lunedì 14 ottobre 2013

Mandiamo pure la task force ma senza "tassa Lampedusa"

Magdi Cristiano Allam - Lun, 14/10/2013 - 11:03

Il governo oggi vara l'intervento militare e umanitario nel Canale di Sicilia. Basta che l'operazione non ci porti nuovi balzelli: gli italiani sono esasperati

 

C'è puzza di una nuova tassa per Lampedusa. Per aiutare i 6.210 abitanti che hanno perso la loro principale attività economica, il turismo, con la trasformazione dell'isola nel punto di attracco privilegiato delle imbarcazioni dei clandestini provenienti dal sud e dall'est del Mediterraneo? Ma no, a loro daremo il Premio Nobel per la Pace! La nuova tassa servirà per coprire i costi esorbitanti che le nostre Marina e Aeronautica si accolleranno per prevenire che le carrette del mare possano naufragare fosse anche in acque territoriali maltesi, libiche o tunisine, assicurando che i clandestini arrivino sani e salvi a Lampedusa.

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cesco.Sarà nostra cura garantire ogni giorno a migliaia di nuovi «migranti» (il politicamente corretto vieta di usare la parola «clandestino») un soggiorno più dignitoso rispetto all'attuale Centro di accoglienza con soli 400 posti letto, ci metteremo a loro disposizione per agevolare il riconoscimento dello status di rifugiati, elargendo a ciascuno di loro i costi del loro mantenimento in Italia, per ottenere in cambio il plauso delle Nazioni Unite, della Boldrini e della Kyenge, così come eviteremo di doverci sentire redarguire con un fragrante «Vergogna!» da Papa Fran
La nuova tassa sembra implicita nelle parole del ministro della Difesa Mario Mauro che, in un'intervista all'Avvenire, ha annunciato che «potrebbero essere messe in campo più imbarcazioni, oppure di stazza maggiore», rispetto al dispositivo in campo comprendente tre navi della Marina Militare (due pattugliatori, il Libra e il Cassiopea, e la fregata Espero), due aerei P-180, quattro elicotteri, quattro motovedette della Capitaneria di porto, due navi e altri due elicotteri della Guardia di finanza, gli aerei Atlantic schierati a Sigonella. Sui costi della «missione militare-umanitaria» il ministro ha confessato che non si conoscono «ancora con esattezza, ma si sta ragionando per far sì che non sia un costo eccessivo e si possano prevedere le doverose coperture». In ogni caso «il problema non è quanto costa: è necessario farlo, per affrontare l'emergenza umanitaria in atto». Infatti per oggi Palazzo Chigi ha convocato un vertice con Difesa, Esteri e Interno per gli ultimi dettagli operativi.
Ah, se ci fosse la stessa determinazione nel dare immediata risposta alle necessità di mera sopravvivenza di 12 milioni di italiani che vivono in condizioni di povertà, di cui 6,2 milioni fanno letteralmente la fame! Ma vi pare possibile che un governo che rischia di cadere perché non trova 1,5 miliardi al fine di rientrare nei parametri impostici dalla dittatura europea, debba sobbarcarsi non meno di 5 miliardi all'anno per il controllo e il soccorso in mare di imbarcazioni fatiscenti, l'accoglienza a terra e il rimpatrio dei clandestini, la detenzione in carcere di 23mila stranieri di cui il 95% sono clandestini o irregolari? 
Quanti inganni stanno subendo gli italiani! Quanti italiani hanno saputo che il 9 ottobre, nel corso della sua visita a Lampedusa in compagnia del presidente della Commissione europea Barroso, Letta ha attaccato brutalmente la magistratura sostenendo: «Come presidente del Consiglio ho provato vergogna di fronte a tanto zelo», riferendosi all'iscrizione nel registro degli indagati dei sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre, costato la vita a oltre 300 clandestini. Gli ha immediatamente risposto il Procuratore capo di Agrigento Renato Di Natale: «Un componente dell'esecutivo non può sindacare sull'operato di un ufficio giudiziario che si limita ad applicare una legge dello Stato», perché correttamente per la nostra legge l'ingresso illegale nella frontiera nazionale è reato.

Eppure né Napolitano né Grasso né la Boldrini né la Cancellieri né Magistratura democratica né il Pd né Vendola hanno ritenuto di intervenire per difendere un magistrato che è stato attaccato dal capo del governo. Immaginatevi se fosse stato Berlusconi a dire che si vergogna della magistratura! Quanti italiani hanno saputo che Di Natale ha rivelato che ciascuno dei 500 clandestini saliti a bordo delle due imbarcazioni fatte naufragare dagli scafisti aveva pagato tra i 1.700 e 2.000 dollari a testa, consentendo alla criminalità organizzata di realizzare un profitto tra i 500mila e un milione di dollari? Forse parlarne farebbe venir meno l'aureola di eroismo che attribuiamo ai clandestini e ci costringerebbe a dare la priorità alla repressione della criminalità organizzata? Cosa fare? Ce lo dice un cartello innalzato da un lampedusano che protestava per la visita di Letta e Barroso: «Se è vero che non volete i morti in mare mettete una nave Libia-Roma». Quanto buon senso! Facciamolo subito. Ma risparmiateci la nuova tassa per Lampedusa! Gli italiani non ce la fanno più! 

twitter@magdicristiano

La procura ordina l'autopsia per l'ex SS

Il Messaggero

di Cristiana Mangani

ROMA - La soluzione potrebbe venire forse proprio dal luogo dove ora Erich Priebke si trova: l’obitorio del policlinico Gemelli, dove è stato portato per gli accertamenti rituali. 



CatturaUn’autopsia disposta dalla procura della Capitale, dalla quale non si aspettano grandi sorprese, ma resa necessaria dal fatto che il capitano delle Ss è morto in casa. Solo a conclusione dell’esame finale, con il certificato di morte in mano, l’avvocato Paolo Giachini che lo ha assistito in questi anni e lo ospitava a casa sua, formalizzerà le richieste di cerimonia funebre e di sepoltura. Il legale è convinto che, alla fine, prevarrà il buonsenso. «Le bare in mezzo alla strada certo non stanno bene - dice - Credo che il funerale in forma privata si farà, perché è un diritto di qualsiasi cristiano. E Priebke lo era. Aveva anche due padri spirituali e più volte era stato assolto per i suoi peccati. Del resto - aggiunge - da duemila anni non è mai stato cacciato nessuno da una chiesa e non mi risulta che si possa fare neppure legalmente. Alla nostra cerimonia parteciperanno gli intimissimi. Ma per fissare il luogo aspettiamo il certificato di morte affinché si possa traslare la salma».


LA CERIMONIA FUNEBRE
In realtà, una soluzione potrebbe venire proprio dalla chiesetta del policlinico dove effettueranno l’esame autoptico. O comunque, l’avvocato lo fa capire, se non dovessero dirgli di sì nelle chiese, metterà la bara nella casa, la farà benedire, e lascerà alle istituzioni il compito di trovare un luogo dove l’Ss possa trovare riposo. La data del funerale è comunque già stata fissata, sempre che l’autopsia non blocchi la sepoltura: è martedì prossimo alle 16. Il difensore ha anche prenotato la chiesa parrocchiale del quartiere dove Priebke ha vissuto in questi anni. Una data particolare per la grande valenza che riveste: sarebbe proprio alla vigilia di un giorno tristissimo per la città di Roma, quello del 16 ottobre 1943, quando avvenne il rastrellamento nazista nel Ghetto cui è seguita la deportazione di centinaia di ebrei nei campi di sterminio.


IL VIDEO
Solo dopo il funerale, verrà reso pubblico il video di un’ora e mezza nel quale il capitano Ss ribadisce il suo odio per gli ebrei e parla anche delle Fosse Ardeatine. Un filmato al quale Priebke sembra avere tenuto molto. «Distribuiscilo ai miei amici e a chi lo vorrà», ha chiesto a Giachini nei giorni in cui la morte si stava avvicinando. E così, nonostante l’ergastolo, le condanne giudiziarie e morali, ha rinnovato anche in video la sua mancanza di pentimento. «Non rinnego il mio passato, ho scelto di essere fedele al mio passato e ai miei ideali - ribadisce - A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse: sulle camere a gas nei campi di concentramento, io aspetto ancora le prove, falsi i filmati dei lager. Sono stato a Mauthausen: c’erano immense cucine in funzione per gli internati e all’interno anche un bordello per le loro esigenze. Niente camere a gas, salvo quella costruita a fine guerra dagli americani a Dachau». L’Olocausto, per lui, è stato solo frutto di «coscienze manipolate».

I PARENTI
Nei prossimi giorni a Roma arriverà anche il figlio dall’Argentina. E con lui l’avvocato risolverà il problema della sepoltura. «Non era d’accordo a un’eventuale cremazione - spiega ancora Giachini - ma saranno i parenti a deciderlo. Molte persone mi hanno offerto di ospitarlo, ma se non sarà possibile, alla fine, gli cederò il mio posto nella tomba di famiglia, nel luogo dove sono nato nelle vicinanze di Roma. Io ho ancora qualche tempo per decidere. Così come gli ho ceduto una stanza nella mia casa, gli cederò la mia tomba».


Domenica 13 Ottobre 2013 - 12:30
Ultimo aggiornamento: 12:54



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Droni e agenti scelti L'armata anti al Qaeda parte da Sigonella

Quotidiano.net

dall'inviato ALESSANDRO FARRUGGIA


Per potenziare la base il governo degli Stati Uniti ha speso 300 milioni di dollari



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SIGONELLA (Siracusa), 14 OTTOBRE 2013

DICI SIGONELLA e pensi ancora a quella notte dell’11 ottobre 1985 quando 20 avieri della Vam e 30 carabinieri non cedettero di un millimetro a 50 Navy Seals e Delta Force e rifiutarono di consegnare agli americani i terroristi Abu Abbas e Hani el Hassan, atterrati a bordo di un aereo egiziano dopo il rapimento della Achille Lauro. Altri tempi. Quella crisi tra Bettino Craxi e Ronald Reagan è trapassato remoto e la Naval air station di Sigonella — potenziata dal 2001 a oggi con investimenti per 300 milioni di dollari — è oggi la piattaforma operativa e logistica per le operazioni antiterrorismo americane in Africa. Molto operativa.

Nel caffè ‘Di Napoli’ e nella palestra/piscina ‘The fit zone’, nel centro commerciale e nell’ospedale della Us Navy della base — forte di 3.100 uomini e comandata dal capitano di vascello Christopher J. Dennis — tutto è come sempre. Alla vigilanza sono cortesi, ma fermi e non lasciano filtrare molto di più dell’anidride carbonica frutto della respirazione. La polemica relativa alla costruzione del centro di comunicazioni Muos di Niscemi scotta e si evita come la peste la sovraesposizione mediatica. Eppure è da qui che partono i droni Global Hawk ed è da qui che saranno lanciate eventuali operazioni speciali per il recupero di ostaggi americani in nordafrica.

LA CRISI di Bengasi brucia ancora e gli americani hanno deciso da allora di piazzare qui 180 uomini della Special purpose Marine air/ground task force (Magr). Non è una unità da operazioni speciali, ma del genio (attualmente del quarto combat engineer battalion di Baltimora) dedicata alla cooperazione con le forze armate di alcuni paese africani. Chi è qui per combattere, se del caso, sono i 180 marines dello Special purpose Marine air/ground task force - Crisis response (Magr-CR) arrivati da una decina di giorni. La chiave sta nelle ultime due parole: risposta alle crisi. La task force è dotata 4 convertiplani V22 Osprey, macchine costosissime e raffinatissime, in grado di decollare e atterrare come elicotteri e volare come aerei, trasportando 24 uomini equipaggiato in tutto punto.

Cioè sei ‘fireteam’ di 4 uomini armati con mitra M16, mitragliatrici leggere M249 e lanciagranate. Con 2 Osprey (e due di riserva) si può effettuare un’operazione di liberazione di ostaggi in territorio ostile. L’Osprey puo infatti trasportare altri 12 passeggeri, oltre ai 24 soldati. La task force è dotata anche di 2 C130 J in versione da rifornimento in volo, che estendono il raggio dell’intervento, e può essere rafforzata sia dagli altri 300 marines del Magr-CR che si trovano in Spagna (con altri 2 Osprey), che da quelli che sono sulla Uss S.Antonio della Sesta flotta e da assetti delle Naval special warfare units 2 (Stoccarda) e 10 (Rota, in Spagna), quindi, i temibili Navy Seals. E non è una cosa passeggera.

L’ETNA, che troneggia una ventina di chilometri in linea d’aria più a Nord, dovrà abituarsi alla presenza della task force dei Marines e ai voli degli Osprey. Una commissione del Senato americano ha infatti suggerito di spostare stabilmente a Sigonella i convertiplani oggi in Inghilterra. Così, ha spiegato, sono più vicino all’area di possibile intervento. Libia, Egitto, Tunisia, Mali, Niger, Algeria e quant’altro, in caso di intervento la risposta passerà dalla ‘portaerei Sicilia’. E non solo. Entro il 2017 Sigonella, grazie al progetto Alliance ground survelliance dovrebbe diventare la capitale mondiale dei droni della Nato. Saranno schierati 20 Global Hawk (e altri mille uomini). Capaci di vedere tutto quel che succede nelle aree sensibili che vanno dall’Iraq all’Atlantico ai Grandi Laghi africani. E naturalmente, nei mare davanti alla Libia. Fargli vigilare anche il canale di Sicilia non sarebbe una cattiva idea: un utile addestramento per gli operatori, che aiuterebbe a salvare molte vite umane. Sarebbe moralmente giusto, e mediaticamente una operazione che pagherebbe per Nato e Us Navy. Ma forse nessuno ci ha pensato.

Ora Maurizio Crozza per andare in Rai ha 25 milioni di ragioni

Laura Rio - Lun, 14/10/2013 - 09:00

L'accordo sarà portato giovedì in Consiglio di amministrazione: andrà in onda da marzo e durerà fino al 2016. La produzione verrà interamente affidata alla società di Caschetto

Venticinque milioni di euro. Sono tanti, tantissimi soldi. Anche per aggiudicarsi un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Anche per realizzare uno show di grande appeal. Anche per portare a casa un'operazione che, sulla carta, potrebbe essere fruttifera.

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Anzi, dovrebbe essere presentato al vaglio del Consiglio d'amministrazione nella prossima seduta di giovedì. Dove sono prevedibili fuoco e fiamme. Perché alcuni consiglieri sono contrari a elargire somme così alte soprattutto in un momento di grave difficoltà economica della Tv di Stato. Ma vediamo nel dettaglio come dovrebbe essere questo contratto, a meno di cambiamenti delle ultime ore e decisioni contrarie del Cda. Dei 25 milioni di costo totale, circa 5 andrebbero al comico. Cifre ancora superiori a quelle trapelate nelle scorse settimane. La produzione è della Itc2000, società di Beppe Caschetto, il potente manager che, insieme al “concorrente” Lucio Presta, gestisce i più importanti volti televisivi nonché produce direttamente alcuni show.

L'accordo è biennale. Crozza dovrebbe andare in onda già da marzo su Raiuno, appena finito Sanremo, fino all'estate 2016. Questo venerdì comincerà la sua ultima stagione su La7, otto puntate fino a dicembre, poi il passaggio in Rai: Cairo, il neo patron de La7, non ha lottato molto per trattenerlo, visto che i costi dello show sono a suo avviso troppo alti rispetto alle esigenze del canale da lui acquistato. In Rai, invece, pare non abbiano problemi ad allargare i cordoni della borsa, nonostante i tagli pesantissimi apportati a tutti i livelli. L'accordo prevede una cinquantina di puntate da mandare in onda per cinque stagioni tv: dalla prossima primavera a quella 2016. Una cinquantina di puntate, per l'esattezza 53 (una ventina nel 2014, un'altra ventina nel 2015 e le restanti nel 2016).

Ognuna al costo di 475mila euro. Che fa appunto 25.517.000. Di questa cifra Crozza, dovrebbe incassare tra i 4,5 e i 5 milioni. In anni passati non sarebbe neppure sembrata una cifra esorbitante: Fabio Fazio percepisce due milioni di euro all'anno, Benigni ne prese sei per la serata sulla Costituzione e le nottate dantesche. Si sa, i cavalli di razza vanno pagati, anche perché rendono (in termini di ascolti e pubblicità). Ma quello che pare esagerato è il costo a puntata: perché il programma di Crozza dura solo 70 minuti, che è il tempo giusto per un comico, altrimenti lo show diventa un noioso «sbrodolamento».

Dunque 475mila euro diviso 70 fa 6.785 euro al minuto! Per avere un raffronto basta pensare che uno show di prima serata, della durata ben più lunga di due ore e mezza (come Tale e quale show o Ballando con le stelle), costa attualmente tra i 500 e 600 mila euro a puntata. Ma, mentre questi programmi hanno forti costi di produzione: dai numerosi ospiti, ai famosi concorrenti, al trucco, alle riprese in esterna, il comico sta semplicemente su un palco, (quasi sempre) da solo, impegnato nelle sue spassose imitazioni. E se, come si sta ipotizzando, dopo lo show di Crozza - che alle 22,30 sarà già finito - andrà in onda Benigni con le nuove letture dantesche registrate la scorsa estate, la serata del venerdì costerà parecchio.

Inoltre l'operazione è, come si dice in gergo televisivo, a «cassette chiuse»: cioè viene realizzato tutto dalla Itc di Caschetto, senza intervento delle strutture produttive interne Rai. Una scelta singolare visto che il direttore generale Luigi Gubitosi, che sta conducendo di persona le trattative, ha molto predicato e anche molto agito per diminuire fortemente le produzioni esterne all'azienda. Su tutta la vicenda ha pesato il fatto che Caschetto è anche il manager di Fazio e della Littizzetto, le due punte di diamante che dovrebbero bissare il successo dello scorso Sanremo. Insomma, il manager ha usato mezzi convincenti per permettere a Crozza di fare il grande salto. Poi si vedrà se l'operazione porterà gli esiti sperati: su La7 il comico arriva a risultati giganteschi per quella rete, circa il 10/11 per cento di share. Per Raiuno ce ne vuole molto, molto di più.



Alla cassa anche Fazio e Benigni

Ecco gli stipendi: 5,4 milioni per il presentatore e 4 per l'attore

Redazione - Lun, 14/10/2013 - 08:12


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Per i big in Rai i cordoni della borsa restano aperti. A Fabio Fazio e Roberto Benigni sono stati rinnovati contratti milionari.

Entrambi, comunque, hanno concordato «sconti» importanti. Fazio, che vanta un compenso da due milioni di euro l'anno (per sei totali), ha voluto già siglare l'accordo futuro nonostante l'attuale scada solo il prossimo giugno: 5,4 milioni per altri tre anni. Benigni, che vedremo di nuovo in una prima serata su Raiuno a dicembre, questa volta sui Dieci comandamenti, percepirà un compenso di 4 milioni di euro, che comprendono le seconde serate dedicate alla esegesi dei canti danteschi. La scorsa stagione lo show sulla Costituzione fece il botto di ascolti, mentre le serate su Dante per nulla. Riduzione del contratto, da 5,8 a 4 milioni. Contro questi accordi si scaglia Renato Brunetta. L'esponente Pdl, ospite ieri a «Che tempo che fa», ha battibeccato con il conduttore sul suo compenso medesimo: il primo chiede trasparenza, il secondo ricorda che lo show fa guadagnare la Rai.

Quei “parenti” di Ötzi arrivati fino a noi

La Stampa

vittorio sabadin

L’Università di Innsbruck ha identificato almeno 19 discendenti. Vivono tra Tirolo, Alto Adige e Svizzera. Scoperti grazie al Dna


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Otzi, l’uomo di ghiaccio trovato nel settembre del 1991 al confine tra l’Italia e l’Austria, ha almeno 19 discendenti, che vivono sparsi fra il Tirolo, l’Alto Adige e la Svizzera. Li ha individuati l’Istituto di medicina legale dell’Università di Innsbruck, grazie a una particolare mutazione genetica della quale Ötzi era portatore, una variazione molto comune nella preistoria, ma che oggi si riscontra globalmente in pochi individui. 

L’identificazione dei discendenti di un uomo vissuto 5300 anni fa sembrava una impresa impossibile, ma nessun essere umano è stato mai studiato così a fondo come quel cacciatore vestito di pelli, alto 159 centimetri, trovato in Val Senales da due coniugi tedeschi, Erika e Helmut Simon, che stavano facendo una passeggiata in alta quota. Grazie al lavoro di decine di scienziati austriaci e italiani, di Ötzi sappiamo ormai praticamente tutto: aveva mangiato carne di stambecco prima di essere ucciso, era intollerante al lattosio, aveva 46 anni, era predisposto all’infarto, aveva contratto la malattia di Lyme o borellosi, comune nelle foreste e nei cervi. Soffriva anche di artrite, era infestato da vermi tricocefali, aveva gli occhi marroni e il suo gruppo sanguigno era di tipo “0”. 

Proprio l’analisi del sangue è stata la chiave delle scoperte più sorprendenti, grazie alla collaborazione tra il professor Albert Zink dell’Istituto per le mummie e l’Uomo di ghiaccio di Bolzano e l’Università di Darmstadt. Accanto al segno di una ferita sulla mano di Ötzi sono stati raccolti campioni di tessuto. Analizzati con tecnologie avanzate, in grado di rilevare sostanze dello spessore di pochi atomi, hanno mostrato la presenza di globuli rossi, il più antico sangue umano mai osservato. 

Il professor Zink ha ricostruito la sequenza del Genoma dell’Uomo di ghiaccio e del suo Dna mitocondriale, quello che aveva ereditato dalla madre. Ma per trovare eventuali discendenti ancora non bastava. Si pensava anzi che Ötzi appartenesse a un sottogruppo di uomini dell’Età del rame che non aveva lasciato eredi e le sue caratteristiche genetiche sembravano più simili a quelle dei sardi o dei corsi che non a quelle degli abitanti del Tirolo. 

E’ stata la rara presenza dell’aplogruppo G nel cromosoma Y dell’Uomo di ghiaccio a fare pensare ai ricercatori dell’Università di Innsbruck che forse era possibile trovare, nella popolazione dello stesso territorio nel quale il corpo era stato rinvenuto, qualche discendente con le stesse caratteristiche genetiche. La ricerca è stata compiuta dal professor Walther Parson su 3700 donatori di sangue di sesso maschile, ai quali è stato chiesto di dichiarare il luogo di nascita e la storia della propria famiglia.

Chi veniva da troppo lontano o aveva famiglie con incroci genetici complessi è stato scartato; tra gli altri rimasti, 19 sono risultati portatori della mutazione genetica di Ötzi e quindi potenzialmente suoi parenti. Si ritiene che l’aplogruppo G sia comparso circa 30 mila anni fa, diffondendosi nella zona dell’Himalaya, del Medio Oriente e del Pakistan. Le migrazioni umane lo hanno portato anche in Europa centrale, fino alla famiglia di Ötzi, ma oggi è diventato piuttosto raro. 

L’Uomo di ghiaccio è conservato nel museo di Bolzano, dove migliaia di persone fanno la fila ogni anno per vederlo. Poche scoperte archeologiche hanno generato nel mondo così tante emozioni, e anche un po’ di tenerezza per questo corpo ferito, che ci ha detto tutto quello che poteva di sé e della sua vita. Grazie a lui abbiamo imparato che gli uomini preistorici avevano conoscenze superiori a quelle che avevamo attribuito loro, considerandoli semplici selvaggi in attesa del miracolo dell’evoluzione.

Ötzi non solo calzava scarpe perfettamente adatte alla neve e al ghiaccio e disponeva di attrezzi sofisticati per la sua era. Aveva anche il corpo pieno di tatuaggi, 36 segni fatti di punti e linee, incisi nella pelle e marcati con la cenere, che secondo alcuni studiosi coincidono o sono molto vicini ai punti dell’agopuntura cinese o ai punti di pressione della medicina orientale. Un indelebile manuale di automedicazione per i lunghi e pericolosi viaggi nelle Alpi, e forse il modo più utile e intelligente di tatuarsi qualcosa addosso.

Evaso” un centesimo, l’Inps vuole 155mila euro

Corriere della sera

È la cifra addebitata a una onlus che assiste 300 disabili. I soldi erano destinati a ristrutturare un immobile confiscato alla mafia e donato dal Comune di Roma


OSTIA - Cartelle «pazze» per una (presunta) evasione di un solo centesimo di euro. Una procedura messa in atto dall’Inps che rischia di bloccare l’attività dell’Anffas di Ostia, la onlus che da vent’anni di occupa della riabilitazione di ragazzi con disabilità intellettiva e/o relazionale. È stato sufficiente quella misera mancanza nel versamento dei contributi del 2009 per far scattare la mega-sanzione e il pignoramento per un totale di 155mila euro nei confronti dell’associazione lidense, con un provvedimento speciale emanato dall’ente previdenziale senza attendere ricorsi e senza preavviso. Gli stessi soldi che servivano alla onlus per ristrutturare un immobile confiscato alla mafia e donato dal Comune di Roma per i meriti e i valori espressi dall’associazione.

SENTENZE E RICORSI - Già nel 2011 l’Anffas Ostia, che segue e aiuta oltre 300 disabili, autistici e persone con difficoltà motorie, aveva dovuto combattere con le cartelle misteriose da 300mila euro dell’Inps, ma il Tribunale di Roma aveva annullato il provvedimento. Ora la nuova tegola per l’ente con sede in via del Sommergibile . E oltre al danno anche la beffa: l’emissione di Durc negativi (il Documento unico di regolarità contributiva, il certificato che attesta il rispetto degli obblighi di legge, ndr), che blocca automaticamente l’affidamento e il rinnovo di contratti pubblici di servizi di assistenza socio-sanitari, paralizzando l’attività della Onlus.

ASSISTENZA A RISCHIO - Non bastasse l’Inps, tramite Equitalia, ha attivato le procedure di pignoramento di 130mila euro, cifra che l’associazione attende da oltre un anno dalla Regione Lazio (essendo accreditata) per prestazioni già erogate. «Ciò che sta avvenendo è assurdo – afferma il presidente di Anffas Ostia, Ilde Plateroti -. Non possiamo permetterci di chiudere e di questo dovranno rispondere quei funzionari dell’Inps di Ostia a cui i nostri sistemi virtuosi sembrano non andare giù». Eppure una legge a cui la onlus si appella esiste: è la 426 del dicembre 1991, che prevede la possibilità per «istituzioni ed enti senza fini di lucro, che erogano prestazioni di natura sanitaria direttamente o convenzionalmente sovvenzionate dallo Stato, dalle Regioni o dalle unità sanitarie locali» di cedere i crediti vantati come «misura generalizzata di pagamenti dei contributi dovuti».

I DEBITI DELLA REGIONE - Per l’Anffas insomma basta cedere i crediti che vanta con la Asl Roma D per il saldo degli oneri contributivi, come già nel 2011 aveva riconosciuto la sentenza del Tribunale di Roma, dichiarando «cessata la materia del contendere». Cosa che però sembra non aver convinto l’Inps. «Ce la metteremo tutta - sottolinea il direttore generale, Stefano Galloni - per continuare a garantire anche questa volta i servizi e gli stipendi. Subire un pignoramento-lampo mentre si è ancora in attesa di giudizio, quando in realtà l’Inps è da mesi seduta al tavolo delle trattative con il reale debitore (la Regione Lazio) per gli stessi importi, grida giustizia!».

GIUSTIZIA CERCASI - Già dallo scorso luglio infatti è in piedi un tavolo di conciliazione tra Inps e Regione Lazio, per definire la questione dei crediti ceduti all’ente previdenziale da enti morali, tra i quali Anffas Ostia. Tra tutte le associazioni e onlus della regione, a quanto pare l’Anffas è l’unico ente ad aver subito un tale atto di pignoramento e a non aver ottenuto i Durc positivi con riserva, pur in pendenza di ricorso, come avvenuto invece per le altre onlus coinvolte che hanno anche visto sospese tutte le procedure di recupero coattivo.

13 ottobre 2013

Omonimo di Grillo, tempestato di telefonate «Ormai non vivo più»

Corriere della sera


Cattura
Chiamarsi Giuseppe Beppe Grillo può cambiare la vita, soprattutto in questi momenti. Accade ad un omonimo del comico e leader del Movimento 5 Stelle, che riceve telefonate a tutte le ore del giorno, anche la sera alle 22, da persone che espongono problemi, fanno commenti politici, e a volte insultano. E molte lettere. L’omonimo (in Liguria sono 9) che ormai vive con l’ossessione dello squillo del telefono abita a Santa Margherita Ligure, ha 82 anni ed è un muratore in pensione originario della bergamasca. Gira per la città con un motocarro Ape 50 e per questo il vero Beppe Grillo lo ha anche preso in giro. «Mi fai fare brutta figura», pare gli abbia detto una volta l’anima del M5S. La storia del Grillo di Santa Margherita è raccontata dal Secolo XIX nell’edizione Levante.

«Ricevo telefonate in continuazione di persone che sono convinte di parlare con il leader dei grillini, io ascolto cortesemente, ricevo elogi per l’attivismo politico, segnalazioni su ciò che non va nel Paese e anche insulti. Poi dico che non sono chi stanno cercando». Fra le richieste più strane, si è sentito chiedere il numero di piede. Forse, a breve, qualcuno gli recapiterà un paio di scarpe. Il Grillo di Santa Margherita racconta che riceve lettere che cortesemente fa arrivare al Grillo giusto attraverso un amico comune che abita nella zona. Lo stesso che una volta li ha fatti incontrare: il primo a bordo di una fuoriserie, il secondo sull’ Ape 50. Ma i due Grillo qualcosa in comune ce l’hanno: la battuta pronta e la determinazione di battersi per qualcosa in cui credono: il Grillo di Santa è riuscito a far riqualificare un’area verde in un quartiere di Santa Margherita che adesso lui insieme a un gruppo di residenti gestisce e mette a disposizione per feste di compleanni, pic nic, e attività scolastiche. In questo anche il Grillo pensionato è un uomo a cinque stelle.

13 ottobre 2013

I profughi di Colle Oppio a Roma “Delusione Italia, meglio l’Africa”

La Stampa
flavia amabile

Con lo status generico di richiedenti asilo non possono avere un lavoro né un affitto: vivono in strada
roma


Cattura
La ricordano bene l’isola di Lampedusa, i rifugiati che vivono da anni a Colle Oppio, l’area archeologica alle spalle del Colosseo e dei Fori pedonalizzati dal sindaco Ignazio Marino. Ricordano il loro arrivo su uno di questi barconi che avanzano stancamente tra le onde carichi fino all’inverosimile, la speranza nel veder arrivare le forze dell’ordine italiane. 
E poi lo sbarco, il sollievo di avercela fatta, di non essere annegati, e di essere arrivati nel continente ricco, quell’Europa che dovrebbe aprire le porte di una nuova vita a chi ha trascorso mesi - a volte anni - ad attraversare il deserto e il Mediterraneo per non essere più costretti a vivere tra le guerre e le persecuzioni. 
Potevano dirsi fortunati.

Non immaginavano che il calvario ancora non era terminato. Smistati nei centri di assistenza di mezza Italia, alla fine si sono ritrovati fra le mani solo il generico status di «richiedenti asilo», anime semi-inesistenti da un punto di vista giuridico, condannate ad attendere il riconoscimento di rifugiato per avere un affitto ufficiale, un lavoro vero, una vita. A queste condizioni, per molti di loro spesso non resta che la strada. E la strada, per alcuni di quelli che arrivano dall’Africa, vuol dire Colle Oppio, il parco che nelle guide turistiche è consigliato fra le mete da non perdere nei paraggi del Colosseo perché conserva i resti delle terme di Traiano e della Domus Aurea, ma che in realtà è per metà un accampamento a cielo aperto per decine di rifugiati.


Nel prato, tra escrementi, bustone piene di vestiti, valigie gettate sotto gli alberi, stendono i loro cartoni. I più fortunati hanno anche un materasso da appoggiare sopra. È quella la loro casa, anche se non è affatto una casa. C’è chi vive così da mesi, alcuni anche da anni covando una rabbia profonda contro l’Italia e gli italiani. I più fortunati hanno un lavoro, al mattino presto si alzano, si lavano come possono sotto l’acqua dei nasoni del parco e vanno via. Restano gli altri, quelli che non sono riusciti nemmeno a trovare un lavoro in nero. Le loro giornate scorrono lì, sul prato, a bere birra, arrabbiarsi, litigare, lavare i vestiti sporchi e metterli ad asciugare sulle recinzioni dei resti delle terme di Traiano, trascinarsi fino ad una mensa della Caritas, e poi di nuovo lì, sul prato.

«Che vita è questa?», urla Sanna, un giovane che non ha trent’anni, arriva dal Gambia ed è in Italia dal 2008. «Sto diventando scemo a stare qui. Non ne posso più». Arriva un amico, è del Senegal, identico destino. Lui è di quelli fortunati, che hanno anche un materasso sopra il cartone. In queste notti ha piovuto, sta arrivando il freddo. Per chi vive come loro inizia la stagione più difficile. «Si può dormire in queste condizioni?», chiede. Mostra il materasso, lo solleva, è fradicio. «Nemmeno i cani vengono trattati così!», esclama. Sanna annuisce, una lattina tra le mani. «Io in Africa non ho mai dormito a terra. Mai».

Anni di attesa, di notti trascorse a trattare i trafficanti di vite del deserto, poi con i mercanti della Libia o della Tunisia, la traversata nei barconi caracollanti, i risparmi di una vita bruciati per arrivare a questo materasso zuppo di pioggia autunnale. Meglio l’Africa? «Sì, si vive meglio in Africa che in Italia», urla furibondo. Il loro sogno è la Svizzera, oppure la Germania, la Svezia, i paesi dove l’accoglienza non è una parola vuota, buona solo a riempire qualche riga di un vocabolario. «Perché avete preso le nostre impronte? Perché ci tenete qui? Vogliamo andarcene». 

Napoli. Il killer è buddista: «In cella ha diritto al maestro zen»

Il Mattino

di Francesco Ferrigno


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Chiede di poter vedere il maestro Zen e di mangiare cibo vegetariano in carcere. Catello Romano, il giovane killer di camorra che a diciannove anni prese parte all’omicidio del consigliere comunale del Pd Gino Tommasino, abbraccia il buddismo e non vuole rinunciare alla cura spirituale. E la Cassazione gli dà ragione: bisognerà tenere in giusta considerazione i diritti che sono garantiti dalla Costituzione.

 
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domenica 13 ottobre 2013 - 13:16   Ultimo aggiornamento: 13:17

Rosetta Stame, figlia di una vittima condannata a risarcire Priebke

Corriere della sera

Il tribunale di Roma accettò la richiesta del boia delle Fosse Ardeatine


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ROMA - Nell’ottobre del 2003 Rosetta Stame, figlia di una delle 335 vittime delle Fosse Ardeatine, fu condannata al risarcimento di un centinaio di milioni di lire ad Eric Priebke. Rosetta Stame, rimasta orfana all’età di sei anni del padre Nicola Ugo, era stata querelata da Priebke per un’intervista al “Messaggero” nella quale si era ritrovata a dire che suo padre era stato torturato da Priebke a via Tasso. L’ultima volta che infatti Rosetta Stame aveva visto il padre in un colloquio a Regina Coeli ricorda che cosa aveva confidato a sua madre che era con lei nella saletta del carcere: Nicola Ugo Stame diceva di sentirsi male per i colpi ricevuti al petto durante la detenzione nel carcere delle Ss di via Tasso.

INGIUSTO RISARCIMENTO In quell’autunno del 2003 Rosetta Stame era uscita dal tribunale civile di Roma con l’umiliazione di dover sottostare a questo ulteriore scempio a sessanta anni dalla strage. Una condanna di risarcimento per l’uomo che aveva diretto l’uccisione dei martiri delle Ardeatine compreso suo padre. Poi in appello la condanna al risarcimento fu annullata, ma a Rosetta Stame rimasero da pagare le spese processuali e naturalmente l’avvocato. La notizia della condanna in primo grado quando era diventata nota – Rosetta Stame si era chiusa in un mortificato silenzio – aveva provocato infatti un forte moto di indignazione e la mobilitazione di Riccardo Pacifici all’epoca non ancora presidente della Comunità ebraica così come di esponenti politici come Walter Veltroni.

FERITA RIAPERTA L’idea che in punta di diritto – vallo a dimostrare infatti che Priebke avesse partecipato di persona al pestaggio di Nicola Ugo Stame, colpito nel petto anche per annientarlo come tenore lirico apprezzato qual era – la giustizia italiana permettesse al responsabile della strage delle Fosse Ardeatine di infierire ancora sulla famiglia di un martire era apparsa come difficilmente tollerabile. Rosetta Stame, oggi presidente dell’associazione dei familiari delle vittime (Anfim), ricorda tutto questo e dice: “Mi scelse come un capro espiatorio, dovevo pagare io per tutti noi familiari delle vittime, una rappresaglia che mi ha creato tanto dolore e che conferma che cosa è stato Priebke”.

12 ottobre 2013

Partono per il viaggio di nozze e lui “dimentica” la moglie in autogrill

La Stampa

È successo in Germania, persino la polizia ha ironizzato, intitolando il comunicato “Cominciamo bene...”

matteo alviti
berlino


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Just Married. L’avevano anche scritto sul lunotto del piccolo bus con cui avevano deciso di partire per il viaggio di nozze. Da cui però ha rischiato di tornare a casa solo lui. Ieri sera, verso le dieci, una donna ha telefonato con voce preoccupata alla polizia di Bad Hersfeld, nel Land tedesco dell’Assia: suo marito, fresco di matrimonio, era scomparso con tutto il pulmino, lasciandola sola all’autogrill di Kirchheim, lungo l’autostrada.

Un ripensamento improvviso? La “crisi del settimo giorno”? Niente di tutto questo, almeno ufficialmente: l’uomo era semplicemente ripartito dopo la sosta pensando che la moglie dormisse tranquilla sul sedile posteriore del bus. Dell’assenza della sua silenziosa metà s’è accorto solo dopo più di due ore e duecento chilometri, quando ormai aveva raggiunto la città di Braunschweig. “Cominciamo bene...”, è intitolato il comunicato della polizia sulla vicenda.

Nel frattempo la donna, dopo aver inutilmente tentato di chiamare il marito rimasto con la batteria del cellulare scarica, aveva allarmato la stradale. Che sulle sue indicazioni si era messa, senza successo, alla “caccia” di un pulmino con i nomi degli sposi e la scritta Just Married sul lunotto.
I due si sono potuti riabbracciare solo cinque ore dopo il fattaccio, e intorno alle tre del mattino hanno lasciato la stazione di polizia di Bad Hersfeld con i migliori auguri degli agenti, per “tanti anni felici lungo una strada da percorrere insieme”, si legge nel comunicato.

Google userà la nostra faccia nelle pubblicità

Corriere della sera
di Marta Serafini



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Agli utenti di Google potrebbe capitare presto di ritrovarsi la loro faccia e il loro nome come testimonial di annunci pubblicitari. La novità spiegata da Google qui, entrerà in vigore l’11 novembre. Da quella data Google potrà utilizzare il nome e l’immagine di tutti gli iscritti a Google Plus per rendere più convincenti gli annunci pubblicitari.

Spiega Mountain View: Vogliamo offrire agli utenti, ai loro amici e alle persone nelle loro cerchie le informazioni più utili. I consigli da persone conosciute possono essere molto utili, quindi gli amici, la famiglia e altre persone potrebbero visualizzare il nome e la foto del profilo di un utente, nonché contenuti come le recensioni che condivide o gli annunci su cui ha fatto +1. Ciò accade solo quando l’utente svolge un’azione (fa +1, aggiunge un commento o segue qualcuno) e le uniche persone che vedono tutto questo sono quelle con cui l’utente ha scelto di condividere tali contenuti.

Come spiegato qui, e come riporta il New York Times Google, sfruttando ad esempio le recensioni delle app su Play Store, le recensioni di un ristorante su Google Plus Local o i +1 su un sito o su una pubblicità, sarà in grado di mostrare queste informazioni agli utenti connessi al proprio account, in relazione alle loro cerchie su Google Plus e alle loro amicizie. Qualcosa di molto simile a quello che succede già su Facebook, dove spesso alcuni annunci pubblicitari mostrano pagine o elementi ai quali i nostri contatti hanno messo “Mi Piace”. Si tratta di sfruttare dunque un meccanismo psicologico molto semplice. Quello dell’emulazione. Se vedo che a un mio amico piace qualcosa, mi fido e lo seguo.

L’opzione, tuttavia, può in alcuni casi essere disattivata. Spiega ancora Google:

Per quanto riguarda le conferme condivise negli annunci, è possibile controllare l’utilizzo del proprio nome e della propria foto del profilo tramite l’impostazione Conferme condivise. Se l’impostazione viene disattivata, il nome e la foto del profilo non verranno mostrati nell’annuncio del panettiere preferito o in qualsiasi altro annuncio. Questa impostazione si applica solo all’utilizzo negli annunci e non influisce sull’eventuale utilizzo del nome o della foto del profilo in altri contesti, come Google Play.

Pasta per le dentiere: quei piccoli furti per conservare la dignità

Corriere della sera

Il collante è uno degli articoli più rubati dagli scaffali dei supermercati


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Rubare per conservare la propria dignità: questo ho pensato quando l’ho scoperto. Era una piovosa domenica mattina quando, mentre facevo una rapida spesa in un minimarket, ho notato che le confezioni delle paste per le dentiere erano vuote; alla cassa mi hanno spiegato che quelle piene le tengono da parte perché sono uno degli articoli più rubati. Un po’ stupito, ho registrato mentalmente l’informazione ma non ci ho fatto molto caso. Salvo poi, dopo un paio di giorni, recarmi dal mio dentista che mi ha confermato la cosa, aggiungendo che sono soprattutto le persone anziane a «farle sparire», le paste, in troppo imbarazzo per restare senza denti ma senza sufficienti soldi per potersele permettere.

LA PASTA PER LE DENTIERE - Come se non bastasse, della «strana scomparsa della pasta» ho avuto altra conferma da un amico che gestisce alcuni negozi di alimentari e cose varie per la casa, il quale ha poi aggiunto che anche loro negozianti sono spesso in difficoltà e, facendo finta di non vedere, si ritrovano a girare lo sguardo dall’altra parte. Se le immagini degli anziani che girano nei mercati alla ricerca di qualche scarto commestibile feriscono la nostra sensibilità, quelle di un vecchio che rischia la denuncia per salvare la dignità della propria persona fisica lasciano senza parole. Si può solo intuire il sentimento misto di imbarazzo, timore e disperata rassegnazione con cui una persona anziana può ritrovarsi a commettere un piccolo furto, umiliando, nel compierlo, prima di tutto se stesso.

GLI ANZIANI - Non esistono ricette magiche per regalare dentiere e paste collanti a chi ne ha bisogno, né credo che questa sarà una delle priorità economiche di uno dei prossimi governi che salveranno il Paese, ma l’immagine di un anziano così fa venire un nodo in gola. Meglio allora cercare di immaginare la cosa diversamente, come in uno dei romanzi di Daniel Pennac, con una delle sue terribili vecchiette in azione e il Signor Malaussène dietro l’angolo intento a cercare di porre un qualche rimedio alle sue scombinate azioni e ai vari danni causati. Pennac però scrive con la fantasia romanzi surreali, questa invece è solo vita reale, di surreale purtroppo non c’è nulla.

11 ottobre 2013

Il gatto affamato che ruba un pezzo di pizza e non vuole mollare la refurtiva

Il Mattino


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La fame, si sa, gioca brutti scherzi. E questo gatto di fame doveva averne davvero molta: anche se la sua padrona lo ha sollevato da terra prendendolo dalla collottola, il felino ha tutta l'aria di non voler mollare un pezzo di pizza, e lo tiene saldamente con le zampe anteriori.


VIDEO


Sabato 12 Ottobre 2013 - 18:39
Ultimo aggiornamento: 18:41

Berlino, il ritorno degli ebrei “La Storia non ci fa più paura”

La Stampa

Migliaia di giovani arrivano da Israele: ci sentiamo a casa, è la nuova Gerusalemme

tonia mastrobuoni
inviata a berlino


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La prima volta che sono venuto qui, dopo il servizio militare, volevo solo divertirmi. Ma avevo anche la testa piena delle storie orribili dei miei genitori e dei miei nonni e quel numero: sei milioni di morti. Dopo un po’ ho cominciato a sentire tutto quello che c’era stato prima e che senti ovunque, e ho capito che Berlino è come Gerusalemme». Zeev Avrahami sta preparando dell’hummus con le melanzane, ogni tanto esce dalla cucina, si siede al tavolo e racconta un pezzo della sua storia.

Mentre armeggia con le pentole, canticchia le canzoni di Ariel Silber. «Qui non lo conosce nessuno, ma noi “nuovi ebrei” lo conosciamo tutti». I «nuovi ebrei», spiega, sono quelli che come lui che hanno deciso di andarsene da Israele per cercare le loro radici qui. «Siamo sempre di più. Tanti, come me, vengono dopo il militare, poi sentono dentro questa cosa forte. La “grande bestia” ha cercato di ucciderci. Ma noi stiamo tornando».

Quarantaquattro anni, una moglie tedesca e due figli piccoli, Zeev indica le loro foto appese al muro del suo piccolo ristorante a Prenzlauer Berg. «Il piccolo è israeliano, la grande è tedesca», sorride: il bimbo ha gli occhi scuri e i capelli neri, come Zeev, la bambina i capelli chiari, gli occhi verdi. «Mi chiede perché sono rimasto, perché mi sono innamorato di una tedesca? Insomma, qui si inciampa ovunque sulla nostra Storia, e non solo perché tante cose ricordano l’Olocausto. I miei sono persiani, emigrati nel Sinai, ma credo che nella diaspora la mia identità di rafforzi. Ecco perché sono andato via da Israele. Più sono qui, più mi sento ebreo».

La comunità di israeliani sta crescendo enormemente a Berlino assieme a quella degli ebrei americani e russi. Ma è già la seconda ondata, dopo quella giunta in Germania dopo la caduta del Muro, che arrivò per motivi economici, ma soprattutto per la ragione più antica del mondo: l’antisemitismo. Con il collasso delle repubbliche sovietiche, raccontano i rapporti del «Consiglio centrale degli ebrei in Germania», crebbe la paura di un ritorno dei vecchi odi.

Gli ebrei russi, ucraini, lituani cominciarono a emigrare verso il Paese che più ne aveva minacciato la sopravvivenza. Nel giro di pochissimo, il governo tedesco si adeguò dichiarandoli rifugiati e aiutandoli con leggi e incentivi specifici ad integrarsi, e il numero quadruplicò da circa 25 mila a 100 mila. Oggi si stima che siano circa 120 mila; la maggior parte, circa 18 mila, vive a Berlino, le seconde comunità più grandi sono Francoforte e Monaco.

L’ondata più recente, tuttavia, non viene per paura, non scappa da zone difficili. Viene perché è attratta dalla Germania e in particolare da Berlino. Uno dei centri nevralgici della comunità è il quartiere attorno a Oranienburger Strasse, dove c’è la grande sinagoga distrutta durante il pogrom dei nazisti nel ’38 e ricostruita dopo la guerra, ma protetta ancora da imponenti misure di sicurezza.
Accanto all’edificio, Gal Titan sta caricando rami di palma e di salice su un camion. Un ragazzo dalla barba già lunga che indossa un cappello nero a falda larga lo aiuta: è Menanem Mendel. Si stanno preparando al Sukkot, la festa ebraica che ricorda la traversata del deserto degli ebrei verso la Terra promessa.

Il nonno di Gal è l’unico sopravvissuto di sei fratelli: gli altri sono morti nei campi di concentramento. «Mio nonno è di Berlino, ma non tornerebbe mai, non metterebbe mai piede in Germania». Lui invece sta perfezionando il tedesco, e sta finendo di studiare geografia. «Certo, è stata dura tornare, sentire la Storia, ma io voglio chiudere il cerchio». Per Gal è stata più forte la ricerca della sua identità che «il sangue dei nazisti». Menanem, che ha interrotto i preparativi per il Sukkot e ha messo un braccio attorno alle spalle di Gal, annuisce: lui studia per diventare rabbino, viene dalla Russia, ma non sa se resterà. «Si sta bene qui», dice.

Non sempre, però, Berlino si dimostra all’altezza di questa sfida storica, non sempre riesce a incoraggiare il ritorno e il reintegro. Crescono gli episodi di intolleranza. E non solo da parte dei neonazisti, si moltiplicano anche nei quartieri ad alta densità turca e araba. Tanto che il rabbino Daniel Alter, picchiato brutalmente per strada un anno fa da un gruppo di arabi, è convinto che esistano ormai delle «no-go-areas» nella capitale, dove è meglio nascondere la kippah.

Un timore condiviso dal 32enne Yossi, che è venuto da Israele per studiare architettura e ha sposato una russa. Non sa se resterà. Abita in un quartiere dove vivono moltissimi turchi, a Neukölln: «Quando vado in giro cerco di non essere riconoscibile», ammette. Il padre è austriaco e non vuole venire a trovarlo, anche a lui è stata assassinata la famiglia dai nazisti. Ma Yossi non prova nessuna rabbia: «Appartengo a un’altra generazione», dice. «Con noi ricomincia tutto».

Soda caustica nei panini, intossicati cinque clienti delle panetterie Princi

Corriere della sera

Il titolare: «Un errore umano di un nostro fidato panettiere. Non ne produrrò mai più. Non c'è posto per un altro errore»


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Soda caustica mescolata con l’impasto di un particolare tipo di pane tedesco, a causa dell’errore di un cuoco: sarebbe questa la causa dell’intossicazione che ha colpito giovedì mattina cinque clienti della panetteria Princi. La Asl Città di Milano, per precauzione, ha diramato un avviso per tutti coloro che avessero comprato pane Brezel giovedì mattina nei negozi Princi, perché non venga consumato. Il prodotto «incriminato» comunque è stato subito ritirato da tutti i punti vendita. «Un errore umano di un nostro fidato panettiere. Abbiamo ritirato subito il prodotto. Non ne produrrò mai più. Non c'è posto per un altro errore», commenta Rocco Princi, proprietario del brand.

IL PANE TEDESCO - Il fatto è accaduto intorno alle ore 12. Tre clienti che avevano acquistato e subito assaggiato il pane tedesco sono tornati alla panetteria di via Ponte Vetero lamentando bruciore alla bocca e alla gola. La ricetta del pane tedesco di tipo Brezel (o Pretzel) prevede che, prima della cottura, il pane venga immerso per qualche secondo in una soluzione bollente di acqua e soda caustica (NaOH). Secondo le prime ricostruzioni, il supervisore che di solito controlla la filiera produttiva nella sede di via Ponte Vetero sarebbe stato assente. Il suo sostituto avrebbe male interpretato il procedimento, non accorgendosi che il recipiente conteneva soda caustica non diluita, bensì allo stato puro. Si tratterebbe, dunque, di imperizia: nessun sabotaggio. Da via Ponte Vetero, i panini di tipo Brezel «incriminati» avrebbero raggiunto anche il punto vendita di via Speronari, dove altri due clienti sono rimasti intossicati.


I SOCCORSI - La polizia è intervenuta assieme al personale del 118, che ha accompagnato al Fatebenefratelli due degli intossicati, una donna di 48 anni e il suo bambino di 3. In tutto gli intossicati sono stati 5, tra cui un turista greco di 50 anni e suo figlio di 2, che sono andati da soli al Policlinico. Tutti presentano ustioni non gravi al cavo orale da sostanza analoga alla soda caustica.Poi sono scattati i controlli dei Nas e della Asl. Gli operatori della Asl hanno svolto controlli anche negli altri punti vendita di Princi a Milano. Sugli eventuali danni causati dall’ingestione dei panini «urticanti» saranno svolti accertamenti, per i quali il noto marchio di bar e gastronomia take-away potrebbe rischiare una denuncia all’autorità giudiziaria.

IL CODACONS - Per il Codacons questo incidente avrebbe potuto essere evitato se fosse stata accolta la proposta che l’associazione avanza da anni: «Colorare tutti i veleni, dall’acido muriatico alla soda caustica». Per l’associazione dei consumatori, se la soda fosse stata colorata di viola o di nero il panettiere si sarebbe accorto più facilmente della contaminazione. «Ma il ministero dello Sviluppo economico non ha emanato questo decreto», conclude il Codacons. Secondo la Asl di Milano, la preparazione del pane brezel prevede «l’immersione dell’impasto in acqua bollente e bicarbonato prima della cottura», e quindi il pane contaminato era stato «impastato con soda caustica in fase di preparazione». L’Asl ribadisce che già da giovedì mattina «i brezel rimasti invenduti sono stati ritirati dal commercio».

11 ottobre 2013

Il capo mi tormentava di sms» Beatrice senza lavoro per le molestie

Corriere della sera

di Beppe Severgnini



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Beatrice ha 31 anni e si ritrova disoccupata. Ha lasciato il posto di lavoro perché il capo la tormentava. Sposato, con la moglie in azienda, dalla giovane dipendente pretendeva sesso, senza girarci intorno: complimenti, inviti, richieste, sms a pioggia. Lei non se l’è sentita di denunciarlo. Non sapeva come il marito avrebbe reagito alla rivelazione; e non voleva rovinare una famiglia.

Beatrice — nome di fantasia — ha firmato una lettera alla rubrica «Italians» del Corriere : nome, cognome, email. Leggetela. Chi l’ha scritta non s’inventa le cose: troppi dettagli, e un’aria di normalità malata. Quella che ci accompagna spesso, nell’Italia quotidiana, e alla quale abbiamo finito per abituarci. Beatrice — ieri ci siamo parlati — non è indignata, disgustata, furibonda: è triste, ed è peggio. Capisce che della vicenda «non potrà mai parlare in nessun colloquio, né tantomeno indicarla nel curriculum». Ma, sostiene, «è l’esperienza che più mi ha formato come persona». E si chiede: «Perché devo nasconderla?».

E invece ha deciso: la nasconde e si nasconde. Come lei, moltissime italiane. Secondo l’Istat sono 1.224.000 le donne tra i 15 e i 65 anni che hanno subito molestie o ricatti sessuali nell’arco della vita lavorativa. Un dato pari all’8,5 per cento delle lavoratrici, incluse le donne in cerca di occupazione. Credo che ogni lettore e ogni lettrice conosca vicende simili, finite come quella di Beatrice: tra sfoghi e lacrime, sorrisi e compatimenti, sopportazione e abbandoni.
Due storie recenti di cui sono venuto a conoscenza. Ventisette anni, milanese, racconta di un bombardamento d’inviti e allusioni sessuali da parte dei superiori. Lei cambia discorso e, guarda caso, il periodo di prova non diventa un contratto: Silvia M. non farà televisione, almeno non in quell’azienda. Ventinove anni, veneta, dipendente di una nota multinazionale americana, il capo (italiano) ossessionato da lei, richieste esplicite fino al ricatto: «O fai la brava, o qui dentro ti rendo la vita impossibile». Ci riesce. Lei consulta un amico, registra le conversazioni, si rivolge a un avvocato, poi non se la sente d’affrontare i costi e lo stress di una causa. Nicoletta A. ha cambiato lavoro: il capo è sempre lì, ed è stato promosso.

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Sembra incredibile, ma c’è chi fatica a distinguere tra corteggiamento e persecuzione, tra galanteria e molestie. E ci sono uomini per cui — diciamolo — la sensazione di potere risulta, di per sé, eccitante; quasi afrodisiaca. Potere dovuto all’età, alla carica, alla posizione economica. È uno schema che piace anche ad alcune donne, va detto; e abbiamo visto pubblicamente all’opera in politica e nell’economia, nella scuola e nelle professioni.

Guai a essere moralisti; ma perché non provare a essere morali? Una persona può avere un momento di debolezza: il rigore americano in queste vicende ha qualcosa di talebano. Ma esiste un’enorme differenza tra un episodio e un comportamento: il primo può essere sgradevole, il secondo diventa persecutorio. Molti uomini, sul luogo di lavoro, sono invece costantemente, ripetutamente, sfacciatamente persecutori. Producono prove continue dei propri comportamenti — la tecnologia lascia più tracce di una mandria di bisonti — ma non se ne curano. Sanno che non accadrà nulla: le aziende non gradiscono, la giustizia è lenta, le giovani donne hanno paura. E poi c’è l’aria che si respira, un’aria piena di sospetto e d’indulgenza. Sospetto verso le femmine, che tacciono; indulgenza verso i maschi, che ovviamente ci riprovano.

Twitter @beppesevergnini




La lettera di Beatrice:
Ciao Beppe, in materia di lavoro c’è un tema di cui si parla sempre poco: le molestie. Ho 31 anni e l’anno scorso ho lasciato volontariamente la società per la quale lavoravo da anni per «cercare qualcosa di più adatto a me», o almeno questo è quello che ho detto alla famiglia. La verità è che il nuovo capo (con moglie nella stessa azienda), alcuni giorni dopo che mi aveva prospettato un avanzamento di carriera, ha iniziato a farmi avance abbastanza pesanti e reiterate, pur senza mai «allungare le mani». Ho cercato di far finta di nulla, cancellato tutti gli sms che mi mandava, sorriso a sua moglie anche quando l’ansia era così forte da mozzarmi il respiro in gola: in fondo volevo solo dimostrare che quella promozione me la meritavo davvero.

Dopo un anno d’inferno, le cattiverie dei colleghi, un mezzo esaurimento e tante lacrime ho gettato la spugna: me ne sono andata senza denunciarlo e lui ha proseguito la sua luminosa carriera. So di non essere stata la prima e sicuramente non sarò l’ultima, ma cosa dovevo fare? Ha un figlio piccolo e io non volevo diventare la «causa» di uno scandalo che avrebbe potuto rovinargli l’infanzia. Ho la coscienza ferita, certo, ma pulita. Una domanda però mi resta: anche se non potrò mai parlarne in nessun colloquio, né tantomeno indicarla nel curriculum, è questa l’esperienza che più mi ha formato come persona. Perché devo nasconderla?

La settimana prossima (finalmente) avrò un colloquio: truccata sì-ma-non-troppo, tacco alto-ma-non-altissimo, borsa bella-ma-non-appariscente, andrò a recitare la parte di quella che ha lasciato tutto per cercare più stimoli, ma che è finita nel loop dei disoccupati in cerca di lavoro. Ma io sono molto più di questo. P.S. Firmo con i miei dati reali (ho già scritto in passato), ma ti chiederei nel caso pubblicassi di non indicarli: i miei genitori, assidui lettori, ne soffrirebbero tantissimo e mio marito… lui non so proprio come reagirebbe. Senza contare l’eventualità querela. Grazie, Beatrice

Gli irriducibili del Codice della strada che non pagano mai le multe

La Stampa

beppe minello


Il record è di una donna: deve 116 mila euro



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La Primula rossa delle multe non pagate è una signora da poco trasferitasi a Milano e che deve al Comune di Torino 116.911 euro per 350 infrazioni accumulatesi negli anni. È lei a guidare la classifica dei «most wanted», dei più ricercati, che vede nelle prime posizioni altri due automobilisti con oltre 100 mila euro di arretrati. Complessivamente sono centinaia le pratiche che riguardano altrettanti professionisti dell’inganno. La donna inseguita da 350 verbali (ma il quarto posto è occupato da un automobilista che di multe non pagate ne ha accumulate 400, anche se il suo conto è di «soli» 95.836 euro) apre e chiude aziende con una facilità sospetta. Una frenesia il cui primo risultato è anche quello di vanificare la caccia che le dà la Soris, la società di riscossione del Comune la quale non si avvale dei mezzi spicci della polizia, ma solo scandagliando anagrafi e banche dati.

Milano vuole copiarci
Centinaia di pratiche, dicevamo, che rappresentano il nocciolo duro della montagna di multe che per i più diversi motivi , dalla nulla tenenza all’astuzia, ogni anno finiscono su un binario morto. Alla Soris, guidata dal fiorentino Alessandro Tatini, calcolano spannometricamente che siano il 17% del totale delle multe in un anno. Siccome l’anno scorso le multe inflitte dai vigili torinesi sono state 890.450, circa 153 mila si può dire che siano destinate all’oblio.

«Evasione» fisiologica
Tante? Diciamo fisiologico. Perché la Soris è considerata la migliore società di riscossione e non a caso il sindaco milanese Pisapia sta guardando a Torino per copiarla. La società di via Vigone, dove lavorano 39 persone, compresi dieci cassieri part-time e 5 addetti al cosiddetto «lacrimatoio» dove si affrontano le pene di chi non può o vuole pagare, quest’anno farà incassare al Comune circa 26 milioni che, sommati ai 50 provenienti dai pagamenti degli automobilisti più disciplinati, non farà calare la voce di bilancio nonostante il 30% di multe in meno ipotizzato per fine anno. Un lavoro che inizia prendendo in carico una media del 40% di tutte le multe elevate in un anno dai vigili e non pagate. Dall’avviso bonario all’ingiunzione, viene saldato un altro 13% . Restano 250 mila multe (il 27%) «potenzialmente aggredibili» dice Tatini.

Come? Dal fermo amministrativo dell’auto al sequestro del 5° dello stipendio con indagini all’Anagrafe tributaria o alla Conservatoria. In questo modo, altre 100 mila multe vengono, obtorto collo, saldate. Restano le 150 mila di cui dicevamo prima e sulla quale «puntiamo per cercare elementi disvelatori - dice Tatini mimando la messa a fuoco di un binocolo - di una realtà diversa da quella che qualcuno vuol fare apparire». La nulla tenenza e una residenza, diciamo, alla Crocetta fa rizzare le antenne. Ed è qui che parte la caccia più interessante «quella che dimostra che non siamo cani» dice sorridendo Tatini sconsolato dal fatto che «anche il Vangelo quando indica brutta gente parla di prostitute e gabellieri».

Dunque, l’elenco dei sospettati viene passato ai vigili urbani di via Giolitti. Il loro compito è notificare la multa e osservare: «Anche alla Crocetta ci sono case povere...» commenta Tatini. È a questo punto che entra in scena il personaggio forse più interessante della Soris. Alta, una acconciatura a chignon sopra due occhi blu, assertivi stivali su pantaloni strech color crema, Marzia Duo, 45 anni, una figlia adolescente, è l’«Ufficiale riscossore» della Soris.

Pubblico ufficiale
È un pubblico ufficiale e questo le dà il potere di entrare in casa di chi non paga. Un’azione che arriva al termine di una defatigante serie di avvisi e contro avvisi : «Quando entro non posso più tornare indietro, il pignoramento è d’obbligo» dice Marzia Duo , serena e orgogliosa di ciò che fa. Non sempre s’imbatte in furbetti, quelli che l’accolgono con una punta di disprezzo, quelli «lei non sa chi sono io». A volte è gente che non può pagare, che si vergogna di una povertà capitatagli tra capo e collo senza preavviso: «Sono imbarazzati. Riuscire a creare un legame di rispetto, è un momento che mi rende orgogliosa del mio lavoro».