lunedì 7 ottobre 2013

Addio al telefono fisso, arriva l'app che trasforma lo smartphone in cordless

Il Messaggero


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Con il proliferare della tecnologia wireless il telefono fisso sta diventando un oggetto quasi anacronistico. Ebbene, da oggi si può evitare di avere un telefono vecchio stile, perché il nostro smartphone può funzionare anche da cordless. È sufficiente infatti scaricare un'app,

“Telefono di casa”, rilasciata da Telecom per iOS e Android, tramite la quale sarà possibile utilizzare il proprio cellulare come telefono fisso, semplicemente collegandolo alla rete di casa in fibra ottica. In questo modo ogni membro della famiglia potrà avere un proprio telefono da cui ricevere ed effettuare chiamate, mantenendo tutte le funzionalità del dispositivo mobile.



Lunedì 07 Ottobre 2013 - 16:30
Ultimo aggiornamento: 16:34

La trattativa segreta di Moro con Nasser per gli italiani in Libia

La Stampa

Ma il 7 ottobre 1970 Gheddafi espulse i nostri connazionali

francesco grignetti
roma


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Libia, 7 ottobre 1970. Quarantatrè anni fa. Gli italiani vengono cacciati da Gheddafi. Quarantamila persone sono espulse dalla mattina alla sera, dichiarate «indesiderate» dal nuovo governo rivoluzionario che ha preso il potere un anno prima. I loro beni, confiscati. Uno choc per tanta brava gente che nulla aveva a che fare con le vicende coloniali e che si considerava tripolina a tutti gli effetti. Nella rabbia del momento, tanti accusarono il governo dell’epoca, e soprattutto il ministro degli Esteri Aldo Moro, di non avere capito gli eventi e di non essere intervenuto. Ma non è così. Dagli archivi emergono documenti che raccontano di una trattativa segreta condotta da Moro attraverso un mediatore d’eccezione, il raiss egiziano Gamal Nasser.

Quanto il ministro fosse in ansia ce lo racconta un certo ambasciatore Aldo Marotta, consigliere diplomatico dell’allora vicepresidente del Consiglio, Francesco De Martino. «Moro - si legge in una sua relazione del 27 maggio 1970, oggi consultabile sul sito storico del Senato, sezione archivi online - ha espresso le sue preoccupazioni per le difficoltà dei rapporti italo-libici particolarmente per quanto riguarda la nostra comunità in Libia. Nasser ha risposto che occorre avere pazienza perché la nuova dirigenza libica è giovane e inesperta, e oltre che Ghe Dafi (scritto così dal dattilografo di palazzo Chigi, malamente, in due parole: Gheddafi in Italia era un oggetto misterioso, ndr) solo pochi altri contano. Egli parlerà a Ghe Dafi nel prossimo vertice di Kartoum». 

L’incontro tra Moro e Nasser si tiene al Cairo. In agenda: i rapporti arabo-israeliani e la situazione palestinese. Moro, con le sue tipiche cautele lessicali, fa capire all’interlocutore che finché l’Egitto si appoggerà all’Urss, la crisi dell’area non avrà soluzione in quanto parte della Guerra Fredda. Insiste perché l’Egitto si allontani da Mosca e apra trattative dirette con Tel Aviv.Si propone come mediatore. «Il governo di Roma è a completa disposizione come ha già dimostrato in passato (proponendo il famoso “calendario operativo” nell’ambito dell’Onu, iniziativa Fanfani) e ritiene che si tratti ormai di dover iniziare qualche gesto concreto (come il riconoscimento di Israele) per mettere in moto un meccanismo, anche societario, che spinga Mosca, gli Stati Uniti, Israele e il Cairo a ravvicinare le loro posizioni».

E’ in questo quadro di reciproche disponibilità, che Nasser diventa il mediatore degli interessi italiani verso la Libia. «Nasser ha insistito - riferisce ancora Marotta - presso il ministro dell’Industria libico perché riceva a Tripoli, prossimamente, una nota personalità italiana. Ha ricevuto risposta affermativa. Pensa che l’incontro dovrebbe avvenire al più presto ed iniziare una nuova presa di contatti italo-libici che favorirebbero la situazione. Moro ringrazia e si dichiara d’accordo».

Fin qui, il 27 maggio, i primi passi di una trattativa che ben presto si rivela illusoria. Marotta aggiunge a margine che «ancora non è stato scelto il politico che dovrebbe andare in Libia perché si attende, per via diplomatica, conferma da Tripoli». La conferma non verrà mai. Anzi. A luglio il regime colpirà i beni degli italiani, ordinando la confisca di immobili e terreni. Ad agosto si minacciò di far chiudere tutti i negozi degli italiani. Forse era inevitabile che finisse così: Gheddafi aveva preso il potere per rivoluzionare la Libia, cacciare le truppe inglesi e americane, e cavalcare l’identità nazionale: l’Italia occupante e gli italiani colonialisti non potevano che diventare il suo principale bersaglio. 

Secondo lo storico Arturo Varvelli, poi, che ha scritto un acuto saggio («L’Italia e l’ascesa di Gheddafi», Baldini Castoldi Dalai editore) basandosi su documenti della Farnesina, Moro in realtà sbagliò a fidarsi di Nasser. Gli egiziani avevano interesse a sostituirsi agli italiani in Libia, non a tenerli lì. Nasser avrebbe condotto quindi un doppio gioco, facendo credere al governo di Roma di curare i nostri interessi, invece organizzandosi per inviare a Tripoli migliaia di tecnici egiziani disoccupati al posto dei nostri ingegneri architetti e agronomi sul punto di essere espulsi. Probabile. E’ un fatto, però, che finché Nasser fu in vita, la crisi italo-libica non precipitò. L’estate del 1970 passò tra alti e bassi, roboanti dichiarazioni pubbliche e accomodanti segnali privati. 

Drammaticamente, poi, il 1° ottobre, Nasser morì per un infarto, lasciando sconvolto l’Egitto e a lutto l’intero Medio Oriente. Sei giorni dopo, sentendosi le mani libere, Gheddafi cacciava gli italiani. 

Bersani "graziato" dai pm Il Pdl: ispettori a Bologna

Stefano Filippi - Lun, 07/10/2013 - 07:57

Interrogazione al ministro Cancellieri sugli strani ritardi nella gestione del fascicolo sul conto segreto dell'ex leader Pd: "Trattamento di favore in campagna elettorale"

Un'ispezione al palazzo di giustizia di Bologna dove la procura avrebbe riservato un trattamento di favore Pier Luigi Bersani. S'infiamma la polemica sull'inchiesta che coinvolge l'ex segretario democratico e la sua segretaria Zoia Veronesi e che nei mesi scorsi, proprio in coincidenza con la campagna elettorale, ha conosciuto uno strano rallentamento.


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La richiesta di ispezione verrà avanzata dal deputato Elio Massimo Palmizio (Pdl) con un'interrogazione urgente al guardasigilli Anna Maria Cancellieri. Il ministro deve verificare «le motivazioni che hanno portato a ritardare di un anno l'inchiesta su presunti finanziamenti transitati nel conto corrente intestato alla segretaria dell'onorevole Pier Luigi Bersani, all'epoca segretario del Partito democratico»: così è scritto nella bozza di interrogazione. Palmizio si domanda «come mai i magistrati, nel momento in cui hanno appreso dell'esistenza del conto corrente riservato intestato a Zoia Veronesi, indagata per truffa, hanno deciso di secretare gli atti, inviandoli per competenza alla procura di Roma solo tre settimane fa, a distanza di 12 mesi dalla presunta notizia di reato».

A pensare male si fa peccato, diceva Andreotti, ma ci s'indovina. Il sospetto di Palmizio è nero su bianco: bisogna accertare se di fronte al possibile coinvolgimento nell'inchiesta di Bersani, che negli ultimi mesi era leader del Pd e candidato premier alle elezioni di febbraio, «i pm non abbiano deciso di riservargli un trattamento di favore». Questa inchiesta nasce da un precedente fascicolo che coinvolge Zoia Veronesi e l'ex parlamentare Bruno Solaroli, capo di gabinetto del governatore dell'Emilia-Romagna Vasco Errani. Per quasi due anni la Veronesi fu distaccata a Roma in un nuovo ufficio, ma è risultato che lavorasse per Bersani e non per la regione: di qui l'accusa di truffa aggravata.

La fase delle indagini preliminari è chiusa e la procura emiliana si appresta a chiedere il rinvio a giudizio degli indagati. Zoia Veronesi è la storica segretaria di Bersani dai tempi in cui l'ex segretario del Pd era presidente della Regione.Tre settimane fa, in gran segreto, i pm bolognesi hanno trasmesso alla procura di Roma un fascicolo (nel quale non risultano persone indagate) relativo a un conto corrente bancario intestato a Bersani e alla sua segretaria sul quale sarebbero transitati negli anni quasi 500mila euro. Il denaro sarebbe frutto di contributi privati e il conto è aperto all'agenzia del Banco di Napoli della Camera. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone dovrebbe incaricare la Guardia di Finanza di indagare per verificare l'esistenza di violazioni della legge sul finanziamento dei partiti.

I pm bolognesi hanno scoperto il conto corrente un anno fa appunto nell'ambito dell'inchiesta sul distacco a Roma di Zoia Veronesi. Volevano ricostruire i movimenti bancari della segretaria di Bersani per verificare se prendesse lo stipendio dalla regione lavorando però con lo smacchiatore di giaguari. Il conto fu aperto nel 2000 e secondo Bersani è tutto in regola. Tuttavia appare strano che la procura felsinea abbia atteso un anno per spedire a Roma le carte dell'inchiesta. La competenza delle indagini è romana perché i contributi riguarderebbero l'attività politica di Bersani e il conto è aperto in un istituto della capitale. A Bologna restavano le indagini sul reato di truffa. Questa valutazione poteva essere fatta in tempi molto brevi, invece c'è voluto un anno. Se si fosse saputo del fascicolo in campagna elettorale, forse la corsa di Bersani verso Palazzo Chigi si sarebbe fermata molto prima che si aprissero le urne.

La carità pelosa di don Mazzi falso redentore del Cavaliere

Cristiano Gatti - Lun, 07/10/2013 - 08:01

Lo invita nella sua comunità a "pulire i cessi" ma un prete non può umiliare un condannato

Nel caos totale di questi giorni, una cosa s'è capita molto chiaramente: don Mazzi non vede l'ora di mandare Berlusconi a pulire i cessi. È il suo sogno e la sua ossessione. Certo in senso buono, certo nell'interesse primario del condannato, però prima si fa e prima il Torquemada de noantri si mette il cuore in pace.


CatturaNon fa che ripeterlo, in televisione e sulla carta stampata: basta buttarci il gettone e parte come un juke-box. L'altra sera, da Santoro: Berlusconi venga da noi, ricominci a pulire i cessi, si ricostruisca da zero. A seguire, su Repubblica, l'omelia domenicale: serve un progetto personalizzato, lo voglio da me non per un atto di cattiveria, ma per lavorare alla sua redenzione. Nello specifico, il programma personalizzato: vorrei essere io a buttarlo giù dal letto e a fargli risistemare le lenzuola, deve dedicarsi al silenzio e agli umili lavori manuali, cominciando dalla pulizia dei gabinetti, quindi deve affondare le mani nella terra, piantare i pomodori, lontano dagli agi.

L'ultima volta che ho sentito un tizio parlare con questo divertito sadismo, travestito da profonda compassione umana, mi trovavo in una caserma del Car. Anche quel generale pieno di decorazioni, con gli occhi brillanti, pregustandosi il programma personalizzato, raccontava a noi reclute che avrebbe fatto tutto per il nostro bene e che finalmente ci avrebbe fatti uomini.

Certo don Mazzi non può essere definito un sacerdote schivo e ascetico. In tutti questi anni abbiamo imparato che preferisce la parola alla meditazione, stare al centro che mettersi sullo sfondo. È il prete delle Mare Venier e delle Domeniche In, sempre per via di quella teoria che vorrebbe i religiosi al passo con la storia, immersi nella loro realtà e nel loro tempo, fossero pure realtà e tempi frufrù. In nome di questa teoria, punto estremo della chiesa storicizzata (oltre resta solo la partecipazione all'Isola dei Famosi), don Mazzi è diventato una star televisiva e un re del palcoscenico. Sempre per missione, sempre per senso di servizio. Per annunciare la Parola, vale qualunque cosa: c'è tutta una poesia, sui giullari di Dio.

Eppure ci dovrà pur essere un limite. Questa idea di don Mazzi subito pronto a catapultarsi sui resti di Berlusconi, sventolando il sacro dovere della redenzione, si porta dietro un retrogusto sgradevole. C'è una Chiesa che ci ha sempre insegnato una regola più alta e più convincente persino del freddo dogma, una regola della carità e della misericordia che vale sempre, in tutti i tempi e in tutte le situazioni: il bene si fa in silenzio. Non c'è bisogno di essere berlusconiani, ma minimamente umani, per chiedere a don Mazzi di finirla lì con lo smodato show personale, perché questo suo incontenibile narcisismo da redentore universale sta diventando vagamente crudele.

Il condannato Silvio può essere il più spregevole degli uomini, ma non dovrebbe mai essere il buon prete a ballare sulla sua carcassa. Le carceri e le comunità sono piene di sacerdoti valorosi, che tutti i giorni condividono con gli ultimi il dramma della colpa e del castigo. C'è un modo, c'è una misura, c'è uno stile in questa delicatissima missione. Don Mazzi ha già 84 anni, ma prima o poi potrebbe arrivarci. In queste ore con l'acquolina alla bocca, pregustandosi il «progetto personalizzato» sul dannato Silvio, manca il rispetto nei confronti di un uomo vinto. Per un prete è già abbastanza brutto. Ma purtroppo non c'è neppure la pietà. E questo è molto più triste.

Lampedusa, orrore razzista su Facebook: «130 bocche negre in meno...». Rimossa la pagina

Il Messaggero

di Nicole Di Teodoro


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«La strage di Lampedusa: 130 bocche negre in meno...». Questo è il titolo del gruppo nato su Facebook in cui si inneggia all'ecatombe che si è consumata giovedì scorso a largo dell'isola dei Conigli con oltre 100 vittime e più di 200 dispersi, fra cui molte donne e bambini.

Sulla rete dopo la tragedia si sono moltiplicati gruppi e commenti a sfondo razzista. A poche ore ore dal lutto nazionale è stata creata una nuova pagina Facebook dove poter postare commenti di odio nei confronti dei migranti, morti nel tentativo di sbarcare sulle coste italiane. Fra i post anche una foto con un cadavere che galleggia in mare aperto e sopra una scritta lapidaria «chi pulisce?». Il social network, in seguito alle numerose segnalazioni da parte degli utenti, ha rimosso la pagina, ma sul web non mancano siti e gruppi che si ispirano all'intolleranza razziale.

Il social anti migranti. Su Facebook è ancora attiva e ben visibile la pagina «Fuori tutti gli immigrati dall'Italia” che conta 4.712 fan. La sua missione è quella di «lottare contro l'oppressione multietnica». Nessuna censura all'interno del gruppo e commenti durissimi nei confronti del lutto nazionale deciso dal Consiglio dei ministri per venerdì scorso. «Altro che lutto nazionale, io farò festa in piazza! Champagne e caviale altro che lutto...», si legge in un post.

Continuando nella ricerca su Facebook, per esempio, può capitare d'imbattersi nella pagina del gruppo «No a nuovi immigrati in Italia», che conta 1.011 membri e nella quale s'invita il ministro dell'Integrazione, Cécile Kyenge, a ospitare «tutti gli immigrati a casa sua». Sulla stessa pagina un utente ha pubblicato una foto dove chiede che le «salme dei migranti vengano restituite al continente d'origine tramite la Lega Araba».

Anche il sito Identità.com ha voluto dire la sua sulla vicenda e ha pubblicato un articolo in cui si critica la scelta del lutto nazionale: «Questa è gente che nel 99 per cento dei casi non viene qui per fuggire da guerre, ma per migliorare la propria posizione; legittimo per loro, dannoso per noi che dobbiamo mantenerli e subirne l’esportazione di crimini e degrado; nonché l’effetto calmiere in un mercato del lavoro che certo, non ne ha bisogno».

Eccezioni da social network. A fronte delle decine di pagine internet che inneggiano all'odio razzista ci sono anche delle eccezioni. E' il caso del gruppo Facebook «Segnaliamo il razzismo», che, nato nel 2009, conta al momento 32.438 «mi piace» e si propone di dire no alla violenza, segnalando ogni pagina che si ispiri a intolleranza, razzismo o istigazione all'odio.


Lunedì 07 Ottobre 2013 - 07:50
Ultimo aggiornamento: 10:19

Adesso lo ammette pure Befera: "C'è chi evade per sopravvivere"

Andrea Indini - Lun, 07/10/2013 - 10:25


"Che l’evasore sia un parassita nella società rispetto a chi paga le imposte è un dato di fatto". Nelle certezze granitiche di Attilio Befera sembra aprirsi un minimo spiraglio di umanità.


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Come era già accaduto nel viceministro dell'Economia Stefano Fassina anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate sembra, infatti essersi reso conto che, guarda un po', la pressione fiscale è "un po' troppo alta". Ma non solo. Ai microfoni di Radio 24 è arrivato pure a concedere che non tutti evadono per fare i furbi e nascondere ricchezze nei paradisi fiscali. È arrivato addirittura ad ammettere che in Italia esiste un’evasione di sopravvivenza. "Indubbiamente, con una minore pressione fiscale - ha spiegato - ci sarebbe meno evasione per carenze di liquidità".

In un Paese normale, dove non si lavora gran parte dell'anno per mantenere un Fisco famelico, come invece avviene in Italia, le dichiarazioni di Befera verrebbero prese come un'ovvietà, come un dogma che sta alla base del rapporto tra il contribuente e lo Stato. Nel Belpaese, invece, la pressione fiscale ha largamente superato la soglia psicologica del 50% mettendo in ginocchio industrie, pmi e artigiani. Con l'aggravarsi della crisi economica, anche la sinistra è arrivata ad ammettere che molti sono costretti ad evadere. Qualche mese fa se ne era accorto anche Fassina sollevando un polverone tra i vertici del Pd e della Cgil. "C'è chi evade per non morire", aveva detto il numero due del ministero dell'Economia. Insomma, per dirla con le parole di Antonio Martino, "chi froda il fisco e mette via soldi che il pubblico sperpererebbe senza pietà è un patriota".

Oggi sembra accorgersene anche Befera che, pur non ammettendo alcuna marcia indietro sul redditometro, ha riaperto il dibattito su una pressione fiscale tanto eccessiva da frenare la crescita del Paese. "Ci sono vari tipi di evasione, noi cerchiamo di combatterli tutti con la massima intensità - ha spiegato - in Italia bisogna pagare le imposte e se non ci fosse Equitalia non le pagherebbe nessuno". Fa fatica a non bollare l'evasore come "un parassita della società". Lo considera "un dato di fatto". "L'evasione fa ancora parte della cultura italiana, bisogna cambiarla - continua - evadere non è furbizia, bisogna insegnarlo alle nuove generazioni. Siamo un Belpaese di evasori, speriamo di cambiare". Eppure sa bene che c'è chi è spinto a frodare il Fisco dal Fisco stesso. In ogni caso, però, il direttore dell'Agenzia delle Entrate vole che tutti gli italiani capiscano che bisogna pagare le imposte: "Al di là dell’aumento del gettito, è di insegnare che le imposte vanno pagate, per due motivi: sia per dare i servizi sia per redistribuire il reddito".



Befera: "Guadagno 304mila euro, più di Obama, ma non mi sento ricco"

libero


Lo sceriffo delle tasse poi ammette: "C'è anche chi evade le tasse per sopravvivere"


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Con meno tasse ci sarebbe meno evasione. Il presidente di Equitalia, Attilio Befera, che già nei giorni scorsi al salone della Nautica di Genova aveva già ammesso l'eccessiva pressione fiscale nel nostro Paese, ne è convinto. Ma questo non può essere una giustificazione a non pagare: "Che l'evasore sia un parassita nella socieà rispetto a chi paga le imposte è un dato di fatto", ha detto a Giovanni Minoli che lo intervistava per Radio 24 nel programma 'Faccia a faccia'.  "Siamo un popolo in cui evasione fa ancora parte di una cultura e bisogna cambiarla", puntualizza lo sceriffo dell'Erario. "Bisogna insegnare agli italiani, specialmente alle nuove generazioni, che evedere non è furbizia". Per Befera "se non ci fosse Equitalia non le pagherebbe nessuno". Anzi, dice: "vorrei un aggiornamento di quei 100 miliardi di euro" di cui si parla sempre, "mi pare che qualcosa l'abbiamo recuperato, è stata abbattuta la forbice tra il reddito percepito e il reddito dichiarato".

Lo spot contro la pressione fiscale - Befera non eslcude che possa esistere l'evasione da "sopravvivenza" come affermato nei mesi scorsi dal viceministro dell'Economia, Stefano Fassina: "Penso di sì, anche se non so bene, non essendo un evasore". Nell'intervista a Radio 24, il presidente di Equitalia non si sottrae alle domande più personali. Dice di guadagnare quanto il primo presidente della Corte di Cassazione e quindi 304.000 euro l'anno. A Minoli che gli fa notare che Obama guadagna meno, Befera risponde: "Non so quanto guadagna Obama". E alla domanda se si senta ricco, risponde "No". Del resto al netto delle tasse, nelle sue tasche rimangono poco più che 150 mila euro l'anno: questo sì che è un bello spot contro la pressione fiscale. Befera, che oltre ad essere direttore dell'Agenzia delle Entrate è anche il presidente di Equitalia, ammette di camminare "scortato" ma le eventuali paure "devono essere gestite". Minoli gli ha chiesto anche delle case: sono solo due, una a Roma e una in Abruzzo; la prima comprata con il 17% di sconto come tutti gli inquilini del palazzo.

La Guzzanti chiede i fondi statali per un film che attacca lo Stato

Pedro Armocida - Lun, 07/10/2013 - 08:01

La Guzzanti sta girando la sua versione sulla presunta trattativa tra apparati dello Stato e vertici della mafia

«Farò un film sulla trattativa Stato-mafia» dichiarava Sabina Guzzanti più di un anno fa alla voce amica del Fatto Quotidiano.


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Detto fatto. L'autrice di Viva Zapatero! ha infatti messo mano alla cinepresa per girare la sua versione sulla presunta trattativa tra apparati dello Stato e vertici della mafia. Naturalmente, come per le sue più recenti opere «La trattativa» - come Draquila - L'Italia che trema il film verrà distribuito dalla Bim - sarà un film che farà molto discutere. Anche perché - teorizza l'artista - «sono sicura che la maggior parte degli italiani, anche chi legge il giornale più o meno tutti i giorni, abbia le idee confuse su come si collegano i fatti e soprattutto sulle loro implicazioni». Quindi La trattativa ha tutti i crismi d'un lavoro di controinformazione su una vicenda che neanche la magistratura è riuscita a chiarire.

Però. C'è un però. Per realizzare un film d'inchiesta sui lati più oscuri dello Stato Sabina Guzzanti chiede i soldi proprio allo Stato. Intendiamoci, non ci sarebbe niente di male, a meno però di dire Stato=mafia come l'artista ha voluto ricordare quest'estate nel discorso tenuto a Via D'Amelio per la commemorazione del giudice Borsellino: «Il pil mafioso tiene in piedi l'economia italiana. Le mafie sono la colonna vertebrale della nostra economia, garantiscono la liquidità e spesso fungono oggettivamente da ammortizzatori sociali. Dall'altra parte c'è un capitalismo assistito che quando guadagna non rinveste mai. Oligarchico. Che prende a poco i pezzi dello Stato e se li rivende cari. Da Agnelli a Berlusconi ai pesci più piccoli come Ligresti e Verdini». Naturalmente, oltre a tirare in ballo come sempre Berlusconi, Guzzanti non risparmierà nessuno, neanche il capo dello Stato.

Questa mattina Sabina Guzzanti è attesa alle 11 alla direzione generale per il cinema per l'audizione prevista in seguito alla richiesta di contributo per il suo film prodotto dalla società Va.Si.Comunicanti. Una mossa strategica perché chiude il ministero dei Beni culturali in un vicolo cieco: finanziare un'opera critica sui più alti vertici dello Stato oppure negare il contributo e consentirle di gridare al boicottaggio?

Kyenge: "Triplicare i posti letto per l'accoglienza"

Libero


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Dopo l'ecatombe, è il giorno della visita: Cécile Kyenge a Lampedusa, dove è arrivata intorno alle 11 di domenica mattina. "Siamo qui per assistere all'ennesima strage - ha dichiarato -, spero che non succeda mai più. Spero che sia una delle ultime volte che noi veniamo a Lampedusa ad assistere a questo dramma". Ma poche ore prima ministro dell'Integrazione rilascia un'intervista al Corriere della Sera. Scontato l'attacco alla Bossi-Fini: "La legge sull'immigrazione non può essere punitiva". Quindi, in scia al premier Enrico Letta, l'appello all'Europa: "Serve l'intervento della comunità interazionale".

"Triplicare i posti letto" - Poi la Kyenge snocciola la sua personale ricetta per evitare l'"ennesima strage" di cui, poco dopo, avrebbe parlato sull'isola siciliana. Premette: "Questo flusso migratorio mette in ginocchio l'accoglienza. Occorre rafforzarla". Come? "Ho in programma - spiega - di portare prima a 16mila e poi 24mila gli attuali posti letto per l'accoglienza degli immigrati (oggi sono 8mila). Dobbiamo renderci conto di quanto sia difficile la vita per chi fugge da un inferno". Quindi Kyenge ribadisce: "Le leggi italiane si devono adeguare decidendo di mettere al centro la persona e non basandosi sulla punizione".

Superstiti indagati, scafisti fuori L'Italia dei cachi in tre giorni trasforma la tragedia in farsa

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Chi sfila senza dire nulla, chi si indigna perché viene applicata la legge e intanto i responsabili del naufragio di Scicli (13 morti) sono liberi: il Paese del paradosso


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Da una parte c’è un Paese coraggioso e caritatevole, ci sono le mani, le braccia e la gambe immerse nell’acqua degli uomini e delle donne di Lampedusa che raccolgono  i corpi freddi sputati fuori dal mare. O delle forze dell’ordine di Scicli che si gettano fra le onde per salvare persone frustate, malmenate e buttate dagli scafisti tra le fauci della morte.   Anche se non basta, e l’immagine dei cadaveri distesi fra le braccia dei soccorritori è una pietà michelangiolesca di carne e sangue. Questo è un Paese vero, lontano dalle ciarle ignobili dei buonisti d’accatto, intimamente disposto ad accogliere e soccorrere.

Poi c’è il Paese piccolo e ridicolo, quello delle brutte barzellette e dei tanti onorevoli Qualunque che quando parlano collegano la bocca al lato sbagliato del corpo. C’è il Paese che s’indigna perché sono stati indagati per immigrazione i superstiti dell’ecatombe di Lampedusa: circa un centinaio, minori esclusi. Detta così, la faccenda impressiona, certo. Ma è prassi, perché bisognerà pure identificare chi è sbarcato. Dopo la salvezza, dopo avergli dato almeno una coperta e un piatto di minestra. Dopo che il cuore e la compassione degli isolani non hanno fatto differenza tra santi e assassini, aiutando chi ne aveva necessità, bisogna che a separare gli uni dagli altri ci pensi lo Stato. E deve farlo garantendo a tutti dignità di esseri umani.

Il problema è che la notizia dei superstiti indagati diventa atroce nel momento in cui si legge di un’altra decisione di un giudice. Quella del gip di Ragusa che ha fatto scarcerare cinque dei sette scafisti che hanno condotto un barcone con duecento persone al largo di Scicli. A circa cento metri dalla riva, hanno cominciato a gettare in acqua i poveri cristi immigrati che tentavano di raggiungere le nostre coste. Li hanno spinti in mare a frustate. Colpi di cinghia per farli saltare: sono morti in tredici. Adesso cinque di questi sette scafisti sono fuori, poiché un giudice ha ritenuto credibile la loro versione dei fatti, secondo cui avrebbero soltanto collaborato alla navigazione del peschereccio. Come se anche solo contribuire a mettere  in acqua una barca carica di persone che verranno poi gettate tra i flutti non fosse un atto disumano, crudele e vergognoso.

I superstiti di Lampedusa indagati, gli scafisti di Scicli liberi. Il connubio è allucinante perché schifoso è il cortocircuito delle due notizie, e anche peggiore è la strumentalizzazione politica che ne vien fatta. In queste ore va in scena una commedia di terz’ordine in cui tutto è ribaltato e confuso. La sinistra in coro bercia chiedendo di cancellare la legge Bossi-Fini; Laura Boldrini corre a Lampedusa per fare della sociologia spicciola con contorno di propaganda, flash e occhio acquoso di chi affetta commozione. Nessuno che si occupi di trattati e relazioni internazionali che davvero impedirebbero sbarchi e viaggi della morte. Tutti a sfilare fra i sacchi neri imbottiti di corpi.

La tragedia diventa una scusa squallida per difendere interessi di bottega e di parrocchia. C’è persino chi propone di premiare la gente di Lampedusa con il Nobel per la pace. Ora, di certo è comprensibile che si voglia riconoscere la forza d’animo di  un popolo che da anni è costretto a fronteggiare situazioni disgustose e incivili. Ma che c’entra il Nobel? Mai premio fu più inutile e grottesco, prova ne sia che l’hanno concesso pure a Obama - per tacere di Arafat. Dovrebbero buttarlo a mare, altroché.

Invece l’Espresso raccoglie le firme, ne fa un’altra battaglia politica. Ed ecco che si arriva all’ennesimo cortocircuito, all’interesse particolare scaturito dall’orrore. A chi propone il Nobel i lampedusani rispondono che loro se ne fregano. Gli dessero piuttosto qualcosa di più concreto: scuole, ambulatori. Lamentano i soldi spesi per simulare attenzione verso gli immigrati e la mancanza di risorse per loro, per gli isolani. Dicono che non hanno neppure il cinema. Capito? Il cinema. Nella commedia all’italiana si passa dalle lacrime al multisala, dove sicuramente qualcuno insisterà per proiettare il film di Crialese, Terraferma, con l’immagine del barcone carico di disperati. Poi vai col cineforum e di nuovo polemiche sulla Bossi-Fini.

Intanto, sul fondo del mare giacciono centinaia di persone, orrendo sacrificio a Nettuno, dio crudele degli abissi e delle meschinità che li increspano in questi giorni.

di Francesco Borgonovo

Decadenza, l'Annunziata difende Berlusconi: "Non va espulso dal Senato"

Libero

In un editoriale, la direttrice dell'Huffingtonpost si mette dalla parate del Cav: "Scusate se lo dico, ma non si tratta così un grande leader politico"


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Lucia Annunziata sta con Silvio Berlusconi: "Un leader politico come lui non può essere umilitao in questo modo". La difesa d'ufficio arriva proprio da chi meno te lo aspetti. E l'Annunziata lo sa. Così nel suo editoriale sull'Huffingtonpost pro-Silvio dal titolo "Non infierirò su Silvio Berlusconi. Perché non sono una fascista", L'Annunziata esordisce mettendo le mani avanti: "So che molti di voi, forse la maggior parte, non sarà d'accordo con quello che sto per scrivere, ma tant'è". Poi inizia la difesa di Silvio: "Il fascista più fascista di tutti è a mio parere quella pulsione interiore che ci fa infierire sui nemici vinti. Credo di non avere bisogno di patenti per dimostrare da che parte sono stata in questi venti anni, ma davanti alla conclusione giudiziaria e politica di questo periodo non mi metterò fra chi affonda la lama dell'insulto, della soddisfazione, e ancor meno della volgarità, contro Silvio Berlusconi. Non trarrò piacere dalla condanna di nessuno".

"Non va espulso dal Parlamento" - Ma al netto della condanna in Cassazione, la difesa dell'Annunziata è sul fronte politico e soprattutto sul fronte decadenza dopo il voto favorevole della Giunta per le elezioni: "Non mi sento nemmeno gratificata dal fatto che un leader politico che ho sempre considerato nemico della nostra democrazia - per i suoi conflitti di interesse e per il modo con cui ha trasformato la politica immettendovi il peso del denaro - abbia fatto questa fine politica in un modo così infamante. La giustizia ha trionfato ma quando un leader politico fa questo tipo di fine non sta bene l'intero paese".

"Non sono fascista" - Poi il direttore dell'Huffingtonpost esce allo scoperto e sottolinea come sia sbagliato far fuori il Cav dal Parlamento: "Non infierirò sul destino di Berlusconi invece proprio perché non sono per nulla ottimista. Perché - ripeto - un paese i cui leader politici fanno questa fine (condannati per frode ed espulsi dai ranghi del senato) non è un paese che sta bene, comunque. Perché penso che il potere avuto da Silvio Berlusconi è un sintomo di qualcosa di sbagliato di cui tutti, cittadini e non solo politici, abbiamo una corresponsabilità - ed è guardare davvero dentro di noi e dentro questo periodo la via per uscire davvero da venti anni di Guerra civile fredda". Infine la confessione: "Ma soprattutto non infierirò su Silvio Berlusconi, perché non sono un maramaldo, non amo i bulli, non mi piacciono le feste sul corpo degli altri. Non sono una fascista, insomma". Peccato che per vent'anni l'Annunziata abbia "sparato" sul Cav spesso solo con le pallottole del pregiudizio, politico e personale...

Basta con le ipocrisie gli immigrati ormai sono un lusso

Magdi Cristiano Allam - Lun, 07/10/2013 - 08:14

Gli italiani vivono una crisi economica drammatica: non possono più permettersi di pagare miliardi per i clandestini

Io non ci sto! Fermo restando l'umana pietà per i morti chiunque essi siano, io non ci sto a pagare miliardi di euro per contrastare, accogliere, accudire, incarcerare e rimpatriare i clandestini! Non ci sto ad aderire al lutto nazionale per la tragica fine di centinaia di clandestini vittime e complici della criminalità organizzata! Non ci sto a considerare da morti cittadini italiani coloro che da vivi hanno violato le leggi italiane! Sapete quanto ci costano i clandestini? Vi elenco alcuni costi che ricavo dai dati del Ministero dell'Interno e dell'Unione Europea.


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1 miliardo e 668 milioni di euro: le risorse nazionali e comunitarie spese tra il 2005 e il 2012 per il programma di contrasto dell'immigrazione «irregolare» in Italia. 1,3 miliardi stanziati dallo Stato italiano e oltre 280 milioni erogati dall'Unione Europea che sono stati fino ad oggi investiti. 331,8 milioni di euro: controllo delle frontiere esterne per gli anni 2007-2012 (anno 2012, 105.575.880,00 mil. di euro) di cui: 165.545.212,05 euro (anno 2012, 52,787,940,00) contributi dell'Unione Europea; 166.303.268,90 euro (anno 2012, 52.787.940,00) confinanziamento Stato italiano. 111 milioni euro: piano Sicurezza per lo Sviluppo del Mezzogiorno. Acquisto di nuove tecnologie, sistemi di identificazione e comunicazione a supporto delle attività svolte dalle Forze dell'Ordine per il controllo delle frontiere, l'avvistamento dei migranti e la loro identificazione. 60.754.218,86 euro:

Fondo Europeo per i Rimpatri (anni 2008-2012; anno 2012: 14.514.432,93). 34.654.527,39 euro: contributo Unione Europea (nel 2012, 9.066.985,00). 26.099.691,47 euro: confinanziamento Italia (nel 2012, 5.447.447,94). Risorse stanziate per i rimpatri forzati: 6.490.000,00 euro: operazioni di rimpatrio con e senza sorta con voli di linea e/o charter (anno 2012); 230.000,00 euro: voli charter congiunti con altri stati membri o con Frontex (anno 2012); 110.000,00 euro: formazione personale di scorta (anno 2012); 6.899.074,33 euro: risorse per i rimpatri volontari (anno 2012). 158.601.586,56 euro: impegno di spesa per Cda, Cpsa, Cie, Cara (totale anno 2011). 139.460.145,56 euro: spese per l'attivazione, la locazione e la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza per stranieri irregolari.

Spese per interventi a carattere assistenziale, anche al di fuori dei centri stessi. Spese per studi e progetti finalizzati all'ottimizzazione ed omogeneizzazione delle spese di gestione: 42.177.463 euro: spese per la costruzione, l'acquisizione, il completamento e l'adattamento di immobili destinati a centri di permanenza temporanea e assistenza, di identificazione e di accoglienza, per gli stranieri irregolari e richiedenti asilo. Spese relative ad acquisto di attrezzature per i centri o ad essi funzionali e per compiti di studio e tipizzazione. 979.622,21 euro: spese manutenzione Cie (totale anno 2011). 509.383,21 euro: manutenzione ordinaria, 470.230,00 euro: manutenzione straordinaria. 45.422.981 euro: progetti di cooperazione con i Paesi terzi in materia di immigrazione (totale anno 2012).
Passiamo a quanto ci costano gli stranieri che finiscono nelle nostre carceri.

Innanzitutto chiariamo che costituiscono circa la metà del totale dei detenuti, pari a quasi 23 mila detenuti stranieri. Se consideriamo che per l'Osapp (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), un carcerato costa quanto un deputato, ovvero 12 mila euro al mese, il costo complessivo dei detenuti stranieri ammonta a circa 3.312.000.000 di euro.Ebbene teniamo presente che ben il 95% dei detenuti stranieri sono o clandestini o risiedono irregolarmente nel nostro Paese, finendo per diventare facili prede della criminalità organizzata o comunque per delinquere. Mi auguro che il ministro dell'Interno Alfano attui la richiesta da lui formulata lo scorso agosto: «Gli Stati di provenienza paghino vitto e alloggio agli immigrati in Italia che delinquono».Tutto ciò è troppo! Troppo anche per un popolo generosissimo e sempre pronto ad auto-colpevolizzarsi! Troppo per tutti gli italiani che vivono una drammatica crisi economica!

Troppo anche per il Papa che predica la Chiesa dei poveri tra i poveri e l'accoglienza dei senzatetto nei monasteri! Non possiamo continuare a predicare bene senza fare i conti con quanto ci costano questi clandestini!

twitter@magdicristiano

Bollette da 70mila euro e contratti falsi. Scatta l'allarme aziende e utenti uniti contro i truffatori

Il Mattino

di Gennaro Di Biase


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Avviso agli utenti: attenzione alla bolletta, perché in agguato, nella cassetta della posta, potrebbe celarsi una richiesta di pagamento per un contratto di energia elettrica o gas che non avete mai firmato. E il rischio che ciò avvenga è sempre più alto, dato che «tra Napoli e provincia il fenomeno è in aumento: quasi il dieci percento dei contratti tra quelli che trattiamo è falso», avverte Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori Campania. A essere danneggiati dalla truffa, va precisato, sono in questo caso sia i cittadini che le grandi aziende. Chi è che fa il furbo allora? «I tribunali - spiega l'avvocato Armando Cortese, penalista di Federconsumatori - sono pieni di procedimenti penali per contratti di fornitura falsi. Bisogna stare attenti a rilasciare i propri dati sensibili. Per stipulare un contratto non richiesto, infatti, bastano i dati dell'intestatario e poco altro. Questo favorisce singoli sub-agenti che creano contratti fasulli, dato che le loro percentuali di guadagno aumentano in proporzione al numero di contratti portati a casa a fine mese».

I premi di produzione fanno gola, dunque, ai rappresentanti delle ditte esterne di cui le grandi aziende si servono per vendere sul territorio. Ma è ovvio che non tutti i sub-agenti hanno intenzioni fraudolente. Per evitare pericoli, il cittadino che non voglia rischiare di cadere in certe trappole deve fare molta attenzione anche a dove vanno a finire le vecchie bollette. E a chi le si mostra. Una scena tipo ce la racconta Cortese, con i fogli del procedimento penale alla mano. «Una signora ha aperto la porta al sub-agente, gli ha mostrato le precedenti bollette e si è ritrovata poco dopo con un contratto che non ha mai firmato". In questi casi, le cifre da pagare variano. Si va dalla singola bolletta da 50-60 euro (come nel caso della signora) fino a migliaia di euro se la truffa viene fatta, per esempio, ai danni di un'attività commerciale. C'è chi ci casca e paga. C'è chi paga per timore o per sfinimento. E c'è chi, al contrario, sceglie le vie legali. «Il meccanismo del contratto non richiesto è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni - spiega l'avvocato Roberta Rispoli -. Il consenso del firmatario viene letteralmente inventato».


Una volta chiarito il 'perché' del contratto falso, veniamo al 'come'. Solitamente la truffa avviene in due modi. Con firma apocrifa, se il sub-agente sottoscrive il contratto al posto dell'utente ignaro. Non a caso, i processi si risolvono molte volte con una perizia calligrafica, cioè confrontando la firma messa sul contratto falso con quella reale dell'utente. Oppure la truffa può essere telefonica, se chi sta dall'altro lato della cornetta riesce a carpire a distanza i dati dell'intestatario. Oltretutto, il cosiddetto codice 'pod' ('point of delivery', cioè il punto di prelievo dell'energia dalla rete elettrica nazionale), individuale e presente sulla bolletta dell'energia elettrica, si ricava con facilità aggiungendo "IT00" al "numero del cliente", che si ottiene schiacciando un tasto del contatore. Insomma, per procurarsi il pod di un utente basta introdursi nel palazzo, premere un tasto e il gioco è fatto.

Il libero mercato, si sa, ha i suoi pregi e i suoi difetti. Tra questi ultimi, c'è anche il rischio di ingolosire i promoter malintenzionati con guadagni irregolari. Nonostante le contromisure che le aziende adottano per contrastare chi fa il furbo nella vendita porta a porta. «Prima di procedere all’attivazione di un contratto contattiamo telefonicamente il cliente per accertarne la volontà - fanno sapere da Enel Energia -. Inoltre, sono previste diverse fasi di controllo sulla correttezza delle procedure e il pagamento di penali rilevanti nel caso in cui emergono comportamenti non conformi. Dal codice identificativo presente sul contratto, Enel Energia può individuare le agenzie responsabili di eventuali comportamenti scorretti e intervenire con misure che vanno da multe fino alla risoluzione del contratto con l’agenzia stessa».

Non diversa, la posizione di Andrea Casalgrandi, general manager delle vendite ai clienti di Sorgenia: «I contratti non richiesti danneggiano i cittadini ma anche noi operatori. I rappresentanti delle nostre agenzie esterne sul territorio sono vincolati al rispetto di una corretta condotta commerciale: devono avere un tesserino di identificazione, specificare che lavorano per Sorgenia, illustrare le offerte in modo trasparente e accertarsi della volontà del cliente di sottoscrivere un contratto. Se queste regole non vengono rispettate Sorgenia interrompe il rapporto di collaborazione e nei casi estremi si rivolge all'autorità giudiziaria. Anche in caso di contratti falsi o sottoscritti contro la propria volontà, tuteliamo il cliente con una telefonata di controllo da parte del nostro call center, una lettera di pre-benvenuto precedente l'attivazione e la possibilità di dare disdetta entro 10 giorni dal ricevimento della conferma di attivazione (40 giorni in caso di vendite telefoniche)».

Resta da fare un secondo avviso agli utenti: non c'è solo l'insidia del contratto falso. Anche la «bolletta pazza» rientra tra i casi gettonati. In quel caso, si tratta di errori meno gravi, involontari, risolvibili dopo la segnalazione dell'errore. Eppure scenografici, dato che fa impressione vedersi arrivare una bolletta del gas da infarto: 77mila e 464 euro da pagare dopo pochi mesi dall'ingresso in casa, come è capitato a una coppia di sposini napoletani. «Ormai è una giungla in cui combattiamo quotidianamente - spiega Rosario Stornaiuolo, presidente di Federconsumatori Campania -. Tra Napoli e provincia la truffa del contratto falso è in crescita. Anche a causa della crisi, ormai più del 9 percento dei contratti di forniture che ci presenta la nostra utenza è un falso telefonico o con firma apocrifa.

Abbiamo già vinto una causa contro una grande azienda per un contratto falso. Sempre più gente ci chiede che le utenze non vengano sospese perché non si riesce a pagare le bollette regolari, figuriamoci se si possono pagare quelle false». Oltre al danno, la beffa per i più deboli. «Sono sempre di più gli immigrati vittime di contratti non richiesti, siamo sui tre casi ogni due settimane», spiega Pierre Preillà di Federconsumatori. Racconta poi il tragicomico caso di un immigrato che, al momento della presunta sottoscrizione del nuovo contratto di fornitura a Napoli, si trovava in Senegal. Insomma, utenti, attenzione alla bolletta, ovunque siate.

Se non paghi, niente catechismo» Bambini respinti dalla parrocchia

Il Messaggero


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«Non paghi? niente catechismo!»: questo si sono sentiti rispondere i bambini che ieri non sono stati accolti dal parroco Don Enrico al corso di preparazione alla cresima perché non in regola con l'iscrizione. L'episodio, riportato da "La Prealpina", è avvenuto nella chiesa parrocchiale dei Santi Giuseppe e Bernardo a Rescaldina, nel Varesotto.

All'inizio della lezione - secondo quanto racconta un genitore - è stato fatto l'appello e i bambini che non erano in possesso del foglio di iscrizione con relativo contributo economico sono stati fatti uscire dall'aula. Alcuni genitori erano già andati via e sono stati rintracciati da quelli che si erano attardati all'oratorio: tutti, comunque, sono rimasti turbati dal comportamento del parroco don Enrico, che ha preferito non commentare la vicenda.

La diocesi: non è un problema di soldi, ma il prete ha sbagliato. Il parroco ha cacciato alcuni bambini dal catechismo non per soldi, ma per la mancata iscrizione: è questa la spiegazione data dal diretto superiore del parroco, il vicario episcopale a Rho Giampaolo Citterio, che comunque giudica «sbagliato che alcuni bambini siano stati allontanati» e per questo ha chiesto al parroco «di ammettere tutti immediatamente. I genitori che presentano i ragazzi per il cammino della cresima sono invitati a fare domanda di iscrizione, dando un'adesione formale. Normalmente in quella chiesa è annessa una quota di 30 euro come rimborso spese, ma chi ha problemi economici basta che lo dica e si può iscrivere lo stesso».

«Don Enrico, che aveva consegnato i moduli di iscrizione da 15 giorni, ha chiesto ai ragazzi che si erano presentati al primo incontro in preparazione alla cresima che non lo avevano portato di aspettare in un'altra aula dell'oratorio. Si è così generato un momento di irrigidimento vicendevole che va superato perché la linea della Diocesi è di non escludere nessuno, anzi, andiamo a cercare i giovani anche nelle periferie. Per questo «mi sono premurato di dire al parroco che bisogna rientrare nel dialogo, che è sempre vincente».


Domenica 06 Ottobre 2013 - 16:45
Ultimo aggiornamento: 16:51

Diffamazione, in carcere giornalista Il sindacato: provvedimento allucinante

La Stampa

Misura di carcerazione contro Francesco Gangemi, pubblicista di 79 anni e direttore de “Il dibattito”mensile calabrese



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In carcere a 79 anni con una condanna per diffamazione a mezzo stampa. È quanto accaduto a Francesco Gangemi, classe 1934, giornalista pubblicista dal 1983, direttore del periodico mensile Il Dibattito che esce Reggio Calabria. Gli agenti della squadra mobile della città calabrese hanno notificato al giornalista un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale della Repubblica di Catania a firma del sostituto procuratore generale Elvira Tafuri. Alla base del provvedimento c’è l’ultima sentenza, passata in giudicato che lo riguarda, del 21 novembre 2012 emessa dal tribunale della città etnea. 

In tutto, però, sono otto le sentenze emesse, dal 2007 al 2012, a carico del direttore del mensile nei tribunali di Reggio Calabria, Cosenza e Catania, in gran parte per il reato di diffamazione. In un solo caso, inoltre, Gangemi, è stato condannato per falsa testimonianza: la vicenda è relativa all’attività politica svolta dal giornalista che ha anche ricoperto la carica di sindaco di Reggio Calabria, per poche settimane, agli inizi degli anni ’90 in un periodo molto travagliato per la città calabrese dello Stretto.

Gangemi, dopo l’arresto, è stato condotto prima in Questura e, successivamente, nella casa circondariale San Pietro di Reggio Calabria. Nel provvedimento di arresto della magistratura etnea è scritto anche che il «condannato» Gangemi «ha omesso di presentare l’istanza per la concessione delle misure alternative alla detenzione nei termini prescritti». A dare notizia dell’arresto di Gangemi è stato il figlio, giornalista anche lui e direttore di un sito d’informazione on line che, dopo avere definito «grottesco» il provvedimento, ha ha fatto riferimento alle patologie di cui soffre il genitore che, ha aggiunto, si è visto assegnare una «invalidità al 100%».

Il provvedimento di carcerazione ha provocato l’immediata reazione della Federazione della stampa. «È allucinante - hanno commentato il segretario generale, Franco Siddi, e il vicesegretario nazionale e segretario del Sindacato giornalisti Calabria, Carlo Parisi - che a 79 anni, un giornalista, condannato per diffamazione e per non avere rivelato le fonti fiduciarie di notizie, venga arrestato e portato in carcere. Quanto accaduto al giornalista pubblicista Francesco Gangemi appare una mostruosità difficilmente concepibile per qualsiasi ordinamento democratico che si fondi sulla libertà di espressione, di stampa e sul pluralismo delle idee’’.

Siddi e Parisi, nella dichiarazione, hanno fatto appello al Parlamento «perché voglia, con urgenza riformare la legge sulla diffamazione» e si sono rivolti anche alle cariche istituzionali dello Stato per chiedere «una considerazione appropriata e umana del caso che faccia uscire al più presto il giornalista Gangemi dalle patrie galere”. A favore dell’appello si è schierata anche l’Unione cronisti. 

La vanità dello scrittore No Tav perso nella notte della politica

Corriere della sera

Erri De Luca vuole espiare il passato in Lotta Continua

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Le rivolte inestirpabili sono il suo demone: ai tormenti e alle paure dei valsusini mancavano solo le parole di fuoco di Erri De Luca. Giorni fa, seduto sui gradini della Statale di Milano, lo scrittore ha così sentenziato: «Essere incriminati di resistenza è una medaglia al valor civile, tutti dobbiamo essere incriminati di resistenza... Ogni volta che c'è un nuovo arresto, si allarga l'albo dei resistenti. Si entra a far parte di una comunità che dimostra di non lasciar passare l'insulto, l'infamia, l'oppressione, la violenza».

In precedenza De Luca si era definito «un sabotatore» del cantiere per l'Alta Velocità in Val di Susa, spiegando che i sabotaggi sono necessari per far comprendere che la Tav è un'opera nociva e inutile.Mentre le autorità denunciano il rischio terrorismo in Val di Susa, mentre molotov, maschere antigas, fionde, cesoie, chiodi a quattro punte, chiavette esplosive non si offrono certo come hardware democratico, il «cattivo maestro» ironizza sul suo ruolo di ispiratore: «Non posso usurpare il titolo, non sono maestro, non sono neanche laureato. Cattivo sì e inservibile per i poteri che praticano soprusi».

Non sono i valsusini ad aver bisogno dello scrittore, ma è il vecchio rivoluzionario che ha continuamente bisogno di una sua piazza Taksim, di una sua Striscia di Gaza, di un suo Zuccotti Park. L'impressione, nonostante la cospicua produzione letteraria, è che De Luca non abbia chiuso i conti con il passato di responsabile del servizio d'ordine di Lotta Continua. È una vita che espia (muratore, operaio, camionista, scrittore...) per placare quella hybris, quella tracotanza, e tutta la sua prosa nasce sotto il segno dell'espiazione, producendo non pochi effetti di «neodannunzianesimo proletario» (Massimo Onofri), di sentenziosità, di ieratismo partenopeo. Come tutti i guru ha un folto seguito di groupies attempate.

È  una vita che, pur leggendo ogni giorno la Bibbia, ci promette la verità sul delitto Calabresi ma finora la reticenza l'ha frenato. Nonostante si faccia abbagliare dalla luce televisiva, quando c'è da promuovere un suo libro, è nella notte della politica, dove tutte le regole sono nere, che preferisce smarrire la sensibilità civile.

06 ottobre 2013

De Magistris stretto tra Sodano e Loiero

Corriere del Mezzogiorno


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“Non può essere la magistratura a selezionare la classe dirigente”. Così l’ex magistrato e oggi sindaco de Magistris risponde a chi chiede le dimissioni del suo vice Sodano, appena condannato per violenza ai danni di una vigilessa. Per ironia della sorte, proprio oggi, sul Corriere del Mezzogiorno, intervistato da Titti Beneduce, Agazio Loiero, ex governatore della Calabria, accusato da de Magistris nell’inchiesta Why not e definitivamente assolto in Cassazione, spiega come, dopo quelle accuse, lui è caduto in disgrazia e de Magistris ha invece fatto carriera politica. Qui qualcosa non torna.

O sbaglio?

Loiero: «Io usato da de Magistris per costruirsi la carriera politica»

Corriere del Mezzogiorno

Parla l'ex presidente della Calabria appena assolto in Cassazione dall'accusa di abuso d'ufficio


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NAPOLI — Dopo polemiche infinite e sconcertanti colpi di scena, la Cassazione ha ora messo la parola fine all’inchiesta Why Not, che lacerò la magistratura italiana e lanciò nell’universo della politica Luigi de Magistris: l’attuale sindaco era infatti, a Catanzaro, il pm titolare di quel fascicolo. Tra quanti escono definitivamente di scena c’è l’ex presidente di centrosinistra della regione Calabria Agazio Loiero, assolto dall’accusa di abuso d’ufficio «per non aver commesso il fatto». Il giorno dopo l’assoluzione definitiva, Loiero, che tuttora siede in Consiglio regionale a Reggio, accetta di commentare la sentenza tra una telefonata e l’altra di congratulazioni.

Onorevole Loiero, come si sente? «Rinfrancato. È arrivata la conferma che anche in quest’inchiesta, come in altre che pure ho dovuto affrontare, non c’entravo nulla».

Un’altra delle inchieste da cui è uscito a testa alta era sempre di de Magistris. «Quella sulla sanità: fui sentito prima come persona informata sui fatti, poi fui indagato. All’udienza preliminare però de Magistris, che pure quel giorno era a Palazzo di giustizia, non si presentò. Arrivo un altro pm di udienza che chiese 15 giorni di tempo per studiarsi le carte. Dopo 15 giorni venne in aula e chiese il mio proscioglimento, che il gip concesse».

E questo era il precedente. In Why Not invece lei come entrava? «I lavoratori dell’azienda Why Not avevano occupato la Regione e io avevo fatto una delibera di indirizzo politico al dirigente perché se ne occupasse. Nacque tutto da lì. Anche in questo caso fui assolto da tutti i reati: il pm però fece ricorso in appello per l’abuso d’ufficio e la sentenza di secondo grado gli diede ragione. Avrei dovuto ricusare i giudici, ma mi accorsi tardi che non avrebbero potuto giudicarmi: uno, il giudice a latere, era stato testimone di de Magistris nell’inchiesta parallela di Salerno. Il giudice relatore invece, in un precedente procedimento per diffamazione, aveva stabilito in forma monocratica, l’esistenza di un rapporto di malaffare che avrebbe legato Saladino (imprenditore coimputato di Loiero, ndr) alla politica calabrese. Ora finalmente la Cassazione ha annullato la sentenza senza rinvio».

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Se pensa a queste vicende qual è il suo stato d’animo?
«Io credo che per ricoprire organi giurisdizionali monocratici ci sia bisogno di grande equilibrio: ho conosciuto molti pm che ne possedevano. Se uno capita in un’inchiesta, che so, di Falcone può dormire sonni tranquilli; non è lo stesso se finisce in un’inchiesta di un pm desideroso di comparire perché ha l’ambizione di fare politica».

Che cosa rimprovera in particolare all’attuale sindaco di Napoli? «Si è molto accanito nei miei riguardi, mi ha fatto una guerra violentissima. Se confronto le due inchieste nelle quali sono stato coinvolto con la sua carriera politica, ne deduco che gli sono servite come trampolino di lancio. Questo non lo trovo giusto».

Ci sono voluti anni per arrivare all’assoluzione definitiva. «Infatti provo amarezza, ma anche dispiacere per i costi esorbitanti che questi processi sono costati allo Stato. E mi sono convinto ulteriormente che va fatta la separazione delle carriere, l’unico sistema per garantire un maggior equilibrio nella gestione delle inchieste e dei processi».

Adesso è de Magistris, in qualità di amministratore pubblico, che è finito sotto inchiesta... «Ovviamente spero che ne esca come ne sono uscito io dalle sue».

Titti Beneduce05 ottobre 2013

Suicidio è l’unica eutanasia possibile” La morte di Lizzani accende il dibattito

La Stampa

Il figlio del regista gettatosi dalle scale: «In un Paese civile ognuno dovrebbe poter scegliere come morire». Viale (Radicali): spero si rompa definitivamente il tabù



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«Avrebbe scelto l’eutanasia», ha detto al Tg2 il figlio di Carlo Lizzani accorso in Via dei Gracchi a Roma per il riconoscimento del padre, che si è tolto la vita gettandosi dal balcone del suo appartamento al terzo piano. «In un Paese civile ognuno dovrebbe poter scegliere come morire», ha aggiunto. «Mi auguro che in Italia si rompa definitivamente il tabù dell’eutanasia », ha commentato Silvio Viale, presidente di Radicali Italiani «Ancora una volta, come fu per Mario Monicelli e per Franco Lucentini, la morte per precipitazione di Carlo Lizzani e destinata a creare grande impressione.

Ancora una volta, nell’unirmi al cordoglio, devo dire con forza che non avrebbe dovuto morire così». Viale ricorda la proposta di legge di iniziativa popolare recentemente depositata alla Camera e sottolinea: «In un paese in cui suicidio assistito e eutanasia volontaria continuano ad essere un tabù, non può stupire che persone come Lizzani siano costrette a porre fine in solitudine alla propria vita. Non conosco nei dettagli le vicende personali, non so come e quando abbia maturato la propria decisione, non so quando abbia deciso come attuarla, ma so che, in un paese civile, non si dovrebbe consentire di essere costretti a morire così». 


Il regista Carlo Lizzani aveva 91 anni

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Morto suicida il regista Carlo Lizzani


Da Mussolini a Fontamara I film di Lizzani

L’Irlanda respinge la misura anti casta Vince il “no” all’abolizione del Senato

La Stampa

Gli stessi membri della Camera alta di Dublino avevano indetto un referendum per eliminare un apparato da 20 milioni l’anno


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Gli irlandesi amano i loro rappresentanti politici più di quanto questi ultimi si ritengano utili. A sorpresa il referendum che doveva ratificare la decisione del Senato di autodissolversi è stato respinto di stretta misura. Nei giorni scorsi 33 membri su 60 della Camera alta di Dublino avevano votato a favore della scomparsa del Senato, ritenuto inutile e costoso, 25 si erano espressi per conservarlo e 2 si erano astenuti. 

Nella sfida tra tradizione e desiderio di tagliare i costi della politica a sorpresa l’ha spuntata la prima. I sondaggi della vigilia avevano invece previsto che oltre il 60% degli elettori avrebbe votato a favore dell’abolizione. Il `Seanad´ è formato da 60 membri che però non vengono eletti direttamente dai cittadini ma da un corpo elettorale formato da senatori uscenti, deputati e rappresentanti locali, oltre ai membri nominati dal premier e dalle università. L’assemblea ha peraltro una funzione legislativa molto limitata rispetto alla più importante camera Bassa, il cosiddetto Dail E’ireann.

L’abolizione avrebbe comportato un risparmio di circa 20 milioni di euro l’anno. Non è certo una cifra da capogiro ma sarebbe servita al premier Enda Kenny per mostrare che la sua austerità viene condotta anche contro la politica per favorire la ripresa del Paese dopo il collasso economico della ex `tigre celtica´. Il suo partito di maggioranza Fine Gael, dell’area di centro, ha guidato la campagna per il `sì´, sostenuto anche dal Labour e dal Sinn Fein. Mentre per il `no´ si sono schierati i repubblicani del Fianna Fail all’opposizione.

«Siamo di fronte a una istituzione obsoleta, che ha servito molto più gli interessi dei politici che dei cittadini», ha tuonato nelle ultime dichiarazioni prima del voto Richard Bruton, ministro del Lavoro e a capo della campagna per il `sì´ del Fine Gael. Dall’altra parte però anche i sostenitori del `no´ sono stati molto agguerriti contro una proposta giudicata populista. Il leader di Fianna Fail, Micheal Martin, ha affermato che eliminare il Seanad si sarebbe tradotto solo nel rafforzamento dei poteri del governo. Il dibattito è stato anche accompagnato da uno scontro sui numeri del risparmio che comporterebbe l’eliminazione della camera Alta.

Il comitato del `no´ ha accusato gli avversari di aver `pompato´ dati che secondo loro sono molto più bassi. Immediata la replica del ministro Bruton: «Non è vero, anzi, siamo stati prudenti». I timori erano che in caso di vittoria a Dublino dei `sì´ il sentimento di voler tagliare drasticamente la politica avrebbe potuto diffondersi altrove. Non è un caso se Lord Hattersley, ex dirigente del Labour britannico, ha proposto di `copiare´ i vicini irlandesi e abolire la Camera dei Lord. I quali, visti i risultati delle urne, potranno continuare - almeno per il momento - a fare sonni tranquilli. 

Foibe: morta Licia Cossetto, stava per commemorare sorella

La Stampa

Era in viaggio verso Trieste, attesa alla cerimonia del 70° anniversario del martirio di Norma


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È morta Licia Cossetto, testimone della tragedia di istriani, fiumani e dalmati alla fine della seconda guerra mondiale. Licia Cossetto si è sentita male a Latisana (Udine), proprio mentre stava giungendo a Trieste da Ghemme per partecipare alla commemorazione del 70° anniversario del martirio della sorella, Norma, la studentessa seviziata e uccisa nel 1943 dai partigiani jugoslavi in Istria e gettata nella foiba di Villa Surani. Lo rende noto l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Testimone diretta della vicenda, Licia Cossetto , ha sempre chiesto un «giusto riconoscimento per tutti gli istriani, fiumani e dalmati e naturalmente per Norma», in memoria della quale nel 2005 ricevette dalle mani dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi la Medaglia d’oro al valor civile. «Profonda commozione e cordoglio» ha espresso il presidente dell’Associazione, Antonio Ballarin, che ha definito la Cossetto una «instancabile testimone», segnalando che Norma e il padre Giuseppe «restano e resteranno impressi indelebilmente nei cuori e nello spirito degli esuli giuliani e dalmati». 

Il pm intercetta? Ora paga il condannato

Mariateresa Conti - Dom, 06/10/2013 - 09:24

La nuova norma stanga gli imputati. Ed è retroattiva, vale per le sentenze dal 2009

Sei intercettato? Le tue telefonate, altro che privacy, sono peggio di un messaggio a reti unificate, e ti va bene se non sei un vip, se no ti ritrovi pure i respiri pubblicati sui giornali? Beh, attenzione, al danno ora si aggiunge anche la beffa.


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Perché se il pm che ha ordinato di intercettarti fa centro e vieni condannato, adesso a pagare sarai tu. Si, proprio tu. E non pensare di averla scampata se la condanna è già arrivata. La retroattività, ormai, va di moda, mica è appannaggio solo della legge Severino e della decadenza del Cavaliere. Di conseguenza le nuove regole, che appioppano una pena pecuniaria supplementare al reo - considerato quanto è diffuso, specie in alcune procure, l'uso delle intercettazioni - valgono a partire dalle condanne pronunciate tre anni fa, a luglio del 2009.

Altro che spending review della giustizia, spese a carico del condannato e il gioco è fatto. Il nuovo «Regolamento recante disposizioni in materia di recupero delle spese del processo penale» è stato adottato lo scorso 8 agosto, di concerto tra i ministri di Giustizia, Anna Maria Cancellieri, e dell'Economia, Fabrizio Saccomanni. E, come ha segnalato Italia Oggi, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 4 ottobre. Si tratta di tre articoli appena, che finiscono con l'essere una stangata per il condannato. Le tariffe delle spese fisse del processo penale, chiamiamole così, anticipate dall'erario e da recuperare forfettariamente, vengono ridefinite nell'articolo 1 e regolamentate da un'apposita tabella. Si va dai 180 euro di un dibattimento di primo grado ai 60 euro dei procedimenti in Cassazione. È l'articolo 2 che dà la mazzata ai condannati:

«Le spese del processo penale anticipate dall'erario – recita – per la consulenza tecnica e per la perizia, per la pubblicazione della sentenza penale di condanna e per la demolizione di opere abusive e la riduzione in pristino dei luoghi... sono recuperate per intero nei confronti di ciascun condannato, senza vincolo di solidarietà, In caso di pluralità di condannati, il recupero delle spese avviene in parti uguali». Fuor di burocratese, è il condannato che deve pagare le intercettazioni, e meglio per lui che ci siano almeno altri coimputati con cui suddividere le spese. L'agguato della retroattività arriva con l'articolo 3: «Le disposizioni si applicano alle spese anticipate dall'erario relative ai processi penali per i quali la sentenza di condanna è stata emessa dopo l'entrata in vigore della legge 18 giugno 2009 n. 69».

Norma che, entrata in vigore a luglio del 2009, modificava il codice di procedura civile disponendo tra l'altro, all'articolo 50, che «la condanna alle spese è immediatamente esecutiva». Et voilà, imputati stangati. Le intercettazioni, nelle procure italiane, sono sempre più diffuse. In cinque anni, dal 2006 al 2011, sono aumentate del 19,6% (il dato è dell'ultimo Rapporto Italia Eurispes). Spiare «a strascico», alla fine, paga, ascolta che ti riascolta, qualcosa viene fuori. Vedi il processo Ruby, le migliaia di ore di conversazioni spiate per incastrare Berlusconi. Se pensiamo che nella rete delle microspie è finito addirittura, a Palermo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ascoltato mentre parlava con un non ancora indagato ex ministro dell'Interno come Nicola Mancino, si ha la misura di quanto il sistema sia diffuso. Razionalizzare l'utilizzo delle intercettazioni? Apriti cielo, ogni volta che si parla di riforma si scatena l'inferno. Meglio far pagare i condannati. Meno spese per lo Stato e grande orecchio dei pm sempre all'erta.