venerdì 20 settembre 2013

Vittorio Feltri attacca Fiorello: «Sul suo vizietto della droga abbiamo taciuto»

Corriere della sera

L'editorialista commenta il finto discorso di Silvio Berlusconi scritto e messo in Rete dal comico: «Fa pena»

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Prima le rimostranze in tivù: «Ho trovato piuttosto volgare e meschina l'imitazione di Fiorello su Berlusconi»: esordisce così Vittorio Feltri ospite su La7 ospite del programma «L'aria che tira», commentando il «finto» discorso del Cavaliere scritto e messo on-line dal comico. «Ma quale satira - continua Feltri - Fiorello fa pena e non fa neanche ridere». Poi l'affondo dell'editorialista che, evidentemente, non ha per niente gradito l'ironia di Fiorello: «È scaduto in una parodia in cui infierisce su una persona ferita - ricorda Vittorio Feltri - Quando era drogato e rischiava di uscire dalla scena, abbiamo evitato di sfotterlo. Non abbiamo mai parlato del suo vizietto che lo aveva portato sull'orlo del baratro».

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LA PARODIA - In attesa del videomessaggio che Silvio Berlusconi aveva annunciato alla vigilia della riunione della Giunta delle immunità del Senato, che doveva decidere sulla decadenza del leader Pdl dalla carica di senatore, Fiorello aveva deciso di lanciare una versione tutta da ridere del videomessaggio del Cavaliere. Nel finto discorso, Berlusconi confessa di essere così arrabbiato da voler cambiare il nome di Allegri e si domanda se è possibile risarcire De Benedetti (in merito ai 500 milioni che Berlusconi dovrà versare alla Cir di De Benedetti dopo il pronunciamento della Cassazione) pagando con il bancomat o con i ticket del ristorante.

20 settembre 2013 | 11:31

Napoli, autografo inedito di Leopardi fra i documenti della biblioteca nazionale

Il Mattino


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Napoli. È stato identificato un inedito autografo di Giacomo Leopardi, conservato all'interno del prezioso corpus dei manoscritti del poeta di Recanati della Biblioteca nazionale di Napoli. È la testimonianza del disegno incompiuto di un volumetto da pubblicare fra i volgarizzamenti a cui Leopardi lavorò all'età di 27 anni. Il documento sconosciuto contiene una lista di autori antichi, ciascuno seguito da una serie più o meno estesa di riferimenti numerici. Ne danno notizia i ricercatori Marcello Andria e Paola Zito con il saggio intitolato «Qualche postilla a Leopardi e Stobeo. Un inedito 'sentiero interrottò dalle carte napoletane (C.L., XII.7)», pubblicato nella rivista «Teca. Testimonianze Editoria Cultura Arte».

 
venerdì 20 settembre 2013 - 12:04   Ultimo aggiornamento: 14:25

Celentano e le 13 navi che«uccidono Venezia»

Corriere della sera

Giorno dei record, l'artista compra una pagina del Corriere

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VENEZIA - Dodici, o forse tredici grandi navi in transito nella Laguna di Venezia nell'arco di 24 ore. Sarà il weekend più congestionato dell'anno: sui ponti, migliaia di crocieristi faranno ciao ciao , ammirando le pietre storiche della Serenissima, mentre i grattacieli del mare solcano le acque del canale della Giudecca e del bacino di San Marco. Questo passaggio lento nel cuore della città rappresenta, del resto, il valore aggiunto, il business, degli itinerari di viaggio. Ma il piacere dei turisti, gli incassi del porto e dell'indotto non devono essere anteposti - sono in molti a sostenerlo - agli altri interessi della città. Unica al mondo. Bella e fragile. Da qui le numerose proteste dei cittadini, appoggiati dal coro esterno, trasversale, di ambientalisti, ecologisti. O, più semplicemente, di persone che considerano le grandi navi un oltraggio a Venezia. Questa volta, scende in campo anche Adriano Celentano. Che ha acquistato un'intera pagina del Corriere per gridare il suo sdegno.


Ecco le sue parole: «Domani non sarà un bel giorno per il nostro Paese, anche se ci sarà il sole. Con l'ignobile sfilata delle 13 navi dentro la Laguna di Venezia si celebra l'Eterno Funerale delle bellezze del mondo». Lo sfregio alla Serenissima è motivo bastevole di ribellione, al di là di altre argomentazioni correnti, più o meno discutibili, sugli squilibri del moto ondoso, o sul rischio del fuori rotta, evocato soprattutto da quando il maldestro capitan Schettino provocò il naufragio della Concordia, cioè la tragedia dell'isola del Giglio.

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Una dozzina di navi, in 24 ore dunque. La conferma arriva dalle parole di un responsabile della Capitaneria di porto di Venezia. «In questi giorni di settembre, c'è il cambio di calendario delle crociere; così si determina una congestione di traffico straordinaria - spiega Alberto Pietrocola, ufficiale capo della sezione tecnica - Intendiamoci, in porto non c'è spazio per 12 navi. Ma, tra arrivi e partenze, confermo il numero dei transiti, nell'arco di 24 ore, da sabato a domenica. Si tratta di navi da crociera di stazza elevata - aggiunge - Le compagnie? Di sicuro, due navi sono della Msc. Poi, l'Asmara. Non ricordo le altre. Nessuna della Costa».

Comunque sia, il tam tam della mobilitazione è partito. Sul luogo dei transiti nel mirino, tocca al Comitato «No Grandi Navi» gestire la protesta. Alle Zattere, tratto di riva che si affaccia sul canale della Giudecca, domani pomeriggio saranno attivi alcuni gazebo dove chiamare a raccolta i contestatori. «Chiediamo a tutti di venire muniti di pentole e coperchi, in modo da organizzare un presidio vivace - dice Silvio Testa, portavoce del movimento. (Che, per inciso, comprende una quota di ex no global veneziani) - Verrà distribuito materiale informativo, si venderanno magliette, spille, gadget con il nostro simbolo. E generi di conforto».

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Il Comitato «No Grandi Navi» è il più intransigente nel chiedere il blocco. «In Laguna oggi passano navi di stazza superiore alle 100.000 tonnellate, lunghe oltre 300 metri - avverte Testa - Noi chiediamo che in Laguna siano ammesse soltanto quelle compatibili. Il limite del Decreto Clini-Passera è di 40.000 tonnellate». Gli intransigenti pensano a un blocco delle Grandi Navi, non soltanto nel canale della Giudecca e nel Bacino di San Marco, ma anche negli altri corridoi lagunari. In sintesi, bocciano le soluzioni alternative, allo studio di fattibilità, che punterebbero a mantenere Venezia come porto crocieristico, deviando, però, le rotte verso l'esterno, cioè lungo il Canale dei Petroli.

Il progetto dell'Autorità portuale, guidata da Paolo Costa, mira a una deviazione parziale, che mantenga l'attuale punto di approdo. Mentre il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, suggerisce Marghera come nuovo porto crocieristico. L'assessore verde all'Ambiente, Gianfranco Bettin, dichiara intanto che in questo weekend trafficato «il Comune sosterrà uno sforzo straordinario di monitoraggio, sotto ogni profilo, della eccezionale situazione che si creerà in Laguna».


20 settembre 2013 | 10:26

Festa e polemica: Sepe vs de Magistris

Corriere del Mezzogiorno

Il cardinale: «Napoli è al collasso». La replica del sindaco: «No, rinasce». Caldoro: allarme giusto


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NAPOLI - Fuori la corte dei miracoli delle bancarelle e degli abusivi. Dei borseggiatori che tentano di fregare i turisti. E più in là, ai confini di via Duomo, traffico e caos senza regole. È il giorno di San Gennaro. Nella cattedrale la gente prega e chiede speranza per il futuro, un cambiamento che ha sempre creduto fosse a un passo, ma che per una ragione o l’altra non è mai arrivato. Sono le due facce di Napoli. San Gennaro vuole bene alla sua città e anche ieri non si è fatto aspettare per «’o miracolo», come dicono i napoletani. Alle 9.41 ora ufficiale. Ma il «prodigio», come più sobriamente lo definisce la Chiesa, era già avvenuto all’apertura della teca che contiene la reliquia. Come succede ormai da anni. Un buon segno. Certo. Ma il cardinale Crescenzio Sepe davanti alle ampolle non vuole chiudere gli occhi e per l’occasione dell’omelia per il Patrono, utilizza parole forti.

«Napoli — grida dal pulpito affinché tutti sentano — è sull’orlo di un grave collasso. Si dice che il napoletano si piega ma non si spezza. Noi non vogliamo una città piegata ma forte della sua dignità. Napoli oggi vive uno dei momenti più difficili della sua storia. Per tanti giovani essa è diventata una patria amara, chi resta è costretto a difendere le scarse aspettative con le insidie forti e sfacciate di una criminalità organizzata sempre più feroce e priva di scrupoli». Poi ha proseguito «il malessere ha molte facce: tutte insieme intristiscono e deturpano il volto di quella Napoli splendente di bellezza e tante virtù civiche che non possono diventare solo un richiamo del passato. Noi vogliano una città e una comunità forte della sua dignità e ritta sulla spina dorsale delle sue intelligenze e della genialità della sua gente, della sua storia, della sua ricchezza e delle sue tante eccellenze. Non è più tempo di elemosine e assistenzialismo. Non è questo che chiede Napoli».

Parole dure rivolte a tutta la comunità in una cattedrale come sempre gremita, alla presenza incuriosita dei reali del Belgio, della principessa Beatrice di Borbone, del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Michele Vietti, delle autorità istituzionali e militari (ma anche del presidente del Calcio Napoli Aurelio De Laurentiis, accolto da un’autentica ovazione). E’ stato però il sindaco de Magistris (che ha baciato la teca) a sentire il dovere di rispondere. «Napoli non è al collasso - ha detto dopo la cerimonia - soffre come tante altre città del mondo ma è molto viva e sta rinascendo con grande vigore».

Apprezzamento invece per l’invito alla dignità. «Napoli deve mostrare maggiore consapevolezza nei propri mezzi, ha una potenza anche nella religione e nello sport e dev’essere una potenza di cose buone e semplici». Ma la voce del sindaco, sulla vicenda del collasso, è rimasta isolata. Da Bruxelles il governatore Caldoro si è schierato con il cardinale. «Sepe ha interpretato le preoccupazioni di un’intera comunità. Un messaggio da condividere anche nella sua espressione più ampia». Così anche la società civile. Mirella Barracco, fondatrice di Napoli Novantanove: «Proprio adesso che la città è sull’orlo del collasso devono venire a galla la voglia, le capacità e l’impegno dei napoletani».

Poi l’appello: «Così come stanno salendo a galla i disastri, tra i quali quello ambientale citato dall’arcivescovo, deve salire a galla quella forza rappresentata dalle tante associazioni culturali, dai giovani che lavorano da volontari e sono pronti a mettersi a disposizione della città, che sentono il bisogno morale e terapeutico di impegnarsi». Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, invita alla ribellione. «In coma, al collasso, sprofondata.

Ogni giorno su Napoli se ne dice una, ma se i napoletani non si libereranno di questa classe politica non ci sarà nulla in cui sperare. Una classe politica che in tanti anni ha fatto strage di questa città, e per chi resta non ci sono speranze». Marotta porta l’esempio del suo Istituto, «fondato dall'Accademia dei Lincei per la difesa della civiltà». Dal 31 dicembre 2009 ci hanno fermato i finanziamenti, con il risultato che siamo stati cacciati dalle nostre sedi. Una biblioteca di 300 mila volumi, preziosi per i giovani della Campania e di tutto il Mezzogiorno, ora giace in un capannone a Casoria. Solo chi va via può sperare in qualcosa».

Vincenzo Esposito
(ha collaborato Elena Scarici)20 settembre 2013

Germania: scopre a 38 anni di essere la nipote di Goth, SS comandante di un campo di sterminio

Corriere della sera

La donna, Jennifer Teege, figlia di un nigeriano, era stata lasciata dalla madre ad un orfanatrofio

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A 38 anni, la tedesca Jennifer Teege scopre per caso chi è realmente: la nipote di un assassino di massa. Suo nonno era Amon Göth, uno degli efferati delfini di Hitler, fra i principali responsabili dell'Olocausto. La donna, figlia di una tedesca e di un nigeriano, però, non si rassegna e decide di affrontare il suo passato, un passato pesante come un macigno.

IL MACELLAIO DI PLASZÓW - Il personaggio dello spietato gerarca nazista – dal 1943 comandante SS del campo di concentramento di Plaszów a Cracovia - è diventato celebre nel 1993 col monumentale film di Spielberg, «Schindler’s List», nel quale ha il volto di Ralph Fiennes. Indelebile nella memoria resta la terribile scena in cui Göth spara sugli ebrei del lager con un fucile di precisione dal terrazzo della sua villa. Cinque anni fa, il destino ha voluto che la donna di Amburgo scoprisse per caso in una libreria un volume che racconta di persone a lei note, della sua famiglia biologica. Sfogliando il libro riconosce la madre Monika, figlia di Amon Göth, il responsabile della morte di migliaia di persone. Per Jennifer, cresciuta in un orfanotrofio e poi in una famiglia adottiva, è uno choc; la sua intera vita è messa improvvisamente in discussione. «Ero talmente sorpresa e sconvolta che in un primo momento non sono riuscita a leggere un'altra frase», ha raccontato la donna alla Taz di Berlino.

SILENZIO E VERITÀ - Ma come si affronta un segreto di famiglia così scomodo? Jennifer Teege ha scritto un libro: «Amon. Mio nonno mi avrebbe sparato» (uscito per Rowohlt). «Ero cascata dalle nuvole», ricorda oggi la 43enne quel giorno in cui il mondo le cadde addosso. La donna, madre di due figli adolescenti, piomba in una crisi profonda. Si affida a psicologi, trova le forze per incontrare la madre, viaggia in Polonia e Israele e cerca tracce di quel terrificante passato. Visita la ex villa dove il nonno visse con la compagna Ruth Irene - la nonna di Jennifer -, il Museo di Schindler e l'ex ghetto ebraico. «Ogni verità è meglio del silenzio», dirà poi.

«TU SEI JENNY!» - Il libro è un racconto struggente, il racconto di una liberazione, la recensione della stampa tedesca. «Non ero sicura chi ero: solo Jennifer o Jennifer, la nipote di Amon Göth? Ogni volta che leggo qualcosa su mio nonno è come entrare in una stanza degli orrori». La parte più difficile del suo cammino per trovare la verità l’ha incontrata in Israele, dove ha studiato per alcuni anni e dove ha trovato degli amici. «Non avevo il coraggio di svelare il mio passato, troppa era la mia paura delle loro reazioni». Tuttavia, a differenza della madre che ha taciuto quel segreto, Jennifer si è voluta aprire: «Non c’è un peccato originale. Ognuno ha il diritto ad una propria biografia». Dalle compagne in Israele è stata accolta a braccia aperte: «Dimentica Amon Göth - le ha detto un’amica - Tu per noi sei Jenny!». Amon Göth, «il macellaio di Plaszów», fu impiccato nel 1946 a Cracovia. Nemmeno in punto di morte mostrò rimorso. Le sue ultime parole furono: «Heil Hitler».

20 settembre 2013 | 12:59

A mani nude e a martellate Così “muore” una nave

La Stampa

Nei cantieri di Sitakund, dove 30mila operai in condizioni estreme smontano i relitti


roberto giovannini
inviato a Sitakund (bangladesh)


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Benvenuti su una delle coste più inquinate e pericolose del mondo. Su questa fangosa spiaggia di marea, a pochi chilometri da Chittagong, il principale porto industriale del Bangladesh, giacciono incagliate decine e decine di navi. Carrette dei mari, superpetroliere, immense portacontainer, che alla fine della loro vita (molto dopo aver smesso di poter navigare in sicurezza) sono scagliate qui per essere smantellate nei «cantieri» che si susseguono.

Sitakund, come Alang in India o Gadani in Pakistan, è uno dei buchi neri del pianeta dove il mondo ricco scarica serenamente la sua immondizia; dove migliaia di poveri disgraziati smantellano navi intere a mani nude, con l’ausilio di una fiamma ossidrica e di martelli, caricandosi sulle spalle lastroni di acciaio pesantissimi. Gente che sgobba per paghe ridicole, 20 centesimi l’ora, undici o dodici ore al giorno, senza alcuna misura di sicurezza e senza nessuna tutela. Molti di questi lavoratori sono ragazzini che si calano nelle fauci di queste navi con un semplice dhoti (il tradizionale pantalone fatto con un telo) e delle ciabatte di plastica. I loro datori di lavoro fanno scaricare nelle acque del Golfo del Bengala - qui nere, oleose, fetide, coperte a perdita d’occhio da una patina iridescente di schifezza.

le tonnellate di prodotti nocivi che una nave da smantellare contiene. Carburante, olio, detersivi, il cancerogeno asbesto usato come isolante delle condotte, i residui del carico nelle stive. E metalli pesanti, vernici, PCB, gli acidi delle batterie, o la tribulitina, un biocida contro le incrostazioni altamente tossico e bandito dal 2003. Fosse possibile anche la Costa Concordia verrebbe forse spedita su questa spiaggia in nome della globalizzazione. E invece verrà smantellata con tutta probabilità come si deve in un cantiere italiano. Se la contendono i porti di Palermo, Genova, Napoli e Piombino, ognuno con i suoi problemi e i suoi punti di forza. C’è anche la Turchia, destinazione alternativa ai porti italiani che forse potrebbe rientrare in gioco per alcuni vantaggi dal punto di vista del costo (basso) del lavoro e standard diversi sui rischi ambientali.

Qui a Sitakund distruggere una nave costa quasi niente. La manodopera è regalata. Per «verificare» che in fondo alla stiva non ci siano gas mortali, si lega a una corda un pollo e lo si cala: se torna su vivo, si mandano gli operai a lavorare. Incidenti sono all’ordine del giorno: come ci spiega Chandan Chowdhury, coordinatore dell’associazione Songshoptaque, «è meglio morire che farsi male e restare infortunati». Se muori, la tua famiglia ha diritto a 125 mila taka, 1250 euro. Se resti ferito, hai diritto solo alle cure di base e tre giorni di paga. «Una volta, quando non c’erano i telefonini - continua Chandan - se c’era un incidente mortale i padroni dei cantieri si limitavano a gettare i cadaveri in mare. Adesso non lo fanno più». Certamente i giornalisti non sono ospiti graditi.

Il business dello smantellamento funziona così. Dei mediatori senza scrupoli, in cambio di danaro, rilevano le navi da smantellare dagli armatori. E le vendono ai padroni dei cantieri navali sulla costa, che la disfano metodicamente. Ogni pezzo - dal singolo bullone fino ai cavi elettrici, dai motori delle ancore all’arredamento delle cucine, dai compressori ai generatori elettrici - viene venduto all’asta. Si recupera anche il prezioso acciaio degli scafi: questo metallo finisce nelle acciaierie della zona, assicurando il 60% del fabbisogno dell’intero Bangladesh. Nei «cantieri» lavorano almeno trentamila persone, di norma per cicli di sei-otto mesi prima di essere licenziati.

Riciclare è bello. Soltanto che avviene a spese delle persone e dell’ambiente. In una baraccopoli di Chittagong c’è la «casa» di Mohammed: faceva il pescatore, ma ormai vivere su quel mare tossico è impossibile. Si tagliano le foreste di mangrovie, si appestano le falde di acqua potabile. A fianco della «Ava», una motonave giapponese costruita nel 1983 e venuta a morire qui, c’è un ragazzo di sedici anni con un volto da «grande», Samjan Ali: «Lavoro nel cantiere da quando avevo 13 anni - racconta - ho preso il posto di mio padre che era morto per un incidente. Siamo almeno quindici noi minorenni. Ma adesso sono disoccupato». Hassan Badsha ha 19 anni, e come operaio specializzato guadagna 40 centesimi l’ora: «Lavoro in questo cantiere da sei anni, e ho visto molti incidenti, persone che hanno perso le dita o le mani.

Altri rimasti schiacciati sotto le lastre d’acciaio». In qualche azienda sono state introdotte le gru con elettromagneti, che però riducono il fabbisogno di manodopera e portano a licenziamenti. Sì, perché poi alla fine tutto si giustifica in nome dello sviluppo e della competitività. Un discorso che si conosce fin troppo bene. Tutto il mondo è paese, fa capire Sawrav Barua, presidente di Songshoptaque. «Noi diciamo che l’inquinamento ha un prezzo, e che chi inquina deve pagare - dice - ma il figlio del deputato di Chittagong, Abdul Kerim, ha un cantiere navale. E se i padroni sono anche politici, per chi pensate che faranno le leggi?».

Non ci si lascia per amore di un altro ma per odio del coniuge

La Stampa

Uno studio britannico: negli Anni Settanta il fastidio per il comportamento del marito o della moglie provocava il divorzio nel 28 per cento dei casi, oggi siamo arrivati al 47 per cento. E l’adulterio perde il primato di prima causa di una separazione

claudio gallo
corrispondente da londra


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Di solito uno pensa che dietro ai matrimoni disintegrati ci sia sempre una dinamica tormentata, tipo “Scene da un matrimonio” di Bergman, dove c’è lui, lei e l’altra (niente maschilismo per carità, cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia…). Insomma il “finché la vita non vi separi” dura, in molti casi, fintanto che non compare la sempiterna figura dell’amante. I costumi invece, almeno quelli dei britannici, stanno rapidamente cambiando.

Uno studio della Co-operative Legal Services che ha comparato dati dagli Anni ‘70 ad oggi, sostiene che almeno la metà dei matrimoni si sciolgono a causa dell’insofferenza per i comportamenti stravaganti o sgradevoli del partner. Insomma, più la “Guerra dei Roses” che non l’ormai arcaico “Divorzio all’italiana” in cui Mastroianni-Barone Fefé per correre tra le funeste braccia della cugina in mancanza di una legge sul divorzio, uccide la moglie fingendo un delitto di onore.

Mentre negli Anni ‘70, quando la rivoluzione sessuale stava per esaurire la sua spinta consumistico-innovativa (Il manifesto crepuscolare rimane “Je t’aime moi non plus” , ansimata su una musichetta scema dalla coppia Gainsburg-Birkin) il 29 per cento dei matrimoni finiva per motivi adulterini, oggi la percentuale è scesa al 15 per cento. D’altra parte il comandamento di godere impostoci dalla società non fa notoriamente bene alla sessualità. Il desiderio per eccellenza, a giudicare dal successo degli stimolatori chimici, non è più quello dei tempi di Paolo e Francesca. Nell’era del cybersesso, chi si ricorda più Max Horkhaimer quando inorridiva i benpensanti avvertendo: la pillola è la morte dell’amore?

Oggi niente più passioni, non abbiamo abbastanza tempo, ma picchi di adrenalina che sferzano i nervi. Proprio i nervi scossi però sono diventati una delle maggiori cause di divorzio: appena l’altro interrompe la pianificazione costante della soddisfazione individuale, ci si comincia a odiare come belve in gabbia. Negli Anni ‘70 il fastidio per il comportamento del marito o della moglie era causa di divorzio nel 28 per cento dei casi, oggi siamo arrivati a quasi la metà, 47 per cento.

Classico caso di questa casistica è la moglie che vuole divorziare perché si sente colpevolizzata da marito quando esce con gli amici. Da vittima assoluta, la donna comincia ad avere una parte meno passiva, in un progressivo rispecchiamento dei comportamenti dei due sessi. Dice Christina Blacklaws della Co-operatives Legal Service:

“Si pensa ancora che molti divorzi siano causati da un comportamento inaccettabile da parte del maschio, ma il mercato sta cambiando: ora gli uomini rispetto agli Anni ‘70 chiedono cinque volte più di prima il divorzio a causa di comportamenti irragionevoli delle mogli”. Cambieranno i motivi, ma non c’è crisi per i divorzi nel Regno Unito. Mentre declina il numero delle persone che si sposa, ogni due matrimoni si conta un divorzio. 

Usa vietano lo spazio aereo a Maduro Ira di Caracas: “Prenderemo misure”

La Stampa

Tensione con Washington. Il governo venezuelano accusa: «E’ un’aggressione»



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Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha accusato duramente gli Stati Uniti per avergli negato il permesso di sorvolare il territorio di Porto Rico - che si trova sotto la giurisdizione statunitense - sul quale l’aereo presidenziale doveva passare per raggiungere la Cina in occasione di una visita ufficiale. Maduro ha aggiunto però che non intende annullare il viaggio, a costo di allungare la rotta.

Il cancelliere venezuelano Elias Jaua aveva già denunciato la situazione, sottolineando che la rotta per la Cina era già stata autorizzata da tutti i paesi europei e asiatici. «È una grave mancanza», ha aggiunto Maduro, «negare a un capo di Stato il permesso di sorvolare uno spazio aereo di un Paese che è stato colonizzato a terra, come Porto Rico».

Il presidente venezuelano ha affermato inoltre che gli Stati Uniti avrebbero negato il visto anche al ministro dell’Ufficio della presidenza Willmer Barrientos e ad altri membri della delegazione del Venezuela che dovrebbero partecipare alla prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite. «Non lo accetto», ha concluso Maduro, «e se devo prendere misure diplomatiche con il governo degli Stati Uniti, lo farò».

Quasi tre mesi fa, in occasione del caso Snowden, vari paesi europei negarono il permesso di sorvolare i loro territori al presidente della Bolivia Evo Morales: la situazione era stata condannata dal Venezuela e da molte altre nazioni dell’America Latina. Il presidente boliviano ha stigmatizzato il divieto di sorvolo di Portorico e ha aggiunto che intende chiedere agli Stati membri dell’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alba) di considerare la possibilità di non partecipare ai lavori dell’assemblea generale dell’Onu, in programma il 30 settembre a New York. 



Morales bloccato nei cieli d’Europa. E scoppia la guerra diplomatica con l’America latina sul caso Snowden
La Stampa


Francia, Spagna, Italia e Portogallo negano lo spazio aereo, il presidente boliviano fermo a Vienna per 14 ore. Lui: «Ma io non sono un criminale» Parigi “rammaricata” per il divieto. E il Parlamento di La Paz ora valutanl’espulsione degli ambasciatori



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Dure reazioni in tutta l’America Latina dopo che l’aereo del presidente boliviano Evo Morales, di ritorno da Mosca, è stato costretto ad atterrare a Vienna perché Francia, Spagna, Italia e Portogallo hanno negato l’accesso al loro spazio aereo temendo che a bordo ci potesse essere la “talpa” del Datagate, Edward Snowden. Una «grave offesa», per quasi tutti i leader sudamericani - fatta eccezione del presidente brasiliano Dilma Rousseff che sulla vicenda non si è ancora espressa -, che adesso chiedono ai paesi europei coinvolti di assumersi le loro responsabilità.

Con Morales bloccato nella capitale austriaca per circa 14 ore, è stato il suo collega ecuadoriano, Rafael Correa, a mobilitarsi per primo per organizzare una reazione comune dei leader sudamericani. «Siamo tutti la Bolivia!» ha scritto Correa su Twitter, definendo la vicenda un fatto «estremamente grave» e sottolineando di aver chiesto la convocazione immediata di un vertice dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasud) per analizzare il caso, in programma per domani. Sono «ore decisive per l’Unasud: o ci accettiamo come colonie o rivendichiamo la nostra indipendenza, la nostra sovranità e la nostra dignita, ha commentato il presidente dell’Ecuador.

Su Twitter si sono susseguiti i messaggi dei capi di Stato. Per l’argentina Cristina Fernandez de Kirchner «sono tutti pazzi, ed è un giudizio definitivo» perché «i capi di Stato e il loro aereo godono di una immunità totale, non è possibile questo grado di impunità’. E ha aggiunto di aver parlato con il suo collega uruguaiano, José Mujica, che si è detto «indignato». Da parte sua, il ministro degli Esteri venezuelano, Elias Jaua, ha detto che il fatto che vari paesi europei abbiano chiuso il loro spazio all’aereo del presidente boliviano costituisce «una aggressione brutale e grossolana» riguardo alla quale devono «assumersi le loro responsabilità».

Il segretario generale dell’Unasud, il venezuelano Ali Rodriguez e quello dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa), il cileno José Miguel Insulza, hanno poi sottolineato la necessità di una presa di posizione comune di tutta l’America Latina, per denunciare quanto accaduto a Morales. Quanto al sospetto che a bordo dell’aereo del presidente boliviano si trovasse Edward Snowden, Insulza ha detto che «nulla può giustificare una azione così irrispettosa verso la più alta carica di un paese». Intanto, dopo lo stop forzato a Vienna, l’aereo di Morales ha effettuato uno scalo tecnico alle Canarie e da lì e ripartito verso la Bolivia dove dovrebbe atterrare a notte inoltrata.

Ora il Parlamento boliviano potrebbe approvare una risoluzione nella quale chiederà al governo di dichiarare “persone non grate” gli ambasciatori di Italia e Francia e la console del Portogallo, tre dei paesi che non hanno permesso ieri il sorvolo sul loro territorio. La Francia, invece, ha manifestato alla Bolivia il suo «rammarico» per la vicenda: il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha telefonato al suo collega boliviano David Choquehuanca per spiegare che si è trattato di un «ritardo» nell’autorizzazione al sorvolo e che Parigi ha dato l’ok all’aereo appena ha saputo che a bordo c’era il presidente Morales. 

E mentre da La Paz il governo boliviano annunciava la presentazione di denunce presso la segreteria generale delle Nazioni Unite e l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, dal suo sito web Wikileaks ha denunciato che è stata scoperto un microfono occulto nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, dove da oltre un anno è rifugiato il fondatore dell’organizzazione, Julian Assange. Ma il Foreign Office britannico e il portavoce del premier britannico James Cameron hanno detto di non voler fare commenti in merito. 

Il tragico destino del sommergibile Velella, Castellabate commemora le vittime del '43

Il Mattino

di Antonio Vuolo


Un brivido leggero attraversa il corpo ogni volta che si attraversa quel tratto di mare, come se un grido d’aiuto si levasse dalla profondità del mare. Lì, a circa 130 metri di profondità, nel mare blu a largo di Punta Licosa, giace dal 1943 il sommergibile italiano «Velella».

CatturaNon fu la sirena Leucosia ad ammaliarlo ed a farlo inabissare, ma i siluri del sottomarino inglese Shakespeare. Erano le ore 20 del 7 settembre 1943. Quattro siluri su sei andarono a segno e causarono l’immediato affondamento del sommergibile che portò con sé in fondo al mare cinquanta giovani marinai. Ancora oggi il Velella è la loro tomba, nonostante da anni si discute sulla possibilità di recuperare il relitto dal mare e dare una degna sepoltura ai valorosi marinai che pagarono la pace della Patria con la morte. Ecco perché il loro sacrificio nessuno potrà cancellarlo.

Anche quest’anno a Castellabate, in occasione del venticinquesimo anniversario del gruppo locale dell’Associazione nazionale Marinai d’Italia in programma da oggi a domenica, saranno commemorate le vittime del sommergibile italiano. Fu il fuoco amico, riflettendo a priori, a silurare il Velella. Un destino atroce, beffardo. Ma a bordo dei due imbarcazioni, nessuno poteva sapere che pochi giorni prima il generale Badoglio aveva firmato l’armistizio con gli anglo-americani. La stessa Marina militare era all’oscuro di tutto.

Fu così allora che alla vigilia dello sbarco alleato sulla costa campana dell’8 settembre, l’Italia rese esecutivo il «Piano Zeta» disponendo undici battelli a copertura delle coste dal Golfo di Gaeta a quella di Paola ed altri nove ancora più a sud. Ma il Velella alle 15 del 7 settembre, al comando del tenente di vascello Mario Patanè, lasciò il porto di Napoli e non vi fece più rientro. E quando il giorno successivo Badoglio annunciò alla Nazione la firma dell’armistizio, ormai già giaceva sul fondale di Punta Licosa. E con esso scomparvero per sempre i cinquanta marinai che tante missioni vittoriose avevano portato a compimento nel Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico.

 
giovedì 19 settembre 2013 - 23:55   Ultimo aggiornamento: venerdì 20 settembre 2013 08:53

Come sopravvivere all'Oktoberfest

La Stampa

Monaco di Baviera è presa d'assalto durante i giorni della famosa kermesse alcolica. Ecco dieci alternative per il soggiorno a base di prelibatezze bavaresi

nexta


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I tedeschi iniziano i festeggiamenti al motto di "O'zapft is". Come dire: e che Oktoberfest sia! Benchè la Festa della birra bavarese - che dal 21 settembre si protrae fino al 6 ottobre -  sia tra le più note al mondo, non è certo l'unica (scopri le feste della birrà più divertenti dell'autunno). Di sicuro è quella che attira un maggior flusso di visitatori ogni anno e, nonostante i 14 tendoni allestiti per l'occasione  possano contenere migliaia di persone, ogni tanto vengono chiusi per sovraffollamento. Ma dove si può andare quando i tendoni sono pieni o semplicemente per provare i locali più noti della città? TripAdvisor presenta dieci alternative nel centro di Monaco dove i visitatori possono godersi una birra fresca e gustare le prelibatezze Bavaresi.

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Come nasce il mito della birra a Monaco

Flaminia Giurato  -  12/09/2012


OKTOBERFEST - Tutti i retroscena sulla birra di Monaco, da quando i migliori produttori erano monaci.

Continua il nostro viaggio alla scoperta dei segreti dell’Oktoberfest, che dal 22 settembre prossimo fino al 7 ottobre celebra a Monaco le sue 179 edizioni. Dopo avervi suggerito come raggiungere la bella città tedesca in tutta comodità per partecipare al grande evento, facciamo un salto all’indietro ripercorrendone la storia.


CatturaTutto ha avuto inizio 527 anni fa, quando il Duca Guglielmo IV di Baviera emana l’Editto della purezza, il Reinheitsgebot, con valenza prima  per la città di Monaco (nel 1485) e dopo, nel 1516, per tutta la Baviera. L'intenzione era di regolamentare l'industria della birra. A quel tempo era un alimento molto importante per la popolazione e il principe voleva garantire per tutti una bevanda dal costo accessibile, considerando la grande quantità di consumo.  Erano i monasteri che svilupparono una grande maestria nella produzione della birra e infatti è opera degli Agostiniani il birrificio più antico di Monaco ancora in attività. Dall’emanazione della legge gli unici ingredienti ammessi per produrre la birra sono orzo, luppolo e acqua e ancora oggi i mastri birrai di Monaco si attengono a questo antico regolamento.

Una tradizione già consolidata in epoca medievale è il giorno dei birrai: negli anni pari si organizza una grande festa per questa ricorrenza, con sfilate, gruppi folcloristici e carrozze dei birrifici trainate da cavalli bardati. Per arrivare alla celebrazione del primo e vero Oktoberfest bisogna fare un salto nel 1810, per l’esattezza dal 12 al 17 ottobre quando, in occasione del matrimonio del principe Ludovico di Baviera e della Principessa Teresa di Sassonia, venne organizzata una corsa di cavalli.
L’evento ebbe talmente successo da venir ripetuto annualmente, aggiungendo di volta in volta fiere agricole, danze popolari, musiche e poi anche giostre e luna park.

Nel corso dei secoli ci furono 24 annullamenti, durante i periodi delle guerre mondiali, a causa delle epidemie e per l’inflazione. Le corse di cavalli si tennero per l’ultima volta nel 1960 ma è l’edizione del 1980 quella più tragica, a seguito della bomba fatta esplodere da un giovane fanatico del neonazismo che perse la vita durante lo scoppio e in cui vennero uccise 13 persone. Altra data importante per l’Oktoberfest è il 2008, anno del tassativo divieto di fumo nei capannoni, non senza contestazioni da parte degli organizzatori: alla festa, infatti, si legava una tradizione del fumo di sigari, pipe e foglie di tabacco arrotolate.

E se avete voglia di conoscere i segreti di Monaco dopo le sbronze della festa, non perdete il prossimo aggiornamento su Turismo.it, mercoledì 19 settembre.

LA STORIA DELLA BIRRA DI MONACO IN IMMAGINI: GUARDA LE FOTO



L’Oktoberfest finisce al museo

Flaminia Giurato  -  26/09/2012


OKTOBERFEST – Pochi sanno che oltre alle grandi bevute l’Oktoberfest si può celebrare anche al museo, grazie ad un’esposizione permanente che permette di viaggiare nel tempo.


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Siamo arrivati all’ultima puntata del nostro viaggio a Monaco, alla scoperta dei segreti della Festa della Birra più famosa del mondo e della città che la ospita. Iniziata lo scorso weekend, l’Oktoberfest targata 2012 è nel pieno dei suoi festeggiamenti, che si protraggono fino al 7 ottobre, e come sempre risulta essere un evento dai grandi numeri. Qui, infatti, vengono chiamati a raccolta appassionati di birra di tutto il mondo, e non per niente il grande evento è considerato come il simbolo dell’amicizia tra i popoli. L’immenso luna park dell'area di Theresienwiese oltre ai “Festhalle", ovvero i principali stand delle birrerie storiche di Monaco, è ricco di bancarelle di souvenirs, chioschetti con panini, birre, wurstel e naturalmente l'immancabile Pretzel, un pane salato distribuito in quantità industriale.

OKTOBERFEST IN ITALIA: LE FESTE DELLA BIRRA DA ROMA A GENOVA

Ma se, una volta assaporata dal vivo l’atmosfera mondaiola della kermesse, avete voglia di fare un tuffo nella storia e di vivere in un altro modo la cultura della birra, segnatevi un altro indirizzo da aggiungere a quelli già consigliati da Turismo.it su cosa vedere a Monaco. Al numero 2 di Sterneckerstrasse, tra Marienplats e Isartor, si trova un gioiello nascosto di autentica tradizione bavarese. E’ la più antica casa della città, risalente al 1340, dove una volta risiedevano mercanti e artigiani ed oggi è sede del Museo della Birra dell’Oktoberfest, che ospita mostre permanenti con disegni e foto d’epoca.

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La ristrutturazione della casa si deve a Ferdinando Schmid, ex capo del Birrificio Augustiner, che ha realizzato il sogno di aprire il museo nel settembre del 2005. La birra, come ci raccontano i percorsi all’interno del museo, è stata una compagna costante dell’umanità sin dai suoi primordi: si attesta che già i Babilonesi facessero uso di un infuso a base di acqua e pane fermentato. In epoche successive furono i monaci a fare della produzione della birra un vero e proprio mestiere tradizionale, e con l’introduzione della legge sulla Purezza della Birra si raggiunse una tale perfezione di cui ancora oggi si può godere grazie alle produzioni di birra locali.

Tutto questo è testimoniato da una miriade di documenti, strumenti e invenzioni che si possono ammirare all’interno del museo. Nessuno, nel lontano 1810, avrebbe mai pensato che una corsa di cavalli realizzata in occasione delle nozze del principe ereditario Ludwig I e della principessa Teresa di Sassonia avrebbe dato origine a quella che conosciamo come l'Oktoberfest. Una visita al museo diventa un viaggio attraverso la storia di quello che oggi è il simbolo di un intera regione, e non solo ad ottobre.

La Terra vivrà per altri 2 miliardi di anni, dopo il sole renderà impossibile la vita umana

Il Messaggero

ROMA - Il Sole permetterà alla Terra di avere forme di vita solo per i prossimi 1.750 milioni di anni. Oltre quel periodo, a causa dell'intenso calore sulla Terra, sarà impossibile ogni forma di vita ma già da molto tempo l'uomo si sarà estinto o forse trasferito su altri mondi.


CatturaQuesto scenario viene descritto in un articolo redatto da alcuni ricercatori guidati da Andrew Rushby dalla scuola di Scienze Ambientali della University of East Anglia in Inghilterra e pubblicato sulla rivista Astrobiology. Secondo i ricercatori la Terra cesserà di essere abitabile tra 1,75 e 3,25 miliardi anni da oggi, quando il Sole inizierà ad espandersi facendo finire il nostro pianeta in una 'zona calda' con temperature così elevate da far evaporare tutti i mari. «Le condizioni per gli esseri umani e altre forme di vita complesse, diventeranno impossibili già molto tempo prima - prosegue Rushby - perchè anche un piccolo aumento di temperatura per noi significherebbe la morte. Verso la fine solo microbi in ambienti di nicchia sarebbero in grado di sopportare quel calore.»

I ricercatori hanno messo a confronto la Terra con Marte e con altri sette pianeti che si trovano nella 'zona abitabilè ed hanno visto che quelli che orbitano intorno a stelle di piccola massa, tendono ad avere tempi di vita maggiore. Uno dei pianeti è Kepler 22b che ha una durata di vita abitabile di tra i 4,3 e i 6.1 miliardi di anni. Ancora più sorprendente è il pianeta Gliese 581d che ha prospettive di essere in 'zona abitabile' tra i prossimi 42 e 54 miliardi di anni ossia 10 volte la vita del nostro Sistema Solare. «Ma questi pianeti sono troppo distanti per essere raggiunti con la nostra attuale tecnologia. - conclude Rushby - Se dobbiamo pensare ad un pianeta dove trasferirci, Marte è probabilmente la nostra migliore scommessa. È molto vicino e rimarrà nella 'zona abitabilè fino alla fine del ciclo di vita del Sole vale a dire circa 6 miliardi di anni da oggi».


Mercoledì 18 Settembre 2013 - 18:52
Ultimo aggiornamento: Giovedì 19 Settembre - 19:06

Così io, Stella ebrea, ho beffato le SS”

La Stampa

Esce il diario della figlia di Giulio (il comandante Laghi) “In Val di Lanzo, tra streghe e giochi, aspettavo la libertà”

bruno quaranta
torino


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E così, la memorialistica subalpina, accanto a Natalia Ginzburg, Virginia Galante Garrone, Lalla Romano, si arricchisce di un’ulteriore orma femminile: Stella Bolaffi Benuzzi, una signora ruotante intorno a un intimo filo di ferro, nonché ramo orgoglioso di un albero genealogico costellato di francobolli, di rarità in rarità risalendo al 1890, quando nonno Alberto fondò la pregiata ditta torinese, cedendo il testimone nel 1944 al figlio Giulio, il comandante Laghi, alla guida in Val Susa della divisione di Giustizia e Libertà «Stellina», come la figlia. «Ha una sua (!) borghesissima paura della parola “politica” - lo ritrarrà Ada Gobetti -. La guerra la combatte e la paga generosamente». 

Nel nome del padre è il journal di Stella Bolaffi Benuzzi La balma delle streghe (Giuntina, pp. 184, €15, prefazione di Paolo Rumiz). Ovvero «l’eredità della mia infanzia tra leggi razziali e lotta partigiana», bagaglio che permeerà le future stagioni, dagli studi al matrimonio, alla professione. Una fanciullezza braccata, fuggendo da SS e repubblichini in Val di Lanzo, a Vonzo, una frazione di Chialamberto, come istitutrice, angelo custode, mentore, la maestra Gabriella Foà, un Augusto Monti delle classi elementari.

Psicoanalista freudiana, Stella Bolaffi subito evoca il dottore di Zeno, «l’autobiografia, buon preludio alla psico-analisi». Nella Balma alternandosi (e intrecciandosi) il racconto e la sua «lettura», seduta dopo seduta. «No, non concordo con Svevo. È una considerazione semplicistica, la sua. In analisi, sono due i protagonisti, artefici di un dialogo che culmina nel transfert».

Inseparabile da Alberto, ieri e oggi, la signora Stella, poco importa la distanza geografica, in Alberto riconoscendo l’eco nitida del padre, del «depositum» Bolaffi che si trasmette di generazione in generazione. «Mio padre, una figura cardinale, nel male e nel bene. Nel male: come subiva la madre, la possessiva nonna Vittoria, come era geloso della mamma, come era drastico con me, nessuna discussione ammessa, com’era ostile, per esempio, a qualsivoglia, innocente vanità. Ricordo quando, sposata, gli feci visita con i due bambini, sulle labbra appena un velo di rossetto. Mi intimò: “Ora andrai nella toilette, a lavarti il viso”».

E nel bene? «Una forza d’animo eccezionale, anche nelle occasioni più tragiche, mai smarrendo la flemma». Mai abdicano, papà Giulio, all’identità ebraica: «”Onora tuo padre e tua madre”, il comandamento per lui sommo. Quando il nonno muore, nel diario di cui presto uscirà un’edizione scientifica, non esiterà a definirlo “il mio più grande amico”. No, non era un ebreo ortodosso, di sabato lavorava, ma andava al Tempio, faceva l’offerta, diceva le preghiere la mattina e la sera, indossando il cappello e il tallèt, il manto».

L’attesa dela libertà, nella Balma delle streghe, è l’attesa del padre. Il suo ritorno alla vita civile, dopo la clandestinità, è l’aurora che scardina la notte, che incenerisce il colore nero. La bomba fatta esplodere sulla strada per Torino simboleggia il punto e a capo, l’addio alle armi, la speranza di veder nascere una diversa Italia.

È grazie all’ebreo Freud che Stella Bolaffi Benuzzi è riuscita «a dare una spolverata alla Balma», all’età che forse fu nonostante tutto favolosa sotto falso nome: «Che poi lassù lo chiamassero “balma” e Freud “inconscio”, sempre di streghe si tratta e delle loro mele avvelenate» (balma che è un grosso masso, di masso in masso formando, rotolando, delle caverne...). Freud scoperto nella biblioteca della nonna materna a Acqui: «Le ore passate sulla dormeuse leggendo L’interpretazione dei sogni...».

Perché solo adesso La Balma? «Non mi sembrava corretto, verso i pazienti, sollevare il sipario su di me quando esercitavo la professione». Sciolta la riserva, «immagino un seguito, La grotta della foca monaca, restaurando le giornate alla Capraia, quando c’era il tetro carcere, ma non la luce elettrica, assaporando le tregue, che la vita della psicologa è ardua. Nel frattempo ho voluto comporre una sorta di esercizio di ammirazione, in onore del cardinal Martini».

Occorre, per capire, riandare alla stagione universitaria. «A quando mi laureai con Augusto Guzzo, controrelatore Benvenuto Terracini, sul’etica dei Salmi. Il Padre ha voluto scolpito sulla tomba nel Duomo milanese un salmo: “La tua parola è lampada ai miei passi / luce sul mio sentiero”. A un idem sentire ho voluto rendere omaggio».

Carlo Maria Martini, il ponte solido, finalmente mondo di ogni incrostazione, perfidia, infamia, fra cristiani ed ebrei. Selvatica come suole narrarsi, mentalmente sempre nei boschi, per mano al comandante Laghi che le insegna a riconoscere i funghi, sorretta da una cordiale ironia, due pupille che hanno visto le streghe, Stella (in ebraico Kokhbà) Bolaffi Benuzzi posa lo sguardo sulla vera, commuovendosi: «E’ un dono di papà. Che emozione leggerne la scritta all’interno: Giulio e Mina 21 maggio 1933 - 25 iyar 5693. Era la fede di mia madre. Nell’anello è riunito in me l’amore per i miei genitori come loro avevano riunito in quelle due date ebraismo e cattolicesimo».

Da pendolare vi racconto il boicottaggio statalista di Italo

L’intraprendente


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Stazione di Torino Porta Susa, ore 13,30. I passeggeri attendono il treno Italo per Salerno, che deve partire alle 13,40. Primo momento di disorientamento: sullo stesso binario arriva il Freccia Rossa, con la stessa rotta e le stesse fermate. Qualcuno sale, si guarda attorno, si accorge dell’errore e scende. È troppo presto per Italo, prima deve passare il Freccia Rossa. Ok, ci si dice fra passeggeri: il prossimo sarà il nostro. No.

Arriva il Tgv, dalla Francia. E sono già arrivate le fatidiche 13,40. Arriva Italo? No. Prima deve passare il treno regionale per Ivrea, che ha accumulato 5 minuti di ritardo: doveva partire alle 13,37 ma arriva alle 13,42. A questo punto, già che ci siamo, ci aspettiamo che passi anche un treno merci, unica tipologia di trasporto che mancava su quel binario (da tutti gli altri, invece, non stava passando proprio nessuno). Finalmente, invece, arriva Italo: alle 13,50. Torino Porta Nuova è la sua prima stazione della tratta che arriva fino a Salerno, ma ha già accumulato 10 minuti di ritardo. Nel corso della sua tratta, c’è da scommettere, ne accumulerà altri, se ogni stazione decide di far attendere il treno ad alta velocità come è successo a Torino.

E così ci possiamo solo immaginare gli insulti e gli sbuffi dei passeggeri che hanno pagato un’alta velocità, ma si ritrovano con ritardi da treno dei dannati. Daranno certamente la colpa a Italo. Essi non sanno che servizio stanno fornendo le stazioni. Sembrerebbe un “dispetto” della Rfi, la Rete Ferroviaria Italiana, società del gruppo Ferrovie dello Stato. Non abbiamo prove per affermarlo. Vogliamo pensare che sia solo un disguido. Ma torna alla mente quel che è successo a Roma Ostiense nel 2012, in piena estate, dunque in un periodo critico per i viaggiatori di tutta Italia.

Quando la stazione romana aveva aperto a Italo, aveva però recintato il binario del nuovo treno, impedendo ai passeggeri di accedervi direttamente. Si doveva fare un lungo giro nei sottopassaggi per arrivarci. Allora il “dispetto” era talmente evidente da suscitare la protesta aperta dell’amministratore delegato di Ntv (il gruppo di Italo) Giuseppe Sciarrone: «Dopo 40 anni di onorato lavoro non mi aspettavo di finire in gabbia – aveva detto – per ragioni di sicurezza non precisate e incomprensibili non si può accedere al treno direttamente, ma bisogna fare un lungo giro nel sottopassaggio». Il caso era stato risolto solo due mesi dopo, a metà agosto. Con disagi che, d’estate, si possono solo immaginare.

CatturaItalo, unico vero competitor privato alle Ferrovie dello Stato, sta entrando in crisi per tanti di questi piccoli motivi, oltre che per una politica di prezzi al ribasso praticata dalle Ferrovie dello Stato. Ntv ha chiuso il bilancio con una perdita di 77 milioni di euro, il doppio rispetto all’anno precedente. Il patrimonio netto è calato a 107 milioni, il debito verso le banche arriva a quota 220. Rischia di fare la stessa fine di un’altra compagnia privata: Arenaways, aperta dall’imprenditore piemontese Giuseppe Arena.

Fallì dopo un solo anno di servizio, nel 2011. Anche perché l’Ufficio per la regolazione dei servizi ferroviari (Ursf) del Ministero dei Trasporti aveva imposto delle regole impossibili: la rotta Milano-Torino non doveva includere una serie di fermate intermedie che erano, invece, il piatto forte di un servizio progettato per coprire città e province del Nord Ovest. Inoltre, la Rfi aveva imposto degli orari scomodi. Le Fs erano poi state multate per abuso di posizione dominante dall’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, ma era troppo tardi: Arenaways aveva già chiuso i battenti.

Con condizioni così vincolanti, fare concorrenza allo Stato è troppo difficile. E anche società dalle spalle larghe come Ntv, in cui partecipano la ferrovia francese (Sncf), Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Gianni Punzo, inizia a perdere i colpi sotto il peso del trasporto statale italiano, che è arbitro e concorrente, vigile e viaggiatore allo stesso tempo. Il think tank liberale Istituto Bruno Leoni lo sottolinea da anni: se non si separano le reti, oltre che i servizi, una vera concorrenza è e resterà impossibile. Finché binari e stazioni saranno statali, i privati avranno una vita durissima, fino alla morte. Con buona pace per i passeggeri in attesa.

Il 21 settembre torna la mediazione civile obbligatoria

La Stampa


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Dal prossimo 21 settembre torna la mediazione civile obbligatoria, come previsto dal Decreto del Fare. La mediazione era stata già sperimentata nel biennio 2011-2012, prima di subire lo stop da parte della Corte Costituzionale, che ne aveva bloccato l'obbligatorietà. L'obiettivo è esattamente quello che ne aveva ispirato l'introduzione due anni fa: accelerare i tempi del contenzioso. Il Governo ha dunque reintrodotto la mediazione civile obbligatoria, ma in via sperimentale: l'obbligatorietà sarà della durata di 4 anni al massimo. Decorso tale periodo si stabilirà, in base ai risultati raggiunti e ad un'analisi dei benefici riscontrati, se renderla definitivamente obbligatoria oppure no.

L'Istituto della mediazione obbligatoria sarà inoltre esteso anche al risarcimento dei danni derivanti dalle professioni sanitarie e non si limiterà più solo a quelle mediche. Le materie che possono essere oggetto di mediazione obbligatoria sono quindi: condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.

Fonte: http://fiscopiu.it/news/il-21-settembre-torna-la-mediazione-civile-obbligatoria