lunedì 21 ottobre 2013

Facebook down: il social network non funziona

Corriere della sera

Dalle 14 alle 18 è stato impossibile, per molti utenti, aggiornare lo stato sulla propria timeline. Il problema in Europa

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Black out di Facebook in tutta Europa: dalle 14 alle 18 è risultato impossibile, per molti utenti, aggiornare lo stato sulla propria timeline, malgrado si riescano a visualizzare altri contenuti. La notizia del black-out è corsa subito su Twitter con l’inevitabile sfottò al grido di #facebookdown e l’ufficio stampa di Facebook ha confermato che c’è un blocco a livello europeo.

PROBLEMI DI INTERAZIONE - Gli utenti che hanno lamentato disservizi non riescono a pubblicare contenuti, ma nemmeno a interagire con quelli degli altri. Problemi, come riporta Mashable, anche per la pubblicazione di foto e per l’invio di messaggi. Affetti dal parziale blackout sia il sito web, sia le applicazioni mobili di Facebook.

MANUTENZIONE - Dopo quattro ore il social network è tornato alla normalità. «Questa mattina, mentre venivano condotte operazioni di manutenzione, abbiamo riscontrato un problema che ha impedito alcuni utenti di postare sulla propria pagina per un breve arco di tempo», ha comunicato il portavoce del gruppo californiano riferendosi al blackout avvenuto nella mattina americana, il primo pomeriggio in Italia. «Abbiamo risolto la questione rapidamente, e siamo di nuovo funzionanti al 100% - ha aggiunto - siamo spiacenti per qualsiasi eventuale problema causato».

21 ottobre 2013

Gestaccio di Maradona, Brunetta contro Fazio: "E' peggio di Diego"

Libero

Colpo di testa del Pibe de Oro a "Che tempo che fa": monta la polemica. Il conduttore tace, e il capogruppo Pdl lo affonda: "Gravissimo il suo comportamento"


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Diego Maradona ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa. Si parla di calcio? No, di fisco. Il Pibe de Oro discetta del suo contenzioso con Equitalia e sfodera in diretta il gesto dell'ombrello. Dedicato al fisco, ovvio. Fazio rimane in silenzio, attonito, e guarda il suo "amico Diego" che sulla Rai si prende gioco dello Stato italiano. Maradona affronterà il fisco: dice di essere tornato in Italia proprio per questa ragione. "Io non sono mai stato un evasore. Io non ho mai firmato contratto. Chi li ha firmati può andare in giro in Italia tranquillamente. Tanti volevano transare per me con fisco per farsi pubblicità, ma io ho detto no, io non sono un evasore, voglio andare in fondo".


Brunetta: "Peggio Fazio" - Un gesto, quello di Maradona, che ha scatenato un vespaio di polemiche (ve ne diamo conto nel resto dell'articolo). Un silenzio, quello di Fazio, che ne ha suscitate altrettante. Ad affondare il coltello contro il conduttore, dopo le aspre polemiche della scorsa settimana sul cachet che gli corrisponde Viale Mazzini, è Renato Brunetta. "Ho depositato un'interrogazione alla commissione di Vigilanza Rai sull'episodio indecente accaduto ieri sera a Che tempo che fa, con Maradona impegnato nel gesto dell'ombrello, ed elevato così a testimonial dell'evasione fiscale". Quindi la bordata: "Più grave ancora è il comportamento di Fazio".

"Quanto ha preso?" - Ma come detto, le polemiche per l'ultimo colpo di testa del Pibe de Oro montavano fin dalla mattinata. Il primo a puntare il dito era stato Matteo Salvini, che su Facebook ha scritto: "Il povero Maradona ospite di Fazio, stasera su Rai 3. Uno schifo. Che ci vada gratis è una barzelletta, a cui non crede nessuno. Scommettiamo che la RAI (cioè noi) sborserà un sacco di quattrini per questa intervista?!? Che occupi un servizio pubblico è una presa per il culo. Ma licenziare il milionario Fazio, non si può?". La Rai, bene sottolinearlo, ha spiegato che a Maradona non è stato offerto alcun compenso per la comparsata televisiva.

Fassina durissimo - Quindi le aspre critiche del viceministro dell'Economia Stefano Fassina: "Maradona fa il gesto dell'ombrello a Equitalia? È un gesto da miserabile e credo che vada perseguito con grande determinazione". La replica di Maradona a Fassina è stata riferita dal legale dell'ex calciatore, Angelo Pisani: "Il gesto dell'ombrello non voleva essere offensivo ma solo satirico, in risposta all'ennesimo agguato tentato venerdì sera davanti a mia figlia, senza che fosse mostrata neanche l'autorizzazione del giudice. Il signor Fassina - aggiunge Maradona - non faccia come Equitalia, che si fa pubblicità con i comunicati stampa, usando il nome di Maradona. Non ho paura delle sue minacce e non mi sento un miserabile".

Lanzillotta all'attacco - Critica con Che tempo che fa anche Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato, che apre il fuoco contro la televisione pubblica: "Maradona dribbla le tasse e la Rai si presta al gioco per lo share, l'avevamo detto. Ora si intervenga". Già domenica l'esponente di Scelta Civica aveva invitato a "non fare l'apologia, né ad avere compiacenza per chi evade 35 milioni di tasse". Il riferimento era tutto al contenzioso aperto tra lo Stato italiano e l'ex calciatore.

La droga - In tutto ciò, in prima serata domanica sera, Maradona è stato accolto da Fazio come un intellettuale. L'ex asso del Napoli ha detto la sua sulla politica: "La cosa che ho capito nella vita è che gli Stati Uniti credono di comandare il mondo ma non siamo tutti americani". Maradona ha poi parlato del suo rapporto con la droga: "Io prendevo la droga e mi nascondevo. Io avevo paura per i miei figli. Ho capito per loro che doveva cambiare tutto". Ad accompagnarlo in studio la figlia di 26 anni, attrice.

Marino rimuove lo striscione dei marò, ma lascia l'auto in sosta per mesi

Andrea Indini - Lun, 21/10/2013 - 17:35

Il sindaco di Roma si è ben guardato dal rimuovere l'auto in sosta da mesi nel parcheggio riservato ai senatori nelle adiacenze di Palazzo Madama

Che figuraccia, Ignazio Marino! I romani, e non solo, sono indignati perché, nottetempo, il primo inquilino del Campidoglio ha fatto sparire dalla facciata del Comune lo striscione a sostegno dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.


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Si dice che la scelta sia stata dettata dalla "necessità" di far spazio allo stendarso in memoria degli immigrati morti al largo di Lampedusa. Una scelta discutibile sia perché una gigantografia non esclude l'altra sia perché, come il vicepresidente dei senatori del Pdl Giuseppe Esposito su Twitter, il sindaco della Capitale si è "ben guardato dal rimuovere la propria auto in sosta da tanti mesi nel parcheggio riservato ai senatori nelle adiacenze di Palazzo Madama".

La foto dell'auto rossa fiammante del sindaco sta facendo il giro di Twitter. Ci ha pensato il pdl esposito a postarla. E in men che non si dica è diventata vitrale. "Arriva in auto,parcheggia al Senato, poi prende la bici e fa la scenetta della pedalata coi due vigli di scorta?", scherza un utente del social network. La rimozione da piazza del Campidoglio della gigantografia dei due militari, esposta il 23 febbraio dell’anno scorso durante l’amministrazione Alemanno, ha infatti suscitato non poche polemiche nelle ultime ore. Uno schiaffo, tutt'altro che marginale, in una vicenda complessa - quella dei due fucilieri del reggimento San Marco ingiustamente trattenuti in India dal 2012 con l’accusa di omicidio di due pescatori - che da quasi due anni getta in cattiva luce la politica italiana tra continui bracci di ferro e lungaggini burocratiche. Per l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno la rimozione della foto è un "atto gravissimo del quale aspettiamo ci vengano date spiegazioni dettagliate".
Il Campidoglio prova smorzare le polemiche annunciando che la gigantografia sarà ricollocata presto: il manifesto dei due marò è stato tolto il 2 ottobre scorso in occasione dell’evento Il coraggio della speranza organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. In realtà, sono in molti, a credere che si tratti di una scusa.

Oggi il manifesto è tornato a campeggiare sulla facciata del Campidoglio, anche se solo per pochi minuti. Alcuni rappresentanti locali di "Prima l’Italia", il movimento politico in cui è entrato a far parte anche l’ex sindaco, hanno messo in atto un vero e proprio blitz con il quale hanno voluto simbolicamente esprimere dissenso per la "vergognosa decisione" di Marino. Così hanno srotolato uno striscione identico a quello tolto lo scorso 2 ottobre. Dopo pochi istanti la polizia locale di Roma capitale ha rimosso lo stendardo.

La polemica resta. E, di ora in ora, si fa sempre più aspra. Tanto che il pdl Esposito ha smascherato la "doppia morale" di Marino che da una parte è solerte nel rimuovere la gigantografia dei marò, dall'altra si dimentica l'auto nel parcheggio di Palazzo Madama. "Anche se lui senatore non lo è più...", fa notare su Twitter il vicepresidente dei senatori del Pdl postando su Twitter la foto dell’auto. "Ancora stamattina - aggiunge il vice presidente del Copasir - la sua Panda rossa fiammante è lì, lo stesso colore che dovrebbe avere il suo volto se provasse almeno un po' di imbarazzo".

Il parlamentare Ue che vota sempre (e solo) sì

Corriere della sera

L’ultranazionalista Dan Zamfirescu ha approvato tutti i provvedimenti proposti. «Così incassa la diaria»

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Il parlamentare europeo che vota sempre (e solo) sì Negli ultimi giorni lo ha fatto di nuovo, per 63 volte di fila: nel corso del voto all’Europarlamento sulla controversa direttiva del tabacco ha votato «sì» a tutti i 63 emendamenti presentati. E non importa se le modifiche erano completamente discordi le une dalle altre. Il suo voto oramai è una certezza. Il politico ultranazionalista Dan Dumitru Zamfirescu, nel Parlamento europeo da inizio anno, è a favore a prescindere: da 541 votazioni non ha più votato con un «no». L’ex ufficiale della polizia segreta, sospettano i colleghi, seguirebbe un solo obiettivo: fare soldi facili.

TABACCO - La direttiva sul tabacco prevede che immagini e avvertenze per la salute coprano solo il 50% del pacchetto? Dan Dumitru Zamfirescu vota sì. Le etichette di avvertimento con le foto choc devono coprire il 65% del pacchetto? Zamfirescu è d’accordo. L’industria del tabacco può scegliere dove posizionare le immagini e le avvertenze sul pacchetto? Zamfirescu è a favore. Le immagini forti devono stare nella parte bassa? Sì. Le sigarette elettroniche potranno essere vendute senza nessuna limitazione? Giusto. Ogni sigaretta elettronica necessita di un permesso? Approvo.

Ue: nuova normativa sul tabacco (09/10/2013)
MAI UN NO - Da mesi, l’eurodeputato romeno approva tutti i possibili disegni di legge, senza distinzione. Se la plenaria del Parlamento europeo vota sulla disoccupazione giovanile, sulle misure per la ricostituzione dello stock di anguilla europea o sulle relazioni commerciali con Taiwan. Il 59enne politico seduto al posto 787, nell’ultima fila a destra, è d’accordo su tutto, «anche se probabilmente non ha la più pallida idea cosa sia l’argomento», scrive la rivista Spiegel. Nel corso delle ultime 541 votazioni elettroniche il politico di estrema destra non ha più premuto il tasto «no». Il dato si evince dal portale web votewatch.eu. Tuttavia, anche nel corso delle votazioni per alzata di mano - che VoteWatch non rileva - il braccio di Zamfirescu è alzato solo quando viene chiesto chi è a favore, spiega il parlamentare austriaco Martin Ehrenhauser che gli siede accanto.

«Voto sempre ‘sì’ perché sono d’accordo con tutte le proposte», racconta Zamfirescu. Il politico di Craiova - scrive la rivista tedesca - forse non ha mai saputo dire di no. Durante la dittatura di Ceausescu era un ufficiale della temuta polizia segreta «Securitate»; dopo la caduta nel 1989 è passato al partito di estrema destra della Grande Romania (Prm) guidato fino a quest’estate dal controverso presidente Corneliu Vadim Tudor. Anche Tudor è parlamentare europeo e anche lui vota regolarmente «sì».

STIPENDIO - Zamfirescu, già parlamentare in Romania dal 2004 al 2008, nel plenum europeo non ha mai preso la parola, non ha mai presentato proposte di emendamento, non ha mai fatto domande. Ehrenhauser sospetta che il politico, che si è definito «pensionato» senza altre forme di reddito quando è entrato all’Europarlamento, voglia probabilmente solo incassare del denaro. In aggiunta allo stipendio base di circa 8.000 euro al mese, ogni eurodeputato, infatti, incassa 152 euro al giorno per la sola presenza nell’assemblea plenaria. Inoltre, se partecipa ad almeno metà delle votazioni ha diritto ad altri 152 euro al giorno.

21 ottobre 2013

Spagna, la Corte di Strasburgo ordina la scarcerazione di una terrorista dell’Eta

Corriere della sera

Condannata a oltre 3mila anni di carcere per un attentato. Sentenza annullata per violazione del principio di non retroattività della legge

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La Corte dei diritti umani di Strasburgo ha ordinato la rapida scarcerazione di Ines del Rio, terrorista dell’Eta condannata a oltre 3mila anni di carcere per un attentato del 1986 in cui morirono 12 funzionari di polizia. Secondo i giudici di Strasburgo, nel suo caso la giustizia di Madrid ha violato il principio della non retroattività delle leggi. Malgrado la sentenza pesantissima, la del Rio sarebbe dovuta uscire dal carcere nel 2008, dopo aver scontato 19 anni. Al momento della condanna, la legge spagnola prevedeva infatti un massimo di permanenza in carcere di 30 anni. Ed è sulla base di questi 30 anni che venivano calcolati i benefici in vista delle scarcerazione anticipata. Ma nel 2008 fu fatta valere un regola adottata successivamente, la cosiddetta dottrina Parot, in base alla quale i benefici vengono dedotti dagli anni della condanna e non da quelli della massima permanenza in carcere (nel frattempo elevati a 40). Ed è proprio l’applicazione retroattiva della dottrina Parot che e’ stata bocciata da Strasburgo.

LE ALTRE CONDANNE - Il governo conservatore di Madrid afferma che la sentenza potrà essere applicata solo nel caso in esame. Ma, a quanto scrive il quotidiano El Pais, è possibile che la decisione di Strasburgo possa portare alla ulteriore scarcerazione immediata di 61 esponenti dell’Eta e di altri 80 nei prossimi anni. L’ipotesi viene però scartata dal ministro degli Interni, Jorge Fernandez Diaz, che dice di non voler permettere che «si ricompensino i terroristi e si umilino le vittime». Il ministro della Giustizia Alberto Rui-Gallardon ha intanto escluso il pagamento di un risarcimento di 30mila euro alla del Rio, imposto dalla Corte per i Diritti Umani, dichiarando di aver già pagato al suo posto i risarcimenti ai parenti delle vittime. La Corte di Strasburgo ha deciso «a favore di terroristi, violentatori, criminali e assassini», ha commentato con durezza Angeles Pedraza, presidente di un’associazione di parenti delle vittime dell’Eta.

21 ottobre 2013

Muore sul lavoro, il rimborso Inail dopo 60 anni

Corriere della sera

Le nipoti di un operaio morto in acciaieria nel 1954 hanno ricevuto un assegno di 444 euro.


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Anche la morte di un proprio caro è svalutabile a prezzi d’inflazione. E - quel che è più grave - è liquidabile dall’istituto statale per gli infortuni sul lavoro con quasi 60 anni di ritardo. Ne è prova quanto accaduto alla signora Annalisa Lonati di Nave, che nei giorni scorsi ha ricevuto l’avviso di rimborso Inail di 444,76 euro per la morte in una acciaieria del paese di suo zio, Severino Busacchini, avvenuta però il 30 marzo del 1954.

«L’EFFICENZA DELLA NOSTRA BUROCRAZIA?». «Quasi certamente quella pratica sarà rimasta sepolta in qualche cassetto – commenta al telefono la signora Annalisa -. Ma mi chiedo come mai decidere di portarla a termine dopo 60 anni. Sarebbe stato forse più dignitoso per tutti cestinarla». Già. Perché Annalisa non potrà incassare direttamente l’assegno. Deve produrre una serie di scartoffie per dimostrare il grado di parentela ed altro. Sessant’anni fa quei 444 euro equivalevano ad oltre un anno e mezzo di stipendio. Soldi che sarebbero serviti eccome alla vedova di Severino «rimasta sola dopo soli tre mesi di matrimonio - spiega Annalisa - visto che si era sposata prima del Natale 1953 ed il 30 marzo suo marito è morto in fabbrica, a trent’anni». La zia Eleonora non si è più risposata, non ha avuto figli. È morta 4 anni fa. Il prezzo del suo dolore non è stato rivalutato secondo gli indici d’inflazione. Ed è arrivato direttamente dal passato remoto della burocrazia italiana nella cassetta della posta delle sue due nipoti.

21 ottobre 2013

Vittime di Lampedusa dai funerali di Stato alla cerimonia senza bare "Passerella per i politici"

Quotidiano.net

La cerimonia per i 366 migranti morti nel naufragio. Sul molo Alfano e la Kyenge. Ma il sindaco Nicolini va da Napolitano

 

Alle 16 sono attesi al porto di Agrigento Alfano e Cecile Kyenge, oltre agli ambasciatori di alcuni Paesi delle 366 vittime del naufragio, per una cerimonia senza le bare, già tumulate. Ma è polemica anche per i mancati funerali di Stato. Il sindaco Giusy Nicolini, che sarà da Napolitano, l'ha definita una “passerella per i politici”. Il ministro dell'Interno taglia corto: "Abbiamo assicurato un’assistenza ai superstiti e una degna sepoltura ai morti"


Agrigento, 21 ottobre 2013 
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Diciotto giorni dopo il naufragio, e con le bare ormai tumulate, Agrigento si prepara oggi a celebrare i funerali delle 366 vittime accertate della tragedia di Lampedusa. Sul molo turistico del porto di San Leone, alle 16 sono attesi il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e quello dell’Integrazione Cecile Kyenge, oltre agli ambasciatori di alcuni Paesi delle vittime.

Saranno invece assenti il sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini, che proprio in quelle ore incontrerà a Roma il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, e il primo cittadino di Agrigento, Marco Zambuto, che ha definito la cerimonia una “passerella per i politici”.

E in effetti, quella del sindaco agrigentino non è stata l’unica voce polemica, nei confronti di una cerimonia che sarà ben diversa da ciò che lo scorso 9 ottobre aveva annunciato il presidente del Consiglio, Enrico Letta, che proprio da Lampedusa annunciò per le vittime la celebrazione di funerali di Stato.

Anche don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo che da anni rappresenta un punto di riferimento per i profughi in arrivo in Italia, ha parlato di “beffarda passerella”.

Intanto, ieri il presidente della Camera, Laura Boldrini, a conclusione del suo tour siciliano di tre giorni, si è recato a Mazzarino per rendere omaggio a 18 migranti, 11 bambini e 7 adulti, sepolti nel cimitero del piccolo centro nisseno.

ALFANO: MANCATO FUNERALI DI STATO? ABBIAMO ASSISTITO I SUPERSTITI E DEGNA SEPOLTURA AI MORTI - “Abbiamo assicurato un’assistenza ai superstiti e una degna sepoltura ai morti”. Così il ministro degli Interni Angelino Alfano ha risposto ai giornalisti a Caltanissetta sulle polemiche per i mancati funerali di Stato delle vittime del naufragio di Lampedusa.
“Noi rispettiamo le leggi nazionali e internazionali sull’immigrazione, ma anche i migranti devono rispettare quelle dello Stato che li ospita”. Lo ha affermato il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, a margine di un incontro sulla sicurezza nella prefettura di Caltanissetta.

PROSEGUE IL RICONOSCIMENTO DELLE VITTIME - Prosegue anche in queste ore, negli uffici della Squadra Mobile, le operazioni di riconoscimento delle vittime del naufragio dello scorso 3 ottobre nelle acque antistanti l’Isola dei Conigli a Lampedusa. Ai parenti vengono mostrati oggetti personali e le foto scattate dalla polizia scientifica dei cadaveri. Si tratta delle persone già tumulate e che non hanno ancora un nome e che per questo sono state indicate con un numero scritto sulla bara e sulla tomba.

GREEN ITALIA: FINTI FUNERALI, VERGOGNA ALFANO- Il ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio Angelino Alfano ha scelto il porto turistico di San Leone ad Agrigento, poche decine di metri dal portone di casa sua, per mettere in scena i finti funerali dei morti di Lampedusa. Sarà solo uno spot a suo uso e consumo, e degno comprimario sarà l’ambasciatore eritreo in Italia, Zemede Tekle Woldetatios, rappresentante del regime eritreo del dittatore Afewerki, uno dei più illiberali e repressivi del mondo che ha costretto alla fuga un quarto del suo popolo”.

Lo dichiarano in una nota congiunta Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, esponenti di Green Italia.

“Il presidente del Consiglio - proseguono i due ex parlamentari del Pd - aveva promesso, come giustamente chiedeva il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, di tenere sull’isola delle solenni esequie di Stato, minimo atto dovuto dell’Italia di fronte a una tragedia immensa accaduta a casa nostra. Invece si aggiungerà altra vergogna al nostro Paese, incapace di difendere dalla morte e di accogliere con decenza qualche migliaio di donne e uomini africani che scappano da guerre e persecuzioni seppelliti in tutta fretta nei giorni scorsi con soltanto un numero a distinguerli uno dall’altro”.

“Non ci saranno - sottolineano Della Seta e Ferrante - nemmeno i famigliari delle quasi 400 vittime, che per giorni hanno aspettato invano di ‘riconoscere’ (come peraltro prescrive la legge) e di salutare un’ultima volta i loro figli, fratelli, genitori”. “Invece - concludono i due ex senatori democratici oggi in Green Italia - nel cortile di casa sua oggi Angelino Alfano celebrerà questa farsa indegna, ‘concelebrante’ l’emissario ufficiale di quel regime che ha perseguitato e messo in fuga molti dei morti di Lampedusa”.

A MILANO LE MUSICHE DI MORRICONE SULLA STRAGE  - Sarà a Milano la prima esecuzione della musica che Ennio Morricone ha composto di getto e orchestrato dopo il naufragio del 3 ottobre a Lampedusa in cui sono morte oltre 300 persone. ‘La voce dei sommersi’ - nato dopo un incontro con Arnaldo Mosca Mondadori, poeta e presidente del conservatorio di Milano - arriverà alla Fondazione ‘Casa dello spirito e delle arti ‘ e sarà eseguita per la prima volta in pubblico il 2 novembre, giorno dei morti, nella chiesa di Santa Maria Incoronata, alle 21,30. ‘’A Milano - aveva spiegato il compositore - un gruppo di persone il prossimo due novembre ricorderà le vittime e ho voluto comporre una musica per dare il mio contributo. All’inizio volevo chiamarlo ‘cantico’ dei sommersi. Ma chi è morto non può cantare, dobbiamo onorarne la memoria’’. Si tratta di ‘’una musica molto triste - ha aggiunto - che vuole restituire per un attimo la voce a tutti coloro che giacciono in fondo al mare Mediterraneo, a tutte le vittime di queste tragedie’’.

Gheddafi, l'appello della moglie: «Ditemi dov'è il suo corpo»

Il Messaggero


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Sono passati due anni, ma le ferite sono tutte ancora aperte. Safia, la vedova di Muammar Gheddafi, ha lanciato un appello al Consiglio di sicurezza dell'Onu, all'Unione europea ed alle organizzazioni di Difesa dei Diritti dell'Uomo affinché le venga consentito di sapere dove si trovi sepolto il corpo del marito, ucciso due anni fa. L'appello è stato affidato ad una intervista con il quotidiano arabofono algerino Al Ahram, nella quale Safia Gheddafi chiede anche che le sia data la possibilità di mettersi in contatto con il figlio Seif el-Islam, attualmente detenuto a Zenten, nel sud della Libia.

la nuova Libia libera non ha ancora trovato stabilità. In un territorio con una forte proliferazione d'armi, gli atti di violenza, tra cui scontri tra gruppi armati, sequestri di persona e omicidi di matrice politica, sono all'ordine del giorno e non risparmiano nessuno a partire dal Premier Ali Zeidan che oggi è intervenuto in conferenza stampa per fornire più dettagli sul sequestro che l'ha visto coinvolto il 10 ottobre, quando uomini armati hanno fatto irruzione nel lussuoso Hotel Coritnhia di Tripoli dove risiedeva rapendolo per qualche ora. Gli uomini in questione furono immediatamente identificati come ex ribelli, appartenenti a due gruppi affiliati ai ministeri della difesa e degli interni: la «camera dei rivoluzionari di Libia» e l'unità anti crimine.





Subito dopo il suo rilascio, Zeidan aveva annunciato che avrebbe rivelatonei giorni a venire i nomi di alcuni membri del Congresso GeneraleNazionale coinvolti nel sequestro. Promessa mantenuta oggi quando ha fatto i nomi di Muhammed Al Kilani e Mustafa Al Traiky, rappresentanti della città di Zawya (a circa 40 km da Tripoli), i quali hanno smentito dopo poco le accuse. Ad assumersi in prima persona la responsabilità del sequestro è stato invece in serata Abdel Monim Al Sid, un rappresentante dell'unià anti crimine, che ha ammesso di aver arrestato il primo ministro e di esserne fiero.


Lunedì 21 Ottobre 2013 - 10:54
Ultimo aggiornamento: 11:01

Inps, rimosso il dirigente dell’ufficio da cui è partita la richiesta-scandalo all’84enne

Corriere della sera

L’anziano di Riccione doveva rendere all’Istituto 1 centesimo. Il provvedimento è stato annullato d’ufficio

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L’Inps ha rimosso il dirigente responsabile della richiesta di rimborso di un centesimo arrivata a un pensionato di 84 anni di Riccione, Emilio Casali. Lo fa sapere lo stesso Inps con una nota in cui spiega che esiste da anni una procedura che impedisce il recupero di «indebiti irrisori» sotto la soglia di 12 euro.

LA NOTA CON LE SCUSE - «Nel caso del signor Casali, con il quale l’Istituto si scusa per il disagio provocato - si legge nella nota - questa procedura di salvaguardia non è stata correttamente attivata ed ha provocato l’indebita richiesta di restituzione per il valore di un centesimo di euro; provvedimento che è stato annullato d’ufficio. Sulla questione l’Inps ha avviato una indagine amministrativa interna per evitare che simili incresciosi episodi possano tornare a ripetersi. Al termine dell’inchiesta di audit è stata individuata la responsabilità dell’operatore, che verrà sanzionata, e del mancato controllo da parte del direttore della sede Inps di competenza, che è stato rimosso e destinato ad altro incarico».

21 ottobre 2013

Il bunga bunga di Jfk? Politicamente corretto

Cristiano Gatti - Lun, 21/10/2013 - 08:17

Escort, stagiste, Marilyn: un mito buonista, ma era un maniaco sessuale

E va bene Marilyn Monroe. Quella è storia e non c'è più nessuno che possa discuterla. Ma poi c'è il resto. Parlandone da vivo, ci sono testimoni che raccontano John Kennedy, il mito di Veltroni e di un paio di generazioni, con la più desolante delle definizioni: un porco.


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Certo non sono operazioni nuovissime: si prende l'icona di un tempo remoto, si lascia da parte per un attimo il suo valore pubblico e si sbircia dal buco della serratura il suo privato. Puntualmente, non sembra vero di scoperchiare il pentolone del peccatore impunito. Sempre nuovo il gusto di scoprire che tutti i potenti hanno le proprie debolezze, le proprie meschinità, le proprie nevrosi. Dopo tutto, si legge già in Madame Bovary: non bisognerebbe mai maneggiare troppo il mito, perchè alla fine un po' di oro resta sulle mani. E allora avanti anche con John. Tutto il resto, ben oltre Marilyn. Il Daily Mail, prontamente ripreso in Italia dall'implacabile Dagospia, si compiace di pubblicare l'aggiornamento che Sarah Bradford ha dovuto aggiungere alla biografia su Jacqueline Kennedy.

Per gli amanti del genere, un capitolo imperdibile: testimonianze come dinamite. Parlando della moglie, finisce in pezzi il marito. C'è il Kennedy che «alle feste della Casa Bianca ballava con tante ragazze diverse, per cinque minuti ciascuna. Poi sparivano assieme al piano di sopra e tornavano dopo venti minuti». C'è il Kennedy che «prima di un party newyorkese chiede alla padrona di casa se le è possibile invitare un gruppo di belle ragazze. Dopo aver parlato con ciascuna di loro, emette la sua sentenza: prendo questa. E se la prende». C'è il Kennedy che «aspetta la preda direttamente nella piscina della casa Bianca, facendola arrivare dentro il bagagliaio di una macchina fidata». C'è il Kennedy che «conosce una ragazza di 19 anni, Marion detta Mimì, per l'intervista su un giornale scolastico.

Un anno dopo, Mimì è stagista alla casa Bianca: una sera, il presidente le chiede se vuole visitare gli appartamenti, lei gradisce e si ritrova nel letto matrimoniale, lasciandoci la verginità. Dopo quella volta, passerà la giornata facendo da segretaria: a mezzogiorno bagno in piscina con il presidente, la sera in attesa della chiamata per salire da lui». C'è il Kennedy che «si annoiava facilmente nel sesso, diceva che la varietà è il sale della vita: per questo cambiava continuamente donne, ma gradiva molto anche le orge, spesso con prostitute, come documentano i rapporti del Secret Service». C'è il Kennedy insaziabile e inarrestabile. Il Kennedy che «confessò al primo ministro britannico Harold Macmillan: se non faccio sesso almeno una volta al giorno mi viene un terribile mal di testa».

Sostiene la biografa della moglie che ad un certo punto «diventò molto più chic, tra le donne d'America, non essere andate a letto con il presidente, per quanta gente ci era andata». Ma lei? Ma la moglie Jacqueline, la fascinosa e divina Jackie, in tutto questo? «Lei amava il marito e ha sempre pensato che lui davvero l'amasse. Pensava che John, oltre ad essere un buon padre, si sarebbe impegnato a diventare anche un buon marito. Ne era convinta. In qualche modo, accettava con rassegnazione un difetto di famiglia.

Quando furono scoperte anche le tresche di Teddy Kennedy, consolò la moglie con queste parole: tutti i Kennedy sono così. Devono possedere ogni donna che sta loro intorno». Accettando questa variante del kennedysmo, Jacqueline accettò anche una vita di umiliazioni. Accettò tutto. Sapeva, c'era. C'era anche quando il marito sceglieva la ragazza, tra le invitate dell'amica, nel famoso party di New York. Come tutte le mogli innamorate, confidava d'essere comunque l'ape regina. Un po' santa e un po' martire. Parola di biografa, se vale qualcosa.

Arrivano i nuovi iPad

La Stampa

Tutte le anticipazioni da Cupertino, dalla quinta generazione del tablet Apple al mini con display Retina, da Mavericks ai portatili con processore Haswell

bruno ruffilli


Un nuovo iPad, un nuovo iPad mini, e poi? Quali saranno le altre novità che Apple presenterà domani a San Francisco ?

iPad
Se è praticamente certo che arriveranno i nuovi tablet, non si sa però come saranno. Pare ragionevole la previsione secondo cui il nuovo iPad in formato standard dovrebbe riprendere il design del mini, quindi avere i bordi di spessore diverso: quelli sui lati lunghi saranno più sottili, per un apparecchio di dimensioni più compatte pur mantenendo lo stesso schermo. In questa quinta generazione del tablet Apple dovrebbe calare notevolmente il peso e diminuire ancora lo spessore. Per il mini, la novità più attesa è il display Retina, che arriverà se Apple riuscirà a far pressione sui fornitori per produrre schermi in quantità adeguata.

Il rischio è che, almeno all’inizio, l’iPad mini ad alta risoluzione possa essere difficile da trovare.Posto che il processore sarà di nuova generazione (l’A7 dell’iPhone 5S, con qualche modifica), le due novità più discusse sono l’adozione del sistema di riconoscimento delle impronte Touch ID e il color champagne per lo chassis. Secondo gli ultimi rumor, per entrambi le probabilità non sono elevatissime, ma non è detta ancora l’ultima parola. 

Computer
Con iMac rinnovati da poco, la novità più probabile pare l’arrivo del processore Haswell sul Mac Mini e sui MacBook Retina, che così godrebbero di un’autonomia paragonabile a quella degli Air . Tuttavia, trattandosi di cambiamenti importanti ma non tali da poter parlare di macchine del tutto nuove, Tim Cook potrebbe decidere di non dedicare loro uno spazio limitato nel keynote e concentrarsi sul Mac Pro, il computer Apple per il mercato professionale, annunciato a giugno e atteso a breve nei negozi. 

Software
“Abbiamo ancora molto da coprire”, recita l’invito di Apple. E molto da scoprire: ad esempio su Mavericks, il nuovo sistema operativo per Mac, che probabilmente debutterà subito dopo il keynote. Alla WWDC lo scorso giugno se n’è parlato parecchio, ma solo ora dovrebbe essere possibile conoscerne nel dettaglio le funzioni. Al momento pare comunque che Mavericks non sarà un cambiamento radicale come è stato iOS 7 per iPhone e iPad. 

Apple tv
La televisione di Cupertino è ormai entrata nella mitologia dell’elettronica di consumo, e con ogni probabilità non diventerà reale domani. Potrebbe però arrivare qualche novità nell’Apple tv attuale, con un sistema operativo riveduto e corretto e nuovi accordi con fornitori di contenuti (specie negli Usa). 

Altro
Da tempo i keynote di Apple non si chiudono più con il colpi di teatro per cui era famoso Steve Jobs, quindi aspettarsi una “one more thing” alla fine della presentazione pare fuori luogo anche stavolta. Eppure Cook aveva promesso molte novità - anche hardware - entro fine anno. Se per l’iWatch i tempi non sembrano ancora maturi, chissà che non sia invece arrivato il momento del maxi-iPad da 12 pollici, di cui si discute sui siti specializzati in anticipazioni e indiscrezioni.

Morta la vedova di Tito, il "Comandante" della Jugoslavia

Quotidiano.net

Jovanka Broz aveva 89 anni. Fu al fianco del marito presidente fino alla fine. Ma quel punto i successori le tolsero ogni diritto, mettendola agli arresti domiciliari.


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Belgrado, 20 ottobre 2013 - È morta in ospedale a Belgrado Jovanka Broz, la vedova dell’ex leader jugoslavo Josip Broz Tito. Aveva 89 anni. Lo riferisce il responsabile dell’ospedale, Zlatibor Loncar.

CHI ERA - La donna, ricoverata dalla fine di agosto, è stata sposata con Tito per circa 30 anni. Sui funerali non è ancora stato dato alcun annuncio. Tito, i cui combattenti partigiani lottarono contro gli occupanti nazisti durante la seconda guerra mondiale, prese il potere in Jugoslavia al termine del conflitto. Guidò la federazione multietnica fino alla sua morte, nel 1980. A quel punto i suoi successori tolsero alla vedova Broz i suoi diritti, mettendola agli arresti domiciliari.

Napoli. Il cartello da guinness: quattro frecce, quattro errori

Il Mattino

di Maria Pirro


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NAPOLI - Quattro frecce, quattro errori. Il cartello da guinness è affisso in piazza della Repubblica, a due passi dal consolato americano. Ma la scritta non è in inglese, anche se la lingua non è proprio italiana. Italiano maccheronico: con la "zeta" utilizzata a sproposito, poeti dimenticati, abbreviazioni sincopate, quartieri malscritti e nomi di strade che, nella nuova pronuncia, ricordano il dialetto barese. Quattro frecce, quattro errori: scoprili.

Italiani in Libia, quando gli italiani pensarono alla resistenza armata

La Stampa

Dagli archivi della presidenza del Consiglio le testimonianze di uno dei protagonisti, Antonino De Vita, su quei tragici giorni del 1970: «Feci presente che, se i francesi non erano riusciti a restare in Algeria, tanto meno avrebbero potuto farlo gli italiani, pochi e non organizzati in gruppi armati»

francesco grignetti
roma


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Quando Gheddafi cacciò gli italiani, nell’estate del 1970, ci fu chi non voleva abbassare la testa. Ci fu chi immaginò una resistenza armata, alla maniera dei coloni francesi in Algeria. Per fortuna non andò così. Ed è arrivato il momento di raccontare tutta la verità. E’ tempo di rivelazioni, infatti, attorno alla Cacciata degli italiani dalla Libia. Dagli archivi della presidenza del Consiglio sono usciti documenti illuminanti sui tentativi di trovare un mediatore in Nasser e poi sulle preoccupazioni dell’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro.

Moro temette fortemente che la situazione precipitasse in violenze. Non aveva torto. Ai primi di novembre, arriva un libro a firma della giornalista e scrittrice Liliana Madeo (“I racconti del professore”, Iacobelli editore) che raccoglie le testimonianze del professore Antonino Di Vita, straordinario archeologo che ha formato generazioni di studiosi, protagonista di scavi ad Atene e in Libia. Le sue due seconde patrie. Il professor Di Vita è scomparso un anno fa e tra qualche giorno, il 22 ottobre, l’Accademia dei Lincei dedica una giornata di studi alla sua opera. Di Vita ha però voluto affidare a Liliana Madeo i ricordi di una vita eccezionale. E sono tante le rivelazioni, ad esempio sulle tentazioni di prendere le armi. 

“Subito dopo la rivoluzione – scrive Liliana Madeo, riportando la voce dell’illustre archeologo – il Comitato rivoluzionario avrebbe voluto essere riconosciuto in primis dall’Italia, con cui nel bene o nel male i rapporti erano stati sempre stretti. L’Italia invece esitò e non fu il primo Paese a riconoscere il movimento capitanato da Gheddafi: fu il terzo o il quarto, se non ricordo male, dopo Inghilterra, Francia e Stati Uniti…. Le gaffes, i ritardi, gli errori compiuti dalle autorità italiane si susseguirono”.

Forse, dunque, con Gheddafi le cose sarebbero potute andare diversamente. Ma mancò chi potesse cogliere l’attimo. “ Nell’agosto 1970 Gheddafi pronuncia un discorso a Misurata nel quale dice che, dopo aver sistemato americani e inglesi, cacciati rispettivamente dalla base aerea di Tripoli e da Tobruk, era arrivata l’ora di sistemare la partita anche con gli italiani. Ma chi c’era della nostra rappresentanza diplomatica in grado di cogliere appieno il significato di questo discorso?

Paradisi, il Consigliere d’Ambasciata che parlava arabo, uno studioso della cultura berbera che si stava peraltro trasferendo in Algeria, era morto. Come addetto per la parte araba era subentrato un italiano, che credo fosse nato in Tunisia e che purtroppo pochi mesi dopo il suo arrivo in Libia era annegato nelle acque di Tripoli. L’unico conoscitore dell’arabo era un impiegato armeno ottantenne. Lui trascrisse il discorso di Gheddafi a Misurata. E inviò la trascrizione a chi di dovere. Ma l’avvertimento evidentemente non fu compreso né dalle nostre autorità in loco né a Roma”.

Di Vita quell’estate era a Roma. Fu informato dai suoi amici archeologi libici di precipitarsi a Tripoli per “contrattare” personalmente il futuro delle nostre missioni scientifiche. “Mi sistemai a Sabratha – racconta - ma ogni sera andavo a Tripoli… Non tutti gli Italiani erano però disposti ad accettare il diktat di Gheddafi. Un nutrito gruppo si riuniva la sera presso lo studio di un fotografo di Sciara Haiti (Corso Haiti, ndr). Si trattava di giovani e meno giovani che, sull’esempio dell’Algeria, volevano resistere con le armi all’iniqua cacciata.

Io partecipai a una di queste serate venendo di nascosto da Sabratha. Ascoltai con grande attenzione i discorsi che infiammavano l’aria. Ne fui impressionato. Non riuscii a tacere. Mi presentai. Feci presente che, se i Francesi non erano riusciti a restare in Algeria, tanto meno avrebbero potuto farlo gli Italiani, pochi e non organizzati in gruppi armati. Di rimando ribattevano: Ma noi siamo nati qui. Il nostro Paese è la Libia. Siamo vissuti, abbiamo lavorato per tutti i nostri anni in questo Paese. Molti dei nostri amici più cari sono libici. Perché andare in un’Italia che non conosciamo affatto? Per fortuna l’idea di una resistenza armata non prese corpo e fu messa da parte”. 

La comunità italiana a quel punto si trasformò in un formicaio impazzito. Si fondevano oggetti d’argento nella casa per farne corpetti per le ragazze, in modo da portare via almeno l’argenteria. Si buttavano borse con denaro al di là del muro di cinta della nostra ambasciata sperando che qualcuno potesse fargli riavere un giorno in Italia quei sudati risparmi. “E’ stata una tragedia epocale. Che vissi in prima persona, contento da un lato di aver salvato le missioni ma profondamente addolorato nel vedere gente, amici che tanto avevano dato per lo sviluppo in ogni campo della Libia perdere tutto”.



Libia 1970, quando la Farnesina pensava alla grande fuga da Tripoli
La Stampa

Nuove sorprese emergono dagli archivi: l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro temeva che gli italiani finissero a migliaia in ostaggio del regime di Gheddafi

francesco grignetti


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Nuove sorprese emergono dagli archivi. Il 1 agosto 1970, pochi giorni dopo che Gheddafi aveva proditoriamente ordinato la confisca dei beni degli italiani residenti in Libia, l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro incontrava a Beirut il suo omologo libico, Buesir. Un incontro urgente che era stato organizzato da un ennesimo mediatore, il ministro degli Esteri turco Caglyangil. Moro era preoccupatissimo perché la Libia non stava facendo più partire gli italiani e temeva che finissero a migliaia in ostaggio del regime. Altro che ostacolare la Cacciata (come avvenne formalmente il 7 ottobre), la Farnesina si preoccupava di organizzare una grande fuga da Tripoli. 

“Da parte italiana – si può leggere in una relazione che l’allora consigliere diplomatico Aldo Marotta sottoponeva al vicepresidente del Consiglio, Francesco De Martino, e che si può leggere sul sito Internet del Senato, sezione archivi online – la conversazione è stata inquadrata principalmente sulla necessità che i libici lascino partire, al più presto e tranquillamente, gli italiani. Si perciò rimandato ad ulteriori contatti la questione della confisca dei beni (e dei relativi indennizzi) nonché dello sviluppo – in una nuova atmosfera – dei rapporti italolibici”.

Occorre qui fare un passo indietro. Il nuovo regime libico aveva preso il potere nel settembre 1969. Dopo qualche mese di confusione e di segnali contraddittori – ben raccontati dal libro dello storico Arturo Varvelli, “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi” – il 9 luglio 1970 Gheddafi teneva a Misurata un discorso dai fortissimi toni anti italiani; il 21 luglio veniva emanato un decreto per la confisca dei beni degli italiani che travolgeva 273 proprietari di aziende agricole e 720 proprietari di beni immobili o aree fabbricabili.Da quel momento è il panico. Sia nella comunità italiana residente in Libia, sia alla Farnesina. Contestualmente agli italiani vengono bloccati tutti i visti per lasciare il Paese.

Moro si convince che Gheddafi, con il quale la diplomazia italiana non riusciva a interloquire, e perciò due mesi prima aveva chiesto inutilmente aiuto a un altro mediatore, il raiss egiziano Nasser, potrebbe prendere gli italiani in ostaggio. “Si ha la netta impressione – riferisce a palazzo Chigi l’ambasciatore Marotta, basandosi su incontri avuti con il segretario generale della Farnesina, Roberto Gaja – che i libici vogliano servirsi del “possesso” della comunità come arma di pressione per risolvere varie questioni secondo loro pendenti (evidentemente anche quella degli indennizzi relativi alla confisca che essi pensano difficilmente accettabile sic et simpliciter)”.

Per un momento, dunque, caliamoci nel clima del momento. Ci sono migliaia di cittadini italiani che sono stati spogliati dei loro averi, che temono anche di peggio, ma che non possono partire. “Buesir ha ovviamente accennato agli ostacoli burocratici che impedirebbero la partenza di molti degli italiani (dimostrazioni di avvenuti pagamenti, ricerca di atti di proprietà, etc.) evidentemente sperando di spacciare per buono un perfezionismo amministrativo di cui in Libia (dove molti archivi sono stati sempre tenuti “sotto le palme” o non ci sono mai stati) mai si è fatto segno”.
 
Moro a quel punto fa la faccia dura: o vedrà “subito concreti segni della volontà libica a far partire i nostri connazionali e a rendere meno intollerabile l’atmosfera attuale; come primi segni concreti sono state chieste le partenze, al pieno, delle prossime navi. A giorni si vedrà se i libici lasciano partire i 500 italiani prenotati da tempo su una nave che dovrebbe lasciare Tripoli”. Inutile dire che sullo sfondo si agita la questione petrolifera. Quando Moro accenna ai “rapporti futuri”, è l’Eni che intende. Infatti, “Egli e il ministro Moro ha l’impressione che si va incontro a una lunga, difficile e complicata trattativa che potrebbe portare anche a decisioni ultimative (quale la revisione della politica petrolifera finora seguita)”.

La conclusione del colloquio, comunque, tranquillizza Moro: Buesir s’impegna a lasciar partire gli italiani e anche ad abrogare il provvedimento che ordinava la chiusura di tutti i negozi degli italiani. Moro e il suo collaboratore Gaja, comunque, non si fanno illusioni. “Per quanto riguarda la questione della confisca dei beni (e dei relativi indennizzi), nonché quelle relative alla nuova impostazione dei rapporti italo-libici si prevedono molte difficoltà, lungaggini e tortuosità arabe”. Concludendo, Gaja si sfoga con il suo amico Marotta, che era stato suo vice nelle trattative con l’Austria: “Mi pare che si sia aperto un altro Adige”.



La trattativa segreta di Moro con Nasser per gli italiani in Libia
La Stampa

Tra i primi gesti “rivoluzionari” di Gheddafi ci fu la cacciata degli italiani dalla Libia. Ma il 7 ottobre 1970 Gheddafi espulse i nostri connazionali

francesco grignetti
roma


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Libia, 7 ottobre 1970. Quarantatrè anni fa. Gli italiani vengono cacciati da Gheddafi. Quarantamila persone sono espulse dalla mattina alla sera, dichiarate «indesiderate» dal nuovo governo rivoluzionario che ha preso il potere un anno prima. I loro beni, confiscati. Uno choc per tanta brava gente che nulla aveva a che fare con le vicende coloniali e che si considerava tripolina a tutti gli effetti. 

Nella rabbia del momento, tanti accusarono il governo dell’epoca, e soprattutto il ministro degli Esteri Aldo Moro, di non avere capito gli eventi e di non essere intervenuto. Ma non è così. Dagli archivi emergono documenti che raccontano di una trattativa segreta condotta da Moro attraverso un mediatore d’eccezione, il raiss egiziano Gamal Nasser.Quanto il ministro fosse in ansia ce lo racconta un certo ambasciatore Aldo Marotta, consigliere diplomatico dell’allora vicepresidente del Consiglio, Francesco De Martino.

«Moro - si legge in una sua relazione del 27 maggio 1970, oggi consultabile sul sito storico del Senato, sezione archivi online - ha espresso le sue preoccupazioni per le difficoltà dei rapporti italo-libici particolarmente per quanto riguarda la nostra comunità in Libia. Nasser ha risposto che occorre avere pazienza perché la nuova dirigenza libica è giovane e inesperta, e oltre che Ghe Dafi (scritto così dal dattilografo di palazzo Chigi, malamente, in due parole: Gheddafi in Italia era un oggetto misterioso, ndr) solo pochi altri contano. Egli parlerà a Ghe Dafi nel prossimo vertice di Kartoum». 

L’incontro tra Moro e Nasser si tiene al Cairo. In agenda: i rapporti arabo-israeliani e la situazione palestinese. Moro, con le sue tipiche cautele lessicali, fa capire all’interlocutore che finché l’Egitto si appoggerà all’Urss, la crisi dell’area non avrà soluzione in quanto parte della Guerra Fredda. Insiste perché l’Egitto si allontani da Mosca e apra trattative dirette con Tel Aviv. Si propone come mediatore. «Il governo di Roma è a completa disposizione come ha già dimostrato in passato (proponendo il famoso “calendario operativo” nell’ambito dell’Onu, iniziativa Fanfani) e ritiene che si tratti ormai di dover iniziare qualche gesto concreto (come il riconoscimento di Israele) per mettere in moto un meccanismo, anche societario, che spinga Mosca, gli Stati Uniti, Israele e il Cairo a ravvicinare le loro posizioni».

E’ in questo quadro di reciproche disponibilità, che Nasser diventa il mediatore degli interessi italiani verso la Libia. «Nasser ha insistito - riferisce ancora Marotta - presso il ministro dell’Industria libico perché riceva a Tripoli, prossimamente, una nota personalità italiana. Ha ricevuto risposta affermativa. Pensa che l’incontro dovrebbe avvenire al più presto ed iniziare una nuova presa di contatti italo-libici che favorirebbero la situazione. Moro ringrazia e si dichiara d’accordo». Fin qui, il 27 maggio, i primi passi di una trattativa che ben presto si rivela illusoria. Marotta aggiunge a margine che «ancora non è stato scelto il politico che dovrebbe andare in Libia perché si attende, per via diplomatica, conferma da Tripoli».

La conferma non verrà mai. Anzi. A luglio il regime colpirà i beni degli italiani, ordinando la confisca di immobili e terreni. Ad agosto si minacciò di far chiudere tutti i negozi degli italiani. Forse era inevitabile che finisse così: Gheddafi aveva preso il potere per rivoluzionare la Libia, cacciare le truppe inglesi e americane, e cavalcare l’identità nazionale: l’Italia occupante e gli italiani colonialisti non potevano che diventare il suo principale bersaglio.Secondo lo storico Arturo Varvelli, poi, che ha scritto un acuto saggio («L’Italia e l’ascesa di Gheddafi», Baldini Castoldi Dalai editore) basandosi su documenti della Farnesina, Moro in realtà sbagliò a fidarsi di Nasser.

Gli egiziani avevano interesse a sostituirsi agli italiani in Libia, non a tenerli lì. Nasser avrebbe condotto quindi un doppio gioco, facendo credere al governo di Roma di curare i nostri interessi, invece organizzandosi per inviare a Tripoli migliaia di tecnici egiziani disoccupati al posto dei nostri ingegneri architetti e agronomi sul punto di essere espulsi. Probabile. E’ un fatto, però, che finché Nasser fu in vita, la crisi italo-libica non precipitò. L’estate del 1970 passò tra alti e bassi, roboanti dichiarazioni pubbliche e accomodanti segnali privati.Drammaticamente, poi, il 1° ottobre, Nasser morì per un infarto, lasciando sconvolto l’Egitto e a lutto l’intero Medio Oriente. Sei giorni dopo, sentendosi le mani libere, Gheddafi cacciava gli italiani.