domenica 29 settembre 2013

E il Comune di Roma assume l'«occupante»

Corriere della sera

Contratto a tempo determinato per Benedetta Cappon (figlia dell'ex dg Rai): era portavoce del Teatro Valle occupato


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ROMA - Da portavoce del teatro Valle occupato a impiegata nelle istituzionali e austere stanze del Dipartimento alla cultura del Campidoglio. È il salto professionale di Benedetta Cappon, 33 anni, figlia dell'ex direttore generale della Rai Claudio, assunta con contratto a tempo determinato dall'amministrazione di Roma Capitale su proposta dell'assessore Flavia Barca (e quindi a chiamata diretta, cioè senza bando pubblico).

Benedetta Cappon, che prima di diventare la voce degli «occupanti» del teatro Valle era stata capo ufficio stampa dell'Eliseo, è una delle tredici persone assunte con delibere della giunta guidata da Ignazio Marino nell'ultimo mese, paradossalmente proprio mentre all'interno dello staff dello stesso sindaco c'era chi provava a studiare, come misura salva-bilancio, il prepensionamento di circa 5000 dipendenti comunali in esubero. L'ipotesi per adesso è accantonata.

I dipendenti però si preparano ad affrontare tempi duri. «Se l'idea è di tagliare chi è entrato con concorso e intanto assumere a chiamata diretta i "figli di" o gli "amici di", non ci siamo» protestano negli uffici comunali. Anche perché quanto accaduto nei giorni scorso proprio al Dipartimento cultura ha destato malumori e preoccupazioni. Appena insediata l'assessore Barca aveva annunciato agli uffici la volontà di «inserire delle nuove professionalità».

Dopo pochi giorni, la prima novità: Rosi Nicolai, dipendente del Comune che lavorava al Dipartimento cultura dai tempi di Gianni Borgna assessore (e che era rimasta con tutte le giunte, compresa quella di Alemanno), tornata da un periodo di ferie non ha ritrovato il proprio posto. Flavia Barca aveva deciso infatti di privarsi della sua collaborazione (dopo aver ricevuto tantissime attestazioni di stima e solidarietà, Rosi Nicolai è stata poi ripescata nella Commissione cultura dell'Assemblea capitolina).

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A breve giro di posta, dopo la rimozione della collaboratrice storica dell'ufficio, è stata quindi approvata la delibera che prevede l'assunzione a tempo determinato della Cappon e di altre due persone, Valerio Mingarelli e Mariangela Modafferi, selezionate perché - fra i vari motivi - «in considerazione delle numerose e rilevanti funzioni politico-istituzionali assegnate all'assessore, si rende necessario individuare dei collaboratori che, per esperienza, capacità personali e professionali, siano in grado di coadiuvare il medesimo nell'espletamento del proprio mandato».

Tutti selezionati «intuitu personae», cioè a chiamata diretta a causa del «carattere fiduciario» dell'incarico. Le retribuzioni per tutti e tre i neo-assunti ammontano a circa 22 mila euro lordi all'anno, più un misterioso «emolumento unico» stabilito con «note protocollari» firmate dall'assessore che però, pur essendo citate, non sono allegate alla delibera (come del resto i curriculum delle persone selezionate, non ancora disponibili sul sito Internet di Roma Capitale).

29 settembre 2013 | 19:20

I gay, la buona educazione e quel “maccarone” di Banderas

Corriere del Mezzogiorno

Catturadi Anna Paola Merone - Chic&Shop





Il signor Barilla può pensare quel che vuole.



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Ma - mentre noi riflettiamo sulla sua sottile forma di omofobia, che forse corrisponde a qualche nodo emotivo irrisolto – dovrebbe considerare che la sua è innanzi tutto una clamorosa caduta di stile. Che lo manda ad ingrossare il gruppo dei troppi che hanno dimenticato le più elementari regole del bon ton. Ci sono limiti alla libertà di parola imposti dall’educazione. E non si tratta certo di ipocrisia. Non si va in giro dicendo senza alcun filtro ai terzi quanto sono antipatici, ineleganti o che avrebbero bisogno di una seria ripassata sotto la doccia. Neanche al Bar Sport ci si lascia andare a considerazioni così fuori luogo come quelle di Barilla, che non era al bar e che non è neanche un qualsiasi ragioniere romagnolo.

Il signor Barilla dunque, prima che essere discriminatorio, è stato inelegante e inadeguato. Può mettere in campo le azioni di marketing che crede, senza dare alcuna giustificazione. Tuttavia, se chiamato a commentare le politiche della sua azienda, credo possa farlo con uno stile più solido di quello che ha dimostrato. In quanto alla figura centrale della donna cui ha fatto riferimento, vorrei segnalare che le coppie gay sono anche quelle lesbo. Senza considerare che la figura femminile, nelle dinamiche familiari attuali, ha finito per assumere troppo spesso una centralità drammatica che occupa intere pagine di cronaca nera.

Il vero sforzo è recuperare un po’ di stile. In attesa di poter vivere in un mondo dove la differenza fra un gay ed un etero - fra un bianco ed un nero -  è pari a quella tra uno che al ristorante ordina una bistecca al sangue e un altro che la chiede ben cotta. E se proprio il signor Barilla vuol saperlo, gli uomini come Antonio Banderas non sono certo un ideale maschile irresistibile. A me piacciono decisamente meno “maccaroni”, più svegli, con un appeal più travolgente, con lo sguardo meno bovino, in grado di sostenere una conversazione….. Ma questo è poco rilevante!

Ma si consoli il manager: Bandares fa impazzire moltissimi gay.



Che ipocrisia la polemica sulla Barilla
quotidiano.net

L’altro giorno Guido Barilla ha detto che nel fare pubblicità ai propri prodotti, non utilizza, né mai lo farà, famiglie che non siano quelle “tradizionali” perché è quello il target di consumatori cui si rivolge. Guido Barilla non ha detto che lui discrimina i gay, ha detto che non la pensa come loro e che preferisce comunicare l’ideale classico di famiglia. Cosa c’è di male in questo

G.M., Milano



CatturaASSOLUTAMENTE nulla e solo nel nostro Paese può capitare che si assista ad un simile linciaggio. Emblematiche le reazioni oltre le righe (politicamente corrette?) alle parole di Barilla: sembra quasi che adesso serva l’autorizzazione di qualche autoproclamatasi autorità morale per decidere come pubblicizzare un’azienda privata. “Io non farei mai uno spot con una famiglia gay, non per mancanza di rispetto agli omosessuali che hanno diritto di fare quello che vogliono, senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica”- questo ha detto Barilla. Cosa c’è di male? Una persona, o un’azienda, non è più libera di scegliere i propri valori e il proprio target di comunicazione? “La pubblicità - ha aggiunto - è una cosa molto seria”. Una cosa seria, appunto, da non far giudicare alla Rete.

laura.fasano@ilgiorno.net

Perchè e una sconfitta per tutta la politica

Il Mattino

di Alessandro Barbano


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Contano i fatti. E i fatti dicono che il governo va a casa senza aver abolito le Province, senza aver tagliato i costi del finanziamento ai partiti, senza aver fatto una sola riforma strutturale che riguardi il lavoro, le liberalizzazioni o altre misure in grado di rilanciare l’economia. I fatti dicono che il bipolarismo conflittuale, quello che governa il Paese da vent’anni con responsabilità alterne di un polo o dell’altro, ha fallito un’altra volta. Ha promesso e non ha mantenuto. Si è impegnato con gli elettori e ha tradito le loro attese. Ha chiesto un’estrema fiducia ai cittadini e l’ha gettata al vento.

Segui @mattinodinapoli

domenica 29 settembre 2013 - 15:30   Ultimo aggiornamento: 16:05

Moro fu ucciso da nessuno

Marcello Veneziani - Dom, 29/09/2013 - 14:56

Propongo una commissione d'inchiesta sulla commissione d'inchiesta istituita l'altro giorno sul caso Moro

Propongo una commissione d'inchiesta sulla commissione d'inchiesta istituita l'altro giorno sul caso Moro.


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E non perché è già la terza commissione istituita su Moro; e le precedenti, con rispetto parlando, non ci hanno detto granché. E nemmeno perché nel frangente che stiamo vivendo e con la seconda Repubblica che sta cedendo alla terza, la proposta viaggia con due Repubbliche di ritardo. Ma il mistero è nel testo, diffuso in solitudine dall'agenzia Public Policy, della proposta avanzata dal Pd ma firmata anche da parlamentari di centrodestra e da un folto gruppo di ex democristiani, a partire dal primo firmatario Beppe Fioroni. Si parla del «caso Moro» e più volte de «la morte di Moro», ma non si parla mai dell'uccisione, omicidio o assassinio di Moro ad opera delle Br.

Nel testo è scritto che cresce «il sospetto, sempre più connotato da certezza, che la morte di Moro poteva essere evitata». E la commissione, già prima di iniziare i lavori, ha «l'ambizione di scrivere la parola fine sulla verità storica dell'evento». Sì, da anni si parla della trattativa negata per salvare Moro, qualcuno ha detto che si sapeva perfino dove fosse tenuto in prigione e che addirittura qualcuno sarebbe andato a visitarlo. Ma il vero mistero e la vera novità è perché l'assassinio viene derubricato a «morte» e l'esecuzione delle Br ridotta a «evento» anonimo. Se non è stato ucciso, come è morto Aldo Moro, di dispiacere, di cattiva alimentazione, per un tamponamento della Renault 4 su cui fu ritrovato? Cosa sapete già prima di indagare?

Vajont, denuncia choc: «Frana pilotata, c'era un piano per farla cadere»

Il Messaggero

di Lauredana Marsiglia


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«Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera, saranno tutti davanti alla tivù e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri, non accadrà niente e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo».


La sconvolgente conversazione tra dirigenti della Sade, sarebbe avvenuta, più o meno con queste parole, nell’ufficio di Longarone dell’allora notaio Isidoro Chiarelli. Dovevano firmare un atto relativo all’acquisto di un terreno. Poi un avvertimento: «Lei ha un segreto professionale da rispettare - aggiunsero -, altrimenti se ne pentirà». A mezzo secolo dall’onda maledetta, che non fu alta trenta metri bensì 300, Francesca, figlia minore del notaio, scomparso nel 2004, mette sul piatto una verità che, all’epoca, aggiunge la sorella Silvia, docente universitaria a Padova, «costò alla famiglia l’isolamento dalla Belluno che conta. Ma nostro padre, anche se per quasi due anni non lavorò più, schivato da tutti, non smise mai di farsi testimone di quelle parole. Per questo ebbe molti problemi, pressioni e minacce. Il suo grande cruccio fu quello di non essere mai creduto, nemmeno nella sua veste "certificante" di notaio».

«La sera del disastro programmato - prosegue - mio padre ci fece stare pronti. Eravamo vestiti di tutto punto, pronti a scappare». E l’onda scese. Con soli 39 minuti di ritardo rispetto all’ora indicata dai dirigenti Sade: erano infatti le 22.39. La prevalenza della popolazione era chiusa in casa a guardare la partita e questo, secondo la Sade, sarebbe stata una garanzia di tranquillità per eseguire la manovra di far scendere quella maledetta frana che pesava come un macigno sul valore dell’opera, destinata ad essere venduta all’Enel. I modelli di studio effettuati a Nove indicavano infatti che l’onda sarebbe stata alta una trentina di metri. Che mai avrebbe potuto fare uno spruzzo simile?

Ma perché raccontare tutto questo solo ora? «Mio padre ci provò in tutti i modi - prosegue Francesca -, ma non ebbe ascolto. Parlarne oggi, in cui l’attenzione mediatica è forte, per l’imminente cinquantesimo, non può che rendere onore al coraggio di nostro padre. E poi basta parlare di disgrazia: nostro padre lo chiamava eccidio».

 
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Vajont 1963: le foto dell'epoca (Zanfron)


Vajont 1963, le foto dell'epoca (Zanfron)



Vajont 1963, le foto dell'epoca (Zanfron)


Vajont 1963: le foto dell'epoca (Zanfron)



Vajont 1963: le foto dell'epoca (Zanfron)



Domenica 29 Settembre 2013 - 15:24
Ultimo aggiornamento: 16:48

Ingroia avvocato abusivo?

Franco Grilli - Dom, 29/09/2013 - 12:53

I Consigli dell’Ordine degli avvocati di Roma e Palermo stanno istruendo un procedimento disciplinare a carico dell’ex pm

Antonio Ingroia denunciato per esercizio abusivo della professione? Il rischio c'è.


Cattura
Infatti, i Consigli dell’Ordine degli avvocati di Roma e Palermo stanno istruendo un procedimento disciplinare a carico dell’ex pm passato di recente tra le fila degli avvocati. Motivo? L’ex magistrato avrebbe assunto la difesa dell’associazione dei familiari delle vittime della strage dei Georgofili, giovedì scorso nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, senza avere prestato giuramento. 

Il segretario dell’Ordine di Roma, dove Ingroia è iscritto, e il presidente del Consiglio di Palermo, dove sarebbe avvenuto l’esercizio abusivo della professione, ritengono "che prima di potere esercitare la professione l’avvocato debba giurare davanti al Consiglio". La replica dell'ex leader di Rivoluzione Civile non si è fatta attendere: "Nell’udienza di giovedì non ho preso la parola. È stato solo preannunciato che il 10 ottobre sarei stato sostituto processuale per l’associazione". Insomma, Ingroia, due giorni fa, non avrebbe potuto sedersi nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo, né indossare la toga da penalista.

Che l'abbia fatto per farsi pubblicità?

L'Oscar (postumo) a Endrigo e i furbi del «copia e incolla»

Corriere della sera

Qui da noi il plagio non è reato ma citazione, omaggio, parodia

Cattura
A otto anni dalla sua scomparsa, il grande Sergio Endrigo ha vinto l'Oscar per la musica. Dopo una lunga odissea giudiziaria, il compositore Luis Bacalov ha riconosciuto al cantautore istriano la copaternità della colonna sonora del film «Il postino», per la quale nel 1996 aveva vinto l'ambita statuetta. La causa per plagio aveva già alle spalle due sentenze: la prima nel 2001 parzialmente favorevole a Bacalov, la seconda del 2003 che dava ragione a Endrigo. Di qui il ricorso in Cassazione, interrotto poi dalla transazione accettata dal compositore argentino.

Alla Siae, «Il postino» risulta ora composto da Bacalov, Endrigo, Riccardo Del Turco e Paolo Margheri. Meglio così, una bella notizia per chi ha amato il cantautore istriano, morto con il magone di non essere stato pienamente compreso.

Nei Paesi anglosassoni il plagiarism è reato (lo si insegna nelle università), ma anche qualcosa di più: un discredito che uno si porta dietro tutta la vita. Abbiamo letto di romanzieri messi al bando, di giornalisti cacciati dal posto di lavoro, di artisti che hanno dovuto sborsare multe milionarie. Tempo fa, in Germania, il ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg si è dovuto dimettere, dopo essere stato accusato di aver ottenuto un dottorato di ricerca dall'università di Bayreuth presentando una ricerca in gran parte copiata. Da noi il concetto è più blando: il plagio diventa citazione, la citazione omaggio, l'omaggio parodia. Chi è colto con le mani nel sacco s'inventa le scuse più fantasiose: colpa del collaboratore, della mamma, della memoria. Intere pagine di «Via col vento» sono finite in un romanzo come «ricordo involontario». C'è persino chi plagia a fin di bene, per accrescere la propria autorità morale.

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È vero, nella società postmoderna tutto è già stato scritto e visto, tutto è già citazione nel momento stesso in cui appare. Il procedimento principale diventa così la combinazione di nuove figure, l'assemblaggio dell'esistente. Si parla persino di una generazione «copia e incolla».

Alla fine, però, vale sempre la regola dello sceneggiatore Wilson Mizner: «Quando rubi da un autore è plagio, quando rubi da tanti è ricerca».

29 settembre 2013 | 13:14

Guidare rende sterili” Lo sceicco fa ridere il Web

La Stampa

Il divieto alle donne al volante comincia a mostrare le prime crepe. E le frasi choc sono un boomerang

giordano stabile


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Ce la faranno le donne saudite a mettersi finalmente al volante senza essere fermate e multate dall’occhiuta e implacabile polizia religiosa? Il muro di uno dei divieti più assurdi, anche per gli Stati teocratici, comincia a mostrare le prime crepe. Il capo della Shura (assemblea, non eletta) che si occupa di stabilire quello che è ammesso e non ammesso dal Corano ha dovuto concedere: «Nelle sacre scritture non c’è un testo esplicito che vieti alle donne di guidare».

E il prossimo 26 ottobre è prevista una manifestazione oceanica di donne alla guida, pronte a sfidare la legge e a intasare in auto tutte le strade del regno. Le adesioni su Internet sono già decine di migliaia. Ma il fronte conservatore non cede e combatte anche sui social media, il terreno preferito dalle nuove «suffragette» (il diritto di voto, per le saudite, arriverà, forse, nel 2015). Lo sceicco Al Luhadayan, consulente legale della Gulf Psycological Association, ha avvertito su Twitter che guidare «danneggia le ovaie e fa ruotare il bacino», in pratica rende sterili. È stato sommerso di ridicolo sulla Rete. «Ma dove hai preso la laurea?» è stato il commento più tenero. Cose che fanno sembrare il vicino Iran, specie sotto la nuova presidenza Rohani, un campione di emancipazione.

Mutui, bollette e rate condominiali, ecco l'Italia che non paga più i debiti

Corriere della sera

Nel 2012 non sono stati versati 34 miliardi. I figli non possono più mantenere il tenore di vita dei genitori

Cattura
ROMA - Per tirare avanti il signor Mario fa il doppio lavoro. Di giorno colf in una famiglia (sì, lo fanno anche gli uomini), di sera co.co.co per un'impresa di pulizie. Doppio lavoro per un doppio problema: un debito con il vecchio padrone di casa e una carta revolving, quelle che permettono di comprare subito per poi pagare in scomode rate, con un tasso di interesse che ti strozza. Due figli piccoli, 40 anni e una moglie che ha perso il lavoro, Mario non ce la fa più. E chiede una mano alla Caritas. È una delle 70 persone in difficoltà che ogni mese si rivolgono agli sportelli romani dell'organizzazione. Grazie ad un prestito agevolato è riuscito a chiudere quella trappola chiamata revolving, con l'impegno di pagare di suo il debito con il padrone di casa. Per questo continua a fare il doppio lavoro, continua a spezzarsi la schiena 14 ore al giorno, continua a vedere i figli solo la domenica quando va bene. Eppure è un uomo fortunato.

Nel 2012 gli italiani hanno lasciato in sospeso debiti per 34 miliardi di euro. Una media di 566 euro a testa, neonati compresi che ormai nascono già con la cambiale vicina al biberon. E una crescita galoppante che nemmeno il Pil cinese dei bei tempi: più 11% rispetto al 2011, più 48% rispetto a due anni prima. I numeri arrivano da chi il problema lo conosce bene: l'Unirec, l'associazione che riunisce le società di recupero crediti. Uno dei pochi business in espansione, con un aumento della aziende che operano nel settore. Ma anche il loro lavoro si è fatto più difficile. Perché aumentano i debiti lasciati in sospeso, ma diminuisce la fetta di quelli che riescono a recuperare: siamo scesi al 21,5% contro il 24,1% dell'anno precedente. Non si paga subito e non si paga nemmeno dopo, quando a casa bussa l'esattore che pure sa essere molto convincente.

C'è la crisi, la gente perde il lavoro, va in cassa integrazione. Anche chi il lavoro ce l'ha guadagna meno di prima. E nel cassetto del comò di casa Italia si accumula di tutto: bollette, rate della macchina, cedolini per l'affitto o il condominio. Nel 2012 gli sfratti per morosità (quelli che non pagano l'affitto) sono stati 60.244, contro i 52.291 del 2008. Anche per i mutui le cose vanno peggio. Il tasso di default, almeno sei rate di ritardo, è arrivato nel marzo 2013 al 2% contro l'1,6% di un anno prima. «E la situazione generale dovrebbe peggiorare ancora nel triennio 2013-2015» prevede Daniela Bastanielli, di Crif, la società che con Assofin e Prometeia misura periodicamente la temperatura del credito nel nostro Paese.

L'evasione aumenta pure per le rate del condominio: siamo arrivati al 24% rispetto al 10% fisiologico di prima della crisi, secondo l'associazione degli amministratori Anammi. «E ormai - spiega il presidente Giuseppe Bica - il problema riguarda anche i quartieri considerati agiati, come san Babila a Milano o i Parioli a Roma. Spesso sono case grandi e con alte spese di mantenimento lasciate in eredità. I figli non ce la fanno a mantenerle perché non hanno lo stesso tenore di vita dei genitori». Una staffetta generazionale al ribasso, un'immagine perfetta della crisi. E stiamo inquadrando chi almeno può contare sui gioielli di famiglia.

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Ma se molti non pagano perché non ce la fanno, altri non pagano perché non vogliono, perché sono abituati così, perché tanto siamo in Italia. Difficile spiegare altrimenti certi numeri. Sugli autobus un viaggiatore su cinque fa il «portoghese», dicono le stime delle aziende di trasporto. Tre milioni di auto, il 7% del totale, vanno in giro senza l'assicurazione e le tariffe più alte d'Europa, che devono scendere, non possono essere una giustificazione. Altri due milioni di macchine non pagano il bollo, mentre a Roma è risalita l'evasione da parcheggio a pagamento: siamo al 12,4%, due punti in più di prima della crisi. E poi ancora ci sono le vecchie multe non pagate per un totale di un miliardo e mezzo di euro, quell'italiano su quattro che non versa il canone Rai, il 4,3% che non paga l'acqua e l'1,2% che non paga la luce. Oppure che la paga con il trucco, come le calamite che rallentano il contatore e che, per non dare sospetti, hanno sopra pure una bella immagine di Padre Pio. Che cosa sta succedendo?

«La lunga durata di questa crisi rischia di innescare un meccanismo di rivalsa nei confronti della società» dice Bruno Mazzara, professore di Psicologia dei consumi alla Sapienza di Roma. Rivalsa, in che senso? «Ho perso il lavoro, ho perso la dignità e allora mi compro quello che mi serve, dal telefonino alla macchina, per restare dentro un modello culturale che nonostante tutto continua ad essermi imposto ogni giorno. E poi non pago, tanto chi se ne frega, dal domani sono ormai psicologicamente lontano. Di fatto significa rinunciare ad un progetto di futuro, all'idea stessa di società». Troppo pessimista il professore? Purtroppo i segnali ci sono. Per le vendite a rate, quelli che non pagano sono saliti nel marzo 2013 al 2,6% contro il 2,1% di prima della crisi, nel 2007. Sono tornate di moda pure le cambiali, cresciute nel 2012 addirittura del 44% rispetto al 2009. E per il futuro le società di recupero credito dicono che andrà ancora peggio: nel 2013 prevedono un aumento del 10% per i debiti lasciati in sospeso e una diminuzione della percentuale che loro riusciranno a far pagare. Non si paga subito e non si paga nemmeno dopo, la tendenza si rafforza.

Del resto l'esempio viene direttamente dalla Repubblica italiana. La pubblica amministrazione ha accumulato nei confronti delle aziende un debito di 90 miliardi di euro. Tre volte quello lasciato in sospeso da famiglie e imprese. Anche Comuni e ministeri rientrano fra quelli che non pagano le bollette di luce e acqua. E per lungo tempo non abbiamo nemmeno saputo a quanto ammontasse di preciso quella montagna di soldi mancati che ha portato alla chiusura di tante aziende. Da qualche mese i pagamenti sono cominciati. Anche se in ritardo la pubblica amministrazione salda i suoi debiti. Forse c'è ancora tempo per ricostruire quel patto di fiducia fra Stato e cittadini che in Italia è stato sempre traballante e che la crisi rischia di rompere per sempre. L'alternativa è far saltare definitivamente ogni regola, lasciar scivolare la vita di tutti i giorni e un intero Paese verso la scena di un vecchio film dei fratelli Marx. Dice Chico: «Ti faccio una proposta. Ci devi 2 mila dollari: ce ne dai 2 mila e facciamo pari». Risponde Groucho: «Non è un'idea malvagia. Allora io sento il mio avvocato, e se mi consiglia di accettare cambio avvocato». Non ci sarebbe nulla da ridere.

29 settembre 2013 | 9:50

La Sinistra impicca pure con le parole

Giuliano Ferrara - Dom, 29/09/2013 - 08:32

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto

Avrete notato che con il caso di Guido Barilla è emerso il lato autoritario, prescrittivo, del politicamente corretto. Tu industriale della pasta non puoi dire alla radio che per te, con rispetto per tutti, quel che conta, quel che importa ai fini dello sviluppo, dell'investimento, dell'immagine, del marketing, è la famiglia tradizionale biparentale, maschio e femmina e bambini al seguito.


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Il Mulino bianco, lo spaghetto, i biscottini entrano nello spettro delle cose scorrette e discriminatorie se non si combinano con uno spot gay o «favorevole all'integrazione», secondo il linguaggio edulcorato o eufemistico scelto da Dario Fo, già testimonial della pubblicità Barilla. Guido Barilla viene aggredito, non solo in Italia, non solo dai militanti della cultura gay, non solo dai progressisti cosiddetti: ormai il linguaggio della correttezza ideologica è unificato, lo condividono le grandi maggioranze conformiste, è una seconda pelle della nostra cultura. L'aggressione punta a risultati umilianti e li ottiene, Barilla è costretto a scusarsi, anche con i suoi dipendenti, perché certe opinioni sono o stanno per diventare crimine di legge, alla faccia del diritto di pensiero e di parola, alla faccia delle libertà liberali.

È un caso Buttiglione undici anni dopo. Ci fu almeno un principio di controversia, si sentirono voci discordanti, quando fu fatto fuori da commissario il politico cattolico che al tribunale della coscienza laica di Bruxelles, fattosi organo della caccia alle streghe sul tema dei diritti gay, rispose di conoscere la differenza tra diritto e morale, ma che in termini di morale la sua cultura cattolica gli suggeriva un giudizio negativo sul comportamento omosessuale. Ora non c'è più nemmeno la controversia, Barilla se lo sono cucinato in pochi istanti, il tempo di cottura di mezzo chilo di fusilli.

Intanto in Francia sono tornati i giacobini. Il ministro dell'Istruzione vuole scristianizzare la società e la scuola, formula decaloghi per l'indottrinamento anticattolico, si cancellano le feste religiose, si tolgono di mezzo i santi, si predica apertamente la religione dello Stato laico come l'unica religione ammessa, con i suoi dogmi, le sue certezze, il suo autocontraddittorio farsi dottrina valida per tutti.

I politici cattolici e democristiani in giro per l'Europa se ne impipano, i vescovi parlano d'altro, magari interpretano le frequenti interviste e gli interventi di Papa Francesco come un via libera: non giudicare è evangelico, credere è evangelico, avere fede è meglio di niente, ma il diritto all'espressione razionale, la libertà di dire e di pensare quel che sembra giusto non è disponibile, o non dovrebbe esserlo. Eppure un certo grado di autoritarismo repressivo si affaccia come una necessità se si intenda riformare e riaggiustare dalle radici la società e il set più o meno tradizionale di opinioni che la riguardano.

La tecnica è quella dei totalitarismi democratici moderni, che sono cosa diversa dai fascismi e dal nazismo. Si procede negando la realtà, il fatto, e dando tutto il potere alle formule verbali che edulcorano o deformano in modo anche grottesco ciò che è. Il caso Berlusconi non è così diverso. Il politicamente corretto, che costituisce un regime culturale, non può sopportare lo sguardo del reale, del senso comune. È stranoto che c'è un conflitto tra politica e giustizia, che questo conflitto dura dall'epoca in cui furono liquidati i partiti politici, che il partito dei pm e dei giudici ha surrogato gli altri poteri abrogando la divisione dei poteri, che lobby mediatiche e finanziarie e civili importanti hanno costruito sulle avventure della giustizia politicizzata le loro fortune.

È tutto lì squadernato davanti agli occhi del pubblico, solo che si voglia guardare: magistrati che fondano partiti o si buttano con risultati mediocri in politica, pm che fanno secco una volta un governo Berlusconi e la volta dopo un governo Prodi in un circuito senza controllo di prepotere e di uso politico della giurisdizione, l'alleanza con i media manettari all'insegna della violazione sistematica del segreto investigativo, e si potrebbe continuare a lungo.

Ma bisogna resistere alla realtà, evitare di confrontarsi l'evidenza. E allora si ricorre al linguaggio, al conformismo del linguaggio interpretativo. Bisogna tenere separata la questione della condanna di Berlusconi dalla politica, oops, ma come si fa se da vent'anni il centrodestra denuncia una manovra mediatico-giudiziaria ai danni della politica e del suo capo politico? Eppure con questi espedienti ideologici fatti di formule si fomenta un'aggressione vasta e aspra all'Arcinemico, accusato di eversione perché protesta contro quella che considera un'ingiustizia capace di svuotare lo Stato di diritto e la democrazia del suo contenuto e della sua forma. Qui non è in questione un cambio di governo o di maggioranza, l'obiettivo dei politicamente corretti è l'instaurazione di un regime mentalmente carcerario, di una grande prigione culturale.

Panini firma il "suo" primo numero di Topolino

Libero

L'azienda modenese ha chiuso il suo accordo con la Disney per la pubblicazione in Italia dei settimanali americani. E per il primo numero...


Cattura
Svelata la copertina del primo numero di Topolino targato Panini Comics: Mickey Mouse alle prese con la rovesciata Panini, storico simbolo delle figurine Calciatori. Uscirà in edicola il prossimo 2 ottobre ed è destinato a diventare un albo da collezione. Questo numero di Topolino (il 3019) segue l'accordo dell'azienda modenese con The Walt Disney Company Italia per l'acquisizione dei periodici Disney in Italia.

La copertina è stata disegnata dal maestro Giorgio Cavazzano, che ha voluto così marcare nel suo disegno questo epocale passaggio di testimone, il secondo nella vita della testata dopo quello da Mondadori a Disney Italia nel 1988 (il numero 1702). Per tutti i collezionisti, uscirà anche una preziosa versione 'variant' di questo albo, con una copertina in materiale speciale color verde, che sarà disponibile allo stand Panini Comics durante le principali fiere di settore di ottobre e novembre, e nelle migliori fumetterie.

Le caramelle di Candy Crush puntano a Wall Street

Corriere della sera

La software house che produce il popolare gioco avrebbe presentato i documenti per l'Ipo

Cattura
Le caramelle a Wall Street? Il popolare gioco Candy Crush - o meglio la software house King che lo ha sviluppato sta per volare in borsa. Secondo indiscrezioni, riportate dal Wall Street Journal e dalTelegraph, la società potrebbe essere quotata negli Stati Uniti dopo la presentazione dei documenti per l'Ipo. E se la volontà di diventare una public company non stupisce più di tanto (si pensi al precedente poco felice di Zynga), ciò che colpisce è la valutazione della King. Il suo valore sarebbe infatti vicino ai 5 miliardi di dollari. Difficile però sarà convincere gli investitori, rimasti scottati dal flop di Zynga.

BOMBE DOLCI - Candy Crush Saga è uno dei social game più popolari dell'ultimo periodo e conta una media di 45,6 milioni di utenti al mese «Il successo ottenuto da King e i margini di crescita che ancora ci sono rendono possibile un ulteriore sviluppo del business, e una possibilità potrebbe essere quella della quotazione in borsa», ha spiegato un portavoce della società al Wall Street Journal. La storia però insegna come la vita delle software house non sia per nulla semplice in Borsa. Nel 2011, Zynga iniziò o offrire pubblicamente i suoi titoli, debuttando con un'offerta iniziale di 10 dollari per azione. Adesso, queste azioni vengono scambiate a 2,89 dollari. Zynga non è riuscita più a cavalcare il successo di giochi come CityVille e FarmVille, e nel corso del tempo avrebbe perso anche l'appoggio di Facebook. E la stessa sorte potrebbe toccare alla King.

28 settembre 2013 | 10:40

Corso di arabo alle elementari Il Marocco colonizza Treviso

Libero

Finanziati dal governo nordafricano, insegneranno la lingua, la cultura e la storia musulmana. Cedimento all'Islam in nome dell'integrazione

Matteo Mion



Cattura
L’insegnamento della lingua araba nella scuola italiana parte inaspettatamente dalla fortezza del Nordest, la dura e pura Treviso. Proprio gli abitanti della Marca gioiosa, che agognavano al dialetto veneto come lingua ufficiale, manderanno i figli a imparare l’arabo. Infatti, la scuola elementare Coletti inserirà nell’orario scolastico le lezioni di «corso lingua e cultura araba».

L’istituto trevigiano è il primo in Italia a implementare un corso di arabo totalmente gratuito, perché pagato dal governo del Marocco. «Un traguardo clamoroso per l’associazione Intermedia» commenta il professore marocchino residente a Treviso ZinounBouchra «…i bambini dalla terza alla quinta avranno la possibilità di imparare l’alfabeto arabo, la storia e la cultura da cui provengono tanti loro compagni. E tutto durante l’orario scolastico. Treviso batte un colpo nel campo dell’integrazione e l’iniziativa è assolutamente gratuita». Comprendiamo la gioia del prof marocchino per il traguardo raggiunto, ma ci permettiamo di dubitare dell’utilità didattica dello studio dell’arabo per ragazzi in tenera età.

Anche se, a dirla tutta, l’innovazione appare un avvicinamento, o più maliziosamente un indirizzamento alla cultura islamica più che un corso finalizzato all’apprendimento di un idioma.  Così i fioi de Treviso conosceranno poco o nulla della Repubblica Serenissima, delle mutilazioni e del martirio eroico di Marcantonio Bragadin, generale della Repubblica veneta, torturato e trucidato in nome dell’Islam, il cui cadavere fu issato sul pennone di una galea ottomana e portato a  Costantinopoli, dopo giorni di prigionia con naso e orecchie mozzate. Poitiers,

Lepanto, millenni di storia e battaglie spazzati via dai sussidiari di scuola in cambio del Corano e della Mecca. Non essendo riuscita la conquista con le armi, oggi, in nome del falso mito dell’integrazione razziale, la colonizzazione araba parte dalla scuola elementare. Complimenti alla lungimiranza del governo marocchino che, dopo aver favorito lo sbarco clandestino di migliaia di marocchini in Italia, riesce a istituire e sovvenzionare corsi di cultura araba nella roccaforte del leghismo e della razza Piave. E noi che facciamo? Subiamo sempre.

Miopi e ipocriti  Siamo abbindolati da questa barzelletta dell’integrazione razziale senza renderci conto che avviene sempre e solo a senso unico. In Alto Adige sta sparendo l’italiano per far largo al tedesco e il Veneto vuole andare oltre: marocchino gratuito a 7 anni. Così formiamo le classi dirigenti del futuro capaci di competere sul mercato globale, insegnando alla nostra gioventù come si rivolge il tappetino alla Mecca e i dogmi maomettani. Rifinanziamo la missione dei militari italiani per proteggerci da Al Qaeda, all’Onu discutiamo sulla guerra alla Siria, ma a Treviso blandiamo l’Islam che così s’insinua subdolamente nel nostro tessuto sociale. E non voglio immaginare l’espressione del viso di quei genitori che un giorno, in luogo del Pater noster, sentiranno recitare la preghierina dell’ora di pranzo dal proprio figlio: Allah Akbar!