tallaght, vicino a Dublino, affidata ai servizi sociali irlandesi: si era poi scoperto che la piccola era veramente la figlia della coppia di nomadi e il premier irlandese Endy Kenny si è lamentato dell’immagine di discriminazione razziale che le autorità del Paese hanno offerto al resto del mondo.



Grecia: 10 mila telefonate per la piccola Maria (22/10/2013)
 
Grecia: bimba nordica trovata in campo rom (18/10/2013)

24 ottobre 2013