domenica 13 ottobre 2013

La Sardegna è indipendente (su Google Maps)

Corriere della sera

Tutti i toponimi dell’isola sono stati modificati in sardo Ma è un’iniziativa degli utenti che hanno modificato le mappe
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Nùgoro al posto di Nuoro, Cagliari è diventata Casteddu, Sassari si è trasformata in Tàtari, mentre Oristano ha ripreso l’antica dizione di Aristanis. Chi in questo momento cercasse qualsiasi località sarda su Google Maps, potrebbe pensare che l’isola abbia improvvisamente conquistato l’ indipendenza. Già, sulle mappe del motore di ricerca, i toponimi dei quattro capoluoghi di provincia (limitandoci all’antico ordinamento)sono stati trascritti in sa limba, ovvero in lingua sarda .

IL BLITZ- E non solo quelli, ma quasi tutti i comuni di Ichnusa (da Terralba-Terraba a Siniscola-Thiniscole) hanno ripreso il nome in sardo. Un’operazione semantica che non ha ordinato però il quartiere generale di Mountain View, improvvisamente devoto alla causa della sardità, ma è frutto di un blitz pensato e voluto dagli utenti. Il sito ha infatti un’applicazione, Google Map Maker , con la quale si possono modificare i nomi delle località, procedimento analogo a quello di Wikipedia.

La Sardegna è diventata indipendente (su Google Maps)


«SA SARDIGNA »- La rivoluzione toponomastica è partita da un utente di Facebook, arrabbiato perché una recente disposizione governativa ha imposto ai comuni dell’isola di togliere i cartelli bilingue, fioriti assai negli ultimi anni. «Modifichiamo in Sardo i toponimi della Sardegna su Google Maps. Basta un click» recitava il nome del gruppo: è bastato il passaparola e certosinamente si sono messi in centinaia a modificare la carta cibernetica. E Google che fa? Per ora non interviene . E in Rete, la Sardegna, anzi Sa Sardigna , è diventato uno Stato Sovrano

13 ottobre 2013

Quanta plastica c'è in uno smartphone come l'iPhone 5c?

La Stampa

valerio mariani


In grande spolvero la produzione del policarbonato.


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La plastica diventa trendy. L’arrivo sul mercato italiano dell’iPhone 5c è un utile aggancio di attualità per la notizia duffusa dalla IHS Chemical : il mercato delle parti plastiche usate in telefoni cellulari e smartphone è previsto in crescita fino a 4,5 miliardi entro il 2017, un tasso del +29% rispetto a quest’anno. 

Rispetto al 2012 (3,3 miliardi di dollari) nel 2013 il mercato è cresciuto di 200 milioni toccando i 3,5 miliardi. In termini di peso, e quindi di materiale da smaltire, si parla di un incremento da 282mila tonnellate a 336mila tonnellate in quattro anni, pari al 19%.

Sempre secondo la IHS Chemical, le particolari resine plastiche come l’Abs, il policarbonato, il polimetilmetacrilato, il nylon e l’acrilico hanno registrato un’impennata nelle richieste. L’azienda prevede che l’ABS e il policarbonato da usare negli smartphone cresceranno rispettivamente del 7% e del 4.5% in 4 anni. In particolare, l’Abs e il policarbonato sono particolarmente apprezzati per le coperture esterne a causa delle loro caratteristiche di resistenza e per l’estetica. Il policarbonato (PMMA), ci informa sempre la IHS Chemical, piace perché è resistente ai graffi.

Ora, se, come sostiene sempre la IHS Chemical, il policarbonato presente nell’iPhone 5c è appena 14,2 grammi, si può calcorare quanti smartphone con scocca in plastica si debbano vendere per raggiungere 282mila tonnellate. Se una tonnellata è quasi un milione di grammi e se, in media potremmo approssimare che ci siano 10 grammi di policarbonato in uno smartphone, per arrivare a una tonnellata di policarbonato ci vogliono 100mila smartphone, e per arrivare a 300mila tonnellate ci vogliono 30 milioni di smartphone, da smaltire, prima o poi.

La plastica, insomma, è ben lungi dall’essere archiviata in nome di una utopistica ecosolidarietà dei produttori di tecnologia. Anzi, con l’arrivo dell’iPhone 5c, vivrà una rivitalizzazione motivata sì, ma anche preoccupante. C’è di più, vista la necessità di fare volumi nei paesi emergenti (Africa, Cina, India, Sudamerica) con prodotti low cost, la commercializzazione di smartphone di plastica in quei luoghi ne comporterà la discarica negli stessi, incrementando le loro discariche a cielo aperto, già intasate dai rifiuti dell’Occidente.

Concludiamo ricordando che la plastica, in generale, da sempre è la componente più diffusa nella consumer electronics. IHS Chemical ha calconato che questa industria consumerà circa 16 milioni di tonnellate di resine plastiche nel 2017, un bell'incremento rispetto ai 12.8 milioni del 2012.

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Grazie a Priebke per averci ricordato l’orrore della farneticante ideologia nazista»

Corriere della sera

L’ex capitano delle SS nel suo testamento ha sostenuto che le camere a gas «sono una falsificazione vergognosa» e che l’Olocausto è «propaganda attuata dai vincitori della Seconda guerra mondiale»


ROMA - Grazie, Erich Priebke. Sia chiaro, questo è un grazie paradossale, tanto quanto è sincero. Grazie per l’intervista- testamento che lei, Erich Priebke, ha lasciato morendo. Grazie perché non ci accadrà mai più di poter rileggere, da uomini contemporanei e a ormai quasi settant’anni dal crollo del nazismo e dal suicidio di Hitler, un testo scritto nei nostri giorni da un protagonista di quei tempi ancora vivo, soprattutto intellettualmente e moralmente immutato.

Ciò che da tempo è Storia, in quelle righe diventa tragedia del nostro Nuovo Secolo. Grazie per averci ricordato, se mai fosse stato necessario, l’orrore della farneticante ideologia nazista, la sua intrinseca viltà, il folle antisemitismo che nutriva le sue radici. Per averci indicato l’orribile fonte di quel negazionismo che continua a sgorgare in mezzo mondo. Grazie perché leggere oggi, nel 2013, che le camere a gas dei campi di sterminio nazisti «sono una falsificazione vergognosa», che l’Olocausto è «propaganda attuata dai vincitori della Seconda guerra mondiale per coprire i loro crimini», che gli ebrei «avevano accumulato immensi capitali mentre la maggioranza del popolo tedesco viveva in forte povertà» significa poter consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti un identikit straordinariamente attuale di chi credette strenuamente nel disegno nazista e di quale immonda e immorale materia fosse composto il suo credo distruttivo.

Soprattutto grazie per aver spiegato come e perché un boia nazista resta sempre un boia nazista, anche a cent’anni e persino a un passo dalla morte: «La fedeltà al proprio passato è qualche cosa che ha anche a che fare con le nostre convinzioni. Si tratta del mio modo di vedere il mondo, i miei ideali, quello che per noi tedeschi fu la Weltanschauung ed ancora ha a che fare con il senso dell’amor proprio e dell’onore Grazie perché una sua frase in particolare («le nuove generazioni sono state sottoposte, a cominciare dalla scuola, al lavaggio del cervello») ci rafforza nella convinzione di quanto sia importante coltivare la Memoria, renderla viva agli occhi delle nuove generazioni, portare le nostre scolaresche nei campi di concentramento nazisti. Questo sì, Erich Priebke, è un motivo per noi di amor proprio e di onore.

13 ottobre 2013



Priebke giurato al concorso per miss

Corriere della sera

Le comunità ebraiche: speculazione cinica

 


L'ex capitano delle Ss: l'invito non mi imbarazza, vorrei andare alla manifestazione, ma non credo lo farò ROMA — Erich Priebke presidente della giuria in un concorso di bellezza. Sembra uno scherzo di cattivo gusto ed invece è una notizia, vera, raccontata ieri sera dal Tg5. L'ex capitano delle SS — condannato per la strage delle Fosse ardeatine, 335 morti— è stato invitato per la finale di una gara di miss che si terrà a settembre. Nome e luogo sono stati volutamente omessi dal servizio, firmato da Pierangelo Maurizio. «Abbiamo raccontato questa storia — spiega il direttore del Tg5, Clemente J Mimun — ma allo stesso tempo evitato di fare pubblicità ad un'iniziativa come minimo di pessimo gusto ».

Pubblicità: probabilmente proprio questo cercava l'organizzatore del concorso che per l'edizione dell'anno scorso, la settima, aveva chiamato Fabrizio Corona. «Abbiamo invitato Priebke — spiega l'organizzatore del concorso, intervistato dal Tg5 — perché ha un valore simbolico. Perché nonostante tutti i trattati internazionali prevedano l'umanizzazione della pena, questo signore di 95 anni rischia di passare gli ultimi giorni della sua vita in carcere». In realtà Priebke non è in carcere.
Arrestato nel 1995 dopo essersi nascosto per 40 anni in Argentina, l'ex capitano delle SS è stato condannato all'ergastolo.

Ma, proprio a causa della sua età, gli sono stati concessi gli arresti domiciliari. Sempre intervistato dal Tg5, un sorridente Priebke è sembrato più che interessato alla proposta: «Non avrei nessun imbarazzo a partecipare — ha detto — e mi piacerebbe ritornare per un giorno alla vita normale. Sono il detenuto più anziano del mondo ». Per sedere sulla poltrona di presidente della giuria, Priebke dovrebbe però chiedere un permesso al magistrato di sorveglianza. La domanda non è stata ancora presentata e lo stesso Priebke non è ottimista: «Alla fine non credo che andrò». Renzo Gattegna, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche, quasi non riesce a crederci:

«Chi è stato condannato all'ergastolo per crimini di guerra, e sta usufruendo di misure di clemenza legate all'eta, dovrebbe evitare qualsiasi forma di esibizionismo e pubblicità sulla propria persona. Non lo dico per accanimento ma non si può ignorare che non hai mai espresso alcun pentimento per i delitti commessi». E degli organizzatori cosa pensa? «Speculare sulla macabra notorietà di un criminale di guerra sta proprio all'opposto di un concorso di bellezza. E a questo si aggiunge il cinismo di non considerare mai il dolore dei familiari delle vittime».

L. Sal.
10 maggio 2008

Provocazione in Alto Adige: referendum sulla secessione

Cristiano Gatti - Sab, 12/10/2013 - 08:54

Il partito separatista indice per oggi una consultazione. Non ha valore legale, ma in vista del voto regionale Eva Klotz alza il tono dello scontro

Almeno non fingono, almeno non ricorrono a pelose ipocrisie: considerano l'Italia un paese invasore e oppressore, vogliono andarsene da sempre e vogliono andarsene soprattutto adesso, più che mai.

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L'occasione per alzare i toni sono le elezioni del 27 ottobre, fine storica del venticinquennale impero Durnwalder, il re sole del Südtiroler Volkspartei che ha dispensato bella vita alla componente tedesca dell'Alto Adige, componente ormai arrivata al settanta per cento.

Ecco, neppure questi privilegi, che nelle altre regioni si sognano, sono bastati a Eva Klotz e al suo partito Süd-Tiroler Freiheit (Libertà del Sud Tirolo) per mettersi il cuore in pace e rassegnarsi a essere italiani. In vista delle elezioni, scatta il perentorio rilancio del sogno eterno, del sogno incompiuto: andarsene. Per raggiungere lo scopo si giocano la carta bellicosa e provocatoria di un referendum: gli abitanti della provincia di Bolzano, cioè dell'Alto Adige, cioè del Sud Tirolo (come dicono qui) saranno chiamati a pronunciarsi sulla separazione da quell'odioso Stato chiamato Italia.

Quesito semplice semplice: «Secondo l'articolo 1 della Convenzione internazionale dell'Onu sui diritti economici, sociali e culturali, i popoli hanno diritto all'autodeterminazione. Grazie a questo diritto i Sudtirolesi avrebbero la possibilità di decidere se rimanere con l'Italia o riunirsi con il Tirolo del Sud e dell'Est, o se l'Alto Adige debba diventare uno Stato autonomo. Sei d'accordo che i sudtirolesi esercitino il loro diritto all'autodeterminazione per decidere liberamente sul futuro della propria terra?». Ja o nein?

Si voterà nei seggi quest'oggi, ma è possibile esprimersi fino al 30 novembre anche per posta, via Internet e persino via Sms. Previsti pure ricchi premi, come alla sagra del cotechino: «Tra tutti coloro che parteciperanno alla votazione sarà estratto un viaggio in Scozia del valore di 2.500 euro, nonché un viaggio a Barcellona del valore di 2.000 euro». Naturalmente le mete non cadono a caso: sono pellegrinaggi nelle terre del sogno, dove vivono indomite e mitologiche popolazioni, sempre più prossime a sciogliere le catene dalla schiavitù dello Stato fetente. Certo, è solo un referendum consultivo, molto drogato di propaganda e provocazione.

Certo, è partorito dalle ossessioni di Eva Klotz, figlia di cotanto terrorista nella sanguinaria epopea altoatesina, passato alla storia come il «Martellatore della Val Passiria» (lei: «Se mio padre era terrorista, lo era anche Garibaldi»). Certo il suo partito, oltre che essere il più oltranzista, è anche il più tradizionalista, quello delle guardie schutzen e dei costumi in stile, quello del tricolore ammainato e quello della toponomastica solo in tedesco. Sembra gente ferma nel tempo, in un altro tempo. Ma non per questo va sottovalutata. Troppe volte l'Italia ha sottovalutato, o colpevolmente ignorato, le scosse telluriche di Bolzano. A questo gruppo non basta trattenere in zona il 90 per cento delle tasse, accedere con corsie preferenziali a case, scuole e posti di lavoro.

Niente, la Klotz e i suoi separatisti (hanno due consiglieri su trentacinque in consiglio provinciale e tante speranze di aumentarli alle urne il prossimo 27 ottobre), questi irriducibili considerano mollaccioni persino i colleghi del Svp, la storica roccaforte che ha piegato Roma in tante occasioni e che oggi insegue la «Piena Autonomia», cioè a dire prendersi anche le ultime competenze tipo difesa, esteri e poco altro, diventando uno Stato nello Stato. Poco, troppo poco comunque: la Klotz vuole tutto. Il referendum che lancia è l'arma letale, una pericolosa spada da Braveheart degli alpeggi, per mettere definitivamente nell'angolo la derelitta componente italiana (ormai 26 per cento della popolazione) e infiammare l'orgoglio tirolese.

Andarsene, andarsene una volta per tutte. E se non li vogliono gli austriaci, puntano a confezionarsi una nazione in proprio. Illusioni di poveri nostalgici? Continuando a considerarle in questo modo, l'Italia si trova al punto di non essere più sovrana in una sua (bellissima) regione. Bel risultato. Un secolo dopo, senza sparare un colpo, il Sud Tirolo sta vincendo a mani basse la guerra che aveva perso.

La parabola di Maurizio Schillaci Da bomber della Lazio a barbone

Corriere della sera

L’ex bomber, 51 anni, cugino del più noto Totò negli anni ottanta era una stella della Lazio


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Da idolo dei tifosi a barbone. È la triste parabola di Maurizio Schillaci, 51 anni, cugino del più noto Totò ed ex stella della Lazio negli anni ottanta. Dopo gli allori Schillaci ha conosciuto la droga e oggi vive a Palermo da emarginato, vagando tra le viuzze della Vucciria e Ballarò, dormendo per strada o nei vagoni dei treni fermi alla stazione. La sua storia l’ex pupillo di Zeman l’ha raccontata al sito palermitano Siciliainformazione.com

PUPILLO DI ZEMAN - Nato in uno dei quartier popolari di Palermo a 17 anni Schillaci fa il suo esordio con la maglia rosanero. Trequartista fantasioso viene notato da Zeman che lo vuole nel Licata e qualche anno dopo lo porta al Foggia. Quindi il passaggio alla Lazio. Ma è anche l’inizio dei suoi guai, proprio negli stessi anni in cui suo cugino Totò diventa famoso in tutto il mondo. «Tutti dicevano che ero più forte di lui – ricorda Maurizio - può essere. Di sicuro io non ho avuto la sua fortuna». Seguono un matrimonio in frantumi, la depressione, la droga, la strada. «Sono passato dalle stelle alle stalle -racconta- le mie stagioni migliori le ho vissute in B con Zeman. Segnavo gol a ripetizione. Poi è arrivata la Lazio. È stato il mio periodo di grazia. Vivevo nel lusso, ho cambiato 38 auto, ho giocato nello stadio dei sogni, l’Olimpico. Contratto da 500 milioni per 4 anni»

L’INFORTUNIO - Poi qualcosa non va più per il verso giusto. «Arrivano i primi infortuni e lo stop -racconta- vado in prestito a Messina, là trovo mio cugino Totò. Tutti i giornali parlavano di noi, io e lui facevamo a gara a chi segnava di più. Ma la mia carriera in realtà si spezza a Roma. Un infortunio mai curato che mi impedisce di esprimermi al meglio». È sempre Schillaci a raccontare la sua parabola. «Dopo l’infortunio scopro di aver un tendine bucato. A Messina si accorgono del problema, mi curano, ma la carriera è ormai volata via. Vado alla Juve Stabia, ma ormai ho 33 anni. E qui conosco la droga. La cocaina, poi l’eroina. Nel frattempo divorzio da mia moglie».

IL DECLINO - «Il mio declino è stato velocissimo e ora mi ritrovo per strada» afferma l’ex bomber. «Come si vive in strada? La prendo quasi a ridere, mi diverto, sdrammatizzo, cerco di farcela. Ma non riesco a trovare lavoro, dormo nei treni fermi alla stazione. Lo chiamano il cimitero dei treni. Ci sono altre persone con me, siamo un gruppo di 20 barboni. Passo le giornate pensando a racimolare qualcosa per mangiare e comprarmi le sigarette».

12 ottobre 2013

Mennea campione senza pace Tutti contro di lui, anche i suoi

Corriere della sera
Aldo Grasso

Tristi i dissidi sul testamento tra i fratelli e la moglie

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Nemmeno da morto Pietro Mennea, la leggenda dell’atletica italiana, riesce a trovare pace. Il suo record mondiale dei 200 metri, conquistato alle Universiadi di Città del Messico nel 1979, è durato ben 17 anni; il suo testamento rischia di durare una manciata di mesi. Non quello morale (si spera sia più durevole del bronzo), ma quello materiale, olografico. I tre fratelli di Pietro - Vincenzo, Giuseppe e Luigi - hanno impugnato il testamento dell’olimpionico presso il Tribunale civile di Roma. Per loro il documento, sottoscritto nove giorni prima della morte, avvenuta a Roma il 21 marzo scorso, è apocrifo.

Nel testamento, la «Freccia del Sud» designava come erede di tutti i suoi beni la moglie Manuela (secondo la successione legittima, un terzo dell’eredità, in assenza dei figli, spetta ai fratelli), sposata nel 1996 e con cui aveva condiviso tutte le più importanti attività dell’ultima parte della sua vita, dallo studio legale alla Fondazione per i progetti di solidarietà. Per indorare la pillola, il fratello Vincenzo ha chiosato: «Sia chiaro che noi non accusiamo nessuno, i rapporti con nostro fratello erano buoni e vogliamo solo capire se è stato commesso un reato e siamo fiduciosi nel lavoro della magistratura». Non si può dire di conoscere a fondo una persona, finché non c’è di mezzo un’eredità. Questa lite familiare sembra essere il suggello triste di una vita difficile: sempre a lottare contro qualcosa o qualcuno, sapendo nell’intimo di aver ragione. Mennea ha passato più di un terzo della sua vita sui campi d’allenamento, anche a Capodanno.

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Faceva vita monacale, sopportava carichi di lavoro che altri atleti avrebbero rifiutato prima ancora di cominciare. Si dice avesse un carattere difficile e un modo di esprimersi aggrovigliato che gli hanno pregiudicato tanti rapporti. Si dice vedesse nemici dappertutto; forse, come molti introversi corredati di forte eticità, non gli piaceva piacere a tutti. Ha lottato come nessuno per ottenere grandi risultati, nello sport come nella vita. Amava ripetere: «La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni».
Adesso i suoi sogni sono esca di una lite testamentaria. Peccato dover morire per scoprire l’altra faccia delle cose.



13 ottobre 2013

Scoperto dopo 22 anni l’assassino di «Baby Hope»

Corriere della sera

La bambina, di cui non si conosceva neppure il nome, aveva 4 anni quando fu stuprata e uccisa. Il suo corpo fu trovato dentro a un frigo da picnic

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Dopo 22 anni, è stato risolto un caso che commosse l’America: quello di una bimba stuprata e uccisa e ritrovata abbandonata in un frigo a Nord di Manhattan. Fino a pochi giorni fa nessuno sapeva neanche come si chiamava e per questo venne sepolta col nome Baby Hope. Poi è arrivata la svolta.

LE INDAGINI - Prima, la settimana scorsa è stata individuata la madre, una donna di origini messicane che ha vissuto a lungo nel Queens, a New York, e così si è scoperto il nome della bimba: Anjelica Castillo, aveva quattro anni quando è stata uccisa. Ieri, è stato anche arrestato il suo assassino: è un suo cugino, che oggi ha 52 anni, si chiama Conrado Juarez e fa il lavapiatti in un ristorante. Aveva 30 anni all’epoca dell’assassinio di Anjelica. Ha confessato di averla uccisa a casa di sua sorella, alla quale ha poi chiesto aiuto per nascondere il corpo (la donna è morta). Ad annunciare la svolta è stato il capo della polizia di New York, Ray Kelly.

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frigorifero da picnic, vicino a un’autostrada, la nei pressi della Hudson Parkway, senza niente che permettesse di riconoscere la sua identità (da qui il soprannome). Gli agenti, nel 1991, furono così commossi dalla sua fine orribile, che pagarono il suo funerale e per la sua sepoltura, e non hanno mai rinunciato a fare giustizia.





13 ottobre 2013

Ancora in fuga dalla Storia Ecco i cinque criminali nazisti più ricercati del mondo

La Stampa

Di alcuni non si hanno notizie, altri sono protetti

maurizio molinari
corrispondente da new york


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Nel suo piccolo ufficio viennese al numero 9 di Saltzorgasse, poco lontano dal Danubio, Simon Wiesenthal riceveva ricercatori e studenti spiegando che l’obiettivo della caccia ai criminali nazisti era «fare giustizia, non vendetta» e la priorità non era «solo la cattura ma anche l’esposizione delle loro atrocità» affinché «vengano ricordate dalle nuove generazioni». Scomparso nel 2005, Wiesenthal ha lasciato tale missione a cacciatori di nazisti con cui ebbe occasione di lavorare assieme e - data la sua nota tempra - anche di avere vivaci alterchi.

L’erede più diretto è Efraim Zuroff, uno storico israeliano di origine americana che vive a Efrat e coordina la ricerca dei criminali nazisti «Most Wanted» - più ricercati - per il «Simon Wiesenthal Center», il cui quartier generale oggi è a Los Angeles. Zuroff iniziò a collaborare con Wiesenthal nel 1978 e dall’indomani della caduta del Muro di Berlino si è dedicato in particolare a identificare i responsabili di atrocità commesse da ex collaboratori dei nazisti residenti nei Paesi dell’Est.

I maggiori successi sono arrivati nei Paesi Baltici e in Croazia. Ad esempio fu lui che trovò e fece arrestare in Argentina Dinko Sakic, ex comandante ustascia del campo di Jasenovac, poi condannato a venti anni di reclusione dalla giustizia di Zagabria. Zuroff cura la pubblicazione annuale del «Report» - creato da Simon Wiesenthal - con l’elenco dei criminali nazisti più ricercati. In cima alla lista, da molti anni, c’è Alois Brunner, l’ex collaboratore di Adolf Eichmann nella deportazione degli ebrei europei che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale trovò rifugio in Siria, diventando uno stretto consigliere di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente.

Il suo ultimo avvistamento in Siria risale al 2001 e anche le tracce del secondo «Most Wanted» portano nei Paesi arabi perché Aribert Heim, il dottore degli esperimenti sui prigionieri nel lager di Mauthausen, sarebbe morto al Cairo nel 1992. Ma se Zuroff lo include nella lista - ed è andato a cercarlo a casa della figlia in Brasile - è perché in Egitto non si è mai trovata nè la salma nè alcun campione del suo Dna.Il terzo «Most Wanted» riguarda invece l’Italia perché Gerhard Sommer è l’ex comandante delle SS condannato nel 2005 a La Spezia per la strage di Sant’Anna di Stazema - 560 vittime - che vive tranquillamente in Germania dove «nessuna accusa gli è stata ancora formalizzata» afferma Zuroff, che dedica gran parte del suo tempo a esercitare pressioni proprio su quei Paesi - come Germania, Canada, Lituania e Lettonia - dove la riconosciuta presenza di criminali nazisti e loro collaboratori non porta ancora a processarli in tribunale.

In Francia sono Serge e Beate Klarsfeld, fondatori dell’Associazione dei figli e delle figlie della Shoà, ad aver contribuito alla cattura di tedeschi e francesi responsabili di atrocità commesse durante l’occupazione, dal «Boia di Lione» Klaus Barbie a Renè Bousquet, ex capo della polizia di Vichy. L’esposizione delle responsabilità francesi è per i Klarsfeld parte fondamentale del loro lavoro. Ma il cacciatore di nazisti che può vantare maggiori risultati è Eli Rosenbaum che dal 1995 guida l’apposita task force del Dipartimento di Giustizia di Washington. In precedenza era stato lui, come capo dell’unità investigativa del Congresso mondiale ebraico, a svelare i trascorsi nazisti di Kurt Waldheim, e lavorando per il governo americano è riuscito a identificare almeno 30 ex nazisti, responsabili di reati di diversa natura e gravità, rifugiatisi negli Stati Uniti.

Molti sono stati estradati o deportati, come l’ex guardia del lager di Sobibor Ivan Demjanjuk trasferito in Germania nel 2009 e deceduto nel 2012 o l’ex agente della Gestapo estone Mikhail Gorshow consegnato a Tallinn nel 2011. I risultati di Rosenbaum sono stati tali da spingere il Dipartimento di Giustizia ad affidargli le indagini anche sui responsabili di altri crimini - commessi in Bosnia, Ruanda o altri conflitti - rifugiatisi in America negli ultimi anni: ne ha trovati 80.



Arrestato il guardiano di Auschwitz
La Stampa

06/05/2013



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Fermato il 93enne Hans Lipschis sospettato di aver lavorato come aguzzino nel campo di prigionia. Ha vissuto indisturbato per 30 anni nella casa di Baden-Wuerttemberg Hans Lipschis, al quarto posto nella lista dei dieci criminali nazisti ancora in vita più ricercati dal centro Simon Wiesenthal, è stato arrestato oggi nella sua casa tedesca di Aalen, in Baden-Wuerttemberg, dove aveva vissuto indisturbato gli ultimi trent’anni. Proprio nel giorno in cui a Monaco, a poco meno di 200 chilometri di distanza, si apriva il processo alla cellula terroristica neonazista Clandestinità nazionalsocialista (Nsu), il 93enne è stato prelevato su richiesta della procura di Stoccarda, secondo cui l’uomo avrebbe lavorato come guardiano ad Auschwitz tra il 1941 e il 1945.

L’identità dell’arrestato non è stata confermata ufficialmente, ma la prima procuratrice Claudia Krauth, portavoce della procura di Stoccarda, ha spiegato all’ANSA che il nome «non è sbagliato». Il giudice che ha ordinato l’arresto ritiene che i procuratori abbiano raccolto prove a sufficienza per l’incriminazione di Lipschis. Il quale ora, giudicato da un medico idoneo alla carcerazione, si trova in custodia cautelare in attesa che l’imputazione sia pronta, «tra uno e due mesi» secondo Krauth.
La residenza tedesca di Lipschis, perquisita oggi dalle forze dell’ordine dopo l’arresto, era stata “scoperta” recentemente da alcuni giornalisti dell’emittente televisiva Swr e del Welt am Sonntag. È dal 1983 che il presunto guardiano di Auschwitz vive alla luce del sole nella sua casa. Da quando, cioè, era stato espulso per aver taciuto il suo passato nazista dagli Stati Uniti, dove si era trasferito negli anni ’50.

Intervistato dalla stampa tedesca, prima che il clamore lo facesse di nuovo sprofondare nel silenzio, il 93enne di origine lituana aveva ammesso di aver lavorato nel campo di Auschwitz, ma solo come cuoco. Delle camere a gas e dei forni crematori Lipschis avrebbe solo sentito parlare, aveva spiegato. Per i giornalisti che hanno indagato sul suo passato, invece, non ci sarebbero molti dubbi sull’appartenenza alla compagnia delle Ss Testa di morto (Totenkopf), che ad Auschwitz era impiegata per la vigilanza. Ci sono le carte personali a dimostrarlo. L’uomo era già finito nel mirino degli investigatori della Centrale per le indagini sui crimini nazisti di Ludwigsburg al suo ritorno dagli Usa, ma allora non era stato provato un suo coinvolgimento nell’assassinio diretto di alcuno.

L’atteggiamento della giustizia tedesca è però cambiato dopo il giudizio su un altro guardiano, John Demjanjuk, condannato nel 2011 per complicità nell’omicidio di oltre 30mila persone a cinque anni di reclusione. Quella sentenza, la prima che non riguardasse alti graduati, avrebbe fatto riaprire le indagini anche su Lipschis: «La semplice presenza in un campo di concentramento è ora sufficiente», aveva spiegato recentemente Kurt Schrimm, direttore della Centrale di Ludwigsburg. Oggi il centro Wiesenthal ha salutato con favore l’arresto del 93enne. «Speriamo che la giustizia tedesca faccia ancora molti passi giuridici di successo contro il personale dei campi di concentramento e i membri delle truppe d’assalto» naziste, ha considerato da Israele Efraim Zuroff, direttore dell’associazione. 


Caccia in Germania agli ultimi nazisti “Non è mai troppo tardi per prenderli”
La Stampa

23/07/2013

Manifesti nelle principali città. E ricompense fino a 25 mila euro
alberto mattioli


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Riparte in Germania la caccia al nazista. Si chiama «Operation last chance II», Operazione ultima speranza, ed è la seconda perché la prima fu lanciata nel dicembre 2011. Il Centro Simon Wiesenthal vuole scovare gli ultimi assassini dei campi. Inizia così oggi, nelle principali città tedesche, una «campagna di affissioni» per convincere chi sa a parlare. I manifesti, circa duemila, saranno incollati sui muri di Berlino, Amburgo, Francoforte e Colonia. Riportano lo slogan: «Tardi. Ma mai troppo tardi» e promettono ricompense fino a 25 mila euro. Previsto anche un numero telefonico cui rivolgersi.

La notizia è stata data dal Centro Wiesenthal di Gerusalemme e subito ripresa dai media tedeschi. Sul fatto che sia tardi non ci sono dubbi. I reduci del Terzo Reich colpevoli di crimini contro l’umanità, almeno quelli ancora in vita, sono ormai degli over 90. Il fatto però che siano vecchi non cambia nulla né nei loro delitti né nella volontà di punirli: «Sono le ultime persone cui si può riservare della simpatia, poiché non ne hanno avuta alcuna per le loro vittime innocenti», dichiara al «Jerusalem Post» il capo dei cacciatori di nazisti del Centro, Efraim Zuroff.

Secondo Zuroff, la prima «Operazione», lanciata nel dicembre 2011, diede dei buoni risultati. Allora fu ispirata dall’ultimo grande processo di un artigiano della soluzione finale, John Demjanjuk, il cosiddetto «boia di Sobibor», condannato in primo grado da un tribunale tedesco e morto a Monaco nel maggio 2012 in attesa dell’appello. Secondo Zuroff, quella sentenza costituisce un precedente importante perché oggi basta dimostrare la presenza dell’imputato in un campo della morte per arrivare a condannarlo.

Una grande società tedesca, Wall AG, ha sponsorizzato i poster. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi appoggia l’iniziativa. Secondo il suo presidente, Dieter Graumann, «si tratta esclusivamente di giustizia. Troppo spesso, in passato, si è guardato altrove per non dover imputare troppi criminali».
L’iniziativa arriva nel momento in cui scoppia un altro scandalo a sfondo nazista in tutt’altra parte del mondo.

A Bandung, in Indonesia, esiste dal 2011 un «Soldaten Kaffee», caffè dei soldati, decorato con un grande ritratto di Adolf Hitler e relative bandiere con la svastica. Nessuno, pare, ci ha fatto caso e men che meno si è indignato finché, la scorsa settimana, un articolo pubblicato da un giornale indonesiano in inglese e ripreso dai media internazionali non ha sollevato il caso del bar nazista. Allora il sindaco della città ha convocato il gestore, Henry Mulyana, per chiedergli «che intenzioni abbia» e ricordargli che la legge indonesiana punisce l’incitazione all’odio razziale, anche se le condanne sono rare. Protesta («Collera e disgusto») il Centro Wiesenthal.

Ma Mulyana, spiega che gli affari vanno bene e che intende aprire un altro locale a Bali, più frequentata dai turisti.L’Indonesia, il Paese musulmano più popoloso del mondo, non ha relazioni diplomatiche con Israele. Il «Mein Kampf», il saggio del 1925 in cui Hitler esponeva il suo pensiero politico, è tradotto e in vendita e uno dei peggiori insulti è «yahudi», ebreo. 



Muore a 98 anni l’ex nazista Csatary
La Stampa

12/08/2013


Tra i criminali di guerra più ricercati al mondo, era stato arrestato solo due anni fa e si trovava ai domiciliari in attesa del processo. È accusato della deportazione di 15mila ebrei


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Per Laszlo Csatari la morte ha fatto prima della giustizia: a 98 anni il criminale di guerra più ricercato dal Centro Simon Wiesenthal è morto sabato a Budapest, sfuggendo con scorciatoia biologica a una condanna al processo in cui doveva rispondere della deportazione di decine di migliaia di ebrei nei Lager nazisti. È morto in un letto di ospedale dopo che per anni aveva vissuto indisturbato in un appartamento della zona residenziale di Budapest (Buda), sulla riva occidentale del Danubio. La sua caccia era cominciata nel 2011 su denuncia del presidente del Centro Wiesenthal di Gerusalemme, Efraim Zuroff.

Nel luglio 2012 era stato arrestato in Ungheria e nel giugno scorso rinviato a giudizio, mentre un tribunale in Slovacchia, dove si era macchiato di crimini contro l’umanità, ne aveva chiesto l’estradizione. Csatary aspettava il processo a casa, ma la morte è stata più veloce. In qualità di ufficiale delle polizia e della milizia magiare nella città slovacca di Kosice, allora Cecoslovacchia, (Kassa in ungherese), Csatary era accusato della deportazione di 15.700 ebrei ad Auschwitz e altri campi di sterminio. Documenti del tempo provano che egli rivesti’ un ruolo determinante nella detenzione degli ebrei nel ghetto di Kosice, nella confisca dei loro beni e nella loro deportazione nei Lager nazisti.

Nel 1948 Csatary era stato condannato a morte in contumacia nell’allora Cecoslovacchia per concorso in genocidio. Nell’ aprile 2013 la Slovacchia ha commutato in ergastolo la condanna (la pena capitale era stata nel frattempo abolita). La giustizia slovacca, chiestane l’estradizione, sperava di processarlo presto e aveva fissato la data del processo al 26 settembre. Ma la morte ha fatto prima della giustizia slovacca e ungherese.

Dopo la fine della seconda guerra Csatary era emigrato in Canada dove faceva il mercante d’arte, per poi ritornare in Ungheria negli anni ’90. Le autorità canadesi avevano scoperto solo nel 1995 la vera identità di Csatary, e a quel punto egli tornò a Budapest dove, fino al 2011, poté vivere felice e tranquillo. Secondo il Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme, che lo aveva messo in alto nella lista dei ricercati di guerra ancora vivi, Csatary era responsabile della deportazione di 15.700 ebrei, accuse poi utilizzate dalla giustizia ungherese per l’accusa.

Era famoso per la sua crudeltà: «picchiava gli ebrei con le mani o una frusta senza alcuna ragione e senza riguardo per l’ età, il sesso e le condizioni dei prigionieri», ha detto un procuratore ungherese. Lui invece ha sempre respinto le accuse. «La morte non può cancellare i suoi crimini», ha dichiarato in un comunicato Zuroff. «È una vergogna che Csatary - un criminale impenitente dell’Olocausto, condannato nel ’48 in Cecoslovacchia, e finalmente incriminato nel suo paese per i suoi crimini - è potuto all’ultimo minuto sfuggire alla giustizia e alla condanna». Il fatto che «un noto criminale di guerra abbia potuto vivere così a lungo indisturbato nella capitale ungherese getta seri dubbi sulla volontà delle autorità di processare i propri criminali dell’Olocausto».

Un paio di anni fa la giustizia ungherese era stata confrontata con un altro caso di criminale di guerra nazista: Sandor Kepiro, pure lui scovato dal Centro Wiesenthal, che però al processo a Budapest fu prosciolto per insufficienza di prove, ed è morto a settembre 2011 a 97 anni. Con la morte, il processo a carico di Csatary a Budapest, è stato cancellato. Il funerale di Kepiro, con vessilli storici del periodo della guerra, uniformi e altri simboli devozionali si trasformò in un raduno di estrema destra. Il timore è ora che a quello di Csatary gruppi neonazi e il partito estremista antisemita Jobbik (terza forza in Parlamento) possano ripetere la stessa messa inscena.

(Ansa)

Cantò «'O capoclan», rinviato a giudizio il neomelodico Nello Liberti

Il Mattino


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Il cantante neomelodico Nello Liberti, all'anagrafe Aniello Imperato, è stato rinviato a giudizio per istigazione a delinquere: aveva scritto la canzone «'o capoclan» nella quale inneggiava al defunto boss di Ercolano Vincenzo Oliviero. La decisione è stata presa oggi dal gup Marcella Suma. Le persone che andranno a giudizio sono complessivamente nove, ritenute vicine ai clan camorristici rivali Ascione - Papale e Birra - Iacomino. Il processo comincerà il 6 marzo prossimo davanti alla I sezione del Tribunale.

La vicenda di Liberti suscitò clamore nel febbraio del 2012. Nell'ambito di un'inchiesta sulle cosche di Ercolano, il pm Pierpaolo Filippelli chiese l'arresto del neomelodico, che nella sua canzone, risalente al 2004, parlava in termini lusinghieri del capoclan, il quale «non sbaglia» e «se ha commesso errori è stato per necessità». Il gip, pur esprimendo un giudizio durissimo sul testo del brano e riconoscendo che costituisce un'apologia del clan Birra, non accolse la richiesta. Liberti rimase tuttavia indagato e oggi un altro giudice ha stabilito che dev'essere processato. Un altro passaggio della canzone è «Dio, proteggi i miei figli. E se qualche volta non ci riesci, ci penso io».

 
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venerdì 11 ottobre 2013 - 20:04   Ultimo aggiornamento: 21:46

Chateau Margaux, il più caro al mondo: 144.000 euro

Corriere della sera


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«Mentre Marx ed Engels scrivevano il loro Manifesto qui si produceva già un ottimo vino. È stata questa la nostra perentoria risposta al Comunismo». Da una donna che esterna così il suo pensiero, come Corinne Mentzelopoulos, origine greche, una laurea all’Istituto di Studi politici a Parigi e dal 1979 al vertice di Chateau Margaux, ci si poteva aspettare questo tipo di record. Una bottiglia della sua azienda è in vendita al prezzo più alto del mondo. Il cartellino avverte: 195.000 dollari, ovvero 144.000 euro. Si trova in una enoteca da sceicchi, quella dell’aeroporto internazionale di Dubai, Le Clos, che possiede una ricca selezione di rare etichette anche francesi.

Che cosa  ha di speciale questa bottiglia per essere diventata la più cara al mondo? Il formato: è una Balthazar, ovvero contiene 12 litri. La rarità: ne sono state prodotte solo 6, e so lo 3 messe in vendita. E la storia dell’azienda, un mito per i collezionisti, conosciuta dal XVI secolo. Lo sanno bene anche a Torino. Chateau Margaux, nel Medoc,  era fino al 2003 di proprietà (al 75%) della famiglia Agnelli, poi è stata ceduta alla Mentzelopoulos, che già ne era l’amministratrice. Il vino bandiera, Le Grand Vin du Chateau Margaux, (150 mila bottiglie l’anno) è complesso ed elegante ed ha una straordinaria capacità di affinamento ed evoluzione per decenni e decenni.

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In questi giorni il vino è stato messo in mostra, nella sua preziosa confezione di rovere e con l’etichetta incisa a caratteri d’oro. Chi l’acquista non potrà chiedere sconti ma avrà (e ci mancherebbe) un bonus: un viaggio in Francia con visita privata a Château Margaux, con accompagnamento dell’enologo aziendale. Potrà visitare i vigneti: 80 ettari di Cabarnet Sauvignon, Merlot, Cabernet franc, Petit verdot e altri 12 ettari di Sauvignon blanc per il bianco aziendale, il Pavillon.

Venezia, il Mose degli scandali al battesimo dell’acqua alta

La Stampa
giovanni cerruti

Tra spese folli e inchieste oggi si alzano le prime 4 paratoie progettate per salvare la laguna


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L’Evento, finalmente. «La grande infrastruttura entra nella fase finale muovendo i primi passi verso l’entrata a regime di un’opera unica e integralmente Made in Italy». Arriva il ministro Lupi, al seguito autorità politiche, militari e religiose. Un centinaio di cronisti e fotografi che s’imbarcano per riprendere, trasmettere e raccontare le meraviglie del «Mose», queste quattro lettere che dovrebbero nobilitare il «Modulo Sperimentale Elettromeccanico», il drago tecnologico che sconfiggerà il nemico di Venezia, l’acqua alta.

Sarà bellissimo. «Veramente è prevista pioggia», sfugge a Flavia Faccioli, portavoce dei gran cerimonieri dell’Evento. «Manco mal», si dice in veneziano: la pioggia e nient’altro sarebbe già una fortuna. Meglio l’acqua e l’ombrello che i titoli cronaca nera, o addirittura delle manette. E questa non è un’esagerazione da eventi o malocchio, è storia di appena qualche giorno fa, lo stesso dell’invio alle redazioni dell’ultimo comunicato sull’Evento. Hanno arrestato due dirigenti della «Fip Industriale spa», accuse di traffici di appalti con la cosca mafiosa del boss Ciccio La Rocca da Caltagirone. E la Fip, maledizione, ha progettato e costruito proprio le «cerniere» delle quattro paratoie che oggi verranno celebrate al Lido di Venezia.

Sia benedetta la pioggia, allora. E che non succeda come a luglio, giorno del debutto di Mauro Fabris, già plurideputato Udc, ora neopresidente del Consorzio Venezia Nuova. Altro Evento, le prove generali per le paratoie e le cerniere. Pronti? No. Lunga venti metri e alta trenta la paratoia rimane lì, galleggia come un canotto, non affonda come dovrebbe. Che figura. «Niente di grave». Appunto, non c’è mai niente di grave attorno al Mose. Nemmeno i costi, previsti in 3200 miliardi di lire nel 1989 e arrivati a 5,6 milioni di euro adesso. Pari a 11 mila miliardi di lire, quasi quattro volte di più. Niente di grave, in Italia succede.

Aumentano i costi, si allungano i tempi, gli annunci si sommano agli Eventi. 
«Il Mose sarà in funzione nel 2000», aveva assicurato il presidente del Consiglio Bettino Craxi nel 1985. Il Mose (forse) fermerà l’acqua alta, ma non può fermare ritardi e, da quest’anno, le manette per chi gli gira attorno. Tanto che il neopresidente del Consorzio in queste ore deve mandare comunicati di lamento: «Vogliamo che sia evitato ogni tentativo di strumentalizzazione e di accostamento tra le attività di realizzazione del Mose e le attività diverse ed estranee delle 50 società che fanno parte del Consorzio». Firmato Mauro Fabris.

Quel che il neopresidente non dice è che la Fip che intrallazza con la cosca di Ciccio La Rocca non è capitata per caso, non si è infiltrata, ma l’hanno scelta loro, come tutte le altre imprese al lavoro per il Mose. Il Consorzio si «costituirà parte offesa nei procedimenti penali in corso che lo vedono come possibile soggetto danneggiato». E qui l’elenco più che lungo si fa pesante. Fabris ha preso il posto di Giovanni Mazzacurati, 80 anni, ingegnere, babbo del progetto Mose, fondatore e poi presidente del Consorzio: arrestato per turbativa d’asta. Un’inchiesta che ha sfregiato la Mantovani, che del consorzio è leader.

Qui si entra nella cronaca giudiziaria che sconfina nella politica, da sempre attenta al Mose e sensibile a quell’alluvione di miliardi di lire diventati milioni di euro. Della Mantovani hanno arrestato anche Piergiorgio Baita, 64 anni, il presidente. «Uno dei padroni del Veneto», aveva titolato il 1° marzo il quotidiano «La Nuova Venezia». Uno che c’era già ai tempi dei due dogi, il dc Carlo Bernini e il socialista Gianni de Michelis. Uno che c’è sempre stato. Semplice il suo motto: «Gli appalti non piovono, deve proporli l’impresa». Per l’accusa, per la Procura della Repubblica, con le tangenti era ancora più semplice.

Ma oggi è il giorno dell’Evento, al Consorzio potrebbero sostenere che è grave insistere con questi brutti ricordi. Sulla motonave che porta in visita autorità e giornalisti ci saranno anche il «briefing» e il «lunch», dovrà poi crescere l’attesa, dovrà arrivare il momento più atteso, quando anche il ministro Lupi potrà ammirare le quattro paratoie che si dovrebbero alzare dall’acqua, l’avanguardia delle 78 che salveranno Venezia. Chissà l’ingegner Mazzacurati, il manager Baita o i tecnici della Fip, quanto l’hanno sognato questo sbattere di paratoie. Ma non li hanno nemmeno invitati. Non si può inquinare un Evento così.

Mose, basta la parola e a Venezia c’è chi cerca un metallo da sfiorare
O c’è chi, come il giornalista Alberto Vitucci, con le inchieste su inaugurazioni, eventi, sprechi, liti, dimissioni, progetti cambiati, progettisti che se ne vanno, annunci e illusioni, ha vinto premi e scritto libri. «Grandi opere e soliti nomi» si apre con una frase di De Michelis: «Nel nome di Venezia anche le idee più stupide hanno successo». L’ultima, per restare in tema, sembra quella di una missione a New York, per presentare al sindaco Michael Bloomberg le meraviglie del Mose. Potesse magari servire, caso mai ci fosse acqua alta sull’Hudson.

Alle nove del mattino appuntamento sul piazzale della Stazione Marittima. «Ci sarà una ragazza con la paletta con su scritto Mose». E una motonave da 300 posti, se c’è scirocco si balla. Consiglieri comunali, provinciali e regionali, senatori, deputati, eurodeputati, se eletti da queste parti tutti invitati. «Per carità, io non vengo - si scansa Felice Casson, senatore Pd, già magistrato a Venezia- Questo evento mi sembra tanto un “marchettone”». Tanto per l’inaugurazione del Mose, quella vera, bisognerà aspettare la fine 2016 (forse). Anche per aggiornare, se non inchieste e manette, almeno il conto dei milioni di euro.

Cerimonie per i soldati morti in guerra Il Pentagono: false, le bare erano vuote

Corriere della sera

Per sette anni finti funerali nella base Usa delle Hawaii «Per il riconoscimento dei corpi ci vogliono molti anni»

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Le cerimonie per i caduti erano truccate :«Nelle bare salme di altri uomini». Ufficiali e generali sull’attenti ai piedi dello scivolo dell’enorme C-17 salutano le bare dei soldati morti avvolte nella bandiera degli Stati Uniti d’America mentre una voce intona «The Star-Spangled Banner», l'inno nazionale Usa. Familiari e amici riescono a stento a trattenere le lacrime quando i portatori della pesantissima bara di acciaio saldato e laccato bianco a chiusura ermetica e guarnizioni di gomma, gli passano accanto. Peccato che molte di quelle cerimonie di rimpatrio dei caduti in guerra fossero in verità solo una messinscena.

FARSA - Il Pentagono ha ammesso di aver organizzato per sette anni nella base americana delle Hawaii delle cerimonie truccate: le bare dei soldati dispersi in azione all’estero erano in realtà vuote o contenevano le spoglie di altri uomini. Ma non basta: come rivela Nbc News, persino gli aerei che avrebbero dovuto trasportare le bare erano il più delle volte dei modelli non più in grado di volare, trainati lì, sulle piste, apposta per le cerimonie.

RIMOSSI DAL LABORATORIO - Il Dipartimento della Difesa Usa ha sottolineato che le bare contenevano comunque i resti di un caduto e non di una persona qualsiasi. Queste cerimonie sono gestite dal Comando Pow-Mia (Prisoners of War-Missing in Action, cioè prigionieri di guerra e soldati dispersi in combattimento), incaricata di recuperare alcuni degli 83 mila uomini e donne dispersi in missione dalla Seconda guerra mondiale, Corea e Vietnam, fa sapere l’inglese Daily Mail. Di solito queste cerimonie si svolgono quattro volte all’anno, l’ultima volta nell’aprile scorso. Fino ad oggi, l'agenzia ha fatto credere alla gente che le bare contenessero le spoglie dei ritrovati in questi paesi appena giunte negli Usa. Ma, a quanto pare, non era così: il Dipartimento ha dovuto ammettere che i corpi erano appena stati rimossi dai laboratori dove si trovavano in attesa di analisi.


CERIMONIE DI TRASFERIMENTO - Il perché di tutto questo? L’agenzia dell’esercito Joint Pow/Mia Accounting Command, il cui motto è «Fino a quando non sono a casa», procede infatti all'identificazione di un’ottantina di soldati ogni anno. Una volta riconosciuti (in media, ci vogliono 11 anni e un 1 milione di dollari per identificare ciascuno dei soldati caduti), mettono in piedi una commemorazione funebre, dopodiché i resti vengono rispediti al laboratorio. «Sulla base di quanto i media riferiscono - ha detto il portavoce del Dipartimento per la Difesa, il comandante Amy Derrick-Frost - è comprensibile come queste cerimonie “di arrivo” possano essere male interpretate, portando le persone a credere erroneamente che siano "solenni cerimonie di trasferimento"». I veterani di guerra non hanno reagito bene alla notizia. «Se mi hanno preso in giro, ho l'intenzione di essere un cittadino davvero incavolato», ha detto a Nbc News Jesse Baker, un veterano dell'Air Force che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale e in Corea. «E so che non sarò l’unico ad essere arrabbiato».

12 ottobre 2013

La Madonna di Fatima, il proiettile e le mani giunte di due Pontefici

Corriere della sera

Arrivata a Roma la statua in cui è conservato uno dei colpi sparati da Alì Agca contro Giovanni Paolo II. La preghiera di Ratzinger e di Papa Francesco


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ROMA - «Il cammino della fede passa attraverso la Croce e Maria l’ha capito fin dall’inizio, quando Erode voleva uccidere Gesù appena nato». Così Papa Francesco ha concluso la sua meditazione sulla Vergine, tenuta in piazza San Pietro al cospetto della statua della Madonna di Fatima. «Questa Croce - ha poi aggiunto - è diventata più profonda quando Gesù è stato rifiutato: allora la fede di Maria ha affrontato l’incomprensione e il disprezzo; quando è arrivata l’ora di Gesù, l’ora della passione: allora la fede di Maria è stata la fiammella nella notte».

LE TAPPE - La statua della Madonna di Fatima - proveniente dal santuario omonimo in Portogallo - è arrivata all’aeroporto romano di Fiumicino con un un volo della Tap da Lisbona e all’atterraggio è stata presa in consegna dall’Aeronautica militare , che ha provveduto al trasferimento in elicottero fino alla Città del Vaticano. Come stabilito dal Pontefice, la statua è stata trasportata nel monastero Mater Ecclesiae dove il Papa emerito Benedetto XVI ha potuto pregare in raccoglimento al suo cospetto. Si è trattato di una sorta di restituzione della visita compiuta da Ratzinger a Fatima 4 anni fa. Poi la statua è stata portata alla Casa Santa Marta, dove ad attenderla c’era Bergoglio. Infine, spostata in piazza San Pietro ,è stata fatta sostare nel punto preciso in cui il 13 maggio del 1981 Giovanni Paolo II fu colpito dai proiettili di Alì Agca.


LA PALLOTTOLA - Una di quelle pallottole è oggi conservata proprio nella coroncina che adorna il capo della Vergine, perché il Papa polacco ritenne di essere stato salvato dalla sua protezione (e interpretò così il terzo segreto di Fatima, rivelandone poi nel 2000 il contenuto, che parla di un vescovo vestito di bianco, che cade colpito dai nemici).

AL DIVINO AMORE - Terminata la preghiera in piazza San Pietro, la statua ha ripreso il suo viaggio è da giunta al santuario del Divino Amore dove è stata accolta da una folla di pellegrini che si sono radunati per la veglia di preghiera in programma sabato notte. L’evento, promosso in occasione della Giornata Mariana, ha coinvolto centinaia di fedeli provenienti dalle parrocchie romane e dai santuari mariani di tutto il mondo. Dopo la «Notte bianca della preghiera», domenica mattina alle 7 la statua sarà riportata in elicottero a San Pietro.

12 ottobre 2013

Nuovi milanesi» respinti dalle scuole Classi troppo piene

Corriere della sera

L’Ufficio scolastico della Lombardia parla di «emergenza ricongiungimenti»: «Numeri mai visti per Milano»


Arrivano a Milano ogni giorno, dalle Filippine, dall’Egitto, dallo Sri Lanka. Età media tredici-quindici anni. Sono i figli dei nuovi milanesi, stranieri in regola con il permesso di soggiorno, che hanno chiesto il ricongiungimento familiare. Sono bambini e ragazzi che devono, prima di tutto, andare a scuola.Ma per loro non c’è posto. Quando i genitori si presentano per l’iscrizione, nei nostri istituti e licei rimbalzano. Niente da fare. Classi piene. Devono restare a casa. Rifiutati da presidi disarmati, con le classi già affollate, stretti fra gli obblighi del diritto allo studio, le regole sulla sicurezza, le scelte dei consigli di istituto sulle liste d’attesa.

L’Ufficio scolastico della Lombardia parla di «emergenza ricongiungimenti». «Numeri mai visti per Milano. Sono dovuti a uno smaltimento di arretrati in prefettura, si sono sbloccate adesso pratiche ferme da due anni», spiegano. Risultato: gli ingressi quest’anno viaggiano a una media di almeno settanta persone al giorno (in tutta la provincia, ma più della metà sono in città), sono stati più di diecimila dall’inizio del 2013. E in prefettura spiegano che la maggior parte dei nullaosta viene richiesta per i figli. Gli addetti ai lavori li chiamano «nai», alunni neoarrivati in Italia.

E oggi per i nai milanesi devono mobilitarsi gli uffici del ministero e l’amministrazione comunale. «Stiamo preparando un piano per poter inserire questi ragazzi - spiega Rita Garlaschelli, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale -. Non possiamo smistare le classi, stiamo considerando di inserire un insegnante in più nelle sezioni che dovranno aumentare di numero». Nelle scuole superiori potrebbero formarsi superclassi con staff di docenti rinforzato, se il ministero approverà questa soluzione. Altri ipotizzano un coinvolgimento delle scuole paritarie, per accogliere i «nai».

«Dovrebbe pronunciarsi anche il sindaco che è il Garante del diritto all’Istruzione e dovrebbe vigilare sull’assolvimento dell’obbligo scolastico», fanno notare nelle associazioni che assistono gli stranieri.
Intanto le famiglie dei neoarrivati bussano alle scuole e ai Poli Start (gli uffici di collegamento fra stranieri e istituti). Soltanto al centro comunale di via Sant’Elembardo, uno sportello di orientamento anche scolastico per stranieri, ne hanno viste passare decine in queste settimane. «Fra luglio a agosto sono stati duecento i ricongiunti, quasi tutti ragazzini, da inserire nelle scuole medie e superiori», spiega Giancarla Boreatti, responsabile del servizio.

«E gran parte del fenomeno resta sommerso, tanti non passano nemmeno da questi uffici», sostiene Angela Mastromarco, lei al Polo Start1. Intanto i presidi delle zone con maggiore presenza di stranieri si sono messi in rete. «Questa è la prima strategia da mettere in atto - dice Garlaschelli -. Lo abbiamo fatto la scorsa estate quando ha aperto il centro di accoglienza di via Lombroso e abbiamo dovuto inserire nelle scuole della zona più di novanta bambini rom. Grazie al coordinamento dei presidi sono stati smistati e tutti accolti».Nei prossimi giorni è in calendario un incontro all’Ufficio scolastico regionale per definire gli interventi urgenti.

11 ottobre 2013

Stamina, protesta choc: malato in croce davanti a Montecitorio

Il Messaggero


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In croce davanti a Montecitorio. Questo il gesto dimostrativo di Sandro Biviano, il ragazzo di Lipari affetto da distrofia muscolare, che insieme agli altri malati protesta dal 23 luglio per la libertà di cura con il metodo Stamina. Durante una veglia di preghiera per ricordare i bimbi morti negli ultimi mesi, che secondo i malati avrebbero potuto salvarsi se avessero fatto subito le infusioni con il metodo Stamina una volta avuta l'autorizzazione da parte del giudice, Sandro, che indossava una t-shirt con su scritto «Non ho più voglia di morire», si è fatto mettere su una croce.

Sulla sommità la scritta Aifa, sigla dell'Agenzia italiana del farmaco. Ne è seguito un dibattito acceso con le forze dell'ordine presenti in piazza Montecitorio, che hanno provato ad impedire che venisse «fissato» alla croce con dei lucchetti. «Dov'è la Lorenzin? Starà a dormire» hanno iniziato ad urlare i malati, spiegando che quella che loro stanno subendo è una «crocifissione», non solo per la decisione del ministro di ufficializzare il no alla sperimentazione ma anche per l'indifferenza verso la loro vicenda. «Ho fatto questo gesto perchè ci hanno condannato a morte, come fu per Gesù» ha detto Biviano.




Venerdì 11 Ottobre 2013 - 22:41