martedì 22 ottobre 2013

Manovra: ecco chi paga il conto più salato

Corriere della sera


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Fabio Fazio

Corriere della sera


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• Savona 30 novembre 1964. Conduttore tv. «Mi piacerebbe fare un colpo di testa, andare in televisione e dire una cosa pazzesca. Poi sparire per sempre».

• Ultime Risultati sempre più importanti – in termini di critica e di pubblico – per il suo Che tempo che fa su Raitre. Anche se viene accusato di invitare troppi esponenti del centrosinistra.

• Ha disertato la consegna degli Oscar tv, «un gesto coraggioso (la sua miglior intervista dell’anno, verrebbe da dire) per esprimere una distanza da queste piccole sagre paesane, da queste sfarinate celebrazioni (e Fazio è stato anche il più premiato di tutti perché il pubblico da casa ha votato la sua trasmissione come la migliore dell’anno)» (Aldo Grasso).

• Luttazzi lo ha accusato di essere andato da Craxi per farsi raccomandare (si trattava, pare, di evitare il servizio militare). Fazio lo ha accusato di essere invidioso, poi l’ha buttata a ridere («l’ho chiesto a Reagan e a Gorbaciov, poi è caduto il Muro di Berlino ed è finita lì»), ma in definitiva non ha risposto.

• Non votò alle primarie del Pd dell’ottobre 2007 (annuncio con un articolo pubblicato dalla Stampa): «È che sono confuso; anzi, grazie al Partito democratico ho scoperto di essere confuso da un bel pezzo». Nell’aprile del 2008 è stato criticato dal quotidiano Avvenire e da Francesco Cossiga per aver espresso (sempre sulla Stampa) la sua idea di laicità nel Pd (accusa di sostenere una «deregulation» in campo etico togliendo «la libertà di coscienza» ai parlamentari).

• Nel maggio 2008 ha dovuto leggere davanti alle telecamere un comunicato di scuse del direttore generale della Rai Claudio Cappon. Marco Travaglio, venuto a presentare il suo ultimo libro nella puntata precedente, aveva infatti pesantemente attaccato il presidente del Senato Renato Schifani dichiarando: «Schifani ha avuto rapporti con persone poi condannate per mafia» senza che Fazio sentisse il bisogno di attenuare quella dichiarazione. Alle scuse di Cappon, Fazio aggiunse le proprie: «Rispettare la doppia libertà, quella di chi c’è e quella di chi non c’è, è sempre stato e rimarrà l’obiettivo di questa trasmissione. L’offesa non mi appartiene».

• Nel 2008, grazie al nuovo accordo triennale con la Rai, si è assicurato un compenso di 2 milioni di euro all’anno (il 30 per cento in più rispetto all’accordo triennale precedente, scaduto il 30 giugno 2008, con cui aveva ottenuto in tutto 4,69 milioni di euro).

• Mondadori ha raccolto nel volume Che Litti. Che Fazio i duetti più divertenti tra lui e Luciana Littizzetto (2007).

• A novembre 2010 conduce Vieni via con me, con lo scrittore Roberto Saviano, che diventa un vero caso televisivo. Circa dieci i milioni di spettatori che seguono il programma, che diventa il più visto di tutta la storia di Raitre. Per Vieni via con me vince nel 2011 il prestigioso Premiolino.

• A maggio 2012, conduce ancora una volta con Saviano, ma su La7, il programma Quello che (non) ho.

• Vita Figlio di statali. Laurea in Lettere (110) con una tesi su Elementi letterari nei testi dei cantautori italiani. «Mia madre ancora adesso si vergogna un po’ che io faccia televisione. Dovevo fare l’avvocato. M’iscrissi a Legge, anche se volevo fare Lettere. A scuola (liceo classico Gabriello Chiabrera - ndr) ero piuttosto bravo, studiavo, non pensavo affatto a diventare presentatore. Sapevo solo questo: che a Savona non sarei rimasto. Avevo una vita normale, non mi mancava niente, sveglia la mattina, scuola, pranzo, riposino fino alle quattro, studio fino alle sette, Happy days, cena, ripasso, sonno. D’estate le vacanze, tutti i giorni gli amici, dormire in camera col fratello più piccolo di sei anni, un fratello che io comandavo, rimproveravo, d’altra parte mio fratello era alto, atletico, forte, mentre io… all’ultimo anno mi esonerarono da ginnastica... Insomma, ero certo che me ne sarei andato, a Savona cosa potevo ottenere? La stessa vita che già conoscevo, al massimo con qualcosa in più. Ma non pensavo alla televisione, per niente. Più che altro lavoravo alle radio di Savona, sa come sono le radio locali, si fa di tutto, si apre la porta a chi suona e poi si va in voce a fare le imitazioni o a mettere musica.

Ma era un gioco, quando ho cominciato avevo solo sedici anni. Radio Vecchia Savona, Radio Golfo Ligure. No, sa cosa pensavo piuttosto? Che avrei fatto il giornalista. Per i Mondiali dell’82 la Nazionale venne ad allenarsi ad Alassio. Con quest’idea di voler fare il giornalista andai con un amico mio che si chiama Paolo Foti a cercare di ottenere un accredito. Otteniamo questo accredito, che però vale solo per la mattina. Senonché, mettono la conferenza stampa al pomeriggio. Disperazione! Sa che facemmo? Entrammo dentro la mattina e quando vennero chiusi i cancelli e fatti uscire i giornalisti, ci nascondemmo in una siepe e restammo dentro. Così per tre o quattro ore, come Tom Sawyer e Huck Finn, acquattati tra i cespugli. E non perdemmo la conferenza stampa. Poi arrivò la Rai… Nell’82, per fronteggiare l’ascesa di Berlusconi, organizzò un concorso alla ricerca di nuovi talenti. Beh, ci andai. Non avevo nessuna speranza, ma volevo vedere gli studi. Mamma mi mise il maglione a rombi girocollo e mi stirò i calzoni alla perfezione. Papà mi accompagnò con la 124 azzurra. Il provino si svolgeva nella sede Rai di Genova, corso Europa.

Entriamo e in anticamera c’è un sacco di gente disinvolta, abbronzata, ragazzi e ragazze sicuri di sé, forse addirittura mezzi professionisti, parlavano ad alta voce, insomma antipatici, mi facevano sentire un bambino di dodici anni... Mentre io di anni ne avevo diciassette… Quando arriva il mio turno, mi siedo davanti a una scrivania e dall’altra parte c’erano Bruno Voglino e Guido Sacerdote. Voglino era molto materno, da allora lo chiamo mamma. Mi chiesero cosa sapevo fare. Io tirai fuori le voci, cioè le imitazioni. Imitavo gente a cui gli altri non pensavano, cioè Pertini, Paolo Rossi, Gilberto Govi. Voglino diceva “bravo, bravo”, Sacerdote invece scuoteva il capo e faceva: “Ma se non gli somiglia per niente!”. Lo faceva apposta. In realtà li avevo colpiti, soprattutto perché i personaggi imitati erano strani. In ogni caso, non ci pensai più perché avevo ottenuto quello che volevo, vedere la Rai. Tre mesi dopo mi fecero rifare un provino a Roma – a questo punto gli abbronzati della prima volta erano spariti – e alla fine mi mandarono un telegramma: “La informiamo che la Rai si riserva di utilizzarla per le sue prossime produzioni televisive”. Sulle prime ero al settimo cielo. Poi, guardando meglio, pensai: perché “si riserva”? Se avessero voluto prendermi davvero, avrebbero scritto: “La Rai la utilizzerà”.

Dunque, mi hanno bocciato e me lo dicono in questo modo cortese. Presi il telefono e chiamai Voglino, per sapere che interpretazione bisognava dare a quel messaggio. Voglino si mise a ridere, tutto allegro mi disse: “Ma va là, ti abbiamo preso e ti chiameremo, sai quanti eravate all’inizio? Ottomila. E sai quanti siete adesso? Dieci”. Tra questi dieci c’erano Chiambretti, Iacchetti, Cecchi Paone, Faletti, Tedeschi, Poggi. Mi chiamarono in autunno per fare l’ospite in Pronto Raffaella. La mamma mi vestì così: abito grigio cangiante, capelli lunghi, cravatta di pelle blu. Il Secolo XIX, nella sua pagina di Savona, fece il titolo: “Un savonese in tv!” Poi cominciò la cosiddetta gavetta, che a me però pare quasi di non aver fatto. Il programma della Goggi, la radio... Mi chiamò pure Berlusconi. Mi offrì 150 milioni per andare a fare Risatissima e Drive in. In Rai prendevo 80 mila lire a puntata, ma dissi di no. Pensai: qui sto come in una famiglia e poi, dopo il Drive in, che cosa mi faranno fare? Diciamo che la indovinai. Però, quando arrivò Guglielmi venni praticamente licenziato. Avevo il contratto d’esclusiva, il che significa che, anche quando non lavori, ti mandano a casa regolarmente un assegno. A un certo punto questo assegno non arrivò più.

Andai a chiedere, e alla fine mi ritrovai davanti a Guglielmi, direttore di Raitre. Il quale, molto brutalmente, disse queste testuali parole: “Fazio, la rete non ha più intenzione di utilizzarla”. Non rientravo nelle sue strategie, non corrispondevo alla tv che voleva fare. Non gliel’ho mai perdonata, lo considero con Freccero il più grande uomo di televisione in circolazione, ma non riesco a perdonargliela. È vero che è lui che poi m’ha recuperato e m’ha fatto fare Quelli che il calcio e in questo c’è naturalmente della grandezza, perché ha saputo ricredersi. Io ero finito su Odeon tv a fare una trasmissione di intrattenimento sportivo che possiamo considerare un precursore di Quelli che il calcio (si chiamava Forza Italia - ndr). L’inventore del programma però è Marino Bartoletti che mi vide su Odeon e mi chiamò. Io m’ero fatto le ossa al talk-show alle feste di Cuore con Davide Riondino e Michele Serra».

• Tra i numerosi programmi televisivi realizzati in seguito Diritto di replica (1991, con Sandro Paternostro), Anima mia (1997, con Claudio Baglioni), Quelli che il calcio (dal 1993 su Raitre, con Marino Bartoletti), vera invenzione televisiva capace dopo poche puntate di mettere in difficoltà (in termini di share) sia Domenica In di Raiuno che Buona Domenica di Canale 5 e del tutto diversa con quella che poi fece Simona Ventura.

• Nel 1999 e nel 2000 condusse il Festival di Sanremo, facendosi affiancare da Renato Dulbecco e Laetitia Casta il primo anno, e da Luciano Pavarotti, Teo Teocoli e Ines Sastre il secondo.

• Nel 2001 lasciò Quelli che il calcio per andare a Tmc a fare un programma che poi, col cambio di proprietà della rete (passata da Cecchi Gori a Telecom), non si realizzò (si consolò con una liquidazione, in lire, plurimiliardaria).

• Da ultimo grande successo con Che tempo che fa (dal 2003 su Raitre). Paolo Martini: «Nessuno può negare che per numeri e per influenza, Che tempo che fa sta diventando, una settimana dopo l’altra, il vero potenziale Porta a Porta della tv postmoderna di sinistra, l’antisalotto e pure l’antisalotto e mezzo». Cedono alle sue lusinghe, sia pure talvolta per presentare il loro ultimo libro o disco, anche personaggi molto lontani dalla tv come Alberto Arbasino, Maurizio Pollini, Gillo Dorfles ecc. Nel novembre 2007 Nicoletta Mantovani raccontò a lui della sua malattia e del suo rapporto con Luciano Pavarotti. Record d’ascolti per la puntata monografica dedicata ad Adriano Celentano (dicembre 2006): oltre sei milioni di telespettatori e il 24,81% di share (Celentano ci andò anche se nel 2001 aveva definito Fazio «un ipocrita dai modi gentilini e perbenini esperto in lavaggi del cervello»). Ha convinto a fare l’ospite anche Eco (è venuto a presentare il suo libro sulla bruttezza). Altri colpi: Biagi che annuncia il suo ritorno in tv, Montezemolo che smentisce di voler scendere in politica, Saviano che racconta com’è costretto a vivere sotto scorta, Sofri che parla del Sessantotto e del carcere.

• Nel 2006 vinse il premio “È giornalismo”.

• Vive a Celle Ligure (Savona), in una casa che Teo Teocoli ha giudicato «abbastanza sfigata».

• Sposato dal 1994 con Gioia Selis, dal 4 novembre 2004 padre di Michele e dal 2009 di Caterina.

• Critica «Epigono della televisione abbastanza intelligente» (Pietrangelo Buttafuoco).

• «In tutti i programmi a cui ha preso parte, ha confermato di avere la rarissima capacità di trasformare in meglio persone e cose a contatto con lui» (Aldo Grasso).

• «Chissà dov’è il segreto di Fabio Fazio, si chiedono i più sospettosi. Forse nel binomio di nome e cognome, direbbero gli enigmisti alla Bartezzaghi: cambio di consonante, cinque lettere, un presagio di abilità combinatoria fin dal battesimo» (Edmondo Berselli).

• «Ormai per imporre un libro bisogna passare da Fazio» (Sandro Curzi).

• «A quelli che non sopportano Fabio Fazio: provate a dire perché. Barbetta odiosa. Cravattina taccagna. Sorrisetto eterno. Balbuzie studiata. Una volta aveva perfino la frangia. Ingenuo per finta. Savonese avaro e cortese. Non basta, non regge, non spiega il portentoso successo» (Il Foglio).

• «Fabio Fazio non piace a nessuno. Non ai dalemiani, che lo trovano tutto figurine dei calciatori e sigle dei cartoni e insomma entelechia del veltronismo. Non a tutto-il-resto-della-sinistra, che sa bene che Fabietto è un insospettabile dalemiano. Non a destra, e figuriamoci: lì non piace mai nessuno che abbia più successo dei conduttori di destra e, siccome anche il monoscopio ha più successo dei conduttori con cui la destra fa goffi tentativi di riempimento dei palinsesti...» (Guia Soncini).

Enrico Vaime ha detto che, quanto ad ansia, lo batte solo Maurizio Costanzo. «Sul Messaggero smise di scrivere perché non riusciva a dir male dei programmi che non gli piacevano. E al contrario, se i giornali lo attaccano, se qualcuno lo critica, sta male: dissero (falsamente) che la sua villa di Celle era abusiva e gli venne la pitiriasi. Perfino la battutina di uno spettatore al cinema, che, seduto nella fila di dietro, rispose all’amico che gli diceva “Vedi? C’è Fazio!” con un sonoro “E chi se ne frega”, lo fece star male, prese subito a cantare la litania che la moglie Gioia deve conoscer bene, quella secondo cui bisogna sparire, bisogna nascondersi, bisogna fuggire da questo mondo brutto e televisivo» (Giorgio Dell’Arti).

• Frasi «Buonista io? Ma se detesto la beneficenza».

• «Le domande scomode sono un mito, che bisogno c’è di essere cattivi? Intanto non a caso parlo di “ospiti” e non di intervistati: nel talk show le persone sono appunto ospiti, io le tratto in modo gentile, non perché sia la strada più comoda, ma per educazione. Poi naturalmente ascolto le loro risposte – non come il giornalista potente che si ascolta la domanda e non la risposta – e se qualcosa non mi convince ribatto. Ma sempre con leggerezza: non voglio fare un interrogatorio ma una conversazione brillante».

• Politica «Stimo moltissimo Veltroni, non capisco la storia del buonismo, cosa sarebbe il buonismo?, il contrario del cattivismo? E come si potrebbe essere cattivisti? Del resto, non ho mai fatto la collezione delle figure Panini e non capisco questa mania di voler mettere a tutti i costi uno contro l’altro D’Alema e Veltroni. Veltroni rappresenta la sinistra che abbiamo sempre sognato e mentre lo affermo dichiaro anche che D’Alema è uno statista clamoroso, importantissimo, bravissimo».

• «Il centrosinistra capisce la tv meno del centrodestra. Ne diffida, la considera un genere minore».

• Tifo Sampdoria.

Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione)
scheda aggiornata al 4 febbraio 2013

Stefano Cucchi, il Pertini risarcirà i familiari

Corriere della sera

Accordo raggiunto sulla somma. In cambio i congiunti del geometra non saranno più parti civili contro i medici al processo d’appello

 

Il corpo di Stefano Cucchi (Ansa)
Il corpo di Stefano Cucchi (Ansa)

ROMA - Accordo raggiunto: l’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi morì quattro anni fa durante il suo ricovero a una settimana dal suo arresto per droga, corrisponderà un risarcimento danni alla famiglia del geometra romano.

TOP SECRET LA CIFRA - L’intesa è stata formalizzata dall’avvocato Fabio Anselmo per conto deli congiunti di Cucchi e dai legali della struttura capitolina. Grande riserbo sulle cifre in ballo, anche perché devono essere ancora definiti alcuni dettagli. Mercoledì o al massimo giovedì saranno apposte le ultime firme.

I POLIZIOTTI - Il risarcimento del danno influirà sul processo d’appello. Non ci sarà più la parte civile nei confronti dei medici (gli unici condannati, cinque su sei per omicidio colposo), mentre la famiglia Cucchi (padre, madre, sorella e nipoti) ricorrerà contro quella parte della sentenza di primo grado che ha assolto gli agenti della polizia penitenziaria.

UN TAPPETO DI FOTO -Proprio nel giorno in cui cade il quarto anniversario della morte del giovane, a Pescara è partita l’iniziativa #iosonocucchi che realizzerà un tappeto grande cento metri quadrati, raffigurante il volto di Stefano. Il progetto- curato dal graphic designer Luca Di Francescantonio e dalla community di Igersabruzzo.it- sarà esposto in piazza della Rinascita, a Pescara, dall’8 al 10 novembre, in occasione del Festival delle Letterature. Per l’occasione, il 9 novembre, arriverà nel capoluogo adriatico anche la sorella del giovane, Ilaria Cucchi. Per vedere la propria immagine nel tappeto è possibile pubblicare su Facebook, Twitter o Instagram, entro il 27 ottobre, un primo piano del proprio volto bendato, imbavagliato o con le orecchie tappate, e aggiungere il tag #iosonocucchi.

Ilaria Cucchi: «Caso ridotto a storia di malasanità» (03/09/2013)
22 ottobre 2013

Il giudice Esposito in tournée per "bonificare la politica"

Libero

Per il magistrato che condannò Berlusconi si apre una carriera da star: un convegno dopo l'altro. E se non lo invitano, li organizza lui stesso...


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Dopo aver condannato il Cavaliere, il giudice Antonio Esposito è la star dei convegni sulla legalità. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione gira in lungo e in largo l’Italia a dispensare sermoni su come «bonificare la politica». Il prossimo 26 ottobre Esposito parteciperà a Chiavari all’Hotel Monterosa al convegno «bonificare la politica, bonificare il territorio, bonificare l’ambiente» promosso dalla onlus Vas, l’associazione Verdi Ambiente e Società, fondata da Mario Capanna.

Nella locandina dell’evento, Esposito appare in cima alla lista degli ospiti. Parteciperà al dibattito come presidente onorario dell’Associazione Caponnetto, ma i temi sul tavolo toccano pure la politica. L’associazione Vas presenta il convegno così: «C’è una nuova sinergia tra Vas Onlus e Associazione Caponnetto,  perché ambiente e legalità, tutela dei diritti e contrasto alle mafie sono tasselli inscindibili e basilari di una reale azione per le bonifiche ambientali e politiche dei nostri territori e delle nostre regioni, sempre più in preda a malapolitica, ecomafie, diritti civici negati».

A far compagnia a Esposito ci saranno pure altre toghe come Federico Cafiero De Raho, procuratore capo della Repubblica e della Dda di Reggio Calabria, e il sostituto procuratore della Repubblica di Genova.  Ma non mancheranno i giornalisti. A dirigere l’incontro ci sarà una penna  di Repubblica, Marco Preve.  Nessun giornalista de Il Mattino, con cui Esposito è entrato in rotta di collisione proprio sul caso Berlusconi.  Ma quella di Chiavari non è la prima tappa dell’«Esposito-tour». Lo scorso 12 ottobre il giudice ha già partecipato a un altro convegno a Formia dal titolo:

«Bonificare la politica, bonificare il territorio - piazza pulita di politici e colletti bianchi collusi coi clan, poi subito il risanamento delle aree avvelenate». La «bonifica della politica» è un cavallo di battaglia della toga che ha confermato la condanna del Cavaliere. A Formia, Esposito ha partecipato a un dibattito pubblico patrocinato dal Comune ed organizzato dall’Associazione per la lotta contro le illegalità e le mafie Antonino Caponnetto in collaborazione con l’associazione Vas e il giornale La Voce delle Voci», recita la locandina.

Anche lì non poteva mancare una penna anti-Cav, questa volta di marca «travaglina»: si tratta di Nello Trocchia, giornalista del Fatto Quotidiano.  Durante il dibattito Esposito ha parlato di infiltrazioni mafiose nel tessuto politico, ma ha dovuto dire la sua. Non dal punto di vista giudiziario, ma dal punto di vista politico.  Esposito tra una chiacchiera e l’altra (questa volta in italiano della Crusca, non in napoletano come nel caso della famosa telefonata al Mattino che anticipava le motivazioni della condanna del Cav), si è lasciato andare nel ruolo di moralizzatore:

«La classe politica non vuole rendersi conto della gravità della situazione. Ci sono rapporti tra la criminalità organizzata e il mondo politico». E fin qui nulla di nuovo. Ma Esposito va oltre e si chiede: «Cosa si può fare?». Ed ecco che arriva il consiglio: «La prima cosa da fare è garantire la libertà di informazione e stigmatizzare tutti quei comportamenti  che implichino una responsabilità politica e morale. Indipendentemente dall’accertamento di illeciti penali. Così si bonifica la politica».
Ormai Esposito è lanciatissimo nella sua carriera da «vip da convegno» e allora, se non lo invitano, i dibattiti li organizza lui stesso con l’Associazione Caponnetto.

Il giudice infatti  lo scorso 20 settembre ha promosso a Sorrento un convegno per parlare sempre di legalità e rifiuti. Dopo la sentenza della Cassazione che ha inchiodato il Cav, Esposito è uno stakanovista dei convegni. Dispensa perle di saggezza e pillole di legalità. Il Cav lo ha condannato, e ora può godersi la fama girando lo Stivale. Parlando in italiano.


I giornali dei giudici
Esposito smentito, ma per Repubblica e il Fatto è stato "manipolato": ascolta la telefonata che lo sputtana

Esposito smentito, ma per Repubblica e il Fatto è stato "manipolato": ascolta la telefonata che lo sputtana


Condanna mediaset
Cassazione strafalciona: la sentenza di Esposito contro il Cav è piena di errori (di grammatica)

Cassazione strafalciona: la sentenza di Esposito contro il Cav è piena di errori (di grammatica)


di Ignazio Stagno

Sala delle Asse, il disegno di Leonardo riappare sotto strati e strati di intonaco

Corriere della sera

Il grandioso restauro sta facendo riaffiorare altri disegni oltre al Monocromo, la radice incastrata nella roccia


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La sala al primo piano del torrione nord-est del Castello Sforzesco, è nota come Sala delle Asse, dalle assi di legno che si ritiene un tempo rivestissero le pareti. Si trattava di un ambiente importante, in cui ospiti ed ambasciatori erano accolti dagli Sforza. Per questo motivo, Leonardo Da Vinci, chiamato a Milano da Ludovico Sforza detto il Moro, realizzò nel 1498 la decorazione pittorica della sala, impegnandosi a finirla entro pochi mesi. Sala delle Asse – Angolo Sud Leonardo (probabilmente con il concorso di aiuti) ideò e dipinse sulla volta della sala un finto pergolato costituito da una serie di rami e da corde dorate e annodate che si intrecciano. Quasi nessuno poté ammirarla, anzi, forse non fu mai completata: il Ducato di Milano venne conquistato dai francesi, iniziò un periodo di decadenza per il Castello che fu trasformato in caserma e la Sala delle Asse fu adibita a stalla. Sopra la pittura di Leonardo fu steso un intonaco di calce bianca, rimosso solo alla fine dell’Ottocento. Ma ora, con il restauro presentato martedì mattina, inaspettatamente alcuni tratti originali del maestro da Vinci sono riapparsi sotto stati e strati di intonaco.


SETTE STRATI - «Mediamente sono state individuate sette stratificazioni di scialbatura, ma, in qualche parte, sono presenti un numero assai più cospicuo di strati, fino a tredici»: così scrive nella sua relazione l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che si occupa del restauro. Alla mano di Leonardo si deve – per comune ammissione – la pittura murale detta «Monocromo» (realizzata da Leonardo in carboncino e, quindi, in un solo colore), che rappresenta una grossa radice, incastrata nella roccia, alla base di uno dei molti alberi frondosi che ornano la Sala delle Asse: un gigantesco, sorprendente trompe l’oeil. Di questo intonaco, afferma l’Opd, sono recuperabili ampie aree e anche le analisi sulla volta, finalizzate a ricostruire l’impianto compositivo originale, danno «risultati assai interessanti», lasciando sperare nel recupero di consistenti parti di decorazione originale, «importanti resti di disegno preparatorio su tutte le pareti». Insomma, ci sono «buone probabilità» - ha spiegato il sovrintendente dell’Opificio Marco Ciatti - che la mano di Leonardo sia sulle pareti, nascosta da diversi strati di pittura sovrapposta nei secoli.

IL RESTAURO - Per il momento, le prove di scopritura fin qui realizzate sono state svolte principalmente con mezzi meccanici (bisturi e martelline), ma la particolare tenacia e aderenza che caratterizza gli strati di pittura sovrapposti, soprattutto quelli più interni, richiederà l’utilizzo di altre metodologie, quali ablatori ad ultrasuoni, strumentazioni laser e prodotti chimici. Fin dall’inizio il progetto del restauro della Sala delle Asse è stato sostenuto da a2a, cui si è aggiunto poi il contributo di Arcus, Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo .

VERO NOME - L’archivista incaricato delle ricerche, Carlo Catturini, ha anche scoperto il vero nome della sala nell’epoca di Ludovico il Moro, che non era «Sala delle Asse», come definita da Beltrami, bensì «Camera dei Moroni»: un evidente riferimento a Ludovico Sforza, che era detto il Moro non solo per l’incarnato scuro, ma anche per il lavoro di valorizzazione della produzione della seta, che si basava su estensive colture del gelso (in latino, appunto, morus).

IL SITO - È stato predisposto un comune progetto di comunicazione multimediale con HOC-LAB del Politecnico. Il sito web appositamente creato per permettere al pubblico di seguire il restauro (www.saladelleassecastello.it) ha un triplice scopo: fornire informazioni sulla Sala e il suo restauro; offrire informazioni approfondite agli addetti ai lavori; consentire a tutti di «seguire» il restauro. Anche perché d’ora innanzi, proprio a causa dei lavori, il Monocromo di Leonardo e gran parte della Sala non saranno più visibili al pubblico: dovremo aspettare l’Expo, il 1° maggio 2015 .

22 ottobre 2013

A Venezia la messa recitata in cinese

La Stampa

Riproposto il metodo settecentesco dei gesuiti: brani di musica sacra veneziana coniugati con le originali e antiche trascrizioni orientali

anna martellato
venezia


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A Venezia il Vangelo sarà come non l’avete mai ascoltato: “alla Confucio”, con il rituale della liturgia cattolica cristiana - la messa – declinata alla cinese. Proprio così: brani di musica sacra veneziana coniugati con le originali e antiche trascrizioni cinesi, a dialogare tra loro. Non è peccato: era questo il modo, forse l’unico, per i missionari gesuiti del ‘700 di entrare in contatto con un mondo totalmente diverso da nostro, e coniugare (opportunamente e con grande rispetto) il Vangelo con la realtà che li ospitava, comportandosi da veri e propri mediatori culturali. Ed era questo anche il primo impatto che generazioni di cinesi hanno avuto con la cultura occidentale. Nel mezzo, a fare da ponte tra le due realtà, c’era appunto la musica.

E c’è anche oggi: per la prima volta dopo due secoli, Venezia ripropone l’antico metodo dei gesuiti con Dominus Vobiscus: una rappresentazione sulla falsa riga predicata nel lontano Oriente due secoli fa. La ’prima assoluta’ andrà in scena giovedì alle 20 nella Basilica di San Marco, nell’ambito del Convegno del Patriarcato di Venezia “Le chiese tra culto e cultura” (24 e 25 ottobre), dedicato all’incontro di culture e religioni nella Chiesa contemporanea. La ‘prima’ è stata rispolverata dopo oltre duecento anni: partiture, testi, musica. Già, perché è proprio la musica che ha fatto sì che i gesuiti entrassero con discrezione nel cuore del popolo cinese: le celebrazioni liturgiche nelle chiese vedevano infatti un dialogo musicale tra vari brani della liturgia cristiana, liberamente scelti dalle comunità gesuite sparse in luoghi diversi della Cina, e preghiere di risposta musicate “alla cinese”, e trascritte nel 1780 su partitura da Padre Joseph-Marie Amiot per farle conoscere in Europa.

La rappresentazione è stata realizzata dall’Università Ca’ Foscari Venezia e diretta dalla professoressa Elisabetta Brusa, regista teatrale. Non solo studiosi del settore, ma anche studenti dell’ateneo veneziano, impegnati nelle attività teatrali dell’Università e degli studenti cinesi del Consorzio dei Conservatori del Veneto.“Sarà l’occasione per ripercorrere una straordinaria vicenda di profondo e intelligente dialogo culturale e religioso, dal quale emerge una modalità della capacità di “incontro” che i gesuiti possedevano in quanto si rivelarono in questo caso mediatori capaci di far dialogare tradizioni così diverse. – commenta Elisabetta Brusa – La manifestazione esprime la nostra volontà di recuperare quel dialogo tra noi, la nostra storia musicale e il mondo della Cina. La collaborazione con il Patriarcato di Venezia, inoltre, è ovviamente l’inestimabile valore aggiunto di questa iniziativa”.

Tutto ha avuto inizio con il ritrovamento di alcune “Lettere edificanti e curiose” che i gesuiti hanno inviato in Europa dalla Cina circa il metodo utilizzato nel ‘700 da questi per entrare in contatto con un popolo con una cultura totalmente diversa. Affascinati dalla profondità e dall’eleganza della cultura cinese, i missionari, sempre con rispetto, riuscirono a coniugare il Vangelo con la realtà che li ospitava. La musica fu un esempio del loro modo di procedere.Giovedì verranno eseguiti brani tratti dalle Letture, dalle “Lettere edificanti e curiose” dei Gesuiti in Cina; Cantus Anthimi - diretto da

Livio Picotti - con un repertorio di brani tratti dall’Ordinarium di vari maestri di scuola veneziana in dialogo con un insieme di studenti cinesi dei Conservatori del Veneto che eseguiranno alcuni dei canti sacri tratti da Musique sacrée. Ci sarà anche Les notes chinoises mises sur des lignes à notre manière di Padre Joseph- Marie Amiot da Pechino, l’Ensemble Dominus Vobiscum diretto da Francesco Fanna, composto da professionisti e giovani esecutori con il soprano Gemma Bertagnolli e il mezzosoprano Giovanna Dissera Bragadin, con il Coro dell’Academia Ars Canendi diretto da Manuela Meneghello. Un brano di chiusura collettivo ci riporterà in Occidente: il Magnificat di Antonio Vivaldi.

Gardaland verrà quotato alla borsa di Londra

Corriere della sera

Previste anche offerte per i piccoli risparmiatori: un pass valido per tutti i 98 parchi divertimento della società


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Gardaland, il parco divertimenti tra i più famosi e visitati d’Europa, verrà quotato alla borsa di Londra insieme alle altre 97 strutture proprietà della Merlin Entertainments, colosso mondiale del divertimento (secondo solo a Disney) con sede in Inghilterra.


La Merlin, che ha acquistato Gardaland nel 2006 e lo gestisce direttamente insieme ad altre importanti strutture come il Chessington World of Adventures (Regno Unito) o l’Heide Park (Germania) è una società da 5 miliardi di euro, i cui principali azionisti sono la Kirkbi (36%) ed i fondi di private equity Blackstone Group (34%) e Cvc Capital Partners ( 28%). Sono loro che da novembre hanno deciso di mettere sul mercato il 20% delle loro azioni, metà delle quali saranno destinate ai piccoli risparmiatori, ai quali saranno riservati sconti del 30% sul pass annuale valido in tutte le attrazioni del mondo. L’obiettivo è raccogliere liquidità per far fronte ad un debito di 1,2 miliardi di sterline. Corposo ma da mettere in relazione con un fatturato considerevole pari a 2,25 miliardi di sterline.

22 ottobre 2013

Maradona ha ragione: non è un evasore

Libero

Diego non fece ricorso nel '94 contro la presunta frode perché era all'estero: lo avrebbero scagionato. Il Fisco lo sa, ma non rinuncia a sequestri e show


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Diego Armando Maradona non ha evaso al fisco italiano i 39 milioni di euro che continuano a chiedergli. Questo è certo, perché nemmeno il fisco italiano lo sostiene: la contestazione - notificata al calciatore argentino solo 11 anni dopo i fatti - riguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro. 
I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono la somma di mora, interessi di mora e sanzioni. E questo sarebbe un primo problema di equità per qualsiasi contribuente, anche per Maradona.

Ma anche sui 13 miliardi di lire dell’epoca il fisco ha torto sul piano sostanziale e lo sa benissimo: per pretenderli ne fa esclusivamente una questione di forma. Il gruppo di finanzieri e di «messi» di Equitalia che notifica cartelle, avvisi di mora, e sequestra orecchini e orologi a Maradona ogni volta che questo entra in Italia, sa benissimo di avere torto sul piano sostanziale, anche se la forma consente questo show. Maradona è innocente, ma non si è difeso nei tempi e nei modi consentiti: quando lo ha fatto era troppo tardi, e la giustizia tributaria italiana non gli ha consentito di fare valere le sue ragioni (conosciute e indirettamente riconosciute da altre sentenze) perché era prescritta la possibilità di ricorrere e contestare le richieste del fisco. Quello di Maradona così è uno dei rarissimi casi in cui la prescrizione va a tutto danno dell’imputato.

Il calciatore più famoso del mondo è finito nel mirino del fisco insieme alla società calcistica per cui aveva lavorato in Italia (il Napoli di Corrado Ferlaino), e a due giocatori dell’epoca: Alemao e Careca. Il fisco ha emesso le sue cartelle esattoriali, e la giustizia tributaria ha iniziato il suo processo quando Maradona era già tornato in Argentina, dove avrebbe ancora giocato quattro anni. Conseguenza naturale: le notifiche del fisco sono arrivate a chi era in Italia (Napoli calcio, Alemao e Careca), e naturalmente non a chi era in Argentina, perché né il fisco italiano né altri lo hanno comunicato laggiù. Il fisco si è lavato la coscienza appendendo le sue cartelle all’albo pretorio di Napoli.

Oggi quell’albo è on line e in teoria uno che fosse curioso potrebbe anche guardarlo dall’Argentina (ma perché mai dovrebbe farlo?). Allora no: per conoscere quelle cartelle bisognava andare in comune a Napoli. Non sapendo nulla di quelle cartelle (fra cui per altro c’erano anche alcune multe prese per violazione al codice della strada), Maradona non ha potuto fare ricorso. Né conoscere il tipo di contestazione che veniva fatta. Riassunto in breve. I calciatori allora come oggi erano lavoratori dipendenti delle società per cui giocavano. Maradona, Careca e Alemao erano dipendenti del Napoli.

Che pagava loro lo stipendio e fungeva da sostituto di imposta: tratteneva cioè l’Irpef dovuta per quei redditi e la versava al fisco. Tutti e tre i giocatori (e molti altri in Italia) oltre al contratto da dipendenti avevano anche una sorta di contratto ulteriore, con cui cedevano alla società calcistica i propri diritti di immagine anche per eventuali sponsorizzazioni e pubblicità. In tutti e tre i casi, come avveniva all’epoca con i calciatori di tutto il mondo e in tutto il mondo, non erano i calciatori ad incassare dal Napoli il corrispettivo di quei diritti, ma delle società estere di intermediazione (tre diverse nel caso di Maradona), che poi avrebbero dovuto dare ai giocatori gli utili di intermediazione. Secondo il fisco italiano quei diritti in realtà erano stipendio extra per Alemao, Maradona e Careca.

Il Napoli quindi avrebbe dovuto versare al fisco trattenute simili a quelle operate sugli stipendi base. Non avendolo fatto il Napoli, avrebbero dovuto versare l’Irpef i singoli giocatori. Squadra di calcio, Alemao e Careca fanno ricorso (Maradona no, perché non ne sa nulla): in primo grado hanno torto. In secondo grado vedono riconosciute pienamente le loro ragioni, con una sentenza che per Careca e Alemao verrà confermata dalla Cassazione. Il Napoli calcio incassa la sentenza favorevole, ma quando la ottiene sta fallendo. Preferisce non allungare i tempi: aderisce a un condono fiscale e sana tutto il passato, pagando in misura ridotta anche l’Irpef che secondo le contestazioni non era stata versata a nome di Alemao, Careca e Maradona. In teoria il caso Maradona avrebbe dovuto considerarsi concluso con quel condono operato dal sostituto di imposta.

Ma il fisco va avanti. Si deve fermare davanti a Careca e Alemao perché la sentenza tributaria di appello che verrà poi confermata prende a schiaffoni quelli che sarebbero diventati Agenzia delle Entrate ed Equitalia. La sentenza tributaria ricorda che in parallelo si era già svolto un processo penale sulla stessa materia, e che il pm aveva proposto e il Gip accolto l’archiviazione per Maradona, Alemao e Careca, escludendo «per tutti e tre i calciatori che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni destinate ai calciatori». I giudici tributari poi accusano il fisco italiano di avere preso un abbaglio: avevano accusato tutti sulla base di norme che per altro sono entrate nel codice italiano con una legge di fine 1989: quindi al massimo si poteva contestare qualcosa solo per il 1990, non potendo essere retroattive le regole tributarie.

Ma anche per il 1990 la contestazione non era motivata: nessuna prova che quei diritti fossero cosa diversa e si fossero trasformati in stipendi. Assolti e liberati dal fisco italiano dunque sia Alemao che Careca. Maradona no, perché non aveva fatto ricorso. Quando ha provato a farlo dopo la prima notifica del 2001, è stato respinto perché tradivo. Quindi Maradona ha ragione, ma non può avere ragione perché la sua ragione ormai è prescritta. Cose da azzeccagarbugli. Che però giustificano assai poco lo show che il fisco mette in onda ogni volta che Maradona atterra in Italia.

di Franco Bechis

Grecia, caso della bimba bionda trovata tra i romTrasferiti quattro impiegati dell’anagrafe

Corriere della sera

Lo ha deciso il sindaco di Atene per il certificato di nascita sospetto. Continuano la ricerca dei veri parenti della piccola
 
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La responsabile dell’ufficio dell’anagrafe del Comune di Atene, la sua vice e altri due impiegati sono stati trasferiti ad altri incarichi per ordine del sindaco di Atene, Giorgos Kaminis, perché apparentemente coinvolti nel caso della piccola Maria, la bimba di 5 anni bionda e con gli occhi verdi trovata dalla polizia greca mercoledì scorso in un campo rom a Farsala (Grecia centrale) dove, secondo il certificato di nascita rilasciato appunto dal Comune di Atene, era nata.

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LE DICHIARAZIONI DI NASCITA - La decisione, secondo quanto reso noto dallo stesso sindaco, è maturata al termine di una serie di controlli effettuati sui certificati di nascita emessi nel periodo 2008-2013. Si è infatti constatato che le dichiarazioni di nascita di bambini rimaste arretrate sono inspiegabilmente aumentate negli ultimi tre anni. Le dichiarazioni nel 2011 erano 50, ma sono diventate 200 nel 2012 e 400 da gennaio di quest’anno e tutte riguardano una zona della capitale dove vivono molti rom.

INCHIESTA ALLARGATA - Il trasferimento degli impiegati addetti ai certificati di nascita si è reso necessario per garantire l’imparzialità delle indagini, ha detto Kaminis aggiungendo che chiederà l’intervento della polizia in quanto la questione riguarda anche il rilascio delle carte d’identità. Inoltre chiederà all’Unione Centrale dei Comuni della Grecia (Kede) di condurre un’inchiesta in tutti gli uffici di anagrafe del Paese.


10 MILA CHIAMATE DA TUTTO IL MONDO -Intanto telefonate e email da tutto il mondo - finora 10 mila - continuano ad arrivare all’associazione «The smile of the child», in Grecia, dopo la segnalazione del ritrovamento della bimba. Maria, così è stata ribattezzata, non ha nessun rapporto di parentela con quelli che si professavano i suoi genitori, ha sentenziato l’esame del dna. L’uomo e la donna - Christos Salis, 39 anni, e Eletheria Dimopoulou, 40 - sono stati incriminati per sequestro di minore e uso di documenti falsi (oltre a Maria, dichiarano di avere altri 13 figli, e sei sarebbero stati partoriti in meno di 10 mesi: 10 dei ragazzi risultano irrintracciabili). La bimba non parla greco, ma solo una forma di dialetto rom.

Grecia: 10 mila telefonate per la piccola Maria (22/10/2013)
INTERPOL: «NON È NEL NOSTRO DATABASE» - L’Interpol ha fatto sapere che non ha dati di una bambina scomparsa che corrisponda alla descrizione della piccola. L’agenzia della polizia internazionale, riferiscono i media greci, ha dichiarato di avere 61 bambine al di sotto dei 6 anni nel suo database delle persone scomparse, ma nessuna di loro sembra corrispondere a Maria.

22 ottobre 2013

Il colpo segreto di Maradona

La Stampa

massimo gramellini


Pubblichiamo il testo della ’Buonanotte’ data domenica sera da Massimo Gramellini ai telespettatori di “Che tempo che fa” su RaiTre.
 

Il Maradona che ho conosciuto alla fine degli anni Ottanta era più bravo a giocare che a vivere. O forse soltanto quando giocava sembrava vivere davvero. La storia che voglio raccontarvi parla proprio di uno di quei momenti e si è talmente impressa nella memoria che molti anni dopo finì per ispirarmi un Buongiorno e addirittura una pagina del mio primo romanzo, che con il calcio non c’entrava niente.

Era il mezzogiorno di un sabato, alla vigilia di qualche partita importante, e Maradona, tanto per cambiare, non si era presentato agli allenamenti per tutta la settimana. Il povero addetto stampa del Napoli aveva esaurito la scorta di bugie: la foratura della gomma, la visita medica, l’influenza contagiosa. Il giovedì, proprio quando veniva dato a letto con 40 di febbre, Maradò (come lo chiamavamo tutti) era stato beccato in discoteca nel cuore della notte con un bottiglia vuota di champagne in equilibrio precario sulla testa. 

Ma il sabato mattina si presentò al campo di allenamento. Ovviamente in ritardo, e scortato dal consueto cespuglio di microfoni e taccuini. Uno dei taccuini lo tenevo in mano io, inviato di un giornale del nord e quindi già solo per questo sospettabile di pregiudizi negativi nei suoi confronti. In realtà quel genio del bene e del male mi stava simpatico come un fratello matto. Forse perché, nonostante fosse strafottente e distruttivo, in mezzo a tanti manichini sembrava quasi una persona.
Quel sabato, dunque, al termine dell’allenamento, Maradona non seguì i compagni negli spogliatoi, ma rimase sul campo per allestire uno spettacolo destinato ai giornalisti.

Dribbling tra i birilli e palleggi. Era il suo modo di vendicarsi di noi. Scrivevamo ogni giorno che era finito, che non si reggeva in piedi? Ebbene, guardatemi, pareva dire. Guardatemi e tacete. A un certo punto esagerò. Sistemò il pallone sulla linea di fondo campo. Ma non all’altezza della bandierina del calcio d’angolo: da lì sono buoni tutti (insomma, alcuni…). Lui la mise molto più vicino alla porta: nel punto in cui la linea di fondo interseca l’area piccola del portiere. Da lì la porta non riesci a vederla neanche se sei strabico. Puoi vedere solo la parte esterna del palo, ma è talmente vicina che ti sembra un muro: fare gol da quella posizione non è difficile. È impossibile. Bisognerebbe violare una ventina di leggi fisiche.

Colpire il pallone con un tiro che a metà del suo breve tragitto si pieghi verso l’esterno per evitare il palo e poi, ma immediatamente, compia una conversione di novanta per infilarsi in porta. Maradona calciò il pallone e lo infilò in porta. Non una, ma cinque volte. Perché si capisse che la prima non era stato un caso. Io lo guardavo a bocca aperta, e non ero il solo. Seduto a bordo campo, in adorazione, c’era un ragazzo delle squadre giovanili del Napoli. Era stato lui a passare a Maradona i cinque palloni che, uno dopo l’altro, quel satanasso aveva messo sulla linea di fondo campo e da lì in rete.

Pensando di non averci ancora umiliato abbastanza, Maradona scavalcò la rete di recinzione che lo separava dai giornalisti e ci raggiunse. Appena si accorse che dalla tasca di un mio collega spuntava un mandarino, glielo chiese in prestito. Se lo appiccicò al piede sinistro e cominciò a palleggiare per cinque, dieci, venti minuti: tutto il tempo dell’intervista. Rispondeva alle domande e intanto il mandarino andava su e giù, come se fosse attaccato a un cordino invisibile. A un certo punto sentimmo dei latrati provenire dal campo. Era il ragazzo delle squadre giovanili che da venti minuti stava provando a imitare il famoso tiro dalla linea di fondo. Ma i suoi tentativi morivano tutti regolarmente contro il palo: questo spiegava i latrati di disperazione. 

Fu allora che Maradona, con un ultimo colpo di tacco, parcheggiò in terra il mandarino e tornò in campo. Si avvicinò al ragazzo e gli disse: Non ti preoccupare, alla tua età non ci riuscivo nemmeno io. Adesso ti insegno”. Il più famoso calciatore del mondo si inginocchiò davanti al ragazzo, gli afferrò un piede e lo accostò al pallone in un certo modo: “Ecco, devi colpire proprio qui.” 
Poi, come se niente fosse, tornò in mezzo a noi, risuscitò il mandarino e ricominciò a parlare e a palleggiare. Ma non a lungo, perché fummo interrotti da un urlo: Goool. Alla fine il ragazzino ce l’aveva fatta. Era stato davvero bravo e tenace: il talento, se non si appoggia al carattere, conta meno di zero. 

Quel ragazzino si chiamava Gianfranco Zola e un giorno anche lui avrebbe insegnato a un altro ragazzino il colpo segreto di Maradona. Questa settimana intrisa di rabbia e rassegnazione meritava un congedo all’insegna della speranza. Una storia capace di ricordarci che andrà tutto bene, alla fine e, se non andasse tutto bene, vuol dire che non è ancora la fine. 
Buonanotte.

P.S. Mi si fa giustamente notare che all’epoca di questo episodio Zola non faceva parte delle giovanili, ma era una giovane riserva della prima squadra. Mi ha ingannato il ricordo di averlo visto giocare per la prima volta nella Primavera del Napoli come fuoriquota (aveva 23 anni). Ma non credo che questo lieve scarto temporale (23 anni anziché 18-20) procuratomi dalla memoria modifichi la veridicità e il senso della storia che si svolse sotto i miei occhi. 

Rispondo anche a chi si è irritato nel vedere un personaggio “maledetto” come Maradona portato a esempio positivo. Il Maradona del mio racconto è il calciatore, non l’uomo. O meglio - lo scrivo nelle prime righe - l’uomo che veniva fuori soltanto quando faceva il calciatore. I grandi campioni, come gli eroi dei poemi epici, rimangono nel nostro immaginario per i loro comportamenti sul campo di gioco o di battaglia. Non roviniamoci quel poco di purezza che i gesti sportivi riescono ancora talvolta a trasmetterci. Il mio Maradona è solo un grande calciatore, fuori dal mondo e dal tempo. Il resto, in questa sede, non mi interessa

California, il mistero del pesce-serpente

La Stampa

Maurizio Molinari
corrispondente da NEW YORK

Della forma simile a un’anguilla, ma lungo cinque-sei metri: ritrovato senza vita sulle spiagge della California del Sud. E gli scienziati si chiedono: «Come è arrivato morto in superficie?»



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Per la seconda volta in meno di una settimana un esemplare di un misterioso pesce serpente è stato ritrovato senza vita sulle spiagge di Oceanside, nella California del Sud. Si tratta di un pesce dalla forma che ricorda l’anguilla ma di dimensioni che raggiungono 5-6 metri. Per sollevarlo servono 15 persone e, secondo il personale di “SeaWorld” accorso da San Diego, vive nelle profondità degli oceani. 

L’interrogativo a cui gli scienziati marini della “National Ocenic and Atmospheric Administration” (Noaa) devono rispondere riguardano il perché un esemplare di questo tipo sia arrivato morto in superficie, fino ad essere trasportato dalle onde sulle spiagge a ridosso della zona abitata. Il ripetersi della morte di simili esemplari suggerisce che le cause potrebbero essere un avvelenamento delle acque in profondità o una mutazione dell’habitat dovuto a cause esterne. In attesa di conoscere le risposte che darà il “Noaa” per gli abitanti - e soprattutto gli studenti - di Oceaside aver visto di persona un pesce serpente evoca le leggende dell’Antichità. Per il “Catalina Island Marine Institute” questo tipo di pesci serpente puà arrivare a misurare fino a 18 metri di lunghezza.



VIDEO  Usa, misteriose creature degli abissi spiaggiate

Merkel, pressioni su Atene: rinunci ai danni di guerra

Francesco De Palo - Mar, 22/10/2013 - 08:29

La cancelliera avrebbe offerto altri nove miliardi di euro di aiuti in cambio di un colpo di spugna sull'occupazione nazista

Nuova tranche di aiuti da Berlino ad Atene in cambio del silenzio sui danni (miliardari) perpetrati dai tedeschi alla Grecia? La crisi ellenica si arricchisce di un nuovo capitolo buono, forse, anche per confermare un macrodato: che proprio in concomitanza con i periodici report che i rappresentanti di Fmi e Bce redigono sui conti del Paese, fanno capolino populismo e propaganda che non aiutano a risolvere quello che è stato ribattezzato il puzzle del secolo.


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Secondo la stampa di Atene Angela Merkel avrebbe offerto altri nove miliardi alla Grecia, sotto forma di nuovi aiuti per ridurre il debito, purché Atene rinunci al maxirisarcimento tedesco della seconda guerra mondiale. Su cui, come riportato a suo tempo anche dal Financial Times, Atene ha istituito un gruppo di lavoro per valutare i documenti ufficiali presenti negli archivi storici. Nel 2011 i conteggi dell'economista francese Jacques Delpla, stimavano che la Germania avrebbe dovuto corrispondere alla Grecia 570 miliardi: di qui un paper redatto con il dettaglio di danni, quantificazioni e importi attualizzati inviato a Berlino già dallo scorso marzo. Numeri significativi, ma con nel mezzo settant'anni trascorsi senza che nessuno se ne sia occupato. Oggi tornano nuovamente sulla scena in questa vera e propria guerra di nervi che ormai si sta consumando lungo il triangolo Washington (Fmi), Berlino (Bundestag) e Atene (crisi).

Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa greca, la cancelliera, nel mezzo di dure trattative con i socialdemocratici per la formazione del governo e con la zona euro per le nuove norme del Fmi, «ricatta» il governo greco ad accordarsi in anticipo su un nuovo contratto di finanziamento, con l'obiettivo di annullare la richiesta di Atene. Che, dati alla mano, avrebbe diritto a quei denari mai ottenuti dalla Germania per i danni della seconda guerra mondiale. E che azzererebbero il maxi prestito figlio del memorandum.

Una notizia che si inserisce in un contesto di per sé già complicato e foriero di fibrillazioni, con ulteriori tensioni tra il governo greco e la troika nuovamente ad Atene per i consueti controlli: l'esigenza improvvisa di altre misure fiscali da 2 miliardi nel 2014 è una mossa che il governo Samaras (ieri in visita a Palazzo Chigi da Enrico Letta) non accetta, assieme all'eventuale decisione di riduzione del debito dopo le elezioni europee di maggio. Il risultato? Ancora nessun accordo sul fronte licenziamenti pubblici, con all'orizzonte il rischio del quarto taglio a stipendi e pensioni in tre anni, e con il tfr (già decurtato del 20%) che pare sarà concesso a rate ai lavoratori che vanno in pensione.

Mentre la tensione sociale, in verità mai sopita, torna ad infiammarsi per via del probabile sciopero generale promosso delle confederazioni sindacali per fine ottobre. Ma con il nodo rappresentato dal maggiore sindacato greco che di fatto è espressione del partito socialista del Pasok, attualmente nel governo delle larghe intese assieme ai conservatori di Nea Dimokratia. Insomma una situazione proibitiva da cui si chiama fuori il ministro delle Finanze Ioannis Stournaras che adesso definisce «inopportune» le nuove richieste avanzate dalla troika dopo aver accettato, sic et simpliciter, il memorandum che nel novembre 2012 i trecento deputati greci hanno votato senza aver avuto il tempo materiale di leggere (400 pagine).

Per inciso, Stournaras fu membro della speciale commissione presieduta dall'allora premier socialista Costas Simitis, che curò il passaggio della Grecia dalla dracma all'euro, poi promosso al tempo della crisi a «guardiano» delle finanze. Con i risultati che sappiamo.

twitter@FDepalo

I giochi di parole di una sinistra ipocrita

Antonio Ruzzo - Mar, 22/10/2013 - 07:06


Basta la parola diceva una volta uno spot in tv. Basta cambiarla la parola. Così se una cosa non piace si riesce a farla piacere, se un'altra imbarazza si riesce a renderla motivo di vanto.


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Prendiamo le ronde. Sì, proprio quelle che anni fa erano state un cavallo di battaglia della Lega e del centrodestra e che tutta la sinistra in coro aveva sempre rifiutato come esempio estremo di beceraggine nordista. Guai a parlarne, guai anche a nominarle. Così vennero impallinate sul nascere brindando allo scampato pericolo per l'attentato alla democrazia. Però forse sarebbe stato sufficiente non chiamarle così per renderle «potabili»? Probabilmente sì. Qualche mese fa l'assessore comunale alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino le ha in un certo senso rispolverate. Non ronde ovviamente. Nemmeno pattuglie, ci mancherebbe. Ma operatori sociali e solidali, che sono due paroline magiche che rendono tutto più civile e democratico. I compiti però a grandi linee sarebbero gli stessi. Cioè controlli, presenza sul territorio e via così.

Uguali a quelli che ora chiede anche il presidente di Atm Bruno Rota perché in periferia il problema della sicurezza sui mezzi pubblici è enorme. Ma basta non parlare di ronde e scrosciano gli applausi. E il solito giochino delle parole, sembra un po' il «Paroliamo» che tanti anni fa conduceva Jocelyn su TeleMontecarlo: via una vocale, via una consonante e cambia il senso delle cose anche se poi resta lo stesso. E qui la sinistra non ha rivali. Così se i clandestini diventano migranti il problema non esiste più, se i blocchi del traffico della Moratti diventano le domeniche a spasso di Pisapia i milanesi non s'arrabbiano. Se gli inceneritori dei rifiuti, tanto combattuti da verdi e ambientalisti, diventano «impianti di digestione aerobica» sono anche ecologici. E siamo tutti più felici.




L’Atm chiede sicurezza nei metrò di periferia «Servono i vigilantes»

Corriere della sera

Serve personale non addetto al monitor ma che garantisca maggior sicurezza a chi ci lavora


C’è un problema sicurezza. Soprattutto nelle stazioni del metrò e nelle fermate di superficie in periferia. Lo ha spiegato il presidente di Atm, Bruno Rota alla Commissione Bilancio e Trasporti del Comune. Con una premessa: non c’è un aumento generalizzato di aggressioni nei confronti degli uomini Atm nell’ultimo anno, ma sicuramente scarseggia il personale per poter presidiare le stazioni più problematiche. Il manager ha richiamato l’attenzione sull’opportunità di prevedere «presenze nelle stazioni di personale non addetto al monitor ma che garantisca esclusivamente la sicurezza di chi ci lavora». In altre parole, dei vigilantes che siano di supporto ai controllori che operano nelle zone di periferia più difficili da sorvegliare rispetto alle fermate del centro.

Seduta carica di tensione quella di ieri a Palazzo Marino, con messaggi subliminali che volano da una parte e dall’altra senza però mai sfociare in aperta polemica. Al centro c’è ancora il braccio di ferro tra Comune e Atm sui possibili tagli. Una cifra monstre : 31 milioni sul contratto di servizio del 2014. Quelli che secondo Atm renderebbero ingestibile l’azienda. Ieri, l’assessore al Bilancio, Francesca Balzani, ha confermato che l’ipotesi esiste ed è stata prospettata all’azienda già a fine maggio. Ma con un punto interrogativo davanti. Lo spiega l’assessore Pierfrancesco Maran: «Dipende da molte variabili, a partire dai trasferimenti del governo. Dopo che lo sapremo, decideremo».

Fatto sta che ieri, in Commissione, Maran ha confermato che i conti presentati da Atm sono corretti. Da parte sua Rota ha ricordato che l’azienda deve affrontare una serie di costi importanti, come l’assunzione di 30 nuovi macchinisti in vista di Expo 2015. «Altrimenti non riusciremo a fare le corse che dobbiamo per il periodo di Expo». Peccato che per formare i macchinisti ci vogliono sette mesi e quindi le assunzioni ricadono sul bilancio Atm 2014. Come dire, tagliare il contratto di servizio è improponibile. Anche da questo punto di vista. A quel punto, si è levata la voce di Carlo Monguzzi, presidente della Commissione che a «nome di tutta la maggioranza» ha chiesto che non ci siano ulteriori aumenti dei biglietti Atm nel 2014 e nel 2015. Sembra un attacco alla giunta che ha già prospettato l’ipotesi di nuovi aumenti se calano i trasferimenti. Ma subito dopo chiede a Rota di «rafforzare il lavoro contro l’evasione, con l’obiettivo di recuperare almeno 20 milioni di euro».

Come dire: dovete cavarvela da soli. Difficile, secondo Rota, perché la «sciagurata legge» regionale ha ridotto le multe a chi viene trovato senza biglietto sui mezzi pubblici. A parità di controlli, rispetto all’anno scorso, l’Atm ha subito una perdita di un milione di euro.

22 ottobre 2013

Okkupano le strade di Roma Marino però non li denuncia

Andrea Cuomo - Mar, 22/10/2013 - 08:25

In occasione del sit-in del Pdl in via del Plebiscito andò in Procura per un palo danneggiato, ma con l'"acampada" di Porta Pia il sindaco è più tollerante

Roma - E adesso, caro sindaco Ignazio Marino, tornato dalla Polonia salga sulla sua bicicletta e si rechi alla più vicina stazione dei carabinieri (se le viene più comodo c'è anche la Questura) per denunciare per danneggiamento e occupazione non autorizzata di suolo pubblico i manifestanti che da tre giorni hanno trasformato Porta Pia in un camping.

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Lo faccia, se non altro per coerenza. E lei, lo sappiamo, alla coerenza ci tiene. Più che alla pedonalizzazione dei Fori un po' farlocca. Fine del messaggio privato. Ora la spiegazione. Il signor Marino Ignazio, già chirurgo, già senatore del Pd e da qualche mese primo cittadino della Capitale che si è presto tolto il pensiero di far pentire i suoi elettori di averlo votato, ha preso poche posizioni nette da quando bazzica il Campidoglio. Una fu il 4 agosto quando in una domenica romana comprensibilmente desertica il Pdl organizzò una manifestazione in solidarietà con Silvio Berlusconi, che pochi giorni prima si era visto confermare dalla corte di Cassazione la condanna per la vicenda Mediaset.

Quel giorno alcune decine di migliaia di militanti si trovarono in via del Plebiscito provocando a una città vuota disagi zero. Nessuna «acampada», nessun «Occupy via del Plebiscito», un'oretta di comizio e tutti a casa. Unico danno: un palo segnaletico segato per montare il palco, ciò che fece molto arrabbiare Marino. Il suo ufficio stampa precisò che il Campidoglio non aveva «autorizzato un palco per il comizio in via del Plebiscito di Silvio Berlusconi per il semplice motivo che non ha ricevuto una richiesta in proposito» e che avrebbe gradito che gli organizzatori avessero agito «rimanendo nell'ambito della legalità, valore a cui questa amministrazione tiene molto». Poche ore dopo il sindaco, piccato perché nel frattempo Fabrizio Cicchitto gli aveva dato del «cretino», alzò la posta su Facebook: «Domani, smontato il palco, la polizia locale verificherà danneggiamenti alla sede stradale e alla segnaletica e darà notizia di reato alla Procura della Repubblica».

Cavolo, che intransigenza. Un vero sindaco sceriffo, che non vuole grane e si fa rispettare. Due mesi e mezzo dopo di questo piglio non c'è più traccia. Marino sopporta senza battere ciglio quattro giorni di «occupyazione» da parte dei no-tutto, una tendopoli spontanea in una delle piazze strategiche per la viabilità cittadina, le squadre specializzate nel decoro impegnate da giorni nella pulizia dei muri e nel ripristino dell'arredo urbano. E ci risulta che nessuno dal Campidoglio abbia chiesto ai responsabili l'indirizzo per l'invio della fattura. Per non parlare dei due milioni di euro di mancati incassi (stima Confcommercio) per i negozianti che hanno dovuto tenere i negozi chiusi sabato scorso. Evidentemente i commercianti capitolini sono cittadini di serie B, che non meritano un risarcimento per la sfortuna di vivere e lavorare in una città aperta, apertissima a tutti.

Marino era talmente rilassato da scegliere di trascorrere i giorni più lunghi della Capitale in Polonia, nel viaggio della memoria che porta alcune scolaresche romane ad Auschwitz. Lui alle critiche risponde che «quello che alcuni incauti commentatori hanno definito irresponsabile è stato in realtà estremamente organizzato e programmato». Era stato anche predisposto «il piano B da Palazzo Chigi: nel caso ci fossero stati disordini e violenza, sarei tornato a Roma in due ore». Di Supersindaco non c'è stato bisogno. Di un po' di coerenza però ora ce ne sarebbe.

Maradona e i cattivi maestri

Corriere della sera

SERGIO RIZZO


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«Io non mi nascondo», ha rivendicato Diego Armando Maradona a Fabio Fazio, quando il conduttore della trasmissione Che tempo che fa ha ricordato domenica sera in diretta tv il suo contenzioso con Equitalia. Ti viene da pensare: finalmente qualcuno che non ha paura di guardare il Fisco negli occhi, fra tutti quegli sportivi e personaggi dello star system che sono scappati all’estero per non pagare le tasse. Finalmente. E arrivi alla conclusione che se ancora oggi il Pibe de Oro è così amato in tutto il mondo un motivo c’è. Poi però arriva il gesto dell’ombrello indirizzato a Equitalia che gli aveva pignorato l’orecchino di brillanti, preceduto dall’esibizione dei polsi nudi. Come a dire: «Che sono scemo a tornare in Italia anche con l’orologio?». Allora ti cadono le braccia. Lui dice che è solo sarcasmo, il viceministro Stefano Fassina gli dà del miserabile, il Nostro replica che Equitalia si vuole fare pubblicità con il suo nome.

Una scivolata inaccettabile, da cartellino rosso immediato. Aspettiamo solo qualcuno che giustifichi la maleducazione facendo spallucce: «Che volete, è una maradonata...». Ci sarà di sicuro. Dato a Diego quel che è di Diego, mettetevi nei panni di uno straniero che abbia una pendenza con il Fisco italiano. Leggendo i giornali scoprirebbe che negli ultimi dodici mesi ignoti hanno messo una bomba davanti alla sede Equitalia di Verona, devastato due sedi a Genova, fatto un attentato agli uffici di Livorno e minacciato i dipendenti un po’ in tutta Italia, al punto che uno di loro ha raccomandato a suo figlio: «Non dire a nessuno dove lavoro».

Mentre dalla politica arrivavano manifestazioni di solidarietà del tenore seguente. Il leghista Sergio Divina: «Gli italiani odiano Equitalia». Il suo collega di partito Matteo Salvini: «In alcuni casi Equitalia pratica lo strozzinaggio». L’ex presidente del Senato Renato Schifani: «Equitalia è un mostro aggressivo che quando azzanna divora». Il leader della destra Francesco Storace: «Equitalia si prepara a torturare i cittadini». La prima cosa che quello straniero possa fare è intanto scegliersi un avvocato, come il legale di Maradona Angelo Pisani, così in sintonia con quei politici da fondare addirittura una lista elettorale apparentata Pdl e Lega dal nome inequivocabile: «Noi consumatori-Liberi da Equitalia». La seconda è fare il gesto dell’ombrello. Sempre che sia lesto, come Diego, a imparare come funziona qui. Dentro e fuori dal campo .



L'«ombrello» di Maradona Fassina: «Gesto da miserabile» (21/10/2013)
Maradona: «Mai evaso». E fa gesto dell'ombrello al Fisco (21/10/2013)
Maradona: non sono evasore (05/02/2013)
22 ottobre 2013