giovedì 3 ottobre 2013

I Verdi denunciano: alcuni rom hanno tentato di rapire bimbo a Ponticelli

Corriere del Mezzogiorno

Sarebbero stati fermati e malmenati dai residenti


NAPOLI - Una denuncia e una storia che dovrà essere ancora approfondita nei suoi particolari più scottanti. Al momento ci sono le dichiarazioni di due dirigenti dei Verdi ecologisti che riportano il racconto di alcuni abitanti del quartiere di Ponticelli. «Mercoledì intorno alle 12 c 'è stato un tentativo di rapimento di un bambino a Ponticelli nel lotto zero presso la scuola materna, elementare e media Marino - raccontano il leader degli ecorottamatori Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli e Giuseppe De Vincenzo dell' associazione territoriale Crescere Insieme che hanno assistito all episodio - da parte di alcuni rom che giravano con un furgone bianco».

L' episodio, aggiungono i due dirigenti ecologisti, non è passato inosservato agli abitanti del quartiere che sono subito intervenuti impedendo fisicamente il rapimento. «I rom sono stati fermati e anche malmenati. Il mezzo con il quale si muovevano questi rom era sprovvisto tra l' altro di assicurazione». «Perché i vigili, la polizia ed i carabinieri - denuncia Antonio Navas del quartiere - non vanno nei campi rom a controllare i se loro mezzi sono provvisti di assicurazione? Probabilmente scoprirebbero che sono tutti sprovvisti di tagliando o addirittura rubati».

Redazione online03 ottobre 2013






I rom rapiscono una bimba» Ma è un falso allarme

Corriere del Mezzogiorno


Ponticelli, l'equivoco chiarito dai carabinieri


NAPOLI - Da un equivoco nasce l'ennesimo spunto per tacciare i rom di rapimento dei bambini. Protagonista della vicenda - avvenuta ieri, mercoledì, nel quartiere Ponticelli di Napoli - sono un giovane di 22 anni e un ragazzino della zona con in braccio la nipotina di due anni. Il 22enne rom e il fratellino stavano raccogliendo rifiuti nei pressi di via dei Bronzi di Riace, nel lotto zero del quartiere, quando qualcuno ha lanciato una pietra sul furgone a bordo del quale i due si erano recati sul posto.

Indispettito dal gesto, il giovane rom ha pensato che a lanciare la pietra fosse stato il bambino con la bimba in braccio e gli si è avvicinato con passo spedito. Il bambino, incolpevole, ha invece pensato che il giovane volesse rapire la nipotina e ha iniziato ad urlare attirando sul posto un gruppo di residenti. Qualcuno riferisce che sono volati schiaffi e calci: il giovane rom, spaventato dalla violenta reazione, si è infilato repentinamente nel furgone insieme al fratello ed è fuggito. La vicenda è stata poi raccontata dalle persone coinvolte nella vicenda ai carabinieri della locale caserma, in transito nella zona.

I militari hanno iniziato a indagare malgrado non fosse stata formalizzata nessuna denuncia. Nel corso della perlustrazione i carabinieri hanno individuato in via Argine, zona non molto lontana da via Bronzi di Riace, un furgone che corrispondeva alla descrizione. Il giovane 22enne e il fratellino erano intenti a raccogliere rifiuti. I militari li hanno fermati e chiesto se, poco prima, fossero stati nel lotto Zero di Ponticelli. Il giovane ha confermato di esserci andato e poi ha riferito di essere stato vittima del lancio di alcune pietre e che alcune persone avevano poi tentato di aggredirlo. L'episodio era stato rilanciato con un comunicato dell'ex assessore provinciale Borrelli.

Redazione online03 ottobre 2013

La vedova di Lucio Battisti:«Abbattete la tomba (vuota ) di mio marito»

Corriere della sera

Grazia Veronese chiede che venga demolita la cappella dove la salma del marito già non riposa, trasferita a Rimini due settimane fa


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Due settimane fa l’aveva fatto portar via dal cimitero di quella cittadina brianzola prima adorata, poi evidentemente detestata: ora Grazia Letizia Veronese, la vedova del compianto Lucio Battisti ,vuole che la cappella che ospita la tomba (vuota) del marito venga demolita. Già le spoglie di Lucio non riposano più a Molteno, in provincia di Lecco, paese che l’ospitò durante l’esilio dalle scene pubbliche. E, dopo la scomparsa, per altri quindici anni.

PORTATE A RIMINI- Sono state portate a Rimini, non senza la contrarietà dell’amministrazione locale di Molteno e dei tanti fan che si erano abituati a recare omaggio nel piccolo cimitero. Ma alla vedova lo spostamento non basta, non vuole che «la tomba vuota diventi un sacrario», meta di pellegrinaggio anche senza la presenza fisica del cantautore. E chiede di abbatterla, per ora verbalmente , come dicono al comune del paesino, ma l’intenzione potrebbe venir presto protocollata ufficialmente. E il comune non ci sta: « La contrarietà è netta- dicono all’Anagrafe- La cappella è una concessione cimiteriale e non una proprietà: quindi, per noi, la famiglia non ne può liberamente disporre »

LA GUERRA CONTINUA - La querelle (un po’ surreale) in verità ha radici più profonde perché non è che l’ultimo capitolo di una guerra che Grazia Letizia conduce instancabile nei confronti di Molteno. E di chiunque , a suo dire, si appropri della memoria del marito senza chiederle conto. Al comune brianzolo infatti fece causa anche per il festival dedicato al cantautore, organizzato nella cittadina e da lei mai autorizzato, causa però persa in appello. Ci sono poi le azioni legali contro la Rai e contro il comune di Roma, e quant’altri, per mostre, trasmissioni, dischi celebrativi non gradite. Un (faticoso) lavoro per la vedova, mentre Lucio sembra non trovare pace.

03 ottobre 2013

Casa scontata al vendoliano: Nel '07 le requisiva ai privati

Libero

Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma, pagò 150 mq a Prati a metà prezzo. Lottava contro la speculazione


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Da agitatore di piazza prima, in lotta perenne contro gli speculatori immobiliari, e da mini-sindaco poi, il presidente del X Municipio di Roma Sandro Medici di esperienze in fatto di case ne ha a sufficienza. Ed evidentemente il politico di Sel, vendoliano di ferro e storico volto della sinistra capitolina, quell'esperienza la ha messa a frutto alla perfezione, acquistando nel 2010 un signor appartamento di 150 metri quadri in piazza Cavour, nel prestigiosissimo (e carissimo) quartiere Prati, a metà del prezzo di mercato. E' Matteo Vincenzoni per Il Tempo a riportare la vicenda nei particolari, poi ripresa da Dagospia.

Proteste e notai - Medici vive in affitto dal 2005 in un bel palazzo d'epoca sopra il cinema Adriano. Zona chic, con prezzi al metro quadro che vanno da 7.000 ai 10.000 euro. Eppure nel 2010, due anni dopo la riconferma come presidente del X Municipio, l'ex direttore del quotidiano comunista il manifesto riesce a comprarla ad un prezzo ultra-scontato: 500mila euro, poco più di 3.300 euro.

Un colpo di fortuna, forse un grande successo politico per chi nel 2007 requisì, scrive Il Tempo, decine di appartamenti ai privati per evitare lo sfratto di altrettante famiglie opponendosi, testuali parole di Medici, "all'avidità degli speculatori immobiliari che con arroganza vessano fino allo stremo famiglie povere e disagiate". Al suo fianco, allora, c'era un altro nome storico del movimentismo romano, Andrea Tarzan Alzetta. Nel 2010, invece, nell'ufficio del notaio per firmare gli atti di acquisto dell'appartamento di piazza Cavour c'era la signora L. S., compagna di Medici e sua convivente.

Trasporti, De Magistris su Facebook: «In città migliora giorno dopo giorno»

Il Mattino


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NAPOLI - «500 bus disponibili a settembre, altro 50 ad ottobre e altri 50 per novembre!». Inizia così il post del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, pubblicato ieri su Facebook. «Il trasporto pubblico in città migliora giorno dopo giorno - scrive il primo cittadino su internet - Come vi avevo promesso, voglio aggiornarvi in tempo reale sulla situazione. Un anno fa circolavano in strada solo 200 mezzi tra autobus, tram e filobus e soprattutto non c'erano in deposito autobus sostitutivi in caso di guasto. Questa mattina abbiamo in strada circa 350 mezzi (310 autobus, 15 tram e 25 filobus)».

«Ne abbiamo poi altri 150 - continua De Magistris - di cui una parte sono sottoposti a collaudi tecnici o verifiche manutentive periodiche e riparazioni estemporanee e un' altra parte che viene utilizzata come sostituzione in caso di guasto di un bus in servizio;. In caso di guasto, il problema viene segnalato in tempo reale dall'autista alla centrale operativa di ANM che provvede ad inviare il bus sostitutivo. In questo modo i tempi di disservizio si riducono in modo drastico». «In totale - si legge nel post - abbiamo circa 500 mezzi disponibili (in media +50 ad ottobre e + 50 a novembre). Abbiamo dunque più che raddoppiato in un anno il parco mezzi a disposizione di ANM.

Tutto ciò è stato possibile grazie ai sacrifici di questi ultimi due anni, ai tagli agli sprechi, all'adesione al decreto 174 sul predissesto ed ai fondi avuti dal governo per pagare i creditori». «Ma non siamo ancora soddisfatti. Stiamo lavorando affinché entro la fine di novembre i mezzi "circolanti" in modo costante in strada siano circa 440», conclude il sindaco di Napoli su Facebook.

 
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giovedì 3 ottobre 2013 - 12:04   Ultimo aggiornamento: 12:05






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...ci fà piacere Giggì,soprattutto in previsione della Napoli Città Metropolitana dove tu,pare sarai il primo Sindaco... comunque 80 fà 'a vocca,64 bugia/ardo,23 ò scèmo.
Commento inviato il 03-10-2013 alle 12:50 da piùborboneche...


Perchè non ci sono i mezzi?
E stato omesso un piccolo particolare,i mezzi non c'erano perchè non avevano le polizze di assicurazioni,perche molti di quelli nuovi venivano cannibalizzati,perchè mancavano i ricambi,ci sono stati giorni che sono rimasti tutti in deposito perche mancava il carburante,e poi la cosa più dolente,mancanza di controlli in linea.
Commento inviato il 03-10-2013 alle 12:49 da cararo


trasporti
scusi sindaco se quel che dice e vero come mai per prendere r 2 passano dai 15 e più minuti vedendo che allo stazionamento sostano più di 2 o 3 bus secondo me ce qualche cosa da fare e vedendo che al suddetto stazionamento riposano come minimo 7 o 8 autisti dai 20 o 25 minuti come si puo affermare che il trasporto funzioni bene grazie,
Commento inviato il 03-10-2013 alle 12:44 da poland51


GIGGINO o'FLOP

Parole,Parole,Parole,Parole, ma vuoi vedere che la hai scritta tu.......................................INCAPACE
Commento inviato il 03-10-2013 alle 12:37 da paolonefulvio



E' inutile che starnazzi
E dici fesserie. Tanto non ti votiamo piu'. Sparisci che fai piu' bella figura
Commento inviato il 03-10-2013 alle 12:16 da malcomrussel





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Lampedusa, Lega: Boldrini e Kyenge responsabili morali. Letta vede Alfano

Il Mattino


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La tragedia di migranti a Lampedusa è immane e anche la politica è costretta a fermarsi per occuparsene. Appreso del naufragio il premier Enrico Letta si è incontrato con il vicepremier e ministro dell'Interno Angelino Alfano che andrà al più presto sull'isola per verificare la situazione e in rappresentanza del governo. Intanto la Lega Nord fa polemica indicando nella presidente della Camera Laura Boldrini e nel ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge addirittura «i responsabili morali della tragedia».

La polemica della Lega. «La responsabilità morale della strage che sta avvenendo nelle acque di Lampedusa è tutta della coppia Boldrini-Kyenge. La loro scuola di pensiero ipocrita che preferisce politiche buoniste alle azioni di supporto nei paesi del terzo mondo porta a risultati drammatici come questi. Continuando a diffondere senza filtri messaggi di accoglienza si otterrà la sola conseguenza di mietere più vittime di una guerra. Tanto la Boldrini quanto la Kyenge hanno sulla coscienza tutti i clandestini morti in questi ultimi mesi». Lo dichiara Gianluca Pini, vicepresidente del Gruppo Lega Nord a Montecitorio. In Senato il leghista Johnny Crosio si è chiesto come mai «non siamo più nemmeno in grado di garantire la carità cristiana mentre l'Europa ci dà addosso accusandoci di non avere mezzi adeguati. Non possiamo essere lasciati soli...».

Boldrini: 'globalizzazione dell'indifferenza'. Siamo tutti vittime «consapevoli o no, di quella 'globalizzazione dell'indifferenza' che proprio a Lampedusa Papa Francesco ha denunciato in modo sferzante». È quanto afferma la presidente della Camera, Laura Boldrini, sottolineando la perdurante mancanza di soluzioni a questi drammi e annunciando che si recherà nell'isola. Apprese le prime notizie sulla strage di migranti, la Presidente Boldrini ha telefonato al sindaco di Lampedusa, Giusy Nicolini: «La dimensione di questa nuova tragedia è tremenda, e dalle prime ricostruzioni sembra che il numero delle vittime sia destinato ad aumentare ulteriormente. Ma i motivi che spingono queste persone a mettersi in viaggio - ha affermato la Presidente Boldrini - sono sempre gli stessi: guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani.

È questo l'aspetto più sconvolgente: il fatto che assistiamo da anni a tragedie identiche, sentendoci coinvolti, pronunciando parole di sincera commozione, ma senza trovare soluzioni. Vittime tutti noi - consapevoli o no - di quella »globalizzazione dell'indifferenza« che proprio a Lampedusa Papa Francesco ha denunciato in modo sferzante. Ho ringraziato Giusy Nicolini per il modo in cui ancora una volta si sta prodigando. C'è da essere orgogliosi del modo in qui la Sindaca sta gestendo questa ennesima tragedia, con grande umanità e nel rispetto delle leggi. Le ho preannunciato che nelle prossime ore, compatibilmente con lo svolgimento dei lavori d'aula, sarò nell'isola a portare la solidarietà e il cordoglio della Camera dei deputati».

 
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giovedì 3 ottobre 2013 - 11:36   Ultimo aggiornamento: 11:58

Facebook è da ricchi, più democratico Twitter

Corriere della sera

di Martina Pennisi


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Hai un tablet? Sei probabilmente un utente affezionato di Pinterest. Anzi, affezionata, perché l’84% dei profili statunitensi del social network di immagini appartiene a internauti di sesso femminile. I maschietti preferiscono Google+ o Linkedin, mente gli adolescenti vanno pazzi per Tumblr. Dato curioso sulla piattaforma di blog acquistata da Yahoo! lo scorso maggio è la presenza di un solo 8% di utenti con un reddito sopra i 75mila dollari, siamo sempre negli States. Non è, insomma, una piattaforma per ricchi. Se vuoi trovare persone con una disponibilità economica consistente devi fare un salto su Facebook, dove il 73% degli utenti viaggia oltre i 75mila dollari. Su Twitter, invece, sono solo il 17%.
Come Tumblr, il microblog accoglie infatti un’utenza particolarmente giovane: il 27% degli iscritti ha tra i 18 e 29 anni, rispetto al 16% dei 30-40enni. Sulla community di Mark Zuckerberg i 45-54enni si stanno facendo sentire sempre di più con una crescita del 45% da fine 2012. Instagram, come Pinterest, è dipinto di rosa: il 68% degli utenti è donna. Su Google+ la maggioranza di uomini è schiacciante: 70%. I dati sono raccolti da BI Intelligence.


Qui di seguito un’infografica di Carlo Lodolini

Cadavere mutilato ad Halloween in obitorio, condannato il Comune

Corriere della sera

Dalla salma del 47enne furono asportati i genitali tra il 30 ottobre e il 2 novembre 2006: risarcimento ai parenti


Il cadavere orrendamente mutilato, il dolore dei parenti che monta fino alla rabbia contro chi avrebbe dovuto vigilare nell’obitorio di Milano ed impedire che due fendenti di bisturi, con precisione chirurgica, asportassero dal corpo i genitali. Per lo scempio il padre e il fratello di quell’uomo soffriranno «per tutta la vita ogni volta che verrà ricordato l’episodio delittuoso o, comunque, il prossimo congiunto». Per questo il Comune di Milano è stato condannato a risarcirli con 70mila euro.
Il 30 ottobre 2006 un 47enne viene trovato morto in casa sua. Nessuna ferita, niente segni di violenza: morte dovuta a cause naturali, dicono i medici.

Il corpo viene trasportato nell’obitorio di via Ponzio 1 a Milano, dove resta in osservazione e in cella frigorifera per oltre 36 ore. La mattina del 2 novembre viene trasferito nell’istituto di medicina legale di piazzale Gorini per l’autopsia ordinata, come sempre in questi casi, dalla Procura di Milano. Quando arriva, i sanitari si rendono subito conto di quello che è successo. L’indagine della Procura della Repubblica accerta poi che le telecamere di sorveglianza interne non registravano nulla, una era anche rotta, e che la porta della sala di osservazione era sempre aperta, come quelle che danno su un cortile del seminterrato dove si trovano le celle frigorifere.

Chiunque, quindi, sarebbe potuto entrare, violare il corpo ed uscire portandosi dietro ciò che voleva, nei giorni di Halloween. La mutilazione era avvenuta di certo dopo la morte, perché le ferite profonde non avevano causato alcuna emorragia, e sicuramente nell’obitorio, ma è impossibile capire chi sia stato. «Se gli organi del morto fossero stati in quelle condizioni (...) me ne sarei accorto», dichiara uno degli infermieri del 118 che erano entrati nell’appartamento. Dopo l’archiviazione dell’inchiesta, padre e fratello del 47enne fanno causa al Comune di Milano, chiedendo un risarcimento di 500mila euro.

Il giudice monocratico della decima sezione civile Damiano Spera gli dà ragione al termine di una causa che non ha precedenti. Riconosce la «particolare intensità della sofferenza psichica subita» dai parenti, dovuta alla «carente sorveglianza» a fronte della «assoluta facilità di ingresso» nella sala di osservazione e nel locale delle celle frigorifere di via Ponzio per il personale interno o per un estraneo qualunque. Il Comune è responsabile perché aveva l’obbligo di custodire la salma con «diligenza» fino a quando sarebbe stata riconsegnata ai parenti per la sepoltura. Si è consumata una violazione dei sentimenti, di quella «pietà dei defunti» che per il giudice Spera non ha solo una proiezione religiosa, ma anche «un legittimo interesse etico-sociale diffuso, proprio di ciascun membro della collettività», «radicato nell’umanità in ogni epoca storica e culturale».

03 ottobre 2013

La Cassazione smonta “Why not” l’inchiesta che fece cadere Prodi

La Stampa

Nulla la condanna dell’ex presidente della Regione Calabria Agazio Loiero


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Si è concluso in una bolla di sapone, davanti al giudizio della Cassazione, il filone principale del processo `Why not´, istruito nel 2006 dall’allora pm Luigi De Magistris in forza alla Procura di Catanzaro. Una indagine sul malaffare nella gestione dei fondi pubblici nella Regione Calabria nella quale finirono illecitamente intercettazioni di parlamentari e che ebbe un peso determinante nel portare alla caduta il governo di Romano Prodi, dimessosi il 24 gennaio 2008. La Suprema Corte, infatti, dopo una camera di consiglio di circa cinque ore, ha smontato molte delle accuse di abuso d’ufficio contestate a funzionari e ai vertici dell’amministrazione regionale. 

Azzerata del tutto la condanna a un anno di reclusione, per abuso d’ufficio, a carico dell’ex governatore del centrosinistra Agazio Loiero - che ha accolto con soddisfazione il totale proscioglimento - e del suo braccio destro Nicola Durante, difeso quest’ultimo dal professore Franco Coppi. «Per non aver commesso il fatto»: con questa formula i supremi giudici hanno del tutto scagionato entrambe, come era già stato deciso in primo grado, prima del ribaltamento del giudizio nel verdetto di appello emesso il 27 gennaio 2012 dalla Corte di Catanzaro. Di fatto esce assolto (come accadde in primo grado) anche l’ex governatore di centrodestra Giuseppe Chiaravalloti, dichiarato prescritto in secondo grado quando l’accusa chiese per lui un anno e sei mesi. Stasera la Cassazione ha decretato che era «inammissibile» l’appello del pm contro la sua assoluzione. Assolto perché il fatto non sussiste anche Francesco Saladino.

Non ha inoltre retto, al vaglio della Sesta sezione penale del `Palazzaccio´ presieduta da Nicola Milo, il teorema dell’associazione a delinquere ipotizzata solo nei confronti dell’ex presidente della Compagnia delle Opere della Calabria, Antonio Saladino (condannato a 3 anni e dieci mesi in appello), e di Giuseppe Lillo (condannato a 2 anni), con l’apporto estemporaneo dei funzionari pubblici. Nei loro confronti, per il capo di imputazione relativo all’associazione, è stato pronunciato l’annullamento con rinvio e sono inoltre stati dichiarati estinti per prescrizione numerosi capi di imputazione. Annullata senza rinvio «per non aver commesso il fatto» anche una parte (quella relativa al capo 6) della condanna a un anno e nove mesi per Antonio

La Chinia che dovrà essere rideterminata anche il relazione ad altri capi (3, 7 e 10). Nel resto il suo ricorso è stato rigettato. Conferma della condanna a un anno di reclusione per Rinaldo Scopelliti, al quale però la Cassazione ha riconosciuto il diritto ad escludere dalla sentenza di primo grado la contestazione di peculato. In sostanza, non ha assolutamente resistito al vaglio della Suprema Corte il primo filone di `Why not´ approdato in sede di legittimità. Complessivamente l’inchiesta coinvolse più di un centinaio di persone.

Vide uno scontro feroce tra la Procura generale di Catanzaro e la Procura di Salerno che si `contro-sequestravano´ i fascicoli. Il Csm provvide a sostituire tutta la catena gerarchica. A De Magistris, che finì sotto processo disciplinare e che lasciò la toga per buttarsi in politica - ora è sindaco di Napoli - l’inchiesta venne avocata. Ora il sindaco con il suo consulente informatico Gioacchino Genchi sono sotto processo a Roma per l’acquisizione abusiva dei tabulati di Prodi, dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella - che fece venire meno l’appoggio dell’Udeur al `professore´- di Francesco Rutelli e di molti altri `onorevoli´. Contraria all’azzeramento della costola portante di `Why not´ era stata la requisitoria nella quale il sostituto procuratore generale della Cassazione Maria Giuseppina Fogaroni aveva chiesto la sostanziale conferma del verdetto di secondo grado.

Toglie il crocifisso dall’aula «Non me ne faccio nulla»

Corriere della sera

Il simbolo religioso scompare pochi giorni dopo l’inizio della scuola Gragagnani (Pdl): «Va rimesso, è una questione di libertà»

BOLOGNA - Via un altro. L’ennesimo. Tolto dalla parete a cui era appeso da anni. E scoppia la polemica. C’è chi parla di «strage dei crocifissi». E chi, più laicamente, si rifugia nel concetto di tolleranza e invita al reciproco rispetto. Siamo a Bologna, nella scuola elementare «Bombicci», classe prima B. Il simbolo religioso scompare pochi giorni prima dell’inizio delle lezioni. Qualcuno, probabilmente dall’interno della scuola, avverte l’ex parlamentare pdl Fabio Garagnani, personaggio piuttosto combattivo in materia, che parte in quarta, informando della rimozione il ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, e il vicedirettore regionale dell’ufficio scolastico, Stefano Versari.

Per nulla scandalizzato invece il preside del comprensivo di cui fa parte la scuola, Stefano Mari: «Non esiste alcuna legge dello Stato che impone l’obbligo di ostensione del crocifisso, ma solo un regolamento del 1928 sugli arredi scolastici, poi superato nel 1999 da norme che conferiscono autonomia ai singoli istituti: dipende dalla sensibilità dei docenti». A riprova di ciò, prosegue il dirigente, «negli istituti che fanno parte del mio comprensivo, che riunisce 1.400 studenti tra elementari e medie, in moltissime aule il crocifisso non c’è mai stato o è stato tolto, mentre in altre è presente». Un processo graduale, aggiunge, «avvenuto negli ultimi anni e quasi passato inosservato in un clima di reciproca tolleranza tra chi lo avrebbe voluto e chi no».

Fino ad oggi. Ora la polemica rischia di montare. Il giornale dei vescovi, Avvenire , censura l’episodio, ricorda l’ordinanza del 2011 della Corte di Strasburgo che impose a una scuola media di Abano Terme (Padova) di riappendere il crocifisso, ma soprattutto riporta le parole di un calibro da novanta come il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli, il cui parere giuridico è agli antipodi di quello del preside Mari: «Non è rimesso alla scelta di qualcuno se togliere o meno il crocifisso - afferma il giurista -, non ci possono essere interpretazioni da scuola a scuola. Se è vero che la regolamentazione vigente sui simboli religiosi, che li vuole affissi nelle aule, può sembrare datata, è altrettanto vero che, chiamato a esprimersi, il Consiglio di Stato ne ha riaffermato la validità».

Ma il preside insiste: «Credo che la questione vada risolta a livello amministrativo, è finito il tempo in cui tutto veniva deciso centralmente dal ministero». L’insegnante che ha tolto il crocifisso preferisce non esporsi. Raccontano che a chi le chiedeva spiegazioni sulla rimozione del simbolo avrebbe sbrigativamente risposto «di non farsene nulla». Il preside fa da scudo: «È inevitabile che sia turbata dalle polemiche, ma continua il suo lavoro e per ora non si registrano proteste dalle famiglie degli alunni». Ma Garagnani incalza: «È un problema di libertà, i genitori non si facciano intimidire».

03 ottobre 2013

Costi della politica, Dublino elimina il Senato

Corriere della sera

Di  FABIO CAVALERA



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Provate a chiedere a un senatore italiano o a un lord britannico: vuoi tu lasciare la poltrona ed essere pensionato per sempre?

Nell’ex tigre celtica, l’Irlanda finita commissariata dall’Europa per i suoi rovesci finanziari ma oggi sulla via di una lenta risalita (l’economia segna un timido +0,4%), i sessanta senatori della Camera alta nel luglio scorso hanno preso una decisione storica: pur dividendosi (33 a 25, 2 neutrali) hanno votato per autoeliminarsi, ovvero cancellare l’istituzione in cui siedono. Magari, in cuor suo, qualche parlamentare del Seanad (il Senato irlandese) avrebbe sperato in un ripensamento o in un allungamento dei tempi ma il dado era tratto e la macchina delle demolizioni avviata: domani, 4 ottobre, i cittadini della repubblica andranno alle urne per il referendum che sancirà la chiusura «per inutilità e per eccessiva spesa» di uno dei due bracci legislativi. Scontato il risultato, i sondaggi della vigilia parlano di un 70% di ultra favorevoli.

In Irlanda il Senato è poco più di un soprammobile costituzionale e istituzionale. Non è eletto dai cittadini ma le nomine sono di competenza del governo, dei partiti, delle università. È un club prestigioso, a suo modo, comunque senza un potere normativo: può solo bocciare le leggi e rispedirle al primo ramo che poi riapprova e si chiude lì. Che senso ha? Una grande perdita di tempo e uno spreco di risorse pubbliche che uno Stato di 4,5 milioni di abitanti non intende permettersi. È da un po’ di anni, da ben prima che le finanze pubbliche saltassero per aria, che l’Irlanda discute di riformare la sua Costituzione. Ma la sbornia indotta dai sogni di ricchezza e di boom aveva lasciato i buoni propositi nel cassetto. Il feeling fra elettori e politica sembrava incrollabile. Poi il vento è girato.

Gli irlandesi si sono sentiti traditi, si sono visti svuotare le tasche e hanno cominciato a manifestare il loro disagio verso una classe dirigente ingrassata a dismisura. E adesso i nodi sono venuti al pettine. Nessuno tollera sprechi, tanto meno sprechi e costi determinati dalla politica. Allora se si chiedono tagli e sacrifici ai lavoratori, ai professionisti, agli imprenditori, occorre sacrificare anche qualche rappresentante del popolo sovrano. Quale migliore occasione per sperimentare una sana e rigeneratrice amputazione istituzionale?

Gli umori della gente contano. E ascoltarli è un dovere per la classe politica. Non significa assecondarli sempre, occorrono ragione e lungimiranza e occorre non abbandonarsi al populismo che spesso nasconde propositi inconfessabili. La grande coalizione fra i conservatori di Enda Kenny e i laburisti di Eamon Gilmore ha preso l’Irlanda che era un cumulo di macerie di bilancio e, costretta dall’Europa, ha chiesto di tirare la cinghia. I risultati si intravedono. Gli irlandesi hanno rinunciato a tanto, in termini di occupazione, ricchezza, risparmio privato e tasse ma hanno preteso un gesto dalla politica: che si autolimitasse in modo serio nelle spese inutili, nei privilegi, nelle poltrone.

Ed ecco il «suicidio» del Senato in luglio e ora il sì di conferma con il referendum. Il risparmio è marginale, 20 milioni di euro all’anno, ma ciò che conta è la volontà di eliminare il superfluo dei parassiti, delle cariche inutili e obsolete, di chi anziché progettare e approvare le leggi le blocca in nome di interessi di clan. L’Irlanda ci regala un esempio (come la Danimarca, la Svezia, la Nuova Zelanda) di che cosa significhi, per davvero, ridimensionare i costi della politica. Fatti, non bugie o interminabili bla bla. Dal fallimento si esce così.

@fcavalera

Allergica a sostanze chimiche Appello del legale: aiutatela

Corriere della sera

Asl obbligata a pagare spese viaggio ma situazione precipita

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È intollerante da anni a qualsiasi sostanza chimica, non può avvicinarsi a profumi, fumo, solventi, saponi, non può vivere vicino ad alcuni elettrodomestici, frigoriferi o televisori, forni a microonde o oggetti che innescano campi elettromagnetici. Vive costantemente sotto il rischio di choc anafilattico e crisi respiratorie, facendo i conti anche con cefalee, capogiri, eruzioni cutanee e dolori muscolari. A causa di una forte elettrosensibilità non è riuscita nemmeno a completare il viaggio che avrebbe dovuto portarla a Monaco dove si sarebbe dovuta sottoporre a un intervento per sostituire le otturazioni dentarie che le stanno intossicando il sangue.

LA PATOLOGIA - Protagonista della vicenda, già finta sui tavoli del Tribunale di Cagliari, una donna di 48 anni residente nel capoluogo sardo, affetta da Mcs, Sensibilità chimica multipla, una patologia cronica, non riconosciuta dal servizio sanitario nazionale, estremamente invalidante che causa un’assoluta intolleranza verso ogni tipo di sostanza chimica. La cagliaritana è attualmente bloccata a Roma, si è sentita male durante il viaggio che la stava portando a Monaco. E adesso tramite il legale che l’assiste, Roberto Cao, chiede aiuto sia agli enti competenti che a chiunque possa darle una mano: le servono assistenza e denaro per proseguire il viaggio della speranza verso la Germania.

LA CAUSA - «La mia assistita ha bisogno di aiuto, è rimasta bloccata a Roma a causa del suo quadro clinico e adesso deve raggiungere al più presto un centro specializzato per potersi curare e disintossicarsi. Chiediamo che gli enti competenti o chiunque possa intervenire anche dal punto di vista economico, le dia una mano» spiega l’avvocato . Il legale ha già vinto una causa contro la Asl 8 di Cagliari che, seguendo quanto deciso dal Centro di Riferimento Regionale, aveva rifiutato di sostituire le otturazioni alla paziente, indirizzandola verso gli ospedali Santissima Trinità di Cagliari e il Policlinico Universitario di Sassari, centri, vista la patologia, non idonei all’intervento. Il giudice aveva obbligato l’Asl 8 a pagare le spese per il viaggio in Germania. Ma la situazione è precipitata, la donna è rimasta bloccata a Roma a causa della sua patologia .

LE SPESE - «La situazione economica della mia assistita è al limite - sottolinea Roberto Cao - Non lavora a causa delle sue condizioni di salute, l’Asl 8 le ha riconosciuto lo status di “portatore di handicap in situazione di gravità” con invalidità al 100%. Vive da sola, senza il sostegno di nessun familiare e non è in grado di coprire le spese per un nuovo trasferimento. Le sono stati riscontrati elevati livelli di metalli tossici nei tessuti, in particolare il mercurio di cui sono composte parzialmente le protesi da rimuovere. La mia assistita è diventata una specie di conduttore elettrico».

(Fonte: Ansa)
03 ottobre 2013 (modifica il 03 ottobre 2013)

Vino a Venezia da 5.500 euro. C’è da indignarsi?

Corriere della sera


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Se spendere 15 euro per un calice di Chardonnay Santa Margherita o 5.500 euro per una bottiglia di Pétrus non vi sembra uno scandalo oppure non vi fa sentire in colpa, potete andare  alla Danieli Wine Suite. E’ all’interno dell’hotel Danieli di Venezia, è stata  inaugurata lunedì:  è una delle enoteche con la vista migliore al mondo. Si affaccia sul Bacino di San Marco, di fronte all’isola di San Giorgio. Al sabato e alla domenica ci si può lussuosamente indignare al passaggio delle Grandi Navi contro le quali si sta battendo buona parte dei veneziani.

Il Danieli all’inizio del secolo apparteneva a Giuseppe Volpi, conte di Misurata, il fondatore della Mostra del Cinema ma anche di Porto Marghera. Dal 2005 è passat0 al Gruppo Statuto, dell’immobiliarista Giuseppe.  Da poco restaurato dall’architetto Pierre Yves Rochon, ora il Danieli ha dedicato uno spazio al vino. E’ diretto da Enrico Bonaldo, che ha lavorato al fianco di Gordon Ramsey al Savoy Grill. La carta dei vini è lunga 18 pagine. Il comunicato non rende l’idea del livello dell’offerta (e del livello dei prezzi).

La Danieli Wine Suite presenta una selezione di alcune tra le migliori wineries italiane come Antinori, Masi, Jermann, Gaja, Allegrini, Quintarelli, per citarne alcune, accanto a pregiate etichette di provenienza internazionale, fra le quali Château Pétrus, Veuve Clicquot, Lucien Le Moine, Régnard, Domaines Barons de Rothschild, Château Palmer Margaux, Mondavi, Joseph Phelps, Penfolds, in un equilibrio dinamico tra eccellenza e novità.
Molto limitata la scelta al bicchiere: Ferrari Perlè Brut e Rosé (19 e 20 euro),  Pinot Grigio e Chardonnay Santa Margherita (14 e 15 euro), Chiaretto Ca’ Frari (14),  Cabernet Sauvignon Felluga (16) e Brunello Banfi (19), oltre a due Champagne:  Ruinart Blanc de Blancs e Rosé (25 e 27).

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Classica la scelta degli Champagne, da Dom Pérignon, a Veuve Clicquot a Krug.  Sotto la voce Spumanti-Prosecco-Cava ci sono i vini di Ferrari, Bisol e Marques de Requena.  Le altre bottiglie sono divise per vitigno, dall’Arneis (il Blangè dei Fratelli Ceretto e il Castello di Neive, 59 euro) al Syrah di Cusumano (59).  I record: il magnum di Sassicaia 2005 a 840 euro,  il Sorì San Lorenzo 2005 a 750  euro, l’Amarone di Quintarelli 2003 a 550 euro, il Solaia di Antinori 2007 a 490 euro. Nei vini internazionali si arriva a vette da sceicchi o magnati russi: 5.500 euro per un Pétrus 2009, Merlot  e Cabernet Franc da Pomerol, Bordeaux, una leggenda nel mondo nel vino che esce dalla cantina a circa 500 euro più le tasse, poi viene conteso da appassionati e collezionisti.

Ne aveva in cantina anche il presidente francese  François Hollande, all’Eliseo, e per far cassa l’ha messo all’asta con altre 12.000 bottiglie (l’annata 1990 di Pétrus è stata venduta al prezzo record di 7.625 euro). Poi, nella lista del Danieli, si trovano  4.100 euro per un Chateau Lafite Rothschild 2009, 3.950 euro per un Chateau Haut-Brion 1èr Grand Cru 2009, e via spendendo.

Per chi vuole godersi il posto senza ricorrere a fidejussioni bancarie, si può scegliere tra una bottiglia di Brachetto d’Acqui di Giacomo Bologna 2007 a 32 euro. (La birra? L’artigianale Venezia a 9 euro, come una bottiglietta di Ferrarelle da 100 cl). Per gli aficionados della biodinamica (o per gli eno-snob che vogliono mostrare di essere al passo con i tempi)  c’è una piccola selezione di bottiglie, come il Riesling Rè Nano 2008 della lombarda  Olmo Antico a 59 euro.


Ecco la lista dei vini del Danieli
http://media2.corriere.it/corriere/pdf/2013/WineList_092013.pdf

Giuliano Gemma, Torella dei Lombardi e quella notte da "fagioli western" per Leone

Il Mattino
di Paolo Saggese


Ricordo del grande attore scomparso nel suo passaggio per l'Irpinia come set cinematografico


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C’è stato un tempo in cui Torella dei Lombardi è stata la capitale del western italiano. Sono passati pochi anni eppure sembra siano trascorsi decenni, da quando Gianni Minà, con un manipolo di giovani e di volontari, tra cui Laura Pisani, Rosario D’Agostino, Mario Cione, insieme all’amministrazione comunale del paese altirpino, progettava di chiamare in Irpinia tutti gli eroi degli «Spaghetti western», seguaci dei capolavori di Sergio Leone. E così, dal 2003 sono sfilati nella Piazza Sergio Leone i vari Ringo (Giuliano Gemma), Django (Franco Nero), Bambino (Bud Spencer), Trinità (Terence Hill) e Sartana (Gianni Garko).

In particolare, da incorniciare fu l’edizione del 2003, che ebbe come protagonisti Giuliano Gemma, scomparso tragicamente il primo ottobre, Nino Benvenuti, lo studioso di Leone Marcello Garofalo, quindi Dario Argento, Franco Ferrini, e, da ultimo, Ennio Morricone.

In quella manifestazione vi erano tutti gli ingredienti per un Festival di successo: c’era lo spettacolo, quindi il cinema di qualità, le interviste, la presenza di figure di primo piano nel panorama cinematografico internazionale. Il 2003 fu, d’altra parte, l’edizione più importante, quella che avrebbe potuto segnare il successo del Premio e al contempo un ulteriore salto di qualità, che avrebbe potuto cambiare anche il destino della comunità di Torella dei Lombardi e di una parte dell’Irpinia. Così, purtroppo, non è stato.

In particolare, il primo agosto di dieci anni fa si partì con una tavola rotonda cui presero parte Gianni Minà, Dario Argento - soggettista con Bernardo Bertolucci di «C’era una volta il West» - e Franco Ferrini - autore del saggio su Sergio Leone «L’antiwestern e il caso Leone» (Bianco e Nero, 1971), nonché cosceneggiatore di «C’era una volta in America»: si discusse allora dei «Western spaghetti», un successo tutto italiano. Seguì il 2 agosto l’intervista «… E poi li chiamarono fagioli western», incontro di Gianni Minà con Giuliano Gemma (amico personale di Sergio Leone e protagonista di numerosi western).

Con loro anche Nino Benvenuti (indimenticato campione mondiale dei pesi medi e coprotagonista con Giuliano Gemma del film «Vivi o preferibilmente morti» di Duccio Tessari) e Marcello Garofalo (autore dei libri «Photografic Memories – C’era una volta in America», del 1988, e di «Tutto il cinema di Sergio Leone» del 1999). Il 3 agosto fu la volta dell’incontro memorabile del direttore artistico con Ennio Morricone, cui seguì il concerto dell’Orchestra «Roma sinfonietta» diretta da Andrea Morricone, con le musiche del maestro Ennio tratte dalle colonne sonore dei film di Leone e di altre opere cinematografiche. Le note di Morricone, che risuonarono nella Valle d’Ansanto, furono il migliore omaggio possibile all’arte indimenticabile di Sergio Leone.

Durante la manifestazione fu assegnato il Leone di Pietra - sezione saggistica - a Franco Ferrini, per il libro «L’antiwestern e il caso Leone», mentre il Leone di Pietra alla carriera a Ennio Morricone per la pluriennale amicizia e collaborazione con Sergio Leone. Inoltre, furono conferite le targhe Sergio Leone sezione cinema proprio a Giuliano Gemma, nonché a Dario Argento, Nino Benvenuti, Fernando Di Leo, Marcello Garofalo. L’intervista di Giuliano Gemma e Nino Benvenuti regalò agli spettatori emozioni e suggestioni forti, anche perché Gianni Minà coinvolse i due amici in un dialogo che riguardò non solo la figura di Sergio Leone, ma anche la storia del pugilato mondiale.

Giuliano Gemma e Nino Benvenuti raccontarono la vita e la storia di Sergio Leone, di un uomo apparentemente burbero e difficile, perfezionista, attento ai particolari, anche tirato nel denaro, ma un grande artista del grande schermo pieno di umanità. Giuliano Gemma, tra l’altro, si complimentò per l’organizzazione, sottolineò come la sfida del Festival fosse un modo giusto per ricordare Sergio Leone, auspicò una sempre maggiore attenzione per il genere western, ingiustamente sottovalutato dalla critica e che aveva anche significati impegnati e potenzialmente progressisti, come aveva dimostrato in un libro di successo Ignacio Ramonet, altro ospite di Gianni Minà a Torella dei Lombardi. Del resto, Giuliano Gemma chiarì anche che il loro modo di fare cinema era frutto di passione e professionalità: niente era lasciato al caso, tutto doveva essere nel segno dello spettacolo.

Da quella stellata notte d’estate sono intanto passati dieci anni e Ringo ha adesso compiuto l’ultima cavalcata. Certo nei campi elisi del cinema parlerà con Sergio Leone del caloroso abbraccio, che l’Irpinia gli tributò una sera di agosto di secoli fa.

 
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mercoledì 2 ottobre 2013 - 23:26   Ultimo aggiornamento: giovedì 3 ottobre 2013 08:26

Gemma, il giallo del ritardo: «Giuliano poteva salvarsi»

Il Mattino
di Emanuele Rossi


L'accusa degli amici dell'attore



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«Non mi hanno voluto in ambulanza con lui. Dal suo sguardo ho capito che stava lottando. Mi mancherà». Trattiene a stento le lacrime Roberto Di Berardino, il migliore amico di Giuliano Gemma. A Cerveteri condividevano la vita quotidiana ma anche la passione più grande: l'arte e la scultura. Assieme, quasi ogni giorno da 9 anni, si incontravano al Metropolitan Museo di via Agellina. Tra un dipinto e la creazione di vasi etruschi, l'eroe dei western non si staccava dai laboratori di ceramica. «Non posso crederci ancora - si commuove Roberto - eravamo assieme mezz'ora prima, dalle 18,30 alle 19,10 e discutevamo sui programmi della serata con sua moglie Barbara. Prima di andarsene dal locale aveva voluto vedere le foto su Facebook della figlia Vera e dei nipoti. Poi lo schianto a due metri da casa mia, in quell'incrocio maledetto. Mi sono precipitato. Giuliano mi ha dato il suo telefonino e volevo abbracciarlo».

QUELLO STRANO RITARDO
Inizialmente non sembravano critiche le condizioni dell'attore. «Era cosciente - aggiunge nel racconto l'amico artigiano - parlava dicendo che i suoi documenti erano nella giacca. L'ambulanza è intervenuta ma è rimasta ferma troppo tempo ed è partita solo quando ne è venuta un'altra. Io non capisco il motivo. Quelli del 118 mi hanno risposto che non poteva andare via perché c'era un bambino ferito. Ma io quel bimbo l'ho visto in piedi e l'ho anche accarezzato. Poi ho seguito Giuliano con la mia auto ma all'ospedale di Civitavecchia non ce l'ha fatta. Non so se sia deceduto prima, ho dei dubbi». Altri testimoni confermano le parole dell'amico di Gemma.

LE TESTIMONIANZE
«L'incidente è avvenuto di fronte alla mia abitazione - sostiene la signora Federica Palombi - e sono scesa subito in strada attorno alle 19,45. L'attore, che nel paese amavano tutti, era vivo ma l'hanno lasciato qui troppo tempo. Non so come funziona ma l'ambulanza, dopo averlo caricato, lo doveva portare via». Gary O'Hara (celebre la sua interpretazione in «Un Dollaro Bucato» con set cinematografico proprio nelle distese etrusche) a Cerveteri aveva il suo mondo. La passione per la scultura in primis visto che nella villa del Sasso in un laboratorio collezionava le sue opere: una su tutte la statua delle fatiche di Ercole di Steve Reeves. Un occhio aperto poi verso lo sport. «Ogni settimana - racconta il presidente della Asd Cerveteri Calcio, Mauro Mazzarini - chiamava perché voleva sapere il risultato della partita». Poi lo trovavi a passeggio in centro.

«Sempre pronto - ricorda Roberto Brini - a scambiare due chiacchiere con i clienti del bar Etrusco». Era ben visto anche dai politici locali. «Ha presenziato gli eventi culturali - scrive il sindaco cerveterano, Alessio Pascucci - senza far mancare mai il suo punto di vista esperto. Progettavamo di trasformare la città in un grande set cinematografico». Infine si era schierato in prima linea due anni fa contro l'ipotesi discarica a Pizzo del Prete. Per un assurdo gioco del destino, l'attore è volato in cielo qualche ora dopo l'annuncio ufficiale riguardo alla discarica di Cupinoro che accoglierà i rifiuti di Roma e provincia. Un sito a ridosso di quelle vallate etrusche in cui il Ringo galoppava in nome della Giustizia. Il soldato sudista buono (indimenticabile la colonna sonora «A man.. A story» portata in vetta all'Hit da Fred Bongusto) da queste parti mancherà anche per le battaglie in difesa del territorio.

 
FOTOGALLERY

Morto Giuliano Gemma, il dolore della moglie Baba in ospedale (Luciano Giobbi)



Giuliano Gemma, morto dopo un incidente stradale





Giuliano Gemma morto dopo lo schianto frontale a Cerveteri (Roma)





Addio a Giuliano Gemma, le locandine dei suoi film





Morto Giuliano Gemma, il cowboy con la passione per la scultura (Foto Ippoliti)





Giuliano Gemma è morto



 
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giovedì 3 ottobre 2013 - 08:42   Ultimo aggiornamento: 09:24

Il coraggio dei moderati

Corriere della sera


L’era di Silvio Berlusconi si è chiusa con un ultimo, malinconico bluff . Il suo voto a favore di un governo che voleva abbattere è l’estrema finzione di vittoria di fronte a una disfatta politica e personale: col paradosso che viene certificata col suo consenso. Ma è anche il sigillo finale su una fase nella quale era cresciuto il distacco del fondatore del centrodestra dalla realtà, italiana e internazionale: al punto da non avere più antenne per captare l’emancipazione davvero moderata dei suoi ministri e di molti parlamentari.

Si può dire che solo col voto di ieri è nata una vera maggioranza politica delle larghe intese. Non a caso il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha avvertito che sarà quella a governare, e non l’ammucchiata numerica che vorrebbe condizionarla. È una coalizione che si è forgiata passando attraverso una strettoia drammatica; e superando il trauma di una spaccatura del Pdl tutt’altro che prevedibile. Ne emerge un nucleo governativo, guidato dal vicepremier Angelino Alfano, che non può essere sminuito con la categoria dei transfughi o dei complici della sinistra. La sensazione è opposta.

Si tratta di una componente che oggi può rivendicare a ragione una forte identità; e proporla da posizioni di parità a una sinistra che ha avuto il merito di assecondare, senza forzarla, un’operazione politico-parlamentare evidentemente matura. Basti pensare alle implicazioni anche psicologiche che la sfida col Cavaliere ha avuto per un personaggio come Alfano, finora suo «delfino». Ma è chiaro che da oggi la maggioranza ha il compito di gestire con equilibrio e, viene da dire, generosità, i rapporti con il Berlusconi sconfitto.

Dopo il risultato di ieri alle Camere, anche il suo destino giudiziario non può non assumere contorni diversi. E non dovrebbe consentire a nessuno forzature per umiliarlo: tanto meno agli avversari. L’asse fra Quirinale, Palazzo Chigi, Pd, montiani e moderati del Pdl dovrebbe essere una garanzia. Protetta e consigliata da Giorgio Napolitano, la nuova maggioranza può puntellarsi su una omogeneità più marcata. E se agisce, è destinata a relegare in un angolo urlante non solo i «falchi» berlusconiani ma anche quelli annidati nelle pieghe della sinistra, oltre a Beppe Grillo e a una Lega svuotata.

Sono loro, esponenti del partito trasversale della crisi, gli sconfitti. E a vincere è chi vuole soddisfare la fame di stabilità dell’opinione pubblica, e la richiesta di certezze che Europa e mercati finanziari giustamente pretendono. Forse, l’errore più grossolano dei tifosi dello sfascio è stato di non avere capito che sono cambiate le regole del gioco. In un’Europa immersa nella crisi economica, il vincolo esterno dell’Italia non è più determinato dai patti militari: è dettato da codici di sicurezza finanziaria altrettanto stringenti. Rischiare di stravolgerli per comprensibili, ma inaccettabili, ragioni personali è stata l’ultima illusione di onnipotenza di Berlusconi: una miopia che ha rivelato impietosamente la sua
appartenenza al passato.

03 ottobre 2013



 

Alfano tradisce

Un pezzo di Pdl passa con la sinistra in cambio di poltrone

Alessandro Sallusti - Mer, 02/10/2013 - 15:00


Se ne stanno andando. Alfano, Lupi e compagnia si rimangiano le «dimissioni irrevocabili» e per mantenere la poltrona da ministro (a parte la De Girolamo) sono disposti a vendersi alla sinistra, tradire gli elettori e spaccare il Pdl. Starebbero per fondare l'ennesimo partito, «Nuova Italia» o qualche cosa di simile, con una pattuglia di pidiellini più o meno bolliti, alla Giovanardi per intenderci, in libera uscita.

Il condizionale è d'obbligo perché fino all'ultimo - il voto stamane sulla fiducia - tutto è possibile. Il film l'abbiamo già visto all'epoca di Gianfranco Fini, l'utile idiota usato dal Pd e da Napolitano per mandare a casa Berlusconi. Come finì lo sappiamo. Da Giuda in poi, tradire il padre non ha mai pagato e poco conta se stamane gli scissionisti vinceranno la prima battaglia consentendo a Letta, o meglio a Napolitano, di continuare a governare votando in numero sufficiente la fiducia.

La cosa è ancora più odiosa perché Fini almeno sfidò un premier nel pieno del potere e della forza. Questi pugnalano alle spalle un uomo che sta per essere cacciato dal Parlamento e finire agli arresti. Berlusconi pare non abbia intenzione di mollare e sua figlia Marina, dicono, sia pronta alla sua discesa in campo per continuare l'opera di Forza Italia, l'unica che ha il certificato di garanzia degli elettori. Questa di Alfano e soci infatti è l'ennesima operazione a tavolino di professionisti della politica.

La storia del Fli di Fini e di Scelta civica di Monti insegna come vanno a finire nelle urne le congiure e i complotti che nascono per sete di potere e narcisismi personali in stanze chiuse, salotti compiacenti e sagrestie di vario genere. Si fonda un partito per affermare idee e valori forti, per combattere a viso aperto il nemico politico e ideologico. «Nuova Italia» nasce invece su un tradimento, su una alleanza, di più, un abbraccio convinto con la sinistra comunista alla quale si garantisce di poter continuare a esercitare un potere illiberale e odioso in alleanza con la magistratura. Ci si vende in cambio di briciole che presto finiranno. Affidereste i vostri ideali, le vostre libertà e le vostre vite a gente così? Io no.



A tutti i militanti di "Tramonto cupo"

In Grecia mettono fuori legge Alba Dorata, in Italia impongono per legge Tramonto Cupo

Marcello Veneziani - Mer, 02/10/2013 - 07:51


Ogni volta che sento ripetere da chiunque abbia effettive responsabilità di potere che lui, loro antepongono il bene dell'Italia e degli italiani al loro interesse di parte, mi sale il sangue alla testa e ho conati di vomito. Non è possibile che continuate a ripetere questa odiosa bugia quando stiamo andando allo sfascio perché nessuno ha anteposto l'interesse nazionale e popolare all'interesse personale e partitico. Se ci tenevate così tanto agli italiani perché non siete riusciti a evitare l'aumento dell'Iva che tutti dicevate di voler scongiurare, perché non siete riusciti a fare mezza legge elettorale che tutti dicevate di voler cambiare per dare governi stabili al Paese e parlamenti di eletti, perché non siete riusciti a votare sul finanziamento pubblico dei partiti, perché non siete riusciti a trovare una soluzione politica per evitare il collasso annunciato sul caso B.?

E ora, davanti alle urne, perché non trovate almeno l'estrema concordia di tamponare quelle falle e poi andare al voto? No, dell'Italia non ve ne fotte niente o ritenete impossibile salvarla; e la stessa cosa vale per Grillo che non compie azioni clamorose per rappresentare le emergenze del Paese ma va in Rai a protestare perché vengano rappresentate le ragioni dei 5stelle in vista del voto... In Grecia mettono fuori legge Alba Dorata, in Italia impongono per legge Tramonto Cupo. Questo è un Paese che ha come prospettiva «Morire per Maastricht» (titolo profetico del libro di Enrico Letta) dopo che si è speso a «Vivere per Kazzimiei».

Il record delle case popolari Una su due va agli stranieri

Chiara Campo - Gio, 03/10/2013 - 08:55

Ecco le graduatorie per avere accesso agli alloggi di edilizia residenziale Più del 50% delle domande vengono da immigrati. E i milanesi aspettano

Ci sono Aba Hassan, Abad, Abadir. Ventisette cognomi su ventisette solo nella prima pagina (e almeno 17 idonei).


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Ma scorrendo il malloppo delle 1.094 pagine che in ordine alfabetico formano le graduatorie per accedere alle case popolari del Comune, almeno il 50% dei partecipanti è di provenienza straniera. Basta leggere i primi dieci fogli per avere l'impressione che, tra gli Abderrahman e gli Abebe, gli italiani siano dei «panda» in estinzione. Le graduatorie pubblicate in questi giorni da Palazzo Marino si riferiscono al bando aperto fino a fine giugno a chi ha bisogno di appartamenti di edilizia residenziale.

Chi entra nell'elenco non ha automaticamente la casa perché la lista d'attesa è lunga, ma tra i criteri per avanzare in classifica ci sono ovviamente reddito (basso) e numero di figli (alto). Le proteste dei leghisti sono note: «Gli immigrati lavorano in nero e fanno tanti figli». Nel 2012 (sono dati del Sicet) su 1190 assegnazioni nel capoluogo lombardo 495, quasi la metà 455, sono state a favore di immigrati. A vedere gli elenchi l'impressione è che la percentuale possa alzarsi ancora, a scapito di tante famiglie milanesi che probabilmente versano tasse da più tempo e nella crisi avrebbero altrettanto bisogno di una casa a basso costo.

«Sono per l'integrazione - commenta Silvia Sardone, consigliera Pdl della Zona 2 - ma questa non si può realizzare con una potenziale discriminazione per gli italiani. Probabilmente il sistema di costruzione delle graduatorie ha bisogno di essere reso più equo». Ci tiene a sottolineare: «Non sono razzista, non lo sono mai stata e non lo sarò. Non sono nemmeno perbenista né figlia di un buonismo di sinistra cieco della realtà.

Ho molto amici italiani con cognomi stranieri, hanno un lavoro ed un mutuo sulla casa». Ma «nella prime pagine degli elenchi in ordine alfabetico si fa fatica a trovare un cognome italiano e complessivamente sono tantissimi i cognomi stranieri. Indipendentemente da chi ha studiato i criteri di partecipazione e assegnazione e di quando siano stati creati penso che oggi, nel 2013, debbano essere rivisti. Perché sono stanca di pagare delle tasse per servizi che spesso godono gli altri». Anche il capogruppo milanese della Lega torna a chiedere agli enti (Regione per prima) di rivedere i criteri di accesso, alzando ad esempio i 5 anni d residenza minima: «Serve una norma che difenda la nostra gente da chi, si dice, “porta ricchezza” ma invece rappresenta un costo».



Carta intestata del Comune per criticare Berlusconi

Giannino della Frattina - Gio, 03/10/2013 - 07:07


Si legge nel dizionario che un sindaco «è il capo dell'amministrazione di un Comune, oggi eletto direttamente dai cittadini». I quali, se la logica e soprattutto l'architettura istituzionale continuano ad avere un senso, si aspetterebbero che una volta eletto diventasse il primo cittadini di tutti i cittadini. E magari si occupasse di far funzionare i tram (possibilmente senza aumentare il biglietto), aumentare i posti negli asili (senza far lievitare le rette), tenesse basse le tasse e le strade libere dai delinquenti. Cose di tutti i giorni, ma che rendono migliore la vita ai cittadini che proprio per questo scelgono un candidato piuttosto che un altro.

Certo, nessuno poi negherà al sindaco la possibilità di esprimere le proprie opinioni (diritto costituzionalmente garantito) e magari anche sulla situazione politica nazionale. Ma nel farlo si sfili almeno la fascia tricolore. Quella che ne sancisce l'autorità, ma contemporaneamente anche il dovere a un atteggiamento super partes quando sul tavolo ci fosse la politica e non l'amministrazione di quella che non a caso si chiama cosa pubblica. E allora stupisce che un Giuliano Pisapia sempre attento alle garanzie costituzionali, scivoli ancora sulla tentazione di infierire su Berlusconi.

E per farlo abbia usato un comunicato ufficiale con il timbro del Comune, la mail e l'ufficio stampa che è pagato da tutti i milanesi. Magari anche quelli a cui Berlusconi continua a piacere. «La sceneggiata che in questi giorni ha visto protagonista Silvio Berlusconi non è degna delle istituzioni della Repubblica e ha danneggiato il Paese in un momento particolarmente difficile». Opinione legittima, ma da esprimere fuori da Palazzo Marino. E soprattutto a spese sue. O del partito che Pisapia intenda rappresentare.

California: carcere per chi pubblica foto porno dell’ex fidanzato

La Stampa

La nuova misura è volta a contrastare il crescente fenomeno della “vendetta porno”


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L’ex vi ha lasciato con un sms e ora volete vendicarvi mettendo on line le sue foto osé? Da oggi, se vivete in California, rischiate la detenzione fino a sei mesi e una multa fino a mille dollari. Il governatore dello stato americano Jerry Brown ha firmato la legge che vieta la cosiddetta «vendetta porno», cioè la pubblicazione on line di fotografie a luci rosse senza il permesso dell’interessato e con l’intento di umiliarlo per vendetta.

La misura, che entrerà in vigore oggi su tutto il territorio dello Stato, è stata presa con l’intento di contrastare il preciso fenomeno che vede l’aumento delle pubblicazioni on line di immagini non autorizzate di donne da parte di ex fidanzati e amanti. “Fino a oggi non esisteva una legge per tutelare le vittime e molte persone si sono rovinate la vita a causa di altre persone in cui credevano”, ha detto il senatore californiano Anthony Cannella, che per primo ha presentato il provvedimento. 

In effetti esisteva già una legge che vietava la pubblicazione di foto che violassero la privacy senza autorizzazione. Tuttavia il nuovo passo prevede che siano coinvolte anche quelle foto scattate col consenso di una delle due parti e usate dopo la rottura senza il consenso dell’ex per metterlo in cattiva luce. 

Quanto costa costruire il Duomo? «Solo» 250 milioni

Corriere della sera

Cinque milioni per la Madonnina


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Una premessa: vale molto, ma molto di più. E non è solo questione di soldi. Ci sono di mezzo i sentimenti che, si sa, sono senza prezzo. Comprare il Duomo? Quanto costerebbe? Qualcuno, ottant’anni fa, aveva fatto un preventivo. Le guglie tot, l’altare idem. Senza nessuna pretesa scientifica, giusto per avere un’idea del valore della cattedrale. Abbiamo provato a rifarlo oggi. La cifra non sempre spropositata, 250 milioni, come comprarsi mille Ferrari... ai quali, però, andrebbero aggiunti il valore artistico, la manodopera e altri parametri che renderebbero questa opera d’arte assolutamente fuori mercato.

«Dieci milioni e mezzo di lire per la Madonnina, 400 mila per ciascuna delle 135 guglie, venti milioni per il tesoro antico e gli arredi sacri, sei milioni per i dodici altari contro le pareti...» questo l’incipit dell’articolo del Corriere ai tempi della Seconda Guerra. Pur in tempi di globalizzazione imperante, che coinvolge anche i simboli della città (leggi Indonesiana Inter), il nostro Duomo non sarà mai in vendita. Eppure c’è stato chi ne ha ipotizzato il costo, seppur in modo «alquanto arbitrario e approssimativo». Nel 1941 il cronista del Corriere si prese l’insolito compito - avvalendosi comunque della specifica competenza di Adolfo Zacchi, architetto della Veneranda Fabbrica - di calcolare il valore della cattedrale. Partendo dalla superficie: 6.000 lire al metro (in pieno centro...) per 11.300 metri quadrati significava oltre 67 milioni. Poi l’edificio, fondazioni, piloni, capitelli ecc., quello che in gergo tecnico si chiama - scriveva il nostro - «calcolare vuoto per pieno».

Tutto a 1.800 lire al metro cubo, e i metri cubi indicati, seguendo il libro, non sempre preciso nelle cifre, di Carlo Romussi sul Duomo, erano 411.800. Totale 741 milioni e rotti. Altri 66 milioni venivano dalle 3.300 statue, costo medio 20 mila lire. E ancora: 3,4 milioni per le 5 porte della facciata, 15 milioni per le 45 vetrate maggiori, stessa cifra per la cripta e la tomba di san Carlo, di cui vita e miracoli valevano - nei 60 quadri a lui dedicati - altri 3 milioni. L’altar maggiore e il due altari dei capicroce non superavano i 5 milioni. A 4,5 milioni erano i sette organi con le loro grandi custodie e a 2,5 milioni i due pulpiti. «Il Duomo non è ancora e non sarà mai da vendere né da comprare - concludeva il cronista il suo curioso inventario - comunque oggi il suo costo supererebbe il miliardo»

03 ottobre 2013

In Trentino e in Veneto sugli Altipiani della Grande Guerra

Il Messaggero
di Marina Moioli


Da Folgaria ad Asiago, itinerari alla vigilia del centenario



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Per chi percorre in direzione nord l’Autostrada del Brennero, da Modena verso il confine con l’Austria, il casello di Rovereto segna il confine con la storia, quella scritta con la S maiuscola. Da lì infatti comincia un itinerario lungo i luoghi legati alla Prima Guerra Mondiale, quelli che Paolo Rumiz ha definito «una linea infinita di pinnacoli, camminamenti e fortini, balaustre su un’Italia stupenda e selvaggia».

Prima tappa, gli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, tre borghi circondati da splendidi boschi di conifere che furono teatro di avvenimenti bellici durante la Grande Guerra. Qui ancora oggi, oltre a tanti altri ricordi, su una lapide di marmo bianco dell’ex forte austro-ungarico di Gschwent-Belvedere a Lavarone (l’unico rimasto totalmente intero e sede di un piccolo, commovente museo) si può leggere questa iscrizione: «Nell’anno 1935 S. M. Vittorio Emanuele III re d’Italia, visitava questo forte, reso al silenzio dalla vittoria italiana».

Caratteri incisi che ricordano come i tre altipiani trentini rappresentassero ai tempi della Prima Guerra Mondiale la linea avanzata degli austriaci, trasformata in un formidabile sbarramento di sette fortezze progettate dal generale Kpmrad von Hotzendorf. A ricordare la «guerra delle fortezze» (in seguito distrutte da Mussolini negli Anni Trenta per recuperare il ferro delle fortificazioni) oggi rimangono, oltre ai forti e ai tanti camminamenti di montagna, il piccolo cimitero austriaco di

Folgaria (con i nomi e le lapidi dei soldati «nemici») e la «Scala dell’Imperatore», in ricordo della visita di Carlo d’Austria al fronte nel 1916. Passando in territorio veneto, nel confinante Altopiano di Asiago, si può visitare l’interessante Ecomuseo all’aperto di Monte Zebio, dove si trovano trincee, postazioni, cannoniere e resti di baracche recuperate. Il sito è comodamente raggiungibile dal centro di Asiago, in 20 minuti d’auto o in un’ora circa a piedi da contrada Rigoni di Sotto, lungo una strada bianca immersa in un bosco di abeti e faggi.

Grazie alla sua posizione centrale lo Zebio divenne un caposaldo importantissimo della linea di resistenza austriaca che tra l’estate del 1916 e l'autunno del 1918 si snodava dalla Val d’Assa all'Ortigara. Per questo motivo venne attrezzato alla difesa con un complesso sistema di trincee, gallerie e postazioni in caverna ancor oggi in gran parte conservate. Qui è possibile visitare il Caposaldo austro-ungarico di quota 1706 di Crocetta dello Zebio, una linea di difesa inespugnabile, oltre al reticolo delle posizioni austro-ungariche verso Monte Rotondo e Monte Interrotto, ma anche il sistema dei collegamenti italiani tra le retrovie e le prime linee.

Conclusa la visita a Monte Zebio si torna ad Asiago per proseguire in direzione Gallio, da cui si può raggiungere comodamente il Rifugio Campomuletto (a quota 1602), situato in una posizione splendidamente isolata, circondato da ampi pascoli e distese di boschi e attrezzato per fornire servizi di bar, ristoro, ristorante e pernottamento. Qui si possono degustare formaggi d’alpeggio e salumi tipici, oltre ai piatti della tradizione gastronomica locale. Il rifugio si trova sulla strada che conduce alle località storiche dell’Ortigara ed è quindi un punto di riferimento ideale per le escursioni nei dintorni. In prossimità del Rifugio si trova infatti il «Sentiero del silenzio», un tracciato ad anello di circa due chilometri che si snoda attraverso il bosco dove sono state installate 10 opere artistiche di grande suggestione, opera dell’architetto Diego Morlin, che hanno per tema gli eventi bellici che si sono svolti in questi luoghi.