venerdì 18 ottobre 2013

Grecia: trovata una bimba bionda in un campo nomadi, appello internazionale per identificarla

Corriere della sera

Durante una perquisizione notata una piccola di 4 anni: il test del Dna esclude la parentela con i presunti «genitori»

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Le autorità greche mercoledì hanno trovato una bimba, di circa quattro anni, in un campo nomadi vicino a Farsala, nel centro del Paese. Insospettiti dall'aspetto della bambina, bionda e con gli occhi chiari, con lineamenti o dell'Europa dell'Est o scandinavi, hanno ordinato il testo del Dna sulla piccola e sui presunti genitori. L'esito negativo ha spinto Atene a lanciare, venerdì, un appello internazionale per scoprire chi sia realmente la piccola, e perché vivesse con la coppia.

6 PARTI IN DIECI MESI - I due finti genitori , un 39enne e una donna 40enne che, secondo i documenti, avrebbe partorito sei bambini in meno di dieci mesi, sono stati arrestati e accusati di rapimento di minori. L'operazione era scattata per cercare armi e droga, che sono stati sequestrati, ma gli agenti hanno subito notato la piccola e ordinato gli esami, ha spiegato il capo della Polizia regionale Panayiotis Tzavaras. Una prima richiesta d'assistenza è stata inoltrata all'Interpol.

14 «FIGLI» - Tra le scuse accampate dai due nomadi arrestati, le autorità hanno evidenziato che la coppia sosteneva di aver trovato la bambina avvolta in un lenzuolo, che il padre della piccola era straniero, o che degli estranie l'avevano dato loro in affido. I due hanno anche sostenuto di avere 14 figli: di questi, tre minori erano nel campo. Su di loro non sono ancora stati effettuati i test del Dna.

«TROVERANNO ANCHE ALTRI BIMBI» - La biondina è stata affidata a un'associazione caritativa, «The Smile of the Child» («Il sorriso del bambino»). Il responsabile, dell'associazione, Costas Giannopoulos, in un'intervista tv ha commentato: «Siamo choccati da quanto sia facile registrare bambini come propri figli. C'è da investigare più a fondo, in quel campo c'erano altri bambini. Credo che la polizia rivelerà che non è toccato solo a questa bambina».

18 ottobre 2013

I migranti morti a Lampedusa seppelliti ad Agrigento senza funerale

Corriere della sera

Al posto del nome un numero. E niente esequie di Stato come promesso

AGRIGENTO – E’ finita così, senza neppure una lapide. Senza fiori né liturgie. Senza funerale. Le vittime del naufragio del 3 ottobre sono state seppellite così, come se niente fosse. Ottantacinque corpi dimorano qui, nell’assolata periferia di Agrigento, al cimitero di Piano Gatta. Avevano promesso funerali di Stato. E invece nulla. Neppure una cerimonia, nessun rappresentante del Governo. Tumulati nell’indifferenza istituzionale dopo giorni di lacrime. Stesso discorso per gli altri 200 corpi, sepolti in vari cimiteri siciliani.

Erano partiti con una speranza, sono finiti in una bara. Dopo mesi di cammino, l’ultima frontiera di questi immigrati è il camposanto. Lontano dalla patria, lontano dai sogni. Eterna dimora, sistemata in fretta e furia dagli instancabili operai del cimitero. Cinque cappelle che ospitano circa quindici corpi ciascuna. Al posto della lapide il cemento. Al posto del nome un numero. Quei numeri che abbiamo visto scorrere nelle cronache dei giorni scorsi. Soltanto il sindaco e il vicario dell’Arcidiocesi di Agrigento hanno avuto la delicatezza di venire a trovare le salme. Hanno portato cinque corone di fiori, ma ci sono soltanto quelle per 85 tombe. Le cappelle in cemento riservate agli immigrati sono in fila, una dietro l’altra, monumenti ignoti del nuovo olocausto. Dentro ognuna di esse ci sono le vittime numerate. Dietro a ogni numero una bara. Ogni cappella ha otto corpi sottoterra e otto ai lati.


Il responsabile del cimitero, Salvatore D’Anna, ha ancora negli occhi le immagini dei sei camion che domenica scorsa hanno trasportato le bare. Lavora da anni nel camposanto ma tante bare tutte insieme non le aveva mai viste. «Adesso non dobbiamo dimenticare» dice sconsolato. «Da Roma non ci è arrivata nessuna notizia in merito ai funerali, ma dobbiamo fare qualcosa». Incredulo anche il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini: «Se avessimo saputo che non si sarebbero mai celebrati gli annunciati funerali di Stato per le vittime del naufragio di Lampedusa, prima di fare partire le salme dall’isola avremmo celebrato noi un funerale. Una cerimonia funebre per dare l’ultimo saluto alle povere vittime. Un funerale di paese, come quelli che facciamo a Lampedusa. E’ ingiusto seppellire i profughi senza un funerale...»

Morti due volte: i migranti sepolti come numeri e senza funerale (17/10/2013)

Sotto il cielo funereo di Piano Gatta, c’è un pezzo di Eritrea, un pezzo di Somalia, un pezzo di Siria. Sono quasi tutti giovani i cadaveri che giacciono in queste bare infossate nelle pareti grigie. Un bambino, una madre incinta e una coppia di sposi. Le loro salme si sono aggiunte a quelle di altri undici immigrati vittime dei naufragi. Una triste abitudine per il cimitero di Piano Gatta, un liet motiv che si trascina ormai da anni. L’atmosfera immobile di Piano Gatta è distante dai clamori mediatici di Lampedusa: vedove e anziani in lento pellegrinaggio dai parenti defunti, ma quasi nessuno che porta un saluto alle vittime del mare. Soltanto un paio di familiari eritrei arrivati poche ore fa, poi l’oblio, raramente interrotto da una preghiera di quei siciliani che non vogliono dimenticare. Sono loro gli ultimi custodi delle anime migranti, gli unici a lasciare un ricordo su queste bare senza nome.

17 ottobre 2013






Dal Nilo i barconi per Lampedusa. Gli scafisti? Ex detenuti in Italia

Corriere della sera

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RASHID (Delta del Nilo) - Lasciano le sponde insanguinate del Medio Oriente proprio dove il grande fiume diventa mare. Sono quasi tutti siriani in questo periodo. Profughi allo sbaraglio. Ci sono disperati senza più niente da perdere, guerriglieri terrorizzati dopo le torture subite, ma anche medici braccati per aver curato le vittime del regime, professionisti, negozianti cui hanno bruciato casa e bottega, uomini d’affari che hanno venduto sottocosto ciò che potevano e cercano salvezza con la famiglia. Partono di notte, portando con sé al massimo sei o sette chili di bagaglio, tanti assolutamente nulla: sfidano il buio tra le onde su barchette colorate di verde e azzurro che sembrano giocattoli abbandonati sulla spiaggia.

Più al largo, quando già l’acqua marrone di fango e inquinamento si è mischiata con il blu scuro del Mediterraneo, trovano i barconi «madri» lunghi anche 30 metri dei pescatori che hanno promesso di trasportarli in Italia: la porta verso la salvezza, la fuga dalla guerra, dal dolore, dal caos. Quelle stesse scialuppe verranno attaccate al traino e serviranno per lo sbarco finale. Ma prima ancora devono trattare con i mediatori, gli sciacalli, i signorotti della malavita locale.

I pescatori arrivano per ultimi e li nascondono alle retate della polizia per settimane tra le casupole immerse nei palmeti. Finché giunge il momento e vengono condotti su auto scassate tra i viottoli adducenti alle spiagge che punteggiano di bianco i due rami maggiori della foce, tra Alessandria, Rashid e Damietta. Curioso che proprio tra i porticcioli primitivi di Rashid si trovi il luogo del ritrovamento 214 anni fa della Stele di Rosetta, sino ad oggi considerata la pietra miliare per la decifrazione dell’epoca dei faraoni e però un memento delle rapine compiute dagli europei.


«Sulle nostre barche non stanno tanto male. Possono mangiare e dormicchiare. Però il viaggio è lungo, dall’Egitto verso la Calabria o la Puglia dura tra i sette e dieci giorni, a seconda delle condizioni meteo. Ovvio che si possono incontrare burrasche, venti forti, e allora la situazione peggiora specie per i bambini e per chi soffre il mal di mare», racconta Mustafa, che nell’italiano non troppo stentato appreso durante i due anni e otto mesi trascorsi nel carcere di Ragusa non nasconde di essere uno scafista. Ne parla assieme ad Abbas, «compare» di prigionia, visto che è stato chiuso nelle celle di Enna per due anni e mezzo. «I Carabinieri mi hanno preso a Rossano, in Calabria, il 23 novembre 2011. E sono rimasto in una cella con sette compagni sino al 30 luglio 2013. Tutti i giorni la stessa pasta scotta. Nelle carceri italiane ci sono oggi almeno 200 scafisti», stima.

E tuttavia non nasconde che lo rifarebbe subito se avesse un buon ingaggio. Lui e il suo «compare» sembrano essersi ripresi in fretta. Mustafa ha compiuto tre viaggi verso le coste italiane quest’estate. «Ogni volta con a bordo tra i 100 e 150 profughi. E sono tutti giunti a destinazione. Nessun affondamento. In caso di problemi i capitani possono chiamare i soccorsi con il satellitare Thuraya. I pochi morti sono stati a causa delle condizioni di salute individuali. Li abbiamo gettati a mare. Cosa potevamo fare senza cella frigorifera?», spiega. Comunque un buon affare. Ogni viaggiatore paga tra i 3.000 e i 4.500 dollari. Ma loro di soldi non vogliono parlare, come non forniscono le generalità. La polizia egiziana li ricerca, ha sparato di recente contro le barche causando vittime tra i profughi.

Cammini per i vicoli di Rashid, nelle viuzze presso il porto di Alessandria, o tra le strade larghe della «Sei Ottobre», la cittadina costruita nel deserto nell’ultimo ventennio a una trentina di chilometri dal Cairo dove sono raggruppati i nuovi arrivati dalla Siria, e scopri che le offerte di imbarco verso l’Italia sono all’ordine del giorno. «Il deposto governo dei Fratelli Musulmani aiutava gli immigrati siriani. Ma da luglio la giunta militare del generale Abdel Fattah Al Sisi ha cambiato corso: da ospiti graditi a indesiderati. La nostra esistenza è sempre più precaria. Io partirei subito», dice il 33enne Maher Labadi, che a Damasco aveva un’azienda di biancheria intima con 23 dipendenti, ma dopo essere stato minacciato dalle squadracce di Bashar Assad e aver subito il cannoneggiamento delle sue proprietà, tre mesi fa è approdato al Cairo con la moglie e due bambini di 3 e 5 anni.

Gli hanno offerto di vendere dolci da ambulante. «Pensavo fosse temporaneo, volevo andare a lavorare in Svezia. Ma non vedo vie d’uscita. Gli scafisti chiedono 16.000 dollari per me e famiglia. Ne guadagno 8 al giorno e 6 vanno per l’affitto». Intanto sui siti Internet degli immigrati fioccano le offerte. La via per la Libia, da dove partire per l’Italia è molto più rapido e meno costoso, sta diventando difficoltosa a causa della destabilizzazione interna. I gestori del racket egiziani lo sanno e ne approfittano. Ultimamente è apparsa una nuova offerta: 5.500 dollari per un passaporto falso con un visto per l’Europa. Veloce e poco faticoso. Si prende l’aereo al posto della nave. Peccato che praticamente nessuno abbia i soldi, con il rischio oltretutto di essere fermati ancora prima di decollare.

17 ottobre 2013

La segretaria di Bersani e quelle telefonate a spese della Camera

Franco Grilli - Ven, 18/10/2013 - 11:12

Secondo quanto riportato dal Fatto, Zoia Veronesi aveva a disposizione un cellulare della Camera fornitogli dal questore Pd Albonetti

Oltre alla grande del conto segreto, c'è un'altra storia che riguarda la storica segretaria di Pierluigi Bersani, Zoia Veronesi.


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La racconta il Fatto quotidiano e riguarda un telefonino cellulare di Montecitorio, fornito alla Veronesi dal questore Pd Bonetti. Il problema è che le spese e i conti del cellulare sarebbero stati saldati dalla Camera. Sulla vicenda indaga la procura di Roma. Intanto, sempre sul quotidiano di Padellaro, il questore Bonetti si giustifica così: "Io non ho assegnato il cellulare alla segretaria di Bersani, ma a una dipendente della Regione che lo usava per aiutarci a svolgere meglio il nostro lavoro".

Marotta: perdo i miei libri e Caldoro non mi riceve

Corriere del Mezzogiorno

L'avvocato: «Il 28 ottobre riconsegnerò le chiavi del deposito dove sono custoditi 10 mila volumi»


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NAPOLI — «È una nuova spoliazione terribile per Napoli. Questa città ha storicamente subito perdite immani di libri preziosi, da quelli di Alfonso d'Aragona fino ai rarissimi codici dei Girolamini. Le biblioteche napoletane sono votate alla distruzione e ora, dopo tutte le promesse che mi sono state fatte, quella dell'Istituto studi filosofici inizia a essere smembrata». L'avvocato Gerardo Marotta si aggira desolato nei sotterranei di via Monte di Dio dove sono conservati circa diecimila volumi.

Proprio queste sale piene di scaffali, colme di carte fino all'inverosimile, dal 28 di questo mese gli saranno precluse. L'avvocato dovrà riconsegnarne le chiavi al proprietario a cui l'Istituto non è più in condizione di pagare l'affitto. È il primo atto concreto di un dramma annunciato da tempo. Ma i libri andranno persi? «Se il proprietario ci farà entrare potremo ancora consultarli, ma per quanto tempo? E poi cosa accadrà? Il nostro padrone di casa vuole rientrare in possesso dei locali, ma seppure avessimo dove portare questa immensa mole di volumi, chi si accollerebbe il costo del trasloco?».

Dell'allarme biblioteca si parla da quando l'Istituto ha dovuto trasferire alcune casse di libri in un deposito di Casoria. Il Comune di Napoli offrì la disponibilità dell'Albergo dei Poveri per conservare i libri. «Ma dopo un sopralluogo constatammo che non c'erano le condizioni. Per custudire i volumi ci vogliono alcuni requisiti: una scaffalatura capiente, la guardiania e la mancanza di umidità. All'Albergo dei Poveri c'erano già infiltrazioni d'acqua. Come si poteva accettare?». L'avvocato continua a sfiorare con delicatezza i volumi, accarezza le copertine, rilegge titoli, ciascuna pubblicazione gli ricorda un pezzo di storia del «suo» Istituto.

Marotta ha voluto «salutare» di persona i libri in pericolo, procedendo a piccoli passi e con fatica, ma con il solito piglio combattivo e giacobino. Prima della discesa, sotto il portone di Palazzo Serra di Cassano è stato festosamente travolto da torme di studenti: ieri si inaugurava una mostra sulle Quattro giornate di Napoli e la partecipazione dei ragazzi alle iniziative dell'Istituto è stata come sempre molto significativa. Quasi miracolosamente Palazzo Serra di Cassano continua a svolgere attività culturali, più o meno a costo zero, con alle spalle debiti pregressi dovuti in gran parte ai mancati pagamenti dei fondi previsti. «Molti studiosi stranieri ormai si pagano tutto da soli, perfino il taxi. Ma a numerosi seminari abbiamo dovuto rinunciare. Per esempio è la prima volta dopo vent'anni che non invitiamo Remo Bodei».

Saliamo al primo piano di un altro edificio di Monte di Dio, anche qui l'avvocato non rinuncia a una ricognizione personale e si inerpica sulla ripida scala a chiocciola. Questi locali sono ancora in mano all'Istituto ma su di un tavolo fa bella mostra di sé un pacco di libri pignorati. «Naturalmente sono i più preziosi, anche del Settecento». Le sale si aprono una nell'altra e mostrano il loro prezioso fardello. In realtà la destinazione finale dei volumi è stata da tempo individuata: si tratta dei locali regionali dell'ex Coni in piazza Santa Maria degli Angeli, dove peraltro sono in corso i lavori. «Ma rischiamo di arrivare tardi, quando i libri non ci saranno più: per quei lavori che sono di consolidamento strutturale occorrono anni, ma non possiamo pagare il fitto di tutti questi depositi fino a che non sarà pronta quella sede.

E dire che il presidente Caldoro non ha mai voluto ricevermi... ho cercato molte volte di ottenere un appuntamento, ma invano. Mi avrebbe fatto piacere parlargli di persona». E il ministero? Bray non è stato borsista dell'Istituto? Non è sensibile alla sua sorte? «So che aspetta una relazione sullo stato delle cose, ma anche lì i tempi sono lunghi». Con il Miur invece l'Istituto ha in corso un contenzioso per l'esclusione da un bando di finanziamento per dodici milioni di euro nel 2002.

Il Tar del Lazio prima e il Consiglio di Stato poi, con sentenza passata in giudicato, hanno riconosciuto le ragioni dell'Istituto e giudicato illegittima l'esclusione. Dunque Marotta dovrà essere ricollocato nella graduatoria del bando e ricevere un risarcimento. Ma anche questi soldi, più di dieci milioni di euro che potrebbero sanare la situazione dell'Istituto, stentano ad arrivare. E a minacciare la sopravvivenza del prestigioso istituto culturale prima di tutto il debito verso l'Agenzia delle Entrate e l'Inps (in gran parte già rilevato dall'Equitalia) che, da solo, ammonta ad oltre cinque milioni di euro.

Poi ci sono appunto i costi delle locazioni dei depositi per il patrimonio librario. «Inoltre l'Istituto è stato privato del tutto dei contributi nel 2010, nel 2011 (con la sola eccezione di un finanziamento pari a poco più del 30 per cento dell'ammontare del contributo per il 2009), nel 2012 e, finora, anche nel 2013, e ciò a differenza di altre istituzioni alle quali il contributo annuale è stato solo ridotto, e in genere in misura non superiore al 30 per cento.

Eppure riusciamo ancora ad attrarre a Napoli grandi studiosi, la politica però non lo capisce più». Infine, uscendo dai locali ingombri, Marotta lancia un messaggio di solidarietà con la libreria Guida di Port'Alba, alle prese con analoghe difficoltà economiche. «Le librerie non dovrebbero mai chiudere, quella di Guida con la sua Saletta Rossa è un luogo storico, dove si è fatta cultura. Sono triste anche per loro».

18 ottobre 2013

La madre della Bonev: "Mia figlia non conosce la differenza tra realtà e finzione"

Sergio Rame - Ven, 18/10/2013 - 09:38

Anche la madre della Bonev non crede ai racconti della figlia. E in una intervista all'emittente Btv: "Mi vergogno per quello che ha fatto"

Michele Santoro ha riportato sotto i riflettori dei media Dragomira Boneva, in arte Michelle Bonev, autrice del film Goodbye Mama, il lungometraggio che ha vinto un premio per cortometraggi all’ultima mostra del Cinema di Venezia.

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Dal palco di Servizio Pubblico l'attrice è tornata a gettare fango contro Silvio Berlusconi, accusandolo di essersela portata a lettop perché lei voleva "solo produrre una fiction", e Francesca Pascale. Ma cosa c'è dietro alle panzane raccontate ieri sera se non il solito teatrino orchestrato per colpire mediaticamente il Cavaliere?  Persino la madre della giovane bulgara non ha mai fatto mistero sui dubbi nutriti riguardo alla veridicità dei raccontati fatti dalla figlia ai media.

Goodbye mama racconta una storia di abbandono. Una sorta di addio cinematografico alla madre in un ginepraio di bugie e contraddizioni per inguaiare Berlusconi e raccimolare uno scampolo di notorietà e chissà cos'altro. Perché la parte recitata ieri sera da Santoro sa proprio di farsa. D'altra parte la farsa della Bonev non è mai finita. Si era solo interrotta per alcuni mesi. In una intervista rilasciata alla televisione locale Btv nel dicembre del 2010, era stata la stessa signora Yaneva a raccontare la carriera della figlia Dragomira a Varna, l’ex città dedicata a Stalin che si affaccia sul Mar Nero.

"Non c’è soltanto sconforto nelle parole di mamma Yaneva, ripudiata dall’ex ragazzina diligente e studiosa che un giorno partì per l’Italia con 20 dollari bucati e le scarpe rotte", spiegano i giornalisti della Btv. "Ho accettato l’incontro con voi perché soffro e mi sento offesa - racconta la signora Yaneva - Dragomira non fa differenza tra la realtà e la finzione. Leggo che io per lei rappresento il demone. Provo un dolore immenso per questo. Fino dieci anni fa non ero il diavolo. Eravamo molto vicine e vi posso far vedere centinaia di foto con lei in Italia che lo dimostrano. Prima tornava spesso in Bulgaria, io andavo spessissimo da lei in Italia. Tutto andò liscio fino al Capodanno del ’99 quando Dragomira mi invitò con la mia figlia piccola a Miami". E continua: "Eravamo state invitate per festeggiare insieme il Natale. 

Dragomira si prendeva cura della mia figlia piccola, questa era solo la scusa per ottenere il visto americano. Eravamo state invitate per tre settimane, ma alla fine della seconda è successo qualcosa: ci caricarono come due pacchi su un aereo e spedite indietro in Bulgaria". La madre dell'attrice racconta anche del compagno Giuseppe con cui avevano trascorso alcuni giorni a Fort Lauderdale, sulla barca di un ricco americano. "Vorrei credere che Dragomira abbia guadagnato come attrice, ma anche io ho letto nei giornali che con Giuseppe avevano un’agenzia per modelle russe a Milano. Sembra una pazzia, vero? Ma non è una pazzia tutto questo casino che è riuscita a scatenare, coinvolgendo due governi, ministeri interi, ministri…", continua la donna ammettendo di vergognarsi della figlia "per quello che ha fatto".

La Bonev non si sarebbe dimostrata una brava figlia. Alla signora Yaneva non sono andati giù né Goodbye mama né il libro che ha ispirato il film, Alberi senza radici. Perché i soprusi nell’infanzia di Dragomira sono tutti inventati. Non c'è nulla di vero. "Probabilmente mia figlia non sapeva cosa inventarsi per il suo libro - spiega la donna - per questo ha raccontato la bugia che la sua nonna è stata maltrattata e mandata contro la sua volontà in un manicomio orrendo. La verità è che quando si è ammalata mia madre anziana, nessuno mi ha chiesto come stessi e se avessi bisogno di qualcosa". E conclude: "Mi sono presa cura di lei assolutamente da sola, fino a quando non ho cominciato a avere dei problemi di salute anch’io e ho deciso di cercare aiuto".

Bimbi multati ai giardini perché giocano a palla

La Stampa
beppe minello


I vigili urbani: ci hanno costretti a farlo i padroni dei cani



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Ci sono momenti nei quali anche di fronte alla più eclatante castroneria è difficile, se non impossibile, tornare indietro. È accaduto ieri mattina a due vigili urbani in servizio nei giardini Cavour. I due hanno scelto di cedere alla burbanzosa minaccia di venire denunciati da alcuni proprietari di cani sorpresi con le loro bestiole senza museruola e guinzaglio, se non avessero applicato la stessa severità a un gruppo di alunni della vicina «Tommaseo» impegnati nell’altrettanto vietatissimo gioco della palla: «Avete multato noi, ora dovete multare anche loro. Altrimenti chiamiamo i carabinieri». Gli sventurati, evidentemente sprovvisti del manzoniano coraggio, hanno ceduto. 

Cento euro di multa
Risultato: cento euro di multa alla sbalordita maestra Sabbatino della terza D e imbarazzo nella caserma di via Giolitti dove sono acquartierati i due vigili e su su fino al comando di via Bologna dove, è certo, un altrettanto costernato comandante Gregnanini si starà scervellando per uscire dall’imbarazzante cul de sac in cui l’hanno inopinatamente infilato i suoi uomini. Perché una multa è una multa e non c’è buonsenso che valga per cancellarla legittimamente. Oltretutto, gli scatenati, si fa per dire, bambini della terza D - una ventina e tutti tra i 7 e gli 8 anni - neanche utilizzavano uno di quei bei palloni di cuoio che se ti beccano bene di mandano lungo e disteso. Ma una soffice palla-schiuma che già dal nome incute tenerezza. Dunque, verso le 11, i bambini, che s’erano comportati particolarmente bene in aula, sono comparsi nei giardini perché premiati dalla maestra con un’uscita fuori programma: «Una cosa normale - spiega la dirigente Lorenza Patriarca, 50 anni, da 10 alla Tommaseo e da 20 nella scuola - perché quei giardini li consideriamo il nostro cortile da sempre. Ci vanno tutte le classi nell’intervallo, tranne i primini».

Il giardino di tutti
La «Tommaseo», storica Elementare che ospita 450 bambini divisi in venti classi, 15 delle quali a tempo pieno, il cui retro, da cui sono usciti ieri i bambini, è conosciuto ovunque perché è l’esterno del Liceo Caravaggio nella fiction tv «Fuori classe» con Luciana Litizzetto protagonista, è infatti povera di cortili. È vero, nei giardini Cavour, storica testimonianza della Torino sabauda, è vietato tutto: giocare a palla, correre in bici, portare i cani non al guinzaglio e via a vietare. Ma tutti giocano, corrono e abbaiano. E vanno in bici, visto che c’è pure una stazione del bike-sharing. Ieri, i vigili sono arrivati determinati a risolvere il problema-cani, il più molesto, pare. Ma non hanno fatto i conti con i padroni che hanno minacciato di chiamare i carabinieri e di accusarli di omissioni d’atti d’ufficio se avessero ignorato i fuorilegge in brachette corte che correvano e giocavano lì vicino.
«Ma sono bambini... come si fa?».

«Allora multate la maestra: è lei la responsabile». Imbarazzati, i due vigili hanno compilato il verbale e con la Sabbatino sono andati nell’ufficio della dirigente Patriarca. «Erano imbarazzati - racconta -. Non abbiamo contestato la legittimità dell’infrazione perchè il divieto c’è, anche se per scoprirlo siamo dovuti andare a leggerlo, e per la prima volta, su un totem verde che avevamo sempre ignorato. I giardini vent’anni fa erano pieni di tossicodipendenti e spacciatori, poi grazie alle scolaresche, alle mamme e alle famiglie che li hanno riempiti di vita sono diventati belli e sicuri. Mi chiedo però che messaggio passi ai bambini: noi li educhiamo alla legalità, spieghiamo loro che le leggi sono cose giuste, qui invece si trovano di fronte all’assurdità e al non senso. Non c’è stato niente da fare, non potevano più tornare indietro. Ricorreremo».

Manometri starati nei distributori italiani: con pneumatici sgonfi sicurezza a rischio

Il Messaggero
di Giulio Mancini

Indagine dell'Aci su 298 stazioni di servizio. Il difetto ha gravi ripercussioni anche sui consumi. Il alcune stazioni l'errore sfiora i 2 bar. Molti degli incidenti sono causati da questo problema.



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ROMA - Nove manometri su dieci delle stazioni di servizio sono imprecisi e non regolano la giusta pressione degli pneumatici delle auto. Con conseguenze negative sul consumo del carburante oltre che sulla sicurezza della circolazione.E' il dato che emerge dall'indagine condotta dall’Automobile Club d’Italia e da SicurAUTO.it, nata a seguito del protocollo d’intesa pluriennale che vedrà collaborare le due organizzazioni riguardo alla sicurezza stradale e la tutela degli automobilisti. Il 90% dei manometri nelle stazioni di servizio urbane, extraurbane ed autostradali è impreciso o presenta un grande margine di errore ai fini della sicurezza.

Su 298 stazioni di servizio controllate con un tour di 3.051 km, il 39% lascia gli pneumatici pesantemente sgonfi pur indicando una pressione conforme a quella indicata sul libretto di manutenzione dell’auto, mentre il 36% li gonfia più del dovuto. Solo il 10% del campione esaminato è preciso e affidabile. La diffusione maggiore di dispositivi starati, controllati con un manometro certificato e fornito da Wonder S.p.A., si registra al Centro Italia (86,5%) e al Sud (75,8%). In Campania è stato addirittura trovato un manometro con errore di -1,95 bar mentre nel Lazio +1,2 bar. La staratura media in Italia è di 0,3 bar.

L’indagine ha evidenziato alcune assurdità: in 47 stazioni (16% del campione) i manometri sono rotti o non disponibili, mentre in 10 punti sono addirittura sotto chiave. In 3 aree di servizio bisogna pagare 1 euro per far controllare le gomme e in viale Marconi a Roma il costo sale a 2 euro. L’Automobile Club d’Italia e SicurAUTO.it hanno anche effettuato alcuni test nel Centro di Guida Sicura ACI-SARA di Vallelunga, dimostrando che pneumatici sgonfi di 0,5 bar o sovragonfiati dello stesso valore allungano di 4 metri gli spazi di frenata (test a 70 km/h su utilitaria con gomme 175/65 R15 e asfalto bagnato) ed influenzano negativamente il comportamento della vettura nelle condizioni più critiche, come l’evitamento di un ostacolo improvviso.

Secondo alcuni studi internazionali, 8 automobilisti su 10 viaggiano con gomme sgonfie, sprecando oltre 100 euro l’anno di carburante ed emettendo 144 kg in più di CO2. Circa il 16% dei sinistri in Europa sono imputabili alla pressione non conforme degli pneumatici. Questi dati andrebbero pertanto rivisti tenendo conto di questa indagine, poiché anche il conducente più solerte potrebbe essere tratto in inganno dai manometri presenti nelle stazioni di servizio italiane.


Giovedì 17 Ottobre 2013 - 13:20    Ultimo aggiornamento: 13:40

Scienziato risolve mistero Yeti «È il discendente di antico orso polare»

Corriere della sera

Sykes, ha analizzato il Dna dei peli di due animali sconosciuti, trovati sull’Himalaya. Messner: «Nessuna sorpresa, lo dico da anni»

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Uno scienziato britannico potrebbe aver risolto il mistero dello Yeti, la creatura leggendaria delle nevi: a suo parere si tratterebbe di un discendente di un orso polare vissuto decine di migliaia di anni fa. Bryan Sykes, professore di genetica dell’Università di Oxford, ha analizzato il Dna dei peli di due animali sconosciuti, trovati sull’Himalaya, confrontandolo con un database di genomi animali. Lo scienziato ha scoperto che i campioni hanno la stessa impronta genetica della mandibola di un antico orso polare trovata in Norvegia e risalente ad almeno 40mila anni fa. I test, afferma Sykes, dimostrano che le creature non erano legate ai moderni orsi bruni himalayani, ma che invece discendevano direttamente dall’animale preistorico. «Potrebbe essere una nuova specie, potrebbe essere un ibrido» tra orsi polari e orsi bruni, ha spiegato l’esperto, aggiungendo: «La prossima cosa da fare è andare e trovarne uno».

ABOMINEVOLE UOMO DELLE NEVI - L’anno scorso Sykes fece appello a musei, scienziati e appassionati dello Yeti in tutto il mondo affinché condividessero con lui campioni di peli che si credeva provenissero dalla misteriosa creatura. Uno dei peli analizzati fu prelevato da un presunta mummia dello Yeti trovata nella regione indiana di Ladakh da un alpinista francese 40 anni fa. L’altro era un pelo singolo trovato una decina di anni fa in Bhutan. Il fatto che i due peli sono stati trovati così recentemente e in luoghi così distanti, afferma Sykes, suggerisce che i membri della specie siano ancora vivi. Secondo Tom Gilbert, esperto in antichi genomi del Museo della storia nazionale della Danimarca, non coinvolto nella ricerca, le conclusioni del team dello scienziato britannico sono «una spiegazione ragionevole» degli avvistamenti dello «Abominevole uomo delle nevi» sull’Himalaya.

Professore di Oxford: «Lo Yeti è un orso» (17/10/2013)
LA REPLICA DI MESSNER - La notizia non ha sorpreso l’ex alpinista Reinhold Messner che ha dichiarato:«Lo yeti è un orso? È che novità è? Lo sto dicendo da decenni». Messner ricorda di aver studiato il tema per dieci anni e di aver anche pubblicato un libro. Per il “re degli ottomila” la scoperta scientifica non rappresenta una rivincita. «Sono stato preso in giro per anni da tutti - ha detto -, alpinisti e giornalisti. Dicevano che ero matto e che mi ero fuso il cervello stando troppo in alta montagna. Chi di loro ora mi chiederà scusa? Nessuno, ma questo non importa nulla».

17 ottobre 2013

Calcutta troppo inquinata? Il governo vieta le biciclette

Quotidiano.net

Per migliorare il traffico è stato deciso di vietare biciclette, risciò senza motore, carretti e pulmini trainati da biciclette in 174 strade. Gli ambientalisti sottolineano l’illogicità della misura, a fronte di un peggioramento dell’inquinamento atmosferico in Asia

Roma, 17 ottobre 2013 


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Biciclette vietate a Calcutta, una delle città più inquinate al mondo, per ridurre il traffico. Questa la decisione adottata di recente dalle autorità locali, in una città che conta 14 milioni di abitanti, e che ha sollevato forti proteste da parte di lavoratori e ambientalisti.

Il primo divieto di girare in bicicletta risale al 2008, quando le autorità cittadine lo imposero in circa una trentina di strade, ricorda il Washington Post. Ma il commissario di polizia ha deciso di recente di rafforzare la misura, vietando biciclette, risciò senza motore, carretti e pulmini trainati da biciclette in 174 strade. Sebbene in alcune strade si possa ancora girare su due ruote dopo le ore di punta, gli ambientalisti hanno denunciato come le nuove restrizioni equivalgano a vietare le biciclette in tutta la città.

Gli stessi ambientalisti hanno sottolineato anche l’illogicità della misura, a fronte di un peggioramento dell’inquinamento atmosferico in Asia. “E’ assolutamente fuori pista, devono fare retromarcia - ha detto al Wp Anumita Roy Chowdhury, direttore per la ricerca del Centro per la scienza e l’ambiente di Nuova Delhi - nella nostra parte di mondo, dobbiamo tenere le persone sulle biciclette e sui mezzi pubblici, non costringerle nelle macchine”.

Il divieto ha anche complicato la vita a quanti dipendono professionalmente dalle due ruote, come i lattai. “La prima volta che mi hanno fermato sono rimasto scioccato - ha raccontato al Wp Mehmood Khan, già multato 15 volte - i poliziotti mi dissero che la mia bicicletta era vietata. Cosa posso fare? Non ho alternative, quindi verrò multato e multato e multato ancora”.

L'Europa unita si dividerà tra Stati padroni e vittime"

Dino Cofrancesco - Gio, 17/10/2013 - 10:10

La profezia del filosofo liberale Raymond Aron sul superamento delle nazioni: "Nessuno  accetterà di chiudere le proprie fabbriche in nome del Vecchio Continente"

 

Un luogo comune duro a morire vede nel liberalismo una filosofia politica coerente, relativamente semplice, fondata su pochi principi fondamentali - riconducibili all'individualismo, al primato della libertà e al ruolo ancillare dei diritti - e caratterizzata da un uso critico della ragione che la immunizza dalle grandi semplificazioni di cui si nutre la sindrome totalitaria.

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In realtà, il mondo e la storia sono molto più complessi di quanto non ritengano i tanti Simplici liberali del nostro tempo. Come ci sono democrazia e democrazia, socialismo e socialismo, fascismo e fascismo, così c'è liberalismo e liberalismo: a voler individuare un comune denominatore per quanti si richiamano ai padri della società aperta, da Locke a Isaiah Berlin, ciò che viene in mente è solo una definizione negativa ovvero la netta e irriducibile contrapposizione a quanti - in nome di Dio, della Natura, della Storia - restringono i diritti di libertà, sacrificando la vita e la felicità degli individui. Su molte questioni cruciali, invece, i liberali restano divisi e persino portati a scomunicarsi a vicenda. Si pensi a quanti, nelle loro analisi della Costituzione e del sistema politico nordamericano, esaltano in Thomas Jefferson l'espressione del vero liberalismo, giudicano i suoi avversari, Alexander Hamilton e James Madison, statalisti e giacobini e fanno del democratico Abraham Lincoln un protonazionalista.

Questa premessa storico-culturale era necessaria per far comprendere l'originalità, e diciamo pure l'inattualità, della raccolta di scritti di Raymond Aron, Il destino delle nazioni. L'avvenire dell'Europa a cura di Giulio De Ligio e con Prefazione di Alessandro Campi, edita da Rubbettino. Come i grandi pensatori dell'Ottocento, da Tocqueville a Marx, Aron si tiene lontano dalle astrazioni, rifuggendo da ogni teoria normativa che fissi il chiodo al quale appendere le regole di una Giustizia dedotta dalla Ragione. Sono i fatti, la storia, la vita reale vissuta dagli uomini in carne ed ossa a mettere in moto la sua intelligenza, a fargli avanzare ipotesi interpretative sempre caute ma spesso lungimiranti, a tenerlo in continuo dialogo con i classici del pensiero politico che sono tali proprio per il continuo cimento con l'esistenza umana nella varietà inesauribile delle sue determinazioni.

Allergico a ogni trionfalismo europeista, diffidente verso quanti sostituiscono all'uomo nero della protesta proletaria - il capitalista - il (presunto) Moloch dello stato nazionale, reso responsabile di tutte le tragedie del secolo breve, Aron è un liberale a tutto tondo consapevole che le forme di governo (liberalismo, democrazia, socialismo, conservatorismo) non si realizzano nel vuoto, grazie al fiat della ragion pura, ma stanno sul suolo della comunità politica che nella vecchia Europa è lo Stato nazionale. Come scrive in un saggio del 1974, «in realtà, chiunque abbia conosciuto l'esperienza della perdita della propria collettività politica ha provato l'angoscia esistenziale (fosse anche temporanea) della solitudine; che cosa resta in realtà all'individuo, nei periodi di crisi, dei suoi diritti umani quando non appartiene più ad alcuna collettività politica?».

Gli interessi in senso lato - il piano della società civile - non hanno mai unito gli individui e le tribù: senza un progetto politico, senza valori che stiano al di là della tecnica e del mercato, si stipulano accordi, anche stabili, fondati sulla reciproca convenienza ma non si fondano quelle realtà corpose per le quali si è disposti a dare la vita. «Non si creano le patrie a comando. È facile dire, ed è vero in astratto, che gli Stati nazionali sono anacronistici perché sono incapaci di assicurare da soli la propria difesa. Ma i sentimenti dei popoli non si trasformano alla velocità del progresso industriale.

Le passioni nazionali passano per essere in via di estinzione (ancorché le rivalità sportive bastino a riaccenderle), ma esse sono rimpiazzate da passioni ideologiche. I francesi indifferenti al destino della Francia in quanto tale sono o i comunisti che amano la patria dei loro sogni e l'impero in cui trionfa la loro religione, o quelli che hanno solo delle preoccupazioni personali. L'idea europea è vuota; essa non ha né la trascendenza delle ideologie messianiche né l'immanenza delle patrie carnali. È una creazione di intellettuali, il che ne rivela allo stesso tempo l'opportunità per la ragione e la debole risonanza nei cuori».

Aron non si nasconde certo la crisi in cui le due guerre mondiali hanno gettato l'Europa, né l'utilità di forme di cooperazione tra i vecchi stati del continente (personalmente si era battuto per la CED, l'esercito europeo naufragato sul veto francese). È l'implacabile realismo che mai gli dà tregua a fargli scorgere sempre il rovescio della medaglia contro i facili ottimismi. Scrive,ad esempio, a proposito dei vantaggi del mercato comune europeo: «Si può dire che un'unità economica tragga globalmente vantaggio dall'allargamento del suo spazio.

Non si può invece dire che tutte le parti di quella unità ne beneficino allo stesso modo, e non si può dire che nessuna delle parti della nuova unità sarà colpita dalla creazione dell'insieme superiore: il Sud degli Stati Uniti è stato per decine d'anni vittima del mercato comune degli Stati Uniti, e il Sud dell'Italia si è deteriorato in seguito all'unità italiana. In qualsiasi unità economica nazionale l'industria tende a concentrarsi in certe regioni. La stessa concentrazione rischia di prodursi nell'unità europea: una data nazione, o una data regione dell'una o dell'altra nazione, rischia di esserne vittima». Da nessuna parte, aveva scritto nel 1957, «la chiusura delle fabbriche in nome dell'Europa sarà accettata».

Leggere Aron è, mutatis mutandis, un po' come leggere Montaigne: ciò che perde il cuore in fatto di illusioni viene compensato dalla lucidità di uno sguardo educato da quell'«umanesimo virile» e pessimista che, per Aron, assieme al cristianesimo, era alle origini dello spirito europeo.

Il giudice: gli animali restino alle Cornelle

Corriere della sera


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Gli animali delle Cornelle non sono stati importati illegalmente e la confisca va quindi revocata: lo ha deciso il giudice Donatella Nava, in un’ordinanza nella quale si specifica, però, che per 34 esemplari su 57, mancano ancora le autorizzazioni a scopo commerciale, ovvero per l’esposizione in un luogo, come il parco, dove il pubblico paga per entrare. Nel complesso, comunque, i familiari del fondatore Angelo Ferruccio Benedetti, scomparso l’11 novembre del 2011, hanno vinto la loro battaglia contro la procura della Repubblica di Bergamo, al termine di una vicenda giudiziaria (salvo ricorsi del pubblico ministero) che era iniziata nel 2009.


Angelo Ferruccio Benedetti era finito sotto processo perché, per circa una settantina di animali, sequestrati preventivamente in attesa del giudizio, mancavano le cosiddette autorizzazioni ministeriali Cites: si tratta di atti che certificano la provenienza regolare e gli scopi della detenzione degli esemplari, nel rispetto di una convenzione internazionale sulla protezione delle specie. E la legge italiana prevede che senza quei documenti scatti quasi automaticamente l’accusa di traffico illecito. L’imputato, però, era deceduto. E il primo colpo di scena era arrivato il 24 maggio del 2012: il giudice Nava, proclamando l’estinzione del procedimento penale, aveva disposto la confisca di tutti gli animali ancora sotto sequestro, «previo rilascio delle autorizzazioni Cites».

Quindi: o il ministero vi rilascia quegli atti o gli esemplari non possono restare alle Cornelle. Il ricorso dei Benedetti, in particolare dell’attuale titolare delle Cornelle, Emanuele, era stato immediato, tramite l’avvocato Emilio Gueli. La Corte d’Appello aveva però rimandato tutto al giudice Nava, invitandola a convocare un incidente d’esecuzione con entrambe le parti: la procura e la proprietà del parco. In quella sede il giudice ha avuto modo di approfondire al meglio la vicenda. Una prima verifica ha portato il conteggio degli animali sottoposti a sequestro (per il procedimento a carico di Angelo Benedetti) a 57 esemplari. Di questi, 23 fenicotteri, si legge nell’ordinanza, erano stati sequestrati per errore dalla procura, e la confisca può essere quindi revocata in via definitiva.

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Per i restanti 34, sostiene il giudice, è stato accertato che le Cites mancano (tuttora), per aspetti di carattere commerciale, ovvero per quanto riguarda l’autorizzazione ad esporli al parco. Ma non ci sono dubbi, invece, sulla «lecita provenienza»: si tratta anche di tigri, coccodrilli e un elefante. Sono parole di peso, di un giudice appunto, con le quali Emanuele Benedetti si presenterà in sede ministeriale per ottenere in via definitiva le autorizzazioni previste dalla legge. Gli ostacoli potrebbero essere rappresentati o da un ricorso della procura o da nuove informative del Corpo Forestale, che si era mosso direttamente da Roma per le contestazioni alle Cornelle.

«Ho sempre sostenuto che gli animali non li avevamo presi chissà dove - commenta Benedetti -. La provenienza era sempre stata documentata e certa. Che poi ci siano stati degli errori materiali, magari negli atti, può darsi, ma da lì alle accuse penali ce ne passava. Penso che questa ordinanza del giudice sarebbe stata una bella soddisfazione per mio padre».

17 ottobre 2013

Gerusalemme, guerra per il maxi-traliccio che incombe sul giardino del Getsemani

Corriere della sera

La società elettrica israeliana ha innalzato vicino al luogo sacro al Cristianesimo un gigantesco pilone per rifornire i coloni

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GERUSALEMME – Un traliccio elettrico proprio accanto al Giardino del Getsemani, ai piedi del Monte degli Ulivi a Gerusalemme, rischia di trasformarsi in un’ombra all’imminente incontro tra Papa Francesco e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in visita a Roma la prossima settimana. La questione va avanti da più di un anno e mezzo, da quando cioè la società elettrica israeliana ha innalzato a pochi passi dalla Basilica dell’Agonia, uno dei luoghi più sacri al Cristianesimo, un gigantesco pilone che serve a rifornire una colonia ebraica insediata nella parte est di Gerusalemme, la zona araba.

«OSTACOLA LA VISTA» - Stando alla ricostruzione del quotidiano israeliano Haaretz, coloni hanno chiesto di essere staccati dal distretto elettrico di Gerusalemme che fornisce energia ai residenti palestinesi. La Custodia di Terra Santa, la comunità francescana che da quasi otto secoli si occupa dei luoghi di culto su mandato papale, si è opposta alla costruzione, impugnando quella che ritiene un’autorizzazione comunale illegittima. «L’enorme traliccio impedisce la vista della Città Vecchia dal giardino dove i pellegrini vengono a pregare» argomenta l’esposto presentato dai legali della Custodia di Terra Santa.

IL GIUDICE: «NON SAREBBE ACCADUTO CON IL MURO DEL PIANTO» - Ma oltre al pilone, la compagnia elettrica ha aggiunto un trasformatore e la polizia alcune telecamere di sorveglianza che contribuiscono a devastare il panorama, unico e struggente, che dall’orto dove Gesù si ritirò in preghiera prima di essere arrestato, si apre sulle mura della vecchia città, il Monte del Tempio, il Duomo della Roccia, con la sua cupola dorata. Ieri un giudice del tribunale distrettuale di Gerusalemme, Yoram Noam, ha convenuto che le lamentele sono fondate: «Il Comune non avrebbe dato la stessa autorizzazione se si fosse trattato del Muro del Pianto - ha osservato, criticando la dislocazione del traliccio -. Chiunque lo veda si chiede che cosa ci stia a fare lì».

RIMPALLO DI RESPONSABILITA’ - Ma il Comune, chiamato in causa, rimbalza la scelta sulla società elettrica: «È lei che determina le esigenze della fornitura», accettando però di aprire una trattativa per spostare il polo elettrico. All’udienza era presente anche il custode vicario, padre Dobromir Jasztal, che ha accolto la proposta di trovare una soluzione extragiudiziale. La questione è stata adesso inoltrata all’esame di una «Commissione distrettuale di appello». Ma la stampa israeliana si chiede che cosa accadrà se il traliccio sarà ancora allo stesso posto quando il Papa visiterà la Terra Santa.

17 ottobre 2013

Contratti a progetto e pomodori Le seconde vite degli ex Parmalat

Corriere della sera

I vertici della multinazionale dieci anni dopo il crac

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PARMA - Ospedale Maggiore di Parma, terzo piano di un vecchio padiglione, corridoio vuoto, non è orario di visite. La stanza, singola, è chiusa. Toc toc: «Avanti». Dietro la porta Calisto Tanzi è seduto a un tavolino. È un vecchio signore che tra un mese compie 75 anni, fatica a parlare. È il principale responsabile di uno dei più grandi crac della storia. Sta scontando la sua pena, gli ultimi 3 anni degli 8 per aggiotaggio, agli arresti domiciliari presso l’ospedale di Parma. Per la bancarotta è stato condannato in appello a 17 anni e 10 mesi ma la Cassazione deve ancora pronunciarsi. Potrebbe tornare in carcere. A 25 minuti d’auto dall’ospedale, a Casale di Mezzani, persa in mezzo alla campagna, ha sede la Prisma, un’azienda che fattura 14 milioni con le porte automatiche per ascensori. Fausto Tonna, 61 anni, direttore finanziario della Parmalat che fu, lavora qui con un contratto a progetto.

Ama la stampa quanto un orso la pedicure. Però questa volta scende dall’ufficio, apre la porta della sala riunioni e parla. «Ma non voglio sentire i nomi degli ex Parmalat. Non ce n’è stato uno, dico uno, che non abbia cercato di scaricarmi addosso le proprie colpe».Tanzi e Tonna, T&T. Dieci anni fa questo era il vertice di una multinazionale presente in 30 Paesi con 36 mila dipendenti e 6,2 miliardi di fatturato «vero» (i 7,6 miliardi dichiarati erano «pompati»). Nell’ottobre 2003 T&T erano già consapevoli che il palazzo stava crollando, come poi avvenne a dicembre. La leggenda dei 3,95 miliardi di liquidità stava frantumandosi contro una realtà nascosta per anni: la Bonlat di Cayman era vuota, una discarica di falsi. Oggi la Parmalat è dei francesi di Lactalis e qualcuno pronuncia Collecchio con l’accento sull’ultima vocale.

«Passo le giornate a guardare la tv - dice Tanzi - ma faccio fatica a leggere i giornali, non sono tanto lucido». Pantaloni sportivi, scarpe da ginnastica, camicia scura e una felpa nera di un marchio low cost. Cammina da solo, lentamente. Non ha voglia di parlare, non può, è pur sempre agli arresti. Non ci sono i suoi avvocati che lo scortano né un piantone che lo sorveglia. Accenna un sorriso quando gli si parla del Parma Calcio ma se l’argomento è il crac si ritrae, toccandosi la fronte come a mimare un tormento che gli mangia il cervello. Meglio l’ospedale del carcere, comunque. «Qui mi vengono a trovare moglie e figli». Due passi fino a un ascensore di servizio. Potrebbe prenderlo anche lui e sparire. Saluta e torna in camera.

«In carcere eravamo in molti nello stesso braccio - racconta in un ufficio del centro di Parma uno dei protagonisti di quella sciagurata stagione -; Stefano (il figlio di Tanzi, ndr ) spesso piangeva, Tonna smadonnava, un altro tentò il suicidio, ma fuori di lì nessuno ha mai saputo nulla». Non vuole che il suo nome sia accostato, ancora una volta, al crac.Di amicizie ne sono rimaste poche, la vicenda ha lasciato un deserto. «Io certa gente di Parmalat con cui credevo di essere amico - aggiunge - adesso la schivo come le “pocce”, le pozzanghere». «Però - afferma un altro degli uomini che fu più vicino all’ex patron Parmalat - succedono anche cose senza senso: per la festa dei cent’anni del Parma Calcio c’è stata la rimozione imbarazzata dell’epoca d’oro, come un’ombra, come se il crac avesse cancellato anche i meriti di chi lavorò per vincere una Coppa delle Coppe, le due Uefa, la Supercoppa».

Stefano Tanzi, 45 anni, lavora in provincia di Reggio Emilia alla Ceramiche Ricchetti, grande azienda che fa capo agli eredi di Oscar Zannoni. La sorella Francesca si occupa di agenzie di viaggio a Padova, dove vive. L’ex numero 3 del gruppo, Luciano Del Soldato, 54 anni, 6 di condanna, ha chiesto l’affidamento ai servizi sociali. Nel frattempo ha trovato un posto in un’azienda dei dintorni di Parma con un ruolo, si dice, di notevole responsabilità gestionale.

Gianfranco Bocchi è il capo contabile che su ordine di Tonna si portò a casa pacchi di carte compromettenti e li distrusse, «in parte mettendole nel tritacarne - raccontò ai pm -... e qualcosa ho sparso nei cassonetti di tutta la provincia». Si era però tenuto i cd-rom di backup. Oggi Bocchi lavora a due passi da Collecchio, nell’amministrazione della Rodolfi Mansueto, un’antica industria di trasformazione del pomodoro. Domenico Barili, 80 anni, ex direttore commerciale (8 anni di condanna) e Luciano Silingardi, 73 anni (7 anni e 8 mesi) ex commercialista di Tanzi, amministrano il patrimonio di famiglia, quello rimasto fuori dall’ondata di sequestri.

«Io - dice Tonna - cerco di darmi da fare, di uscire dal passato. Vivo dignitosamente con un contratto a progetto, abito sempre a Collecchio, ho tutto sotto sequestro e non rinnego il mio passato alla Parmalat: è stato felice ed è rimasto felice. Ma voi giornalisti mi avete preso di mira fin dal dicembre 2003. Non mi sento né colpevole né innocente, ho cercato di salvare un’azienda senza fini di guadagno personale». Già ma chi aveva messo Parmalat in condizione di dover essere salvata? «Andate a vedere chi sono i reali responsabili».Se l’oblio è un diritto e il tempo posa una patina di indulgenza su tutto, i numeri ristabiliscono l’equilibrio.

Parmalat era già in default dai primi anni 90, nel frattempo, per «salvarsi», ha prodotto falsi in bilancio su scala industriale, accumulato 14,5 miliardi di debiti ed è crollata distruggendo il risparmio di decine di migliaia di investitori. Dieci anni fa, in questo periodo, l’agenzia di rating Standard & Poor’s giudicava il titolo Parmalat non speculativo (investment grade). Nel 2003 su 90 studi degli analisti di Borsa solo 14 consigliavano di vendere. Il 17 novembre la grande banca Usa Citigroup invitava i suoi clienti ad acquistare titoli Parmalat perché «è un’azienda che ha fondamentali attraenti e prospettive di crescita nel 2004-2005». Non si sa che lavoro faccia oggi l’estensore di quel report.




17 ottobre 2013

Piazza Fontana, gip archivia indagine sulla doppia bomba

Luca Fazzo - Lun, 30/09/2013 - 18:37

A 44 anni dalla strage archiviata l’ultima indagine sull'attentato che causò 17 morti e 88 feriti

 

Una inchiesta contro ignoti, nata con poche speranze e finita in una archiviazione. L'ultimo tentativo giudiziario di aggiungere tasselli di verità alla ricostruzione della strage di piazza Fontana si arena ufficialmente oggi, a quasi 44 anni di distanza dal massacro che segnò l'inizio della strategia della tensione.

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Il giudice preliminare Fabrizio D'Arcangelo, accogliendo la analoga richiesta della procura di Milano, archivia il fascicolo aperto due anni fa, quando alcune testimonianze, piuttosto vaghe a dire il vero, ed il libro di un giornalista avevano cercato di riaprire il caso. A sostegno della riapertura dell'inchiesta si era mosso il comitato dei parenti delle vittime della bomba che il 16 dicembre 1969 seminò la morte nella Banca nazionale dell'Agricoltura. Ma l'opposizione del comitato dei parenti è stata respinta dal gip. L'idea di fondo del libro di Paolo Cucchiarelli, reporter investigativo dell'Ansa, era transitata anche nel film di Marco Tullio Giordana "Romanzo di una strage": quella di una doppia bomba, una piazzata per scoppiare a banca chiusa, l'altra - collocata da apparati deviati dello Stato - finalizzata al massacro. Scenario affascinante per alcuni, strampalato per altri.

Ma che comunque non ha trovato alcun riscontro. La vicenda giudiziaria di piazza Fontana rimane dunque quella delineata da un percorso processuale quanto mai tortuoso. Innocente con sentenza definitiva Pietro Valpreda, l'anarchico arrestato pochi giorni dopo; innocenti, anche essi con sentenza definitiva, i neofascisti veneti Franco Freda e Giovanni Ventura; innocenti, infine, gli esponenti dell'ultradestra veneta finiti nelle nuove inchieste degli anni Novanta, che però hanno indicato in Freda e Ventura i registi dell'attentato, senza però poterli incriminare nuovamente (anche perchè nel frattempo Ventura è morto). Riconosciuto colpevole, ma graziato dalla prescrizione, il pentito dell'inchiesta-bis Carlo Digilio, anche lui ordinovista veneto. Unico condannato di tutta la vicenda resta l'ufficiale del controspionaggio Gian Adelio Maletti, condannato per depistaggio. 

Pirateria informatica: oscurati diversi siti tra cui “Pirate Bay”

Corriere della sera

Ennesimo provvedimento di blocco per il sito “The Pirate Bay”, tra i più noti portali internazionali della pirateria, di recente tornato ad essere una tra le piattaforme più visitate per l’accesso a contenuti illegali multimediali (musica, film, serie televisive, software, videogiochi, libri, applicazioni ecc.). Il Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche, in collaborazione con il Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bergamo, ha inibito l’accesso dall’Italia al sito “thepiratebay.sx”, la nuova finestra d’accesso alla c.d. Baia dei Pirati, nonché ad altri quattro fra i domini più frequentati dagli internauti italiani per scaricare file pirata (1337x.org, h33t.eu, extratorrent.com, torrenthound.com.). Pirate Bay, in particolare, nato in Svezia nel 2003, ha subito già numerosi provvedimenti giudiziari in Italia ed all’estero.

Di recente, dopo la condanna penale ed i pesanti risarcimenti inflittigli nel 2010 dal Tribunale d’appello di Stoccolma, ha trasferito la propria sede prima in Islanda e, poi, nell’isola caraibica di Saint Martin. L’operazione, coordinata dal Pubblico Ministero Dr. Giancarlo Mancusi della Procura della Repubblica di Bergamo è stata originata da una denuncia presentata dalla F.I.M.I. (Federazione Industria Musicale Italiana). I siti inibiti, con provvedimento dell’Autorità Giudiziaria, dalle Unità Speciali della Guardia di Finanza, consentivano la distribuzione e la condivisione gratuita in Italia, attraverso la formula peer to peer “Bit Torrent”, di file contenenti, principalmente, musica, film, serie televisive, software, videogiochi.

In sostanza, attraverso i domini in parola si accedeva ad un database online, il più delle volte suddiviso per aree tematiche (musica, film, software, videogiochi, ebook, app ecc.), nel quale sono presenti, complessivamente, ben 15 milioni di file torrent. Lo scambio via internet di file contenenti opere tutelate dal diritto d’autore, è una pratica che costituisce, tuttora, una grave turbativa del mercato legale e che fa venir meno rilevanti introiti per l’Erario. Le attività di questa tipologia di siti pirata generano, infatti, per i gestori, copiosi profitti, soprattutto attraverso la presenza di banner pubblicitari ospitati sulle pagine web.

17 ottobre 2013

Il divorzio breve cancella l'inutile separazione

Luca Fazzo - Sab, 07/09/2013 - 07:06

I dati locali dimostrano che i tre anni di attesa forzata non servono

Sesto piano del tribunale di Milano, il lungo corridoio della IX sezione. Qui finiscono i matrimoni dei milanesi. Sulla porta di un giudice, un cartello invita a presentarsi alle udienze di divorzio «con abbigliamento consono».

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Nei giorni consueti, qui sta in lista d'attesa una umanità dolente e a volte litigante, in attesa che un giudice riconosca in nome della legge la fine che è già stata sancita nei cuori. Numeri rilevanti: nel corso dell'ultimo anno, 9.135 matrimoni si sono dissolti per separazione o per divorzio. Cosa cambierebbe, in questo corridoio desolato, se venisse approvato il referendum radicale che azzera i tre anni di attesa tra separazione e divorzio? Se mogli e mariti potessero riprendere da subito la libertà completa? Presto detto: si tratterebbe di una rivoluzione quasi copernicana. Si risparmierebbero anni di attese, di recriminazioni, di vertenze, e anche di sofferenze.

Zac, un taglio netto, invece dell'interminabile limbo della separazione, questa sorta di matrimonio in coma irreversibile. Il periodo di attesa di tre anni tra separazione e divorzio è previsto dalla legge Fortuna-Baslini, approvata nel lontano 1970, come una sorta di pausa di riflessione obbligatoria prima dell'addio definitivo tra i coniugi. Ma alla prova dei fatti, almeno nel tribunale di Milano, si è scoperto che di questa pausa di riflessione non beneficia quasi nessuno, ed anzi durante questa finestra si generano nuove tensioni.

Le statistiche dicono che circa l'80 per cento delle separazioni si tramuta in divorzi non appena trascorso il tempo di attesa. E non che il restante 20 per cento si risolva in rappacificazioni, dove l'amore creduto morto risorge dalle sue ceneri. No, semplicemente si tratta di separazioni di facciata, che nascondono accordi sottobanco tra marito e moglie per meglio gestire affari e tasse. Ma nelle rotture vere, quando matrimoni lunghi decenni o brevi come sospiri si rompono sul serio, i tre anni di attesa servono solo a peggiorare le cose.

Perché accade che a botta calda, sull'onda dell'insofferenza, uno dei coniugi pur di vedere sciolto il vincolo sia pronto - su pressione dell'altro coniuge o per la moral suasion del giudice - ad accettare condizioni di cui subito dopo si pente: sia per quanto riguarda l'aspetto economico, sia per l'affidamento dei figli. E così poco dopo la separazione si innesca frequentemente un nuovo contenzioso, con richieste di modifica degli accordi appena presi, che intasa la IX sezione.

Molto più semplice - spiegano gli addetti ai lavori - sarebbe se si potesse divorziare subito, senza attese. Il matrimonio avrebbe la sua parola fine, entrambi i coniugi sarebbero liberi di rifarsi una vita. E i tentativi di modificare gli accordi si ridurrebbero sensibilmente. Certo, questo scenario di «divorzio facile» potrebbe proeccupare chi teme conseguenze tipo Las Vegas, matrimoni a raffica che durano un attimo. Ma ci sarebbero comunque le pesanti condanne agli alimenti a frenare i divorzi e i risposi a cuor leggero.

Di una norma che alleggerisca il carico di lavoro, d'altronde, la IX sezione ha bisogno come del pane. Nel corso dell'ultimo anno i giudici coordinati dal presidente Gloria Servetti hanno ridotto di oltre il 18% le giacenze, ma a costo di un lavoro decisamente intenso: tra gennaio e dicembre 2012 sono stati sanciti 3.876 divorzi, di cui 3.202 consensuali, e 5.259 separazioni, di cui 3.971 consensuali

La grande bufala dei lavori socialmente utili

Luca Fazzo - Mar, 06/08/2013 - 07:37

La legge non prevede il volontariato, ma solo l'affidamento ai servizi sociali


Milano - Né con Mario Capanna a occuparsi di genetica a Roma, né a fare il City Angel a Milano, né il pagliaccio di strada nei quartieri spagnoli di Napoli. E nemmeno a lavorare per i comuni di Albenga, di Cavriglia, di Torre Annunziata o per gli altri municipi italiani che in questi giorni si sono fatti vivi - tra il serio, il polemico, il faceto - con la loro candidatura. Il catalogo che ieri riportava l'HuffingtonPost degli enti pubblici e privati che propongono a Silvio Berlusconi di scontare presso di loro l'affidamento ai servizi sociali è una lettura intrigante e significativa.

Ma Comuni, onlus e tutti gli altri - compresi le migliaia che lanciano cachinni su Facebook, proponendo al Cavaliere ospizi per vecchi o ricoveri per Olgettine da redimere - partono tutti da un grosso errore. Perché confondono l'affidamento ai servizi sociali con i lavori socialmente utili. Berlusconi, se così deciderà, potrà chiedere l'affidamento per scontare l'anno di carcere che gli è stato inflitto. Ma la legge carceraria non prevede affatto il volontariato obbligatorio come condizione per ottenere il beneficio.

Certo, come spiegano ieri fonti del tribunale di sorveglianza di Milano, accade a volte che gli «affidati» dedichino un po' del loro tempo a rendersi utili qua e là, in modo da poter inserire queste attività nel loro curriculum, in previsione della valutazione che gli assistenti sociali faranno del loro reinserimento. Ma ci sono molti affidati - la stragrande maggioranza, soprattutto tra i detenuti comuni - che non fanno niente del genere.

Tutto rose e fiori, dunque, il futuro del condannato Berlusconi? Non proprio. Perché se non avrà l'obbligo di aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, si troverà comunque a fare i conti con una robusta serie di restrizioni. Dovrà soprattutto, spiegano gli addetti ai lavori, rendersi conto davvero di non essere più un cittadino libero. Di essere un condannato che sta espiando la sua pena, e che ha degli obblighi da rispettare.

È uno scenario futuribile, perché Berlusconi ancora non ha deciso il da farsi. In teoria potrebbe non muovere un dito, non chiedere nulla: ma a quel punto il 15 ottobre la Procura lo spedirebbe dritto filato agli arresti domiciliari. L'unica via d'uscita, se non arriverà la grazia dal Colle, è la richiesta di affidamento. È una richiesta che andrà formulata con attenzione, perché da essa dipende la vita quotidiana del Cavaliere nell'anno che lo attende da quando - in primavera, si ipotizza - il tribunale di sorveglianza potrebbe dare il via all'affidamento.

Prima questione: dove? Berlusconi ha molte case sparse, e può scegliere liberamente quella dove abitare durante l'anno di prova. Non è necessario che sia quella dove ha la residenza. L'unica condizione è che sia all'interno dei confini nazionali, e sia facilmente sorvegliabile. Ma, una volta scelta, è lì che deve stare. Se sceglierà Arcore, il tribunale di sorveglianza di Milano gli consentirà di muoversi liberamente per tutta la Lombardia. Se sceglierà Roma, a stabilire il suo raggio di movimento saranno i giudici romani, che sono di solito più rigidi, e potrebbero proibirgli di lasciare la città.

In ogni caso, Berlusconi potrebbe chiedere dei permessi per uscire dai «confini» assegnati, ma gli servirebbe l'okay dei giudici, e arrivato a destinazione dovrebbe presentarsi ogni volta alla stazione dei carabinieri più vicina a firmare l'apposito registro: una scena destinata a diventare un tormentone mediatico. Ma dal rispetto degli obblighi nel corso dei dodici mesi dipenderà il parere con cui, alla fine dell'anno l'Uepe - Ufficio esecuzione pene esterne - dirà se il condannato Berlusconi si è reinserito.

Archeologia. «Il mistero dei papiri di Ercolano? A Madrid»

Il Mattino
di Paola Del Vecchio


«In questi tempi in cui si tende a dimenticare il passato, questa mostra è un’occasione per avvicinare il visitatore alla cultura dell’antica Roma. Ricostruiamo virtualmente le singole stanze della Villa dei Papiri, dimora di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino; mostriamo il contenuto della sua biblioteca attraverso la scrittura e la lettura, principali strumenti di trasmissione del sapere. E rendiamo omaggio al re comune, quel Carlo III che non dimenticò mai la sua Napoli».

CatturaPer riscoprire le atmosfere della mitica Villa dei Pisoni bisogna venire a Madrid, nella Casa del Lector - sede della Fondazione German Sanchez Ruipierez - diretta da Cesar Antonio Molina. L’ex ministro di cultura ed ex direttore dell’Istituto Cervantes è un anfitrione d’eccezione per la visita in anteprima della mostra che da domani al 23 aprile, vedrà protagoniste Ercolano, Pompei e Napoli: l’esposizione coordinata dalla Casa del Lector con il Museo archeologico virtuale di Ercolano (Mav), con la Biblioteca Nazionale e del Museo Archeologico di Napoli - dai quali provengono oltre 100 dei reperti archeologici esposti - e il contributo del Museo Arqueologico Nacional di Madrid, la Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, il Patrimonio Nacional e il Museo de Ciencias Naturales Csic.

«L’idea di partenza - spiega Molina - è spiegare come le nuove tecnologie, che tanto amiamo, non nascono dal nulla, ma si sono sviluppate nei secoli intorno alla scrittura e alla lettura. La biblioteca ercolanese, quasi esclusivamente composta da testi di filosofia epicurea di Filodemo di Gadara, è l’unica dell’antichità che si conserva, paradossalmente protetta proprio dall’eruzione del Vesuvio». L’itinerario introduce lo spettatore in una prima parte che racconta il modo di leggere e scrivere nell’antica Roma, attraverso gli strumenti artigianali originali usati - stilus, tavolette cerate, calamai - e soprattutto, i papiri custoditi dalla Biblioteca Nazionale, i rotoli sopravvissuti sotto montagne di cenere. T

Testimonianze del passato che rivivono anche nella spettacolare ricostruzione virtuale fatta dal Mav con installazioni multimediali ad hoc: «Le nuove tecnologie fanno sì che il visitatore possa immergersi in un universo multisensoriale che funziona come una macchina del tempo», osserva Molina. E mentre ci inoltriamo fra pitture e affreschi pompeiani, approdiamo nella sala in cui campeggia l’incredibile macchina dell’abate Antonio Piaggio per srotolare i papiri. È la seconda sezione dell’esposizione, che illustra gli scavi archeologici voluti da Carlo III e i libri del VIII secolo che comunicarono quelle scoperte all’intera Europa.

Qui è esposto l’unico papiro che si conserva integro, il celebre 1493, lungo 3,40 metri, che ha lasciato per la prima volta la Biblioteca Nazionale di Napoli, seguendo meticolose norme di sicurezza, scortato dal direttore Mauro Giancaspro e dai curatori delle sezioni papiri, Sofia Maresca, e manoscritti, Vincenzo Boni. Qui Molina attiva un grande schermo tattile, che riproduce il papiro srotolato e che offre al visitatore la traduzione del testo dal greco antico allo spagnolo. «Concepita per il grande pubblico, questa mostra avrà un effetto di diffusione culturale dei tesori della Campania, che ogni spagnolo dovrebbe conoscere perché parte integrante di un passato condiviso», dice Molina concludendo: «Bisogna ispirarsi alla rilettura della Villa dei Papiri per intravedere una lettura del nostro tempo, e la lettura del futuro».

 
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mercoledì 16 ottobre 2013 - 19:20

Ora c'è anche la prova: per condannare il Cav si sono cambiate le norme

Luca Fazzo - Ven, 20/09/2013 - 08:06

Mondadori, la Suprema corte ammette: De Benedetti doveva chiedere la revoca del verdetto "corrotto". La difesa: "Sentenza ad personam"

 

Avevano ragione gli avvocati di Berlusconi, dice la Cassazione. Lo dice - nel passaggio che ieri viene pubblicato sul sito ufficiale della Suprema Corte - la sentenza che però ha condannato la Fininvest a versare alla Cir di Carlo De Benedetti il colossale risarcimento di 494 milioni di euro.
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Una contraddizione singolare, anche perché il punto su cui la Cassazione riconosce le ragioni del Biscione è uno dei punti cruciali del processo, e riguarda in pieno il diritto della Cir a fare causa al Cavaliere per averle scippato il controllo della casa editrice Mondadori.

Ma la Cassazione aggira l'ostacolo con una acrobazia che introduce nella giurisprudenza italica un concetto del tutto nuovo: e che proprio per questo viene inserito nel cosiddetto «massimario», il catalogo delle decisioni innovative. Ma che questa innovazione arrivi proprio in occasione del più oneroso dei processi al Cavaliere suscita stupore e proteste tra lo staff difensivo Fininvest, che parla esplicitamente di «sentenza ad personam». «È una cosa che fa rizzare i capelli in testa», dice il professor Romano Vaccarella, uno degli avvocati del Biscione.

Il tema del contendere è a suo modo semplice. E ruota intorno alla sentenza della Corte d'appello di Roma che nel gennaio 1991 spianò a Berlusconi la strada per la conquista della Mondadori. Quella sentenza, secondo altre sentenze ormai definitive, fu scritta da un giudice corrotto, Vittorio Metta. Ma quale siano le conseguenze di questo accertamento è tema da giuristi. E i legali di Berlusconi hanno sempre sostenuto: la strada per De Benedetti era chiedere la revocazione della sentenza di Metta, cioè esattamente il rimedio che il codice prevede quando si scopre che una sentenza fu emessa illegalmente, «con dolo del giudice».

Perché De Benedetti non chiese la revoca della sentenza di Metta? Perché non chiese di azzerare la sentenza corrotta, chiedendo che nuovi e onesti giudici valutassero torti e ragioni nella «guerra di Segrate»? La risposta, secondo Fininvest, è una sola: perché se ci fosse stata una nuova sentenza, avrebbe confermato che il controllo della Mondadori spettava alla Fininvest. Per questo, dice il Biscione, De Benedetti ha scelto la strada facile, quella della richiesta di risarcimento dei danni.

La Corte d'appello di Milano, confermando la sentenza emessa in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano, aveva dato ragione alla Cir: la sentenza di Metta era falsata dalla corruzione, quindi era come se non esistesse, quindi non c'era motivo di chiederne l'annullamento. «Di fronte a questa bestialità - dice Vaccarella - la Cassazione non ha potuto fare altro che prendere atto che la revocazione andava richiesta». E questo, effettivamente, si legge nella sentenza: «nel caso di pronuncia di una sentenza viziata dalla corruzione del giudice, la parte che intenda dolersi di tale statuizione ha l'obbligo, e non la facoltà, di chiederne la revocazione».

Esattamente quanto Vaccarella e gli altri legali di Fininvest avevano sostenuto davanti alla corte d'appello milanese. Per i legali di Fininvest, riconoscere questo principio aveva come conseguenza inevitabile rifiutare il risarcimento chiesto da De Benedetti. Ma la Cassazione, dopo aver riconosciuto il principio, aggira l'ostacolo sancendone un altro: non è necessario chiedere la revocazione se ormai tornare indietro è impossibile, «per essere divenuta nel frattempo impossibile la ricostituzione dello stato di cose anteriore». Eppure la Mondadori è ancora lì, e se ci teneva tanto De Benedetti poteva provare a farsela ridare. Ma ci avrebbe guadagnato di meno.



Ecco perché il rimborso è una rapina

Altro che danno, la sentenza Mondadori "corrotta" non spostò nulla. E De Benedetti fece un affare da oltre 100 miliardi di lire

Luca Fazzo - Mer, 18/09/2013 - 08:25


Milano - L'affare del secolo. Questo, per i difensori di Berlusconi, è stato per Carlo De Benedetti - ora che, dopo ventitrè anni, se ne possono tirare definitivamente le somme - la vicenda Mondadori.
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Perché l'Ingegnere ha prima firmato un accordo che gli garantiva di conquistare ciò che gli stava a cuore: Repubblica, l'Espresso, i quotidiani locali. E ora incassa il risarcimento più ingente della storia giudiziaria italiana. Un risarcimento che equivale a un sesto del bilancio Fininvest di un anno. E che - come si segnala quasi con incredulità negli ambienti dell'azienda del Biscione - corrisponde a vent'anni degli utili al netto delle tasse della Mondadori.

Mezzo miliardo di euro di risarcimento per un danno mai subìto: questa è, per Berlusconi, la sua famiglia e il suo staff, la morale del processo. Per capire le basi di questa lettura bisogna addentrarsi in un groviglio fatto di sette sentenze accavallatesi nel corso di due decenni. Ma il punto chiave è, in fondo, abbastanza semplice. Ed è il confronto tra due ipotesi di armistizio che, nei mesi convulsi della guerra di Segrate, puntavano a chiudere le ostilità e a dividere

salomonicamente il colosso editoriale tra Berlusconi e De Benedetti. La prima è la proposta che nel giugno 1990 il Cavaliere rivolse all'Ingegnere. La seconda è quella che nell'aprile 1991 Berlusconi e De Benedetti sottoscrissero. Cosa era cambiato nel frattempo? Che era scesa in campo la politica, premendo per un accordo. E che la Corte d'appello di Roma aveva dato ragione alla famiglia Mondadori, che si rifiutava di cedere a De Benedetti - da cui si sentiva tradita - il controllo dell'azienda. Ma quella sentenza della Corte d'appello di Roma era viziata dalla corruzione di uno dei tre giudici, il relatore Vittorio Metta. Fu a causa di quella sentenza ingiusta, dice la Cir, che dovemmo scendere a patti. E i giudici - di primo grado, d'appello e di Cassazione - le hanno dato ragione.

Così, per calcolare il danno economico subìto dall'Ingegnere, sono state messe a confronto le due proposte: la prima, quella avanzata da Berlusconi quando ancora la Corte d'appello non gli aveva fornito un'arma di pressione micidiale; e la seconda, quella su cui De Benedetti mise la firma. E poiché nella prima era la Cir a dover incassare un conguaglio, e invece nell'intesa finale il conguaglio andò a Fininvest, questo conto algebrico del dare e dell'avere è il danno, secondo i giudici, subito dalla Cir. Peccato che tra le due proposte passarono dieci mesi. Un'eternità, in quei mesi di Borsa tempestosa, durante i quali i valori dei pacchetti azionari cambiarono profondamente.

«Le valutazioni riferite ad aprile 1991 avrebbero totalmente giustificato per l'intero ammontare la variazione dei prezzi delle azioni scambiate, con la conseguenza che la sentenza dovrebbe essere cassata per aver riconosciuto un danno esorbitante a favore di Cir mentre nessun danno risulterebbe esistente», scrivevano i legali di Fininvest nel ricorso che la Cassazione ieri ha respinto. E la spiegazione starebbe tutta nell'andamento delle azioni Espresso: comprandole nel 1991 anziché a giugno 1990, De Benedetti fece in realtà un affarone. Roba da 104 miliardi di lire, secondo i conti della difesa Berlusconi.Insomma, la sentenza «corrotta» non avrebbe modificato in nulla la sorte della guerra. E fu anche per questo, dicono i legali Fininvest, che De Benedetti si guardò bene dall'impugnarla davanti alla Corte di Cassazione, e firmò l'accordo che gli consegnava Repubblica. E allora, perché oggi il risarcimento?



Sentenza Cassazione: un paradosso giudiziario

De Benedetti ha fatto un affare migliore di quello che avrebbe messo a segno se nel 1991 gli fosse stato assegnato il controllo della Mondadori

Luca Fazzo - Mar, 17/09/2013 - 16:20


Un risarcimento gigantesco, il più alto della storia giudiziaria italiana, chiude definitivamente con la vittoria di Carlo De Benedetti il braccio di ferro ventennale con Silvio Berlusconi per il controllo della casa editrice Mondadori.

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Sull’importo fissato dalla Cassazione, che avrebbe ridotto di circa settanta milioni (ai 23 di capitale vanno infatti aggiunti rivalutazione e interessi) il risarcimento riconosciuto all’Ingegnere dai giudici d’appello, i legali del Cavaliere avevano battagliato a lungo: spiegando in particolare che una cifra come quella che Fininvest deve versare alla Cir debenedettiana corrisponde a molte e molte volte il profitto che Mondadori ha generato in questi anni. Grazie alla sentenza della Cassazione, dicono in sostanza gli avvocati di Berlusconi, De Benedetti ha fatto un affare molto migliore di quello che avrebbe messo a segno se nel 1991 gli fosse stato assegnato il controllo della Mondadori. Un paradosso giudiziario che, evidentemente, ai giudici della Cassazione non è sembrato tale. Ma, ben prima della battaglia sul calcolo dell’eventuale risarcimento, lo staff difensivo di Fininvest aveva puntato – sia nel corso del processo d’appello che davanti alla Cassazione – su un punto ancora più cruciale.

Tutta la battaglia contro Berlusconi, dicevano, viene oggi presentata e rivendicata da De Benedetti come la legittima rivalsa di una parte che è stata sconfitta ingiustamente, grazie ad una sentenza scritta da un giudice corrotto. Ma le cose in realtà andarono diversamente. E la conclusione nel 1991 dello scontro per il controllo della Mondadori non vide affatto il ko di De Benedetti ma un accordo firmato da entrambe le parti con reciproca soddisfazione.

A De Benedetti restavano Repubblica, l’Espresso, e i quotidiani locali del gruppo Finegil; a Berlusconi andavano i periodici e i libri della casa editrice di Segrate. Si tratta dell’accordo officiato da Giuseppe Ciarrapico per conto di Giulio Andreotti, e che allora venne salutato da buona parte del mondo politico come la salutare spartizione di un colosso editoriale che, se fosse rimasto nelle mani di un unico soggetto, avrebbe concentrato su di sé un potere abnorme. Sia De Benedetti che Berlusconi, allora, commentarono positivamente l’intesa frutto della mediazione di Ciarrapico.

Perché, allora, se la spartizione di Segrate fu concordata tra le parti, oggi la sentenza della Cassazione riconosce a De Benedetti il megarisarcimento che gli attribuisce, nel più clamoroso e sostanziale dei modi, il ruolo di vittima? La tesi dell’Ingegnere, condivisa dai giudici di tre gradi di giudizio, è che a quell’accordo del 1991 De Benedetti fu costretto con la violenza e con l’inganno, grazie alla sentenza della Corte d’appello di Roma che aveva dato ragione a Berlusconi: e che, come si scoprì qualche anno dopo, era viziata dalla tangente incassata da uno dei giudici della Corte.

Dovemmo trovare un accordo per limitare i danni e salvare in qualche modo la pelle, ha sostenuto negli ultimi tempi De Benedetti. Ma allora, hanno ribattuto i legali di Berlusconi, perché la Cir non si rivolse alla Cassazione allora, e non oggi, per vedere riconosciute le sue ragioni? Perché non chiese allora che la sentenza della Corte d’appello di Roma, se era così platealmente ingiusta, venisse cancellata dalla Suprema Corte , e fosse ristabilito il suo buon diritto a controllare l’intero regno Mondadori? Già, perché?

La verità, hanno sempre sostenuto i legali di Berlusconi, è che in realtà De Benedetti non aveva alcun diritto a impadronirsi della casa editrice. E che la sentenza della Corte d’appello romana fu una sentenza giusta, tant’è vero che la condivisero tutti i giudici che facevano parte della Corte, e che – con una sola eccezione  - non sono mai stati accusati di alcunché di illecito. La sentenza era giusta perché gli eredi di Arnoldo Mondadori avevano tutto il diritto di scegliere Berlusconi, e non De Benedetti, come loro alleato nell’operazione di salvataggio dell’azienda: specie dopo che De Benedetti, con una mossa incauta, aveva proclamato ai quattro venti di essere pronto a raggiungere il pacchetto di maggioranza delle azioni. È questo, andando indietro nel tempo, lo scontro da cui tutto nacque. Un dato è certo, e non  è mai stato smentito da nessuno nel corso del tempo: gli eredi di Mondadori decisero liberamente l’alleanza con Berlusconi, e furono loro a spalancare al Cavaliere le porte dell’azienda. De Benedetti fu vittima della diffidenza che aveva creato nei Mondadori, e non delle trame di Berlusconi. Come si fa, adesso, a dargli mezzo miliardo di risarcimento?