sabato 19 ottobre 2013

Assessore leghista choc: "Rimandate la Kyenge in Africa su un barcone"

Quotidiano.net


Paolo Pagani, assessore leghista del comune di Cadorago, nel comasco, ha postato su Facebook: "Deve tornare in Africa da dove è venuta. Poi saranno gli oranghi e le scimmie a stabilire se la riprendono o meno a casa loro. Ma a quel punto non sarà più un problema di noi italiani". Maroni: "La ministra non mi conosce, non dico niente"

Milano, 19 ottobre 2013


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“Mettetela su un barcone. Assicuratevi che non affondi. Deve tornare in Africa da dove è venuta. Poi saranno gli oranghi e le scimmie a stabilire se la riprendono o meno a casa loro. Ma a quel punto non sarà più un problema di noi italiani”. Il messaggio choc contro il ministro per l’integrazione Cecile Kyenge è stato postato su Facebook da Paolo Pagani, assessore leghista del comune di Cadorago, nel comasco.
Secondo un quotidiano locale le minoranze in consiglio comunale hanno chiesto di censurare il messaggio e altri simili postati dall’assessore allo sport sul social network, mentre il sindaco Franco Pagani ha assicurato che verificherà di persona e intanto ha chiesto rispetto per il Ministro.

KYENGE SU BARCONE, MARONI: NIENTE DA DIRE, NONN MI CONOSCE  - “La Kyenge ha detto che non sa chi sono io, quindi non ho nulla da dire in proposito”. Roberto Maroni, presidente della Regione Lombardia e segretario federale della Lega nord, lo dice ai giornalisti che, a margine del Forum Coldiretti di Cernobbio, gli chiedono un commento sull’ultima uscita di un esponente leghista nei confronti del ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge.

Londra, oggi all'asta il violino che suonò nell'ultima ora di vita del transatlantico Titanic

Quotidiano.net


Oggi all'asta il violino che fu suonato sul Titanic dal direttore d’orchestra Wallace Hartley nell’ultima ora prima dell’affondamento, il 15 aprile del 1912. La previsone è di cederlo a più di 200mila sterline



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Londra (Regno Unito), 19 ottobre 2013  - Oggi andrà all’asta a Wiltshire, nel Regno Unito, il violino che fu suonato sul Titanic dal direttore d’orchestra Wallace Hartley nell’ultima ora prima dell’affondamento, il 15 aprile del 1912. La vendita è organizzata dalla casa d’aste Henry Aldridge and Son, specializzata in cimeli del Titanic, e si prevede che lo strumento sarà assegnato per oltre 200mila sterline, pari a oltre 236mila euro.

Pare che il violino, che non può più essere suonato, fu trovato in mare insieme al corpo di Hartley oltre una settimana dopo la tragedia del Titanic. Fu riscoperto però solo nel 2006 e da allora, fa sapere la casa d’aste, sono stati compiuti numerosi test per verificarne l’autenticità.
È quest’anno che è stato appurato che si tratta del violino di Hartley “oltre ogni ragionevole dubbio”. Di fattura tedesca, il violino era stato regalato al musicista dalla fidanzata Maria Robinson, tanto che sul legno sono incise le seguenti parole: ‘Per Wallace in occasione del nostro fidanzamento, da Maria’.


“Si tratta di un pezzo di storia notevole”, ha commentato Andrew Aldridge della casa d’aste. “Mi occupo di aste da 20 anni, ma non ho mai visto prima d’ora un oggetto che suscita nella gente tanta emozione”, ha aggiunto. Al disastro del 1912 non sopravvisse nessuno dei musicisti che erano a bordo del transatlantico. Hartley e gli altri sette membri della banda, infatti furono fra le 1.517 vittime che morirono a seguito della collisione dell’imbarcazione con l’iceberg.

Secondo alcuni racconti, l’orchestra suonò l’inno ‘Nearer, My God, To Thee’ per tenere alto il morale dei passeggeri mentre molti si apprestavano a salire sulle scialuppe di salvataggio. I musicisti sono stati spesso ricordati come eroi per avere sacrificato le loro possibilità di scappare e provare a mettersi in salvo. “Il signor Hartley e il resto della banda sono state persone molto coraggiose, rimaste ai loro posti fino all’amara conclusione”, ha detto Aldridge.

Roccia resiste 170 milioni di anni I capi scout la distruggono in un minuto

Corriere della sera

I tre responsabili hanno filmato il loro gesto e lo hanno pubblicato su Internet: ora rischiano un’accusa penale

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Il Goblin Valley National Park di Green River, nello Utah, è una valle costellata di curiose formazioni rocciose a forma di «fungo» («goblins», folletti). È un paesaggio spettacolare, dall’aspetto quasi «alieno». Le rocce di questo tipo sono anche chiamate «hoodoo» e sono il risultato dell’erosione millenaria di materiali di diversa consistenza, dall’arenaria alla pietra più dura e difficile da modellare. Ovviamente il parco nazionale è visitato ogni settimana da centinaia di turisti. Due di loro, nei giorni scorsi, hanno fatto cadere una roccia millenaria e pubblicato le immagini su Internet.

Roccia resiste 170 milioni di anni: i capi scout la distruggono in un minuto (19/10/2013)
LA BRAVATA - La roccia era lì da circa 170 milioni di anni, ma è bastato un attimo - poco meno di un minuto - per rovesciarla. I tre vandali dello Utah, capi scout americani, hanno ricevuto dozzine di minacce di morte dopo aver diffuso il filmato su Facebook, riporta il giornale Salt Lake Tribune. Ora rischiano un’accusa penale. Gli autori della bravata, però, si difendono affermando che la roccia era pericolante e avrebbe potuto ferire un turista. Anche l’organizzazione degli scout d’America ha preso le distanze da quella deprecabile «impresa».

19 ottobre 2013

Pablo, il gatto che in un anno ha attraversato la Gran Bretagna

Corriere della sera

Scomparso da Londra è stato ritrovato in Scozia: dopo un viaggio di 720 chilometri ha scelto una banca come casa

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Se i gatti generalmente hanno sette vite, ce n'è uno che forse ne ha qualcuna in più. Si chiama Pablo e abita a Brockley, un quartiere nel sud di Londra. Che fosse un felino particolare era risaputo anche dai cani del vicinato, che apparentemente attraversavano la strada pur di non incrociarlo, ma che avesse la resistenza di una tigre e l'intuito di una volpe ha sorpreso anche le proprietarie. Esattamente un anno fa Pablo è sparito. Siobhan Campbell e la madre Kate Partridge che lo avevano adottato quando aveva pochi mesi, lo hanno cercato ovunque: per le strade, nei parchi, nei giardini delle case che era solito visitare.

Pablo è sempre stato socievole, quasi opportunista. Si faceva dare da mangiare da tre o quattro vicini, rispondeva anche ai nomi Betty e Fluffy, dati dai figli di alcuni conoscenti, e aveva una poltrona sua a casa di un'anziana signora della via accanto. Di lui, però, non c'era più traccia. «All'inizio pensavo che sarebbe tornato», ha raccontato Partridge. «Ho detto a mia figlia, vedrai, lascia passare qualche giorno e ce lo ritroviamo qui». Invece no. Non si è materializzato, tanto che Kate e Siobhan avevano perso la speranza di riabbracciarlo. «Pensavamo fosse morto», hanno ammesso.

720 CHILOMETRI - Venerdì scorso è arrivata una telefonata e si è scoperto che Pablo era solo uscito a fare una lunga «passeggiata»: un viaggio di 720 chilometri, quasi quanto la Gran Bretagna. Dal sud di Londra era arrivato a Fife, in Scozia. È entrato in una banca di Rosyth e non c'è stato verso di mandarlo via, sino a quando un impiegato ha telefonato alla filiale più vicina della Cats Protection , una charity che si prende cura di gatti randagi e abbandonati. «Quando siamo arrivati, era seduto in poltrona», ha sottolineato la portavoce Anita Guy. «Aveva proprio l'aria di uno che ha bisogno d'aiuto».

Prima di essere dato in affidamento, Pablo è stato portato dal veterinario ed è lì che la sua straordinaria avventura è stata scoperta. Il gatto ha il microchip che viene inserito per il passaporto e l'aggiornamento delle vaccinazioni, e la Cats Protection è risalita all'indirizzo del felino e alle sue proprietarie. «Non abbiamo idea di come sia arrivato in Scozia e come sia riuscito a sopravvivere per un anno», ha detto perplessa Guy. «È senz'altro uno dei casi più sorprendenti che ci sia mai capitato tra le mani. Può darsi che si sia infilato su un pulmino, o su un camion di passaggio, e che sia sceso solo una volta raggiunta la Scozia. Chi lo sa...».

VIAGGIO IN AEREO - L'associazione sarebbe felice di ricostruire le tappe della sua odissea e chiede a chi avesse notizie sul tragitto percorso da questo insolito gatto grigio e bianco di mettersi in contatto. In ogni caso si tratta di una storia a lieto fine. Ora Pablo è affidato a una ragazzina dell'associazione, Sarah Adie, 14 anni, ma presto verrà riconsegnato a Kate e Siobhan. Cats Protection vorrebbe regalargli un viaggio di ritorno meno stressante dell'andata: più che per autostrada o treno vorrebbe spedirlo a Londra in aereo e ha lanciato un appello per trovare i fondi. Sicuramente, in un Paese dove l'amore per gli animali è leggendario, le donazioni non mancheranno.

19 ottobre 2013

Multe miliardarie per la follia delle toghe

Stefano Zurlo - Sab, 19/10/2013 - 08:25

Dalla citazione di Napolitano al Ruby 3 ventilato per il Cav: è partita l'ultima offensiva. Ma senza modifiche del sistema l'Ue ci punirà. E ci farà pagare multe miliardarie

È la nuova offensiva del partito dei giudici. Nel mirino c'è sempre lui, il Cavaliere, ma ora una parte della magistratura entra direttamente a gamba tesa sul presidente della Repubblica.

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La convocazione come teste di Giorgio Napolitano è un fatto senza precedenti che indebolisce le istituzioni, complica le già complicate larghe intese, mette in difficoltà lo stesso governo. Nei palazzi della politica si allineano i fatti: la riforma della giustizia, attesa da almeno vent'anni, è ormai una priorità condivisa e non è più solo un pio desiderio del centrodestra. Dunque, le frange più oltranziste ed esposte della corporazione togata temono di perdere una parte del proprio potere e reagiscono andando all'attacco: in poche ore ecco Palermo bussare al Quirinale, ritagliando un Napolitano privato cittadino che può essere interrogato sia pure con limiti e paletti, e Milano prepararsi al nuovo procedimento Ruby3, in cui Berlusconi rischia addirittura l'incriminazione per corruzione in atti giudiziari. Il tutto mentre la cronaca offre spunti sempre più desolanti sul malfunzionamento del sistema: dopo un anno agli arresti l'ex manager di Fastweb Silvio Scaglia viene assolto per non aver commesso il fatto.

E così si torna al punto di partenza: ci vuole un cambiamento. È troppo alto il prezzo che i cittadini pagano sulla loro pelle, fra errori e lungaggini. Certo, mettere mano al settore è impresa disperata e tutti i tentativi dal '92 in poi sono miseramente naufragati. Ma il clima nel Paese è cambiato. La vicenda Scaglia interpella la coscienza nazionale: c'è o non c'è un abuso della custodia cautelare? C'è bisogno di uno scossone e lo stesso Napolitano ha lanciato messaggi eloquenti: i suoi saggi hanno suggerito una limitazione delle intercettazioni e una nuova architettura di quello snodo strategico che è la Sezione disciplinare del Csm, insomma il tribunale dei giudici, in cui la componente togata dovrebbe avere meno spazio di oggi. Non solo: Napolitano ha parlato più volte, l'ultima con un messaggio alle Camere, della condizione spaventosa delle carceri che ha molte cause, ma certo pesca anche nell'abuso della custodia cautelare e ha evocato l'amnistia. Misura che tanti giudici disprezzano.

Il partito della conservazione, quello che si oppone ad ogni cambiamento, anche minimo, quello che intravede attentati alla libertà e all'autonomia della magistratura dietro ogni minimo tentativo di maquillage, è in difficoltà. Sulla scena c'è il centrodestra, con le sue proposte ripetute come un mantra da vent'anni. C'è il presidente Napolitano, irritato per la piega dei processi palermitani e preoccupato per il degrado del sistema penitenziario. E ci sono anche i radicali con i loro referendum che potrebbero dare una spallata ad una situazione altrimenti immodificabile. Ma attenzione: dietro l'angolo c'è anche l'Europa. L'Italia ha tempo fino a maggio 2014 per dare risposta ai 2400 detenuti che hanno fatto ricorso per le condizioni incivili in cui scontano la pena.

Una mancata risposta dell'Italia vuol dire di qui alla prossima primavera l'avvio di una procedura di infrazione da parte della Ue. E questo procedimento non può essere preso sottogamba dal nostro Paese, se non altro perché potrebbe concludersi con una maximulta miliardaria. Fra l'altro si tratterebbe dell'ennesima procedura sulla giustizia dopo quelle avviate nelle scorse settimane: sulla responsabilità civile dei giudici, sul mancato interpello della Corte Ue da parte della nostra Cassazione, sulla esasperante lentezza dei processi civili. In conclusione laddove hanno fallito in po' tutti, potrebbe essere l'Europa a costringerci, finalmente, a cambiare. Presentandoci pure un conto astronomico. Il prezzo di un ritardo inaccettabile.

Martin Luther King, vendute all'asta per 130mila dollari le carte del leader per i diritti civili

Il Messaggero
di Giacomo Perra


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Documenti, lettere, note e scritti di vario genere. Un patrimonio di inestimabile valore storico e sociale appartenuto e redatto da Martin Luther King è stato battuto all’asta all’Heritage Auctions di New York per la cifra di 130mila dollari. Le carte del leader per i diritti civili, assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968, un centinaio circa, sono state vendute dalla sua ex segretaria, l’ottantottenne Maude Ballou, che lavorò al suo fianco per cinque anni, dal 1955 al 1960.
Tra i prezzi più pregiati spicca il discorso con cui King si congedò dalla Dexter Avenue Baptist Church della cittadina di Montgomery, nello stato dell’Alabama, dove fu pastore dal 1954 al 1960. Le note composte a mano per l’occasione sono state acquistate per ben 31.250 dollari, il prezzo più alto. Non da trascurare poi lo sforzo compiuto dai fortunati compratori per assicurasi due missive inviate dall’attivista statunitense dall’India, dove si trovava in viaggio, alla stessa Ballou, pagate 18.750 e 17.500 dollari.

A sorpresa, però, tra i vari documenti ceduti, mancava il testo del famoso discorso tenuto a Washington nel giorno della celebre marcia per il lavoro e la libertà, il 28 agosto del 1963. Di quell’”I have a dream” -“Io ho un sogno” – pronunciato al Lincoln Memorial davanti a una folla di oltre 250mila persone non c’è traccia, infatti, tra le pagine consegnate dalla Ballou alla casa d’asta americana. Inizialmente si era identificato lo storico documento con uno scritto spedito da King alla sua segretaria il 31 gennaio del 1968, circa due mesi prima della sua tragica morte. Non è dato ancora sapere però se in quel foglio, che, tra l’altro, è stato ritirato dalla vendita, sia stato redatto veramente il discorso “del sogno” e per fugare ogni dubbio, fanno sapere dall’Heritage Auctions, sarebbe necessaria un’analisi più accurata. Nell’attesa di conoscere la verità, intanto, un grande obiettivo è stato già raggiunto: i 130mila dollari ricavati dall’asta saranno destinati alla creazione di un fondo di cui beneficerà l’Alabama State University.


Venerdì 18 Ottobre 2013 - 20:18
Ultimo aggiornamento: 20:46

Orrore in Siria: tiro a segno su donne incinte per uccidere il feto. Chi ci riesce vince le sigarette

Il Mattino

Il drammatico racconto: «Se uccidono il feto senza ammazzare la madre vincono un pacchetto di sigarette»


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La terribile immagine che vedete è la radiografia di una donna incinta il cui feto è stato centrato alla testa da un cecchino in Siria. L'immagine è stata diffusa dal Mail Online che ha raccolto il racconto di un medico, il dottor Nott , un chirurgo vascolare al Chelsea and Westminster Hospital di Londra, che è stato in Siria per prestare aiuto alle persone vittime degli scontri di guerra.

Secondo il racconto del medico, i cecchini per "allenarsi" prendono di mira indifese donne incinte che passano per strada: se riescono ad uccidere il bimbo che portano in grembo vengono premiati con pacchetti di sigarette: «Ho visto con orrore molte donne in questo stato. I cecchini prendono di mira quelle in stato più avanzato di gravidanza. Generalmente riusciamo a salvare le mamme che sopravvivono nella disperazione»

 
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sabato 19 ottobre 2013 - 10:29   Ultimo aggiornamento: 10:47

Ho vinto la mia battaglia Ma in carcere troppi innocenti”

La Stampa
francesco manacorda

Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb, parla dopo l’assoluzione

Il fondatore di Fastweb racconta il suo calvario dopo la galera e l’assoluzione: «Non cancello la mia rabbia verso i magistrati»


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«Stasera è finita la battaglia più dura della mia vita. Sono molto contento di essere tornato volontariamente in Italia e di essermi sottoposto con fiducia alla nostra giustizia». Gran brusio di sottofondo ed eccitazione alle stelle tra i collaboratori italiani di Silvio Scaglia. Lui, che dagli altari di Fastweb - di cui è stato uno dei fondatori e l’amministratore delegato - era precipitato rovinosamente nella polvere della carcerazione cautelare per associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata, non perde la sua flemma anche se ricorda «un anno esatto di carcerazione preventiva, di cui tre mesi a Rebibbia e altri nove ai domiciliari in Valle d’Aosta». Dopo le sue vicende giudiziarie, oggi Scaglia è un imprenditore che ha scelto di investire nel business della moda e della bellezza femminile - le modelle di Elite Group e l’intimo di La Perla - ed è già forte in un mercato da noi sconosciuto come quello della musica in Cina con la sua etichetta Gold Typhoon. Ma soprattutto, da ieri sera, è un uomo assolto dalle accuse che gli erano piombate addosso più di tre anni fa. 

Che cosa le resta di questa esperienza, ingegner Scaglia?
«La consapevolezza che ci sono battaglie che vanno combattute. È l’unico modo per ristabilire il proprio onore, se mi passa l’espressione per salvare il proprio nome. Ma sono battaglie che in questo, come in tanti altri casi, sono quasi impossibili da combattere per le condizioni in cui uno si trova. La cosa tremenda quando si finisce nella mia condizione è che tutti ti trattano immediatamente come un colpevole. Sull’onda di questa vicenda stavano anche per buttare via una grande azienda come Fastweb senza troppa attenzione. Sono cose che lasciano il segno sulle persone, ma anche sulle società». 

Lei però è stato un imputato in qualche modo privilegiato, con tanto di sito web per rendere nota la sua posizione e la sua linea difensiva...
«Di certo lo sono stato, anche perché mi sono potuto permettere i migliori avvocati. Ma le assicuro che per tantissime persone che ho incontrato in prigione non è così. La metà delle persone che sono in carcere sono in attesa di giudizio e la metà circa di loro sono destinate a non essere poi condannate. Si tratta di decine di migliaia di individui, faccia lei i calcoli...».

Il Presidente Giorgio Napolitano sollecita misure per ridurre il sovraffollamento delle carceri. Lei concorda dopo la sua esperienza?
«Le carceri sono un posto orribile e il sovraffollamento, non a caso, è ciò di cui ci accusano in sede internazionale. Trovo che la battaglia del Presidente sia sacrosanta». 

Lei questa sera è giustamente soddisfatto, ma il saldo tra l’assoluzione e la lunga carcerazione preventiva è positivo o negativo?
«Ovviamente è negativo perché la mia battaglia è stata durissima e inutile, nel senso che per le condizioni in cui sono stato messo ho dovuto faticare molto per far passare le mie ragioni».

Le resta un senso di sfiducia nella giustizia italiana?
«No, non direi, anzi alla fine mi pare che la giustizia abbia funzionato. Non mi parrebbe giusto generalizzare, anche se mi resta la rabbia verso il comportamento di un gruppo di procuratori».

Quando la sua vicenda sarà finita definitivamente ancora Italia o via dall’Italia?
«Ho appena investito in Italia con la mia holding Pgm, acquistando il marchio La Perla. Anzi direi che sono uno dei pochi che in questa fase ha scommesso in modo pesante su questo Paese. Poi vivo fuori dall’Italia, ma questo già da prima dell’arresto, per motivi familiari». 

Topolinia? È Roma, ma Napoli non scherza

Corriere del Mezzogiorno

Il «censimento» dei ratti italiani: quindici milioni (!) nella Capitale, dieci milioni sul Golfo. E tredici a Milano


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NAPOLI - Le stime (prudenziali) indicano in Roma la città col maggior numero di ratti. Quindici milioni. Praticamente Topolinia. A Milano tredici milioni. A Napoli: dieci milioni. «Questi animali sono o non sono malati di peste?» si chiede Giorgio Dell'Arti in un articolo su Sette. «Risposta degli esperti: lo sono. Come mai la peste non li stermina definitivamente (e con loro se stessa)? Perché si riproducono a grande velocità; perché alcuni ne guariscono e quelli che ne guariscono producono esemplari resistenti, ecc.».

E quindi: «Come mai a Roma, Milano, Napoli non c'è la peste? Perché tra uomo, topo e pulce non c'è oggi - in Occidente - promiscuità. Gli uomini stanno sopra e i topi stanno sotto, e hanno da mangiare rifuti in abbondanza (i 500 milioni di topi italiani consumano 20 milioni di tonnellate di cibo l'anno). Se l'uomo, come talvolta pensa di fare, dichiarasse guerra ai topi per cacciarli dai suoi sotterranei, allora i topi, gli ultimi topi, venendo alla luce, gli attaccherebbero il male. In nessun modo i topi possono essere sterminati fino all'ultimo: almeno uno, e magari femmina, sopravviverà».

18 ottobre 2013

La leggenda dell’ereditiero che viveva come un barbone

La Stampa
eleonora vallin

Belluno, morto a 76 anni: lascia un patrimonio valutato 20 milioni di euro. I parenti e un medico si contendono il tesoro, la procura sequestra tutto

belluno


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«Non era un clochard, né un pazzo. Soltanto un uomo bizzarro». Giorgio Mongillo è stato l’amministratore di sostegno di Guido Ricci, che oggi tutti chiamano col soprannome «lo zio di Belluno» per la sua eredità che vale circa venti milioni di euro.

Ricci è morto a 76 anni, a metà settembre, in ricovero per malati terminali. In centro a Belluno lo conoscevano tutti. Era magro, alto e allampanato; indossava sempre una palandrana lunga color marrone. Non beveva, ma il naso era rosso. «Aveva una casa eppure viveva da barbone – spiega una passante -. Camminava, parlava con la gente e andava a tutti gli eventi pubblici e alle conferenze stampa che prevedevano un buffet. Poi passava nelle redazioni dei giornali locali per chiedere le foto dell’evento: faceva collezione degli scatti dove c’era anche lui.

Nessuno sa dove dormisse». «Era sempre in centro. Una persona buona che chiacchierava con tutti, anche se trasandato – racconta la gente del posto -. Diceva: “Mia moglie mi sgrida e mi rompe. Ma io adesso divorzio”. Poi chiedeva di offrirgli un caffè. Rideva e scherzava anche coi bambini, mai stato pericoloso». Una mamma in centro aggiunge che «Ricci diceva di avere dei figli. Si lamentava sempre: “Brutta scelta avere figli perché ti lasciano sempre pensieri”. Diceva di avere un maschio e una femmina. Ma era un’invenzione». Ricci non aveva nessuno. Mai sposato. Niente prole.

C’è chi dice che in città in molti sapessero che era «pieno di soldi». Ma è stato proprio nel giorno del suo funerale che si è palesato il primo erede: Antonio Fanna con il figlio Francesco, direttore d’orchestra. «I parenti più prossimi sono i signori Fanna di Villorba (Tv) – conferma Mongillo, tutore ma prima di tutto medico di base a Belluno - la mamma di Guido Ricci era una Fanna, cugina di un altro Antonio Fanna (senior, ndr) che fu un famosissimo avvocato di Venezia con una grande villa a Belluno. Loro sarebbero oggi in pole position per ereditare». Già, perché l’altro erede di Padova, tale Corrado Luisatti, balzato alle cronache anch’esso dopo la scomparsa di Ricci, sarebbe un nipote di Antonio Fanna, parente di quinto grado.

Quindi , verrebbe dopo lo zio, essendo lui di sesto. Ma la Procura di Belluno ha sequestrato l’intera eredità. L’atto giudiziario, disposto dal pm Roberta Gallego, è legato all’inchiesta che coinvolge il medico bellunese Maurizio Guglielmo, anch’egli in lizza per l’eredità. Guglielmo (che è difeso dall’avvocato Paolo Patelmo che è all’estero con il telefono staccato), è indagato per circonvenzione d’incapace. Il medico sarebbe infatti in possesso di un testamento olografo di Ricci che lo indicherebbe come unico erede. Un documento ora agli atti della Procura. Il patrimonio conteso è composto soprattutto di immobili: appartamenti e negozi a Venezia, dietro Piazza San Marco e al Lido. Case a Belluno e pure una ad Acapulco, in Messico.

«Guido aveva un fratello che si chiamava Giulio, detto Lullo, uno dei più famosi play boy italiani insieme a Gigi Rizzi, con case a Saint Tropez e pure ad Acapulco – spiega il tutore - dove c’è pure una Triumph». «Il mio compito – continua il medico – era di amministrare il suo patrimonio. Ma nel momento in cui è morto io sono decaduto. La cosa strana è che, la sera prima di morire, ha insistito a lungo perché l’anestesista e io andassimo a bere e lo intestassimo nel suo conto. Gli abbiamo risposto: “Noi siamo come i carabinieri, non possiamo bere in servizio”. Poteva finire la vita in una casa soggiorno ben assistito. Poteva avere tutto ma si accontentava di poco». 

In città tutti pensavano vivesse con quel solo soprabito marrone, perché così l’avevano visto per anni. Ma in realtà aveva 15 soprabiti uguali tutti appesi alle finestre. «Qualcuno era anche di Armani» risponde più d’uno.Ora «non ci sono le api sul miele ma gli orsi» dicono in città. Intanto i Fanna non si sono ancora costituiti come parte offesa. La notizia del sequestro dei beni, dicono i ben informati, l’avrebbero appresa dalla stampa. Qualcuno dubita che si tratti di 20 milioni di euro, perché le perizie degli immobili andrebbero rivalutate.

E non è detto che non esistano altri ‘cugini’, sospetta qualcuno. «Si è sempre mormorato in città che fosse ricco ma sembrava una leggenda metropolitana – spiega oggi il sindaco del capoluogo, Jacopo Massaro -. Penso fosse una persona che avesse scelto di vivere così per sua volontà». «Non nascondo – chiude - che in Comune abbiamo considerato un peccato non aver avuto quei 20 milioni. Spesso riceviamo lasciti testamentari di persone che non hanno famiglia, non è una pratica così remota. Con quei denari di certo avremmo rigirato la città». 

Alla gogna per una ricarica telefonica da 10 euro, chiusa la pagina Facebook

Corriere della sera

Sulla rete non è più raggiungibile il link dove era possibile postare la foto degli «sfigati». C'erano oltre 2.400 like. Nella gallery, una ragazzo con un apparecchio


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PADOVA- L'ultima trovata del cyberbullismo era un gruppo nato cinque giorni fa su Facebook per mettere alla gogna i teenager 'sfigati' di Padova. Non è più raggiungibile la pagina «Pesone sfigate di Padova», arrivata a 2.400 like. Prometteva in palio 10 euro di ricarica telefonica per chiunque avesse mandato la foto di un ragazzino o una ragazzina che si considera degno di essere sbeffeggiato per un difetto fisico o un atteggiamento considerato 'non alla moda'. Così nella gallery della pagina del social network sono già finiti teenager con l'apparecchio; altre sono foto di giovanissime paragonate a cavalli o prese in giro per qualsiasi difetto fisico come i brufoli sul viso. «Questa pagina è creata per far ridere le persone» avevano garantito gli anonimi creatori della pagina.


(Ansa)

18 ottobre 2013

Avana, Avana, la fontana s’è rotta

La Stampa

yoani sanchez


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Mi trovo proprio nello stesso parco dove trent’anni fa io e mia sorella correvamo e giocavamo. Due bambine fanno capriole simili alle nostre e si nascondono tra gli arbusti. Tuttavia, c’è qualcosa di ben diverso in questo déjà vu: manca la fontana con quel tipico rumore di pioggia che cade sul marmo. Un panorama molto simile si ripete in ogni piazza avanera, salvo rare eccezioni. Ristrettezze, negligenza o politica urbanistica, nessuno può spiegare il motivo, ma questa città negli ultimi decenni ha perso l’umida presenza delle sue fontane

Ho seguito la mia memoria e mi sono abbandonata al percorso delle acque. All’angolo tra Belascoaín e Carlos III, non c’è più quella vasca dove affondavamo la mano e a volte persino i piedi, ma resta solo un contenitore vuoto. Alcuni isolati più avanti, certi pezzi di ferro ossidati indicano il luogo dove un tempo si trovava una delle fontane più effimere che io ricordi. La sua vita è durata appena alcune settimane dopo l’inaugurazione ufficiale e il relativo discorso. Il famoso bidé de Paulina, nei pressi della Ciudad Deportiva, viene riempito di tanto in tanto dagli acquazzoni che lo trasformano in un lago verdastro pieno di ranocchi. Per non parlare della fontana della Gioventù – vetusta e priva di grazia – così vicina al mare e così lontana dal suo antico splendore. 

Una breve indagine sul motivo per cui questa città abbia perso tante fontane, mi ha portato risposte di vario tipo e in fondo rivelatrici: “Il problema è che si sono rubati la pompa che faceva sgorgare l’acqua”, mi ha detto un funzionario. In un altro posto un impiegato molto infastidito mi ha assicurato: “Abbiamo dovuto chiuderla perché alcuni passanti, non avendo doccia in casa, finivano per fare il bagno qui dentro”. La più simpatica è stata una signora che mi ha guardata strizzando gli occhi, in tono di rimprovero: “Accidenti, che memoria di ferro! Questa fontana non funziona da decenni”. Nel centro della Plaza Vieja si può notare una delle poche ancora in attività, circondata da un’imponente recinzione, per evitare che gli abitanti del quartiere si portino via – un secchio dopo l’altro - il prezioso liquido. Il mio tour dell’umidità è finito nelle secche della famosa fontana de La India, pure lei senza una goccia di H2O.

Come abitanti di questa città dobbiamo fare qualcosa perché i nostri figli possano sperimentare la bellezza dei parchi dotati di fontane. So bene che ci sono altri problemi prioritari, ma com’è grigio l’asfalto, com’è solitaria una piccola piazza e com’è opprimente il caldo senza il rumore dell’acqua che cade sulla pietra. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Discendiamo tutti da un’unica specie» Così cambia l’albero genealogico dell’uomo

Corriere della sera

Trovato in Georgia un ominide con caratteristiche finora mai osservate tutte insieme nei fossili di un nostro antenato

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L’albero genealogico dell’uomo potrebbe essere rivisto, perfino riscritto, dopo la scoperta dei resti dell’ominide di Dmanisi, in Georgia, nel quale si riconoscono, come in un «collage», caratteristiche diverse finora mai osservate tutte insieme nei fossili di un nostro antenato.

Se finora si pensava che dopo la divergenza dagli Australopiteci e la comparsa del genere Homo (circa 2,5 milioni di anni fa), si fossero succedute tante specie diverse, tutte estinte tranne Homo sapiens, oggi ci si rende conto che non è in questo modo che deve essere letta la documentazione fossile: in realtà vi sarebbe stata una sola specie nelle prime fasi del percorso evolutivo dell’uomo. Anche se «sono necessari ulteriori studi per confermare l’ipotesi, in base alla nostra scoperta quelle che finora erano considerate specie diverse sarebbero invece gruppi con caratteristiche morfologiche simili», scrivono i paleontologi del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, autori della scoperta.

L’ominide di DmanisiL’ominide di Dmanisi L’ominide di DmanisiL’ominide di DmanisiL’ominide di Dmanisi

Prima della scoperta dell’ominide di Dmanisi si pensava che la più antica specie del genere Homo fosse l’Homo rudolfensis, vissuto tra 2,4 e 1,9 milioni di anni fa. La specie successiva sarebbe stata l’Homo habilis da cui si sarebbe evoluto l’Homo ergaster, comparso circa 1,8 milioni di anni fa. Discendente dall’Homo ergaster sarebbe stato l’Homo erectus, presto diffuso anche un Eurasia. Contemporaneo alle ultime fasi dell’Homo erectus sarebbe stato (in Europa) l’Homo heidelbergensis, da cui sarebbero discesi i Neanderthal, vissuti tra 300.000 e 30.000 mila anni fa in Europa, Vicino e Medio Oriente e Asia occidentale. L’uomo anatomicamente moderno, ossia l’Homo sapiens, è comparso invece in Africa intorno a 200.000 anni fa e, circa 40.000 anni fa ha fatto il suo ingresso in Europa.

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Ma adesso la scoperta del nuovo ominide spazza via questo complesso `cespuglio´ genealogico. «Alla luce delle nuove scoperte – spiega il paleontologo Lorenzo Rook, dell’università di Firenze – sembra che tutte le differenze morfologiche notate in questi ominidi sarebbero in realtà l’evidenza della normale variabilità biologica all’interno di una singola specie, dovuta ad adattamenti ambientali o alla semplice variabilità genetica». Sono proprio i resti dei cinque individui scoperti nel sito di Dmanisi, aggiunge, un esempio (eccezionale ed unico nella documentazione fossile) di un piccolo campione della stessa popolazione con un’alta variabilità. «Anche se non tutti gli esperti sono d’accordo con questa nuova ipotesi, e c’è chi pensa addirittura che nello stesso sito di Dmanisi vi siano fossili di specie diverse, la scoperta - sottolinea Rook - ci spinge a cambiare il modo in cui è stata interpretata l’evoluzione umana finora»


(Ansa)
18 ottobre 2013

Dal cielo piove sostanza viscosa i vigili del fuoco: fenomeno naturale

Il Messaggero

Intervenuti Arpa e vigili del fuoco. Nuove segnalazioni anche da Poggio Mirteto


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CANTALICE - Pioggia di sostanza viscosa dal cielo. Il mistero sembra essere risolto Preoccupazione e curiosità, a Cantalice, nella serata di giovedì. Dal cielo, è cominciato a piovere una sostanza viscosa, simile alle ragnatele che si formano sulle piante, in grande quantità. Qualche cittadino, preoccupato, ha chiamato i vigili del fuoco ed è stato attivato il protocollo applicato in questi casi. L'origine, al momento, è ancora sconosciuta e, per appurarla, sono intervenuti Arpa e Nucleo batteriologico, chimico e radiologico dei vigili del fuoco di Roma, oltre a una squadra di vigili del fuoco da Rieti. Eseguiti i prelievi della sostanza.

SEGNALAZIONI ANCHE DA POGGIO MIRTETO Lo strano fenomeno della pioggia di filamenti viscosi è stato segnalato anche in Sabina, in particolare nell'area di Poggio Mirteto. L’evento ha incuriosito e preoccupato allo stesso tempo chi ci si è trovato di fronte: numerose, come detto, le chiamate alla centrale operativa dei vigili del fuoco.

LA SPIEGAZIONE
E dopo le analisi, è arrivata la spiegazione di Arpa Lazio e dei nuclei specializzati di vigili del fuoco. "Si tratta - si indica in una nota - di un fenomeno naturale, conosciuto come spider balloning, vale a dire un modo di spostarsi nell'aria da diversi ragni: gli animaletti secernono della seta, che viene sollevata e trasportata, insieme all'animale, dal vento. Fenomeno che si manifesta, soprattutto, nel periodo autunnale".


Venerdì 18 Ottobre 2013 - 11:14
Ultimo aggiornamento: 15:46

Strage di Cefalonia, ergastolo per il nazista Alfred Stork che sparò agli ufficiali italiani

Franco Grilli - Ven, 18/10/2013 - 15:30

Condannato all’ergastolo un ex militare tedesco 90enne accusato di aver partecipato alla fucilazione di "almeno 117 ufficiali italiani" nel settembre 1943

Il Tribunale militare di Roma ha condannato all’ergastolo Alfred Stork, un ex militare tedesco novantenne accusato di aver partecipato alla fucilazione di "almeno 117 ufficiali italiani" a Cefalonia, nel settembre 1943.


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"Meno male... quell’assassino". Il più anziano in vita dei superstiti di Cefalonia, Libero Cosci da Pisa, classe 1920, ha più che un sussulto quando gli arriva la notizia della condanna all’ergastolo per Stork. Cosci, sergente maggiore del Genio nella divisione Acqui, scampato alla fucilazione a Cefalonia

aveva raccontato di essere stato "otto ore sotto ai cadaveri dei miei compagni rimasti, otto ore sotto al sangue di quei poveri innocenti". Ora dice che "forse ho pure conosciuto quell’uomo, non so, ma quei tedeschi non ebbero pietà per nessuno di noi, fare distinzioni tra quegli assassini non ha senso, neanche a distanza di 70 anni. La decisione del Tribunale militare di Roma mi sembra giusta per la storia - conclude emozionato - continuate a parlare di noi, non dimenticateci, anche quando fisicamente non ci saremo più".

Anche il pubblico ministero, il procuratore militare Marco De Paolis, aveva chiesto l’ergastolo per l’imputato, che era contumace e si è sempre disinteressato alle vicende del processo italiano. Alla richiesta del pm si erano associate le parti civili, costituite da alcuni parenti delle vittime, dall’Associazione nazionale partigiani e dall’Associazione divisione Acqui. Il difensore di Stork ne aveva chiesto l’assoluzione sottolineando l’assenza di prove a carico del suo assistito e il fatto che questi era stato costretto ad obbedire ad un ordine superiore.

Il tribunale ha anche stabilito un risarcimento nei confronti delle parti offese, che verrà definito in sede civile. Secondo l’accusa, Stork avrebbe fatto parte di uno dei due plotoni di esecuzione attivi a Cefalonia nei pressi della cosiddetta Casetta Rossa, dove fu sterminato l’intero stato maggiore della divisione Acqui. L’imputato aveva in passato confessato, nell’ambito di un’inchiesta tedesca, di aver partecipato alla fucilazione: una confessione però inutilizzabile nel processo italiano, perchè resa senza difensore, e che l’imputato non ha mai voluto ripetere.

Funerali di non è Stato

La Stampa


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Come può prendersi cura dei vivi un Paese che non riesce a decidere nemmeno sui morti? La bara di Priebke gira l’Italia da una settimana, strattonata e presa a calci appena si affaccia per strada, senza trovare una buca dove andare a nascondersi. Intanto ci siamo dimenticati di fare i funerali alle vittime di Lampedusa. Proprio così: dimenticati. Ministri, primi ministri e affettate figure istituzionali hanno sfilato con sguardi dolenti sul molo e davanti alle salme della tragedia. C’è stato cordoglio, c’è stato sdegno, c’è stato lo sciame sismico di dichiarazioni scontate. Quel che non c’è stato, come sempre, è lo Stato. Qualcuno che, tra un cordoglio e uno sdegno, trovasse il tempo per allestire una cerimonia solenne di congedo per quei poveri cristi.

A chiunque di noi si rechi in visita a una camera ardente viene spontaneo chiedere il giorno e il luogo dei funerali. Invece a Lampedusa i nostri globetrotter della lacrima non si sono neppure domandati se fossero previsti, dei funerali. Colpisce la loro ostinazione nel rifiutarsi di sfogliare almeno le figure del manuale del buonsenso. Dopo avere riunito su una zattera centinaia di disgraziati, il destino li ha infine dispersi tra vari cimiteri siciliani, tumulati in silenzio dentro tombe anonime. Ma lo scrupolo di coscienza, che è il nome con cui dalle nostre parti si chiama la coda di paglia, ha suggerito allo Stato di correre ai ripari. Lunedì prossimo, a cadaveri ampiamente sepolti, si terrà una commemorazione ad Agrigento, città nota per avere dato i natali al filosofo Empedocle e poi, per compensare, ad Alfano.

Discendiamo tutti da un’unica specie» Così cambia l’albero genealogico dell’uomo

Corriere della sera

Trovato in Georgia un ominide con caratteristiche finora mai osservate tutte insieme nei fossili di un nostro antenato

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L’albero genealogico dell’uomo potrebbe essere rivisto, perfino riscritto, dopo la scoperta dei resti dell’ominide di Dmanisi, in Georgia, nel quale si riconoscono, come in un `collage´, caratteristiche diverse finora mai osservate tutte insieme nei fossili di un nostro antenato.

Se finora si pensava che dopo la divergenza dagli Australopiteci e la comparsa del genere Homo (circa 2,5 milioni di anni fa), si fossero succedute tante specie diverse, tutte estinte tranne Homo sapiens, oggi ci si rende conto che non è in questo modo che deve essere letta la documentazione fossile: in realtà vi sarebbe stata una sola specie nelle prime fasi del percorso evolutivo dell’uomo. Anche se «sono necessari ulteriori studi per confermare l’ipotesi, in base alla nostra scoperta quelle che finora erano considerate specie diverse sarebbero invece gruppi con caratteristiche morfologiche simili», scrivono i paleontologi del Museo Nazionale Georgiano a Tbilisi, autori della scoperta.

Prima della scoperta dell’ominide di Dmanisi si pensava che la più antica specie del genere Homo fosse l’Homo rudolfensis, vissuto tra 2,4 e 1,9 milioni di anni fa. La specie successiva sarebbe stata l’Homo habilis da cui si sarebbe evoluto l’Homo ergaster, comparso circa 1,8 milioni di anni fa. Discendente dall’Homo ergaster sarebbe stato l’Homo erectus, presto diffuso anche un Eurasia. Contemporaneo alle ultime fasi dell’Homo erectus sarebbe stato (in Europa) l’Homo heidelbergensis, da cui sarebbero discesi i Neanderthal, vissuti tra 300.000 e 30.000 mila anni fa in Europa, Vicino e Medio Oriente e Asia occidentale. L’uomo anatomicamente moderno, ossia l’Homo sapiens, è comparso invece in Africa intorno a 200.000 anni fa e, circa 40.000 anni fa ha fatto il suo ingresso in Europa.

Ma adesso la scoperta del nuovo ominide spazza via questo complesso `cespuglio´ genealogico. «Alla luce delle nuove scoperte – spiega il paleontologo Lorenzo Rook, dell’università di Firenze – sembra che tutte le differenze morfologiche notate in questi ominidi sarebbero in realtà l’evidenza della normale variabilità biologica all’interno di una singola specie, dovuta ad adattamenti ambientali o alla semplice variabilità genetica». Sono proprio i resti dei cinque individui scoperti nel sito di Dmanisi, aggiunge, un esempio (eccezionale ed unico nella documentazione fossile) di un piccolo campione della stessa popolazione con un’alta variabilità. «Anche se non tutti gli esperti sono d’accordo con questa nuova ipotesi, e c’è chi pensa addirittura che nello stesso sito di Dmanisi vi siano fossili di specie diverse, la scoperta - sottolinea Rook - ci spinge a cambiare il modo in cui è stata interpretata l’evoluzione umana finora»

(Ansa)
18 ottobre 2013

Walt Cunningham, pioniere della Luna “Arrivare su Marte? Ora è impossibile”

La Stampa
antonio lo campo


Dopo 45 anni l’ex astronauta ricorda l’avventura dell’Apollo 7 che aprì la strada verso il satellite terrestre: «Una missione fondamentale per il futuro della Nasa»



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Undici giorni in orbita per una missione storica. Era quella dell’Apollo 7, la prima del grande programma lunare “Apollo”, simbolo della nuova frontiera kennediana, lanciato agli inizi degli anni sessanta come sfida al gigante sovietico che primeggiava nello spazio e si proponeva traguardi ambiziosi. “Andremo sulla Luna entro la fine di questo decennio” - annunciò John Kennedy il 25 maggio 1961. Per farlo era necessario, dopo che la NASA aveva valutato attentamente tre soluzioni diverse, disporre di un astronave pesante 50 tonnellate, formata a sua volta da due distinte sezioni, una delle quali (il modulo lunare, una sorta di “ragno” con quattro zampe telescopiche) doveva tentare l’atterraggio vero e proprio sulla Luna. 

Quella prima tragedia spaziale americana
L’astronave “Apollo” fu così collaudata con successo per la prima volta esattamente 45 anni fa, nell’ottobre 1968, con la missione Apollo 7. Il lancio era avvenuto da Cape Kennedy il giorno 11; la rampa di lancio era la 34, quella in cima alla quale nel gennaio 1967 si era consumata la tragedia dell’Apollo 1, con l’incendio in cabina e la morte dei tre astronauti Grissom, White e Chaffee. Il rientro, era avvenuto con regolarità assoluta tra le acque del Pacifico il 22 ottobre. L’Apollo era una navicella certamente più sofisticata ed evoluta rispetto alle precedenti, piccole Mercury e Gemini, ma all’interno era pur sempre una cabina per tre astronauti in uno spazio abitabile non più ampio di un auto “monovolume”.

A bordo di quella prima Apollo c’era anche Walter Cunningham, astronauta NASA selezionato nel 1963, dopo una lunga esperienza di pilota di jet, e poi prezioso consulente per la North American Rockwell allo sviluppo del modulo di comando dell’Apollo; Cunningham, assieme al comandante Walter Schirra e al pilota del modulo di comando Donn Eisele, componeva l’equipaggio di quella storica Apollo 7: “La nostra missione fu fondamentale” - ricorda Cunningham, che abbiamo incontrato di recente - “perché con un successo del nostro primo collaudo dell’Apollo, sarebbe stato possibile proseguire con il programma della conquista della Luna e pianificare tutte le successive missioni. A cominciare da Apollo 8, che due mesi dopo di noi lascerà la Terra per diventare la prima astronave della storia ad orbitare attorno alla Luna”.

Ma non fu affatto facile arrivare a quel successo. La missione compiuta da Cunningham con i suoi due compagni di missione, doveva essere effettuata quasi due anni prima, nel febbraio 1967, proprio dallo sfortunato equipaggio dell’Apollo 1: “Io facevo parte dell’equipaggio di riserva” - ci ricorda l’ex astronauta americano - “e assieme a Schirra e ad Eisele ci preparavamo assieme ai titolari, Grissom, White e Chaffee per quella missione, supportandoli durante l’addestramento e preparandoci noi stessi per una missione successiva. Purtroppo, Gus, Ed e Roger morirono per un incendio che si propagò velocemente: la cabina con atmosfera di ossigeno puro alimentò subito l’incendio, causato da un corto circuito e non fecero in tempo ad uscire dalla navicella”. 

La fenice della Luna: Apollo 7
Apollo 7 effettuò una missione perfetta, e tutti gli obiettivi vennero portati a termine. Spettacolare, il rende z vous con il secondo stadio del Saturno 1B (quello che in futuro sarebbe stato il terzo stadio dei Saturno 5 per la Luna), per collaudare le tecniche di aggancio con il modulo lunare prima di partire per la Luna: “La nostra astronave era più sicura: l’atmosfera interna fu cambiata con azoto e ossigeno e il portellone fu impostato per essere aperto in casi d’emergenza in soli 9 secondi anziché in 90, come per i nostri sfortunati colleghi e amici di Apollo1”. Cunningham, che confidenzialmente chiamiamo “Walt”, ci ricorda come il suo volo fu soprannominato dai media americani un “Wally, Walt and Donn Show” : “Sì, fummo i primi a inviare immagini Tv in diretta dallo spazio” – ricorda l’astronauta americano – “immagini in bianco e nero che fecero storia. E ci divertimmo molto, e per questo i media Tv americani lo battezzarono come uno show”.

Ma durante la missione vi furono anche momenti di tensione, vero? : “Ci fu un po’ di nervosismo a causa di un raffreddore molto forte che colpì il comandante Schirra, e poi anche Eisele” – conferma – “Avevamo molto lavoro da fare, e da Terra facevano pressione perché lo portassimo a termine nei tempi previsti. Ma lo stato di salute in quel momento non aiutava, e Wally decise di stoppare il lavoro a bordo”. E lei, Walt, niente raffreddore? : “Io no, stavo bene! Però il comandante Wally Schirra, un veterano e uno degli eroi della Mercury, era talmente influente a bordo, che se il raffreddore ce l’aveva lui, ufficialmente ce l’avevamo tutti…” – ci dice ridendo l’astronauta dell’Apollo 7.

Come vede il futuro delle imprese spaziali. Il ritorno alla Luna non è imminente, e Marte? : “Non sono ottimista” – dice – “i tempi sono ancora lunghi perché non si vuole più investire nell’esplorazione spaziale come ai nostri tempi. Però adesso vi sono le società private che stanno investendo per nuovi programmi, che sembrano ambiziosi, e questo fa ben sperare”. Cosa ti è piaciuto dell’Italia, Walt? “Tante cose, soprattutto la cordialità e la simpatia della gente… e poi il vostro gelato (lo dice in italiano), che è davvero spaziale”.

I ragazzi della Luna
Walter Cunningham, assieme al comandante Schirra e ad Eisele, fu lanciato da Cape Kennedy (oggi Cape Canaveral) l’11 ottobre 1968, dalla rampa di lancio 34 con Apollo 7, con un razzo Saturno 1B. Cunningham, che oltre a volare con Apollo 7, fece anche parte dell’equipaggio di riserva della sfortunata Apollo 1, è stato uno degli astronauti migliori di quell’epoca d’oro per la NASA e per le grandi imprese spaziali, e forse nella sua carriera di uomo dello spazio ha avuto meno fortuna di quella che avrebbe meritato.

Ma nel clima di forte concorrenza e rivalità tra gli astronauti, che erano ben consci di vivere un periodo unico e irripetibile per molti anni a venire, l’aver occupato almeno una volta in missione uno dei tre sedili dell’Apollo, ha rappresentato certamente un enorme successo. Lo è stato un po’ meno forse per lo stesso Walt Cunningham, che della sua esperienza spaziale sull’Apollo 7, di quegli anni trascorsi tra il 1963 e il 1973 nel corpo astronauti americani di Houston, e delle sue aspettative di ritornare per una altra missione nello spazio (doveva comandare la prima missione sul laboratorio Skylab – ndr), ne parla senza peli...sulla penna, in uno splendido libro di 600 pagine, che risulta davvero prezioso per tutti gli appassionati di astronautica e dell’Apollo in particolare.

E’ una chicca anche per gli appassionati italiani: di libri tradotti italiano scritti da astronauti Apollo, non ne sono stati pubblicati molti; a memoria, ci vengono in mente solo quelli degli astronauti sbarcati sulla Luna con Apollo 14 e Apollo 15, rispettivamente Ed Mitchell e James Irwin. Il titolo del libro di “Walt” è “I ragazzi della Luna”, italianizzato dall’ “All American Boys” del titolo originale delle due edizioni americane, la prima del 1977 e la seconda del 2004. Di recente, l’Editrice Mursia ci ha regalato questo bel resoconto in lingua italiana, con una lunga serie di fatti raccontati

come in un bel romanzo, e tutti naturalmente narrati dal punto di vista di Walt Cunningham, con le sue opinioni personali nei confronti di molti di quei suoi colleghi, molti dei quali sono poi passati alla storia, ma pur sempre mettendo in risalto le loro grandi doti professionali e umane: Walt non nasconde qualche antipatia per Alan Shepard, primo americano nello spazio e poi quinto sulla Luna con Apollo 14, che in realtà lui definisce antipatico (ed anche peggio...), ma solo perché dotato di capacità caratteriali talmente forti in grado di farlo emergere sempre per farlo poi arrivare davanti a tutti.

Oppure della stessa leggenda, cioè Neil Armstrong, che critica per la maldestra gestione del quasi disastroso volo della Gemini 8, ma che però poi sostiene che fosse, in effetti, l’uomo migliore per tentare il primo allunaggio con Apollo 11. Nella parte finale, Cunningham si sofferma sull’attualità, e in particolare sui due incidenti capitati al programma shuttle, nel 1986 e 2003, per poi tracciare uno sguardo sul futuro. La pubblicazione del libro, si deve soprattutto al torinese Umberto Cavallaro, presidente dell’Associazione Astrofilatelica ASITAF (online: www.asitaf.it) che ne ha curato l’edizione italiana e che, come amico personale di Walter Cunningham, è riuscito ad ottenere dallo stesso ex astronauta i diritti per fornire non solo agli appassionati italiani, ma a chiunque voglia rivivere un’epoca davvero straordinaria del XX secolo, un documento davvero unico su quella grande epopea spaziale, raccontata da uno dei diretti protagonisti. Uno dei mitici “ragazzi della Luna”.