giovedì 24 ottobre 2013

Se il pm ostenta in ufficio il suo odio per il Cavaliere

Massimo Malpica - Gio, 24/10/2013 - 10:11

Tra le mura della procura di Roma trova spazio la satira a senso unico. Il giudice De Santis tiene sulla parete due vignette contro Berlusconi. La dimostrazione che il terzo potere sconfina nella battaglia politica

 

Si capisce subito che aria tira, nell'ufficio del pm romano Edoardo De Santis. Basta aprire una porta e entrare nell'anticamera. Lì c'è il suo credo.



Vignette anti Cav nell'ufficio del giudice De Santis (L'Ego)


Chi sono, come la penso, e soprattutto chi mi sta sulle balle. E non è certo, il suo, un manifesto dell'imparzialità. Chi ha detto mai che un giudice debba essere al di sopra delle parti? L'identikit è questo: due vignette anti Cav e una frase che è una dichiarazione di fede o di indipendenza sui generis. «Credo solo a me, e già mi fido poco».

Non sia mai che in una procura si creda nella legge. Sì, va bene, il principio dell'imparzialità della magistratura è già un concetto fragile di suo, in un Paese dove da anni i poteri dello Stato si affrontano più che rispettarsi, e dove le toghe sconfinano spesso e volentieri nella politica. Ma è comunque difficile non stupirsi almeno un po' quando tra le mura di una procura della Repubblica ci si imbatte in un'immagine che sbeffeggia apertamente un politico, che manco a dirlo è Silvio Berlusconi.

Le due vignette sono in realtà i tipici fotomontaggi da «social satira», quelli che di solito girano sui profili Facebook di chi è in vena di cazzeggio. Uno è la parodia di un celebre quadro giovanile di Picasso, «Scienza e carità». Berlusconi è a letto, morente, sotto una foto di Bettino Craxi. Accanto a lui c'è Niccolò Ghedini che gli tasta il polso, mentre dall'altra parte del letto la Boccassini gli porge una tazza tenendo in braccio Brunetta. Il secondo è una foto del Cav che stringe la mano ad Angelino Alfano sulla quale campeggia una scritta bianca: «Reo con fesso».

In sé, le due immagini non sono niente di trascendentale. La satira - che faccia ridere o meno - è sacra. Ma è sacra solo se resta fuori dai luoghi in cui si amministra la giustizia: che il «reo» Berlusconi (per non dire del «fesso» vicepremier Alfano) venga preso in giro negli stessi ambienti dove il leader politico viene indagato non è solo inappropriato, è assurdo. Tanto più che, come detto, le vignette non sono incollate a un distributore del caffè in corridoio né esposte sulla bacheca del bar della procura, ma appese al muro dentro l'ufficio di un magistrato inquirente. Un luogo che non dovrebbe essere deputato al cazzeggio né alla satira politica.

Come si può vedere nella foto qui sotto, le due fotocopie fanno bella mostra di sé sulla parete, sopra un mobiletto affollato di faldoni di atti giudiziari, attaccate con una puntina da disegno, visibili a chiunque passeggi per il corridoio della procura, appena dietro la porta dell'ufficio. Certo, non sappiamo se a metterle lì sia stato proprio il pm, ma di certo a De Santis non devono dispiacere, se la toga, entrando e uscendo dalla sua stanza, non ha trovato nulla da ridire sulle scelte di arredamento della piccola anticamera.

Quelle due fotocopie non rendono un buon servizio alla magistratura. L'idea che un testimone convocato dal pm De Santis venga accolto da quelle due foto «scherzose» è grottesca. La giustizia non è, non dovrebbe essere, una barzelletta. Ma le vignette da sfottò finiscono per diventare, appunto, due icone della parzialità delle toghe, molto eloquenti e in fondo molto poco scherzose per chi magari non le trova divertenti e si trova, suo malgrado, a osservarle mentre fa anticamera - appunto - in attesa di un faccia a faccia con l'inquilino togato della stanza.

Di certo, anche se De Santis non indaga sul Cav, è pm nel processo per il ricatto-trans a Piero Marrazzo. In aula, proprio l'ex governatore ha ricordato che a informarlo dell'esistenza del filmato fu Berlusconi, avvertito dal direttore di Chi, Signorini. Un dettaglio già spacciato in passato da alcuni giornali per ipotetica ricettazione. Ma tanto il pm non ha pregiudizi.

 

 

 

Le foto che sbeffeggiano il Cav spariscono dalla stanza del pm

Dopo la denuncia del Giornale, rimosse dall’ufficio del giudice De Santis le vignette contro Berlusconi. In procura bocche cucite, ma resta l’imbarazzo per la figuraccia

Massimo Malpica - Sab, 26/10/2013 - 08:23

 

Sparite immediatamen­te, tra silenzio e imbarazzi, a di­mostrare che quello era in effet­ti l’ultimo posto dove avrebbe­ro dovuto essere esposte. Le due vignette anti-Cav appese nell’ufficio del pm romano Edo­ardo De Santis, immortalate sul muro della stanza del magistra­to, appena sopra i faldoni di atti giudiziari, e pubblicate da que­sto quotidiano giovedì mattina, sono state rimosse nel giro di po­che ore.

 

Vignette anti Cav nell'ufficio del giudice De Santis (L'Ego)

 

Ma il «danno» ormai era fatto. E oltre al gesto, oltre al­la «cassazione» delle vignette, non sono arrivate parole. Zero commenti, zero reazioni.

Ha preferito non dire nulla il pm titolare della stanza (e del­l’accusa nel processo ai presun­ti ricattatori di Piero Marraz­zo), De Santis, che sulla questio­ne e sulle conseguenti polemi­che avrebbe riferito subito, gio­vedì mattina, solo al procurato­re capo, Giuseppe Pignatone, prima di provvedere a far torna­re candida quella parete. E lo stesso Pignatone, dal canto suo, ha scelto la linea del silen­zio assoluto. Nessuna iniziati­va disciplinare, nessun provve­dimento ufficiale, nulla è trape­lato se non voci di un rimprove­roverbale alla toga per la catti­va pubblicità alla categoria deri­vata dal caso.

Solo silenzio. Insieme al chia­ro desiderio di rimuovere - in­sieme alle vignette- anche le po­lemiche sulla politicizzazione della magistratura, e al tentati­vo di minimizzare la questione, derubricandola a poco più di una leggerezza. Per il Corriere della Sera , che è tornato ieri sul­la notizia del Giornale , secon­do «ambienti della procura» le due fotocopie sarebbero infatti «apparse»sul muro dell’antica­mera della stanza del pm solo pochi giorni fa, a inizio settima­na, e ad attaccarle sarebbe sta­to un «collaboratore» del magi­strato, che le avrebbe fotocopia­te da un avvocato. L’ipotesi che la mano che ha affisso le vignet­te fosse quella di un assistente della toga era già stata avanzata dal Giornale , ma non cambia di molto la sostanza e la gravità della «scivolata», visto che il pm di certo non poteva non ve­dere - decidendo quantomeno di tollerare, se non di condivide­re - quel «benvenuto» per im­magini che accoglieva chiun­que entrasse nel suo ufficio, co­me una sorta di manifesto della parzialità.

Quanto al dato temporale, è difficile ricostruire con certez­za da quanti g­iorni o mesi la pa­rete dell’anticamera del pm fos­se decorata dalle due fotografie­vignette. Di certo una delle im­magini, il fotomontaggio del quadro di Picasso «scienza e ca­rità », con Berlusconi malato a letto, circondato da Ghedini e dalla Boccassini che regge in braccio Brunetta, ha comincia­to a girare sui social network un bel po’ di tempo fa:precisamen­te a marzo scorso, in occasione del rinvio di un’udienza del pro­cesso Ruby per l’uveite del Cav, rappresentato dunque come «malato immaginario». Non dunque satira di stretta attuali­tà. L’altra immagine, quella con la scritta «reo con fesso» che campeggia su una foto di Berlusconi con Alfano, sembra avere una genesi più recente, probabilmente successiva alla condanna in Cassazione del leader del Pdl.

Comunque sia, la notizia di Berlusconi preso in giro tra le mura di una procura della Re­pubblica ha creato non pochi imbarazzi a Piazzale Clodio, e due indizi in questo senso sono proprio l’assenza di prese di po­sizioni ufficiali e la velocità nel­l’eliminare le «prove». I pregiu­dizi anti- Cav di alcuni magistra­ti non saranno scomparsi. Le vi­gnette, almeno quelle, per il mo­mento sì.

Come da copione : Salvato dagli amici il giudice a tavola con Vendola prima di assolverlo

Libero

Per prosciogliere la De Felice accolte come decisive le testimonianze della sorella del governatore e del pm vicino alla famiglia


Cattura
Tanto rumore per nulla. Dopo oltre dieci mesi dall’iscrizione sul registro degli indagati per abuso d’ufficio, il tribunale di Lecce ha deciso di archiviare la posizione del gup Susanna De Felice. Per chi non la ricordasse, il gup De Felice il 30 ottobre 2012 prosciolse il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola da un’accusa di abuso d’ufficio per la riapertura dell’iscrizione a un concorso da primario. La decisione di De Felice, recentemente trasferita alla Corte d’appello di Taranto, fece infuriare i due pm, Francesco Bretone e Desireé Digeronimo, i quali scrissero (e per questo oggi sono indagati per calunnia ) ai loro superiori lamentando i presunti rapporti amicali tra il giudice e la famiglia Vendola, in particolare Patrizia, sorella del governatore. Per quell’accusa il procuratore di Lecce Cataldo Motta iscrisse sul registro degli indagati De Felice. Due mesi dopo, nel febbraio 2013, il settimanale Panorama pubblicò un’intervista a Patrizia Vendola, in cui la stessa ammetteva una sessantina di incontri con il giudice, in occasioni conviviali.

A testimonianza di uno di questi il settimanale pubblicò la foto della festa di compleanno di una cugina dei Vendola, Paola Memola, risalente all’aprile 2007. A quel pranzo parteciparono De Felice, il compagno (oggi marito) Achille Bianchi, all’epoca pubblico ministero a Trani, e altri quattro magistrati tra cui Francesca Romana Pirrelli e Gianrico Carofiglio, pm, scrittore ed ex senatore Pd. Proprio Carofiglio a settembre ha officiato le nozze dei suoi carissimi amici De Felice e Bianchi.  Al tavolo erano seduti, davanti a una caprese di pomodori e mozzarella (un particolare importante), pure Nichi Vendola e il fidanzato Ed Testa. Per esplicitare ulteriormente i rapporti di amicizia tra Patrizia Vendola e questo gruppo di magistrati, Panorama pubblicò pure diverse immagini vacanziere della Vendola con Carofiglio e Pirrelli. 

Nonostante questi elementi, il gip Alcide Maritati (figlio dell’ex senatore Pd ed ex sottosegretario del governo D’Alema Alberto Maritati), ha deciso di prosciogliere De Felice, accogliendo la richiesta di archiviazione del procuratore Motta, firmata il 24 luglio scorso.  Per Motta la De Felice non avrebbe dovuto astenersi nel processo Vendola. Il motivo? La donna in una nota del 17 settembre 2012 aveva avvertito il suo capo della frequentazione con Patrizia Vendola, specificando, però, che questa si sarebbe «limitata a sporadici incontri in locali pubblici per feste o cene per lo più organizzate da colleghi e che lei non era mai stata a casa della Vendola né quest’ultima a casa sua». Tranne che in occasione della morte del padre di Nichi e Patrizia Vendola, nel 2009, quando il giudice si recò nella casa avita dei Vendola per porgere le condoglianze. Una circostanza che Motta non ha ritenuto spia di un rapporto non solo formale. 

Il procuratore di Lecce nel ritenere il comportamento della De Felice ineccepibile fa proprie le dichiarazioni di due testimoni chiave, Francesca Pirrelli e la stessa Patrizia Vendola, le cui parole «contribuiscono ad una valutazione di assoluta legittimità del comportamento della dottoressa De Felice in quanto essere delineano con ricchezza di particolari una situazione di rapporti con la dottoressa De Felice analoga a quella descritta da quest’ultima al presidente aggiunto della sua sezione e tale da escludere che il loro rapporto potesse essere qualificato con il termine “frequentazione”». Motta non è scalfito nelle sue certezze neppure dalle immagini della festa: «Le fotografie pubblicate da Panorama non costituiscono affatto smentita delle dichiarazioni rese da Patrizia Vendola suoi suoi rapporti con De Felice, confermati da Francesca Romana Pirrelli» scrive. Al procuratore, per chiedere l’archiviazione, sembrano bastare le dichiarazioni della sorella dell’imputato prosciolto e dell’amica dell’indagata, quella Pirrelli che con De Felice ha condiviso diverse vacanze, comprese quella del 2011 a Santorini, in Grecia.

Per Motta le immagini pubblicate da Panorama hanno scarso significato: «La fotografia che ritrae la giudice De Felice seduta allo stesso tavolo cui sedeva Nicola Vendola, in un contesto conviviale, non documenta alcuna frequentazione tra di due e non esclude l’occasionalità della partecipazione della partecipazione di De Felice a quell’incontro, per altro risalente, secondo le stesse indicazioni giornalistiche, a oltre sette anni fa, durante i quali evidentemente non è stata trovata alcun’altra fotografia che ritraesse Susanna De Felice “insieme” con una persona che sei anni dopo sarebbe stata da lei giudicata». In poche parole per il procuratore, visto che Panorama non le ha trovate, allora non esistono altre immagini che ritraggano il giudice insieme con il suo futuro imputato. Ma forse questa certezza avrebbe dovuto dargliela la sua polizia giudiziaria e non un’inchiesta giornalistica.In realtà per arrivare a tali conclusioni il magistrato non ha sentito l’esigenza di convocare come testimone sulla vicenda il cronista di Panorama autore degli articoli né di sequestrare i computer delle parti coinvolte.

Lì forse avrebbe trovato altri scatti interessanti, come risulta a Libero. Infatti nel marzo scorso il compagno di Patrizia Vendola, Cosimo Ladogana si è presentato alla Digos di Bari per autodenunciarsi di furto: ha giurato di aver consegnato lui le foto della festa a Panorama e di averle sottratte dal computer della fidanzata. Nel suo pc gli specialisti della polizia postale hanno recuperato altre immagini riguardanti il gruppo in questione. Per esempio i provini di una visita a casa di Carofiglio e Pirrelli da parte del giudice De Felice, Patrizia Vendola e altri amici nel maggio del 2012. Il mese prima dell’inizio del processo al governatore. Di queste foto Panorama ha parlato in un articolo precedente alla richiesta di archiviazione.  Tra i documenti rinvenuti nel computer di Ladogana c’è pure un’email di Carofiglio, in cui accusa Ladogana: «È inutile ribadire la gravità della situazione che hai generato, perché la conosci anche tu».

L’ex cognato di Vendola risponde: «Ho preso delle decisioni e ho intrapreso delle iniziative solo ed esclusivamente con l’intento di colpire una precisa persona (il cronista ndr) e non certo tutti NOI».  In quelle ore la compagnia è particolarmente agitata per la pubblicazione delle foto. Eppure Motta, nella richiesta di archiviazione, liquida in questo modo l’inchiesta giornalistica: «I commenti che negli articoli pubblicati accompagnano le foto sembrano più indirizzati ad alimentare una “caccia alle streghe”, che a indicare elementi per cui la dottoressa De Felice avrebbe dovuto astenersi dal giudicare Vendola».

Per avvalorare la sua tesi il procuratore chiama di nuovo in causa Francesca Romana Pirrelli, moglie di quel Carofiglio che ha appena unito in matrimonio De Felice e Bianchi: «Pirrelli ha “delineato” la marginalità della partecipazione (alla festa ndr) della dottoressa De Felice e l’occasionalità della presenza del presidente Vendola sopraggiunto alla fine del pranzo per assistere al taglio della torta da parte della cugina della quale si festeggiava il compleanno». Anche in questo caso sarebbe bastato guardare le foto per rendersi conto che sul tavolo ci sono solo piatti di caprese e altre pietanze, ma della dolce nemmeno l’ombra. Adesso per Vendola resta in piedi solo un’accusa di diffamazione, per aver dichiarato di essere stato «perseguitato» dal pm Digeronimo. Questo, Motta, non glielo ha perdonato.


Tavolata galeotta
La foto che inguaia Vendola:   pranzo con il gip che l'ha assolto

La foto che inguaia Vendola:  pranzo con il gip che l'ha assolto

 

il giudice "amico"
Vendola rovinato dal cognato:  ha dato lui la foto a "Panorama"

Vendola rovinato dal cognato: ha dato lui la foto a "Panorama"

di Giacomo Amadori

Voglio una moto come Steve McQueen

Corriere della sera

Anzi, vorrei. Perché la sua Indian Chief vale 110 mila euro. Come l’altro gioiello, la Husqvarna 400 Cross


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«Voglio una vita come Steve McQueen», canta Vasco Rossi in Vita spericolata. Dall’altra parte dell’Oceano, qualcuno ha preso alla lettera il cantante emiliano e la scorsa estate, in un’asta al Marriot Burbank Airport Hotel di Los Angeles, si è aggiudicato per 143.750 dollari, l’equivalente circa di 110 mila euro, la prima moto posseduta dall’attore americano: l’Indian Chief del 1946.

Chiariamo subito: quella di cui si parla, non è la moto con la quale l’attore americano, scomparso nell’80, ha girato La grande fuga (‘63) e che è diventata la sua icona ufficiale. La moto del film diretto da John Sturges era una Triumph TT 650. L’Indian Chief è tutt’altra cosa. Vuoi perché tra la Chief e la TT 650 passano circa vent’anni. Vuoi perché l’Indian, benché sia poco conosciuta in Italia, è stata la prima industria motociclistica degli Stati Uniti (1901) e ha dato del filo da torcere, fino alla fine degli anni Cinquanta, a un altro mito come l’Harley Davidson. Ma soprattutto per le parole di McQueen: «È stata la mia prima moto.

È stato il mio amore»: dalla biografia McQueen’s Machines. The Cars and Bikes of a Hollywood Icon. Per dimostrare l’attaccamento alla Chief (acquistata usata da un allora squattrinato McQueen), lo stesso libro rincara la dose: di fronte alla scelta imposta dalla fidanzata, il classico o-me-o-la-moto, l’attore non esitò: «La moto». E smontò immediatamente il sidecar fornito insieme all’Indian Chief.
Ed eccola la moto con la quale McQueen gira per le strade di New York alla ricerca dei primi provini. Si inizia dal simbolo: l’effige dell’indiano sul paraurti anteriore a onda che funziona anche da piccola luce di posizione. Per continuare con i grandi parafanghi, il serbatoio a goccia, la sella con le tipiche frange e quell’incisione eseguita in fase di restauro: in memoria di Steve McQueen, 1930 - 1980.

Il motore è un due cilindri (testa in alluminio) posizionati a V, 1.200 di cilindrata, 40 cavalli. Su tutto, ieri come oggi (la Chief dell’appena rilanciata Indian è appena tornata in vendita e sarà all’Eicma di Milano, in novembre), la frase incisa sul telaio: «You can learn to ride it in five minutes». Cioè: puoi imparare a guidarla in cinque minuti». Non sappiamo quanti minuti servirono a McQueen per prendere confidenza con la Indian, ma sappiamo che da quel momento l’attore dalle moto non scese più, tanto che alla fine degli anni Settanta la sua collezione poteva contare (oltre alle auto, tra cui una Ferrari 250 GT Berlinetta Lusso del 1963 venduta all’asta da Christie’s per 2,3 milioni di dollari) su un centinaio di pezzi, per un valore complessivo di circa 5 milioni di dollari. Molte della quali, ormai, vendute in varie occasioni dalla moglie Barbara.


Tra queste ultime, un esemplare importante è andato all’asta proprio qualche giorno prima dell’Indian, sempre in California, al Barker Hangar di Santa Monica: la svedese Husqvarna 400 Cross del 1971 (motore monoclindrico a due tempi da 395 cc e quattro marce), con la quale l’attore girò On any sunday, un film che raccontava il mondo delle corse in moto degli anni Settanta, vero cult per tutti gli amanti delle due ruote. La stessa Husky (come sono chiamate in gergo le Husqvarna) con la quale, sempre nel ‘71, McQueen si fece fotografare a torso nudo sulla copertina di Sports Illustrated.

La moto in questi giorni ha anche una valenza di cronaca in più: l’acquisizione da parte di Bmw Motorrad del marchio Husqvarna ha spostato la produzione delle Husky proprio negli stabilimenti austriaci dei rivali di sempre di Ktm, con la relativa chiusura dell’impianto italiano di Cassina Biandronno (Varese). Come se l’Indian fosse prodotta ora da Harley Davidson o viceversa...

Chissà che cosa ne penserebbe oggi l’ottantenne McQueen. Attualità a parte, il prezzo finale per la Husky 400 Cross di McQueen, anche in questo caso, è stato da record: 144.500 dollari, poco più di 110 mila euro. Chi vuole potrà accontentarsi dello storico numero di Sports Illustrated con l’attore in copertina: online su Ebay si può partecipare all’asta per una copia in perfetto stato. Con 30 dollari la si dovrebbe portare a casa. Alla fine anche questo è un pezzo storico della vita di McQueen.

24 ottobre 2013

L’Onu contro il Babbo Natale olandese «I suoi aiutanti sono neri: lui è un razzista»

Corriere della sera

Esperti delle Nazioni Unite chiedono l’abolizione della festa. I difensori: «Gli aiutanti sono neri perché scendono dai camini»

Cattura
«Sinterklaas», l’antico Babbo Natale olandese, è un personaggio razzista? «Sì», dice un gruppo di esperti delle Nazioni Unite. Che ora chiedono l’abolizione della festa di San Nicola nei Paesi Bassi. Gli olandesi non hanno reagito bene alla notizia. Il pomo della discordia? «Pietro il moro».

LA TRADIZIONE - Sono davvero arrabbiati. Agli olandesi non è proprio andato giù quel giudizio espresso da un gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla loro festa di San Nicola, il «Sinterklaas». «È razzista - hanno sentenziato dall’Onu -. E va abolito». Ogni anno il San Nicola olandese arriva a metà novembre su un’imbarcazione a vapore carica di doni da regalare ai più piccoli. Il vescovo bianco viene accompagnato dai «Zwarte Piet», cioè «Pietro il moro», una schiera di aiutanti con la faccia colorata di nero, le labbra rosse, i capelli ricci e i costumi fantasiosi. Ora questa figura è finita al centro della polemica proprio a causa del suo ruolo e del colore della pelle. Su Facebook è partita una petizione per appoggiare la tradizione. Che in ventiquattro ore è stata presa d’assalto: conta già 2 milioni di firmatari. È solo una festa per bambini, dichiarano decine di migliaia di utenti. Chi condanna questa tradizione, molto semplicemente non la comprende.

SCHIAVITÙ - Il gruppo di lavoro contro il razzismo dell’Onu indaga infatti se «Sinterklaas» sia una figura razzista. «Non riusciamo a capire perché gli olandesi non riconoscano che questo è un ritorno alla schiavitù e che questa festa, nel ventunesimo secolo, deve finire», ha sottolineato in tv la presidente della commissione, la professoressa Verene Shepherd. «Il personaggio, un bianco colorato di nero del XVII secolo, rappresenta una concezione dell’uomo nero ereditata dal periodo coloniale». Ne è seguita una tempesta d’indignazione. Il gruppo di esperti deve ancora presentare un rapporto sull’argomento all’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, che potrebbe portare a un «invito ai Paesi Bassi ad annullare la festa di San Nicola».

NERO DI CARBONE - La vicenda, che trova ampio spazio sui media del Paese, non fa che confermare il forte legame degli olandesi verso questa tradizione, di colpo minacciata. La televisione pubblica produce con successo un cartone animato (fatto vedere per settimane anche nelle scuole elementari) incentrato sulle avventure di Sinterklaas e i Zwarte Piet. Ai bambini viene spesso detto che gli aiutanti sono neri perché devono scendere dai camini delle case. È una storia innocua - tutto qui, dicono i difensori della tradizione. Non sono d’accordo, invece, gli olandesi di colore originari delle ex colonie Suriname e delle Antille, e alcuni intellettuali, che da tempo chiedono l’abolizione della festa. Nella controversia è intervenuto anche il primo ministro Mark Rutte sottolineando che non sta a lui giudicare la tradizione: «Pietro il moro è semplicemente nero e io questa cosa non la posso cambiare».

24 ottobre 2013

Pronto un attentato nel metrò di Napoli Così i servizi Usa arrestarono il terrorista

Corriere del Mezzogiorno

Il francoalgerino Ryad era pronto a farsi esplodere. Era un ventottenne legato ad Al Qaeda


Cattura
NAPOLI — «Vi spiamo è vero, ma lo facciamo per proteggervi». Sono state più o meno queste le parole di John Inglis, vicedirettore della Nsa (l’Agenzia di sicurezza Usa nata dopo l’11 settembre), ai nostri parlamentari membri del Comitato di controllo sui servizi segreti in missione negli States. Ieri il quotidiano la Repubblica ha pubblicato un dettaglio inquietante del lungo colloquio tra i nostri politici e il numero due della più invasiva e anticonvenzionale organizzazione che ha il compito di evitare anche il più remoto rischio di attentato ai danni degli americani. Qual è il particolare? Eccolo: «Grazie al nostro lavoro — ha detto Inglis — abbiamo sventato 54 attentati. Uno in Italia, proprio a Napoli, nel settembre 2010».

IL PRECEDENTE ALL'USO - Insomma, dice il vicedirettore della Nsa, nel capoluogo campano c’erano jihadisti pronti a compiere un eclatante attentato che avrebbe seminato distruzione e morte. Una rivelazione che contrasta parecchio con la tesi prevalente degli esperti, secondo i quali Napoli non sarebbe a rischio attentati perché funzionerebbe come testa di ponte e come luogo di aggregazione di terroristi islamici verso i Paesi del centro-nord Europa. Del resto l’unico attentato «certificato» è quello del Circolo «Uso» che si trovava a Calata San Marco (14 aprile 1988), dove un’autobomba riempita con trenta chili di esplosivo venne fatta scoppiare provocando l’uccisione di quattro napoletani e una colf portoricana all’interno del locale.

Quell’atto terroristico che, nelle intenzioni di chi lo compì doveva colpire i marinai americani della Sesta flotta, si può catalogare più che altro come il delirio solitario del generale dell’armata rossa giapponese Fusako Shighenobu, condannato all’ergastolo. Ora invece le parole dell’ufficiale statunitense appaiono quantomeno preoccupanti. Sì, perché, quel mese di ottobre a Napoli c’era davvero un pericolosissimo jiadhista che venne effettivamente catturato il giorno 2 dalle nostre forze dell’ordine, su imbeccata fornita dai servizi segreti transalpini, e pochi giorni dopo il suo arresto estradato in Francia.

CHI È IL TERRORISTA - Il nome di Ryad Hannouni ovviamente ai più non dirà nulla. Ma per i servizi segreti dei Paesi occidentali si tratta di un guerrigliero «confessato e comunicato». Ventotto anni, francese di origini algerine, nato ad Aubervilliers, Hannouni sarebbe perfettamente addestrato alle tecniche di guerriglia da Al Qaeda (qualche anno prima di essere arrestato aveva viaggiato nelle zone tribali al confine tra Afghanistan e Pakistan). A Napoli era arrivato proprio di rientro dalle due Nazioni. Era stato a lungo pedinato sia dai servizi segreti italiani che dalla polizia.

A settembre Ryad aveva visitato due moschee non lontane da piazza Garibaldi. Si era intrattenuto a lungo con altri immigrati islamici fino al momento dell’arresto. Il blitz era scattato il 2 ottobre nella Stazione centrale. Ryad Hannouni era stato trovato in possesso di molte cose interessanti. Tra gli «oggetti» un personal computer pieno di mappe elettroniche, un taccuino con nomi e numeri di telefono ma, soprattutto, un kit completo per fabbricare un ordigno esplodente. Era pronto a fare una strage? Per gli americani non ci sono dubbi: Ryad voleva compiere un attentato a Napoli in un luogo affollato, probabilmente la metropolitana o la stessa stazione ferroviaria.

Che Hannouni non sia un pesce piccolo è dimostrato da alcune circostanze: Il sei ottobre, appena quattro giorni dopo il suo arresto, la polizia francese ammanetta dodici presunti terroristi tra Marsiglia, Avignone e Bordeaux. I loro nomi spuntano fuori dal taccuino sequestrato a Ryad, nei covi vengono trovati Kalashnikov e altre armi. Seconda circostanza: il governo francese, allora presieduto da Sarkozy, si muove ai suoi massimi livelli con l’Italia per ottenere l’estradizione del terrorista. L’allora ministro dell’Interno transalpino, Brice Hortefeux, preme pubblicamente e rilascia dichiarazioni ai giornali «per ottenere l’estradizione entro il 21 ottobre».

Perché proprio in quella data? Mistero. Il ministro in un primo momento nega pure la circostanza del ritrovamento dell’ordigno pronto a esplodere. Intanto il giornale francese Paris Match dedica un’inchiesta ai terroristi arrestati e soprattutto un capitolo a quello che definisce «Le mysterieux Ryad Hannouni». A quale mistero alludono i francesi? Infine, dopo la cattura del qaedista e dei suoi complici il Ministero degli Esteri Usa diffonde un «travel alert», un allarme per gli americani in viaggio in Europa, motivandolo con «potenziali attacchi terroristici ai trasporti pubblici e alle strutture turistiche». Quell’allarme riguardava anche Napoli.

24 ottobre 2013

Consulenti, uffici e paga extra La bella vita di Rosy all'antimafia

Libero

Come presidente di commissione, la Bindi intasca 3.500 euro al mese in più. Avrà pure l'auto blu blindata con la scorta


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Certo, l'ufficio al quinto piano del palazzo di via del Seminario, in pieno centro a Roma, non è nè enorme nè sfarzoso. Ma Madame Poltrona, al secolo Rosy Bindi, si è accasata bene con la nomina a presidente della commissione Antimafia. Come tutti i presidenti  di commissioni parlamentari permanenti, infatti, la dinosaura del Pd percepirà un emolumento extra di 3.500 euro al mese, duemila dei quali, scrive 'Il giornale', destinati a pagare il lavoro di un collaboratore.

Ma 1.500 euro le finiranno comunque in tasca, affiancati al suo sontuoso stipendio di parlamentare. Poi, la Bindi, avrà a sua disposizione una segreteria tutta sua, fatta da due o tre persone prese in prestito dalla camera di appartenenza, che nel suo caso è Montecitorio. Poi c'è la segreteria della commissione, che risponde sempre a lei, fatta da 4-5 altre persone. Al tutto si aggiungono collaboratori e consulenti, divisi tra fissi e part time. Infine, auto blu blindata (trattandosi di commissione 'antimafia' le cautele non sono mai troppe): un corteo rafforzato, con un'auto che seguirà quella della Bindi con due o tre poliziotti a bordo.

Sant’Apollinare, indagine finita Il giallo riparte dal fotografo

Corriere della sera

Né ossa né altre tracce delle scomparse nella cripta della basilica. Verso la richiesta di rinvio a giudizio


Cattura
ROMA - Il lavoro degli specialisti in camice bianco del laboratorio Labanof è finito. Le centinaia di cassette di ossa sono state passate al setaccio, una ad una. Diciassette mesi di accuratissime ricerche e confronti del dna hanno dato esito negativo: no, nella cripta di Sant’Apollinare dove il boss «Renatino» De Pedis riposò dal 1990 al 2012 (quando il Vaticano ha dato l’ok alla traslazione della salma), non c’erano frammenti ossei o altre tracce riconducibili a Emanuela Orlandi.

Nulla di fatto: il controllo era necessario, per sgombrare il campo dal dubbio inquietante che la «ragazza con la fascetta» fosse stata uccisa nel complesso dove frequentò la sua ultima lezione di musica (22 giugno 1983), e a questo punto l’inchiesta può ripartire con una certezza. La verità sulla fine della figlia quindicenne del messo di Wojtyla, così come sulla coetanea Mirella Gregori, sparita 46 giorni prima, va cercata fuori da quelle sacre stanze.

L’ufficializzazione della perizia sulle ossa arriverà a giorni. Le indagini su Marco Fassoni Accetti, il superteste che si è autoaccusato di essere stato uno dei telefonisti (il cosiddetto «Amerikano») ed è indagato per sequestro aggravato dalla morte dell’ostaggio, riprendono così vigore in uno scenario più chiaro. Anche perché, grazie alle verifiche disposte dal procuratore Giancarlo Capaldo su quanto dichiarato dal fotografo cinquantasettenne, stanno emergendo riscontri di un certo peso.

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Le informazioni processualmente più rilevanti, se, come appare scontato, sarà chiesto il rinvio a giudizio di Accetti (che tra l’altro ha fatto ritrovare un vecchio flauto identico a quello di Emanuela), riguardano il traffico telefonico. I sequestratori promisero il rilascio della ragazza «in cambio» della scarcerazione di Alì Agca, ma perché?

L’indagato, che sostiene di essersi deciso a parlare sperando nel «vento nuovo» portato da papa Francesco, ha detto che il rapimento (ideato perché durasse pochi giorni) va inquadrato in una guerra tra due fazioni in Vaticano. La parte «progressista» (composta da lituani e francesi) in cui fu ingaggiato era contraria alla linea anticomunista di Wojtyla, e dal 1979-80 avrebbe fatto pressioni sullo Ior di Marcinkus per frenare l’invio di fondi al sindacato Solidarnosc.

Poi, dopo l’attentato e in seguito alle presunte «imbeccate» dei servizi segreti occidentali affinché il turco accusasse il mondo dell’Est, questo «nucleo di controspionaggio» avrebbe attuato il doppio «prelevamento». Il fine era indurre Agca (cosa che poi accadde) a ritrattare «le calunnie» contro i bulgari, facendogli credere che sarebbe stato liberato, grazie alle pressioni (legate a Emanuela) sul Vaticano e a quelle (legate a Mirella) sull’Italia, in particolare sul presidente Pertini, titolare del potere di grazia (e anche questa arrivò, seppure solo nel 2000). Scenario realistico?

Accetti, sulle telefonate, è stato molto preciso. Quella del 19 luglio 1983 al cardinale Casaroli «partì dal bar rosticceria di viale Regina Margherita 4»; un’altra «dal bar d’angolo di piazza San Silvestro: la polizia ci intercettò e le volanti arrivarono pochi secondi dopo, basta controllare il brogliaccio»; quella «con la voce registrata di Emanuela, la feci da un telefono pubblico ai Parioli»; nell’ottobre 1983 «telefonammo dal capolinea del metrò al Laurentino»; e infine, «durante la trasmissione Telefono giallo, da una cabina in una traversa di piazza Vittorio».

La sensazione che sappia molto, in Procura, è netta. E c’è anche una sorprendente chiave di lettura fornita dal teste, che pare accreditare il racconto: la scomparsa di Mirella, il 7 maggio 1983, sarebbe avvenuta quel giorno, e non il 6 o l’8, perché «il 7 era un codice: doveva richiamare ad ambienti interni il 7 giugno dell’anno precedente, data dello storico incontro tra il papa polacco e il presidente Usa Reagan, in cui i due decisero di potenziare i finanziamenti a Solidarnosc da noi osteggiati».

24 ottobre 2013

Pisa, ritrovato il telo con i leoni dell’imperatore Enrico VII

Corriere della sera

Aperta nel Duomo di Pisa la tomba di 700 anni fa

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PISA – Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel sepolcro di settecento anni conservasse ancora oggetti dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo, il sovrano che Dante indica nella Commedia come il salvatore di quell’Italia «nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello!» divisa, alla deriva e oppressa. Ed invece i ricercatori, guidati dall’antropologo Francesco Mallegni, che hanno aperto la tomba che si trova nel Duomo di Pisa accanto alla Torre pendente, non hanno recuperato solo i resti del sovrano (che saranno analizzati) ma anche alcuni oggetti straordinari. Tra questi un grande telo di seta lavorato con i leoni imperiali, probabilmente uno dei ritrovamenti di epoca medioevale più importanti mai rinvenuti, lo scettro e la corona imperiale e il globo che l’imperatore teneva in mano.

L’ANNUNCIO - La notizia è stata confermata durante l’apertura del convegno «Enrico VII, Dante e Pisa, a settecento anni dalla morte dell’imperatore e dalla Monarchia» che si è aperto giovedì mattina nella appena restaurata Sala delle Baleari di Palazzo Gambacorti, sede del Comune di Pisa. Il convegno è organizzato dai docenti universitari Marco Santagata, tra i massimi esperti mondiali di Dante e da Giuseppe Petralia, storico e dall’Opera del Duomo, l’organismo di studiosi che sovrintende ai monumenti di Piazza dei Miracoli.

IL SARCOFAGO - L’imperatore del Sacro romano impero morì prematuramente a 38 anni il 24 agosto del 1313 a Ponte d’Arbia (in provincia di Siena) e fu sepolto a Pisa. Il sarcofago di Enrico VII (conosciuto anche come Arrigo VII) è stato realizzato da Tino di Camaiano, allievo di Giovanni Pisano, nella cattedrale pisana. Fu poi in parte smantellato e danneggiato da un incendio alla fine del Cinquecento. Marco Gasperetti

24 ottobre 2013

Napoli. Il Comune di Quarto è commissariato: aula dedicata a Peppino Impastato nel degrado

Il Mattino

di Alessandro Napolitano


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QUARTO - E' stata intitolata nel 2009 a Peppino Impastato, simbolo di lotta alla criminalità. Quello che dovrebbe essere una sorta di monumento alla legalità è invece abbandonato al suo destino. E' l'aula consiliare del Comune di Quarto. Ormai deserta da quando a guidare le sorti della città non c'è più un sindaco ed un consiglio comunale. Negli ultimi mesi sono prolificate le scritte con vernice spray sulle sue pareti esterne. Dediche d'amore non troppo fantasiose, slogan contro le forze dell'ordine e «firme» da parte di sconosciuti ed improvvisati quanto incivili writers. Così è ridotto il «parlamentino» di piazzale Europa, luogo anche di ritrovi notturni non troppo silenziosi. Rifiuti e degrado. Così Quarto «onora» la memoria di colui che nel 1978 venne trucidato dalla Mafia. I soldi per rimuovere le scritte non mancherebbero, ma dovrebbero essere tolti ad altri capitoli di spesa. Ancora una volta una coperta troppo corta.



Se ogni tanto ci scappa un ceffone

Quotidiano.net


Il figlio di 6 anni non voleva leggere e così è partito uno schiaffo del padre: un gesto che è costato all’uomo una condanna a un mese per abuso dei mezzi di correzione. Nel 2011 un altro papà italiano finì in cella e fu condannato ad una multa per un caso analogo in una strada di Stoccolma. Insomma i giudici mettono il naso anche nell’educazione dei figli.
Anna Longhi, Milano


CatturaIN UN’ITALIA da sempre mammona, la tendenza è tenere tutto insieme, affetto e rimbrotto, carezza e scappellotto. Uno scapaccione ogni tanto, quando proprio non ne possiamo più, può essere considerato una violenza? La generazione di quelli che oggi non sono più giovani sa che i nostri genitori (politicamente scorretti?) non disdegnavano ogni tanto di mollare un ceffone. Adesso pedagogisti e educatori ci ripetono che non si fa così, che non serve a nulla dare uno schiaffo, non serve ad educare ma anzi a far diventare violento un bambino, che nel lungo periodo si comporterà come il genitore. Eppure c’è il detto “mazz e panell fann i figli bell” (bastonate e pane fanno crescere bene i figli). Ovvio che nessuno dovrebbe educare i figli a suon di botte, ci mancherebbe, il dialogo è la migliore arma che abbiamo a disposizione, così come il nostro esempio, ma ci sono situazioni dove - ammettiamolo - uno scappellotto non può che far bene.

laura.fasano@ilgiorno.net

Bindi a capo dell'Antimafia: sfruttò i sindaci anti boss per farsi eleggere alla Camera

Felice Manti - Gio, 24/10/2013 - 07:50

Il Pd la candidò in Calabria: ma una volta presi i voti, non s'è più fatta vedere

Milano - A Siderno la stanno ancora aspettando. Eppure a Rosy Bindi la Locride dovrebbe esserle cara, visto che quei voti raccolti alle primarie Pd in Calabria sono stati decisivi per la sua elezione come capolista.

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Da febbraio invece l'ex presidente Pd i calabresi la vedono solo in tv. D'altronde la Bindi non ha fatto un solo incontro sulla 'ndrangheta durante la campagna elettorale, ammettendo «di non sapere niente di mafia». «Doveva venire anche il 2 agosto, ero lì ad attenderla», dice al Giornale Maria Carmela Lanzetta, ex sindaco antimafia di Monasterace. Per la cronaca, allora Rosy preferì un talk show su La7.

La Lanzetta è amareggiata, ma non lo ammette per orgoglio. Aveva resistito alla tentazione di dimettersi dal Comune stritolato dalla mafia, quando i boss le hanno bruciato persino la farmacia di famiglia. Poi era arrivato Pier Luigi Bersani, l'aveva eletta icona della sua campagna elettorale, e tutto lo stato maggiore del Pd in Calabria si era convinto che alla fine sarebbe stata lei la capolista del Pd nel feudo bersaniano. E invece il commissario bersaniano Alfredo D'Attorre - ça va sans dire - anziché rilanciare il partito si è fatto eleggere e ha dato l'ok al paracadute pure per Rosy, tra lo sconcerto dei sindaci antimafia: «Avevamo scritto a Bersani - dice ancora la Lanzetta - per chiedere una candidatura simbolica, del territorio, per un segnale di cambiamento». Poteva essere la Lanzetta oppure Elisabetta Tripodi, sindaco di Isola Capo Rizzuto (feudo degli Arena, quelli che elessero l'ex senatore Pdl Nicola Di Girolamo in Germania) o Carolina Girasole (bersaniana poi arruolata con Monti).

Alla fine la Lanzetta ha perso tutto: niente scranno e niente fascia tricolore. Si è dimessa dopo il «no» del suo votatissimo assessore democrat alla richiesta del Comune di costituirsi parte civile in un processo nato da un'inchiesta antimafia che coinvolgeva due funzionari. Clelia Raspa, medico alla Asl di Locri dove lavorava il vicepresidente Pd del Consiglio regionale Franco Fortugno, ucciso in un seggio delle primarie nell'ottobre del 2005, forse non voleva mettersi contro il capoclan della cittadina della Locride, Benito Vincenzo Antonio Ruga. «Ma alla fine ce l'ho fatta a costituire il Comune parte civile per difendere l'integrità dell'istituzione», sorride amara la Lanzetta. In fondo il povero Bersani non aveva scampo.

La Bindi era a un passo dalla rottamazione, travolta dal ciclone Matteo Renzi. Solo delle primarie «blindate» avrebbero potuto salvarla, come successo con Anna Finocchiaro, siciliana ma eletta a Taranto. Esclusa la «renziana» Toscana, quale posto migliore della Calabria? Anche nel 2008 il Pd di Walter Veltroni aveva piazzato Daniela Mazzucconi dalla Brianza, guarda caso protegée della stessa Bindi. A stenderle il velo rosso al debutto di Rosy c'era tutto lo stato maggiore del Pd. Il cronista di Report Antonino Monteleone venne cacciato in malo modo da un congresso al quale partecipavano tutti i colonnelli locali, come la vedova di Fortugno, Maria Grazia Laganà o il potentissimo signore delle tessere Gigi Meduri, sponsor dell'ex consigliere regionale Mimmo Crea, beffato da Fortugno che gli scippò il seggio e beneficiario «politico» della sua morte.

Che c'entra Crea, oggi travolto da pesantissime accuse, con la Bindi? Quando entrò nella Margherita, come scrive Enrico Fierro nel suo Ammazzati l'onorevole, Crea «fu festeggiato a Torino in una cena. Meduri, intercettato al telefono, si lasciò scappare: «Sedici erano a tavola, sedici deputati. C'era Franceschini, la Bindi. Quando è arrivato il conto ho detto a D'Antoni “provvedi a nome del compare Crea. Una scena che mi si mori...” (una scena che a momenti morivo dalle risate, ndr)». Sai che risate con la Bindi all'Antimafia.

Torna in sala «Il Gattopardo» con i 12 minuti mai visti tra rivolte e conflitti di classe

Corriere della sera

Restaurato il capolavoro di Luchino Visconti

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C’era una volta un Gattopardo in camicia rossa. E non solo in senso garibaldino. Nella prima versione del suo film, Luchino Visconti aveva inserito alcune scene del tutto estranee al capolavoro di Tomasi di Lampedusa ma molto conformi alla sua salda fede marxista. Deciso a dare una sterzata di «sinistra» a quello che era considerato un romanzo di «destra», in alcune scene inserì conflitti di classe e fermenti di rivolta contadina utili a smorzare quel mondo cinico e aristocratico di un libro già cassato da intellettuali del Pci come Vittorini, Trombadori, Licata. E così, a fine marzo ‘63, il film uscì in un’edizione fortemente connotata politicamente. Ma solo due mesi dopo, Festival di Cannes in vista, ecco che Visconti ci ripensa. Prende le forbici e taglia via proprio quelle scene «pericolose».

«Il Gattopardo» torna in sala con i 12 minuti mai visti (23/10/2013)

Quando arriva sulla Croisette Il Gattopardo è smagrito di 12 minuti, dai 197 iniziali a 185. Nessuno se ne accorge. I critici stranieri perché è la prima volta che lo vedono, quelli italiani perché non vogliono piantare la grana con il rischio di nuocere al film. Che difatti vince la Palma d’oro e conquista il mondo nella versione raccorciata. Adesso, 50 anni dopo, Il Gattopardo torna a vivere. Da lunedì la Cineteca di Bologna, progetto

«Il cinema ritrovato», lo riporta in 70 sale nel restauro del laboratorio «L’immagine ritrovata» realizzato con Martin Scorsese. E a corredo del film c’è un documentario I due Gattopardi di Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, dove si mostrano le scene tagliate e mai più reinserite. Tra cui quella dove Paolo Stoppa, alias don Calogero, tenta di placare dei contadini in odor di rivolta, promettendo loro le terre, ma dopo il plebiscito. In una seconda sequenza, sempre Don Calogero avverte Tancredi di prossimi tafferugli minacciando di far intervenire l’esercito.

«All’Istituto Gramsci abbiamo trovato diverse versioni della sceneggiatura - spiegano Anile e Giannice -. Le prime di forte connotazione sociale, ispirate a una novella di Verga sulla strage dei braccianti a Bronte, poi via via smussate sul fronte politico. Mentre girava, Visconti si avvicinava sempre più allo spirito originario del romanzo. Forse perché anche lui faceva parte del mondo del principe di Salina, forse perché realizzava che quei suoi interventi sarebbero risultati un corpo estraneo. E a costo di dispiacere ai compagni di un partito a cui peraltro non si era mai iscritto, decise di eliminarli. Infine, quel film kolossal costato alla Titanus un patrimonio, “doveva” vincere a Cannes. E quindi risultare inattaccabile da ogni punto di vista».

23 ottobre 2013

Sofia Loren aveva ragione, non doveva finire in carcere per evasione fiscale nel 1982

Corriere della sera

Dopo 31 anni la Cassazione chiude la vicenda: utilizzato correttamente il condono fiscale

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Sofia Loren aveva ragione e non doveva essere arrestata per evasione fiscale nel 1982. A riconoscerlo, in maniera definitiva, dopo un iter giudiziario durato 31 anni, è stata la Corte di Cassazione . La sezione tributaria della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, ha infatti accolto il ricorso dell’attrice contro una decisione della Commissione tributaria centrale di Roma risalente al 2006.


Sofia Loren, dal carcere ai nuovi successi Sofia Loren, dal carcere ai nuovi successiSofia Loren, dal carcere ai nuovi successiSofia Loren, dal carcere ai nuovi successiSofia Loren, dal carcere ai nuovi successi

LA VICENDA - Al centro del procedimento, la dichiarazione dei redditi per il 1974 che la Loren presentò, congiuntamente al marito Carlo Ponti, in cui si escludeva, per quell’anno, «l’esistenza di proventi e spese», poiché «per i film ai quali stava lavorando erano sì previsti compensi ma da erogarsi negli anni successivi». Nel 1980 all’attrice venne notificato un avviso di accertamento, per un reddito complessivo netto assoggettabile all’Irpef per il 1974 pari a 922 milioni di vecchie lire (l’equivalente, valutando il potere d’acquisto che avevano allora quei soldi, di oltre 5.345.000 di euro di oggi).

La Loren, dunque, usufruendo del condono fiscale previsto dalla legge 516/1982, aveva presentato una dichiarazione integrativa facendo riferimento a un imponibile di 552 milioni di vecchie lire, pari al 60% del reddito accertato, ma il Fisco aveva iscritto a ruolo un imponibile maggiore, pari a 644 milioni, sostenendo che la percentuale da applicarsi fosse quella del 70%, poiché la dichiarazione sul 1974 presentata dall’attrice, doveva considerarsi omessa, perché «priva degli elementi attivi e passivi necessari alla determinazione dell’imponibile».

Le Commissioni di primo e secondo grado avevano dato ragione alla Loren, mentre la Commissione tributaria centrale di Roma aveva dichiarato legittima la liquidazione del condono con l’imponibile al 70%. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dell’attrice, annullando così la decisione della Commissione tributaria centrale di Roma. Sophia Loren, nel 1982, finì nel carcere femminile di Caserta, dove restò per 17 giorni, con l’accusa di evasione fiscale. Le responsabilità della frode vennero poi attribuite al suo commercialista. Restò il danno d’immagine .

23 ottobre 2013

Vecchioni-Gramellini i soliti moralisti chic con le mani nel sacco

Giannino Della Frattina - Gio, 24/10/2013 - 07:43

Il cantautore condannato per guida in stato di ebbrezza incolpa  uno sciroppo. Il giornalista fa la predica ma poi copia gli articoli

Milano - Prima la bufala (forse a sua insaputa, ma guardacaso quando deve uscire il nuovo disco) della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura.


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Adesso Roberto Vecchioni racconta a un giudice, senza convincerlo, che a far schizzare l'etilometro della Polstrada è stato il destrometorfano bromidrato, uno sciroppo per la tosse. E poi Massimo Gramellini beccato dal gruppo Facebook «Buongiorno un c....» ripreso da Dagospia ad aver riciclato un post Fb inviato come lettera alla Stampa di cui è vicedirettore. Ricopiato da Gramellini senza citare l'autrice nel suo Buongiorno, la rubrica cult del buonismo di sinistra che tanto piace ai salotti bene alla Fabio Fazio.

Perché passi per un goccetto di alcol in più, bevuto per giunta nel pieno delle feste di Natale. Ma le bugie (almeno così dice il giudice) proprio no. Quelle sono peccato. Soprattutto se a dirle è quello che per tutti ormai è il Professore. Ma soprattutto un guru riconosciuto e osannato di quella sinistra così portata a predicar bene e razzolare male. E che dire del giornalismo sempre pronto a citare quel ministro dell'Istruzione (donna) che in Germania («lei sì») fu lesta a dimettersi dopo essere stata scoperta con la tesi di dottorato copiata.

Professionisti della doppia morale a buon mercato, quelli che a destra son tutti maiali e invece noi di sinistra siamo tutti anime candide. Che il bene sta tutto a manca e il male tutto a dritta. Perché quelli sono volgari, avidi e soprattutto sempre pronti a mentire. E poi sono borghesi. E pure piccoli piccoli. Bugiardi quando si tratta dei loro sporchi interessi. E allora evviva il nuovo sindaco Giuliano Pisapia, gridava Vecchioni dal palco di piazza Duomo salutando il nuovo messia rosso travestito d'arancione che aveva spazzato via quei grigi figuri di Letizia Moratti e Gabriele Albertini. Un ventennio di centrodestra a Milano (da tanto non vincevano) che a sentir loro avevano devastato la città che nemmeno Attila e i suoi Unni.

Senza metterla giù troppo dura, perché qui alla fine si parla di alcuni (pochi) bicchieri di troppo e di una normale condanna per guida in stato di ebbrezza che a tutti può capitare, l'episodio è però rivelatore. Perché il professor (cantautore) Roberto Vecchioni dopo essere stato trovato positivo all'alcoltest, è stato ora condannato dal tribunale di Brescia a due mesi di arresto, a sei senza patente e a 750 euro di multa. Con sospensione condizionale della pena. Ma ciò non toglie l'immagine dell'etilometro che segna 0,82 g/l, laddove il limite consentito è di 50 e la trasfigurazione: il supereroe che si muta in un comune mortale.

La colpa, dice Vecchioni senza timore del ridicolo, è di un comune sciroppo per la tosse preso per difendere le corde vocali dai rigori dell'inverno. Ma il giudice onorario Antonino Spanò e il vice procuratore onorario Matteo Pace non hanno ritenuto provata la ricostruzione. Ora a Vecchioni non resta che l'appello. O l'ammissione di aver mentito. E vedremo cosa dirà Gramellini. Come giustificherà la debolezza di non aver citato, senza togliere nulla al suo quotidiano raccontino morale, la vera autrice. «Ma stai barando/tu stai gridando/così non vale/è troppo facile così». Luci a san Siro (1971 - Lo Vecchio, Vecchioni).

Castel Sant’Angelo assediato da abusivi una Casbah all’ombra del Cupolone

Il Messaggero
di Maria Lombardi

Migliaia di venditori ambulanti. Controlli assenti. Evasione fiscale e gravi danni al tessuto commericiale della Capitale


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Borsette false come grani del rosario, una dietro l’altra lungo la via della fede. Una processione di lenzuola bianche, di marche fasulle e copie di tutti i colori. Attenzione a non alzare lo sguardo verso la cupola di San Pietro, bisogna tenere gli occhi inchiodati per terra andando incontro alle parole del Papa, si rischia altrimenti di inciampare in una lunghissima fila di zainetti, cinture, occhiali e cappelli. Poco più avanti ci sono le preghiere, su Ponte Sant’Angelo c’è la questua. È il market abusivo del mercoledì, fa scempio del sacro e del bello: assedia e maltratta i marmi del ponte, ignora la solennità dei luoghi e li riduce a casbah, fa della religione un business da sfruttare. Gesù scacciò i mercanti dal Tempio, racconta il Vangelo, «rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe».

Qui non si vendono colombe ma tracolle di tutti i tipi e basterebbe qualche vigile a disperdere il mercatino senza regole e senza vergogna all’ombra del Cupolone. Non se ne vede uno per ore. Eppure si sa, Francesco richiama le folle di fedeli e, suo malgrado, anche quelle dei venditori. Le vie del Signore sono infinite e gli ambulanti le conoscono tutte. Ponte Sant’Angelo è una delle migliori. Il segreto è fregare i concorrenti sul tempo e conquistare un posto in prima fila lungo il tragitto dei pellegrini. I vu’ cumprà arrivano in massa, un esodo biblico intorno alle 10. Sono decine e decine, non possono passare inosservati, trascinano i fagotti fino al ponte, si dispongono in fila e poi aprono l’attività. Una scacchiera di bancarelle sui sampietrini, una sfilata di borse e sciarpe sui due lati, in mezzo ci passano migliaia di fedeli. Il colpo d’occhio dall’alto è impressionante, non c’è pausa tra un lenzuolo e l’altro.

Ecco l’ambulante che ha sistemato gli occhiali su una tavola di legno traballante, quello che mostra i foulard, lo pseudo-artista che propone ritratti, chi vende giochini di gomma e chi griffe a buon mercato. Quando i posti lungo i parapetti sono tutti occupati, non resta che piazzarsi nel bel mezzo del ponte. E così per i pellegrini la passeggiata verso San Pietro, il cammino che porta alla preghiera e si vorrebbe discreto e riflessivo si trasforma in un slalom tra portafogli fasulli e rumori molesti. Una penitenza, insomma. Stessa storia al ritorno, dalle verità del Signore al finto monogram di Vuitton ci sono poche centinaia di passi. Non è tanto questione di decoro, non è solo un’illegalità incomprensibilmente tollerata. Questo è oltraggio a un luogo che non merita certo l’invasione degli occhiali a specchio.

Il Vaticano market se ne infischia dei controlli, per tre ore liberi di vendere. Ecco, alle 13, una macchina della polizia municipale. Fuga degli abusivi? Macché, ognuno resta al suo posto. È semmai l’auto di servizio ad avere difficoltà a passare, resta intrappolata tra la folla dei venditori e dei fedeli. Che ne è delle promesse del sindaco di combattere il commercio fuorilegge? Promesse, appunto. E dire che lui stesso aveva proposto, in una riunione di Prefettura, di stringere un patto contro questo fenomeno che fa di Roma una città più brutta, più sporca e più incivile coinvolgendo tutti: dalla Camera di Commercio alle università. «La lotta all'illegalità e all'abusivismo è una priorità di questa amministrazione e necessita del contributo di tutti», diceva il sindaco. Tante parole, pochissimi controlli e i mercatini dilagano. Ovunque, anche a due passi dal Vaticano. L’udienza è finita, spariscono pellegrini e borse. E’ il caso di dire: non c’è più religione.

Ma oltre al danno, poi, c’è anche la beffa. Perché non è soltanto una questione di decoro. Ma anche una questione di grande evasione fiscale. Per non parlare dei soldi, tanti, che finiscono nelle tasche della criminalità, la stessa che sfrutta questi ambulanti abusivi ogni giorno. E del danno economico al tessuto economico della città, nei confronti di tutti i commercianti che pagano migliaia di euro di tasse e che magari non hanno la possibilità di assumere giovani in cerca di lavoro.



Giovedì 24 Ottobre 2013 - 00:22
Ultimo aggiornamento: 05:25




San Pietro, multe a venditori abusivi: sequestrati rosari con l'effige del Papa
San Pietro, multe a venditori abusivi: sequestrati rosari con l'effige del Papa

Colosseo, controlli dei carabinieri
contro gli abusivi: 3 denunciati

«Io costretta a parcheggiare lontano dal Policlinico dai venditori abusivi». Lettera al sindaco Marino di una romana di settant'anni.