sabato 5 ottobre 2013

Vendola inaugura l'anno scolastico in un campo rom

Libero

Il governatore pugliese ai giovani studenti: "Il destino dell'uomo è mischiarsi"


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Nichi Vendola inaugura l'anno scolastico dei pugliesi e sceglie uno scenario decisamente particolare: un campo rom. Chissà, magari avrà chiesto consiglio all'amica e compagna Laura Boldrini che di Sel è "militante" e che di politicamente corretto è maestra. Fatto sta che, venerdì 4 ottobre, il presidente della Puglia si è messo in macchina ed ha raggiunto il campo rom di Bari-Japigia per inaugurare l'annata 2013/14 delle scuole pugliesi.

Fratelli - Ha chiamato lì tutti gli studenti e ha dato il via al valzer delle dichiarazioni inneggianti alla gioia e alla fratellanza. "Essere qui è importante - ha detto il presidente - molti pensano che bisogna dare la caccia al rom, tenere lontani i loro bambini, invece tutti abbiamo il dovere di combattere per la fratellanza e l'accoglienza". Ed allora Nichi ha sciorinato tutti gli obiettivi che la sua giunta ha centrato (per i rom) e si è detto "orgoglioso" dell'insolita iniziativa. Certo, aver tolto alcuni bambini innocenti dalla strade, portandoli sui banchi di scuola è traguardo importante, ma mostrare le medagliette è tutt'altro e se lo si fa in un campo rom il gioco è troppo facilmente svelato.

Mescolare - Il capo di Sel, poi, dopo aver accolto i giovani studenti pugliesi nel campo, ha provato a spiegare loro come funziona davvero il mondo: "Oggi ci mescoliamo: il destino dell’umanità è mescolarsi, abbattere i muri, i muri visibili e pesanti, ma soprattutto quelli invisibili, quelli che ci portiamo nelle nostre teste”. L'avranno capito, i bambini? Saranno tornati a casa e avranno incominciato a mescolare i loro pensieri, a cercare di capire cosa significasse, ma poi - probabilmente - avranno pensato ad uno scherzo beffardo delle maestre. I bambini sanno, molto più degli adulti, convivere e superare le barriere, ma sanno anche riconoscere chi prova a cavalcare onde popolari per farsi bello davanti alla tivvù. E allora sarà sorto anche a loro un sano ed innocente dubbio: non sarà mai che Nichi ha scelto il campo rom perché nessuna scuola pugliese era all'altezza? Speriamo di no, ma spesso ci si azzecca.

Niente sconto famiglia al museo per la coppia gay con bambino

Corriere della sera

L'episodio è stato raccontato dai due omosessuali su Tripadvisor: «Non eravamo pronti a ricevere quello schiaffo in faccia»


Il commento lasciato su Tripadvisor

Niente sconto famiglia al Museo Guarnacci di Volterra per una coppia gay con bambino. A raccontarlo sono i protagonisti della vicenda, due omosessuali di Chicago che hanno scelto di sfogarsi su Tripadvisor. Offesi e impreparati «a ricevere quello schiaffo in faccia». Il titolo del commento è «un'istituzione omofoba», e poi segue il loro racconto.

«Entrando nel museo - racconta la coppia - abbiamo letto i prezzi e gli sconti. Abituati all'idea di famiglia che vige a Chicago, essendo due adulti con un bambino, abbiamo chiesto un «biglietto famiglia». Ma la donna che stava dietro al banco della biglietteria si è arrabbiata con noi e ci ha urlato in italiano che una famiglia è formata da un padre e una madre, non da due uomini. Dopo di che lei ha girato la testa e si è interrotta la comunicazione».

Secondo il regolamento del museo, lo sconto spetta a due adulti con bambino. Nessuna conferma e nessuna smentita da parte dell'amministrazione comunale di Volterra, che gestisce il Museo Guarnacci in cui si è verificato l'episodio. «Il post che gira in rete - dicono dal Comune - non è firmato e come foto riporta quella di un cagnolino, per cui risulta molto difficile verificarne l'autenticità. Certo nei prossimi giorni faremo tutte le verifiche del caso per capire se e cosa è accaduto.

Sicuramente il regolamento del museo prevede la riduzione del biglietto famiglia per «due adulti e tre giovani tra i 6 e i 18 anni» dunque non è in alcun modo discriminante». Al Comune di Volterra non è pervenuta alcuna denuncia. «L'accoglienza e l'ospitalità - ha affermato il sindaco Marco Buselli - sono da secoli tratti distintivi della nostra comunità. Il nostro regolamento non entra nel merito di questioni di genere, ma parla genericamente di bambini accompagnati da adulti, per cui non esiste la possibilità che qualcuno possa essere discriminato. Pertanto l'episodio, di cui peraltro non ci è pervenuta segnalazione ufficiale, qualora si sia verificato è esclusivamente da ricondurre ad un'interpretazione non richiesta da parte di un operatore».

Pierpaolo Corradini04 ottobre 2013

Due anni senza Steve Jobs

La Stampa

bruno ruffilli

La sua invenzione più grande non è stato l'iPod, l'iPhone o l'iPad, ma Apple stessa, col suo mix unico di arte e tecnologia



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“Domani (oggi per chi legge, ndr.) cade il secondo anniversario della scomparsa di Steve. Spero che ognuno rifletta su quanto abbia significato per noi e per il mondo. Steve era un uomo straordinario e ha fatto del mondo un posto migliore. Penso spesso a lui e trovo una forza enorme nel ricordo della sua amicizia, della sua visione e della sua leadership.

Ha lasciato dietro di sé un’azienda che solo lui avrebbe potuto costruire e il suo spirito sarà per sempre alla base di Apple. Continueremo ad onorare la sua memoria dedicandoci al lavoro che lui amava tanto. Non c’è un tributo migliore per il suo ricordo. So che sarebbe stato orgoglioso di tutti voi”. Questo è il testo della mail che Tim Cook ha inviato ieri a tutti i dipendenti Apple per ricordare Steve Jobs, scomparso il 5 ottobre di due anni fa dopo una lunga lotta con la malattia. 

Negli ultimi tempi Jobs si era nascosto al mondo: l’ultima sua apparizione pubblica fu il 7 giugno 2011, al consiglio comunale di Cupertino, per presentare il progetto della nuova sede di Apple, una struttura circolare così grande che sarà visibile anche dai satelliti. Il giorno prima c’era stata quella la WorldWide Developers’ Conference, con quella foto rubata dove alla fine della presentazione china il capo esausto sulla spalla della moglie Laurene. Dopo più nulla, fino alle decine di migliaia di candele, ai bigliettini davanti agli Apple Store, al milione di messaggi sul web, agli innumerevoli titoli di giornali e servizi televisivi.

In realtà, come svela Walter Isaacson nella biografia autorizzata del fondatore di Apple, gli ultimi mesi di Jobs furono un lungo susseguirsi di incontri e un periodo di intenso lavoro: si staccò sempre più dalla incombenze quotidiane per immaginare il futuro dopo di lui. Tralasciò lo sviluppo dell'iPhone 4S e dedicò le sue forze al 5 (ma pare stesse pensando anche all'iPhone 6); studiò le dinamiche commerciali delle tv via cavo e si concentrò sull'Apple Tv di cui si parla ormai da anni. E vide molte persone, quasi tutti grandi nomi della Silicon Valley che chiedevano di salutarlo, consci che sarebbe stata l'ultima volta. Bill Gates ha raccontato in lacrime il suo addio a Jobs, altri hanno rivelato particolari più o meno intimi delle loro conversazioni, qualcuno ha preferito consegnare i suoi ricordi al silenzio. 

Ma di Steve Jobs non si può non parlare: con le parole, con il film appena uscito interpretato da Ashton Kucher (arriverà fra poco in Italia, ma le critiche non sono entusiasmanti); con la prossima pellicola che sarà prodotta da Sony Pictures. Perché il guru di Cupertino ha toccato le vite di tutti quelli che oggi usano un computer, uno smartphone, un tablet. Di chi ascolta o produce musica, realizza filmati, impagina giornali e riviste, scrive racconti e vende libri elettronici. Degli appassionati di videogame e degli studenti di ogni età, dei disabili e degli sportivi.

Con Jobs la tecnologia diventa parte della vita quotidiana: è capace di discutere di prestazioni e architetture dei processori, si districa nei meandri delle sigle dei software e dei protocolli, ma soprattutto sa vedere oltre. Ma delle sue invenzioni esalta sempre il lato umano, come la facilità di ascoltare la musica sull’iPod, di creare un video sul Mac, di accedere a internet ovunque con l'iPhone, di leggere tutti i libri del mondo sull’iPad. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente.

E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha. Arte e tecnologia, come avrebbe riassunto nel suo ultimo keynote. In questi due anni è sembrato talvolta che ad Apple mancasse la scintilla di Jobs, che l’azienda fosse più lenta nell’innovare e meno aggressiva nel contrastare la crescita dei concorrenti, per non parlare delle altalene in Borsa che hanno portato le azioni a valori record ma anche a perdite rilevanti. Eppure la Mela è ancora uno dei marchi più amati al mondo, anzi il più amato; è facile imitarne i prodotti, mettendoli magari in vendita a prezzi più bassi, è molto difficile inventarsi la cultura e la passione da cui nascono. Perché ha ragione Cook quando dice che lo spirito di Steve Jobs è ancora alla base di Apple: è stata questa  la sua più grande invenzione, non l'iPod, l'iPhone o l'iPad. 



Apple svela il volto di “Siri”
La Stampa

L’assistente virtuale dell’iPhone è Susan Bennett, una cittadina americana di Sandy Springs, un sobborgo nei pressi di Atlanta

francesco semprini
new york


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Nei due anni passati si è accomodata con discrezione da perfetto galateo nelle tasche di milioni di americani. All’occorrenza ha dispensato suggerimenti su ristoranti, previsioni del tempo, indicazioni stradali e shopping. E’ stata, ed è tuttora in realtà, un’accompagnatrice perfetta, poco ingombrante e puntuale, e con un nome vagamente esotico, ovvero «Siri».

Il soggetto in questione è l’assistente virtuale dell’iPhone, nata il 4 ottobre 2011 con l’uscita sul mercato del «4S», uno dei modelli del telefono di casa Apple. Ed oggi che la voce «made in Cupertino» compie due anni, fa conoscere al mondo anche il proprio volto. Eh si perché Siri non è una sapiente riproduzione da laboratorio delle corde vocali umane, ma è una donna in carne ed ossa. Il suo nome è Susan Bennett, una cittadina americana di Sandy Springs, un sobborgo nei pressi di Atlanta, in Georgia, che dopo essere divenuta la irrinunciabile compagna di milioni di americani, ha deciso di venire allo scoperto. La «Casa della mela» non conferma, del resto le aziende che utilizzano sistemi vocali hanno tutto l’interesse a mantenere una certa riservatezza sulle identità. Lei però assicura di essere «Siri in persona» e di aver deciso di venire allo scoperto spinta dall’insistenza di figli e marito. 

Gli esperti del settore sembrano darle ragione, e il confronto audio rafforza questa convinzione. Bennett preferisce non svelare la sua età, e del resto insistere non sarebbe galante, ma spiega di lavorare come doppiatrice dal 1970, e di aver riflettuto parecchio prima di decidere di uscire allo scoperto. Il «cammino vocale» (è il caso di dire) che l’ha portata a diventare Siri inizia nel 2005, quando la società di software ScanSoft, cercava una voce per un nuovo progetto. Si rivolse ad una azienda di doppiatori per tecnologie vocali automatizzate di Atlanta, la GM Voice, e scelse Bannett. Quale impiego avrebbe avuto la sua voce è rimasto per diverso tempo un’incognita, da qui la grande sorpresa nello scoprire di essere l’assistente virtuale del gioiello di casa Apple. Anche perché, ed è questa forse la vera notizia, fino a quando lo ha scoperto, Susan non aveva mai posseduto un iPhone. 

Rc auto, addio al tagliando di carta arriva il chip anti-truffa

Il Messaggero

Saranno possibili controlli anche con Tutor, Autovelox e Ztl. Il passaggio entro ottobre 2015, a due anni dall'entrata in vigore, prevista per il prossimo 18 ottobre, del decreto ministeriale


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ROMA - Il tagliando cartaceo Rc Auto ha i giorni contati.Entro ottobre 2015 infatti, cioè a due anni dall'entrata in vigore, prevista per il prossimo 18 ottobre, del decreto del ministro per lo Sviluppo economico di concerto con il ministro dei Trasporti pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, verrà completata la 'dematerializzazione' dell'attuale contrassegno, che verrà sostituito con un sistema elettronico dotato di microchip.

L'obiettivo, precisa il ministero dello Sviluppo economico, «è quello di ridurre le frodi, contrastando la contraffazione dei contrassegni cartacei e l'evasione dell'obbligo assicurativo, tramite la sostituzione dei contrassegni attuali con controlli incrociati telematici tra le banche dati delle targhe dei veicoli e quelle delle polizze assicurative». I nuovi sistemi elettronici o telematici che sostituiranno l'attuale contrassegno cartaceo saranno collegati a una banca dati istituita presso la direzione generale per la Motorizzazione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che «sarà alimentata in tempo reale», all'atto cioè del rilascio del certificato o della cessazione, precisa il regolamento emanato dal ministero dello Sviluppo economico, «dalle imprese di assicurazione, direttamente o, ferma restando la loro responsabilità», tramite loro intermediari. Tale trasferimento di dati avverrà attraverso «collegamento web ed idonee interfacce messe a disposizione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti».

«Le informazioni relative alla copertura assicurativa - precisa il regolamento - sono rese disponibili mediante l'accesso telematico gratuito alla banca dati da parte di chiunque ne abbia interesse». I dati raccolti potranno quindi essere utilizzati per controlli incrociati telematici tra le banche dati delle targhe dei veicoli e quelle delle polizze assicurative, utilizzando anche i dispositivi o mezzi tecnici in dotazione alla Polizia Stradale per il rilevamento a distanza delle violazioni del Codice della strada. Come già avviene in altri Paesi, il controllo della validità dei contrassegni assicurativi potrà dunque avvenire, oltre che con sistemi 'volantì in uso alle Forze dell'ordine, anche con i dispositivi del Tutor autostradale, dell'Autovelox e attraverso i varchi elettronici delle ZTL. Avviando così automaticamente la procedura di sanzionamento, come già avviene per le infrazioni sui limiti di velocità o gli accessi alle ZTL.

Venerdì 04 Ottobre 2013 - 20:16    Ultimo aggiornamento: 20:30

Dalla Bossi-Fini allo ius soli: tutte le balle di Boldrini&Kyenge smascherate dalla strage del mare

Libero


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La morte di 127 migranti a largo di Lampedusa, per qualcuno è diventato uno slogan buono da usare in politica. A scendere in "mare" sono la presidente della Camera Laura Boldrini e il ministro dell'Integrazione Cècile Kyenge. Il naufragio e la morte dei migranti è stato da usbito il "caso di scuola" su cui rinfocolare le proposte per lo ius soli e attaccare la legge Bossi-Fini. La Kyenge subito dopo la tragedia ha affermato: "Quanto accaduto mi spinge ad accelerare slle norme sull'immigrazione l'integrazione. Lo ius soli deve entrare in agenda di governo come anche nuove norme che possano risolvere l'insostenibile situazione dei Cpt italiani. Su quel barcone potevo esserci anch'io".

Non proprio. Il ministro dell'Integrazione è arrivato in Italia con tanto di passaporto:

"Io sono arrivata trent'anni fa all'aeroporto di Fiumicino, con una borsa di studio e con un visto per studio. Che è sfumata poco dopo il mio arrivo. Non sono entrata in clandestinità e quando sono arrivata ho vissuto un momento di difficoltà perché non c'era una rete", racconta in un'intervista all'Unità. Quindi il rischio che lei potesse trovarsi barcone non c'è mai stato. Ma le sue politiche per l'immigrazione potrebbero aggravare il bilancio dei morti in mare. Ecco perchè: lo ius soli sarebbe una enorme calamita che potrebbe attirare migliaia di migranti. Cittadinanza di diritto per nascita sul suolo italiano significa di fatto migliaia di barconi con partorienti che fanno la spola tra Lampedusa e il nord Africa.

La Boldrini non conosce la legge? - L'altra paladina delle nuove norme per l'immigrazione con relativa abolizione della Bossi-Fini è come detto la presidente della Camera Laura Boldrini. Lei, sin dal primo giorno di legislatura ha fatto il tifo per l'abolizione della norma. Lo ha fatto in maniera decisa: "La Bossi-Fini va abolita al più presto, perchè condanna anche chi salva la vita ai naufraghi". Ieri la presidente, subito dopo la tragedia, sentiva il vento in poppa. Così dopo la bastonata dell'Unione Europea che con un rapporto ben dettagliato ha bocciato di fatto la nostra politica sull'immigrazione definendola "poco incisiva e senza misure che possano dissuadere gli sbarchi su una calamita come l'Italia", è arrivata una nota dell'Onu, (la stessa Onu per cui la Borldrini ha lavorato per anni presso l'Alto Commissariato per i rifugiati).

Elogio di Boldrini e Kyenge - Un elogio "express" proprio per Boldrini e Kynege nel giorno in cui si consumava la più grande tragedia in mare degli ultimi anni: "Accogliamo con favore gli sforzi delle autorita' italiane per affrontare la questione in linea con le norme internazionali sui diritti umani e il rispetto della dignita' di ogni essere umano ed in particolare la giornata di lutto dichiarata dal Governo ed il minuto di silenzio che si terra' in tutte le scuola italiane. E' significativo. Segna un grande e apprezzato cambiamento nell'atteggiamento delle autorita' italiane'', ha affermato l'Alto Commissario Rupert Colville. Insomma una sorta di scialuppa per la Boldrini e soprattutto per la Kyenge che dopo mesi di proclami nei fatto hanno fatto ben poco per cambiare le norme sull'immigrazione.

Laura va al cinema - Il chiodo fisso resta sempre quello: "cambiare la Bossi-Fini". Una legge che va detto, non punisce chi aiuta un naufrago migrante in mare. Ma la Boldrini sembra ignorarlo. Sarà una fan di Emanuele Crialese, il regista romano, che su questa "balla" sulla legge Bossi-Fini ha pure fatto un fil: Terra ferma in cui un pescatore siciliano tiene in casa una donna incinta, dopo averla recuperata in mare per paura che la polizia la ptesse rimpatriare. Basta andare davvero in commissariato e la donna avrebbe avuto un permesso di soggiorno per almeno sei mesi. Una gaffe cinematografica che la Boldrini porta pure nei suoi "comizi".

Crimi offende il Cavaliere su Facebook La Rete: «Sei berlusconiano a tua insaputa»

Corriere della sera

Il senatore ha rischiato di far slittare il lavori della Giunta. La replica:«Ha scritto prima dell’inizio della seduta»

Crimi ne ha combinata un’altra delle sue. E su Twitter viene massacrato di insulti e attacchi per aver rischiato di causare un ritardo nei lavori della giunta delle Elezioni di palazzo Madama, in quel momento riunita in camera di consiglio per decidere sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Il motivo degli attacchi? Un post pubblicato su Facebook a lavori in corso (nella fase di udienza pubblica) dal senatore Cinque Stelle, che violando il silenzio imposto ai membri della Giunta, ha offerto un buon pretesto al Pdl per chiedere di fermare il dibattito in corso. Istanza che però non è stata accolta.

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HASHTAG - Morale, la rete, tanto cara al M5S, diventa ben presto il luogo in cui impallinare il senatore grillino Vito Crimi. E gli attacchi arrivano da tutte le parti. Crimi aveva scritto su Facebook riferendosi a Berlusconi:«vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con “Non mollare” non è che intende “Non rilasciare peti e controlla l’incontinenza”», scrive commentando la foto di un manifesto affisso a un muro che difende e incoraggia il leader Pdl. I commenti sui social network, dopo la richiesta del senatore Pdl di sospendere i lavori, fanno nero il senatore M5S: «Crimi...La qualità degli eletti dalla Rete. Ci meritiamo tutto», scrive qualcuno.

«Vito Crimi inficia la correttezza della #giunta pur di fare una battuta su Fb.Non so se ci è o ci fa,so solo che è una calamità #decadenza», gli fa eco qualcun altro. «Penso che la presenza di uno come Vito Crimi in Senato rappresenti il livello più basso che le Istituzioni possano raggiungere», si legge ancora. Gli insulti spesso riservati agli antagonisti del M5S questa volta sono tutti indirizzati al senatore grillino: «Insomma, #Crimi è davvero un attempato #bimbominkia che non ha ancora capito che la #Giunta non è un social... #berlusconianoasuainsaputa»; e ancora: «E ti pareva che il M5S non le provava tutte per salvare Berlusconi? Decadenza rischia sospensione, ringraziare Crimi. #M5SpiùL». «L’idiozia di #Crimi rischia di far saltare la decisione della giunta su decadenza di #Berlusconi. Il #M5S è peggio dell’apparato #PD.Schifo». E ancora «M5S: Vito Crimi fa l’amico del #giaguaro e offre la scusa a #Schifani per ritardare i lavori della giunta». «Crimi - scrive poi amareggiato qualcuno - accendi il cervello e poi usalo !!!!!».




IL COLLEGA DISSIDENTE - Ad attaccare Crimi è stato anche un collega, Lorenzo Battista che su Twitter scrive: «Crimi, facevi meno danni in giunta quando non ci arrivavi perché ti perdevi per strada!». Battista è noto per le sue posizioni non ortodosse rispetto alla linea del gruppo.

LA REPLICA - Da parte sua il collaboratore di Crimi Adriano Nitto ha spiegato di essere lui a scrivere i post. Ma non questo incriminato che, conferma Nitto, è farina del sacco dell’ex capogruppo Cinque Stelle. Con una precisazione: « il post è stato inserito alle 10.04, prima dell’inizio della camera di consiglio». Mentre «i post successivi, già programmati (relativi a Lampedusa ed al resoconto “5 giorni a 5 stelle”) sono stati inseriti dal sottoscritto». Firmato «In fede, Adriano Nitto Collaboratore parlamentare di Vito Crimi». Dichiarazioni cui il presidente della Giunta ha dato credito, avendo poi deciso di non sospendere la seduta. Provvedimento che però non ha salvato Crimi dagli attacchi.

VIDEO : La replica di Crimi: «Attacco ignobile a me e al M5S»
di Nino Luca



POLEMICHE - Il più duro dei quali arriva paradossalmente proprio dal presidente del Senato. « Il presidente Grasso - spiega il suo portavoce Alessio Pasquini - ritiene del tutto inqualificabile e gravemente offensivo quanto scritto dal senatore Vito Crimi nei confronti del senatore Berlusconi durante la fase pubblica della seduta della Giunta. Anche tale comportamento verrà sicuramente valutato dagli organi competenti del Senato». «L’attacco di Crimi a Berlusconi e’ volgare e inaccettabile. Grasso sospenda immediatamente Giunta, e’ importante salvaguardare le istituzioni» aveva tuonato in precedenza Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera. E anche gli altri commenti in casa Pdl erano un po’ tutti dello stesso tenore.


04 ottobre 2013

Ciclismo da incubo: lo scandalo Rcs Sport grava su Lombardia e Giro 2014

Cristiano Gatti - Ven, 04/10/2013 - 18:41

Quella che sarebbe una festa, con la grande classica e la presentazione della corsa rosa, segnata da fosche nubi per i maneggi scoperti dentro la società: già decapitati i vertici

Certo sarebbe magnifico parlare di un grande finale, domenica il Lombardia e lunedì la presentazione del Giro 2014.


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Certo sarebbe eccitante pensare alla storica classica d'autunno, l'ultima delle cinque corse "monumento", nonchè la più difficile e la più sincera: per l'occasione, i nostri Nibali, Basso e Scarponi cercano un'immediata rivincita del Mondiale di domenica scorsa a Firenze, anche stavolta contro i Da Costa (nuovo iridato), i Rodriguez, i Valverde, i Contador, i Froome, i Gilbert, nella segreta speranza di sciogliere finalmente il tremendo sortilegio che ci impedisce di vincere una grande corsa in linea da cinque anni esatti (l'ultimo colpo d'ala azzurro proprio al Lombardia 2008, con Cunego).

Si parte da Bergamo e si arriva a Lecco, scalando però diverse vette difficili, dal Valcava al Colle Brianza, in una lunga gara di resistenza che alla fine premierà il più tenace. E il giorno dopo, lunedì, tutti a Milano per scoprire il prossimo Giro, del quale comunque si conoscono già i connotati principali, partenza da Dublino, arrivo a Trieste, duello finale sullo Zoncolan. Tanta roba, per chiudere la stagione della bicicletta. Sarebbe bello parlarne con leggerezza. Invece sarà una chiusura in linea con l'inizio, con quegli strascichi da incubo del caso Armstrong.

Stavolta lo scandalo non sa di doping, ma di maneggi e appropriazioni indebite, di conti strani e di denaro sparito. La bomba esplosa dentro Rcs Sport, l'organizzazione del grande ciclismo italiano, è atomica. Già decapitati i vertici (il patron Acquarone, i suoi fedelissimi Catano e Pastore, nonchè la responsabile amministrativa Bertinotti). Un cataclisma dalle conseguenze però ancora indefinite, perchè l'indagine - arrivata anche negli uffici giudiziari - è solo all'inizio.

Le accuse sono pesantissime: dirigenti della società facevano sparire denaro dal gruppo con finti finanziamenti a società sportive locali. Si quantifica una cifra vicina ai quindici milioni di euro. Inevitabilmente, la situazione plumbea graverà sulla presentazione di lunedì. Solitamente il varo del nuovo Giro è un gran galà, stavolta avrà tutto il fascino di una veglia funebre.

Frontex, la polizia di confine pagata per fare il colabrodo

Fausto Biloslavo - Sab, 05/10/2013 - 09:34

Incassano milioni e gli immigrati passano lo stesso. E i miliardi spesi dall'Europa nel Terzo Mondo per evitare gli sbarchi finiti in sprechi e ruberie

L'Unione europea spende miliardi di euro nel Nord Africa e altri Paesi da dove partono i clandestini, ma molti di questi soldi vanno a finire in fumo. In Egitto almeno un miliardo di euro non è servito a raggiungere gli obiettivi prefissi, come la lotta alla corruzione, secondo la Corte europea che controlla le spese di Bruxelles.


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Non solo: Frontex, l'agenzia per il controllo delle frontiere che dovrebbe prevenire gli sbarchi, ha un budget di 82 milioni di euro, ma ben 20 servono per gli stipendi. «Frontex è un'euro truffa. Dovrebbe difendere i confini dell'Europa, ma quello del mare Mediterraneo viene considerato come l'ultima ruota del carro» denuncia senza mezzi termini a il Giornale, Susy De Martini, parlamentare di centro destra a Strasburgo.

I soldi stanziati per lo sviluppo, la transizione alla democrazia e gli aiuti umanitari nei Paesi sull'altra sponda del Mediterraneo, da dove partono i clandestini, sono tanti ma non servono a sconfiggere il fenomeno. Dal 2007 la Ue ha sborsato 5 miliardi di euro per l'Egitto. Peccato che un miliardo sia stato praticamente buttato al vento. «La lotta alla corruzione, obiettivo dello stanziamento, pari all'aumento di un punto dell'Iva, è stata un fallimento» rivela l'europarlamentare. Lo sostiene nero su bianco la Corte europea del Lussemburgo, che controlla l'utilizzo dei fondi, nel suo rapporto pubblicato lo scorso giugno.

Un altro scandalo riguarda il Congo dove Bruxelles ha investito 1,9 miliardi di euro. Oltre la metà dei progetti finanziati non hanno raggiunto i risultati previsti. Si calcola che pure in questo caso sia stato mal speso un miliardo di euro.

Nei Paesi direttamente collegati all'immigrazione illegale come la Libia abbiamo stanziato 100 milioni di euro e per la Tunisia sono stati investiti 540 milioni di euro. In Nigeria, nonostante sia il primo paese africano produttore di petrolio, la Ue ha stanziato 667 milioni di euro. «Oltre ai Paesi che possono contare sull'oro nero vorrei proprio capire come vengono spesi i soldi per la Siria e la Palestina. E se oltre ai profughi siriani vanno a finire ai ribelli filo Al Qaida?» si chiede De Martini, che fa parte della Commissione Esteri e Bilancio del Parlamento europeo.

Per la Siria stiamo parlando di 265 milioni di euro. Altri 300 vanno ai palestinesi, ma la commissione bilancio ne ha «congelati» una parte per il timore che finiscano nelle tasche dei terroristi. Entro la seconda settimana di ottobre il Parlamento europeo dovrà votare il budget per il 2014. Non solo: l'Europa spende ancora 30 milioni di euro per Cuba e alla Somalia, da dove sono arrivati gran parte dei profughi annegati a Lampedusa, sono andati 70 milioni.

Non molti per risollevare un paese in preda all'anarchia da vent'anni. «Con gli euro buttati al vento potevamo comprare della navi per i migranti evitando i viaggi sui barconi. Non possono morire ad un miglio di Lampedusa... non devono neppure arrivarci» dichiara De Martini. Secondo l'europarlamentare «a bordo delle navi dovrebbero esserci funzionari europei e delle Nazioni Unite per stabilire chi ha diritto all'asilo, chi è un criminale e va rispedito indietro e chi vuole andare in altri paesi, come la Germania. Così li consegnamo a Berlino. Anche questo significa Europa unita».

Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha dichiarato: «Frontex è un sistema di protezione europea inefficace. Gli aerei ed i militari dell'agenzia devono vigilare sul Mediterraneo». Dal quartier generale di Varsavia la portavoce di Frontex, Izabella Cooper, sottolinea che in Italia sono in corso due operazioni per un totale di 6 milioni e mezzo di euro. Ma non basta. La stessa Cooper ammette che il nostro Paese «è quello che si trova sotto la maggiore pressione migratoria. Dall'inizio dell'anno più di 31mila immigrati sono arrivati nella Ue attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, che include la Sicilia, le Isole Pelagie, le coste della Puglia e della Calabria e, in misura minore, Malta».

In un'interrogazione a Strasburgo presentata ieri da De Martini si chiede perchè «Frontex non sia stata in grado di prevenire tragedie» come quella di Lampedusa. Dalla Commissione europea si vuole sapere «come si intende ridurre il flusso di migranti illegali verso i confini della Ue». E si chiede di spiegare perchè «i fondi sprecati per finanziare il terrorismo o paesi falliti non sono stati utilizzati per prevenire gli ingressi illegali in Europa».

Muore l’ex leader della Pantere Nere scarcerato martedì dopo 40 anni

La Stampa

Dura meno di 72 ore la libertà per Herman Wallace, l’estremista stroncato da un tumore al fegato


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È durata solo tre giorni la libertà di Herman Wallace, un uomo di 71 anni, ex membro del gruppo delle Pantere Nere, detenuto per 40 in isolamento di un carcere della Louisiana e liberato martedì sera: è morto la notte scorsa, a causa di complicazioni dovute al tumore al fegato che gli era stato diagnosticato alcuni mesi fa. Lo riferisce il Times Picayune di New Orleans, secondo cui Wallace è morto nella sua casa, con attorno parenti e amici.

Alcuni giorni fa, il giudice Brian Jackson aveva stabilito che la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti era incostituzionale, perché al suo processo della giuria non faceva parte alcuna donna, e pertanto aveva ordinata la sua liberazione.

La vicenda di Wallace e di altri due detenuti a loro volta membri delle Pantere Nere e come lui condannati al carcere a vita per lo stesso omicidio e rimasti da allora in isolamento, ha nel corso degli anni attirato l’attenzione di diversi gruppi per la difesa dei diritti civili. Il loro caso è divenuto noto come quello dei «tre del carcere Angola», dal nome della prigione in Louisiana dove sono stati detenuti e dove - quando vennero accusati accusati dell’omicidio di una guardia bianca, che hanno sempre negato - stavano scontando una condanna per rapina. 

Lavorare in carcere Quando la pena fa bene al detenuto

La Stampa

michele brambilla

A Padova la Cooperativa Giotto dà un impiego in cella a 120 persone. In tutta Italia sono 800: “Cambiare si può”

INVIATO A PADOVA


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All’ingresso del corridoio che porta ai laboratori è scritto «Fatti non foste a viver come bruti». «Nessun uomo è fatto per perdersi», mi dice il signore che mi accompagna in questa parte del «Due Palazzi», carcere di massima sicurezza di Padova. Si chiama Nicola Boscoletto e con la sua Cooperativa Giotto fa lavorare, qui dentro, centoventi detenuti. Viver come bruti non è solo il rubare, l’uccidere, il fare tutto quello che porta in galera; è anche stare a marcire in cella tutto il giorno senza uno scopo, una speranza.

Ci sono, sul muro, riproduzioni di dipinti celebri e alcune frasi di sant’Agostino. Una fa capire da quanto lontano arrivino i principi, purtroppo disattesi, che hanno ispirato i nostri padri costituenti: «La condanna deve estirpare il peccato e non annientare il peccatore»; un’altra sembra rivolta a placare certi istinti di oggi e, forse, di sempre: «La pena non deve avere il carattere di una vendetta, né di una incontrollata ed esorbitante scarica emotiva». Ci sono anche foto delle reliquie di sant’Antonio che un paio di anni fa vennero portate qui dentro, e forse tanta roba cristiana in un posto del genere - pieno di assassini mafiosi rapinatori e spacciatori - potrà scandalizzare qualcuno. Ma la prima Chiesa, probabilmente la migliore, non era un club per gente perbene.

Quel che stiamo andando a visitare è lontano anni luce dal buonismo: chi sbaglia deve andare in carcere e le pene vanno scontate tutte. Ma c’è un punto fermo, l’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Mi dice Boscoletto: «Vede quella grande fotografia appesa al muro? È stata scattata nel 1951 nel carcere di Noto». Sono ritratti alcuni agenti di custodia sotto la scritta «Vigilando redimere», e in mezzo a queste due parole è disegnata una bilancia della giustizia in pareggio. «Solo se oltre a vigilare si lavora per redimere i conti tornano», dice Boscoletto.

Siamo lontani anni luce anche dall’idea dell’assistenzialismo, o di un vecchio concetto di carità. Quello che si fa qua dentro è lavoro vero. Si producono cose che vanno sul mercato e che quindi devono essere fatte bene per essere vendute. I detenuti sono assunti in regola e prendono uno stipendio di 900-950 euro al mese. Vanno però detratte naturalmente le tasse; poi un quinto per spese processuali ed eventuali sanzioni; quindi una quota per il vitto e l’alloggio in carcere perché non è giusto che chi ha sbagliato debba essere a carico della collettività: in Italia un carcerato che non lavora costa allo Stato circa 250 euro al giorno, 113 solo al ministero della Giustizia. E poi il detenuto deve abituarsi a essere responsabile: quando uscirà, si dovrà pagare l’affitto.

Entriamo nel call center. Qui ventotto detenuti prendono le prenotazioni per gli esami in ospedale; rispondono per conto di una società che vende energia elettrica e gas; fanno da consulenti ai cittadini che non sanno come raccapezzarsi con l’Imu. Su una parete è riprodotta la cappella degli Scrovegni «perché il bello concorre al bene». In un altro laboratorio si assemblano dalle 140 alle 200 biciclette al giorno: la sera, prima di tornare in cella, bisogna aspettare che le guardie facciano l’inventario di cacciaviti, lime, seghe, chiavi inglesi: se manca anche solo un pezzo, si sta tutti lì finché non salta fuori. «Ma non è mai successo niente», mi dicono. Ecco il laboratorio dove si confezionano le chiavette elettroniche per la firma digitale, poi quello che serve una nota valigeria veneta. Quindi forse il più famoso: la pasticceria. I panettoni della Giotto sono apprezzati in tutto il mondo, e da tre anni il Papa li compra per fare i regali di Natale.

Andiamo a pranzo. In carcere i detenuti devono mangiare ciascuno nella propria cella, ma quelli che lavorano possono stare insieme in una piccola mensa. Ho di fianco Armand Merkohasa, albanese. Deve scontare ventitré anni, è dentro da sette. Si è appena fatto battezzare e ha preso il nome cristiano di Davide. Tira fuori una lettera che ha scritto e la legge: è un ringraziamento per Boscoletto. «Mi ha cambiato la vita», dice. Di fronte ho un siciliano che ha l’ergastolo ostativo, il più duro. Chiede come possa, uno come lui, avere una speranza. Boscoletto lo invita a vivere il meglio possibile il presente, poi disegna sulla tovaglia di carta un puntino in un piccolo cerchio: «Questo sei tu dentro il carcere». Poi disegna un cerchio molto più grande, che occupa tutta la tovaglietta: «E questo è il mondo fuori. Anche quello è limitato, anche quello ha dei confini. Solo che tu non li vedi. Tutti siamo chiusi in un limite, per il solo fatto di essere uomini. Tutti siamo alla ricerca di un senso».

Come è possibile che queste persone, queste facce che mi sorridono, scherzano, parlano di figli e di genitori, com’è possibile che abbiano ucciso stuprato sequestrato rapinato spacciato? Perché guardandoli cade l’illusione che avevamo, che non fossero uomini come noi? «Non c’è una tendenza inestirpabile a delinquere. Quando dai loro una possibilità, nove volte su dieci prendono la strada giusta», mi dice Boscoletto. «Il detenuto che fa un lavoro vero, e non una semplice occupazione di tempo, riacquista una sua dignità, si sente utile. Anche lo stipendio è importante. Prima chiedeva i soldi a casa, adesso è lui che li manda, e così si risente figlio, padre, marito».

Ci sono dati che fanno capire perché la vera soluzione all’emergenza denunciata da Napolitano sarebbe il lavoro. In Italia la recidiva è, ufficialmente, del 68 per cento: ma è una percentuale calcolata solo sui reati dei quali viene scoperto il colpevole, che sono solo il 21 per cento. Quindi, in realtà, la recidiva per chi esce di galera è attorno al novanta per cento. Per quelli che in carcere hanno avuto un lavoro vero, è invece attorno all’1-2 per cento.

Eppure, su 66 mila detenuti, la stragrande maggioranza sta in cella tutto il giorno a morire lentamente. Ci sono i cosiddetti «lavori domestici» (pulizie e piccole manutenzioni in carcere) che occupano, ma molto saltuariamente, 11.700 persone: per loro, la recidiva è la stessa di chi non fa nulla. Solo ottocento hanno un vero lavoro in carcere. Altri sette-ottocento hanno il permesso di lavoro all’esterno. Perché così pochi? Il lavoro esterno ha oggettivi problemi di vigilanza: ma quello all’interno del carcere? Perché solo ottocento su 66 mila? Il dubbio è che certe opere virtuose siano come una piastrella bianca su un muro grigio, e quindi danno fastidio, perché la loro pulizia fa risaltare la sporcizia che c’è.

Il thriller che sconvolge l’Inghilterra Figlio ucciso e tenuto in casa per 2 anni

La Stampa

claudio gallo

Condannata Amanda Hutton, alcolista e seguita dai servizi sociali, che lasciò il corpo mummificato del piccolo nella sua casa “discarica”

corrispondente da londra


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E’ stata condannata a 15 anni Amanda Hutton, 43 anni, la madre alcolista di Bradford, in Inghilterra, che nel 2009, poco prima di Natale, lasciò morire di fame il figlioletto Hamzah, di 8 anni. In un’epoca in cui siamo abituati a goderci i massacri più efferati mentre mangiamo la pastasciutta davanti al televisore, quella di Bradford resta una vicenda per stomaci forti, capace di perforare con la sua disperata domanda di pietà granitiche barriere di cinismo. È la storia di un fallimento individuale, quello della madre trasformata dall’alcol in una macchina biologica senza più tracce di umanità e quello della società, che non è stata in grado di intervenire, nonostante fossero suonati innumerevoli campanelli di allarme.

Il piccolo Hamzah fu trovato mummificato nel 2011, due anni dopo la morte, tra la puzza oscena di una casa che era diventata una discarica d’immondizia. Si camminava tra strati di rifiuti fino al ginocchio, feci di gatto nel bagno, vomito rinsecchito. È stata un’agente di polizia al suo secondo giorno di lavoro a scoprire il corpicino quasi per caso. «L’odore era nauseabondo, c’erano sciami di mosche. Qualcosa non mi tornava in quell’orribile confusione - racconta Jodie Dunsmore - Quella donna sembrava nascondere qualcosa. Così abbiamo aperto uno spaventoso vaso di Pandora». Come è possibile nell’Inghilterra del XXI secolo che un piccolo possa morire di fame e che il suo cadavere resti per due anni in casa, mentre la madre è continuamente in contatto con poliziotti, medici e assistenti sociali? Al processo la domanda non ha avuto risposte.

Figlia di una infermiera, buoni studi, Amanda lavorava come assistente per gli anziani quando sposò Aftab Khan, tassista e meccanico. Aveva solo 18 anni quando ebbe il primo di sette figli. L’ultimo è stato Hamzah, nato il 17 giugno 2005. Le cose cominciarono a deteriorarsi in fretta: tra il 2004 e il 2008, il numero delle emergenze ricevette otto chiamate da casa Khan. Amanda chiamava la polizia perché il marito la picchiava. Dopo la morte della madre, con Hamzah di pochi mesi, la donna cominciò a bere smodatamente, specialmente vodka e sidro, sprofondando ancora di più nella depressione.

Più volte cercò l’aiuto della polizia, del medico e dei servizi sociali. Chiedeva agli agenti l’allontanamento del marito violento, una cura per la depressone e consigli per crescere il piccolo. Hamzah fu registrato nel servizio sanitario nazionale solo a quindici mesi e non fu mai visitato dal medico di famiglia. Il dottore invece di cercare di capire che cosa stesse succedendo, si limitò a depennare il piccolo paziente. Nessun sanitario vide il bambino, se non un infermiera una volta a una settimana dalla nascita. Per sei volte la madre sbattè la porta in faccia a un team sanitario venuto per le vaccinazioni.

Hamzah cresceva denutrito e Amanda affondava nel suo crudele delirio alcolico che a quel punto era ormai una malattia mentale, più che umana cattiveria. Nel 2009 Amanda, completamente fuori di sé, una volta non andò a prendere i figli a scuola. La polizia venne a casa ma non vide niente di strano. Altri professionisti dell’assistenza sociale visitarono la casa, ma non lanciarono alcun allarme, nonostante i bambini avessero i pidocchi, infezioni micotiche e segni di congelamento alle dita. In tutto il giorno Hamza mangiava soltanto mezza banana e beveva mezzo bicchiere di latte. 

Nel 2008 un giudice aveva ingiunto al marito violento di lasciare la casa. In quell’occasione Khan disse ai giudici che il piccolo era malnutrito, che la moglie non lo lavava e non lo cambiava. Ma non successe nulla. Il 15 dicembre 2009 il bambino morì mentre la mamma era al supermercato. Quella notte Amanda fece varie ordinazioni a Pizza Hut e a un Take Away indiano. Disse agli altri figli di dire, nel caso qualcuno avesse fatto domande, che il fratellino era andato a vivere da uno zio a Potsmouth. Hamzah fu trovato due anni dopo, mummificato in un lettino portatile con indosso un vestitino da neonato troppo piccolo per lui. Indifferente e distaccata, Amanda ha ammesso tutte le colpe, come se anche lei fosse già morta e non restasse che il suo corpo mummificato.

Ha detto Shaun Kelly di “Action for Childre”: «Quella di Hamzah è soltanto un’altra tragica storia di un bambino diventato invisibile alla società. Sembra che la gente sia così terrorizzata di fare qualcosa di sbagliato che non fa nulla». Sulle carenze dell’intervento pubblico è in corso un inchiesta che non arriverà alle conclusioni prima del prossimo anno.

Priebke parla delle fosse Ardeatine: "Dopo due colpi mi sentì sollevato"

Libero

L'ex ufficiale nazista racconta l'eccidio: "Eseguivo gli ordini. Dio mi perdonerà"


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"Per noi fu terribile, fui sollevato dopo aver sparato i due colpi, come la gran parte di noi. Non eravamo affatto dei macellai". Erich Priebke torna a parlare. In un'intervista alla Sueddeutsche Zeitung l'ex ufficiale nazista, racconta la sua partecipazione all'eccidio della Forse Ardeatine, quel 24 marzo del 1944,  che costò la vita a 335 italiani. Priebke che ha da poco compiuto 100 anni e vive alle porte di Roma, racconta:"Kappler disse che gli ufficiali dovevano sparare per primi, ma uno non voleva sparare", ha spiegato, "allora Kappler gli disse: ascolta bene, se tu non spari, dobbiamo fucilarti, chiaro? Allora a malincuore anche quello sparò e Kappler osservò che era stata ristabilita la disciplina".
"Non ho pensato a nulla" -  "A quel punto abbiamo dovuto sparare di nuovo tutti", ha rievocato. Lui non si sente più un nazista: "Una volta finita, è finita, sono del tutto libero da convinzioni politiche" ma contrario a qualsiasi forma di dittatura "di destra o di sinistra, poichè c'è sempre qualcuno a soffrirne". L'ex ufficiale nazista non ha rimpianti: "Mah, non avevo scelta. La mia vita è andata così. Sono convinto che il Signore, se c'è, guida ogni persona così come vive. Nessuno è mai tornato dall'aldilà e ce lo ha raccontato. Non sappiamo se Dio esiste, non sappiamo se esistono il Cielo e l'inferno".



Mughini: rispediamo Priebke in Germania, conviene a tutti

Libero

Il criminale nazista compie cento anni, mentre i “buoni” muoiono presto. Ma ci costa un milione l'anno e dà fastidio a troppi


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È un’immagine apparentemente qualsiasi e che invece ci racconta tutto il grottesco e l’insensatezza della vita, ma anche della giustizia umana quando cerca di quantificare delle pene per crimini che sono oltre ogni possibile conteggio. È la foto di un uomo segnato dagli anni e tuttavia dal portamento eretto che passeggia per una via di Roma appoggiato al braccio di una badante. Abbigliato sportivamente di una polo blu e di un berretto da baseball, quell’uomo sta per compiere cento anni e ha l’aria di portarli bene. Il suo nome è Erich Priebke. Il pomeriggio del 24 marzo 1944 da capitano delle SS di stanza a Roma fece parte del plotone tedesco che alle Fosse Ardeatine maciullò 335 italiani colpevoli di nulla e che i nazi avevano raccattato in tutta furia nelle varie carceri romane, fra i quali oltre 70 ebrei. Li uccisero cinque alle volta, sparando loro un colpo alla nuca. Cominciarono attorno alle 16 e finirono alle prime luci del crepuscolo. Infine i nazi misero la dinamite in quelle che erano originariamente delle cave, nella speranza di occultare un massacro di cui forse si vergognavano.

La cattura
Catturato in Argentina nel 1994, Priebke venne estradato in Italia nel 1995. Dopo un tortuosissimo iter giudiziario (cominciato con un’assoluzione perché il reato era andato prescritto), un tribunale italiano lo ha condannato all’ergastolo, pena poi commutata in arresti domiciliari in ragione della sua età. Nei vari processi lui s’era difeso dicendo che alle Ardeatine non era altro se non un ufficiale che eseguiva ordini, e l’ordine della «rappresaglia» romana era venuto direttamente da Hitler.

La passeggiata di cui alla foto fa parte dei suoi diritti, uscire per andare in farmacia, per fare la spesa, per una passeggiata quotidiana, per andare a messa. Per un tempo Priebke aveva avuto il permesso di andare a sbrigare delle faccende in casa di un avvocato romano suo amico, ma le proteste della Comunità ebraica romana fecero revocare quel permesso. E siccome la sorte del vivere (quella sorte maledetta che ha ucciso di un tumore, pochi giorni fa, una bella e giovane violinista italiana di 24 anni) gli fa compiere 100 anni in discreta salute il prossimo lunedì 29 luglio, l’ex capitano delle SS accoglierà in casa alcuni amici per un brindisi.

Protezione costosa
Sia detto tra parentesi, la protezione di cui abbisogna Priebke sia quando sta in casa sia quando esce costa ai contribuenti italiani qualcosa come un milione di euro l’anno. Ne vale la pena pur di tenere ai domiciliari un colpevole-simbolo, uno che s’è reso corresponsabile di una delle centinaia e centinaia di «rappresaglie» attuate durante la Seconda guerra mondiale, talune e spaventose fatte dai soldati italiani che scorrazzavano in terra slava? Siamo o no nel regno del grottesco e dell’insensatezza, quando restano fra le sbarre non ricordo più se quattro o cinque dei milioni di uomini che hanno sparato a donne e bambini, ucciso prigionieri che si erano arresi, torturato durante quella Seconda guerra mondiale costata 50 milioni di morti?

Ciascuno di voi scelga la sua risposta. La mia è semplice. Restituire Priebke alla sua terra natale, porre un termine al grottesco della sua detenzione né carne né pesce. Perché non può non essere né carne né pesce il tenere in detenzione un uomo di cento anni. A quanti mi stanno già guardando in cagnesco, e temono che io stia bestemmiando i morti delle Ardeatine (non c’è targa romana di quei morti innanzi alle quale io ogni volta non mi fermo e leggo), voglio ricordare che il partigiano comunista italiano detto «Giacca» che guidò il massacro di partigiani liberali fra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori, a un certo punto ebbe la grazia e si godé gli ultimi anni della sua vita in Jugoslavia.

L’accanimento Credo di conoscere come pochi i fatti e i dettagli della razzìa degli ebrei romani il 16 ottobre 1943, una razzìa che si concluse con la deportazione ad Auschwitz di 1020 di loro e ne tornarono vivi 17. E con tutto questo non capisco l’accanimento della Comunità ebraica romana contro un uomo di cento anni, e come se il nazismo lo avesse inventato lui.

Coprotagonista
Alla «Judenaktion» del 16 ottobre 1943 parteciparono oltre 300 SS, alcuni militi fascisti li coadiuvarono, non un uomo politico della Repubblica di Salò alzò la voce contro quel crimine, in molti aiutarono gli ebrei a fuggire ma qualcuno li denunciò. Vi ricordate di qualcuno di loro che abbia pagato quel crimine? Stenterete a trovare un paio di nomi. È la tragedia della guerra, sono gli orrori specifici alla Seconda guerra mondiale. Priebke è un coprotagonista troppo piccolo e troppo vecchio per portare sulle spalle il peso simbolico di un tempo tra i più orridi del Novecento. Davvero troppo piccolo e troppo vecchio. A insistere così tanto nel fargli scontare la pena per fatti di 70 e passa anni fa, siamo nel regno del grottesco e non in quello della giustizia umana.

di Giampiero Mughini

San Francesco non applaude Scalfari e compagni

Libero

Nelle lettere a potenti e intellettuali, il 'poverello' di Assisi non fa nessuna concessione in nome del dialogo con la modernità


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La visita del Papa ad Assisi riporta agli onori della cronaca il più famoso dei santi, quello di cui Bergoglio ha preso il nome. Francesco d’Assisi però è anche il più incompreso dei santi, perché fu l’opposto esatto del santino che ne fanno oggi i media, rappresentandolo come uno svagato ecologista, ecumenista e buonista umanitario.

Il cardinal Biffi, celebrandone la festa ad Assisi nel 2004, disse che vedeva in giro «un francescanesimo di maniera, svigorito in un estetismo senza convinzioni esistenziali», un brodino tale «che tutti lo possano assumere senza ripulse e drammi interiori, stemperato in una religiosità indistinta che non inquieti nessuno».

Invitava dunque a conoscere l’opera e la figura di Francesco «nella loro verità». La verità di questo santo è l’adesione totale e assoluta al Vangelo, letteralmente. Sine glossa. Senza accomodamenti con la mentalità dominante. Senza quelle concessioni allo spirito dei tempi che qualche cattolico oggi fa in nome del «dialogo col mondo» e della cosiddetta «apertura alla modernità».

Per capire cosa significa ai giorni nostri – come suggeriva Biffi - bisogna rileggere le sue (quasi sconosciute) lettere considerandole scritte per i tempi odierni. Scopriremo che oggi Francesco verrebbe sicuramente liquidato dai media come «un fanatico», un «fondamentalista», un cattolico «integralista e reazionario».

Prendiamo la lettera che scrisse «a podestà, consoli, magistrati e reggitori dei popoli», cioè tutte le cariche pubbliche (non solo i politici). Pensate che abbia fatto loro l’elenco dei problemi sociali, parlando di disoccupazione, pace, ambiente o economia? Tutt’altro. Li esortò potentemente a professare la fede cattolica per salvare le anime loro e quelle dei loro popoli: «Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina.

Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo. Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da lui. E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte».

Proseguiva (e penso a intellettuali e giornalisti): «E quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene nell’inferno. Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria».

Continua (e faccio una dedica a tutti quei politici e governanti che oggi cancellano ogni memoria cristiana): «Siete tenuti ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che siano rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione (cf. Mt. 12,36) a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio».

San Francesco indirizzò poi un’altra lettera ai semplici fedeli laici a cui raccomandò di stringersi alla «dolcezza» e «soavità» del Signore Gesù, osservando i comandamenti e facendo penitenza.
Chi invece non segue Cristo è esortato a convertirsi e se persevera nel peccato è accoratamente ammonito dal santo di Assisi: «Costoro sono prigionieri del diavolo… essi vedono e riconoscono, sanno e fanno il male, e consapevolmente perdono la loro anima».

Perché «chiunque muore in peccato mortale… il diavolo rapisce l’anima di lui… e tutti i talenti e il potere e la scienza e la sapienza che credevano di possedere sarà loro tolta… e andranno all’inferno dove saranno tormentati eternamente». C’è poi una lettera di san Francesco ai sacerdoti. Anch’essa sorprendente, perché non esorta i sacri ministri all’azione sociale o all’attività umanitaria, ma li esorta principalmente a tributare il massimo onore «al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo».

Il santo infatti è addolorato perché da molti «il corpo del Signore viene collocato e lasciato in luoghi indegni, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato senza riverenza». Sembra qui di sentir riecheggiare la preoccupazione di Benedetto XVI, il suo invito a cessare gli abusi liturgici del postconcilio, il desiderio di riportare il sacrificio eucaristico, con i più santi riti, al centro della Chiesa e l’adorazione al cuore della vita (proprio di recente alcuni figli spirituali del santo, i Francescani dell’Immacolata, hanno fatto parlare di sé per l’amore alla sacra liturgia).

Eguale sottolineatura san Francesco fa per le preziose parole del Signore, ossia il Vangelo, alla cui difesa (dagli attacchi ideologici) papa Benedetto ha dedicato tre poderosi libri. Dice san Francesco: «Anche i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono calpestate, perché “l’uomo carnale non comprende le cose di Dio” (1Cor 2,14). Non dovremmo sentirci mossi a pietà per tutto questo, dal momento che lo stesso pio Signore si consegna nelle nostre mani e noi l’abbiamo a nostra disposizione e ce ne comunichiamo ogni giorno?».

Ecco perché san Francesco ha un particolare atteggiamento di venerazione per la santa Chiesa. Da quando riceve dal crocifisso di San Damiano il mandato «Ripara la mia Chiesa» egli avrà per la Sposa di Cristo solo parole di amore. E quando va a sottoporsi al giudizio della Santa Sede dice con tenerezza: «Andiamo dalla madre nostra». E quando sa di ecclesiastici indegni o corrotti (e ce n’erano!) lui va a baciare le loro mani perché sono quelle mani che consacrano il corpo del Signore.

E di fronte alla corte pontificia non lancia strali e anatemi sui lussi e le vanità ecclesiastiche, ma, povero e umile, promette l’obbedienza sua e quella dei suoi frati ai pastori stabiliti da Cristo.
Infine nella sua «Regola non bullata» invita i suoi frati a dare testimonianza a Cristo (fino al martirio) anche «tra i saraceni e gli altri infedeli» (del resto lui stesso andò ad annunciare Cristo al Sultano e molto presto i suoi frati ricevettero il martirio). Non ritenne la testimonianza un deteriore «proselitismo». Infatti per lui la conversione era la via della salvezza.

Anche il tema della «povertà», centrale nell’esperienza francescana, è stato totalmente frainteso. Per il santo la povertà non era una condizione sociale da sradicare, ma anzi un modo di vita da abbracciare con amore. Non considerava infatti la «povertà» una categoria economica, ma teologica. La riferiva al Figlio di Dio che «spogliò se stesso assumendo al condizione di servo», Colui che «da ricco che era», cioè Dio, si fece uomo di carne mortale, che annientò se stesso per la salvezza degli uomini. La povertà di Francesco era memoria dell’incarnazione.

Questo è il santo di cui papa Bergoglio ha preso il nome e che oggi va ad omaggiare ad Assisi. Lui che è il primo papa gesuita sa che storicamente un certo filone del gesuitismo si è duramente scontrato con la radicalità evangelica di san Francesco. C’è infatti una parte del movimento gesuitico che – invece di innalzare gli uomini al Vangelo (come san Francesco) – ha pensato di abbassare il Vangelo ai costumi delle genti e alle culture delle corti principesche.

È la polemica contro i gesuiti del Pascal delle «Lettere provinciali» che li accusò di lassismo. Anche il dotto gesuita Matteo Ricci in Cina ritenne di poter accettare riti pagani e culture ritenute invece inaccettabili dai francescani (la Santa Sede dette ragione a questi ultimi e i gesuiti si giocarono il favore della corte cinese). Del resto fu un papa francescano, Clemente XIV a sopprimere nel 1773 i gesuiti. Dunque anche oggi c’è un bivio, bisogna scegliere fra la radicalità di san Francesco e – per fare un esempio attuale – lo «spirito dialogante» col mondo del gesuita cardinal Martini.

di Antonio Socci

Apple, a due anni dalla morte di Steve Jobs si cerca l'erede

Il Mattino


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Il garage dove nacque la Apple potrebbe diventare un sito storico. Il mouse che venne usato trent'anni fa per la presentazione di Lisa, uno dei computer che hanno fatto la storia dell'informatica, ritrovato da poco. Sono passati due anni dalla morte di Steve Jobs, avvenuta il 5 ottobre 2011, ma non si spegne il mito di questo carismatico protagonista dei nostri tempi, definito il Leonardo da Vinci del Ventunesimo secolo per la sua inventiva e la sua capacità visionaria.

E nessun vero erede si vede all'orizzonte sia dentro che fuori la Apple, che sembra continuare a vivere di rendita delle sue creazioni. I dispositivi dell'azienda continuano a tenere il mercato - le vendite dei nuovi iPhone hanno raggiunto i 9 milioni nel primo fine settimana, superando le attese - ma non passa lo scetticismo degli analisti che hanno accolto con poco entusiasmo soprattutto il modello low-cost, per altro osteggiato da Steve Jobs.

Così come era mal visto dal co-fondatore di Cupertino l'iPad mini, che invece il successore Tim Cook ha lanciato dopo la sua morte. La sensazione, tra esperti e fan del marchio della Mela morsicata, è che con la morte del suo carismatico fondatore l'azienda abbia un pò smesso di innovare.

E torna alla mente quello che scrisse il Times pochi giorni dopo la scomparsa di Jobs: il visionario pioniere della Silicon Valley aveva lasciato in eredità alla Apple un tesoretto di prodotti già pronti per i quattro anni a venire. Ne sono passati già due e ancora non si è visto nulla di veramente nuovo. Chissà se nei prossimi due anni il colosso di Cupertino ci stupirà con la Apple tv (progetto a cui Jobs teneva molto) ma anche con la tecnologia indossabile.

Da tempo i blog e i siti specializzati si esercitano su dispositivi come l'iWatch, in scia dello smartwatch di Samsung, e come gli occhiali a realtà aumentata in stile Google Glass. E per trovare un suo erede c'è chi guarda fuori dalla Apple. Si punta ad Oriente su Lei Jun, molto abile commercialmente, fondatore e Ceo di Xiaomi, il marchio di cellulari più venduto in Cina. E chi indica come suo successore, Elon Musk, personaggio emergente della scena tech americana, molto eccentrico.

Ha co-fondato PayPal e Tesla, e a lui si è ispirato il regista di Iron Man per creare il personaggio di Tony Starck. Oltre allo spirito visionario e alle innovazioni tecnologiche, all'erede di Steve Jobs servono due caratteristiche precise, non facilmente riproducibili. Il suo carisma sfoderato anche nei momenti difficili - nel 1985 Apple lo estromise e lui fondò Next e Pixar - e le sue frasi memorabili. Una per tutte, «siate affamati, siate folli», pronunciata nel 2005 alla Stanford University, uno dei video tutt'ora più cliccati su YouTube e più condivisi sui social network, considerato un pò il suo testamento.

 
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venerdì 4 ottobre 2013 - 16:15   Ultimo aggiornamento: 16:26

Nunziatella, Maria Falcone all'inaugurazione dell'anno scolastico

Il Mattino


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NAPOLI - Si è aperto con un minuto di silenzio in memoria degli immigrati tragicamente deceduti ieri a Lampedusa, l'inaugurazione dell'anno scolastico 2013/2014 della scuola militare Nunziatella di Napoli, giunta al suo 226esimo corso.
Nell'introduzione, il comandante Napolitano ha voluto mettere in evidenza i dati sulle attività svolte negli ultimi tre anni caratterizzate da un trend positivo di adesioni e di collaborazioni con altri istituti di prestigio sia nazionali che campani, come quella con l'istituto comprensivo tre del Parco Verde di Caivano (Napoli) del preside Bartolomeo Perna.

«Quello che sta per prendere il via oggi - ha detto il 77esimo comandante della Nunziatella, colonnello Maurizio Napoletano - è un anno scolastico molto impegnativo: abbiamo deciso di migliorare di più l'offerta formativa con una maggiore attenzione verso le università, come la Federico II, con la quale, quest'anno, abbiamo avviato delle collaborazioni, e sarà ancora di più implementata l'attività sportiva.

In sostanza si tratterà di un prodotto di più alto livello rispetto agli anni passati». Prima del suo intervento, la professoressa Maria Falcone, sorella del giudice ucciso dalla mafia a Capaci insieme alla compagna Francesca Morvillo, ha voluto mostrare agli allievi un toccante video, dedicato al fratello, che ne ha ripercorso la vita, il lavoro e la morte. «Mi auguro che dietro la morte di mio fratello e di Paolo Borsellino non ci sia nient'altro che la mafia» ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso dalla mafia a Capaci. «Ci sono tanti lati oscuri dietro la loro uccisione: le indagini vanno avanti», ha concluso Maria Falcone.

«Sono qui per da voi oggi per trasmettervi una frase pronunciata da Giovanni che rappresenta il suo testamento - ha detto Maria Falcone - "gli uomini passano, ma le idee restano": sono parole che mio fratello rivolse a Tommaso Buscetta quando gli annunciò che il conto aperto che aveva con la mafia si sarebbe potuto chiudere solo con la sua morte». La sorella del magistrato ucciso ha esortato gli allievi ad essere protagonisti del cambiamento diventando veri servitori dello Stato, così come lo fu il fratello, anche se, ha voluto sottolineare Maria Falcone, «la criminalità organizzata non si sconfigge solo con la repressione» ma anche e soprattutto «attraverso l'azione della società civile» che «deve, innanzitutto, combattere l'indifferenza, terreno su cui la mafia è cresciuta». Dopo la consegna dei premi agli allievi e gli ex allievi particolarmente meritevoli il primo rintocco della «campana del dovere», realizzata nel 2012 dalla fonderia Martinelli, ha dato ufficialmente il via all'anno scolastico 2013/2014.

 
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venerdì 4 ottobre 2013 - 16:32   Ultimo aggiornamento: 16:36

Il cane mangia 5 banconote da 100 dollari I padroni le recuperano (e ottengono il rimborso)

Corriere della sera

Usa: il golden retriever di casa divora i risparmi di una famiglia. Che non si perde d’animo e recupera il denaro. Dalle feci

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L’avventura di Sundance, un golden retriever di 10 anni appartenente a una famiglia del Montana, ha un bel finale da raccontare: il vecchietto di casa Klinkel, nelle vacanze di Natale aveva mangiucchiato 5 preziosissime banconote da 100 dollari l’una. Ma i suoi padroni, con un po’ di buona volontà e selezionando le feci del loro animale, sono riusciti a ricomporre parte del denaro e chiedere il rimborso al Tesoro statale. Che qualche giorno fa ha spedito loro un assegno.

UN CANE GHIOTTO - La storia a lieto fine inizia lo scorso Natale. È sera e Wayne Klinkel e la moglie sono in viaggio in auto, per spostarsi dal Montana al Colorado e fare visita alla figlia per le festività. Si fermano a cena lungo la via e lasciano, per il tempo del pasto, il loro cane Sundance nell’abitacolo. Il golden retriever, nel corso dell’assenza, trova 5 banconote da 100 dollari e una da 1 dollaro che la coppia aveva riposto in una nicchia dell’auto e, come fa da quando è stato trovato cucciolo in un canile del Wyoming e raccolto dalla famiglia Kinkel, inizia a smangiucchiare i fogli della Zecca americana. Al ritorno dei suoi padroni in macchina non ne è rimasto molto: è intonsa la banconota da un dollaro, mentre di quelle da 100 compaiono giusto pochi brandelli. Il resto, è finito nello stomaco di Sundance, cibo indigesto per la sua cena oltretutto.

OPERAZIONI DI RECUPERO – Dopo la disperazione iniziale e raccolti i pezzettini avanzati, la coppia inizia la sua personale caccia alle banconote. Marito e moglie, muniti di guanti e pinzette, per giorni e giorni selezionano le feci di Sundance, seguendolo ovunque vada a fare i suoi bisogni. Riuscendo a ritrovare diversi pezzi del denaro rosicchiato, che lo stomaco del cane non aveva assimilato e trasformato. Non abbastanza, però, per arrivare al fatidico 51 per cento del corpo di ogni banconota, la dimensione minima per poter fare richiesta di sostituzione del denaro rovinato negli Stati Uniti. Fino all’arrivo, alcuni mesi dopo, della figlia a casa dei genitori: quest’ultima aveva ritrovato in giardino ulteriori frammenti del denaro perduto e con questi Waine inizia la sua operazione di assemblaggio dei resti. Lava le banconote, le incolla e mette sotto plastica, le spedisce poi agli uffici del locale ministero del Tesoro.

UNA BUSTA FORTUNATA - Nonostante i messaggi scoraggianti nel corso delle telefonate con il personale ministeriale – il denaro verrà restituito dopo molto tempo e solo in parte, annunciano ai Klinkel – a inizio settimana ecco la bella sorpresa nella cassetta delle lettere: una busta dagli uffici pubblici al cui interno è stato messo un assegno da 500 dollari. Senza nemmeno una riga di accompagnamento. Il denaro, già depositato in banca, è servito a coprire i costi di un’operazione per Sundance, che ora purtroppo ha perso la vista da un occhio. Ma che - assicurano i padroni alla stampa locale – è sempre allegro e vitale e continua a mangiucchiare tutta la carta e i materiali non commestibili che trova davanti a sé.

04 ottobre 2013

Lombardia: le microcentrali idroelettriche invadono la pianura

Corriere della sera

La nuova vita dei vecchi mulini, si moltiplicano le richieste di autorizzazione

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MANTOVA -Erano le fabbriche del pane, presto produrranno energia elettrica. Il nuovo che avanza ha più fame di kilowatt che di farina e così ogni minuscolo salto d’acqua, ogni cascatella diventa buono per ricavarci elettricità. L’invasione delle microcentrali idroelettriche aveva negli anni scorsi contagiato tutta la fascia montana lombarda, al punto che in alcuni territori, ad esempio la provincia di Sondrio, era stato necessario dichiarare una moratoria; ora quegli impianti stanno proliferando dove meno te l’aspetti, vale a dire nella pianura che più piatta non si può.

A NUOVA VITA - A Lodi, Cremona ma soprattutto a Mantova si stanno moltiplicando le richieste di autorizzazione per mini turbine lungo i canali di irrigazione, le chiuse e anche i vecchi mulini abbandonati. Goito, Marmirolo, Ostiglia, Canneto sull’Oglio sono alcuni dei Comuni che diventeranno la patria del mini idroelettrico. Società specializzate, a volte semplici srl, sono nate proprio intuendo il business dell’energia verde, spinto in alto da abbondanti incentivi statali: basti pensare che ogni kilowatt prodotto viene pagato dalla rete elettrica nazionale tra i 20 e i 26 centesimi di euro, quando il prezzo di mercato sarebbe di appena 6 centesimi. E in più la durata di questa cuccagna, che prima era di quindici anni, ora è stata estesa a venti. Gli esperti calcolano che un investimento di 100 mila euro si ripaga in meno di 10 anni.

VANTAGGI - I vantaggi del trasformare ogni roggia in una fonte energetica sono tali che persino un ente pubblico, il piccolo Comune di Canneto sull’Oglio, ha deciso di diventare produttore di energia in proprio, installando due centrali in altrettanti mulini abbandonati. «È un’opportunità che non volevano lasciarci sfuggire», racconta il sindaco Pierino Cervi , «perché con un investimento del genere recuperiamo antiche strutture, rimaniamo in armonia con la natura e in più portiamo a casa qualche soldo». I numeri non sono da macro economia, ma proprio questo fa capire quanto questi interventi siano divenuti convenienti. «Le due piccole centrali di Canneto», spiega Paolo Magri, ingegnere e consulente che sta collaborando al progetto, «svilupperanno 40 e 70 kilowatt; tenendo conto che la potenza installata in un’abitazione media è di 3, ogni centralina soddisferà il fabbisogno elettrico di una ventina di famiglie. Il ritorno economico? L’utile è assicurato, ma sarà nell’ordine di 30-50 mila euro all’anno».

IMPATTO AMBIENTALE - Resta da analizzare se un boom di questo genere non abbia controindicazioni sull’economia, sul paesaggio, sull’ecosistema. Quesito girato a Ermes Sagula, esperto che si occupa di green economy all’interno di Coldiretti Lombardia: «In linea di massima, l’espandersi del mini idroelettrico non ha controindicazioni; si tratta in fondo di usare in maniera nuova una rete e un bene che già esistono. I problemi potrebbero sorgere in caso di siccità; a quel punto, a nostro avviso deve essere chiaro che le necessità dell’agricoltura e della produzione di cibo devono essere privilegiate rispetto a quelle della produzione energetica. Non vorremmo si ripetesse quanto accaduto qualche anno fa quando le aziende agricole si scontrarono con il settore turistico che reclamava più acqua per le sue esigenze».

04 ottobre 2013