giovedì 17 ottobre 2013

Priebke, video-testamento sulle Fosse Ardeatine: «Fu terribile, ma era impossibile rifiutare ordine»

Corriere della sera

Il legale :«Non è vero che non si è pentito. Incontrò quattro parenti delle vittime dei caduti: ottenne il perdono»

 


Cattura
ROMA - «L’esecuzione fu terribile ma impossibile dire no». Nel suo video-testamento, Erich Priebke parla dell’esecuzione alle Fosse Ardeatine. Intervistato dal suo legale nella propria abitazione romana poco prima della morte (avvenuta sei giorni fa a Roma), l’ex capitano delle SS parla dell’attentato di via Rasella che, secondo l’ex capitano dele SS, sarebbe stato compiuto apposta dai «Gap comunisti» per provocare la rappresaglia tedesca e ottenere la rivolta della popolazione. «Fu fatto sapendo che dopo l’attentato viene la rappresaglia poichè Kesselring quando ha preso il suo comando in Italia ha fatto mettere sui muri un avviso che spiegava che qualunque attentato contro i tedeschi era punito con la rappresaglia». «Questo è risaputo - dice ancora Priebke - e loro lo hanno fatto a proposito perchè pensavano che una nostra rappresaglia poteva creare una rivoluzione della popolazione».

Priebke: «Fosse Ardeatine fu terribile ma impossibile dire no» (17/10/2013)
ORDINE IMPOSSIBILE DA RIFIUTARE - Nel video-testamento registrato poco prima di morire parlando dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, Priebke asserisce che si trattava di un ordine al quale «non era possibile rifiutarsi». L’ex capitano delle SS racconta che l’ordine di eseguire la rappresaglia fu dato al capitano Schultz. «Il capitano Schultz - racconta Priebke nel video - fu eletto da Kappler come organizzatore della rappresaglia. Lui era già stato in guerra nel fronte contro i russi ed era più abituato alla morte e alle rappresaglie. Per noi, per me e gli altri, era una cosa terribile». Alla domanda se era possibile rifiutarsi Priebke risponde: «Naturalmente non era possibile rifiutarsi».

Priebke: il videotestamento apparso in rete «guai ai vinti» (17/10/2013)
TRAGEDIA INTIMA - «Come credente non ho mai dimenticato questo tragico fatto. Per me l’ordine di partecipare all’azione fu una grande tragedia intima. Penso ai morti con venerazione e mi sento unito ai vivi nel loro dolore». Questo disse Priebke in aula nel processo del 1996 come ricorda il video.

HA INCONTRATO I FAMIGLIARI - «Priebke ha incontrato, in forma privata, familiari di alcuni caduti delle Fosse Ardeatine: non è vero che non si è pentito». Lo ha detto l’avvocato dell’ex ufficiale delle SS Erich Priebke in un’intervista alla radio web Oltreradio.it. Paolo Giachini, ha anche rivelato che Priebke «si è incontrato con quattro parenti di vittime delle Fosse Ardeatine, con cui ha stretto una buona amicizia e loro gli hanno esternato con chiarezza il loro perdono».

17 ottobre 2013

Odifreddi scatena la rivolta “Camere a gas? Le conosciamo solo dalla propaganda alleata”

La Stampa

jacopo iacoboni

Una frase sul suo blog provoca l’ira generale: “Negazionista”



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L’equazione stavolta non torna. E il matematico Piergiorgio Odifreddi, di nuovo, s’infila dentro una polemica che sembra incredibile, ma è sciaguratamente vera. Succede tutto sul suo blog, pubblicato sul sito di Repubblica. Partendo da un post del matematico su Priebke e i preti lefebvriani, si accende una discussione con interventi vari (e spesso variopinti), fino a che Odifreddi non risponde a un paio di lettori, uno in particolare. Davvero, lo sventurato rispose. Norimberga? «Su Norimberga confesso di essere molto vicino alle sue posizioni. Il processo è stato un’opera di propaganda. I processati hanno dichiarato, con lapalissiana evidenza, che se la guerra fosse andata diversamente, a essere processati per crimini di guerra sarebbero stati gli alleati».

E dopo, la frase che più fa indignare: «Non entro nello specifico delle camere a gas, perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda” alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso far altro che “uniformarmi” all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti». Già l’anno scorso Odifreddi incappò in una polemica in cui, sempre per un testo scritto sul sito di Repubblica, e poi rimosso, decise di rinunciare spontaneamente a quel suo spazio. Nell’articolo si faceva una contabilità dei morti delle Fosse ardeatine paragonata con quelli causati dai raid israeliani nei territori palestinesi («dieci volte superiori»). Odifreddi concludeva chiedendo: «A quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyahu e i suoi generali?». Non è bastato.

Che gli è scattato, adesso? «Io faccio un discorso generale, di metodo; la maggior parte delle persone si forma un’idea, anche sulle camere a gas, su romanzi e film hollywoodiani, ma così nascono dei miti». Le camere a gas però non sono un mito, basterebbe leggere narrativa (Primo Levi), libri di testimonianze (per esempio Amery, o Shlomo Venezia), libri di storia (per dire, Pressac), o chiedersi che fine abbiano fatto tutti quelli che non sono tornati da Auschwitz, no? «Certo, questo però lo sa lei. La gente invece si forma opinioni, senza documenti, senza libri di storia. E poi: Hitler nel Mein Kampf dice che per gli ebrei ci vuole la soluzione che gli americani hanno usato nell’olocausto degli indiani d’America; diciotto milioni di morti che nessuno ricorda mai. La legge contro il negazionismo si cura anche di loro o si occupa di un solo Olocausto?».

Argomenti che però faranno infuriare ancora di più. Ieri in tantissimi hanno protestato. Su twitter Gianni Riotta gli scrive: «Odifreddi sbaglia a scrivere di camere a gas naziste “propaganda alleata”, fa confusione in un difficile momento». E cita altri libri (Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo). Altri, come Gianni Vernetti, lamentano «la folle dichiarazione antisemita e negazionista». L’epiteto «negazionista» arriva da tantissimi. E c’è chi domanda «questo commento è o non è reato per la legge contro il negazionismo?». Una risposta che credevamo bastasse il buon senso a dare.

La bara di Priebke trasferita da Pratica di Mare? I familiari: «La salma è stata sequestrata»

Corriere della sera

L’avvocato: «I congiunti denunceranno l’accaduto, non prendano decisioni illegali». La Sueddeutsche Zeitung: «Obbligo morale pr la Germania accogliere il feretro»


Cattura
ROMA - Dov’è finita la salma di Erich Priebke? «È stata trasferita da Pratica di mare verso una destinazione ignota», ha rivelato mercoledì notte una fonte ritenuta attendibile. Ma giovedì mattina il dietro-front: no, il feretro dell’ex capitano delle SS, il boia delle Fosse Ardeatine, si trova ancora nell’aeroporto militare 30 chilometri a sud di Roma.

«SALMA SEQUESTRATA» - Qual è la verità dunque? Le voci e le smentite che si rincorrono fanno infuriare i congiunti del defunto ex ufficiale. «La salma del signor Priebke - sostiene l’avvocato Paolo Giachini - è stata sequestrata nella notte tra il 15 e il 16, mentre si trovava nella chiesa di Albano. Quattro persone che la vegliavano sono state picchiate, il feretro è stato portato via e da allora non sappiamo più dov’è. I familiari intendono denunciare questo fatto, ma soprattutto vogliono sapere dov’è e che venga loro restituita»

«NO A DECISIONI ILLEGALI» - Nelle prime ore del mattino sono stato contattato dal figlio di Priebke, Ingo, che vive negli Usa, dal quale «ho avuto il mandato per prendere contatto con l’ambasciata tedesca e di procedere con l’autorità giudiziaria per fare chiarezza e ottenere giustizia». L’ipotesi dell’avvocato («considerato che la vicenda è in mano al governo») è che i responsabili di quello che definisce «rapimento» siano «i servizi»: «Allo stato - ribadisce il legale - noi non sappiamo dov’è la salma: noi temiamo che la si voglia far sparire, per poi coprire tutto con il segreto di Stato». Perciò «la famiglia Priebke chiede ufficialmente alle autorità dov’è la salma, ce la mostrino e la mettano a disposizione per le decisioni che spettano solo ai congiunti. Non si tenti di prendere decisioni illegali».

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«LA GERMANIA NON HA PRECLUSIONI» - Per quanto riguarda la sepoltura, aggiunge Giachini, «ho già avuto dei colloqui con il console tedesco, che mi ha riferito che la Germania non ha preclusioni, ma che sussistono dei problemi amministrativi in ambito locale. C’è inoltre una possibilità che mi è stata offerta tramite un noto studio legale italiano, per conto di un loro cliente, per ospitare in un cimitero il feretro di Priebke. E per questo stiamo controllando la possibilità a livello amministrativo».

«OBBLIGO MORALE» - Accogliere e seppellire la salma di Priebke è un compito che spetta alla Germania: lo scrive in un fondo la progressista Sueddeutsche Zeitung, il maggiore quotidiano nazionale, sottolineando che «per i tedeschi questo ufficiale delle SS è una figura marginale nella storia criminale del Terzo Reich». Per la Suedeutsche la Germania dovrebbe mostrarsi «conciliante», in quanto Priebke «come ufficiale tedesco e dietro ordini tedeschi ha massacrato degli italiani. La Germania ha l’obbligo morale di accogliere il criminale morto e fare in modo che la sua tomba non possa essere sfruttata per la propaganda nazista». La conclusione del quotidiano tedesco è che «la Bundesrepublik dovrebbe dar prova di buona volontà, collaborando in modo che il cadavere di Priebke trovi una sepoltura ed i suoi crimini non siano mai dimenticati».

17 ottobre 2013

Lo sfogo di Crozza: «Sui supercompensi finiscono nel mirino solo gli artisti di sinistra»

Il Messaggero

di Alberto Guarnieri

IL COLLOQUIO


«Per la Rai potevo essere come il maiale per un macellaio. Un investimento». Maurizio Crozza commenta così la fine (per sua volontà) della trattativa che lo avrebbe portato a viale Mazzini. L’amarezza è evidente. Già l’altra sera, a Ballarò, aveva preso di petto la questione calda di queste ore: i super-compensi, le polemiche, gli attacchi, soprattutto da centrodestra e grillini. Crozza, travestito da Renato Brunetta, impegnato in una sequela interminabile di «quanto costa?». «Quanto costa Bernacca?». «Ma è morto». «E allora Quanto è costato il funerale?...».


CatturaMa, come detto, non è solo tempo di risate per il comico super star di La7 e traino per Ballarò di Raitre per cui da anni firma una breve introduzione. «Tra l’altro», sottolinea preoccupato, «vedo che nel mirino finiscono solo artisti considerati di sinistra». Del resto, non si rinuncia facilmente a un contratto da almeno cinque milioni di euro l’anno per una cinquantina di serate show su Raiuno, che offre tra l’altro un’audience almeno quadrupla se non di più rispetto alla tv di Urbano Cairo, unico forse a fregarsi le mani (a parte Brunetta e il suo osservatorio sulla Rai) per la decisine di Crozza. E’ stato Crozza a far saltare una trattativa ben avviata a cui viale Mazzini teneva tantissimo e per concludete la quale avrebbe speso anche di più di quanto le è costato tenere vincolato Fabio Fazio.

Il giorno dopo il comico non vorrebbe tornare sull’argomento, a conferma, appunto, che la sua è stata una decisione sofferta. Dietro la scorza ironica e talvolta beffarda, Crozza non nega l’imbarazzo. Gli uomini comunicazione di La7, che ha in esclusiva le sue serate fino a fine anno e il suo agente, Beppe Caschetto, lo aiutano a creare una cortina di silenzio. Ma quello che Crozza ribadisce con forza è quanto detto nel suo serissimo inciso a Ballarò. Niente battute ma un messaggio politico molto chiaro. Iniziato in video con un avviso al compagno di trasmissione Giovanni Floris: «Attento Giovà, il prossimo nel mirino sarai tu», a conferma che Crozza, come per altro anche molti in Rai, è convinto che la polemica sugli alti compensi riguarda solo gli artisti di sinistra. Ne sa qualcosa anche un monumento vivente come Roberto Benigni, il cui show di fine anno (ma qui, va detto, potrebbero esserci in ballo anche i bassi ascolti della serie delle letture dantesche), comincia ad essere messo sotto tiro dai giornali legati a Silvio Berlusconi.

Crozza invita a un ragionamento, che potremmo chiamare «la parabola del maiale», appunto. «E’ giusto – spiega - controllare i costi della Rai. Ma io controllerei anche i ricavi. Perché se un salumiere spende dei soldi per comprarsi un maiale, poi se lo tiene perché si affeziona. No. Il maiale è un investimento. Sul maiale il macellaio ha un progetto: ci fa i salami. Li vende e ci guadagna. Io, forse forse, avrei potuto essere il maiale di Raiuno. Da me – aggiunge riferendosi alle varie possibilità di lavoro vagliate con viale Mazzini – potevano tirar fuori anche due coppe e un pregiato culatello. Forse sbaglio – conclude. – D’altra parte io non sono un Nobel mancato come Brunetta, sono solo un Raiuno mancato. E infatti, nel dubbio, ho preferito farmi da parte».Discorso chiaro, serio più che comico. Con spazio solo per una battuta. Eccola. «Ma siamo sicuri che Brunetta sia un affare per lo Stato? Leggeremo mai da qualche parte che sfuma la trattativa Stato-Brunetta? Chi lo sa?...». Intanto, per il Ballarò con Crozza-Brunetta tre milioni di telespettatori, share 12,5%. Lo stesso di una settimana fa quando però c’era la concorrenza del calcio.

Giovedì 17 Ottobre 2013 - 09:10
Ultimo aggiornamento: 09:11



Crozza imita Brunetta: quanto costa questo cavo? Video
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Rai, bufera sui megacompensi: salta lo show
di Crozza da 475mila euro a puntata
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Crozza scherza su Telecom: «Siamo ancora italiani». Poi punge Renzi e la faccia da cool
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Rai, oltre allo stipendio faraonico Fazio prende pure la paghetta

Raffaello Binelli - Gio, 17/10/2013 - 11:36

Interrogazione alla Vigilanza Rai di Brunetta: è vero che Fazio percepisce 4mila euro a puntata come titolare dei diritti sul format di "Che tempo che fa", ceduto in licenza a Endemol?

Non si placano le polemiche su Fabio Fazio. Con due interrogazioni al presidente della commissione di Vigilanza Rai, il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta, torna alla carica: "Secondo indiscrezioni - scrive - il conduttore risulterebbe essere il proprietario del format "Che tempo che fa" e tale format sarebbe stato ceduto, in un secondo momento, in licenza, alla società di produzione televisiva Endemol", che "pertanto, verserebbe a Fazio, come corrispettivo per la licenza, circa 4 mila euro a puntata, che si aggiungerebbero al compenso annuo del conduttore pari a 1,8 milioni di euro. 

Cattura
Fabio Fazio, oltre ad essere conduttore, risulterebbe anche tra gli autori del programma e percepirebbe, a questo titolo, i diritti Siae". Dunque, non solo un ricco stipendio, ma anche una sorta di "paghetta". Nell’interrogazione Brunetta chiede se "quanto esposto corrisponda al vero, se i vertici Rai siano a conoscenza di tali fatti e non ritengano opportuno fare piena trasparenza al riguardo". Nella seconda interrogazione il capogruppo del Pdl alla camera ricorda di essere stato "ospite della puntata di domenica 13 ottobre della trasmissione di Rai3 "Che tempo che fa". Durante l’intervista - sottolinea - tra i temi trattati, si è parlato anche del compenso percepito dal conduttore Fabio Fazio".

Lo scorso 15 ottobre, "nell’articolo pubblicato dal Corriere della Sera e intitolato 'Brunetta insiste su Fazio, Mazzetti: attacco personale', viene riportata la dichiarazione del capostruttura di Rai3 Loris Mazzetti, secondo la quale lo scrivente - continua Brunetta - avrebbe un fatto personale nei confronti del conduttore di 'Che tempo che fa' Fabio Fazio. Si tratta di un’affermazione non corrispondente al vero - scrive Brunetta - e completamente destituita di ogni fondamento, che denota un goffo tentativo di prendere le parti, non si sa a che titolo, del conduttore Fazio". Nell'interrogazione Brunetta chiede "a quale titolo il signor Loris Mazzetti ha rilasciato tali dichiarazioni non corrispondenti al vero" nei suoi confronti, "relative ad un programma in onda sulla terza rete Rai".

Qualcuno osserva: sul mercato televisivo ogni format prevede dei diritti e il relativo compenso. Verissimo. Però, visto che Fazio è anche il conduttore e l'anima del programma - e per questo riceve bei soldi - non potrebbe la Rai includere nell'ingaggio anche la spettanza per i diritti Siae? Comunque la si pensi la domanda è legittima.

Per chi spaccia droga niente più carcere: si svuota San Vittore

Luca Fazzo - Dom, 08/09/2013 - 07:14

Venditori di morte arrestati in flagrante avrebbero il diritto di vedersi messi immediatamente in libertà


Se su alcuni dei referendum proposti dai Radicali in materia di giustizia - come abbiamo illustrato nelle precedenti puntate di questa inchiesta - l'impatto sul funzionamento del tribunale di Milano potrebbe essere modesto, il quesito sulla droga (e, come vedremo domani, quello sulla custodia cautelare) cambierebbero profondamente la situazione.

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L'analisi del quesito su cui vengono raccolte le firme e dell'andamento dei processi a Milano dice che la conseguenza sarebbe: niente più carcere per gli spacciatori, né di droghe leggere né di droghe pesanti. Venditori di morte arrestati in flagrante avrebbero il diritto di vedersi messi immediatamente in libertà. Il testo del referendum, infatti, chiede l'abolizione di alcune parole del comma 5 dell'articolo 73 della legge del 1990 sugli stupefacenti. In questo comma si afferma che «quando, per i mezzi, per la modalità o le circostanze dell'azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, i fatti previsti dal presente articolo sono di lieve entità, si applicano le pene della reclusione da uno a sei a anni e della multa da euro 3mila a euro 26mila». Il referendum abrogherebbe le parole «della reclusione da uno a sei anni», lasciando come unica sanzione la multa.

Già, ma quand'è che si può parlare di spaccio «di lieve entità»? Per capirlo, basta bazzicare un po' le aule al pian terreno del tribunale, dove si celebrano i processi per direttissima agli spacciatori. E si scopre che nella quasi totalità dei casi i giudici, visto che gli imputati vengono trovati in possesso di pochi grammi di droga, applicano proprio il comma 5 della legge. Finora scattava sempre la pena detentiva, spesso senza nemmeno la sospensione condizionale, visto che si tratta con frequenza di imputati recidivi.

Il giorno in cui dovesse venire approvato il referendum, si potrebbe al massimo comminare una multa. La quale multa, trattandosi quasi sempre di stranieri senza fissa dimora, ovviamente non verrebbe pagata. E poco conterebbe che a venire spacciata fosse droga leggera o pesante: una improvvida legge di qualche anno fa ha messo sullo stesso piano l'hashish con l'eroina, la cocaina e le altre droghe killer. Così anche uno spacciatore di crack sarebbe sicuro di evitare la condanna al carcere. E per legge se per un reato non è prevista la pena detentiva non è possibile neanche l'arresto preventivo. La conseguenza, insomma, sarebbe sostanzialmente una liberalizzazione dello spaccio.

Apple, nuove regole anti-elusione

La Stampa

L’Irlanda vuole mettere un freno agli sconti sulle tasse

claudio gallo
CORRISPONDENTE DA LONDRA


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Ieri mattina, la notizia pareva un piccolo trionfo della giustizia fiscale: l’Irlanda chiuderà la falla nella propria legislazione, che ha permesso ad Apple (e ad altri giganti dell’e-qualsiasicosa) di mettere da parte una montagna di miliardi, quasi esentasse. Il pensiero inespresso era: finalmente pagheranno anche loro. Già alla sera, però, era evidente che andrà diversamente. Il New York Times infatti attenuava: «Non sono chiari gli effetti che la decisione potrà avere su Apple, Google e altre aziende che usano questo tipo di manovra».

La manovra non è semplicissima da spiegare: la società americana fa fluire gli utili in sussidiarie irlandesi che sono ”aziende fantasma”, senza residenza fissa. Questa condizione di apolide permette loro, grazie alla benevolenza del governo ospite, di subire una tassazione particolarmente favorevole. Per attirare i ricchi investitori, Dublino chiudeva un occhio e acconsentiva a una corsia preferenziale. Ieri il ministro delle Finanze Michael Noonan ha detto di voler mettere fine a questa pratica: non si potrà più non avere una residenza fiscale. Inutile aspettarsi che la misura sia retroattiva. In una relazione del senato americano si legge che il fisco irlandese ha consentito al gigante di Cupertino di pagare il 2 per cento di tasse, contro il 12,5 per cento sborsato dalle azienda residenti nel paese. 

«Oggi la concorrenza per accaparrarsi gli investimenti stranieri dell’industria della comunicazione mobile si fa sempre più aggressiva - ha detto Noonan promettendo una riforma - io voglio che l’Irlanda giochi pulito, come ha sempre fatto. E voglio che l’Irlanda vinca». E’ vero, la nuova legge di Dublino imporrà la residenza, ma niente fa pensare che dovrà obbligatoriamente essere in Irlanda. Così, le aziende potranno cercarsi una residenza fiscale dove più conviene, ad esempio alle Bermuda che offrono un splendido zero per cento di tasse. Google e Microsoft, infatti, hanno sussidiarie in Irlanda che legalmente fanno fluire i loro ricavi alle Bermuda. 

Nel maggio scorso una commissione del senato Usa aveva concluso che Apple usava «una complessa rete di entità offshore» per evitare di pagare in America tasse per miliardi di dollari. Sempre a maggio, il boss di Apple, Tim Cook, difese la propria società a Capitol Hill dicendo che i profitti fatti negli Usa erano regolarmente tassati negli Usa. La società aveva aggiunto l’erede di Steve Jobs, ha un’importante base in Irlanda e la sussidiaria irlandese «è un’azienda creata per fornire un efficiente strumento di gestione della liquidità Apple, proveniente da entrate già tassate».

I Ripa di Meana: "Abbiamo un vitalizio da 12 mila euro, ma soffriamo la crisi"

Libero

L'ex portavoce dei Verdi e sua moglie piangono miseria: "Avevamo una Mercedes ora una Panda, la crisi si fa sentire..."


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"Percepiamo 12 mila euro al mese, ma siamo preoccupati per il nostro futuro". A casa Ripa di Meana si teme la crisi. In un'intervista a Quinta Colonna, il talk show di rete 4, Carlo e Marina Ripa di Meana si fanno i conti in tasca: "Anche per noi la vita è cambiata con la crisi” – afferma Marina Ripa di Meana – “ma da buoni Italiani, abbiamo un notevole spirito di adattamento. Non ci spariamo in fronte, eh. Non siamo di quelli che piangono tutto il giorno e dicono: “Oddio, la crisi”. Però ci rendiamo conto che c’è”.

"Non abbiamo più la Mercedes" - Così ecco come è cambiata la vita di Marina e Carlo: “In questa casa prima avevamo tre utenze telefoniche, ora ne abbiamo una. Avevamo due macchine, di cui una importante, una Mercedes. Ora abbiamo una piccola Panda e un motorino. I viaggi vengono molto contenuti, idem le vacanze”. E’ Carlo Ripa di Meana a precisare la condizione economica attuale della coppia: “Per due legislature sono stato deputato europeo e percepisco una sola pensione da europarlamentare, 2.800 euro al mese. Per la seconda non versai i contributi. Ho anche un’altra pensione come commissario europeo” – continua – “di cui usufruisco, e che considero la fonte migliore del mio reddito di pensionato: circa 6mila euro al mese. La pensione europea, a differenza di quella di un parlamentare italiano, è esentasse”.

Vitalizi sostanziosiL’ex portavoce dei Verdi riceve anche un’altra pensione di 600-700 euro per i suoi anni iniziali di attività politica. E altre due pensioni come consigliere regionale: circa 2mila euro al mese. “In tutto percepisco 12mila euro al mese”, rivela Carlo Ripa di Meana. “Carlo ha 85 anni e vive di queste pensioni” – ci tiene a puntualizzare Marina – “Chi ha lavorato tanto nella vita, come ha fatto lui, e ha lavorato per gli Italiani e per l’Europa, giustamente deve avere anche delle pensioni adeguate”. E ancora: “Io prendo meno di 1000 euro al mese, pur essendomi occupata per quasi 35 anni di moda. Ecco perché insisto sempre sul fatto che la televisione mi debba pagare quando vengo ospitata. Poi mi telefonano continuamente e mi dicono di fare beneficenza. Non si può fà beneficenza, la devono fare a me! Confesso che in certi casi mi preoccupo anche del mio avvenire”

Le farneticazioni del prete che considera Priebke innocente e nega l'olocausto

Libero

Don Floriano Abrahamowicz nel giorno del funerale del nazista spiega alla radio che le camere a gas ero usate per disinfettare


Cattura
Mancavano solo le farneticazioni di un prete a completare il quadro di un funerale, quello del boia delle Ardeatine, che è diventato una farsa. E puntualmente sono arrivate. Don Floriano Abrahamowicz, mentre fuori dal convento di Albano dove dovevano essere celebrate le esequie, andava in scena l'indignazione degli antifascisti, sparava alla radio le sue assurde verità su Erick Priebke, l'olocausto e la Resistenza. Il prete lefebvriano per le sue posizioni, intervistato a La Zanzara su Radio 24 sostiene che il generale nazista "è stato un soldato fedele, unico caso di innocente dietro le sbarre".

Poi l'affondo: "E' uno scandalo come è stato trattato in Italia, è stato perseguitato mentre si accolgono modo dignitoso gli immigrati a Lampedusa. E' una vergogna". Quanto all'eccidio delle Fosse Ardeatine, dove Priebke trucidò 335 persone dopo atroci torture e ne occultò i cadavari, don Floriano sostiene che Priebke "non era nazista ma semplicemente un poliziotto che vive la sua epoca. Per le Ardeatine era stato prosciolto due volte".

"All'epoca - prosegue - sicuramente non sarei stato con i partigiani che hanno fatto saltare in aria quei ragazzi in via Rasella e ai quali oggi nessuno rende conto, e i partigiani ricevono medaglie d'oro. Priebke semplicemente ha applicato la legge internazionale marziale, non lo condanno assolutamente. Non è un criminale. I criminali sono stati quelli che hanno fatto saltare i ragazzi in via Rasella, dite a loro di pentirsi. Uno era semplicemente nella legge, gli altri erano dei privati senza uniforme che sparavano e facevano saltare gente per strada".

Il prete Abrahamowicz nega anche che le camere a gas siano esistite. Alla domanda del conduttore replica: "Io le rispondo che è una vergogna che non ci sia ancora un vero e proprio studio scientifico. Io confermo tutto quello che ho detto sulle camere a gas che venivano usate per disinfettare. Priebke era una persona molto intelligente e non faceva passare una camera a gas per una cucina. L'olocausto? L'unico è la morte di nostro signore Gesù Cristo che si è offerto liberamente come vera vittima, quello degli ebrei è stato un eccidio".

Nonostante sia stato espulso dai lefbvriani don Floriano ha fatto i "complimenti" alla sua ex confraternita per aver accolto la salma di Priebke:"E' un gesto - ha aggiunto Abrahamowicz - che dimostra come i miei ex confratelli stiano recuperando posizioni abbandonate". Il via libera al funerale, ha aggiunto "indirettamente significa anche un nulla osta da parte del Vaticano".

Cosa assolutamente negata dal vescovo di Albano Marcello Semeraro, una delle persone più vicine a Papa Francesco. "Nel 2009 c'è stata la revoca delle scomuniche", spiega il porporato al Corsera, "ma lo stesso Benedetto XVI aveva chiarito che non per questo mutava lo statuto canonico della Fraternità. Poiché non sono in comunione con il successore di Pietro i loro atti erano e rimangono illegittimi come resta la sospensione a divinis".

Il negazionismo è un reato - Intanto ieri c'è stato il via libera della commissione Giustizia di palazzo Madama all'emendamento bipartisan sul ddl per il contrasto del negazionismo. Tutti i gruppi hanno dato l'ok a considerare apologia di reato la negazione dell'esistenza di crimini di genocidio o contro l'umanità. In questo modo si aumenta della metà la pena prevista dal codice penale. "Fuori dei casi di cui all'articolo 302, se l'istigazione o l'apologia di cui ai commi precedenti riguarda delitti di terrorismo, crimini di genocidio - si legge nel testo che modifica l'articolo 414 del codice penale - crimini contro l'umanità o crimini di guerra, la pena è aumentata della metà. La stessa pena si applica a chi nega l'esistenza di criminidi genocidio o contro l'umanita'".

L'emendamento,  firmato da Pd,Pdl,Scelta Civica, M5S e Sel, modifica così l'articolo 1 del ddl all'esame della commissione Giustizia del Senato che non interveniva direttamente sul codice penale ma modificava la legge del 13 ottobre 1975 in materia di contrasto e repressione di crimini di genocidio, contro l'umanita' e di guerra, modifica , viene spiegato, considerata più fumosa e meno chiara dell'attuale, con il rischio di prestarsi a polemiche.

Harry Belafonte fa causa ai figli Martin Luther King

Corriere della sera

Cantante, 86 anni, reclama possesso lettere dell’ «amico King»

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A 86 anni suonati, Harry Belafonte, il cantante leggenda di Calypso autore della celeberrima «Banana Boat Song», ha fatto causa ai tre figli di uno dei suoi più cari amici, il reverendo Martin Luther King. Icona mondiale delle lotte per i diritti civili dei neri e intimo di Belafonte negli anni caldi delle marce contro la guerra del Vietnam
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RE DEL CALYPSO - Oggetto del contendere: tre documenti che Belafonte aveva ricevuto in dono dallo stesso King, dalla moglie Coretta e dall’ assistente personale del leader assassinato, Stanley Levison. La denuncia presentata a un tribunale di Manhattan chiede di ottenere il riconoscimento del «re del Calypso» quale «proprietario legittimo» delle tre lettere sulle quali gli eredi di King stanno dal 2008 tentando di mettere le mani. I tre figli del predicatore - Dexter, Bernice e Martin Luther King III - sono intervenuti cinque anni fa, quando il cantante-attivista, newyorkese di origini caraibiche, stava organizzando un’asta da Sotheby’s delle tre missive per devolverne il ricavato a un’associazione di beneficenza. Gli eredi di King sostennero di esserne loro i proprietari.

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DISCORSO VIETNAM - I documenti in questione sono una bozza a mano del discorso sul Vietnam scritta da King nell’appartamento di Belafonte, una lettera di condoglianze del presidente Lyndon Johnson alla moglie del leader ucciso, Coretta, e gli appunti del discorso che King avrebbe dovuto pronunciare a Memphis, dove venne assassinato nel 1968.




«I have a dream», il discorso di Martin Luther King il 28 agosto 1963 (29/08/2013)
Usa: Obama ricorda Martin Luther King (28/08/2013)
Martin Luther King, 45 anni (04/04/2013)

16 ottobre 2013

Sono i pm a non volere cambiare mai

Luca Fazzo - Gio, 05/09/2013 - 07:03


Giudici o pubblici ministeri? É giusto che lo stesso magistrato oggi indaghi e accusi, e domani cambi lavoro e si trovi a pronunciare le sentenze, valutando il lavoro di altri pm? É su questi interrogativi che da anni si combatte una delle battaglie più intense tra giudici e politica.

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Ed è su questo che verte il sesto referendum radicale. La domanda che apparirebbe sulla scheda è complicata ai limiti dell'incomprensibile, perché si districa tra un nugolo di commi di diverse leggi, ma punta a un obiettivo chiaro: chi fa il giudice deve fare il giudice per tutta la vita; chi fa il pm non può diventare giudice.

Le conseguenze dell'approvazione, a sentire i magistrati, sarebbero catastrofiche: i pubblici ministeri, privati della possibilità di fare anche l'esperienza del giudice, si ridurrebbero a una sorta di poliziotti con la toga, destinati prima o tardi a finire agli ordini della politica. Perderebbero inevitabilmente la «cultura della giurisdizione», cioè la capacità di giudicare in base al diritto e non alle convinzioni accusatorie. L'argomento non è privo di fascino. Peccato che, vista dall'interno del palazzaccio milanese, la difesa a oltranza della carriera unica per giudici e pm si presenti come una battaglia ormai fuori dal tempo. Già oggi, nei posti chiave della Procura milanese, ci sono quasi soltanto magistrati che il giudice non lo hanno praticamente mai fatto. Non hanno mai processato un imputato, se non in tempi assai remoti. E non per questo accetterebbero di sentirsi dare dei pm poliziotti.

Basta scorrere i curriculum: a partire da quello del capo della Procura, Edmondo Bruti Liberati. Che il giudice vero e proprio lo ha fatto solo fino al 1976, quasi quarant'anni fa, passando poi al tribunale di sorveglianza. Il resto della sua vita professionale Bruti l'ha fatto - oltre che come sindacalista e come membro del Csm - come pm, sostituto procuratore generale e poi come procuratore aggiunto.
Stesso discorso per i suoi vice, i procuratori aggiunti. Pubblici ministeri dalla nascita sono Francesco Greco, capo del pool reati finanziari, e il coordinatore del pool antimafia Ilda Boccassini. Idem per Alberto Nobili, che dirige la sezione omicidi e rapine. Mai celebrato un processo in vita loro: come i loro predecessori, Armando Spataro e Ferdinando Pomarici.

Piero Forno, capo della squadra che indaga su pedofili e violentatori, nella sua ormai ultradecennale vita in toga ha celebrato processi per un solo anno, come giudice a latere in corte d'assise: poi si è occupato soltanto di accusare e chiedere condanne. Nella notte dei tempi si perdono i trascorsi come pretore a Monza di Alfredo Robledo, capo del pool pubblica amministrazione, che poi è sempre stato anche lui pm. Unici a vantare un periodo consistente da giudici sono Maurizio Romanelli, capo del pool antiterrorismo, e Nicola Cerrato, che è a capo del pool ambiente ed è il più anziano e prossimo alla pensione dei «vice» di Bruti.

Insomma, se avere fatto il giudice è indispensabile per essere un buon pubblico ministero, i capi della Procura milanese ne hanno fatto comunque volentieri a meno. Se anche il referendum radicale venisse approvato, quindi, in Procura cambierebbe poco o nulla. La specializzazione a vita, la divisione delle mansioni tra giudici ed accusatori è già nei fatti, senza che questo abbia avuto conseguenze particolarmente devastanti. Il referendum si limiterebbe a prenderne atto.

Fa cadere la linea per guadagnare di più» Multa da 1,6 milioni di euro per Tim Brasile

Corriere della sera

Un giudice ha condannato l’azienda a risarcire una cliente con una cifra record: che andrà in beneficenza

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RIO DE JANEIRO - La Tim in Brasile farebbe cadere le chiamate telefoniche di proposito, per guadagnare di più. È quello che sostiene un giudice di Jales, nello stato di San Paolo, che ha condannato la società telefonica a pagare una forte multa per «danni sociali» e indennizzare un cliente. Cinque milioni di reais (circa 1,6 milioni di euro) andranno in beneficenza a un istituto religioso e un ospedale oncologico, mentre la signora Renata Ruiz Silva riceverà il corrispettivo di 2 mila euro. È stata lei a convincere il giudice che quasi tutte le chiamate effettuate dal suo cellulare Tim a un numero dello stesso operatore cadono dopo pochi secondi, mentre lo stesso non accade telefonando ad altri numeri. La spiegazione sarebbe nella modalità del piano Infinity Pré offerto da Tim Brasil, un’offerta per i clienti a scheda: la chiamata verso altri telefoni Tim non ha limiti di tempo ma un costo fisso alla risposta. La sentenza del giudice dice che così «il consumatore viene obbligato a pagare varie volte la tariffa per completare la chiamata».

REGOLE - La Tim si opporrà alla sentenza e sostiene che nella legislazione brasiliana non sono previsti risarcimenti per danni sociali. Multa e verdetto si basano su una relazione della Anatel, l’authority brasiliana per le telecom, che già da tempo aveva messo gli occhi sulle offerte estremamente convenienti lanciate dalla società italo-brasiliana. I piani «Liberty», in particolare, offrendo chiamate illimitate per tutto il vasto territorio nazionale, hanno consentito alla Tim di ampliare enormemente la propria quota di mercato a partire dal 2009. C’era già stata una multa di 9,5 milioni di reais per disservizi e una relazione ufficiale che parlava di telefonate (verso lo stesso operatore) che cadevano quattro volte più del normale. In una successiva indagine l’Anatel aveva confermato che la società non rispettava le regole del codice dei consumatori, mentre non era provato che le chiamate fossero fatte cadere di proposito.

15 ottobre 2013

Ora è ufficiale: il Banco vince sempre Big Data rivela la Regola del Casinò

Corriere della sera


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Da momento che l’algoritmo per vincere sempre alla roulette e a blackjack non è ancora conosciuto, se vi piace scommettere è bene che sappiate quante chance avete di stare sopra la linea di galleggiamento. Non è detto che poi continuiate a giocare. Un calcolo condotto dal quotidiano Wall Street Journal sulla base di una grande massa di dati ha stabilito che la regola del «banco vince» è piuttosto vera. Se entrate al casinò o vi mettete online per una volta, le probabilità di vincere non sono pessime: il 30%. Le cose si mettono però male se siete giocatori seriali.

Su due anni di scommesse regolari, la percentuale di coloro che vincono crolla all’undici. E la maggior parte di questi undici su cento non vince più di 150 dollari (su 24 mesi). I numeri diventano un abisso di «sfortuna» se si è giocatori pesanti, cioè se si scommette molto, come capita spesso a chi è preso dalla malattia dell’azzardo. Gli scommettitori che appartengono al 10% di coloro che puntano di più perdono nel 95% dei casi, e ovviamente perdono molto. Per ogni vincitore di 5.000 dollari (sui due anni) ci sono 31 giocatori che perdono più di 5.000 dollari.


Dal momento che i casinò sono parchi nel fornire dati - la statistica è il cuore della loro attività ma i numeri sono in genere trattati come segreti industriali - l’elaborazione è stata effettuata su un database fornito dalla società di scommesse online Bwin.Party che ha raccolto, su basi anonime, le puntate di 4.222 giocatori. Le percentuali estratte non dovrebbero essere molto diverse da quelle che si registrano nei casinò veri e propri: uno studio effettuato da due ricercatori americani sulle case da gioco gestite dagli indiani d’America ha scoperto che sui 24 mesi solo il 13,5% vince(contro l’11% dell’online di Bwin). Il banco conta insomma su chi dal gioco è dipendente: il 2,8% dei clienti (i grandi perdenti) produce metà delle entrate; il 10,7% lascia sul tavolo verde l’80% del fatturato dei casinò. E su chi pensa che la roulette sia una ruota per diventare ricchi.

16 ottobre 2013

Stabilità, il patto infranto con i pensionati

Corriere della sera

Per i trattamenti oltre 6 volte il minimo l’indicizzazione, l’aggancio all’aumento dei prezzi, è stato congelato per altri 3 anni

A giudicare dalle anticipazioni, il sacrificio potrebbe essere inferiore alle attese. Eppure nelle misure varate dal governo, salvo attendere la versione definitiva dei provvedimenti, in qualche modo i pensionati hanno dovuto fare ancora la loro parte. Forzatamente. Per i trattamenti oltre sei volte il minimo (circa 3.000 euro lordi al mese) l’indicizzazione, ovvero l’aggancio all’aumento dei prezzi è stato congelato ancora per altri tre anni, niente recupero del potere d’acquisto per la parte eccedente.
Si dirà che il sacrificio, se venisse confermato, non è di grande entità. Eppure qui la questione non è contabile.

Certo, la priorità dell’equilibro dei conti resta centrale. Certo, la spesa pensionistica rappresenta una quota rilevante del Prodotto interno lordo. Certo agganciare quell’assegno all’inflazione (pari a circa l’1,5%) può apparire poca cosa.

Eppure non è soltanto nei numeri che è racchiuso il problema. Ma in quello che continua ad essere rotto: il patto, non scritto, tra lo Stato e chi, rispettando le leggi, ha lasciato il lavoro. Non si è ancora chiusa la ferita che si è aperta con la questione degli esodati, persone che a un certo punto si sono ritrovate senza lavoro e senza pensione. Per un calcolo sbagliato del precedente governo, per una norma che mancava, per una sottovalutazione, per un cambio della situazione economica. Certo è che la direzione dei sacrifici va individuata con più cura e attenzione. Non solo numerica.

Così è vero che, secondo le anticipazioni, la rivalutazione al 100% dell’assegno sarà valida per chi percepisce fino a tre volte il minimo, che sarà del 75% per i trattamenti complessivamente superiori a quattro volte il minimo e del 50% per chi riceve un assegno superiore a cinque volte il minimo, ma il punto rimane: perché non lasciare stare, almeno per un po’ i pensionati. Questione ancora in bilico l’eventuale contributo di solidarietà oltre la soglia del 90-100 mila euro. Punto respinto in passato, anche per i lavoratori dipendenti, dalla Corte Costituzionale. Certo le pensioni (davvero) d’oro potrebbero risultare oggetto di una riflessione più ampia. E magari di interventi meno improvvisati e a prova di giudizio della Consulta.

16 ottobre 2013

L’altra biografia di Jobs: «Era convinto di essere stato un pilota durante la II Guerra Mondiale»

Corriere della sera

Il libro scritto dall’ex fidanzata del guru Apple, Chrisann Brennan, ne racconta aspetti meno ufficiali e più folcloristici

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MILANO - Un maniaco del controllo, pazzo e dispotico e dall’ego smisurato, incapace di fare il padre ma in compenso bravissimo a fare sesso: così era Steve Jobs nel ricordo (diventato adesso un libro – The Bite In The Apple: A Memoir Of My Life With Steve Jobs - in uscita il prossimo 29 ottobre) di Chrisann Brennan, storica fidanzata del fondatore della Apple nonché madre della prima figlia Lisa, oggi 35enne .

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I due si presero e si lasciarono per tutta l’adolescenza, separandosi definitivamente nel 1978, all’età di 23 anni, quando lei rimase incinta. Una vita di coppia travagliata che si legge anche nel ricordo non sempre positivo, come s’intuisce dalla lettura dello stralcio pubblicato dal New York Post, nel quale la Brennan, che oggi fa la designer grafica a Monterey, rivela aspetti per certi versi inquietanti della personalità di Jobs, che era talmente convinto di aver avuto una vita precedente come pilota di caccia durante la Seconda Guerra Mondiale «da sentire il desiderio di tirare a sé il volante come fosse la cloche di un aereo mentre guidava». Poi, nel 1977, proprio mentre la Apple decollava, Jobs cominciò a cambiare, racconta ancora la Brennan, e ben presto non riuscì più a conciliare il crescente successo lavorativo («non era più su un aereo, ma sembrava fosse su un razzo sparato oltre l’atmosfera») con il resto della sua vita («era diventato offensivo e maleducato con tutti, persino coi camerieri») e, complice la gravidanza inattesa della Brennan, la storia fra i due finì definitivamente.

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Per anni Jobs, che si è poi sposato nel 1991 con Laurene Powell, dalla quale ha avuto tre figli prima di morire di cancro nel 2011, si è rifiutato di riconoscere Lisa, arrivando a sostenere in tribunale di essere sterile, ma alla fine accettò di contribuire al mantenimento della figlia, passando alla madre 500 dollari al mese, e pagando alla figlia anche gli studi ad Harvard (oggi Lisa è una giornalista).
«Facevamo sesso in modo talmente profondo, appassionato e coinvolgente che una volta, quindici anni più tardi, quando ormai era già sposato, mi chiamò per ringraziarmi di quelle notti “sublimi” e ricordo che pensai: certo che gli uomini sono proprio diversi…». Nella sua biografia la Brennan descrive anche l’influenza esercitata dal maestro buddista giapponese Kobun Chino Otogawa su Jobs, ricordando le volte in cui si svegliava all’improvviso «e lo trovavo in estasi, che mi parlava con un linguaggio intriso di simboli sui fiori che aveva visto durante un incontro notturno con Kobun» e di quella volta in cui «tentò di farmi urlare in modo primordiale dopo aver preso dell’Lsd insieme, perché l’aveva letto in un libro».

16 ottobre 2013

Gradimento dei sindaci, de Magistris sprofonda: ora è ultimo in classifica per gradimento

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco di Napoli è il meno apprezzato in Italia


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NAPOLI - Beati gli ultimi, si dice citando il Vangelo, perché saranno i primi. Ma forse il «verbo sacro» non era valido per i sindaci e affini. Secondo la ricerca condotta da Datamedia sulla soddisfazione dei cittadini circa l’operato dei sindaci delle nove città metropolitane in Italia (terzo trimestre 2013) Luigi de Magistris risulta essere l'ultimo in classifica, con un gradimento del 49, 5 per cento.
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La graduatoria vede in testa con il 59,2 per cento il sindaco di Bari Michele Emiliano, seguito in seconda posizione da Marco Doria (Genova) con il 58,6 e da Giuliano Pisapia (Milano) con il 58,5. Tre sindaci - occorre dire - molto vicini a de Magistris in quanto a colore politico e sintonia (in passato si era addirittura parlato di un «cartello» politico tra questi quattro primi cittadini). Appena fuori dal podio Matteo Renzi: il sindaco di Firenze e grande favorito per la corsa alla segreteria del Partito si piazza quarto col 56,5 per cento.

Le brutte notizie, o almeno i brutti numeri, per il sindaco di Napoli non finiscono qui. Sempre secondo Datamedia la variazione nel gradimento dei sindaci delle aree metropolitane, rispetto al secondo trimestre 2013 è lieve per tutti, tranne che per Luigi de Magistris che perde il 3,7 per cento. Negli ultimi nove mesi, inoltre, il primo cittadino partenopeo ha dilapidato ben 10 punti percentuali. A dicembre 2012 era il terzo sindaco più apprezzato d'Italia, col 59,6 per cento di indice di gradimento. Oggi, invece, è ultimo in questa speciale classifica.

Redazione online15 ottobre 2013

Geografia e social: “Urbino è in Emilia”. E Fb corregge

Corriere della sera

di Marta Serafini


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Non c’è pace per la geografia ai tempi dei social network e della geolocalizzazione. Così dopo il blitz dell’indipendentista sardo su Google Maps che ha modificato i toponimi delle località con nomi in dialetto, ora tocca a Facebook fare i conti con gli utenti.

Questa volta però non si tratta di rivendicazioni politiche. Ma di nozioni base. Fino a pochi giorni fa infatti sul social network di Zuckerberg, Urbino veniva collocata in Emilia Romagna. Stessa sorte per Marotta. E non solo. Ora il servizio luoghi del social network ha dovuto restituire alle Marche anche Fabriano, Arcevia, Camerino, Acqualagna, Cagli Urbania e altre località, finite chissà perché in altre regioni. L’ufficio stampa di Facebook Italia spiega che Fb vuole «supportare gli utenti nel geolocalizzare la propria posizione in modo corretto qualora si trovino a visitare le bellezze marchigiane e poter condividere con gli amici contenuti ed esperienze in modo automatico e diretto sul proprio diario e sulla pagina del luogo in cui ci si trova, oltre a scoprire se i nostri amici sono vicini».

Nello scorso settembre il presidente della Regione Gian Mario Spacca aveva scritto al fondatore e ad del social network Mark Zuckerberg perché suggerisse ai suoi collaboratori di studiare meglio la carta geografica d’Italia. Spacca ha fatto notare l’errore, proprio tramite un post su Facebook
E il suo appello non è rimasto inascoltato.






Gian Mario Spacca
Lavora presso Presidente della Regione Marche

Caro Mark Zuckerberg, mi chiedo perché alcune città delle Marche, come Urbino, candidata a Capitale europea della cultura, risultano essere, per Facebook, in Emilia Romagna e non nella nostra regione? E così altre città delle nostre meravigliose Marche, come Arcevia, Fabriano, Camerino, alcune in provincia di Pesaro e Urbino, come Acqualagna, Cagli, Urbania e altre. Possiamo provvedere a mettere in ordine la geografia di Fb? Grazie!