domenica 6 ottobre 2013

Le profezie della Boldrini: "I profughi qui? Fantasie..."

Gian Micalessin - Sab, 05/10/2013 - 09:36

Un anno fa da commissario Onu bacchettava la stampa: «Chi scappa dai conflitti  si rifugia nei Paesi vicini. Non c'è tutto quest'afflusso a Lampedusa che raccontano»

Migranti o clandestini che siano, vivi o morti che arrivino, poco importa. Per il presidente della Camera, signora Laura Boldrini, poco cambia. Per lei sono semplicemente una frittata.


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Da girare e rivoltare a seconda delle esigenze. Nel giugno del 2012, quand'è ancora portavoce dell'Alto Commissariato dei Profughi, fa di tutto per spiegarci che le bagnarole zeppe di clandestini sono un falso problema. Anzi sono il frutto dell'esagerazioni di giornalisti e politici interessati a cavalcar l'emergenza. «La cosa più interessante - rassicura l'allora portavoce - è che i 4/5 dei profughi fuggono nei Paesi limitrofi e restano nel sud del mondo. Non c'è quindi quest'afflusso in Italia e in Europa che è stato raccontato. Ma questo non viene mai comunicato a sufficienza e non viene percepito: l'impressione generale è che tutti arrivino a Lampedusa».

Mentre l'allora portavoce sciorina queste certezze le statistiche del 2011 registrano 63mila sbarchi sulle coste del nostro paese. Poco importa. La verità la sa Laura Boldrini. In Africa e in Libia nessuno sogna di mettersi per mare. Nel Mediterraneo tutto gira per il meglio. E a Lampedusa dorman pure sonni tranquilli. Chi immagina barconi gremiti di umani spinti verso le nostre coste da spregiudicati mercanti di uomini prende lucciole per lanterne. O gioca con le paure dell'opinione pubblica. Forte di cotante certezze la Boldrini, versione 2012, non lesina una tirata d'orecchie ai colleghi giornalisti: «Questo deve essere di monito anche alla stampa, che spesso non dà una visione comparata dei fenomeni, ma si limita a fare la contabilità, non un'analisi più generale... La stampa ha, invece, un ruolo fondamentale, deve andare al fondo dei fenomeni».

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Sedici mesi dopo a fondo c'è andato uno di quei barconi che il portavoce dell'Alto Commissariato rifiutava di vedere. E sotto ci son rimasti 300 e passa cadaveri. E così Laura Boldrini in versione presidente della Camera cambia registro. Descrive la dimensione «tremenda» della tragedia. «Assistiamo da anni - spiega - a tragedie identiche, sentendoci coinvolti, pronunciando parole di sincera commozione, ma senza trovare soluzioni». Ci ricorda i motivi che spingono queste persone a mettersi in viaggio sottolineando come siano «sempre gli stessi: guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani».

Ma alla fine invece di regalarci un mea culpa e scusarsi per aver sistematicamente minimizzato a quella che nelle sue stesse parole è diventata una «tremenda tragedia» a cui «assistiamo da anni» scarica le colpe su tutti gli italiani. «Vittime tutti noi - consapevoli o no - di quella globalizzazione dell'indifferenza che proprio a Lampedusa Papa Francesco ha denunciato in modo sferzante». Citare il Papa è sempre carino, ma la «globalizzazione dell'indifferenza» in questo caso sembra appartenere più alla signora Presidente della Camera che non ai suoi concittadini.

Anche perché il vero cinismo, la vera indifferenza non è quella di chi si sforza di affrontare il problema, ma di chi fa di tutto per negarlo, minimizzarlo o, peggio, spacciarlo per visionaria illusione. Fino a quando non si ritrova a far i conti con l'orrore materiale di trecento cadaveri. Vittime non della fantasia dei politici o degli ex colleghi giornalisti, ma della crudeltà dei negrieri del mare. Gli stessi negrieri che per anni hanno continuato ad arricchirsi alle spalle dei disgraziati scaricati a Lampedusa o lasciati annegare tra le onde del Mediterraneo. Mentre la signora Laura Boldrini invitava a non guardare e a non parlare.

Il peso dei neonati

La Stampa

Yoani Sánchez


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Si è cucito nei pantaloni un doppio risvolto situato nella parte inferiore, appena sufficiente per nasconderci il latte in polvere che sottrae dalla fabbrica. Finora non ci sono stati problemi, ma di tanto in tanto cambiano il custode e per alcuni giorni deve evitare di portare qualcosa a casa. Il lavoro che svolge in quel Complesso Industriale del Latte non gli è mai interessato da un punto di vista professionale, mano lo cambierebbe con nessun altro. È per merito di quel posto da addetto alle confezioni che ha potuto festeggiare i quindici anni della figlia, ristrutturare gli interni della sua casa, e acquistare una piccola moto con la quale si sposta per tutta la città. Ha un impiego invidiato da molti. Per svolgere quel tipo di occupazione basta avere un diploma di scuola media inferiore, ma molti universitari, persone di provata esperienza e persino scienziati vorrebbero fare a cambio con lui. Ha un impiego dove si può rubare. 

L’ingegno e l’illegalità vanno a braccetto quando è il momento di guadagnarsi la vita. Tubi flessibili nascosti sotto la camicia nei quali trasportano l’alcol trafugato dalle distillerie. Lavoratori impiegati nelle manifatture di sigari che attendono il momento in cui la telecamera di sicurezza guarda da un’altra parte per nascondere un avana sotto il tavolo. Panettieri che aggiungono una dose maggiore di lievito affinché l’impasto gonfi smisuratamente e sia possibile rivendere la farina. Tassisti abili nel contraffare il tassametro; dipendenti che rubano una porzione di prodotto per ogni confezione di detergente liquido; contadini che aggiungono a ogni sacco di fagioli un quantitativo di piccole pietre… per farlo pesare di più. Una creatività finalizzata alla sottrazione di risorse statali e a truffare il cliente, prende campo per tutta l’Isola. 

Tuttavia, tra tutti i modi ricercati e astuti di “lottare”, che ho conosciuto, ce n’è uno che mi pare davvero sorprendente. L’ho saputo da un’amica che ha partorito un neonato sotto peso nel reparto maternità dell’ospedale avanero. Sia il bambino che la madre dovevano trattenersi in clinica fino a quando il neonato non avesse guadagnato almeno una libbra. Il processo era lento e la neo madre non vedeva l’ora di tornarsene a casa.

Il bagno era privo di acqua, i pasti erano pessimi e ogni giorno la sua famiglia doveva compiere grandi sacrifici per farle avere generi alimentari e biancheria pulita. Inoltre, la mia amica si rendeva conto che altri neonati sottopeso venivano dimessi rapidamente. Confidando il suo sconforto a un’altra paziente si è sentita rispondere con un sorriso: “Ma sei proprio sciocca! Non sai che l’infermiera vende grammi di peso?”. Quella signora che indossava un camice bianco e visitava le corsie ospedaliere ogni mattina si faceva pagare per scrivere un perso maggiore nella cartella clinica. Vendeva grammi inesistenti per i neonati. Accidenti, che tipo di commercio! 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Guida ai cinesi maleducati Il governo di Pechino: «Siate civili all’estero»

Corriere della sera

Le autorità cinesi temono un’immagine negative del proprio Paese Tra le regole: «Niente fazzoletti agli italiani, augurano lacrime»

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«Soprattutto, non portatevi via il giubbotto di salvataggio dell’aereo», firmato: «L’Autorità del turismo cinese». L’anno scorso sono stati 83 milioni i cinesi che hanno viaggiato all’estero per turismo: hanno speso 102 miliardi di dollari, conquistando il record di primo mercato per l’industria internazionale delle vacanze. Ma questa lunga marcia dei visitatori in arrivo dalla Cina ha creato anche una brutta fama: «Si fanno riconoscere» per la maleducazione. Molte delle lamentele arrivano dall’Asia, terra di conquista dei nuovi globe trotter cinesi. A Hong Kong, per esempio, i cugini-turisti della Repubblica popolare sono disprezzati perché sputano rumorosamente in strada, parlano ad alta voce, fumano nei negozi. E naturalmente non sanno fare la fila, come invece gli hongkonghesi hanno appreso dai colonizzatori britannici.

Nella gentile Thailandia non piace che gli ospiti «parlino in sala da pranzo con il volume che si usa per litigare all’aperto» e poi «mangino i noodles risucchiando». Non è solo uno stereotipo dettato da rivalità orientali: il vicepremier di Pechino Wang Yang a inizio estate ha sentito il dovere di ammonire i compatrioti a «non comportarsi in modo incivile all’estero», perché proiettano un’immagine negativa su tutto il Paese. E ora l’Amministrazione nazionale del turismo di Pechino ha pubblicato una «Guida al viaggio civile all’estero»: 64 pagine anti-maleducazione. Oltre a raccomandare di non sputare in pubblico, non mettersi le dita nel naso, non fare pipì nelle bottiglie di plastica all’aperto, il galateo del turista dà consigli dedicati ai vari Paesi visitati.

Consigli istruttivi e un po’ ingenui: in Francia non offrire crisantemi e fiori gialli; in Spagna le donne debbono indossare orecchini, altrimenti sono considerate semisvestite; agli italiani non bisogna regalare fazzoletti perché vuol dire augurare lacrime; agli inglesi, molto riservati, non va chiesto se hanno mangiato, che è invece un modo di salutare comune in cinese; in Germania non si può richiamare l’attenzione di qualcuno schioccando due dita, perché così laggiù si richiamano i cani; in Africa non chiamare i cittadini «negri o neri». E poi non portarsi via come souvenir il giubbotto di salvataggio al termine di un viaggio aereo: «In caso di emergenza qualche passeggero in seguito si troverebbe sprovvisto». Seguono avvertimenti per evitare di mettersi in guai seri: non chiedere carne di porco nei Paesi islamici; non parlare male della famiglia reale thailandese (questo può essere considerato vilipendio secondo la legge di Bangkok).

Anche i turisti cinesi però hanno qualche rimostranza, e non a torto. Quei 102 miliardi che spendono sostengono le industrie delle vacanze di molti Paesi, ma gli albergatori fanno poco per adeguarsi: alle Maldive per esempio qualcuno ha tolto dalle stanze i bollitori per l’acqua perché gli ospiti cinesi le usavano per cuocere gli spaghetti istantanei. Siccome per l’Expo 2015 di Milano il nostro obiettivo è portare in Italia un milione di turisti cinesi sarà il caso che, spaghetti a parte, qualcuno si prepari all’accoglienza massiccia.

Le autorità di Pechino, dunque, si stanno impegnando perché i turisti cinesi si comportino da ambasciatori della plurimillenaria civiltà dell’«Impero di mezzo», oggi Repubblica popolare. D’altra parte, l’effetto gruppone-selvaggio è anche colpa del sistema nazionale delle vacanze: in Cina sono concentrate in poco più di due settimane. Una per il Capodanno lunare in inverno; l’altra per la Festa nazionale che cade il primo ottobre. Il Paese si mette in ferie compatto e decine di milioni di persone si muovono.

E anche il turismo interno crea problemi. Mercoledì a Jiuzhaigou, parco naturale nella provincia del Sichuan, sono arrivati in 40 mila. Alla chiusura, alle 19, si sono ammassati tutti alle fermate degli autobus: è finita a notte fonda dopo risse e assalti alla diligenza e per l’evacuazione è dovuta intervenire in forze la polizia. Non si è salvata neanche la Tienanmen: il primo ottobre per l’alzabandiera in piazza, sono venuti in 110 mila. E hanno lasciato cinque tonnellate di rifiuti. «Una vergogna antipatriottica», ha scritto la stampa di Pechino. Qualcuno ha ricordato che l’anno scorso le tonnellate di spazzatura erano state otto.

06 ottobre 2013

Le banche svizzere ai clienti italiani: tempo fino al 31 ottobre per dichiarare che i depositi sono «puliti»

Corriere della sera

Lettera dei maggiori istituti di credito elvetici : il Fisco italiano deve conoscere l’entità del denaro depositato da noi


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Ultima chiamata per gli italiani che possiedono un conto nelle banche elvetiche. I maggiori istituti di credito d’oltreconfine stanno in questi giorni spedendo avvisi alla loro clientela del Belpaese con un avviso perentorio: entro il 31 ottobre devono contattare le loro filiali in Italia o i loro fiduciari e preparare una lettera in cui in sostanza dichiarano che il denaro da loro trasferito a Lugano e dintorni è «pulito» e dichiarato al fisco. In caso contrario può scattare per gli inadempienti la più drastica delle misure: la chiusura del conto.

PRESSIONI INTERNAZIONALI - La notizie è stata confermata da fonti bancarie svizzere e potrebbe dare origine nei prossimi giorni ad apprensione per chi negli anni passati ha trasferito sottobanco capitali a nord di Chiasso. La mossa fa però parte di una nuova strategia adottata da mesi dall’universo finanziario della Confederazione e che vuole tagliare i ponti con la «black money”» anche in seguito alle crescenti pressioni della comunità internazionale. Nei mesi scorsi era toccato ai risparmiatori tedeschi e francesi ricevere messaggi dello stesso tenore, in maniera particolare da colossi del settore come Ubs e Credit Suisse, quelli che annoverano nel loro portafogli la più alta percentuale di clienti stranieri; in questi giorni i medesimi istituti, i più decisi nell’interpretare il nuovo corso, hanno inaugurato il «fronte sud», chiedendo agli italiani di fare altrettanto.

«Non si tratta di un nuovo scudo o di una legalizzazione – specifica una fonte finanziaria a Lugano – ma semplicemente di una richiesta di autocertificazione da parte del risparmiatore con la quale dichiara che il denaro depositato qui è conosciuto al Fisco del paese d’origine». La piazza finanziaria svizzera è infatti ormai sotto assedio: diversi lander tedeschi hanno dichiarato guerra aperta all’export di capitali e si sono detti pronti persino ad acquistare file con i dati bancari sottratti illegalmente da hacker; Berna ha invece sottoscritto poche settimane fa un pesantissimo accordo con gli Stati Uniti che prevede sanzioni per le banche elvetiche complici dei cittadini americani che giocano a nascondino col Fisco.

IL FISCO ITALIANO - Da qui il nuovo corso inaugurato dalle banche elvetiche e che presto potrebbe essere anche recepito da una legge dello stato. La mossa, come detto, potrebbe creare scompiglio soprattutto in Italia, uno dei paesi più generosi col mercato bancario elvetico. L’Agenzia delle Entrate, con l’arrivo del redditometro ha infatti uno strumento di indagine in più e tra l’altro sta rischiando di mietere anche vittime inconsapevoli, i quasi 60mila pendolari italiani che lavorano in Canton Ticino: questi ultimi sono tassati alla fonte fino all’ultimo centesimo ma poiché la maggior parte di loro parcheggia i risparmi in Svizzera, risultano nullatenenti agli occhi del Fisco italiano.

05 ottobre 2013

Ebrei, famiglia di industriali dispersi si ritrova dopo 70 anni grazie a facebook

Il Messaggero

di Giampaolo Milzi


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L'odiosa molla che fece scattare la diaspora fu la persecuzione razziale voluta da Hitler. Dopo 70 anni è grazie all'affetto reso calamitante da Facebook che la famiglia Russi si riunisce oggi. Circa 60 persone, dall'Italia e dall'estero, si ritroveranno ad Ancona, città d’origine. Tutti discendenti del capostipite ebreo Yakov Russi. Fu lui, nell'800, a fondare l'omonina e premiata azienda farmaceutica con sede in via Saffi, nel rione porto ad Ancona, potenziata nel '900 prima dal figlio David e poi soprattutto da Giacomo, figlio di David, aiutato dai maschi dei suoi 11 fratelli.

L'appuntamento stasera e domani, per un tour con tappe conviviali, per condividere emozioni, commozioni, ricordi. Alla vigilia sono Franca Russi Catanese - che come il cugino Aldo e sua moglie Frida ad Ancona è sempre rimasta - e la sorella Liliana ad evocare turbate ciò che accade quel maledetto 22 settembre 1943. Quando papà Giacomo e il loro fratello Sergio furono deportati in Germania, dove scomparvero per sempre. «I tedeschi arrivarono in camion alla nostra casa di Camerano, dove stavamo in estate. Volevano l'imprenditore Giacomo Russi, che poco prima avevano cercato invano irrompendo nella ditta in via Saffi. C'eravamo noi due, Sergio, appena 20enne, e il magistrato Vittorio Salmoni (marito di Wanda, sorella di Giacomo, ndr.). Se non ci dite dov'è Giacomo portiamo via anche voi, oltre a Sergio, ci urlò in faccia un militare. Vittorio non ottenne spiegazioni, e noi iniziavamo a prepararci...».

Quando, a sorpresa, si presentò proprio Giacomo. «Era preoccupatissimo, in ditta gli avevano detto che i tedeschi lo cercavano. E i tedeschi, soddisfatti, se ne andarono con lui e Sergio». Non li avrebbero visti più. Prigionieri per 9 mesi in un campo di smistamento a Meppen («Ci scrissero spesso, speravano di tornare») poi più nulla, dispersi probabilmente in un lager. Una curiosità storica: «Giacomo Russi non fu catturato in quanto ebreo in senso stretto, ma per una mera questione di concorrenza economica. Ce la rivelò lui stesso in una lettera. Era sicuro che i tedeschi l'avevano arrestato per una soffiata di un imprenditore concorrente, che aveva colto l'occasione delle leggi razziali per toglierlo di mezzo». Col mancato ritorno di Giacomo la ditta - alla quale nel frattempo il regime fascista aveva imposto il cambio di ragione sociale in S.A.F.I., chiuse per sempre.

Ecco alcuni fra i tanti che si ritroveranno ad Ancona sotto l'arco medievale ribattezzato Russi, dopo una visita al cimitero ebraico al Cardeto e alla Sinagoga - : David Phillip Russi da Lafayette Colorado e Roberta Russi da Parigi (discendenti di Vito Russi), Claudia Tesoro da Philadelphia (discendente di Annina Russi), la scrittrice Manuela Vitali Norsa Dviri e sua figlia Michal da Tel Aviv (la nonna era Olga Russi), Alessandro Bedarida da Monaco di Baviera (il nonno era Rodolfo Russi); e parenti da Livorno, Milano, Siena, Roma, Ferrara, Bari. Abitano ad Ancona e ci saranno anche: gli architetti Vittorio e Giovanna Salmoni, figli di Claudio Salmoni, partigiano ed ex sindaco della Dorica (e nipoti del magistrato Vittorio); Frida Russi, moglie di Aldo Russi (figlio di Franco) con le figlie Manuela e Simona; Gabriele Tedeschi, ricercatore all'Univpm, e Susanna, negoziante in corso Mazzini (discendenti rispettivamente di Rodolfo e Vito Russi).


Sabato 05 Ottobre 2013 - 13:02
Ultimo aggiornamento: 19:49

Stipendi parlamentari, Grasso: "La paga giusta è di 5-7 mila euro"

Libero

Il presidente del Senato vuole tagliare lo stipendio ai colleghi, ma non troppo: "Ecco qual è la cifra adeguata"


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Il dibattito è aperto da mesi. La Casta guadagna troppo? E soprattutto qual è la paga giusta per un parlamentare? A dare una risposta, che farà discutere è il presidente del Senato, Pietro Grasso: "'Quel tanto che lo rende indipendente: io penso tra i 5 e i 7 mila euro. Ci sono dirigenti d'azienda - ha detto - che guadagnano trentamila euro al mese. L'importante e' che un parlamentare abbia un tenore di vita medio e che lo renda indipendente, cioè che non dipenda da nessuno'', afferma Grasso rispondendo ad una domanda al festival di Internazionale a Ferrara. Insomma il presidente del Senato vuole tirare la cinghia,...ma non troppo. In tempo di crisi è lecito aspettarsi una cifra più bassa. In Italia in tanti lavorano per 800-1000 euro al mese.

E chi guadagna poco - Quei 7mila euro proposti da Grasso sono una cifra difficile da digerire per chi lavora tanto e gudagna poco. Qualcuno ha letto nelle parole di Grasso una svolta "grillina" che però forse è destinata a restare lettera morta. Da tempo lui e la "collega" Boldrini annunciano tagli sugli stipendi dei parlamentari, ma i fatti finora stanno a zero. Il problema comunque è vasto. Di mezzo non ci sono solo diaria e indennità dei parlamentari, a pesare soprattutto sono i vitalizi.
Veltroni, Rutelli, Fini, D'Alema&co, fuori dal Parlamento percepiscono tra i 5 ei 6mila euro al mese. Troppo, indiscutibilmente, per chi ha solo 50 anni. Altro caso che dovrebbe anzlizzare Grasso è quello di Elena Cattaneo, la neo-senatrice a vita che costerà allo Stato, circa 1 milione di euro l'anno. Gli stipendi da senatore infatti sono da capogiro e posso toccare anche i 20 mila euro mensili. Sul fronte dei costi della Casta c'è tanto da fare. Le parole non bastano e Grasso dovrebbe parlare di meno e agire di più. Di questo gli saremmo grati.

Io volontario dai francescani Pd intransigente solo con me»

Giannino della Frattina - Dom, 06/10/2013 - 07:12


MilanoC'è voluto per convincerlo. Non voleva. («Mi diranno che sono un pirla. Ma le mie convinzioni politiche vengono prima delle vendette personali»).
Poi un sms. «Forse posso esserle utile».


CatturaFilippo Penati, la fiducia al governo Letta-Alfano?
«Dev'essere chiara una cosa: non parlo per rancore verso il mio ex partito e soprattutto ora che ho abbandonato la politica attiva. E questa intervista non significa che voglio tornare».
C'era un tempo, e non è passato molto, in cui in Lombardia e non solo nel Pci-Pds-Ds-Pd non si muoveva foglia che Penati non volesse. Sindaco della Stalingrado d'Italia Sesto san Giovanni, potentissimo presidente della Provincia di Milano, tanto che oggi anche l'assessore alla Mobilità della giunta Pisapia gli deve la poltrona. E poi braccio destro di Pier Luigi Bersani a cui fece vincere le primarie e di cui divenne il capo della segreteria politica. Poi una perquisizione e l'epurazione.

Il governo Letta-Alfano?
«Non è solo finita un'epoca segnata dalla presenza dominante di Berlusconi, ma è un'intera classe politica che finisce».
Dice che Berlusconi è finito?
«Se Berlusconi è finito non si decide dentro le stanze del Parlamento, ma sarà il voto degli italiani a deciderlo».
Se e quando si voterà.
«Sembrava già finito nel '94 e Bossi gli tolse la fiducia. E, invece, Berlusconi è ancora qui».
Cosa sta succedendo?
«L'ennesimo tentativo di costruire un centro moderato non berlusconiano. Ma non mi sembra che a Fini, Casini o Monti sia andata bene».

Ora ci provano Letta e Alfano con Formigoni, Giovanardi e Cicchitto? «Formigoni pensa di unificare i riformisti e staccarsi da Berlusconi da almeno dieci anni».

Ci riuscirà?
«Dico soltanto che in chi è uscito allo scoperto proprio nel momento di maggiore difficoltà di Berlusconi, noto un certo tasso di codardia».

Che dice delle larghe intese?
«Se il Pd pensa di cavarsela abbracciando l'ultimo dissidente berlusconiano, insegue un tatticismo che ancora una volta non porterà a nulla di buono».

Però il governo è salvo. «Una visione di corto respiro. Come sempre a sinistra».

Formigoni andrà a processo per la Fondazione Maugeri e le tangenti nella sanità, lei per il sistema Sesto.
«A Formigoni si perdonano cose che a me non sono state perdonate. Con me il Pd è stato intransigente. Intransigente fino al limite dell'ingiustizia».

Perché ingiustizia? «Solo 45 giorni, neppure un rinvio a giudizio e mi avevano già buttato fuori. L'udienza preliminare solo due anni dopo».

Si indaga su un gran giro di tangenti, il «sistema Sesto». «Mi ero già sospeso dal partito e dimesso da tutte le cariche, a cominciare dalla vice presidenza del consiglio regionale. Ma mi hanno addirittura cancellato dall'anagrafe degli iscritti. Credo di essere l'unico».

È la «damnatio memoriae» stalinista. E Formigoni? «Una scorciatoia politica. Il Pd è sempre accecato dall'antiberlusconismo e per questo è disposto a tutto. Anche ad andare d'accordo con l'ultimo eretico di Arcore».

C'è anche Giovanardi ad appoggiare Letta. Rinasce la Dc, torna la Balena bianca? «Certo. Pure Giovanardi con il suo integralismo sui diritti civili. Va bene anche lui».

Però Letta e il capogruppo pd Zanda dicono che ora c'è una maggioranza politica coesa. «Far monumenti a Giovanardi e Formigoni solo perché spaccano il Pdl è rifugiarsi in un eccesso di tatticismo».

Cosa significa?
«Il respiro è breve. Stare con Alfano o con Sel non è la stessa cosa. La scelta andrebbe discussa all'interno del partito, non fatta per inerzia».


Intervista finita. Richiama. «Se avesse bisogno di me, prima delle tre o dopo le cinque perché ora torno a lezione».

Lezione?
«Insegno italiano ai minori stranieri affidati a una comunità dei frati francescani. E lo scriva che non parlo per rancore».

Cicciolina, Gino Paoli, Benetton Ecco chi incassa i vitalizi d'oro

Quotidiano.net

Manager, attori, cantanti: la lunga lista degli ex parlamentari italiani che ricevono vitalizi d'oro. Anche se con la riforma del 2012 qualcosa è cambiato

Roma, 5 ottobre 2013


Cicciolina, l’imprenditore Luciano Benetton, cantanti come Gino Paoli, condannati per reati legati al terrorismo come Toni Negri e poi ovviamente i politici di professione. Un elenco eterogeneo, quello pubblicato dall’Espresso, che dà conto dei vitalizi più o meno d’oro degli ex parlamentari italiani. Con la riforma entrata in vigore nel gennaio 2012, qualcosa è comunque cambiato e i trattamenti, a conti fatti, sono più modesti. Anche se le vecchie glorie della politica continuano a percepire assegni piuttosto ricchi. Almeno in venti incassano ogni mese oltre 6mila euro di pensione: il primo in classifica è Roland Riz, per breve periodo segretario della Suedtiroler Volkspartei (con 6.331 euro per 35 anni di vita parlamentare).

L’ex pornostar Ilona Staller prende una pensione di circa 2mila euro.
Ma ci sono anche imprenditori come Vittorio Cecchi Gori (3.086),
Antonio Matarrese (4.346),
Francesco Merloni (5.717) o
Luciano Benetton (2.191).
E grandi avvocati, da Alfredo Biondi (6.186)
a Gaetano Pecorella (3.985).
Spazio poi al mondo della cultura con Eugenio Scalfari (2.162)
e Claudio Magris (2.183),
Rossana Rossanda (2.016).

E ovviamente la politica, recente e passata. Molti dei big infatti oggi prendono una pensione:
 
Walter Veltroni ogni mese incassa 5.373,
 Massimo D’Alema appena 90 euro in meno del suo storico rivale.
 Marco Pannella, a cui si devono candidature curiose e fantasiose come quella di Cicciolina, porta a casa una pensione invidiabile da 5.691 euro al mese.

Con 35 anni di contributi versati e per la prima volta fuori dal Parlamento, dopo il declino della sua parabola nel centrodestra, percepisce il vitalizio anche l’ex presidente della Camera 
Gianfranco Fini: 5.614 euro per il cofondatore del Pdl.

Assegni sostanziosi, tra i 4.500 e i 5mila, per ex leader della sinistra come 
Bertinotti o Pecoraro Scanio.

Poi Prodi (2.864),
Rodotà (4.684)
e Franco Marini (5.800), sconfitti nella corsa al Quirinale.

Infine il corposo gruppo dei ‘condannati’:  

Massimo Abbatangelo e Toni Negri (reati di terrorismo),  
De Lorenzo, Forlani e Nicolazzi (travolti da Tangentopoli),
per finire con Marcello Dell’Utri, condannato per reati di mafia e pensionato con 4.424 euro al mese.

Trovato nudo in una scatola Da 13 anni è senza un nome

Redazione - Dom, 06/10/2013 - 07:08


Più che un sospetto è quasi una certezza: da qualche parte in città ci dev'essere una persona che da oltre 13 anni si gode la pensione del nonno defunto. Defunto e poi fatto trovare in una cassa nei pressi della Fiera, nudo e senza alcun indizio che abbia permesso alla polizia di risalire alla sua identità.

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Nonostante per tre mesi gli investigatori abbiano girato come trottole con la sua foto in mano. E così, mestamente, il caso è andato in archivio: l'astuto parente questa volta l'ha fatta franca e chissà quando l'Inps, o chi per esso, si accorgerà di versare l'assegno a un morto. E si che la scoperta del corpo venne fatta quasi subito, solitamente il tempo gioca un ruolo fondamentale, perché cancella tracce e indizi. Alle 17.15 del 9 febbraio 2000 un signore sta facendo giocare il suo cane in uno spicchio di terreno ancora verde di via Gattamelata. L'animale a un certo punto inizia ad abbaiare furiosamente contro uno scatolone, grande pressapoco come una fotocopiatrice. Il padrone dà un occhiata, intravede il corpo e chiama la polizia.

Arriva la squadra omicida, si parte sempre dall'ipotesi peggiore e cioè un delitto, che con infinita cautela apre la cassa ed estrae il corpo. Si tratta di un uomo di carnagione bianca, molto stempiato, una folta barba candida, privo di denti e dentiera, completamente nudo, seduto, con un sacchetto di plastica nero sul grembo. Più tardi il medico legale si indicherà l'età in una forbice tra i 55 e i 75 anni, altezza, 1.67, peso, 44 chili. Molto magro dunque ma non denutrito o trascurato, anzi presenta dei postumi di piaghe da decubido però ben curate. L'autopsia non scopre le cause delle morte, comunque risalente a poche ore prima del ritrovamento, quindi si propende per un evento naturale.

Con questi scarni dati iniziano le indagini. Telecamere in zona non ce n'erano allora, però si arriva a stabilire che la cassa è stata deposita nella stessa giornata del 9 o al massimo nella notte: nessuno infatti l'aveva notata il giorno prima. Si tratta di anonimi pannelli di legno e l'esame merceologico non fornisce indicazioni utili. Si cercano impronte, tracce biologiche da cui ricavare il dna. Niente da fare.

Si prendono le impronte del morto ma, non essendo evidentemente mai stato schedato, non si trovano riscontri nelle banche dati delle forze dell'ordine. Con in mano una foto del volto, ancora in ottimo stato, gli agenti iniziano un estenuante porta a porta. Prima nelle case vicina, poi allargando progressivamente il raggio d'azione. Si bussa ai centri anziani, ai medici di famiglia, agli uffici postali. Nessuno lo conosce e neppure azzarda un «forse...mi pare». Un giro tra commissariati e stazioni di carabinieri non evidenzia infine nessun caso di scomparsa che possa in qualche modo essere ricondotto allo sconosciuto.

Si prova a ragionare. Indubbiamente chi l'ha sistemato ha avuto per lui un minino di «pietas»: non l'ha sbattuto dentro alla bell'e meglio ma l'ha fatto scivolare in una posizione seduta, quasi con delicatezza, non presenta infatti ferite o lacerazioni. Anche la cassa è stata depositata cura a terra e non buttata o fatta rotolare. Spogliato per evitare che dagli abiti si potesse ricavare qualche indizio, ma chi l'ha fatto ha poi avuto il pudore di avvolgergli il sacco nero attorno ai fianchi. Dunque qualcuno con cui aveva un legame di affetto, un parente o un badante che in questo modo può continuare a riscuotere la pensione o utilizzare un appartamento, magari di un ente pubblico.

Ma dove? Forse Milano ma non è detto. La vicinanze con la tangenziale e l'Autolaghi, suggerisce che il morto possa arrivare anche da Como o Varese. Portato con un furgoncino, le dimensioni della cassa escludono l'uso di una vettura, ma la vicinanza con la Fiera, a quel tempo non c'era ancora la struttura di Rho-Pero, non aiuta certo a restringere il campo delle ricerche. Con il succedersi degli eventi è normale un certo via vai di furgoni e casse di tutte le dimensioni. L'inchiesta è destinata inevitabilmente ad arenarsi e il parente, o il badante, può continuare a riscuotere la pensione del morto o abitare la sua casa. Questa volta l'ha proprio fatta franca.

Il cartello rompicapo tra le rotatorie che hanno aumentato il traffico

Corriere del Mezzogiorno

Salerno, ecco cosa succede tra via Irno e via Baratta


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SALERNO - Non bastava la doppia rotatoria realizzata dal Comune tra via Irno e via Silvio Baratta, a Salerno, che ha reso il traffico peggiore di quanto non lo fosse prima costringendo gli automobilisti a lunghe code e attese spasmodiche. Da qualche tempo per gli automobilisti c'è anche il rompicapo del segnale stradale. Basta guardarlo (nella foto) per capire che «si capisce poco». Soprattutto quando una persona guida l'auto e passa in un secondo dinanzi al cartello. Un premio alla genialità.

04 ottobre 2013

Philip Watch torna a casa: al Castel dell'Ovo il museo degli orologi nati a Napoli

Il Mattino

di Gennaro Di Biase


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Il tempo passa, gli orologi restano. Modelli antichi, che fanno parte della storia della città, e nuovi, già proiettati nel futuro. Questo il senso del ritorno a casa dello storico marchio Philip Watch, nato a Napoli nel 1858, che ha creato a Castel dell'Ovo il suo museo, «Le Origini dell'Eccellenza», per ripercorrere fino a domani la storia del marchio: 150 anni di tecnologia svizzera e design italiano. Un ritorno a casa utile a spiegare che anche a Napoli si può combattere la crisi e, in un colpo solo, fare beneficenza. Philip Watch, infatti, collabora dal 2010 con la Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica (Ffc Onlus), già finanziata l'anno scorso per 220mila euro. E non è tutto, perché all'interno della mostra i maestri orologiai forniranno anche assistenza tecnica sugli orologi dei visitatori. Oppure insegneranno a "leggere un orologio" e racconteranno le storie degli orologi antichi, nati a Napoli e recuperati dai collezionisti di tutto il mondo.

Così, si scoprirà che il crono Caribbean degli anni '70 fu creato per i pescatori di Torre del Greco, che avevano bisogno di tuffarsi in profondità per procacciarsi coralli. Altro capolavoro in esposizione, il crono "Pilipphe Watch" degli anni '40, uno dei primi orologi acquatici con quadrante in porcellana, minuti cronografici e secondi continui. Mica male per l'epoca. Curiosità che riguarda questo capolavoro: la «e» nel quadrante. Infatti, il marchio made in Naples, negli anni '20, diede filo da torcere a un colosso svizzero del mercato orologiaio: la Patek Philippe che chiese un favore alla Philippe Watch, la cancellazione della 'e' dal marchio. Cosa che avvenne nel 1949, grazie alla signorilità napoletana di Eduardo Giardiello, figlio di Filippo e fondatore della Philip Watch. "Un ritorno a casa graditissimo per la Philip Watch - dice Massimo Carraro, presidente del gruppo Morellato -. E' il primo orologio a meccanica Svizzera in Italia, che ha natali partenopei. A volte si pensa che la tecnologia venga da altre parti del Paese, ma non è così. Abbiamo esposto a Dubai, New York, ma stare qui è più emozionante".

Si guarda al mercato orientale, cinese e indiano, ma pare chiaro che il marchio dell'azienda napoletana che funziona nel mondo è quello "di esserci nel tempo. Tradizione ed eccellenza sono ingredienti della ricetta di un'azienda napoletana che abbia successo fuori dall'Europa. Oltretutto - conclude Carraro - i napoletani sono più bravi degli svizzeri a fare orologi". Testimonial della campagna di beneficenza è l'imprenditore Matteo Marzotto, tra i fondatori e Vicepresidente della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica Onlus. Anche lui ha da spendere parole azzeccate sul marchio made in Naples nel mondo: "Napoli affascina all'estero, per i suoi problemi e le sue eccellenze. Per questo, Napoli nella crisi può essere avvantaggiata: dato che i napoletani magari non coglgono le occasioni quando ci sono, ma sono bravissimi a cavarsela brillantemente quando le opportunità non ci sono". E sono bravi anche a contare il tempo trasformandolo in orologi.

 
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sabato 5 ottobre 2013 - 15:44   Ultimo aggiornamento: 16:22

Nasce il Movimento Separatista Cilentano: «Via dalla Campania, via da Napoli»

Corriere del Mezzogiorno

Iniziativa dopo la chisura dell'ospedale di Agropoli. Prima decisione: boicottare le elezioni regionali


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AGROPOLI — Dopo il Principato di Salerno e la Grande Lucania le tentazioni secessioniste non si fermano. Anzi trovano nuova linfa nel «Movimento Separatista Cilentano» che, in fase di presentazione all'opinione pubblica, annuncia, tanto per gradire, l'indizione di un referendum per uscire dalla Campania. Obiettivo ambizioso, sul quale altri e più blasonati separatisti sono caduti, quello del movimento, nato da poche ore ad Agropoli. E pronto pertanto ad una raccolta di firme necessaria per l'indizione di un referendum sulla «uscita» del Cilento dalla Regione Campania. «A far traboccare il vaso - spiegano quelli del neocostituito Movimento - la dismissione del locale ospedale civile, trasformato proprio in queste ore in »Psaut».

Il movimento, che da ieri è presente sul social network Facebook con una sua pagina, punta a «sensibilizzare la popolazione sull'opportunità di affrancarsi dal mostro Campania, che fatalmente Napoli, con il suo vasto comprensorio, manipola a proprio piacimento». «Basta con il napolicentrismo - spiegano al Movimento - tra le iniziative in programma, c'è il boicottaggio delle prossime elezioni regionali e una serie di sondaggi per testare il malcontento della popolazione cilentana». Ma l'obiettivo vero, resta, inutile a dirlo, la vera e propria uscita del territorio dalla Campania. «La chiusura dell'ospedale di Agropoli è solo l'ultimo di una serie di soprusi subiti dalla nostra gente - affermano dal Movimento secessionista - qui c'è una gran voglia di indipendenza da Napoli, non ne possiamo più. Presto costituiremo un comitato. Per ora esiste un gruppo di cittadini che ha intenzione di capire fino a che punto i cilentani hanno voglia di libertà. Avvieremo presto una raccolta di firme per l'indizione di un referendum che ci darà una risposta».

04 ottobre 2013

Camilla abbandonata nella spazzatura E ora il pm apre un’inchiesta

Corriere della sera

Le ipotesi di reato? Abbandono, maltrattamento e tentata uccisione di animale: il codice penale li punisce sino a 18 mesi di carcere

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MASSAROSA (Lucca) – L’hanno trovata, ormai allo stremo delle forze, in un cassonetto della nettezza urbana Camilla, dolcissima cagnetta di quattro mesi incrociata con uno yorkshire. Sorpresi e un po’ commossi, i pescivendoli della Sirena, pescheria di Massarosa, in Versilia, hanno liberato quel batufolo di pelo dai rifiuti, l’hanno pulito, coccolato e avvertito i volontari di Nati Liberi Versilia di Pietrasanta, la onlus che combatte abbandoni e violenze sugli animali. Che, immediatamente, hanno presentato denuncia alla procura di Lucca e sul caso il pm, Antonio Mariotti, ha aperto un fascicolo.

FURTO - Le ipotesi di reato? Abbandono, maltrattamento e tentata uccisione di animale: tutti addebiti che il codice penale punisce sino a 18 mesi di carcere. Ma i magistrati e la polizia giudiziaria indagano anche per furto. La proprietaria di Camilla (l’animale non è registrato all’anagrafe canina e non ha chip), infatti, sostiene che il cane le sia stato rubato e adesso lo reclama. L’associazione Nati Liberi però chiede accertamenti. Intanto per capire se la persona che si è presentata è veramente la legittima proprietaria del cane e soprattutto se l’ha accudito come da normative vigenti, non lo ha maltrattato e non sia responsabile dell’abbandono.

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PULCI - «Adesso Camilla sta molto bene qui con noi – racconta Michela Bertolozzi, avvocato dell’associazione e lei stessa volontaria -. È vivace, affettuosa anche se purtroppo è ancora piena di pulci che cerchiamo di toglierle. Le staremo vicini sino a quando saranno accertate le responsabilità e avremo sicurezza che lei possa stare bene ed esse sicura». Camilla rischia di restare senza padrone? Assolutamente no. Da quando la notizia del suo ritrovamento si è diffusa in Versilia, sono state decine e decine le richieste di adozione. Prima però c’è da svelare il giallo e soprattutto trovare il colpevole. Chi ha gettato Camilla nel cassonetto rischia una pena sino a 18 mesi di carcere.


05 ottobre 2013

L’assunzione di farmaci non scagiona l’automobilista che alza il gomito

La Stampa


Chi sa di dover assumere farmaci che potrebbero alterare l’alcoltest deve astenersi dalla ingestione di alcol e, comunque, evitare di mettersi alla guida. È quanto emerge dalla sentenza 39490/13.


Il caso

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Un automobilista, vista la conferma della condanna per aver guidato in stato di ebbrezza, seppur con la concessione del beneficio della non menzione della condanna e la sostituzione della pena detentiva in pena pecuniaria, propone ricorso per cassazione. Il ricorrente sostiene che si sarebbe dovuto tener conto della possibile interferenza del farmaco da lui assunto; farmaco contenente alcol e quindi idoneo ad influire sullo stato di ebbrezza. Gli Ermellini, prima di tutto, ribadiscono che il codice della strada, all’art. 186, punisce chiunque si pone alla guida in stato di ebbrezza conseguente all’uso di bevande alcoliche (Cass., sent. n. 38793/2011).

Inoltre, con la sentenza in commento, spiegano che «il parametro di riferimento adottato dal legislatore per valutare lo stato di ebbrezza non è rappresentata dalla quantità di alcol assunta, bensì da quella assorbita dal sangue, misurata in grammi per litro». Pertanto, nel caso in esame, anche ammettendo che il farmaco assunto avesse contribuito, «sia pure marginalmente e per mera ipotesi», ad innalzare il tasso alcolemico, la responsabilità dell’imputato è stata correttamente accertata. In conclusione, la Corte di legittimità afferma: «chi sa di assumere farmaci di tal genere deve astenersi dalla ingestione di alcol e specialmente deve evitare di mettersi alla guida oppure deve controllare con gli appositi test, facilmente reperibili in commercio, di trovarsi in condizioni tali da non risultare passibile della sanzione penale» (Cass., sent. n. 5909/2013). Per questo, il ricorso viene rigettato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Bersani, la procura indaga su un suo conto segreto. La segretaria: tutto regolare

Il Messaggero

di Cristiana Mangani


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È arrivata a Roma la lunghissima inchiesta bolognese che riguarda un conto corrente intestato all’ex leader del Pd, Pierluigi Bersani, e alla sua segretaria Zoia Veronesi. La procura emiliana ha trasmesso gli atti a piazzale Clodio e il capo dei pm Giuseppe Pignatone ha aperto un fascicolo ancora senza indagati. La questione ha origine da una denuncia di Enzo Raisi, deputato di Fli, che nel 2010 ha presentato una serie di esposti su alcune attività della Regione Emilia-Romagna. Veronesi ci finisce dentro, viene sentita dai magistrati come indagata per truffa, per un incarico che avrebbe dovuto ricoprire in Parlamento e che invece non avrebbe svolto.

Spiega di essere una dipendente regionale con orario di lavoro di 36 ore, e aggiunge che «nel tempo libero e nei weekend» fa quello che le pare, visto che è tutta attività gratis. Racconta poi che Bersani, con cui lavora da 20 anni, quando è diventato segretario Pd le ha chiesto se era disponibile a lavorare con lui. E lei ha accettato, dopo aver annunciato, il 28 gennaio 2010, le dimissioni dalla Regione. Risponde anche sul conto corrente, dicendo che è tutto in regola. L’inchiesta, però, va avanti. Ora il fascicolo è stato inviato a Roma perché, sul conto dell'agenzia del Banco di Napoli della Camera, sarebbero confluiti nell'arco di molti anni contributi privati. E nei prossimi giorni, la procura di piazzale Clodio delegherà la Guardia di finanza, per fare gli accertamenti e verificare il rispetto delle leggi che disciplinano il finanziamento alla politica.

LA STORIA
La notizia del conto “incriminato” sarebbe emersa dagli atti con i quali viene comunicata la chiusura dell’inchiesta nei confronti della Veronesi. In quel fascicolo - il cui titolare è il pm Giuseppe Di Giorgio, con il coordinamento del procuratore aggiunto Valter Giovannini - la donna è indagata per truffa. Oltre a Veronesi, l'avviso è stato notificato anche a Bruno Solaroli, ex capo di gabinetto di Vasco Errani, già parlamentare e sindaco di Imola. Gli investigatori si sono imbattuti nel conto corrente quando hanno chiesto alle banche gli estratti conti di Veronesi. La donna, su incarico della Regione guidata da Vasco Errani avrebbe avuto il ruolo di «raccordo con le istituzioni centrali e il Parlamento».

Una posizione istituita dalla Regione il 27 maggio 2008, poco dopo la caduta del governo Prodi, e soppressa nel settembre 2010. Per l’accusa, però, più che per la Regione avrebbe lavorato per il Pd. E l'ammontare del raggiro sarebbe stato di 140.000 euro lordi. Il conto corrente monitorato dalla magistratura è stato aperto nel 2000 ed è stato alimentato con più versamenti per una somma complessiva che si aggira sui 450 mila euro.

La notizia è stata immediatamente commentata dall’ex segretario Bersani. «Bastano poche ore per accertare che tutti i contributi che sono confluiti su quel conto - ha spiegato - sono stati registrati e dichiarati alla Camera». L’avvocato Paolo Trombetti, che difende Veronesi, ha aggiunto: «Come la mia assistita ha chiarito si tratta di un conto sul quale sono affluiti versamenti inerenti l’attività politica di Bersani e che è stato alimentato con contributi pienamente regolari. Niente di illecito».


Sabato 05 Ottobre 2013 - 10:59

Il Leonardo ritrovato? È un'autentica crosta

Vittorio Sgarbi - Sab, 05/10/2013 - 10:50

Un modesto omaggio al maestro scambiato per un capolavoro perduto Ed è solo l'ultimo caso di attribuzione a effetto ma del tutto implausibile

Sconcerto soprattutto, oltre che stupore, prova chi, con esperienza seria di opere d'arte, trova, ancora una volta, su un quotidiano autorevole e rispettabile, la notizia di un eccezionale ritrovamento, «il Leonardo mai visto». Del «mai visto» spesso si abusa. Fu così anche per una scolastica Fuga in Egitto dell'Hermitage di San Pietroburgo, erroneamente riferita a Tiziano e pomposamente esposta all'Accademia di Venezia.


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«Mai vista» perché non era del grande artista veneziano. C'era poco da vedere. E il vero Tiziano mai visto, il San Lorenzo dei Gesuiti appena restaurato, era esposto in una Banca di Alba. Qualche mese prima era stato «scoperto» un altro capolavoro, un Sant'Agostino di Caravaggio, dipinto circa quarant'anni dopo la morte del Maestro e reso noto con euforia sul Sole 24 Ore. Alle contestazioni
sull'impossibilità, anche per Caravaggio, di dipingere dall'aldilà, il direttore del giornale fu turbato e quasi offeso, perché io, mai prima, come altri studiosi, interpellato, avevo rovinato la festa. Oggi a quel Caravaggio non crede più neppure chi volle, con grande convinzione, pubblicarlo. Stessa reazione da parte di Bruno Manfellotto, direttore dell'Espresso, il quale pubblicò in copertina un falso Raffaello (derivato dalla Visione di Ezechiele), promosso in assoluta solitudine dal più frivolo dei miei allievi, ragazzo scanzonato e del tutto incompetente per titoli e per esperienza, con l'aggravante di aver derubricato a copia l'originale conservato a Palazzo Pitti.

Ma le bufale più clamorose riguardano Leonardo. Arrivarono da me, qualche anno fa, due sprovveduti proprietari di un buffo «Autoritratto di Leonardo» di evidente fattura tardo-ottocentesca, vacuamente illustrativo, con l'effetto di sembrare una caricatura dell'attore che impersonò Leonardo nello sceneggiato televisivo di Renato Castellani: Philippe Leroy. Una cosa da ridere, e io ci risi infatti con i poco spiritosi promotori del dipinto da loro reperito ad Acerenza in Basilicata. Ma il dipinto fu esposto, mi pare, a Potenza e forse perfino a Roma, con il compiacimento di illustri competenti e il parere di Carlo Pedretti, esperto unico di Leonardo. Naturalmente i giornali celebravano la scoperta con importanti articoli: sul Messaggero, sull'Unità e sulle testate locali. L'onda lunga del «capolavoro ritrovato» continua: il dipinto è oggi esposto in una sede pubblica a Cava de' Tirreni, con la compiacente benedizione della Soprintendenza.

Ma Leonardo farlocco era arrivato anche in sedi più prestigiose. L'anno scorso, una copia, indegna di Porta Portese, riportata in Italia con tutti gli onori e con l'impegno dei Carabinieri e dei funzionari delle Belle arti, fu esposta come un «capolavoro» al Quirinale, con la benedizione del presidente di così larghe intese, e altrettanto larghe spese (e promesse di sensazionali prestiti, per reciprocità, alla fantomatica fondazione giapponese proprietaria della crosta), da comprendere anche Salvatore Settis, con conferenza all'Accademia dei Lincei, e perfino di uno stranamente compiacente Tomaso Montanari, che finse di vedere un interesse nel modestissimo manufatto ma che ebbe il buon senso di convincere i promotori a non usare e abusare del nome di Leonardo. Il valore dell'oggetto ispirato all'affresco perduto della Battaglia di Anghiari?

Duemila euro. Anche in questo caso qualche sussurro rassicurante era venuto da Carlo Pedretti, già distintosi per aver attributo a Leonardo uno schizzo, sempre per la Battaglia di Anghiari, realizzato da Riccardo Tommasi Ferroni. Io, per puro caso, in visita a Camaiore da Riccardo Tommasi Ferroni, andai proprio con lui a vedere la mostra. E fu così l'autore a riconoscersi, a sorridere e a reclamare la paternità del disegno. Più tardi, amico di entrambi, feci incontrare il pittore e Pedretti, senza riuscire a renderli amici, perché Pedretti non si voleva rassegnare a rinunciare al «suo» Leonardo. Ne seguì perfino un contenzioso giudiziario, perché un magistrato, sconoscendo l'euforia leonardesca di Pedretti, pensò a una truffa. Ma il truffato, oltre al pubblico, non era né Tommasi né Leonardo, bensì Pedretti, orfano dell'ennesimo Leonardo.

Ed eccoci all'ultima scoperta, resa nota nelle «cronache» del Corriere, e rinforzata con un convintissimo e doviziosissimo articolo esclusivo su Sette che annuncia: «Ritrovato dopo 500 anni il meraviglioso ritratto che Leonardo da Vinci fece a Isabella d'Este». Peccato che non ci sia il quadro, o meglio, ci sia la solita patacca, triste, sconfortante, inadeguata, senza neppure la parvenza dell'autografo, a danno di Leonardo e di quanti sarebbero felici di vedere almeno un'opera problematica come è stata, con minor clamore, quella Bella principessa pubblicata anche su Sette, proposta da Martin Kemp con un bel catalogo Allemandi e raccontata dal proprietario, il collezionista Peter Silverman, in un libro pubblicato da Piemme. Basta accostare l'immagine elegante e sofisticata di quest'ultima con quella goffa e bambagiosa, senza volume, senza chiaroscuro, presentata dal Corriere.

Corriere questa volta ingannato da un'esposizione in prima persona, con tanto di lettera e perizia di Pedretti, non ritenendo, anche per l'esperienza dell'autorevole studioso, di doversi consultare con altri, magari più sensibili ai valori pittorici e meno a misteri ed enigmi da risolvere: penso a Mina Gregori, ad Antonio Paolucci, a Carlo Bertelli, a Nicola Spinosa, a Pietro Marani, a Luisa Cogliati Arano. Pedretti è un formidabile studioso di carte, documenti, teorie, ma rispetto ai dipinti è un gatto nero cieco in una notte senza luna. Dottor Jekyll e Mister Hyde.

Vede ciò che non c'è, ciò che pensa debba essere di Leonardo. Insieme alla condizione permanente di mistero che circonda l'artista, c'è anche la confusione delle fonti, che nasconde spesso interessi e illusioni mercantili. Pedretti insegue la scienza, i collezionisti il tesoro. Due percorsi diversi uniti dal tema del giallo, della scoperta. Speculazione materiale che si confonde con speculazione intellettuale. Lo stesso intreccio di interessi intellettuali ed economici si è verificato nel Crocefisso attribuito a Michelangelo, improvvidamente acquistato dallo Stato per 3,2 milioni di euro. Peccato che il Crocefisso non fosse suo. Ai grandi nomi si aggiunge anche quello del Caravaggio, suprema sòla.

Nel caso del Leonardo in esame è instabile anche la proprietà ed è incerta e indefinita l'ubicazione. Non si capisce se per difendere la riservatezza, per timore di furti, per paura delle tasse, o per volontà di confondere le acque. Il dipinto infatti non è stato recuperato nei depositi di un museo e meglio studiato dopo un restauro, ma in una misteriosa e anonima «collezione privata di una famiglia italiana che vive tra il centro Italia e la svizzera tedesca (la cittadina di riferimento sarebbe Turci nel cantone di Argovia)», per non dire che la provenienza è Porta Portese, e la sede di esportazione abusiva (svizzera tedesca) è in un luogo che sfugge alla vincolante normativa italiana, benché si tratti di una crosta di nessun valore, naturalmente ritenuta preziosissima dai proprietari.

In sintesi si tratta di una modesta e tarda copia (neppure di Salaì o Melzi) del Ritratto di Isabella d'Este conservato al Louvre, mirabile disegno eseguito a carboncino e a pastello giallo, delle stesse identiche dimensioni. Certamente un omaggio a Leonardo. A insospettire, oltre la coincidenza perfetta delle misure, devono essere, al confronto con l'originale, la debolezza del disegno, la totale assenza del volume dei capelli, il traballante travestimento in Santa Caterina. Una modesta testimonianza di devozione a Leonardo di cui Leonardo avrebbe sorriso.

Marocco, bacio su Facebook: due ragazzi in carcere

Corriere della sera

Hanno 14 e 15 anni, arrestato anche l’amico che ha scattato la foto

Due ragazzi marocchini di 14 e 15 anni sono stati arrestati a Nador, nel nordest del Paese magrebino, per aver pubblicato una foto su Facebook nella quale si stanno baciando. La Procura di Nador li ha accusati di «attentato contro la morale pubblica» e l’associazione che ha trovato la foto sul social network e li ha denunciati, ha riferito che i loro «atteggiamenti incontrollabili potrebbero diventare, più avanti, dei problemi pericolosi». L’Associazione ha aggiunto inoltre che sta valutando se denunciare anche i genitori per «abbandono dei figli».

IN CARCERE - Il ragazzino, insieme all’amico che ha scattato la fotografia, anche lui arrestato, si trova al centro di detenzione dei minori di Nador, mentre la ragazza è stata portata a Fez, dove esiste un centro per adolescenti. Il presidente dell’Associazione per i diritti umani marocchina, Chakib Jiyari, sta seguendo il caso e ha lamentato che «in questo paese è delitto baciare una ragazza ma non picchiarla».

04 ottobre 2013

Lancini, vilipendio al Capo dello Stato La procura vuole processare il sindaco

Corriere della sera

La prosa «Egregio Presidente ma come si permette?!» L’indagato: «sono tranquillo, ho sempre agito per il bene del paese »


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Fu vilipendio al Capo dello Stato. Per la procura non ci sono dubbi, Oscar Lancini, il sindaco di Adro nella lettera aperta del 23 gennaio 2012 al Presidente Giorgio Napolitano ha violato l’articolo 278 del codice penale («Chiunque offenda l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni»).E con questa convinzione il 4 ottobre pm Roberta Panico ha chiesto al gup Cesare Bonamartini il rinvio a giudizio per il primo cittadino per il contenuto della missiva in cui si faceva riferimento all’onorificenza consegnata dal Presidente all’imprenditore Silvano Lancini che nel 2010 aveva saldato il conto della mensa delle famiglie morose.

Nel mirino della procura le frasi del primo cittadino, a partire dalle prime righe della lettera: «Egregio presidente, ma come si permette? L’onorificenza ha avvalorato le offese scritte dal sig. Lancini Silvano! Conferire il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana a tal “signore”che con la complicità dei media ha dipinto la mia comunità come una comunità egoista e razzista, mi permetta, è stato un gesto sconsiderato». L’udienza è stata aggiornata a venerdì prossimo quando il giudice deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio, ma nel frattempo Lancini non si preoccupa eccessivamente. «Non ricordavo che l’udienza fosse questa mattina - esordisce al telefono - non sono cose che mi riguardano, non mi ritengo coinvolto.

Perché io ho fatto quello che ho fatto nell’interesse dei cittadini e della comunità. Ho dovuto difendere la mia comunità - rincara il primo cittadino - da accuse lesive che venivano mosse nei confronti dei miei concittadini. Ho detto, e lo penso ancora, che il presidente Napolitano avrebbe dovuto venire a Adro per sentire i cittadini, perché a Adro non sono tutti razzisti». Il sindaco difende ancora la sua scelta senza alcun ripensamento: «Oggi dopo due anni molti altri sindaci hanno fatto quello che ho fatto io. Semplicemente chiedevo il rispetto delle regole senza far mancare la tutela nei confronti dei minori. A questo punto mi pare ingiusto che non sia possibile poter esprimere liberamente la propria opinione».

La lettera avvelenata che ha fatto finire il primo cittadino di Adro indagato era stata scritta in risposta alla missiva in cui il benefattore aveva spiegato il motivo del suo gesto. Parole che aveva fatto infuriare Lancini. «Mi vergogno - era scritto nella lettera del benefattore - che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini». «Ma dove sono i miei compaesani? - proseguiva il Cavaliere - Ho versato quanto necessario a garantire l’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione.

Quando i genitori potranno pagare i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o non vorranno il costo della mensa residuo rimarrà a mio totale carico». Parole che aveva fatto infuriare Oscar Lancini e gli avevano fatto scrivere di getto la lettera aperta al presidente. Per quella lettera ora potrebbe finire a processo.

05 ottobre 2013

Datemi un sigaro e vi darò un vino

Corriere della sera



(disegno di Emanuele Lamedica)


Sigmund  Freud ne fumava fino a 20 al giorno. «I sigari — scriveva — mi sono serviti per cinquant’anni come protezione e come arma nella battaglia della vita». Erano l’unica «dipendenza voluta» di una vita rigorosa. Lavorava dalle 7 alle 21. Allo scoccare delle 13 il pranzo veniva servito in modo sempre uguale: «La moglie si siede dall’altro capo del tavolo, quindi fa la sua apparizione la cameriera con la zuppiera tra le mani» (lo racconta lo scrittore Daniel Akst, nell’«Elogio dell’autodisciplina», Mondadori). Per Freud gli effetti del fumo lento erano simili a quelli dell’alcol, in grado di dare «immediato piacere e indipendenza dal mondo esterno». Per accostare sigari e bevande oggi lo psichiatra viennese, se rinascesse come immagina Paolo Brinis nel «Giro del mondo in 80 sigari» (Casadeilibri), avrebbe a disposizione una scelta ai suoi tempi inimmaginabile.

Le cigar room, un tempo club maschili impregnati da odori di tabacco, legno e cuoio, si sono moltiplicate. Come lo spazio di Massimo Gianolli, dell’azienda vinicola Collina dei ciliegi e partner dell’Antica Osteria del Ponte a Cassinetta di Lugagnano. I suoi “fumoir” si trovano in via Gioia a Milano, al ristorante, e ora anche in una zona riservata dello stadio di San Siro: l’abbinamento preferito è tra il sigaro Toscano e l’Amarone della Valpolicella. Il vino sempre più spesso sostituisce distillati e liquori al tavolo degli aficionados dei sigari. Esistono sommelier in grado di selezionare il matrimonio perfetto tra fumo e vini. Come Marco Tonelli, primo habanos sommelier italiano e finalista ai campionati del mondo della categoria a Cuba nel febbraio scorso.

«Lasciate perdere i distillati — consiglia Tonelli —. Meglio i vini, che rinfrescano il palato grazie alla temperatura di servizio. Ma anche grazie al grado di acidità che stimola la salivazione».
Quindi Champagne e Metodo classico italiani come Franciacorta e Trento doc. Oppure Prosecco. «A patto di sceglierne uno di qualità, con poco zucchero residuo. L’alternativa sono i vini dolci».  Ecco i vini preferiti da Tonelli: Prosecco Colfòndo di Bele Casel per il sigaro Toscano Soldati («il tabacco dolce campano si accompagna ai toni morbidi ma agrumati di questa bottiglia») e Malvasia dolce di Camillo Donati con l’Antico Toscano («il più potente, e forse più vero, tra i Toscani con il tocco floreale di un vino naturale»).

Con i sigari cubani si può dare spazio alla fantasia. Ad esempio: «Con il Cohiba Behike 54 si beve l’Albana di Romagna passito Scacco Matto 2008, che spegne l’irruenza del finale con un bicchiere che declina gli agrumi, la frutta secca e lo zafferano». Un sigaro piccolo da aperitivo? Se si tratta di H. Upmann Half Corona «l’ideale è un Franciacorta Collezione Giovanni Cavalleri 2004 mentre è preferibile il Ferrari Riserva 2004 per il Davidoff Entreacto», chiamato così perché doveva durare il tempo tra un atto e l’altro a teatro. Il Recioto Sant’Ulderico 2008 Monte dall’Ora «si sposa con un sigaro del Nicaragua, l’Oliva serie V belicoso, potente e speziato, che ben si armonizza con le note di ciliegia».

A vino e sigari si è dedicato anche Fabrizio Franchi, «enofumogastronomo», autore del «Toscano nel bicchiere» (Giunti). Marco Starace, ischitano, consigliere nazionale dell’Associazione nazionale sommelier, è invece l’organizzatore, assieme a un gruppo di colleghi, di una sorta di master che sta girando l’Italia per insegnare a «creare il giusto abbinamento tra sigari e nobili bevande». «L’abbinamento principe sono le bollicine — spiega — italiane o francesi come lo Champagne Perrier-Jouet Grand Brut che proponiamo con un sigaro Davidoff Primeros Classic o un Puro D’Oro Momento.

Con il Toscano Garibaldi va a nozze il Ferrari Riserva, con l’Extravecchio un passito come il Privilegio di Feudi San Gregorio». Il corso inizia con una lezione sulla storia del tabacco degli indios e si conclude, attraverso degustazioni e fumate, con una serata sullo «Stortignaccolo», ovvero il sigaro amato da Giuseppe Garibaldi e Mario Soldati, a cui sono dedicati alcuni tipi di sigari. L’ultimo della collezione è stato presentato pochi giorni fa, è dedicato al musicista Pietro Mascagni.
«I sigari si affinano e cambiano con il tempo come i vini — spiega Starace — ed è divertente calibrare gli abbinamenti anche tenendo conto di questo. Lo scopo è quello di prendersi del tempo per se stessi. Può avvenire con un sigaro corto alla fine della mattina, magari bevendo in quel caso un Prosecco o anche un chinotto o un tè nero che ti facciano restare lucido. E magari poi concedersi,alla fine della giornata, un sigaro più importante con un vino di qualità».
Per staccarsi, come diceva Freud, dal resto del mondo.

I veri eroi dell'Isola? Seimila abitanti abbandonati dallo Stato

Gaetano Ravanà - Sab, 05/10/2013 - 09:42

Sono spesso loro a vestire e sfamare i migranti che si ritrovano a Lampedusa. E come l'altro giorno, i pescatori prendono il mare per aiutare i soccorritori

Lampedusa - Saracinesche rigorosamente abbassate, i volti un po' impietriti, addolorati certo ma anche stufi, angosciati quasi insofferenti. Il vento forte di scirocco ieri ha portato le nubi e agitato il mare.

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Così i molti turisti che affollano questo scoglio d'Italia dal clima africano, si sparpagliano tra la passeggiatina e le spiagge. Aperti ieri c'erano solo alcuni bar, ristoranti e panetterie, ma nell'aria nemmeno un suono, se non quello delle radio e tv che raccontano ancora del disastro «Se meritiamo il Premio Nobel per la Pace? - la domanda quasi retorica di Adriano Argento, panettiere da decenni -. Noi abitanti lampedusani ci siamo sempre prodigati per le migliaia di immigrati che arrivano lungo le nostre coste. Lo facciamo per spirito umanitario, fin dal 1991 data del primo sbarco sull'Isola. 
Questi poveri disgraziati attendono giorni e giorni all'interno del Cie prima di essere trasferiti. Ma naturalmente molti escono dalla struttura e girano per il centro di Lampedusa. Ne sono venuti migliaia a chiedere un tozzo di pane, una pizza. Non mi sono mai tirato indietro. I soldi vanno e vengono come diciamo dalle nostre parti, ma nessuno deve patire la fame. 
Ho sempre dato a tutti qualcosa anche se molti di loro hanno dei soldi in tasca». «Spesso e volentieri- continua Argento-, soprattutto d'estate, vado a prendere il caffè in un bar di via Roma (il salotto cittadino), prima di comprare il pane. Noto sempre qualche gruppetto di stranieri che con gli occhi tristi e con un pizzico di vergogna ti chiedono di offrirgli il caffè oppure un pasticcino. Ieri è stata una delle giornate più brutte della nostra Isola. Sono andato al porto per portare da mangiare ai sopravvissuti, non ho mai visto occhi così terrorizzati».
Anche Daniele Vitale, proprietario del «Cafè Royal», si prodiga a favore degli immigrati. «Dicono che sono clandestini, e forse è anche vero - esordisce -, ma sono persone. Hanno avuto soltanto il torto di nascere e crescere in Paesi dove ci sono guerre, dove si patisce la fame. Questa gente va aiutata, ma naturalmente non possiamo farlo solto noi lampedusani». 
Non c'è pietismo bavoso in queste parole. Ma c'è l'altra faccia della medaglia. Sbarchi, morti, fughe dal Centro d'accoglienza hanno messo più volte in difficoltà il settore del turismo. Che poi rappresenta la vita dell'Isola. Eppure nonostante gli arrivi selvaggi e troppo spesso i drammi, come è successo giovedì più di un pescatore è salpato per aiutare i soccorritori. Certo poi rischiano denunce per favoreggiamento dell'immigrazione, gli eventuali danni se li devono pagare da soli.
«Qui c'è una grave crisi, ancora più nera di quella che si registra nel resto d'Italia, tuttavia non possiamo negare aiuto a questi nostri fratelli», racconta uno del paese. «Ma ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni. A noi non pensa nessuno». «Sono entrati più volte nel mio negozio - racconta Giovanni Maggiore che gestisce una gioielleria in via Roma - a chiedere qualche spicciolo per mangiare. Da sempre sono contrario a dare soldi, però dico sempre andiamo al bar che vi offro qualcosa da mettere sotto i denti. Più volte ho donato loro alcune camicie e pantaloni. Alcuni di loro non hanno nemmeno l'intimo».

Mentre da un lato dell'Isola c'è la morte e il silenzio, dall'altro lato c'è il boom del turismo. Ancora oggi sono tantissimi, soprattutto i milanesi, che si stanno godendo la vacanza approfittando anche delle alte temperature. «La stagione è stata buona», dice Antonio Martello che ha il polso della situazione turistica perché oltre ad essere presidente del consorzio albergatori ha un hotel, un'agenzia che si occupa di viaggi, diving e attività marinare. Gli hotel al momento registrano il tutto esaurito.

Nemi, riaffiora dal lago la reggia di Caligola: a pochi metri dal tempio di Diana

Il Messaggero

di Laura Larcan


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ROMA - La posizione era privilegiata, quasi a voler abbracciare tutto il panorama. Da qui l’imperatore Caligola riusciva a godersi lo spettacolo mozzafiato del suo adorato lago di Nemi, a pochi metri dal Tempio di Diana. La struttura doveva essere imponente: i giochi d’acqua impreziosivano l’emiciclo, mentre filari di colonne incorniciavano la platea chiudendosi sulla fronte con due tempietti. L’effetto scenografico era ampliato dal gioco di terrazze studiate in funzione del leggero pendio. È così che gli studiosi della Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio hanno ricostruito lo straordinario ninfeo di Caligola rinvenuto nel complesso del Santuario di Diana. La scoperta è frutto dell’ultima campagna di indagini condotte nei mesi estivi dalla Soprintendenza con l'Università di Perugia (l’undicesimo anno di collaborazione) sotto la direzione scientifica di Giuseppina Ghini.

LA PLANIMETRIA
Le possenti murature indagate e studiate hanno svelato l’articolata planimetria del monumento. «Il ninfeo appare così situato su una terrazza superiore - racconta la Ghini - e presenta un orientamento diverso rispetto alla terrazza inferiore su cui si susseguono i monumenti del tempio di Diana e del teatro. L'analisi della pianta testimonia la presenza di un emiciclo situato sopra una platea, che era a sua volta accessibile attraverso scalinate, e sormontata da ambienti colonnati. Gli studi permettono di datarlo all'età Giulio-claudia e quindi di attribuirlo ad un intervento da parte di Caligola». È noto quanto Caligola, il terzo imperatore di Roma, morto assassinato a 29 anni per mano dei suoi stessi pretoriani, e di cui nel 2012 è stato celebrato il bimillenario della nascita (12 a.C.), fosse legato al Santuario di Diana a Nemi, uno dei più importanti luoghi di culto dell'antichità. «Caligola ebbe un rapporto preferenziale con il Santuario - riflette la Ghini - le due famose navi ancorate nel lago, lunghe oltre settanta metri e larghe venti, avevano una doppia funzione: la prima era una nave palazzo, con cui dalla sua villa sul lago l'imperatore poteva raggiungere il Santuario, la seconda una nave cerimoniale, a bordo della quale sono stati rinvenuti oggetti di culto».

LA STORIA DEL TEMPIO Le nuove indagini consentono oggi di ricostruire nel dettaglio, attraverso le prove archeologiche, la storia e le fasi del santuario. E all’epoca di Caio Cesare Germanico, soprannominato Caligola per via della «caliga» il tipico sandalo che, come racconta Svetonio, amava calzare, si riferiscono le strutture del Ninfeo, così come altri interventi nell’area: «L'imperatore ebbe un ruolo strategico nel rinnovare l'apparato decorativo del Santuario, inserendo oltre al Ninfeo anche corredi di statue della famiglia Giulio-claudia». E prima di Caligola, il folle e trasgressivo (almeno a leggere le memorie biografiche di Svetonio) le indagini hanno consentito agli archeologi di individuare la fase arcaica del santuario, finora solo ipotizzata, fino a riconoscere gli interventi di fine IV-inizi III sec.a.C., e dell’epoca tardo-repubblicana. Oltre alle strutture murarie sono tornati alla luce numerosi materiali, tra cui statuine in terracotta, vasi con iscrizioni sacre a Diana, oggetti votivi.

Ma l’ultima campagna ha messo in campo per la prima volta anche imprese hi-tech. Come rivela la Ghini l’intera area, infatti, è stata ispezionata con ricognizioni «a volo d’uccello» di un drone nelle ultime due settimane di settembre. «I risultati sono ancora in corso di elaborazione», avverte la direttrice del Museo delle Navi di Nemi. Partner strategici sono stati il Politecnico di Monaco sotto la guida di Wolfgang Filser e quello di Milano, con la direzione di Cristiana Achille e Nora Lombardini, che hanno effettuato quest'anno anche un rilevamento speciale che permetterà la ricostruzione in 3D del Tempio di Diana e di alcune aree del Santuario, compreso il Ninfeo di Caligola. In collaborazione col Comune di Nemi, che da poco ha acquisito l’area del Tempio, sarà predisposto un percorso di visita dell’area.


Sabato 05 Ottobre 2013 - 08:47