mercoledì 25 settembre 2013

Kyenge: «Mio padre e il rito per Calderoli? Non so nulla»

Corriere della sera


Il ministro evita di commentare l'immagine in cui è ritratto suo padre

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"Lì c'è mio padre, con la giacca blu". Il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge conferma che tra le persone ritratte nella foto pubblicata dal settimanale Oggi c'è anche suo padre, ma spiega: "A quella cerimonia io non c'ero. Ho letto come tutti voi queste cose". Kyenge, ospite della trasmissione 'L'aria che tira' su La7, sceglie così di non commentare la foto in cui si mostra la sua famiglia in Congo che sembra compiere un rit con la foto del leghista Roberto Calderoli. "Io ero qui, in Italia, e ho solo letto come tutti voi. Per sapere di più, bisognerebbe chiedere al giornalista che ha curato il servizio.


Kyenge e il rito per Calderoli: "Io non c'ero" (25/09/2013)

Responsabilità civile dei giudici, la Ue apre infrazione contro l'Italia

Il Messaggero


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La Commissione Ue ha deciso oggi di aprire una procedura d'infrazione contro l'Italia per i limiti posti alla responsabilità civile dei giudici nell'applicazione del diritto europeo. L'iniziativa nasce dal mancato rispetto della condanna decretata per lo stesso motivo dalla Corte di giustizia Ue nel novembre 2011.

Italia a rischio sanzioni. La proposta di aprire una nuova procedura d'infrazione, secondo l'Ansa, è stata preparata dal servizio giuridico della Commissione che fa capo direttamente al gabinetto del presidente Josè Manuel Barroso. Secondo fonti comunitarie, «se entro i prossimi mesi l'Italia non si adeguerà alla prima sentenza della Corte sarà deferita nuovamente ai giudici europei. Con il concreto rischio, questa volta, di dover pagare anche sanzioni pecuniarie».

Magistrati italiani troppo tutelati. Bruxelles si è in pratica limitata a constatare che a quasi due anni dalla prima condanna, l'Italia non ha fatto quanto necessario per eliminare la violazione del diritto europeo constatata a suo tempo. La prima sentenza emessa dai giudici europei ha decretato che la legge italiana sulla responsabilità civile dei magistrati li protegge in modo eccessivo dalle conseguenze del loro operato, ovvero rispetto agli eventuali errori commessi nell'applicazione del diritto europeo (oggi circa l'80% delle norme nazionali deriva da provvedimenti Ue).

I due punti chiave. Due in particolare le ragioni che hanno portato Commissione e Corte a censurare la normativa italiana giudicandola incompatibile con il diritto comunitario. In primo luogo, osservano fonti europee, la legge nazionale esclude in linea generale la responsabilità dei magistrati per i loro errori di interpretazione e valutazione. Inoltre, la responsabilità dello Stato scatta solo quando sia dimostrato il dolo o la colpa grave. Un concetto, quest'ultimo, che secondo gli esperti Ue la Cassazione ha interpretato in maniera troppo restrittiva circoscrivendola a sbagli che abbiano un carattere "manifestamente aberrante".

Penalisti: bene Ue, responsabilità toghe va riformata. La procedura d'infrazione aperta dalla Commissione Ue contro l'Italia è un atto «importante», che «segnala la necessità di una riforma generale della legge sulla responsabilità civile dei magistrati. E il referendum che abbiamo promosso si muove su questa linea». Il presidente dell' Unione delle Camere penali Valerio Spigarelli, accoglie con soddisfazione la decisione europea, che arriva proprio mentre la sua organizzazione è impegnata nella battaglia per i referendum sulla giustizia, uno dei quali riguarda la legge sulla responsabilità civile delle toghe. E, numeri alla mano evidenzia il «fallimento» dell'attuale normativa: «in 25 anni ci sono state solo quattro condanne di giudici e soltanto 400 casi, su migliaia, sono stati ammessi alla valutazione giurisdizionale. Noi non vogliamo mettere la 'mordacchià ai giudici ma garantire il cittadino, che non deve trovarsi esposto a un vuoto di tutela rispetto ad errori dei magistrati», chiarisce il leader dei penalisti, che alla politica tutta non fa sconti: nè a chi ha voluto mantenere la legge così come è per garantire i magistrati nè a chi ha tentato di mettere le mani sulla legge in «maniera reattiva».


Mercoledì 25 Settembre 2013 - 16:03

Kyenge: «Nominata ministro per il colore della mia pelle? No, conta il curriculum»

Il Mattino

di Cecile Kyenge


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ROMA - Nominata ministro per l'Integrazione proprio perchè ha la pelle nera? Cecile Kyenge non ci sta e replica con fermezza alle dichiarazioni di alcuni esponenti politici su questo punto rivendicando il suo curriculum e le sue competenze in materia di immigrazione e diritti umani. «Molte persone ignorano il mio percorso. Io sono un medico oculista ma ho iniziato molti anni fa a fare progetti all' interno di associazioni, a essere un'attivista per i diritti umani per dare risposte ai miei sogni e obiettivi» ha spiegato il ministro nel corso della trasmissione «L'aria che tira» su La7.

«Molte volte c'è voglia di mettersi in mostra senza considerare le competenze delle persone: ho cominciato nel 2004 a fare attivismo e impegno politico sui temi dell'immigrazione, dell'integrazione, delle politiche sociali, della cooperazione internazionale. Questo mio percorso non viene tenuto in considerazione». Una battuta anche sul tema della cittadinanza: «la questione va rivista - ha ribadito - per ora siamo a livello parlamentare, dell'analisi tra le proposte di legge per passare poi a una sintesi. Venti proposte depositate da tutte le forze politiche: non è quindi un mio capriccio, bisognerà dare una risposta a queste venti proposte».

 
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mercoledì 25 settembre 2013 - 14:12   Ultimo aggiornamento: 14:13

Conto salato per i campi rom: ci costano più di 100 milioni

Laura Muzzi - Mer, 25/09/2013 - 15:16

Oltre 100 milioni di euro sono stati impiegati tra il 2005 e il 2011 nelle sole città di Napoli, Roma e Milano. La maggior parte dei costi sostenuta per la gestione dei campi

Quanto costa mantenere i campi nomadi in Italia? Oltre 100 milioni di euro di spesa pubblica sono stati impiegati tra il 2005 e il 2011 nelle sole città di Napoli, Roma e Milano.


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A fare i conti sono le associazioni Berenice, Compare e Lunaria che hanno presentato questa mattina un rapporto che ricostruisce e analizza in dettaglio le spese per l’allestimento, la gestione e la manutenzione dei campi nomadi di Napoli, Roma e Milano.
Solo nella Capitale, dove la presenza rom è stimata attorno alle 7mila persone, tra il 2005 e il 2011 sono stati stanziati 69,8 milioni di euro ai quali si aggiungono almeno altri 9,3 milioni per la scolarizzazione. Di questi, la maggior parte dei costi è stata sostenuta per la gestione dei campi (19,9 milioni di euro), per effettuare investimenti (12,6 milioni di euro), per interventi curati dall’Ama (9,4 milioni) e per la bonifica delle aree (8,1 milioni). Per quanto riguarda invece la scolarizzazione dei minori rom sostenuta dal Comune, ai 9,3 milioni per l’affidamento del servizio (accompagnamento all’iscrizione, sostegno della frequenza, tutoraggio, sensibilizzazione delle famiglie) vanno aggiunti i costi per l’estensione delle convenzioni 1,8 milioni nel 2010 e 1,9 milioni nel 2011 e i costi del trasporto scuolabus.
Il caso di Napoli è più complesso, soprattutto considerando che il rapporto prende in esame solo le spese relative all’unico campo autorizzato dal Comune, “Il Villaggio della solidarietà” di Secondigliano dove risiedono 700 persone che sono senz’altro una percentuale bassissima In ogni caso, secondo il rapporto tra il 2005 e il 2011 sono stati spesi oltre 24 milioni di euro per stanziamenti nell’ambito delle politiche di governo del sistema dei campi rom così divise: 17,9 milioni per la dotazione di aree e infrastrutture, 2,9 milioni per la manutenzione e la gestione, 3,3 milioni per interventi socioeducativi e 146 mila per politiche degli sgomberi.

I dati relativi alla città di Milano sono purtroppo parziali ma facendo la somma degli stanziamenti accertati il totale della spesa tra il 2005 e il 2011 per la gestione dei campi nomadi si aggira intorno ai 2,7 milioni di euro. In particolare, nel biennio tra 2005-2006 il Comune di Milano ha implementato tre tipi di attività nei campi: un servizio di mediazione scolastica e sociale per i minori rom inseriti nelle scuole primarie (104 mila euro l’anno), la gestione degli interventi di piccola manutenzione nei campi (170 mila euro l’anno) e interventi di animazione sociale per bambini nei campi comunali (50 mila euro l’anno).

Nel 2007 poi sono stati spesi 480 mila euro per l’installazione di un sistema di video-sorveglianza nei campi comunali. Per quanto riguarda invece i fondi impiegati per la gestione dei campi del territorio comunale milanese sono stati accertati 812 mila euro per il biennio 2005-2006 e 840 mila per il triennio 2008-2011. Infine, oltre a questi fondi, nel 2008 viene stanziato oltre 1 milione di euro per il progetto “Dal Campo alla Città”, finalizzato alla sperimentazione di formule abitative alternative.

Roma, campagna web contro il presidente della comunità ebraica: solidarietà a Pacifici

Il Messaggero


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Solidarietà del mondo politico e istituzionale nei confronti di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, bersaglio di una nuova campagna di odio da parte di gruppi di estrema destra. Il presidente della comunità ebraica è stato minacciato sul web con lo slogan choc «Mandate una cartolina al giudeo Pacifici», da parte di Militia Roma, formazione neonazista e antisemita già nota alle cronache per numerosi episodi di razzismo e xenofobia. Militia Roma, associazione neofascista, ha invitato i suoi militanti a tempestare di cartoline di insulti il «giudeo» Pacifici. Quest'ultimo è accusato da Militia di aver segnalato alla procura una email che il militante di Forza Nuova Mirko Viola (condannato a 2 anni e 8 mesi come moderatore del sito antisemita Stormfront) gli aveva inviato mentre era agli arresti domiciliari. La segnalazione di Pacifici è costata a Viola la revoca dei domiciliari e la detenzione in carcere.

Immediate le reazioni. L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei) ha espresso «solidarietà e vicinanza al presidente della Comunità ebraica della Capitale». «I deliri, le farneticazioni, le azioni di questi individui - scrive il presidente dell’Ucei, Renzo Gattegna - costituiscono una minaccia per tutta la società italiana e richiedono, da parte di ognuno di noi, massimo impegno e vigilanza affinchè i violenti, gli estremisti, i razzisti, chiunque attenti ai valori fondanti della Costituzione repubblicana sia messo in condizione di non nuocere». Solidarietà anche da parte delle istituzioni politiche. «Voglio esprimere la mia solidarietà e quella dell'intera città nei confronti di Riccardo Pacifici, presidente della Comunità Ebraica di Roma, oggetto di un'intollerabile campagna di odio e intimidazione - afferma il sindaco di Roma, Ignazio Marino - Le minacce vergognose espresse nei suoi confronti sono un'offesa a tutta la nostra comunità, le condanniamo con forza».

Solidarietà anche da parte dell'Amministrazione regionale del Lazio. «A nome mio e del Partito democratico del Lazio esprimo a Riccardo Pacifici e alla Comunità ebraica di Roma la totale vicinanza e la piena solidarietà per l'ennesima campagna di odio che va immediatamente fermata», scrive il segretario del Pd Lazio, Enrico Gasbarra. «Esprimiamo solidarietà a Riccardo Pacifici e a tutta la comunità ebraica, vittime ancora di campagne d'odio da parte di gruppo di estrema destra». Lo dichiara Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. «Questa - aggiunge Marrazzo - è la dimostrazione più chiara dell'utilità di una legge come la Mancino, che condanna l'istigazione all'odio e alla discriminazione. Una legge che non può essere svuotata dei suoi contenuti più incisivi prevedendo come nel testo passato alla Camera, delle zone franche per organizzazioni e associazioni».


Mercoledì 25 Settembre 2013 - 13:51

YouTube cambia regole ai commenti: stop a bullismo e spam

La Stampa

antonino caffo

I video mostreranno i post più rilevanti eliminando quelli discriminatori e offensivi grazie al collegamento con le cerchie di Google+


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YouTube era quasi perfetta. Dopo aver introdotto i video in HD, i canali a pagamento e i filmati suggeriti (grazie all’enorme database di conoscenza fornito da Google), l’unica pecca riguardava i commenti. Spesso depositari di spam, insulti sessisti e razzisti, Big G non era riuscita ad evitare che i video più popolari venissero bersagliati da commenti del tutto evitabili, più di una volta sfocianti nel bullismo. “Se alcuni di questi commenti fossero diventati graffiti sulle mura della città o di una scuola – hanno spiegato Benny e Rafi Fine, i creatori del popolare canale Fine Brothers – ci sarebbero state delle conseguenze. Ma se succede online nessuno dice nulla”.

Sarà per questo che YouTube ha in cantiere un progetto per identificare i commenti infamanti ed renderli invisibili mettendo in luce quelli più costruttivi e personalizzati. In un post sul proprio blog , la società ha spiegato i motivi dietro la scelta: “Molte delle conversazioni che avvengono su YouTube sono evitabili e non costruttive. Presto i commenti diventeranno più interessanti. Nei prossimi mesi sarà più semplice vedere quelli delle persone delle proprie cerchie e poi tutti gli altri, mentre nuove opzioni aiuteranno i creatori di video a monitorare, analizzare e moderare meglio i commenti ai propri filmati”.

Come parte dell’ecosistema Google+, YouTube comincerà ad integrare il nuovo sistema di commenti proprio con il social network proprietario. Questo vuol dire che chi vuole lasciare un commento su YouTube dovrà, per forza di cose, aprire un profilo su Google+ tramite un account del gruppo. La prima grande conseguenza è che i commenti pertinenti saranno portati verso l’alto e resi maggiormente visibili. A destra e sotto il video sarà presente la pagina Google+ del video maker. Il nuovo sistema porterà in alto anche i commenti dei personaggi più popolari e le discussioni di maggior qualità.

L’obiettivo è ben chiaro ed è quello di avvicinare il mondo del web a quello del resto dei media: “Stiamo passando dai commenti alle conversazioni reali” – dice il product manager di YouTube Nundu Janakiram, comparando i nuovi commenti alle conversazioni di Gmail, il punto di incontro tra quello che è stato finora YouTube e ciò che vorrebbe diventare. La piattaforma utilizzerà Google+ anche per personalizzare l’ordine dei video suggeriti all’utente in base agli amici e ai commenti a cui partecipa di più. C’è da dire che le conversazioni possono rimanere private in modo che l’utente e la sua rete possano commentare i video anche senza che il resto del web lo sappia.

I responsabili di YouTube affermano come la maggior parte dei commentatori hanno già collegato il loro account ad un profilo Google+ così sarà più semplice passare al nuovo sistema. Certo è che non tutti saranno felici della novità. L’anonimato è importante per molti utenti del sito, come i dissidenti politici che pubblicano e commentano video con pseudonimi per paura di rappresaglie da parte dei controllori governativi. Per mantenete le persone, e le loro identità, protette, Google non costringerà nessuno a pubblicare commenti con il vero nome e chiunque potrà scegliere di continuare a pubblicare sotto il profilo YouTube attuale, anche con un nome inventato. Per avviare il progetto, YouTube lancerà il sistema di commenti nei box di discussione durante questa settimana, con un rollout generale che dovrebbe terminare entro qualche mese. 

Ue, infrazione contro Italia per responsabilità civile dei magistrati

Libero

Già nel 2011 una condanna europea: "Giudici troppo tutelati, Italia si adegui a diritto comunitario". Dopo due anni arriva la multa


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Che anche le toghe paghino per i loro errori: adesso lo pretende la Ue. La Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione contro l'Italia perchè non adegua la sua normativa sulla responsabilità civile dei giudici al diritto comunitario. Bruxelles si aspetta che il governo nostrano estenda la casistica per i risarcimenti "cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie". Casistica regolata da una legge del 1988 e assai stretta: il legislatore prevede che le toghe rispondano in prima persona solo in caso di dolo o colpa grave nel compimento dell'errore giudiziaro. All'Ue non sta bene, e il procedimento di infrazione non è un fulmine a ciel sereno.

E' del novembre 2011 la condanna all'Italia da parte della Corte di Giustizia Ue per l'inadeguatezza della nostra normativa in materia di responsabilità civile dei giudici, mentre già nel settembre 2012 la Commissione aveva chiesto al governo aggiornamenti sull'applicazione del decreto di condanna. Ma non è bastato. In due anni i governi di Mario Monti e Enrico Letta non hanno adeguato la legge italiana a quella europea, e ora l'Ue passa ai provvedimenti sanzionatori. L'Italia è responsabile della violazione del diritto dell'Unione da parte di un suo organo (in questo caso giudiziario), e per questo sarà chiamata a pagare.

Come tutti gli altri - Qual è il problema per l'Ue? Che i giudici italiani sono chiamati a pagare per i propri errori in casi troppo ristretti, godendo di una normativa che non solo li avvantaggia rispetto ad altri lavoratori e professionisti italiani, ma anche rispetto ai propri colleghi europei. La legge italiana 117/88 restringe la responsabilità dei giudici ai soli casi di errore viziato da "dolo e colpa grave". E, come se non fosse abbastanza, il legislatore assegna l'onere della prova (ovvero la dimostrazione del dolo e della colpa del giudice) al querelante che chiede risarcimento per il danno subito. Per l'Ue troppo poco.

Adeguatevi! - La Commissione Ue chiede all'Italia di conformarsi al diritto comunitario. Innanzitutto via l'onere della dimostrazione del dolo e della colpa. E poi estensione della responsabilità del giudice di ultima istanza anche ai casi di sbagliata interpretazione delle leggi e di errata valutazione delle prove, anche senza il presupposto della malevolezza della toga verso l'imputato.

Altrimenti, multa - Interpellate da Bruxelles nel settembre 2012, le autorità italiane avevano risposto in maniera rassicurante: cambieremo la legge. In dodici mesi non si è mossa una foglia, e ora il Belpaese va incontro a un procedimento di infrazione, cioè a una cospicua multa. Insomma, non pagano i giudici, paghiamo noi.

Congo, villaggio dei Kyenge prega per Calderoli «Sia liberato dallo spirito malvagio»

Corriere della sera

La foto del leghista che paragonò la ministra a un orango finisce al centro di una preghiera nel suo villaggio di origine

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Cravatta d'ordinanza verde-Lega (un po' storta e disordinata per la verità), giacca serissima, sfondo neutro e un'espressione severa, quasi imbronciata. Quando Roberto Calderoli, attuale responsabile organizzativo della Lega Nord, si è messo in posa per questa foto ufficiale di certo non immaginava che un giorno quello stesso scatto sarebbe finito al centro di una preghiera collettiva in un villaggio del Katanga, nel cuore di quell'Africa che lui spesso ha mostrato di non amare particolarmente. Una preghiera con l'obiettivo di aiutarlo a liberarsi dallo spirito crudele che abita in lui. Il nome del villaggio racconta da solo già molto di questa storia: Kyenge. Esattamente come il cognome della ministra dell'Integrazione Cécile. È infatti proprio qui, nel sud della Repubblica democratica del Congo, che la famiglia della nostra politica del Pd ha avuto origine. Ed è qui che il settimanale «Oggi» è andato a trovare con le telecamere il padre della ministra, Clement detto Kikongo (cioè «Chioccia»), capo tradizionale della comunità. Il video pubblicato sul sito del settimanale mostra la preghiera collettiva per l'anima di Calderoli, davanti a una folla di bambinetti attenti.

«SIGNORE, LIBERALO DALLA MALVAGITA'» - Il signor Kyenge è in abiti tradizionali e guida una cerimonia scandita dal ritmo dei tamburi. Poi cala il silenzio e arriva una santona con in mano la foto del leghista che poco più di due mesi fa ha paragonato la ministra Kyenge a un orango. È a questo punto che il pastore Eustache Youmba declama la sua supplica. «Signore - dice - nella tua misericordia ci hai detto di pregare per chi ci perseguita, per chi ci ingiuria e per chi ci maltratta. Non siamo contro Calderoli, il fratello che ha insultato la nostra Kashetu (nome originario della Kyenge, ndr), ma contro lo spirito che lo ha spinto a ingiuriare. Tu che puoi punire o perdonare, libera questo tuo figlio dalla malvagità dello spirito. Fai che riconosca il suo peccato e che porti il suo pentimento davanti a Cécile».

CALDEROLI FRA I TERMITAI - Dopo la preghiera, racconta ancora il servizio di «Oggi», alcuni iniziati portano la foto del vicepresidente del Senato ed ex ministro della Semplificazione davanti all’altare degli antenati e chiedono il loro intervento perché colui che ha insultato si liberi dallo spirito cattivo che gli ha fatto proferire quelle parole malvage. Alla fine la foto di Calderoli viene messa tra otto termitai, simbolo degli antenati che vigilano sul villaggio.

L'INVITO IN KATANGA - Su «Oggi» in edicola domani c'è anche una lunga intervista al padre della ministra Kyenge. «Possono lanciare tutte le banane che vogliono - dice il signor Clement riferendosi al brutto episodio accaduto a luglio alla festa del Pd di Cervia - ma Cécile è italiana. L’Italia le ha dato la possibilità di studiare, di farsi una famiglia e una carriera. È il suo Paese. Ascolterà tutto e tutti, insulti compresi. Ma non mollerà e un passo alla volta arriverà dove vuole. Quando mi ha chiamato per sapere come comportarsi davanti agli insulti di Calderoli le ho risposto con un proverbio africano: “Il cane abbaia, la carovana passa”». Kyenge padre nega infine di nutrire sentimenti di rivalsa nei confronti di Calderoli: «Gli italiani sono stati i primi ad arrivare in Katanga. Hanno fatto fortuna, hanno sposato le nostre donne, si sono integrati. Se Calderoli vuole venire qui accoglieremo anche lui a braccia aperte, come un fratello. L’importante è parlarsi. Attraverso il dialogo i problemi si svuotano». Chissà se il promotore del «maiale-day» e della maglietta anti-Islam (che gli costò le dimissioni dal ministero per le Riforme istituzionali nel 2006) accetterà mai.

24 settembre 2013 | 20:03







Papà Kyenge, la preghiera del capotribù contro il razzista Calderoli

Libero


Kikongo, dal Katanga, guida il proprio villaggio in una cerimonia per scacciare "il maligno dal fratello Calderoli"

 

(foto esclusive di Oggi)


Un italiano su tre spia la posta del partner

Corriere della sera

Le password più usate? Il nome del gatto e "password". L'allarme di Mountain View

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Gli italiani spiano la posta elettronica del partner. Secondo un'indagine di Google infatti il 28 ha guardato almeno una volta la posta elettronica del partner. Ma non solo. Siamo ancora troppo superficiali sulla nostra sicurezza online. Il 10 per cento usa il nome del proprio cane o gatto come password, e ben l'8 per cento usa ancora la parola "password". Poca fantasia, insomma. E poca lungimiranza.

ANTIVIRUS E SPAM - Il 6 per cento degli utenti lascia la password appuntata su un post-it appiccicato alla scrivania. Nel 2013 soltanto il 35 per cento degli italiani ha aggiornato il proprio software antivirus e più di uno su quattro (26%) ha cliccato su un link di spam. Non solo: al 26 per cento degli utenti capita di abbandonare il proprio computer senza eseguire il log-out da una sessione attiva e ben il 28 per cento ha approfittato almeno una volta di questa leggerezza per esaminare la casella di posta del proprio partner. In altre parole, gli italiani lasciano ancora troppe porte aperte in materia di sicurezza online. La ricerca, commissionata da Google a Opinion Matters, rivela un atteggiamento alquanto superficiale nei confronti delle password.

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CAMBIO CHIAVI - È facile insomma guardare la posta degli altri se sai come fare. Il 13 per cento degli italiani dichiara di essere entrato in un account altrui indovinandone la password: di questi, un terzo (33%) è entrato in quello del partner – atteggiamento soprattutto maschile - e quasi un quinto in quello del proprio ex (17%), questa volta con una buona prevalenza delle donne. Uno su dieci (10%) ha, invece, cercato di indovinare la password di un collega di lavoro. E forse indovinare non è così difficile come sembra, dal momento che addirittura l’11% dichiara di usare come password una data significativa, ad esempio l’anniversario di matrimonio. Inoltre, è il nostro stesso approccio alle password che ci lascia esposti agli eventuali attacchi: due terzi di noi (il 62%) cambiano la password solo quando diventa necessario, solo il 24% lo fa regolarmente mentre il 16% dichiara di usare sempre le stesse password.

UOMINI E DONNE - Se gli uomini sono più inclini a spiare la posta della propria partner, le donne (50%) d'altro canto sono le più inclini a condividere la password e spesso accade che lo facciano con i propri compagni (31%). Eran Feigenbaum, Direttore della Sicurezza, Google Apps ha così commentato i risultati della ricerca: «Spesso le persone lasciano le proprie informazioni personali esposte ad attacchi online senza nemmeno rendersene conto. Atteggiamenti noncuranti in tema di sicurezza online possono causare gravi conseguenze nel caso in cui estranei riescano ad accedere alle nostre informazioni. Semplici accorgimenti come scegliere password più complicate, eseguire sempre il log-out dalle sessioni e prendere in considerazione la verifica a doppio passaggio per il proprio account possono davvero fare la differenza nel garantire la sicurezza dei nostri dati».

25 settembre 2013 | 10:50

California, «legge-gomma» per gli under 18 Via dal web i dati più imbarazzanti

Corriere della sera

Dal 2015 gli adolescenti potranno cancellare il loro passato digitale compromettente. E salvare così il curriculum

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Via foto imbarazzanti, commenti improbabili o dichiarazioni d'amore eterno a distanza via web: potranno essere cancellati dai siti Internet e dai social network. Un sogno per molti naviganti della rete. Ma che diventerà una realtà, dal 2015, per i giovani californiani. Arriva infatti la eraser law, la legge-gomma che tra due anni permetterà agli adolescenti della West Coast di eliminare il loro imbarazzante passato digitale. Insomma potranno cancellare con un colpo di spugna gli errori di gioventù. Quelli che poi magari li perseguitano sul web, fino al lavoro. Con il rischio di rovinarsi curricula da sogno e colloqui di lavoro solo per aver postato anni prima la foto della notte brava con gli amici.

IMPRONTE DIGITALI - La legge è stata emanata dal governatore della California Jerry Brown ed entrerà in vigore il 1° gennaio 2015, cioè il tempo necessario per consentire ai siti internet interessati di adeguarsi alla nuova normativa. Anche se Twitter e Facebook offrono già questa funzione sui loro siti web. «Gli errori di gioventù ti seguono per tutta la vita e le loro impronte digitali arrivano ovunque si va», ha spiegato James Steyer , fondatore dell'associazione Common Sense. Ma i detrattori della legge protestano: «Oltre alla necessità di conoscere l'età degli utenti, i siti avranno bisogno di sapere se vivono o no in California», sottolinea Stephen Balkam, presidente dell'Online Family Safety Institute.

«VECCHI» NON PROTETTI - La «legge-gomma» più in dettaglio consentirà ai giovani sotto i 18 anni il diritto di «ritirare o richiedere la rimozione di contenuti o informazioni scaricate da un sito web o applicazione». Insomma i giovani californiani sono ora più protetti. Ma non gli adulti. Quindi occhio agli «errori di vecchiaia».

25 settembre 2013 | 8:40

La Francia si libera degli zingari. Arriveranno in Italia?

Il Giornale.it

Nino Spirlì
Mercoledì 25 settembre 2013 – Santa Aurelia – Taurianova


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Quand’ero bambino, a Taurianova, le zingare entravano nel giardino di casa nostra almeno due volte all’anno. A Natale e a Pasqua “Signora bella, dammi qualcosa per i bambini…” Mia madre preparava un piatto  (magari sbeccato e vecchiotto) con della pasta al forno e della carne e, a parte, dei dolci, e glieli consegnava. “Dammi l’olio, per l’anima dei morti!” E, pronta, riceveva una bottiglia da un litro. “Però, ora vai…” e, ricordo perfettamente, mamma la accompagnava con gli occhi fino al cancello, poi aspettava qualche minuto, per non offenderla, e andava a chiudere il cancello. “Per favore, il cancello chiudetelo. Non vedete che le zingare entrano senza suonare?” Ma non c’era razzismo. Forse, una atavica paura.

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Le zingare hanno sempre fatto paura alle mamme. Da secoli. Forse, millenni. “Portano via i bambini”, dicevano e dicono. Nessuno ha mai provato il contrario. Né alcun rapimento è stato denunciato. Fatto sta che sono le uniche straniere a far paura. Le altre, al limite, fanno antipatia, ma nessuno le teme. (Oddio, quelle dell’est, in questi ultimi anni, si sono attirate l’ira di migliaia di mogli tradite…) Le zingare, invece, sono odiate quanto e più dei loro mariti, figli, padri e fratelli, considerati dei fottutissimi scansafatiche, violenti con donne e bambini, ubriaconi e ladri.3

Una cosa è certa: santi non lo sono! Con loro è difficile qualunque approccio. Io stesso, una decina d’anni fa, ci provai. Un amico monsignore in Vaticano mi chiese di occuparmi di una dozzina di zingarelli, intrattenendoli con un corso di teatro. Scettico, accettai. Due collaboratori del monsignore me li portavano in pulmino, tutte le domeniche pomeriggio, nei locali di una scuola al quartiere Portuense, a Roma. Un gruppo di giovanissime canaglie.

4Occhi furbi, corpi esili, agilissimi. Bocche cucite. Per i primi tre incontri, mi ascoltavano, ma non parlavano. Poi, una domenica, il miracolo. Parlò il primo, una sorta di capetto, e, dopo di lui, tutti. Da quella domenica in poi, cominciò il vero lavoro. Improvvisazioni teatrali, scenette ideate da loro, monologhi, confessioni. Ma non passarono molti incontri che arrivò la prima delusione: Dylan, il più bravo e sensibile, una domenica non arrivò. “Si sta sposando”, mi dissero. Aveva meno di 15 anni. “La sua fidanzata è arrivata da Montenegro”. Goran, 10 anni, non venne più perché sua madre, rimasta vedova giovane, aveva sposato un altro uomo che non amava il piccolo, che venne affidato (venduto, secondo me) a parenti a Latina. Seppi che lavava macchine. Al terzo abbandono, Daniel, 11 anni (padre arrestato per accoltellamento), mi arresi. Loro e noi siamo troppo diversi.

A cercare di cambiare il loro destino, si perde la salute. Mentale. Le bambine, poi, a quel corso non vennero mai. 5Incatenate al loro destino sottomesso, non avevano diritto al divertimento. men che meno a quello organizzato da gente sconosciuta e fuori dal campo. Per loro, al limite, era obbligatorio partecipare agli stages tenuti dalle adulte su come assaltare i turisti a via del Tritone. In bande da cinque sei, tutte minorenni, armate solo di pezzi di cartone e velocità d’esecuzione.

Veri portenti dello scippo! Il binomio zingaro – ladro viene automaticamente. E non solo in Italia, dove gli zingari, seppur temuti, hanno ottenuto, negli anni, più privilegi degli altri stranieri. Tanti privilegi. Troppi, forse. Assistenza, sussidi, scuole, corsi speciali, campi attrezzati (distrutti), case! Ridotte a latrine. Hanno occupato, invaso, usucapito. Nel silenzio complice di molti amministratori. Kashetu Kyenge, figlia di Kikoko, attuale Ministra, vuole proprio chiudere il capitolo campi rom: ”Nei prossimi giorni avvieremo un percorso che faremo insieme alle istituzioni e alle comunità.

L’obiettivo è l’integrazione e l’accompagnamento verso l’uscita dai campi“, ha dichiarato a Torino. Se li prende in carico lei, a casa sua? O dobbiamo aspettarci che lo stato espropri le nostre case, per assegnarle a loro? In Francia, sì, che li hanno chiusi i campi rom. Ma gli occupanti sono stati accompagnati fino a casetta, in Romania e Bulgaria. “Queste popolazioni hanno uno stile di vita estremamente diverso dal nostro”, ha dichiarato Il Ministro dell’Interno francese, Manuel Valls, alto esponente del governo del socialista Hollande. Ripetendo che l’unica soluzione possibile sia l’espulsione, in quanto, ha dichiarato alla radio France Inter, intorno ai campi nomadi proliferano “accattonaggio e delinquenza”. Tiè!

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E l’Italia, allora? Cosa farà? Seguirà le direttive italocongolesi della ministra chiacchierona che a tutti promette un’Italia senza porte né finestre, un pò come le capanne a bordo savana? Oppure cercherà di salvaguardare decoro, buonsenso, legalità e POPOLO ITALIANO? Accogliere è giusto. Aiutare è doveroso. Ospitare è cortese. Il resto è rischioso. Molto rischioso. La Francia lo ha capito. E tiene dentro le mura solo i regolari e chi non delinque. Noi. forse, non siamo ancora sazi. Aveva ragione, per certi versi, Santa Oriana Fallaci. Con questo buonismo del piffero, che ha scancellato dal nostro DNA la vera bontà, stiamo compromettendo il nostro equilibrio. La forza delle nostre radici. La salute del nostro futuro. Apriamo le porte, sì, ma controlliamo chi entra. E quanti sono. E perché vengono. E quando se ne vanno. Perché ne abbiamo piene le balle di scippi, furti in casa, rapine, omicidi, interi condomini trasformati in campi rom senza legge né controllo. E Al diavolo! il politicamente corretto. Qui si tratta di difendere, ancora una volta, il nostro Paese. Anche da alcuni fra noi.

… fra me e me. Brindando alla Francia!

Quei fantasmi davanti al Museo archeologico di Napoli

Il Mattino


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La foto è stata scattata il 24 settembre, scattata mentre transitavo in piazza Cavour, davanti al Museo archeologico nazionale di Napoli. Come può evincersi esiste un "pied à terre" sotto i portici della Galleria Principe di Napoli.... Non solo!! Il letto ricavato è anche a due piazze!! La stanza da letto è fornita di arredi formati da scatole di cartone!!

Ma mi chiedo: è possibile che nessuno di coloro che si occupa di questi poveretti, si rende conto dello sconcio proprio davanti all'ingresso del Museo archeologico nazionale che è un vanto per la città????. I turisti dopo aver immortalato questo "splendore" tutto napoletano, e fatto i sorrisetti di rito, hanno un gesto di disappunto. Non sono uno che si crede "perbenista" ma non è possibile tutto ciò!!! Non è più sopportabile!!!!
le autorità preposte latitano........

Lettera firmata

 
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mercoledì 25 settembre 2013 - 09:16   Ultimo aggiornamento: 10:10

L’«accelerazione» di Emilio: a 101 anni supera il test e gli rinnovano la patente

Corriere della sera

Resterà al volante di una Fiat Giardinetta del ’67: «Mai cambiata»


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VERONA - Anche gli esperti della commissione sanitaria che l'hanno esaminato per il rinnovo della patente non riuscivano a credere a quella data stampata sulla carta d'identità: 21 marzo 1912. E per uno come lui, nato il primo giorno di primavera di 101 anni fa, è stata l'ennesima prova superata «a pieni voti». Ma per Emilio Zumerle, centenario di Montorio, la prova affrontata nei giorni scorsi, è stata «un po' un tranello ». «Perché fino a pochi anni fa, per gli ultra ottantenni il rinnovo della patente era previsto ogni tre anni - ricorda con un mezzo sorriso .

Ora hanno cambiato la legge e sono "costretto" a farmi visitare ogni anno ». Nessun problema, perché grazie all'ottima salute di cui gode, l'appuntamento con i medici finora è sempre stata una pura formalità. «L'ho accompagnato io e quando mi hanno detto che non avrei potuto assistere alla visita, ero un po' preoccupato - racconta il figlio Fausto -. Ma dopo pochi minuti mi hanno fatto entrare e mi hanno chiesto se potevano fare una fotografia con mio padre, perché non gli era mai capitato un candidato così anziano con uno stato di forma del genere».

Il segreto? Un'alimentazione controllata e una vita costantemente impegnata. «Non si ferma mai e anche adesso, a 101 anni compiuti, è completamente autonomo: va tutti i giorni a curare il suo orto, cucina e si sistema la casa. Solo per stirare si fa aiutare settimanalmente da una signora » prosegue il figlio. Sempre al volante della sua Fiat Giardinetta del 1967. «È stata la mia prima auto e non l'ho mai cambiata - rivela Emilio -. La patente l'ho presa a 55 anni, prima non potevo permettermi un'auto». Una vita trascorsa interamente a Montorio. «Non ho mai fatto viaggi lunghi, non ricordo di essere mai andato fuori provincia - racconta l'anziano -. Ho combattuto a Ventimiglia nell'artiglieria durante la seconda guerra mondiale e poi sono tornato a Montorio». Nel 1947 il matrimonio con Ada, e il viaggio più importante su quella Fiat è proprio legato alla moglie scomparsa nel 2000.

«Quando nel 1999 è stata male ed è stata ricoverata a San Bonifacio, andavo tutti i giorni a trovarla, d'estate e d'inverno, con il sole e con la neve» ricorda commosso. A Montorio lo conoscono tutti e nessuno riesce a credere realmente alla sua età. Perché «Milio», come lo chiamano gli amici, sembra ancora un «buteleto». E ha mantenuto ancora vive le passioni dell'adolescenza: il suo orto e la pesca. «Mangio quello che coltivo, è così che mi tengo in forma - spiega - e per rilassarmi vado a pescare nei fossi verso le Ferrazze ». E chi lo conosce bene racconta che riesce ancora a infilare l'esca nell'amo al primo colpo, senza alcun bisogno di occhiali da vista. C'è un'unica cosa a cui ha dovuto rinunciare a causa dell'età: la caccia. «Sono stato premiato dal sindaco Tosi per essere stato il cacciatore più longevo del Veneto: ho cacciato fagiani, lepri e altri uccelli per settantacinque anni» racconta con orgoglio. La doppietta l'ha appesa al chiodo nel 2009, a 97 «primavere».

Enrico Presazzi
25 settembre 2013

La partitura musicale che nasconde il codice del tesoro nazista

Corriere della sera

Un gerarca nazista avrebbe nascosto su uno spartito originale di Federlein le indicazioni: si scava a Mittenvald, in Baviera

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MILANO - È una storia degna della saga di Indiana Jones e nell'era di Internet ha velocemente mobilitato la fantasia degli utenti della blogosfera. Da qualche giorno a Mittenwald, cittadina bavarese al confine con l'Austria, sono iniziati gli scavi per scovare quello che la stampa teutonica ha definito «il tesoro nascosto dei nazisti». La mappa di queste presunte immense ricchezze sarebbe stata decodificata su uno spartito musicale del compositore Gottfried Federlein e che un tempo sarebbe appartenuta a Martin Bormann, uno dei più spietati gerarchi nazisti.

CODICE - Come racconta lo Spiegel la partitura musicale, intitolata Marcia improvvisata sarebbe finita nelle mani di Leon Giesen, musicista e regista olandese di 51 anni che, analizzando le parole in codice presenti sul documento, avrebbe individuato proprio a Mittenwald il luogo del nascondiglio del tesoro. La leggenda narra che nell'ultimo giorno della Seconda Guerra Mondiale Bormann avrebbe scarabocchiato sullo spartito alcune parole e disegni per indicare il luogo esatto in cui si trovava il tesoro. Poi avrebbe affidato il documento a un cappellano militare, il cui compito era quello di portarlo ai reduci nazisti a Monaco. Tuttavia la partitura non sarebbe mai arrivata a destinazione e del documento non si è avuto più notizia fino a quando Giesen non ha deciso di renderlo pubblico nel dicembre del 2012.

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METALLI NON IDENTIFICATI - Anche se non ci sono prove che il documento sia autentico, gli utenti di Internet si sono mobilitati per decifrarlo e per individuare dove è nascosto il tesoro. Secondo Giesen le parole in codice indicherebbero chiaramente che le ricchezze si trovano nel luogo dove un tempo vi era il capolinea della stazione ferroviaria di Mittenwald. La tesi del regista è stata accolta dalle autorità bavaresi che hanno consentito l'inizio degli scavi. Peccato che fino ad adesso nelle viscere della terra siano stati trovati solo ferri vecchi e alcuni metalli non identificati: «I geologi ci hanno detto che è davvero un anomalia trovare questi metalli in luoghi simili» dichiara Leon Giesen che vorrebbe continuare l'esplorazione con l'aiuto di una società specializzata in scavi e inoltre è pronto a ricavare un documentario dall'impresa. Cauto resta lo storico Jürgen Proske che frena l'entusiasmo di Giesen: «Questi metalli non identificati potrebbe essere la cassa di un tesoro nascosto, ma anche semplici rottami finiti sottoterra».

24 settembre 2013 | 16:29

La stanza dei bottoni e la malafede a sinistra

Alessandro Sallusti - Mar, 24/09/2013 - 15:00

Il centrodestra ha governato solo 83 giorni più della sinistra e molto meno (circa tre anni) di sinistra e tecnici messi insieme

Quante volte abbiamo sentito illustri commentatori pontificare che se l'Italia è allo sbando lo si deve ai governi di centrodestra che hanno governato il Paese negli ultimi 18 anni? Direi spesso, e a volte qualcuno di loro ha aggiunto «la maggior parte» degli ultimi 18 anni, ma così, tanto per non negare che anche alla sinistra, quasi incidentalmente, è capitato di stare nella stanza dei bottoni.

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Questa favola è stata ripetuta con fermezza anche da Epifani nei giorni scorsi durante l'assemblea del Pd. E nessuno ha obiettato. Un nostro lettore, Sauro Tosoni, ha voluto vederci chiaro e con pazienza certosina ha ricostruito vent'anni di vita politica, giorno per giorno. Ecco il risultato del suo lavoro. L'Italia è stata governata per 1.013 giorni da esecutivi tecnici (Dini, 486; Monti 527). Il centrosinistra ha guidato sette governi (Amato-uno, 304 giorni; Ciampi, 377; Prodi-uno 887; D'Alema-uno, 427; D'Alema-due, 125; Amato-due, 412; Prodi-due, 725) per un totale di 3.254 giorni. Praticamente lo stesso periodo di tempo, 3.337 giorni, nel quale ha governato il centrodestra con i suoi quattro esecutivi Berlusconi.

Ecco svelato, con la chiarezza e semplicità dei numeri, l'imbroglio mediatico del Paese mandato a catafascio da una dittatura, quella di Berlusconi, durata vent'anni consecutivi salvo brevi parentesi. Balle: il centrodestra ha governato solo 83 giorni più della sinistra, cioè un niente, e molto meno (circa tre anni) di sinistra e tecnici messi insieme. La favola ribadita da Epifani è solo propaganda, alla quale da tempo hanno abboccato, non per ingenuità ma per convenienza politica, anche i mass media stranieri, con un danno di immagine non irrilevante a tutta l'Italia, descritta più volte come un gregge di caproni che si sono fatti abbindolare da un pastore despota.

Se c'è una cosa che in questi vent'anni non è mancata è proprio l'alternanza politica alla guida del Paese: due governi tecnici, otto di sinistra, quattro di centrodestra ed uno, l'attuale, di larghe intese. Ma chissà perché, il cattivo deve essere solo e sempre uno. Distratti, ignoranti o in malafede? Propendo per la terza ipotesi.

Buttano 218 milioni per spiarci al telefono

Anna Maria Greco - Mer, 25/09/2013 - 07:51

La spesa per le intercettazioni è calata, ma meno del previsto. E continuiamo ad avere il record di controlli

Roma - Tagli su tutto, e tanti anche nel settore giustizia. Ma il risparmio non è quello annunciato per le intercettazioni. Negli ultimi tre anni il costo delle indagini telefoniche è calato sì, ma con una progressione molto blanda, tanto che per il 2013 si prevedeva una riduzione fino 189,8 milioni e invece a la spesa prevista sarà di 218,5 milioni.


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É quello che si è scoperto ieri, quando la Commissione giustizia della Camera ha dovuto dare parere consultivo sul Rendiconto 2012 e sull'Assestamento 2013 del ministero della Giustizia.Il fatto è ancor più clamoroso perchè a maggio scorso è stato introdotto il nuovo sistema Eliss, che dovrebbe garantire l'abbattimento dei costi, con un macchinario istallato nelle 166 Procure italiane per sostituire gli appalti a ditte esterne. Risparmio annunciato: tra i 200 ed i 250 milioni di euro l'anno. E invece, siamo ancora ad una cifra monstre: quasi 220 milioni. «Mentre il governo fatica non poco a far quadrare i conti- denuncia il deputato Pdl Luca d'Alessandro, segretario della commissione Giustizia - per evitare di gravare sugli italiani con nuove tasse, con il ripristino dell'Imu o con l'aumento dell'Iva, i magistrati continuano a spendere valanghe di quattrini, a spese dei contribuenti, per le intercettazioni telefoniche». La riforma avviata con la spending review 2012, evidentemente, non ha funzionato come doveva.

Anche perchè si è scoperto che il cervellone Eliss (Experts of lawful interception and security standards) non è in grado di intercettare i diffusissimi smartphone ma solo i cellulari vecchio tipo, oltre alle utenze fisse sempre meno usate. E così i pm continuano a rivolgersi alle aziende esterne. Dai dati del Rendiconto di via Arenula emerge infatti che, per le intercettazioni telefoniche, è stata necessaria una variazione tra le previsioni iniziali di spesa di quest'anno e quelle finali. E invece del calo c'è stato un aumento. «Se il ministero -afferma D'Alessandro- nel corso del 2013 è riuscito nella politica di austerity certo non lo deve alla magistratura. Tra le poche voci di spesa in aumento figurano quelle per il mantenimento dei detenuti (il 42 per cento dei quali è in attesa di giudizio), che passano da 110,1 milioni di euro a 138,2 milioni di euro, e quelle per le intercettazioni telefoniche, che passano da 189,8 milioni di euro a 218,5 milioni di euro».

Eppure, il 25 gennaio scorso era stato annunciato con grande soddisfazione che lo stanziamento per le spese per le intercettazioni era stato ridotto con il provvedimento del 2012 di 25 milioni di euro e che questa cifra sarebbe aumentata considerevolmente con l'istituzione di una gara unica nazionale per il servizio di intercettazione telefonica, telematica ed ambientale. I «bersagli» delle intercettazioni sono un numero impressionante, tra i 100 e 150 mila. Quelle telefoniche rappresentano circa il 90 per cento del totale, quelle di tipo ambientale attorno al l'8 e quelle informatiche e telematiche il resto. Ogni telefono intercettato costa oggi circa 200 euro e, dato che ognuno dei soggetti tenuti sotto controllo ha in genere più utenze fisse e mobili, oltre che la posta elettronica, si arriva spesso a mille euro e più per ogni soggetto.

Ce ne sono alcuni che hanno 6-8 numeri sotto controllo. Le intercettazioni, poi, durano in media 60 giorni minimo per i delinquenti comuni, per quelli di organizzazioni criminali mafiose il minimo è un anno. Una priorità assoluta è quella di procedere con una gara nazionale per la gestione del servizio di ascolti telefonici e ambientali. Le Procure , e quelle più attive nelle intercettazioni sono sempre Milano e Palermo, dovranno allora rivolgersi ad un unico gestore, secondo la direttiva voluta dall'allora ministro della Giustizia, Paola Severino.Ma riorganizzare e risparmiare in questo settore si rivela più difficile di quanto ci si aspettava.

Palpeggia una donna: per la condanna sono sufficienti le dichiarazioni della vittima

La Stampa

Le dichiarazioni rilasciate dall’imputato dietro richiesta degli agenti di polizia non possono essere considerate spontanee, ma la condanna del palpeggiatore viene confermata grazie alle dichiarazioni e al riconoscimento effettuati dalla persona offesa. Questo è quanto affermato dalla Cassazione con la sentenza 20387/13. 

Il caso


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Un uomo veniva condannato alla pena condizionalmente sospesa di un anno e 4 mesi di reclusione per avere commesso il reato di violenza sessuale (art. 609-bis, comma 3, c.p.) palpeggiando il sedere di una donna. Contro la sentenza della Corte di appello che ha confermato la condanna, propone ricorso l’imputato.

Errata, secondo il ricorrente, la decisione dei giudici territoriali di basare la propria decisione sul racconto della persona offesa e sulle dichiarazioni che lo stesso ricorrente aveva rilasciato dietro richiesta degli agenti. Dichiarazioni dell’imputato agli agenti di polizia non utilizzabili perché è violato il diritto all’assistenza del difensore? Su quest’ultimo punto concordano i giudici di Cassazione, in quanto possono trovare applicazione i principi fissati dalla stessa Corte (sentenza n. 36596/2012), secondo i quali si è in presenza di «dichiarazioni assunte in violazione del diritto all’assistenza del difensore e come tali, siano le stesse qualificabili o meno come effettivamente spontanee, non utilizzabili neppure in sede di giudizio abbreviato».

Infatti – precisano gli Ermellini - nel caso di specie, le dichiarazioni dell’imputato non sono qualificabili come spontanee, pertanto sussiste la violazione del diritto di assistenza tecnica. Tuttavia, la Corte di appello ha ritenuto pienamente provato che l’imputato sia l’autore delle condotte contestate anche soltanto basandosi sulle dichiarazioni della persona offesa che, tra l’altro, aveva effettuato il riconosciuto dell’aggressore anche davanti agli agenti di polizia. Ecco perché la Cassazione rigetta il ricorso condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Se questa è Milano: i rom trasformano il parco in discarica

Sergio Rame - Mar, 24/09/2013 - 14:00

Il campo rom di via San Dionigi è diventato una vera e propria cittadella che la Giunta Pisapia non riesce più a controllare. La Lega alla Boldrini: "Venga a vedere di persona"

 

Al Parco Sud di Milano dovrebbero esserci famiglie a spasso coi bambini. E invece, tra la sporcizia e la pattumiera, sorge incontrastato un campo nomadi che, di giorno in giorno, è cresciuto fino a diventare una vera e propria cittadella.

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Matteo Salvini, segretario lombardo della Lega Nord, ha invitato la presidente della Camera Laura Boldrini a visitare l'accampamento: "Faccia immediatamente qualcosa".
"Ieri, a Palazzo Marino, abbiamo assistito a una parata di auto blu...". Durante il sopralluogo nel campo nomadi di via San Dionigi, non lontano dalla stazione Corvetto, la delegazione leghista punta il dito contro il degrado generato dal campo rom. Salvini scuote la testa e chiama in causa la Boldrini che ieri ha fatto la passerella al Comune di Milano. "Venga qui dipersona a verificare lo stato delle cose", ha detto l'esponente del Carroccio invitando anche l'amministrazione comunale, la Guardia di Finanza e il Tribunale dei minori a fare qualcosa.

Il campo rom ha ridotto il Parco Sud in una vera e propria discarica. Durante il sopralluogo di questa mattina, l'assessore provinciale Stefano Bolognini e il consigliere comunale Alessandro Morelli hanno denunciato su Facebook il degrado favorito dal lassismo della Giunta Pisapia. Ovunque pire di materiale plastico e metallico abbandonato dagli stabilimenti industriali che sorgono a pochi passi dell'abbazia di Chiaravalle. Dentro il campo, numerosi laboratori di falegnameria che smontano pallet di legno, cataste di rifiuti in fiamme, pollame e una trentina di persone. Alcuni bambini si aggirano per le strade di terrabattuta del campo. "È martedì e le scuole sono iniziate, ma i bambinistanno qui", commenta Salvini. Alle domande dei giornalisti, un rom prova a giustificarsi: "Alcuni bambini sono appena arrivati, non abbiamo fattoin tempo a iscriverli...".

Gli orti urbani : un bruttissimo segno

Quotidiano.net

All’inizio del XV secolo, l’ambasciatore del Regno di Castiglia, appena rientrato da Costantinopoli, fece un rapporto sconvolgente.



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La città sembrava abbandonata. Non c’era più continuità tra i vari quartieri, il verde aveva preso il sopravvento. C’erano prati ovunque e orti urbani. Ormai circondata dai Turchi che avevano spostato la capitale in Europa e si accingevano ad assediare l’antica capitale dell’Impero Romano, Costantinopoli era una città in pieno declino. Gli edifici cadevano a pezzi. le rovine erano ovunque e, dove non c’erano rovine, erano comparsi gli orti che l’Imperatore aveva permesso di coltivare dato che la città non aveva più una sua campagna, un suo territorio agricolo. Come un’isola cristiana in mezzo a un mare islamico, la città era in uno stato di abbandono. Gli antichi palazzi senatori, i fori erano tutti in rovina, la gente era ormai talmente povera che indossava stracci e faceva una penosa impressione all’ambasciatore di Castiglia.

Nel gennaio 1453, quando l’ultimo imperatore Costantino XI Paleologo ordinò di fare un censimento della popolazione per arruolare l’esercito che avrebbe dovuto difendere la città dal prossimo attacco turco, il risultato fu un duro colpo per le residue speranze dell’Impero Romano d’Oriente. Nella città, che aveva raggiunto gli 800.000 abitanti ai tempi di Giustiniano e dei Comneni, non risiedevano più che 50.000 abitanti dei quali poco meno di 5.000 erano abili e arruolabili. All’interno delle mura teodosiane, sui sette colli che avevano ospitato la grande capitale dell’Impero fondata da Costantino, la città era come evaporata, gli edifici scomparsi, il verde, la campagna, gli orti dilagavano là dove c’era stata nel V secolo e, poi, nel X secolo, la città più grande del mondo.

Era la fine.
Di fronte all’esercito del sultano Maometto II, dopo 2 mesi di eroica difesa in quello che rimane uno degli assedi più famosi della Storia, la città fu conquistata e i suoi abitanti quasi tutti sterminati.Quando compaiono gli “orti urbani” in una città non è mai un buon segno.Una città è un organismo, abitata da tanti organismi. E, come ogni organismo, segue le leggi della vita.

Una città ha un suo ciclo. Come tutti gli organismi.
Nasce, cioè viene fondata, poi si sviluppa, cresce, raggiunge la maturità, poi inizia il declino.Qualche volta,  la città si riprende dal declino e inizia un nuovo ciclo. Come le civiltà. La città, nella sua condizione ottimale, è in equilibrio con il territorio naturale che la circonda. E’ una regola fondamentale della natura, della vita: l’equilibrio.Una città è compatta, cioè occupa il minor territorio possibile per ospitare in maniera efficiente il maggior numero di abitanti. Questo rapporto efficiente si chiama densità urbana. Non deve essere nè troppo alta, perché causerebbe problemi di congestione, nè troppo bassa perché minerebbe l’essenza stessa della città: offrire servizi efficienti ai sui abitanti.

Come ogni organismo. La bulimia e l’anoressia sono pericolose malattie.
Una giusta densità urbana significa che, nella città, ci sono abbastanza abitanti da supportare un efficiente sistema di trasporto pubblico, un’efficiente rete d’illuminazione pubblica, di smaltimento delle acque bianche e nere, un’efficiente rete di commercio diffuso, un’efficiente polizia urbana.Una città è composta da Spazio Pubblico e Spazio Privato. Lo Spazio Pubblico sono le strade, le piazze, i parchi. Lo Spazio Privato sono gli isolati urbani misti con commercio, uffici, residenza. Il rapporto ottimale tra Spazio Pubblico e superficie totale della città è del 30%. Troppo Spazio Pubblico significa dispersione, alti costi di gestione, impossibilità di realizzare e gestire reti efficienti.

Per questo, quando, la settimana scorsa il sindaco di Bologna ha inaugurato gli “orti urbani”, un brivido è corso lungo la schiena degli studiosi della città. Brutto segno! Quando una città smette di crescere, perde abitanti e, addirittura, aumenta comunque la sua superficie urbanizzata, è sempre un brutto momento. Il declino è iniziato e la comparsa degli “orti urbani” è una specie di cartina al tornasole. Nel 1943-45, durante gli anni più cupi della Seconda Guerra Mondiale, le città italiane vennero letteralmente invase da tonnellate di terra da coltivare nel disperato sforzo da parte del regime fascista di offrire un sistema di sostentamento alla popolazione.

Le immagini degli orti in Piazza del Duomo a Milano e in Piazza Castello a Torino sono spaventose.
Un altro, recente, esempio di comparsa degli orti urbani è quello della città di Detroit.Quella che, negli anni 50 del secolo passato era la capitale dell’automobile e ospitava 2.100.000 abitanti, oggi ne ospita 700.000. Meno di quanti ne aveva nel 1900. La crisi dell’industria automobilistica americana, la delocalizzazione, la globalizzazione hanno portato allo spopolamento di Detroit. Gli abitanti se ne sono andati. Gli edifici sono rimasti vuoti, abbandonati.

E, in quanto tali, preda di bande di criminali che avevano fatto la loro base operativa. Per eliminare questo fenomeno, la polizia di Detroit ha iniziato a demolire tutti gli edifici vuoti da più di 6 mesi e, così, oggi, Detroit sembra un mare di verde all’interno del quale navigano case e grattacieli completamente disconnessi da un tessuto urbano. Alla fine, preso dalla disperazione, di fronte a una situazione di totale insostenibilità del sistema, il sindaco di Detroit ha promosso una campagna per trasformare la città in una “campagna”, utilizzando gli isolati urbani abbandonati e rasi al suolo, come “orti urbani”.

La fine della storia la conosciamo.
Il 19 luglio del 2013 l’amministrazione comunale di Detroit ha dichiarato bancarotta.

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I cittadini di Bologna cominciano a preoccuparsi dato che il loro comune ha perso, dal 1971 al 2013 bel 130.000 residenti. Passando da 500.000 a 373.000 e, come aggravante, vedendo la propria superficie urbanizzata esplodere dai 5.000 ettari del 1971 ai 9.000 del 2013. Speriamo che gli “orti urbani” di Bologna siano la spia di allarme che stimoli i suoi amministratori a cambiare rotta. L’introduzione degli “orti urbani” corrisponde, infatti, a un malinteso gigantesco nel campo dell’ecologia e della sostenibilità. La città sana è la città compatta circondata da una grande campagna. Non l’agglomerazione dispersa con “verde” e abitanti dovunque. Questa è dispersione, l’anticamera, anzi, l’acceleratore privilegiato del declino. Se si vuole avere una città efficiente, con una popolazione residente che può supportare un efficiente sistema di servizi pubblici -tram, metro, ma anche illuminazione, scuole pubbliche, asili, ospedali, etc.- bisogna che il Comune di Bologna inizi una nuova politica di ri-urbanizzazione, di trasformazione delle aree abbandonate o periferiche in città, una politica di ri-popolamento con incentivazione dell’abitare a Bologna attraverso sgravi fiscali.


Ci vuole una rivoluzione copernicana.
Niente orti urbani o di guerra, ma tanti bambini, tante famiglie, tanta città.

False recensioni online, si muove la procura di New York

La Stampa

Multa da 350mila dollari per 19 società scoperte a pubblicare falsi commenti su Google, Yahoo, Yelp, Citysearch. Coinvolte agenzie di marketing, ma anche società di trasporti, studi medici, night club

luca castelli


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Alzi la mano chi, almeno una volta negli ultimi mesi, non ha consultato i giudizi degli utenti sul Web prima di scegliere l’albergo dove trascorrere la vacanza, un ristorante dove andare a cena o un nuovo libro da leggere. Nell’era del 2.0 e della comunicazione orizzontale, siti come TripAdvisor, Yelp o Amazon sono diventati un punto di riferimento globale non solo per i loro giganteschi archivi di indirizzi e informazioni, ma anche per i commenti, le recensioni, i voti assegnati dalla comunità dei lettori: una moderna bussola dal basso per aiutare l’essere umano del terzo millennio a orientarsi nell’abbondanza di servizi e possibilità a sua disposizione. 

Ma cosa succede se la bussola è truccata? Lunedì il procuratore generale di New York Eric Schneiderman ha diffuso gli esiti di un’inchiesta sul fenomeno delle recensioni false sui siti Internet, quello che nel neoslang contemporaneo viene definito “astroturfing ”. Diciannove società newyorchesi sono state colte con le mani nel sacco e hanno promesso di interrompere la pratica, patteggiando una multa complessiva di 350mila dollari (260mila euro). In molti casi si tratta di intermediari – agenzie specializzate nel migliorare la reputazione online e ottimizzare il posizionamento sui motori di ricerca (SEO) – ma sono state individuate anche aziende impegnate direttamente nel falsificare giudizi legati al proprio business.

Un po’ in tutti i campi: società di trasporti, studi dentistici, night club. L’elenco completo è disponibile sul sito della procura . Seguendo una strategia che non sarebbe dispiaciuta a Lao Tze, per smascherare il nemico la procura di New York ha utilizzato le sue stesse armi: ha aperto un finto esercizio commerciale, una yogurteria a Brooklyn. Quindi ha cercato il modo di migliorarne l’immagine sul Web, trovando numerose agenzie che si sono offerte di pubblicare finte recensioni favorevoli su siti e motori di ricerca come Google, Yahoo, Yelp e Citysearch. “Ciò che abbiamo scoperto è peggio della vecchia pubblicità ingannevole”, spiega Schneiderman

“Quando ti trovi di fronte a un cartellone sai che si tratta di un annuncio a pagamento, ma su Yelp o Citysearch (due siti di recensioni molto popolari negli Stati Uniti, NdR) credi di leggere le opinioni di autentici consumatori” Le diciannove società pizzicate a New York rappresentano solo la punta dell’iceberg dell’astroturfing, mostrandone però già la natura e le ramificazioni globali. Alla falsificazione casereccia (il gestore del ristorante che parla bene del suo locale e male dei concorrenti) si affianca una ben più massiccia catena di montaggio su larga scala.

L’indagine ha scoperto come la maggior parte delle finte recensioni vengano commissionate a cittadini di paesi asiatici (Bangladesh, Filippine) o dell’Europa orientale, che – pur non avendo mai visitato New York (e tantomeno comprato uno yogurt a Brooklyn) – accettano di scrivere elogi virtuali per una cifra compresa tra uno e dieci dollari a recensione. Anno dopo anno, le fake reviews sono diventate sempre più difficili da individuare, sia per i contenuti che per le tecniche (come l’utilizzo di diversi indirizzi IP per pubblicare più commenti), studiate per aggirare i software anti-astroturfing sviluppati dai motori di ricerca.

Ad alimentare il fenomeno è la consapevolezza di quanto la reputazione online stia diventando un fattore sempre più importante nella scelta da parte dei consumatori. Una stellina in più su Yelp può portare a un aumento tra il 5% e il 9% nei guadagni di un ristorante (Harvard Business School , 2011,), una in più su Travelocity o TripAdvisor può permettere a un albergo di alzare i suoi prezzi dell’11% senza perdere clienti (Cornell University School of Hotel Administration , 2012).

Percentuali fin troppo allettanti per non stuzzicare il desiderio di una scorciatoia: secondo la società di consulenza Gartner, entro il 2014 una recensione su sette pubblicata sui social media sarà falsa
I siti che raccolgono le opinioni degli utenti, Yelp in testa, hanno iniziato a condurre politiche aggressive per rintracciare i commenti fasulli. L’intervento della procura di New York e il deterrente delle multe potrebbero segnare un giro di vite nella battaglia contro la falsificazione dei contenuti online, in un Web che è sempre più “sociale” ma che a volte – come dimostrano anche i periodici scandali sull’aumento artificiale delle views su YouTube o sulla compravendita di finti followers su Twitter – è anche più opaco di quanto l’utente medio sia portato a pensare.

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