giovedì 26 settembre 2013

Nel 1998 Telecom voleva comprare Apple. Jobs aveva altro in mente

Lucio Di Marzo - Gio, 26/09/2013 - 10:41

Nel 1998 la società italiana aveva molta liquidità e voleva comprarsi la società di Jobs. Ma a Cupertino i piani erano altri

 

Sarebbe bastato un sì di Steve Jobs e i mondi di Telecom e Apple avrebbero seguito strade parallele.
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Era il 1998 e la compagnia telefonica italiana- lo ricorda oggi Massimo Sideri sul Corriere della sera - aveva una grande liquidità da spendere. Stavo meno bene la compagnia di Cupertino, che anzi attraversava un momento non facile.

Gli americani avevano appena richiamato alla guida il guru Jobs, nel tentativo di risolvere la situazione. In Italia, Telecom attraversava invece il breve periodo della presidenza di Gian Marco Rossignolo. Nel 1997 l'italiano Marco Landi sedeva nel board della Apple. L'anno successivo sarebbe approdato a Telecom International. Da qui l'idea di acquistare la società americana.

Nel 1998 Landi propose un accordo a Steve Jobs. Che il guru di Apple rifiutò. Come sono andate poi le cose è sotto gli occhi di tutti.

Il mouse di Jobs torna alla luce 30 anni dopo

Corriere della sera

Era stato usato dal guru di Apple durante una presentazione ad Aspen e poi sepolto in una "capsula del tempo"

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MILANO - Trenta anni fa si tenne ad Aspen, in Colorado, la conferenza Internazionale sul design. Un evento per addetti ai lavori al termine del quale, in un tipico slancio futuristico fatto con tono goliardico, ai presenti venne chiesto di lasciare un oggetto personale in eredità ai posteri. Gli oggetti vennero messi in una capsula del tempo, un tubo lungo tre metri e mezzo, che venne interrato nei dintorni. Tra i partecipanti al convegno c'era anche Steve Jobs che, colto di sorpresa dall'iniziativa degli organizzatori, diede il mouse che aveva utilizzato durante la propria presentazione. Ora la capsula è stata dissotterrata e la preziosa periferica recuperata. Si tratta del mouse dell'Apple Lisa , uno dei primi personal computer prodotti dall'azienda di Jobs, che allora era appena stato commercializzato. 
 
SECONDO TENTATIVO - Il recupero della capsula del tempo è stato meno banale del prevedibile, dato che già nel 2000 era stato tentato infelicemente. Semplicemente gli organizzatori non ricordavano il luogo esatto della tumulazione, e il panorama circostante, molto cambiato da allora, non aiutava la memoria. Alla caccia al tesoro ha recentemente deciso di partecipare anche la troupe del programma tv "Diggers" (in Italia "Cacciatori d'Oro", la puntata in questione si potrà vedere durante la seconda stagione che partirà su National Geographic Channel dal 20 novembre), che è riuscito nell'impresa pochi giorni fa. Il tempo di ripulire il tubo e di catalogare l'incredibile quantità di oggetti stipati. Oltre al mouse – che ci è voluto un po' di tempo a reperire tra l'amasso di cose – anche un videodisco di Nicholas Negroponte con la rappresentazione in 3D di Aspen, il manoscritto di un episodio della serie tv degli anni '80 Hill Street Blues, una videocassetta della conferenza appena conclusa, un telefono a disco combinatore ma anche molti oggetti meno preziosi e rari come dei cubi di Rubik, molti badge della conferenza e persino sei lattine di birra (che pare siano ancora integre).

Il mouse di Jobs 30 anni dopo Il mouse di Jobs 30 anni dopo Il mouse di Jobs 30 anni dopo Il mouse di Jobs 30 anni dopo Il mouse di Jobs 30 anni dopo


STEVE JOBS NEL 1983 - A impreziosire il mouse non è solo il fatto che Lisa è uno dei pc che hanno fatto la storia dell'informatica. L'oggetto in questione è anche un ricordo di com'era Steve Jobs trent'anni fa, e cioè cosa pensava e cosa pensava della tecnologia. L'intervento da lui tenuto è stato in parte conservato e si può apprezzare la lungimiranza della visione di Jobs, che già nel 1983 parlava di computer che si collegano con connessioni radio (l'idea della banda larga mobile era di là da venire e all'epoca nemmeno la diffusione di Internet era prevista); pensava ai difficili problemi da risolvere per far funzionare i comandi vocali. Riguardo la strategia di Apple dichiarò di voler mettere un computer incredibilmente potente in un libro da portare in giro e da poter utilizzare senza dover studiare informatica. C'è riuscito.

25 settembre 2013 | 17:15

Buona la prima, iTunes Radio decolla con 11 milioni di utenti

La Stampa

In cinque giorni, il nuovo servizio musicale di Apple (per ora disponibile solo negli USA) mostra già i muscoli. La sfida a Pandora e agli altri big dello streaming online (in particolare le web radio) è ufficialmente aperta.


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Se il buongiorno si vede dal mattino, Apple ha di che brindare. I primi dati diffusi sul battesimo di iTunes Radio, il servizio di web radio distribuito il 18 settembre in contemporanea con il lancio del nuovo sistema operativo iOS7, parlano di 11 milioni di ascoltatori nei primi cinque giorni. Una audience istantanea che surclassa nettamente quella tirata su a fatica negli anni da molti altri attori del web musicale (Rhapsody, attivo dal 2001, si aggira intorno ai 3 milioni al mese) e che fa suonare un vigoroso campanello d'allarme anche nel quartier generale del numero uno della categoria, Pandora, piattaforma non ancora attiva in Italia che di utenti mensili ne vanta circa 70 milioni. 

Come suggerisce il nome, iTunes Radio è una new entry nel settore delle radio su Internet. Permette agli utenti di ascoltare stazioni tematiche, create a partire dal nome di un artista, dal titolo di un brano o da un genere musicale. L'applicazione si muove all'interno del sistema iTunes (lo storico software di Apple che serve anche da tramite con l'iTunes Store, oltre che con i dispositivi mobili iPod, iPhone e iPad). Nel suo mirino, dunque, ci sono specificamente Pandora e gli altri protagonisti – tra etere, Web e satellite – del moderno panorama radiofonico, in particolare quello degli Stati Uniti: Clear Channel, SiriusXM, Slacker.

Solo indiretta è la concorrenza con le piattaforme di streaming on demand, più diffuse da questo lato dell'Atlantico (Spotify, Deezer, Rdio, la neonata Google Music All Access), che permettono invece di organizzare playlist e decidere le singole canzoni da ascoltare. Al momento, iTunes Radio è disponibile solo negli USA: attraverso l'iOS7 su iPhone e iPad, oppure tramite l'aggiornamento del software iTunes (vi si può accedere se si ha un “account americano” su iTunes). Per l'ennesima volta, dunque, si è costretti a commentare una notizia digita-musicale guardando dal buco della serratura, in casa altrui.

Dal lato di Apple, questa è un'ulteriore buona notizia: significa che i primi 11 milioni di utenti arrivano solo dal bacino statunitense e saranno di sicuro rimpolpati dalla prossima apertura negli altri paesi. Da quello nostrano, è interessante notare comunque un avvicinamento generale di Apple allo streaming, anche al di fuori del lancio di iTunes Radio. Prova ne sono i sempre più numerosi album proposti in ascolto esclusivo su iTunes, in anteprima rispetto alla vendita in download (in questi giorni, per esempio, Fisico & Politico di Luca Carboni). 

Parlare di buon inizio non significa però sbilanciarsi su un trionfo sul lungo termine. Gli 11 milioni citati lunedì nel comunicato stampa di Apple rappresentano utenti che hanno “provato” il servizio, probabilmente incuriositi dalla novità e dalla possibilità di farlo a costo zero (l'offerta base di iTunes Radio è gratuita, con annunci pubblicitari inseriti tra le canzoni). Un altro paio di maniche sarà trasformarli da semplici visitatori a fedeli ascoltatori. Apple può contare su indiscutibili vantaggi: la forza globale del brand, le esclusive (vedi sotto), la sinergia tra software e device portatili, il serbatoio di oltre 500 milioni di account già aperti nella galassia iTunes e altri ancora.

Ma gli ultimi passi dell'azienda non sono stati accolti con i plausi universali tipici dell'era Steve Jobs (vedi anche le recenti contrastate reazioni a iOS7 e ai nuovi iPhone) e le prime recensioni di iTunes Radio sembrano concordi nel giudicare l'intelligenza artificiale che genera le stazioni radiofoniche del servizio meno efficace rispetto a quella maturata negli anni da Pandora, complici gli input degli ascoltatori (che su Pandora possono “promuovere” o “bocciare” le canzoni, determinandone la frequenza di apparizione futura nelle radio personali). 

Insomma, la sfida appare aperta e avvincente. E lo stesso tracollo (-11%) fatto registrare lunedì da Pandora al Nasdaq non deve spingere a facili conclusioni, visto che le quotazioni della web radio  si aggirano comunque intorno ai massimi storici. Certo è che anche altri fattori testimoniano la rilevanza dell'ingresso in campo di Apple: dal supporto di partner commerciali pesanti (McDonald's, Pepsi, Nissan), alla collaborazione dell'industria dei contenuti e dei suoi big (alcune stazioni di iTunes Radio hanno dj di lusso, come la popstar Katy Perry o l'attore Jared Leto), alla forza di quelle esclusive acquisite durante i dieci anni di dominio assoluto del sistema iTunes/iPod(iPhone). Su iTunes Radio, per esempio, si possono ascoltare fin da subito i Beatles. Lo si può anche fare su Pandora, è vero, ma la musica dei Fab Four rimane ancora un tabù per tantissimi altri servizi online, sia in streaming che in download. 

Comune, ecco il referendum del Pd per sfiduciare de Magistris

Corriere del Mezzogiorno

Il termine ultimo per la presentazione dei referendum sulla città e sulla giunta de Magistris è il 30 settembre


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NAPOLI — Il termine ultimo per la presentazione dei referendum sulla città e sulla giunta de Magistris è il 30 settembre. Ma sono già pronti e sono sei, sostenuti al cento per cento dal Partito democratico. Cinque su argomenti specifici e uno più propriamente politico. Ebbene sì, ci sarà anche quello contro il sindaco de Magistris. La premessa politica è il superamento dell’esperienza arancione che ha fallito, tra le altre cose, proprio sul terreno della partecipazione. Il Pd, dopo qualche tentennamento dichiaratamente all’opposizione, ritiene esaurita la spinta dell’amministrazione targata de Magistris e approfitta, ne ha bisogno, dello strumento referendario per cercare una interlocuzione con la città, dicono, coinvolgendo le sue energie migliori.

Nonché un modo anche per stanare i militanti (ci sono ancora?). Tant’è, il Pd ha deciso di giocarsela, è una sfida, perché il rischio flop è dietro l’angolo. Ma andiamo con ordine. Due riguardano il Lungomare. Ai napoletani si chiederà se vogliono la trasformazione della Villa comunale oppure no. Il secondo: se le risorse pubbliche debbano essere appostate per il progetto che vorrebbe la Villa senza barriere oppure debbano andare alle periferie. Il terzo quesito è, invece, semplicissimo: volete liquidare la società di trasformazione Bagnolifutura oppure no? Quarto, il più popolare: volete vendere lo stadio San Paolo oppure no? Il quinto riguarda, invece, la contestata delibera sul patrimonio comunale con la quale si è sanata l’occupazione abusiva delle case popolari. Ai cittadini verrà chiesto se sono d’accordo oppure no. E già scivoliamo nel campo politico.

Arriviamo al sesto, infatti. Alla fine la posizione dura di Enzo Ruggiero, tra i primi ad aver lanciato l’idea, è stata accolta, dal Pd in primis. Ruggiero, sponsor e collega di partito di Luigi de Magistris, ha rotto con il primo cittadino (non è stato l’unico visto che la lista Napoli è tua è deflagrata dopo poco tempo) e ne è diventato uno dei più aspri oppositori. Il sesto e ultimo è un guanto di sfida lanciato a de Magistris. Il quesito suona più o meno così: condividete la politica del sindaco o no? Come dire: siete soddisfatti di de Magistris? Il comitato coordinato dal democratico Umberto De Gregorio, di cui fa parte anche Ruggiero, presenterà a giorni i quesiti alla commissione dei garanti istituita dal consiglio comunale di Napoli dopo un lungo braccio di ferro.

I garanti (Carlo Alemi, presidente del Tribunale di Napoli, Giancarlo Laurini, ex presidente nazionale dei notai e Lucio de Giovanni, preside del Dipartimento di Giurisprudenza della Federico II) dovranno, entro il 30 ottobre, dichiarare quali quesiti referendari sono ammissibili. Solo dopo partirà la macchina dei partiti e dei movimenti che sostengono l’iniziativa. A cominciare dal Pd che rivendica «il ruolo determinante per far fare il referendum», così il segretario provinciale Gino Cimmino. Lo scoglio, visti i tempi che corrono, sono le firme: entro il 31 dicembre ne dovranno raccogliere all’incirca 40 mila. Mica poche. E non c’è dubbio oltre al Pd si farà appello ai movimenti, comitati civici, ai sindacati, in testa la Cgil che non più tardi di ieri ha chiesto la testa del sindaco. E il Pdl? Non è escluso che sui referendum si replichino le grandi intese.

Simona Brandolini 26 settembre 2013

E' morto «l’uomo blu», l’americano l'americano che stupì la rete

Corriere della sera

Si era curato una dermatite da stress con argento colloidale: la sua pelle aveva cambiato colore

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Con la sua insolita pelle blu e la folta barba bianca aveva trovato la fama su Internet: lunedì, «l’uomo blu» è morto per un ictus in un ospedale di Washington. Paul Karason, questo il vero nome del «Grande Puffo» americano, aveva 62 anni. Il suo successo, però, fu anche la sua condanna.

FACCIA BLU - Paul Karason, di Madera in California, si era sottoposto tempo fa a una cura a base di argento colloidale per curare alcuni problemi dermatologici. Tuttavia, come effetto «collaterale» la sua faccia era diventata completamente blu. La colorazione era infatti dovuta ad un vecchio medicinale ampiamente utilizzato prima della scoperta della penicillina, un preparato a base di argento sotto forma colloidale appunto, che Karasan si era fatto in casa e autosomministrato per oltre dieci anni; voleva curarsi una dermatite da stress insorta dopo la morte del padre.

MALEDIZIONE - Nel 2008 era uscito dall'isolamento con un'apparizione nel programma della Nbc, il Today, per raccontare la sua storia e quella condizione che lo aveva fatto diventare blu in faccia, una condizione nota in campo medico come argiria. L'uomo originario dell'Oregon amava scherzare e la prendeva con filosofia: «Dopo un po' il blu ti annoia, non vedo l'ora di provare il verde». Seguirono ospitate sui canali americani, articoli di giornale e interviste a siti di news. Ciò nonostante, il successo - aveva ammesso lui stesso lo scorso anno - si era trasformato in una maledizione: aveva perso la casa e non era mai riuscito a trovare un lavoro stabile. Di più: soffriva di cuore e dovette combattere contro un tumore alla prostata, risultato tuttavia non legato all'assunzione del trattamento. Prima di morire, Paul Karason condusse una vita isolata, non usciva praticamente più di casa. Dal 1999 l'argento colloidale è stato messo fuorilegge negli Stati Uniti proprio perché causa effetti indesiderati a seguito della sua assunzione.

26 settembre 2013 | 15:22

In vendita t-shirt razziste anti-Balotelli «Puzza anche lavato con la varichina»

Corriere del Mezzogiorno

Via Toledo, maglietta contro l'attaccante del Milan


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NAPOLI - Via Toledo, la strada dello shopping: un gruppetto di turisti si ferma, osserva, legge. Sulla t-shirt sistemata in bella mostra su un manichino in strada, c'è scritto: «Milanisti, se fate lavare Balotelli con la varecchina puzzerà sempre». Qualcuno scatta foto. Un ricordo della maglietta razzista.

SU CAVANI - È lo stesso negozio, situato in una traversa dei Quartieri, a due passi dal Banco di Napoli, pienissimo centro, che a luglio espose la t-shirt su Cavani: «Hai amato Napoli come tua moglie». Pepata, ma nei limiti dello sfottò. Stavolta invece gli autori delle magliette con frasi di spirito hanno abbondantemente superato la goliardia andando giù pesante contro l'attaccante del Milan, bersaglio preferito degli ultras di tutta Italia. Forse una risposta - razzista - ai cori altrettanto razzisti dei tifosi rossoneri sui napoletani di domenica scorsa, sanciti con la chiusura della curva a San Siro.

Alessandro Chetta25 settembre 2013

L'inferno nel paradiso fiscale: rivolta anti tasse a San Marino

Gabriele Villa - Gio, 26/09/2013 - 08:29

Parlamentari aggrediti e urla contro la riforma: "Qui ci vogliono massacrare". La polizia è terrorizzata: "È stato il finimondo, non riuscivamo a tenerli a bada"

La frittata è fatta. Lo si capisce dalle decine di uova spiaccicate sui vetri del Palazzo Pubblico che hanno lasciato un segno indelebile. La rivolta dei sammarinesi contro il loro Parlamento.


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Le urla, gli spintoni, i contusi. C'è di che allarmarsi visto che è dal 1463, anno in cui gli armigeri del Monte Titano sconfissero in battaglia il signore di Rimini, Sigmundo Pandolfo Malatesta, che non si assisteva ad un simile casen, come dicono da queste parti, per sottolineare un notevole scompiglio.
Secoli di pace e di tranquillità che si sbriciolano, in una giornata di rabbia, per colpa delle tasse. E che tasse: la riforma fiscale che il governo della lillipuziana Repubblica è in procinto di varare prevede aumenti delle imposte a carico dei lavoratori dipendenti da tre a sei volte l'importo attuale. E poi la patrimoniale e poi ancora lacci e laccioli che fanno quasi venir voglia di rivarcare il confine di Stato e mettere i soldi al riparo in Italia, detto tutto.

Fatto sta che avant'ieri oltre cinquemila persone, hanno invaso piazza della Libertà, meglio conosciuta, dal Medioevo in poi, come il «Pianello», nella quale si erge il Palazzo Pubblico. Dentro era riunito (ma sarebbe meglio dire asserragliato) il Consiglio grande e generale, il parlamento sammarinese, che da lunedì 16, cioè oramai da dieci giorni, cerca di uscire nel meno disastroso dei modi da questa riforma fiscale.

E che intanto avant'ieri, per uscire - nel vero senso della parola - e sfuggire ai pugni, agli sputi, alle uova e alle bottiglie che i manifestanti lanciavano, ha dovuto imboccare una strada che non si percorreva da qualche centinaio d'anni. Infilarsi cioè nel misterioso tunnel segreto - un passaggio storico - scavato sotto il Palazzo Pubblico che raggiunge la sede del ministero dell'Interno. Fatto sta che al grido di «Siamo arrivati e siamo tantissimi», mai, a memoria d'uomo e anche di statue locali, uno sciopero generale (indetto dalla Csu, il sindacato di San Marino) richiamò così tanta popolazione nella pubblica piazza. Per l'invidia di Epifani e soci. Complimenti, complimenti davvero.

Ricostruiamo la dinamica con l'aiuto di un gendarme ciarliero: «In mattinata un gruppo di manifestanti ha tentato di sfondare il cordone di sicurezza della gendarmeria schierata davanti a Palazzo Pubblico. Una cinquantina di persone hanno iniziato a spingere contro il portone per entrare nella sede del Consiglio, lanciando fumogeni e uova. All'interno le guardie di Rocca e noi della gendarmeria in tenuta antisommossa abbiamo fatto muro impedendo loro di entrare ma ci sono stati molti momenti di panico all'interno di Palazzo, specialmente quando da una porta secondaria è entrato del fumo denso perché fuori alcuni manifestanti avevano appiccato il fuoco ad alcuni cartoni e acceso un fumogeno».

Fatto sta che appena la tensione si allenta molti membri della maggioranza preferiscono lasciare Palazzo Pubblico attraverso il tunnel segreto, mentre altri consiglieri escono da una porta laterale evitando i manifestanti. E qualcun'altro invece non sfugge al castigo della folla inferocita che quasi quasi li vorrebbe decapitare come accadde a Maria Antonietta, che, peraltro, pare nutrisse grande ammirazione per la neutralità di San Marino. Bilancio: un ex consigliere del Psd, Denise Bronzetti, viene raggiunta da una bottigliata in testa mentre spintoni, sputi e frasi poco gentili fioccano su altri due consiglieri Upr di minoranza, Marco Podeschi e Giovanni Lonfernini.

«Scene dell'altro mondo, i nostri colleghi della Gendarmeria hanno fatto fatica a tenerli a bada», commenta, a denti stretti, una delle Guardie del Gran Consiglio quelle, in alta e storica uniforme, con cui i turisti fanno a gara per farsi fare le foto, per intenderci. «E domani hanno annunciato una nuova battaglia», gli fa eco il collega, mentre abbraccia, solo per dovere di ospitalità, naturalmente, una giovane ucraina che vuole farsi ritrarre in sua compagnia nel loggione del «Pianello».

Inutile nascondercelo la tensione nell'aria è palpabile. E anche la preoccupazione. È preoccupato Paolo Fazzardi, titolare della profumeria in Contrada dei Fossi: «Qui vogliono salassarci, chissà che cosa succederà». È preoccupata la gentile Ambra, in servizio permanente effettivo al ricevimento del Grand Hotel San Marino: «Io sono l'esempio tipico della lavoratrice dipendente che rischia la supertassa, e quindi di venire supertartassata». Siamo solo all'inizio, sembra incitare in un austero ritratto Domenico Maria Belzoppi, eroico Capitano Reggente del passato sammarinese. Alle armi, dunque. Anzi, alle alabarde.

Negli spot della Barilla non c’è posto per le famiglie gay

La Stampa

Il leader dell’azienda a La Zanzara: «Se agli omosessuali non piace la nostra comunicazione mangino pure un’altra pasta. Nelle nostre famiglie la donna ha ruolo fondamentale»



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Dove c’è pasta… non c’è una coppia gay. “Noi siamo per la famiglia tradizionale – ha detto ieri sera durante la trasmissione radiofonica La Zanzara Guido Barilla, a capo del gruppo leader mondiale nel mercato della pasta e dei sughi pronti. E se gli spot della nota marca sono famosi per i loro ritratti di famiglie da cartolina, Barilla precisa: “non metterei in una nostra pubblicità una famiglia gay”. 

E infine rincara: “Se ai gay piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangino pure, se non gli piace quello che diciamo ne mangeranno un’altra”. “La mia non è mancanza di rispetto per gli omosessuali, che hanno il diritto di fare quello che vogliono nel rispetto degli altri– continua Barilla intervistato in seguito alle dichiarazioni del presidente della Camera Laura Boldrini sul ruolo degli spot in tv-. “ Ma non la penso come loro. La famiglia cui ci rivolgiamo noi è quella tradizionale, dove la donna ha un ruolo fondamentale: è il centro strutturale di una vita di questo organismo”. 

Proprio la Boldrini ieri aveva puntato il dito contro gli spot sessisti in televisione infarciti, a suo dire, di stereotipi femminili che vedono le donne, mamme o mogli, relegate al vecchio ruolo di angeli del focolare, alle prese con fornelli e bambini da accudire mentre i maschi stanno davanti al pc o leggono il giornale.

Sulla rete intanto si sono già scatenate le polemiche “al grido” di #boicottabarilla e pronta è arrivata la nota di risposta di Aurelio Mancuso, presidente della associazione omosessuale Equality Italia. “Raccogliendo l’invito del proprietario della Barilla a non mangiare la sua pasta, rilanciamo con una campagna di boicottaggio di tutti i suoi prodotti. “Nessuno ha mai chiesto alla Barilla di fare spot con le famiglie gay, è evidente - continua Mancuso - che si è voluta lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale, che è anche un segmento importante di consumatori”.

L’audio che ha scatenato la polemica

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Lavatrici di notte e rumore di tacchi C'è lo stressometro di condominio

Quotidiano.net

di DONATELLA BARBETTA


Confedilizia lancia un questionario per evitare lamentele e liti. Tra le domande anche quelle per verificare i buoni rapporti: "Hai mai invitato i vicini alla festa di compleanno?"


Roma, 26 settembre 2013


Alzi la mano chi non si è mai lamentato per il comportamento di un vicino e poi ha sognato di andare ad abitare in una casa monofamiliare o, potendo, in una villa. E anche le semplici rimostranze, per non parlare delle liti violente, amareggiano la vita quotidiana e spesso portano in tribunale. Allora occorre stemperare la tensione dei condomini, provati dai rumori molesti come i tacchi in azione sul pavimento della casa di sopra, oppure la lavatrice della vicina accesa appena si è andati a letto o ancora sopportare il cane che abbaia nell’appartamento accanto. Confedilizia ci prova da dieci anni con la Festa del condominio, appuntamento in programma sabato nelle strade, piazze, giardini e cortili condominiali di diverse città d’Italia, a tre mesi dall’entrata in vigore della riforma del condominio.

Per l’occasione sarà presentato lo ‘stressometro’, questionario destinato a misurare le più importanti cause di ansia e disagi tra le persone che vivono nello stesso stabile. E non sono poche: 30 milioni di italiani. «Vogliamo dimostrare che nel condominio è invece possibile tenere rapporti civili», spiega Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia. E lo sanno bene coloro che organizzano sempre la merenda alla fine delle assemblee. Quindi, il panorama è multiforme. Nello ‘stressometro’, due filoni di domande: le relazioni tra condomini e con l’amministratore. Si vuole scoprire se nei palazzi c’è un filo di convivenza civile, «senza la quale risulta più difficile affrontare le questioni economiche», precisano i legali della Confederazione della proprietà edilizia.

Bisognerà anche dire, tra le risposte, se i vicini sono mai stati invitati a compleanni, battesimi o comunioni e se si chiacchiera volentieri con qualche famiglia della stessa scala. Intanto, osserva Confedilizia, è recente una sentenza della Cassazione su un caso di molestia condominiale: una signora per infastidire una vicina a lei antipatica puliva parti comuni del palazzo con detersivi che davano allergia.

L’Italia ricostruisca la Somalia come fece sessant’anni fa”

La Stampa

Il presidente somalo Sheikh Mohamud al temine della sua visita nel nostro Paese: «Le persone che conoscono meglio la situazione somala sono gli italiani»

francesco de leo


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Presidente Hassan Sheick Mohamud, cosa pensa del legame fra Italia e Somalia?
«La Somalia e l’Italia hanno una storia alle spalle lunga più di un secolo. C’è un livello di relazione tra la gente e un altro a livello di governo. Storicamente l’Italia è la nazione europea che ha colonizzato la Somalia a cavallo fra XVIII e XIX secolo, è questo il motivo dei forti legami fra italiani e somali. Esiste una grande fiducia fra i due popoli. Ricorderete che nella II Guerra Mondiale l’Italia è stata una delle nazioni perdenti e all’epoca la Somalia era occupata dagli inglesi.

Nonostante tutto questo, quando l’ONU chiese ai somali chi dovesse prepararli per l’indipendenza, noi abbiamo scelto l’Italia e questa è la prova della fiducia e del legame che c’è fra le due società. Così la Somalia si è preparata ad essere una nazione indipendente e per 10 anni, dal ’50 al ’60, l’Afis, l’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia, è stata la prima organizzazione moderna creata in Somalia appunto dall’Italia. Ancora oggi in Somalia quasi tutte le leggi e gli atti giudiziari su cui si basa il paese nascono da leggi italiane.

Alcune di questi sono tuttora redatti in italiano. Anche il settore della sicurezza era stato impostato dagli italiani, perciò ci sono molte somiglianze fra l’apparato di sicurezza somalo e quello italiano. Le leggi amministrative, finanziarie, regolamentari sono simili a quelle italiane, anche se negli ultimi 30 anni queste leggi non sono state aggiornate ed uno dei motivi della nostra visita in Italia sta proprio qui. Vorremmo che il governo italiano aiutasse quello somalo nel riformare e rivedere il nostro diritto. Dopodiché c’è anche un’integrazione economica.

Oggi in Somalia ci sono molte proprietà che appartengono agli italiani o al governo italiano. Insomma questa relazione, come ho detto, dura da più di un secolo e l’Italia è oggi nella posizione migliore per poter aiutare la Somalia, perché le persone che conoscono meglio la situazione somala sono gli italiani. Un altro importante aspetto è che, a causa della guerra civile, abbiamo perso tutti i documenti, anche gli archivi nazionali…tutto e solo l’Italia ha oggi copia di certa documentazione, consultabile da voi in Italia. Per noi è fondamentale per permettere ai somali di sapere da dove vengono».

Signor Presidente, il federalismo è tutt’oggi un tema aperto in Somalia. Come sta cambiando dopo l’accordo firmato con il Jubaland? Che risvolti questo potrebbe avere anche sul rapporto con il Somaliland?
«All’inizio degli anni ’90 lo stato della Somalia è sprofondato nella guerra civile e per questo la nostra è una nazione frammentata, divisa in molte regioni e gruppi differenti. Questo ha spinto ora i somali a decidere di adottare il sistema federale come sistema di governo. E’ scritto nella costituzione e rappresenta uno dei mandati del mio governo: rendere la nostra nazione un sistema federale.

Nello stesso tempo però dobbiamo costruire le basi legali per la federazione che attualmente non ci sono. Siamo in pieno processo federativo nazionale, ne ho discusso in Italia con il Premier Letta e il ministro degli Esteri Bonino, perché anche sul federalismo c’è molta esperienza trasferibile dall’Italia alla Somalia su come questo si possa facilmente applicare. Vogliamo raggiungere tutto questo prima del 2016, data in cui si svolgeranno le prime elezioni in Somalia». 

Ci ha detto che esiste grande fiducia fra Italia e Somalia, è questo un aspetto che si rispecchia anche a livello militare? Parliamo della missione OTAN che gli italiani si sono offerti di guidare nel vostro paese, ma che forse oggi è un po’ più lontana. Cosa ne pensa?
«Ci sono due aspetti da considerare in ambito di sicurezza. Il primo è che l’Italia è parte dell’Unione Europea e che in Somalia c’è una missione militare di addestramento europea, che prima era in Uganda e ora è stata spostata in Somalia e di cui la maggior parte degli addestratori sono italiani. Ora sono a Mogadiscio e stanno iniziando ad addestrare, ma anche allenare e guidare, la nostra leadership somala.

L’Italia ha anche fornito un consulente strategico al ministero della Difesa e Italia e Somalia hanno firmato un accordo di cooperazione per la difesa. Quindi, tornando alla sua domanda, da un lato l’Italia è parte dell’Europa che sta appoggiando il settore sicurezza somalo, dall’altra abbiamo firmato con voi un accordo bilaterale dove l’Italia aiuterà la riorganizzazione della sicurezza nel nostro paese. Una delle ragioni per cui l’abbiamo firmato è che nel 1960 la Somalia stava diventando una nazione indipendente e le prime forze armate di sicurezza erano state create e preparate dall’Italia e ora crediamo che nuovamente gli italiani siano in grado di poterci aiutare».

È finita la pirateria, signor Presidente? Quando l’Unione Europea, la NATO potranno far transitare di nuovo le navi e il vostro paese assicurare la loro sicurezza nel Golfo?
«Prima di tutto devo dirle che la Somalia non ha un passato di pirateria. Si sono verificati atti di pirateria in questa parte del mondo per la prima volta in migliaia di anni. La pirateria non è parte della cultura somala, del modo di vivere somalo, ma alcune circostanze in Somalia hanno creato la pirateria. Poi la pirateria nasce sulla terraferma, e non nel mare. Si tratta di persone che si sono imbarcate ed ora stanno ritornando a terra. In questo momento la pirateria in mare è quasi nulla, ci sono ancora dei piccoli incidenti, ma è quasi debellata. Il vero problema è che questi ragazzi sono tornati a terra e questi sono gli effetti di una guerra civile così prolungata. La Somalia ha perso due generazioni di ragazzi, quelli che avevano 5 anni nel 1990 e oggi hanno 28 anni.

Non possiedono gli strumenti per vivere, tutto quello che sanno fare è come usare una pistola, nient’altro. Questo rende vulnerabili i nostri giovani che vengono facilmente reclutati dagli estremisti di al Shabab o dalla pirateria. Nel nostro viaggio in Europa, prima a Bruxelles all’Unione Europea e poi in Italia, abbiamo chiesto aiuto per riabilitare e i nostri giovani, in modo tale da potergli fornire una nuova vita e non costringerli più ad avventurarsi in mare.

Al momento ci sono forze europee che pattugliano e mantengono la sicurezza per il trasporto via mare, ma queste forze possono rimanere solo per un breve periodo. La cosa davvero importante è riabilitare questi giovani ragazzi, fornire loro un’alternativa di vita e costruire la sicurezza militare somala, in modo che la Somalia possa proteggere il proprio territorio e il mare dalla pirateria e dalla pesca illegale. E’ per questo che parte della ricostruzione della nostra forza militare comprende anche la forza marittima». 

Un ultimo messaggio agli italiani?
«Sono due le cose che voglio dire agli italiani. La prima è che negli ultimi 22 anni molti di voi sono morti in Somalia per appoggiare i somali ed è per questo, che a nome di tutti i somali, vorrei porgere le mie condoglianze a quelle famiglie italiane che hanno perso i loro cari in Somalia, che hanno perso la loro libertà in Somalia, spinti da un unico scopo: aiutarci. Ci spiace molto. L’altro messaggio che vorrei condividere con gli italiani è questo: guardateci, siamo di nuovo qui, dopo 22 anni torniamo in Italia e guardiamo a voi italiani e al vostro governo perchè ci appoggi. Nessuno è nella condizione e nella posizione migliore per aiutarci. Questo grazie alla conoscenza, al legame culturale e a quello storico che ci lega. Oggi l’Italia può di nuovo tornare a ricostruire lo stato somalo, così come è stata l’Italia ad aiutarci a crearlo 60 anni fa. C’è una nuova possibilità e vi chiediamo di farlo, per dar modo ai somali di risollevarsi». 

Pubblicato il rapporto Aclu sugli eccessi di potere dell’Fbi

La Stampa

Il documento intitolato «Unleashed and unaccountable» tratta degli abusi o presunti tali, commessi negli ultimi anni dal bureau in nome della sicurezza nazionale.

federico guerrini


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Una volta catalogata e organizzata, corrisponderebbe a una ventina di fascicoli elettronici, contenenti le informazioni più svariate, dai conti bancari alle schede sanitarie, su ciascun cittadino americano. È la quantità di dati ammassata dall’Fbi secondo un recente rapporto dell’American Civil Liberties Union, associazione che si batte per il rispetto dei diritti civili negli Stati Uniti. L’Aclu ha pubblicato martedì “Unleashed and unaccountable ”, una sessantina di pagine che, come risulta evidente dal sottitolo “The FBI’s Unchecked Abuse of Authority”, trattano degli abusi o presunti tali, commessi negli ultimi anni bureau in nome della sicurezza nazionale. Non è un caso che il rapporto venga pubblicato proprio adesso.

Lo scorso 4 settembre è stato il giorno del giuramento di James B. Comey, diventato il settimo direttore dell’agenzia, al posto del predecessore Robert S. Mueller III. “Nel corso dei dodici anni del mandato di Mueller – sottolinea il rapporto – l’Fbi è stata trasformata in un’agenzia di intelligence dotata di un potere e di un’influenza internazionale senza precedenti”. Nel corso di questo mutamento, seguito ai fatti dell’11 settembre 2001 e all’emanazione del Patriot Act, che fornisce la base legislative su cui poggiano molte delle nuove competenze dell’organizzazione, secondo l’Aclu, il bureau avrebbe commesso molti abusi, travalicando dal proprio ruolo istituzionale, e calpestando, in alcuni casi, i diritti costituzionali dei cittadini americani. 

Non si tratta quindi di un rapporto “contro” l’Fbi, ma contro alcuni comportamenti dell’agenzia, visti dai paladini dei diritti civili come degenerazioni dovute a un eccesso di potere . “Cittadini americani – scrive ad esempio l’associazione – sono stati detenuti da governi stranieri per conto di quello americano e interrogati da agenti federali. Ad altri americani è stato impedito di volare in patria perché erano stati inseriti nella “no fly list” del governo e quando si sono rivolti alle ambasciate, è stata fatta loro pressione affinché diventassero informatori dell’Fbi”.

L’Aclu punta il dito anche contro la mappatura delle comunità razziali effettuata dall’agenzia in varie città americane in base a stereotipi che fanno coincidere l’appartenenza a un certo gruppo etnico con la propensione a determinate attività criminali. Criminalità organizzata nel caso delle comunità cinesi e russe di San Francisco, latino americane in New Jersey e Alabama per via delle gang di strada, afro-americani in Georgia alla ricerca dei “separatisti neri” e le comunità medio-orientali di Detroit per quel che concerne il terrorismo. 

I federali, inoltre, come rivelato all’opinione pubblica dal Guardian grazie alle informazioni fornite dal leaker Edward Snowden, hanno monitorato le conversazioni telefoniche (o, per essere precisi, i metadati delle stesse) di centinaia di milioni di cittadini americani, avvalendosi di un’interpretazione molto ampia di quanto previsto dalla sezione 215 del Patriot Act. Quello che è più preoccupante, l’agenzia ha acquisito, grazie alla legislazione post 11 settembre, il potere di effettuare ricerche e indagini su qualsiasi cittadino americano anche senza essere in possesso di qualsiasi elemento concreto del fatto che quest’ultimo fosse coinvolto in qualche iniziativa criminale. 

Da qui l’ammasso di un enorme quantità di dati, 20 “record” per ogni adulto o minore degli Usa, che coprono un ampio ventaglio di informazioni, dalla scheda sanitaria al curriculum scolastico e lavorativo, dalla fedina penale, al possesso di beni mobili e immobile, ai conti bancari. Cosa che però non ha impedito il manifestarsi di fatti incresciosi, come lo scoppio di ordigni esplosivi avvenuto nel corso della maratona di Boston.

Proprio la vicenda dei Boston Bombings e in particolare il fatto che uno degli attentatori fosse stato in precedenza tenuto sotto osservazione dall’Fbi, senza che scattasse nessun campanello di allarme, fa affermare ai redattori del rapporto Aclu che l’eccessiva mole di dati immagazzinati dall’agenzia, lungi dal rappresentare una garanzia di sicurezza, porterebbe in realtà all’incapacità di distinguere gli elementi importanti da quelli trascurabili. Rendendo più vulnerabile, e non più protetta, la nazione.

Borghezio: rito voodoo padre di Kyenge per Calderoli? "Fossi in lui mi farei benedire"

Il Giorno

L'europarlamentare: "Il rito di tipo voodoo celebrato in Congo dal Kyenge-papi in veste di capo stregone della sua comunità ufficialmente per estirpare dal corpo del senatore leghista Calderoli gli spiriti maligni, ma con quali reali finalità magiche non è dato conoscere, è ’ a dir poco preoccupante"


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Bergamo, 25 settembre 2013 - "Se fossi nell'amico Roberto un pensierino a un esorcismo o, quantomeno, una congrua benedizione anti-fattura correrei subito a farmelo praticare". Secondo quanto riportato dall'Agi sarebbero queste le parole rivolte dl leghista Mario Borghezio al "collega" del Carroccio Roberto Calderoli in merito al video diffuso da ‘Oggi’ che, secondo l'europarlamentare, mostrerebbe un rito officiato nel villaggio dove vive il padre di Cecile Kyenge. "Il rito di tipo vudù celebrato in Congo dal Kyenge-papi in veste di capo stregone della sua comunità ufficialmente per estirpare dal corpo del senatore leghista Calderoli gli spiriti maligni, ma con quali reali finalità magiche non è dato conoscere, è ’ a dir poco preoccupante”.

"Con un padre del genere, capisco bene solo ora perché la nostra Kashetu non osi condannare - benché ministro di un Paese membro dell’Ue - la scelta poligamica del padre. Sia chiaro comunque che io della Kyenge, della sua meravigliosa e numerosa famiglia, in particolare del papa’ e di tutta la sua simpatica comunità di cui è capo, penso tutto il bene possibile”, conclude l’esponente del Carroccio.

In Tunisia vietato protestare, artisti e attivisti finiscono in carcere

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini


L’arresto del regista tunisino Nejib Abidi e di altri sette giovani artisti dà la misura del grado di repressione raggiunto in Tunisia. Sparito misteriosamente anche il materiale per il film sulla scomparsa in Italia di quattro giovani tunisini sui cui il giovane regista stava lavorando. La vicenda è  raccontata da un collega freelance che si trova in Tunisia.

di Andrea de Georgio
@AndreadeGeorgio


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Nella notte fra venerdì 20 e sabato 21 settembre un gruppo di poliziotti ha fatto irruzione senza mandato di perquisizione in una casa a La Fayette, quartiere centrale di Tunisi, arrestando 8 giovani. Affittuario della casa è Nejib Abidi, 29enne regista e attivista politico (nella foto). Gli altri ragazzi portati alla centrale Bab Bhar di Tunisi per dodici ore e poi trasferiti al carcere di Bab Choucha in attesa del processo (oggi) sono: Yahya Dridi (26, ingegnere del suono), Abdallah Yahya (34, regista), Slim Abida (33, bassista), Mahmoud Ayed (29, pianista), Skander Ben Abid (20, clarinettista) e due ragazze di cui non sono ancora stati divulgati i nomi. Nessuna accusa ufficiale.

Divani strappati, libri buttati a terra, stanze messe a soqquadro. Perché tanto accanimento? Non certo per il pezzetto d’hashish trovato in casa, pretesto che ha fatto da copione fisso alle incarcerazioni di tanti giovani artisti tunisini nell’ultimo anno e mezzo. Ogni grammo di fumo in possesso un anno di carcere, dice la legge. Un anno. Proprio quello che rischia oggi Nejib. Ma c’è di più. Il giorno prima del blitz qualcuno era entrato in casa sua, forzando la porta. E aveva sottratto un hard disk e formattato un altro. Le due memorie esterne contenevano il lavoro di anni, compreso il progetto di film a cui Nejib stava lavorando con gli altri (i musicisti e il tecnico del suono erano da lui per discutere la colonna sonora) proprio prima che i poliziotti irrompessero in casa sua.

“E’ un sogno che si avvera. Il mio primo film, capisci?”. Ricordo perfettamente lo sguardo illuminato di Nejib quando, due mesi fa, proprio nel suo appartamento mi faceva vedere “in anteprima mondiale” i primi preziosi secondi di “Circulation”. “E’ un lavoro lungo. Kubrick ci metteva mesi per decidere una scena, cosa credi!”. Su questo blog avevamo già raccontato la storia del suo progetto di film. Un “viaggio iniziatico”, come dice lui, in Italia sulle tracce di 250 migranti tunisini inghiottiti dal Mediterraneo.

Nejib sogna una Tunisia e un mondo diverso da quello che si è trovato in eredità. Ha vissuto la dittatura, la rivoluzione, le prime libere elezioni, l’avvento dell’islamismo al potere, due omicidi politici e, ora, la repressione dell’immaginario. Sentendosi scippato dalla rivoluzione a cui ha partecipato attivamente e ferito dalla realtà del suo paese, non è partito per l’Europa ma ha cercato di impersonare il cambiamento che sognava di vedersi attorno. Ha fatto la sua parte, a modo suo, creando un’associazione e una radio indipendente (AssoChaabi, che raggruppa decine di giovani provenienti da tutti i quartieri della capitale), organizzando forum, incontri, corsi, scambi, festival di musica e cultura. (Qui il gruppo Facebook italiano Liberate gli artisti tunisini). (Qui l’appello, in italiano, degli amici degli arrestati, riuniti da sabato alla sede di AssoChaabi).

Nejib, Yahya, Slim e gli altri giovani arrestati venerdì notte non sono che gli ultimi di una lunga lista di artisti, giornalisti, videomaker, musicisti, cantanti rap, attivisti tunisini incarcerati negli ultimi mesi dal regime islamista di Ennahda, democraticamente eletto all’indomani della rivoluzione. In questa lista ci sono anche Klay BBJ e Weld El15 (Alaa Eddine Yaacoubi), rapper in voga in Tunisia arrestati a inizio settembre mentre cantavano testi contro il sistema al Festival Internazionale di Hammamet e condannati a un anno e nove mesi per oltraggio e diffamazione (Weld El15 aveva già preso due anni per una canzone, ma era stato scarcerato su pressione internazionale).

Poi c’è Nasreddine Shili, attore e attivista, organizzatore del sit-in del Bardo (cominciato il 26 luglio e durato fino a due settimane fa) oggi sotto processo per aver tirato un uovo in testa al Ministro della Cultura Mahdi Mabruk, ritenuto responsabile della recente repressione. Nasreddin è, fra l’altro, amico e produttore del film di Nejib e dell’ultimo lavoro di Abdallah Yahya, che hanno manifestato pubblicamente per chiederne la scarcerazione. Ieri, ironia della sorte, a Tunisi è cominciato il Festival Des Droits de l’Homme con un film in apertura prodotto proprio da Nasreddine Shili, scarcerato martedì scorso in attesa di processo.

Aziz Amami, uno dei blogger più attivi e seguiti durante la rivoluzione, picchiato dai poliziotti otto mesi dopo la fuga di Ben Alì, due giorni fa ha scritto una toccante lettera a Edgar Morin  raccontando le storie dei suoi amici, chiedendo sostegno per la gioventù tunisina e rispondendo indirettamente ad un dibattito nato su Libération.

Questi ragazzi sono i figli della rivoluzione dei gelsomini, la faccia nascosta di quella stessa primavera che ha portato democraticamente al potere governi islamisti e reazionari. La loro produzione artistica (florida come mai) prima se la prendeva con il vecchio regime, oggi invece si scaglia contro quel governo che incassa il plauso di tutte le cancellerie occidentali nonostante abbia le mani sporche del sangue degli omicidi di due oppositori politici (Chokri Belaid e Mohamed Brahmi). Oggi se la prendono con polizia e magistratura. La magistratura che aveva giocato un ruolo importante durante la rivoluzione del 2011 e che ora, a distanza di soli due anni, sembra diventata il boia bendato della repressione politica. E la polizia che abusa del proprio potere.

Secondo i movimenti di contestazione tunisini il governo controllato da Ennahda a quasi due anni dall’insediamento non si è mai occupato dei veri problemi del paese: crescita del neo-salafismo di matrice jihadista, redazione della nuova costituzione, crisi economica, disoccupazione, distanza fra centro e periferie (sempre più profonda soprattutto nel centro-sud, dove è nata la rivoluzione, e nei quartieri popolari di Tunisi). Si è curato, invece, di islamizzare la società e reprimere ogni forma di dissidenza dell’immaginario, comportandosi come l’RCD, il partito unico di Ben Alì che, secondo parte dell’opinione pubblica tunisina, ancora trama nell’ombra delle sale del potere (soprattutto economico).

Dopo il 14 gennaio 2011, però, nulla potrà più tornare come prima. Questa nuova generazione è consapevole della portata delle proprie idee. Idee che hanno spazzato via despoti e ispirato lotte in tutto il mondo. Questi ragazzi non hanno più paura di urlare, pagare caro e, a volte, perfino morire per difendere i propri sogni di libertà e giustizia sociale. Sogni contemporanei espressi attraverso film, documentari, foto, articoli, videoclip musicali, rime di rap, disegni sui muri e post su Facebook.

La rivoluzione tunisina non ha fallito. E’ un processo lungo, che ha bisogno d’anni e scosse d’assestamento. Una realtà dinamica in scala di grigi, non in bianco e nero come vogliamo per forza leggerla. Le primavere arabe non hanno ancora detto l’ultima parola e si manifestano oggi sotto forma di duri conflitti (ad es. laicismo vs. fondamentalismo) dalla cui risoluzione, però, scaturiranno nuove società e nuove concezioni del mondo. Ma non c’è lotta che non abbia un prezzo da pagare. E questo Nejib, Abdallah, Nasreddine e gli altri artisti tunisini dietro le sbarre lo sanno bene.

La deriva automobilistica di Saviano il "copione"

Vittorio Sgarbi - Gio, 26/09/2013 - 08:41

Dopo la condanna per plagio, lo scrittore dedica un'intera pagina di "Repubblica" alla Citroen Mehari di Giancarlo Siani


Ma l'Europa ordina all'Italia solo in materia economica ?

Desta grande preoccupazione nel ministro dell'Economia lo sforamento al 3,1% del margine di deficit imposto dall'Ue, e la garrula ministro della Giustizia non si preoccupa della instabilità politica procurata dall'interventismo della magistratura nelle evidenti sproporzioni delle condanne al leader dell'opposizione, dagli alimenti alla moglie (7 miliardi di vecchie lire al mese!) all' evasione fiscale (diversamente valutata nei casi di Valentino Rossi, Dolce & Gabbana, Raoul Bova).

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Eppure l'Europa parla chiaro; ieri è stata aperta una procedura d'infrazione perché la legge italiana protegge eccessivamente i giudici dalle conseguenze del loro operato. Non ce ne eravamo accorti? Letta si preoccupa solo del 3% e non della delegittimazione del suo principale alleato? Ha ragione Barbara Berlusconi: se è un delinquente perché governano con lui?

Un «fatto»: Busi scrive male.

Come negli alimenti, Berlusconi largheggia anche nelle condanne.

Ci dev'essere evidentemente un delirio nella mente di Saviano dopo la condanna per plagio. Lo hanno chiamato per una occasione simbolico-fokloristica: guidare la Citroen Mehari che fu di Giancarlo Siani, un'automobile che rappresenta il gusto per la libertà di una generazione.

All'occasione Saviano dedica un'intera pagina della Repubblica. Possiamo essere certi che non l'ha copiata, perché senza paura del ridicolo, di fronte alla tragedia della morte del giornalista, per il suo coraggio e le sue idee, che si potrebbero semplicemente celebrare ripubblicando i suoi articoli in un libro da distribuire nelle scuole (pensiero troppo facile) scrive: «Riaccendere la Mehari, ripartire, è il più bel dono che Paolo Siani (il fratello) possa fare non solo alla città di Napoli ma al Paese intero... la Mehari che riparte è il contrario del rancore, è il contrario di un legittimo sentimento di vendetta che Paolo Siani potrebbe provare».

Su questa strada il pensiero di Saviano s'incarta e arriva a indecifrabili conclusioni (sicuramente apprezzate dalla Citroen): «Riaccendere la Mehari mi sembra questo: permettere che il lavoro di un ragazzo, che il lavoro fatto bene, di un ragazzo, fatto talmente bene da procurargli una condanna a morte, non s'interrompa con la sua morte».

Legittima e prevedibile speranza, ma del tutto estranea alla Mehari. Forse si tratta della deriva automobilistica dell'antimafia.

press@vittoriosgarbi.it

Mi scappa...», farla in pubblico è di pessimo gusto. Ma ci vuole altro per la sanzione penale

La Stampa


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Chiara la ricostruzione dell’episodio, addebitato a un uomo di colore, su segnalazione di un cittadino. Fermo il principio della difesa della pubblica decenza. Ma resta, comunque, da ‘pesare’ la gravità del fatto, anche alla luce del contesto (Cassazione, sentenza 37823/13). Principio assolutamente fermo, nonostante l’evoluzione dei costumi: da tutelare, a prescindere, la pubblica decenza. Ma dalla teoria, comunque, bisogna passare sempre alla pratica... Così, il gesto, assolutamente incivile, di far pipì in pubblico va sempre contestualizzato, anche per ‘pesarne’ davvero la gravità.

A dare il ‘la’ alla vicenda giudiziaria è la telefonata di un cittadino alla Questura: così viene ‘segnalato’ un «uomo di colore», ‘beccato’ a urinare «davanti la recinzione delimitante un palazzo». Pronto l’intervento di una pattuglia, che provvede ad identificare l’«autore del fatto». Consequenziale è la condanna a 400 euro di ammenda per «atti contrari alla pubblica decenza»: questa la decisione del Giudice di pace, che ritiene «non necessaria la percezione dell’atto o la visibilità dei genitali». Passaggio, questo, rilevante, soprattutto perché il cittadino, che ha segnalato l’episodio, ha dichiarato, in dibattimento, «di non aver visto le parti intime, né l’espletamento di funzioni corporali».

Di fronte alla condanna, seppur lieve, lo straniero sceglie, comunque, di percorrere la strada del ricorso in Cassazione, puntando, soprattutto, sulla «evoluzione dei costumi» per mettere in discussione le valutazioni del Giudice di pace. Allo stesso tempo, viene anche criticata «la indeterminatezza della previsione normativa» che ha portato ad «estendere l’ambito di applicazione della norma a qualsiasi atto contrario al buon comportamento civile e sociale». E, infine, viene denunciata una «violazione di legge» per essere stato «ritenuto sanzionabile penalmente», ex art. 726 c.p., «il comportamento di chi urina in luogo appartato, anche se esposto al pubblico, con l’accorgimento di evitare la visione dei propri organi genitali».

A queste osservazioni, però, i giudici della Cassazione rispondono ribadendo che «gli atti contrari alla pubblica decenza ledono il normale sentimento di costumatezza, generando fastidio e riprovazione», come, ad esempio, «l’urinare in luogo pubblico». Ciò a prescindere dal fatto che il gesto ‘incriminato’ «sia stato percepito». Questo punto fermo è, quindi, non discutibile. Eppure, chiariscono i giudici, mettendo in discussione la decisione del Giudice di pace, il richiamo a quel “punto fermo” non può bastare...

Perché, viene chiarito, analizzando la vicenda in esame, è necessario «esaminare le modalità» della condotta e «le circostanze di tempo e di luogo», per poi valutare se «il fatto è di particolare tenuità», ossia per ‘pesare’ «l’esiguità del danno o del pericolo che ne è derivato, nonché la sua occasionalità e il grado della colpevolezza» e poter così valutare la legittimità dell’«azione penale». Tutti questi nodi vanno sciolti, prima di decidere sulla posizione dello straniero: per questo, la questione viene riaffidata nuovamente al Giudice di pace.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

I cittadini più onesti? Vivono a Helsinki

Corriere della sera

Il «wallet test» su 16 città nel mondo: ecco dove, se perdete il portafoglio, siete sicuri di ritrovarlo. L'Italia non c'è

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Vi capitasse di trovare un portafoglio per strada, lo restituireste al legittimo proprietario o comunque vi attivereste per farlo? Per cercare di rispondere al quesito morale, quanto mai d’attualità visti i tempi di crisi, il Reader’s Digest ha spedito i suoi reporter in giro per il mondo per il cosiddetto «wallet test»: ovvero, monitorare il comportamento altrui dinnanzi ad un portafoglio deliberatamente smarrito (e contenente un numero di cellulare, una foto di famiglia, vari coupon, biglietti da visita e l’equivalente di circa 50 dollari in contanti), in modo da poter stilare la classifica delle città più virtuose del pianeta.

LE LOCATION - Sedici le location scelte per l’esperimento (mancano Italia e Francia per l’Europa, ma in compenso ci sono India e Brasile) e dodici i portafogli lasciati cadere apposta dagli inviati della rivista in luoghi selezionati e ben visibili (parchi, centri commerciali e marciapiedi), per un totale di 192 «prove di onestà», superate brillantemente dagli abitanti di Helsinki (11 portafogli restituiti su 12) e assai meno bene da quelli di Lisbona (un solo reso, fra l’altro da parte di una coppia di olandesi in vacanza), mentre nel complesso gli averi tornati nelle mani di chi li aveva volontariamente perduti sono stati meno della metà (90 per l’esattezza, pari al 47%). «I finlandesi sono onesti per natura e da noi c’è poca corruzione>, spiega il 27enne uomo d’affari Lasse Luomakoski commentando il suo gesto virtuoso. «Per noi l’onestà è una convinzione innata, quindi è logico che restituire un portafoglio che non ci appartiene», gli fa eco una coppia di pensionati di un quartiere popolare.

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LO STUDIO - Pubblicato sul numero di ottobre della rivista, lo studio si è comunque limitato a riportare le statistiche delle singole città e le considerazioni degli intervistati, lasciando poi le conclusioni ai lettori, anche se, risultati alla mano, balza subito all’occhio come non esista una regola assoluta di disonestà. In altre parole, onesti e furbetti sono ovunque, indipendentemente dalla ricchezza della città in cui abitano (vedi Mumbai, classificatasi seconda con 9 portafogli restituiti, anche se le 3mila rupie che contenevano erano un mucchio di soldi rispetto ai 43 franchi svizzeri di Zurigo, dove invece le restituzioni sono state appena 4); dalla loro età (vedi il 17enne newyorkese che si è premurato di ritornare il portafoglio al suo proprietario dopo aver visto la foto di famiglia e il quasi coetaneo e suo concittadino che invece si è subito fiondato a comprare le sigarette coi soldi trovati per strada) e persino dal sesso (è il caso di Varsavia, dove i sette portafogli mai resi sono stati tutti intascati da donne). «E’ davvero stimolante vedere che esistono ancora così tante persone oneste al mondo – ha commentato Catherine Haughney, direttore del Reader’s Digest, sul londinese «Daily Mail» – e soprattutto che l’onestà viene considerata un valore in culture molto diverse>.

LA CLASSIFICA - Questa la classifica completa delle città più oneste del mondo (con a fianco il numero di portafogli resi)

1 – Helsinki (Finlandia) – 11 portafogli restituiti su 12
2 – Mumbai (India) – 9 su 12
3 – Budapest (Ungheria) – 8 su 12
3 – New York (Usa) – 8 su 12
5 – Mosca (Russia) – 7 su 12
5 – Amsterdam (Olanda) – 7 su 12
7 – Berlino (Germania) – 6 su 12
7 – Lubiana (Slovenia) 6 su 12
9 – Londra (Gran Bretagna) – 5 su 12
9 – Varsavia (Polonia) – 5 su 12
11 – Bucarest (Romania) – 4 su 12
11 – Rio de Janeiro (Brasile) – 4 su 12
11 – Zurigo (Svizzera) – 4 su 12
14 – Praga (Repubblica Ceca) – 3 su 12
15 – Madrid (Spagna) – 2 su 12
16 – Lisbona (Portogallo) – 1 su 12

25 settembre 2013 | 17:27

Dalla nascita alla vendita a Madrid: storia di Telecom

La Stampa


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Lupa finisce in trappola per cinghiali, rischia di amputarsi zampa a morsi: salvata dalla forestale

Il Messaggero


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Finita in una trappola per cinghiali, una povera lupa per liberarsi ha rischiato di amputarsi la zampa a morsi. E' successo sabato scorso in località Monte Matano, nel Parco Regionale dei Monti Lucretili. A riportare la notizia è l'agenzia di stampa Geapress. A trovare l'animale sono state le Guardie del Parco, insieme ai Forestali del Comando Stazione di Palombara Sabina. La lupa, di circa un anno e mezzo di età, era debilitata e con una brutta ferita: il grosso cappio metallico era infatti penetrato in profondità nella zampa posteriore destra. Grazie al servizio di vigilanza del Parco ed al Corpo Forestale è stata portata all’Ospedale veterinario Croce Azzurra di Roma, curata e trasferita nel giardino faunistico di Piano dell’Abatino, in provincia di Rieti. Sta molto meglio, ma purtroppo potrebbe essere necessaria l'amputazione dell'arto ferito.



Mercoledì 25 Settembre 2013 - 16:26
Ultimo aggiornamento: 16:27