giovedì 19 settembre 2013

Tutti pazzi per iOS 7, tra critiche e apprezzamenti

Corriere della sera

Molto discusso l'aggiornamento del sistema operativo. Tra gli sfottò degli Androidiani e milioni di download in simultanea

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Difficile ricordare un sistema operativo che ha scatenato una tale quantità di follia in Rete. Da ieri iOS 7, il nuovo sistema operativo per iPhone, iPad e iPod Touch, è trending topic di Twitter insieme a #Apple. Merito dei marketing manager di Apple che hanno trasformato in un evento ciò che prima era solo una noiosa routine: dopotutto si parla sempre dell'aggiornamento di un software. Allo scoccare delle 19 di ieri, ora di rilascio ufficiale, sui social network era partita la gara a chi avrebbe concluso l'aggiornamento per primo.

GLI SFOTTÒ DEGLI ANDROIDIANI - Almeno tra gli appassionati si respirava l'aria delle finali dei Mondiali con due schieramenti ben definiti: i seguaci della Mela eccitati dall'arrivo della nuova interfaccia e gli Androidiani che rispondevano con sfottò geniali del tipo “Bé, finalmente anche voi avete Andorid”. Già verso le 20 però il clima di felicità dei melafonisti aveva lasciato spazio alla rabbia e allo scoramento per la lentezza eccessiva del download: poco più di 700 megabyte scaricati in nove ore, talvolta dieci, una marea di errori di connessione, mail da parte di sviluppatori che sconsigliano l'aggiornamento perché non è compatibile con le proprie app.


SERVER AL COLLASSO - Dal canto loro i server Apple non sono riusciti a tenere testa a questo tsunami composto da milioni di download simultanei provenienti da tutto il mondo. Basta pensare che la società di ricerca Akamai ieri sera ha registrato un aumento del 92 per cento nel traffico di dati mondiale, dato che oggi è salito addirittura del 106% e continua a volare sempre più in alto. Inutile l'avvertimento di aspettare la notte, mettere il telefono o il tablet in carica e addormentarsi lasciandolo aggiornare così al risveglio si avrebbe avuto il telefono nuovo di zecca. Lo volevano tutti e subito, come nei grandi eventi.

 Le reazioni su Twitter a iOS7 Le reazioni su Twitter a iOS7 Le reazioni su Twitter a iOS7 Le reazioni su Twitter a iOS7 Le reazioni su Twitter a iOS7

EUFORIA GLOBALE - Questo clima di euforia che abbraccia il globo e unisce mezzo mondo non accenna ad arrestarsi. Tutt'ora il sistema operativo continua a imperversare nelle discussioni della Rete con le opinioni di chi lo sta già usando e la rabbia di chi ancora non è riuscito a fare il passo avanti. «Oggi sarà il giorno delle lamentele, del si stava meglio quando c'era lui e del non l'avessi mai fatto», sintetizza efficacemente un utente su Twitter. Il social network cinquettante in queste ore sembra diventato il centro di assistenza della Mela con utenti impazziti che chiedono consigli di ogni tipo, come «Se volessi scrivere su Twitter dalla barra? Come faccio? Panico&Paura» o «Chi ha #iOS7 mi sa dire come funziona il #multitasking e come richiamarlo per chiudere le app?» e così via. Tutti alla ricerca dell'esperto di turno, di un Genius che li aiuti ad avere subito il meglio da questo benedetto iOS7.

INTERFACCIA ZUCCHEROSA - Il meglio però lo danno gli entusiasti, da chi nota come i colori dell'interfaccia sembrano quelli di “un trip psichedelico”, chi si definisce “In scimmia x #ios7” e chi ha voglia “voglia di mangiare zucchero filato”. Interessante questo parallelo con i dolci se si pensa che il prossimo Android si chiamerà KitKat, proprio come la barretta al cioccolato. Se ancora si hanno dubbi su come aggiornare. Il consiglio è sempre quello di aspettare la notte ma sappiamo già che è difficile resistere alla tentazione.

19 settembre 2013 | 14:49







iPhone e iPad, è il giorno di iOs 7: che cosa fare prima di installarlo

Corriere della sera
 
Intanto la stampa americana recensisce il nuovo iPhone 5S: generali apprezzamenti, plausi a nuova fotocamera e Touch Id

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  • Strana coincidenza ma iOS 7, il nuovo sistema operativo di Apple, è stato reso disponibile in Italia dalle ore 19. Le sette insomma. Tante le novità a partire da una grafica minimalista con finestre traslucide e app più semplici, caratteri più netti che rendono più fluida la navigazione dei menù. Ma come passare al nuovo sistema? Iniziamo col dire che i possessori di iPhone 4 o iPad 2 dovrebbero ponderare con attenzione l'ipotesi di aggiornare i loro dispositivi: è possibile che ci siano rallentamenti sostanziali. Ma anche i modelli 4S e iPad 3 potrebbero soffrire un po'.
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PRIMO PASSO: IL BACKUP - Per tutti gli altri il primo passo da fare è eseguire il backup tramite iCloud o iTunes. Il primo è molto più semplice e non ha bisogno di un computer. Una volta attaccato il device a una presa di corrente, attiviamo il Wi-Fi e poi andiamo in Impostazioni, iCloud, Archivio e backup e mettiamo su on il «Backup di iCloud» poi dallo stesso menù scegliamo «Esegui backup adesso». iCloud però consente di archiviare solo 5GB di dati (se ne possono avere di più pagando) quindi possiamo cancellare la sincronizzazione di dati che non ci interessa salvare da «Modifica piano di archiviazione» sempre all'interno di Archivio e backup, oppure passare alla sincronizzazione con iTunes. In questo secondo caso colleghiamo il dispositivo al computer tramite cavo Usb poi clicchiamo su Effettua Backup adesso.

SCARICHIAMO IOS7 - Ora è tutto pronto per accogliere iOS 7. Anche in questo caso abbiamo due scelte. La prima chiamata OTA (Over The Air) sfrutta il Wi-Fi ed è la più veloce da eseguire ma la più lenta nell'istallazione. Controlliamo di avere più del 50% di batteria o colleghiamo il device a una presa di corrente poi andiamo in Impostazioni, Generali, Aggiornamento Software e confermiamo il download del nuovo software. Se non è ancora disponibile dovrebbe apparire la voce «iOS 6.1.4 Il tuo software è aggiornato» oppure la richiesta di aggiornare a iOS 6.1.4. Non è necessario farlo e conviene aspettare finché non appaia iOS 7. Anche l'aggiornamento tramite iTunes è semplice ma è anche più veloce. In questo caso colleghiamo il device al computer tramite Usb e il programma rileverà che c'è del nuovo software da scaricare. Date l'ok e basta. Tutto fatto. Nel caso il download non parta in automatico occorre cliccare su «Verifica aggiornamenti» e il gioco è fatto.

 Ecco iOS7 per iPhone e iPad Ecco iOS7 per iPhone e iPad Ecco iOS7 per iPhone e iPad Ecco iOS7 per iPhone e iPad Ecco iOS7 per iPhone e iPad

APPLAUSI PER IL 5S - Oltre al sistema operativo, l'attesa è alta anche per il nuovo iPhone 5S che, potrebbe arrivare in Italia a fine settembre, intorno al 27, con prezzi che vanno dai 730 euro del 16 GB ai 950 del 64 GB. All'estero (Usa, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, Singapore e Regno Unito UK) però sarà pronto con una settimana di anticipo, a partire dalle 8 di mattina del 20 settembre e la stampa sta (letteralmente) impazzendo per i due pezzi da novanta del nuovo device: la fotocamera con apertura più ampia da f/2,2 e il lettore di impronte digitali Touch ID.

LA CAMERA PRIMA DI TUTTO - David Pogue del New York Times punta sulla camera: «Il sensore è del 15% più grande», rileva, «basta metterlo a fianco del predecessore e scattare una foto e la differenza è subito evidente». «Anche le immagini con poca luminosità sono migliori sul nuovo telefono. Più chiaro, più luminoso, con colori migliori». Poi l'attenzione va sul doppio flash: «Anche le foto con il flash sembrano molto migliori, la pelle dei vostri cari non sembrerà più di un bianco nucleare o di un blu come Avatar».

POTENZIALMENTE RIVOLUZIONARIO - Per Walter Mossberg del Wall Street Journal, quotidiano generalmente molto entusiasta verso i prodotti della Mela, «l'iPhone 5S ha un hardware potenzialmente rivoluzionario». Parla ovviamente del Touch ID: «È il primo device che abbia visto con un lettore d'impronte semplice e affidabile», «il più grande passo mai fatto nell'autenticazione biometrica nei comuni device. Dopo aver usato il Touch ID ho trovato fastidioso tornare a digitare le password sul mio vecchio iPhone». Da ultimo, «la nuova interfaccia utente e le nuove funzioni rappresentano la più grande revisione al sistema operativo dell'iPhone dal lancio del primo modello nel 2007».

VELOCE ED AVANZATO - Positivo anche Slashgear, «Abbiamo imparato ad aspettarci più un'evoluzione che una rivoluzione dai modelli S dell'iPhone ma l'iPhone 5S potrebbe essere sufficiente per invertire questa tendenza», mentre CNET pensa che «L'iPhone 5S non è un aggiornamento obbligatorio ma è semplicemente lo smartphone più veloce e più avanzato di Apple fino ad oggi». Chiudiamo causticamente con The Loop: «Se sei il tipo di persona che deve sempre avere l'ultimo gadget, allora questo è il dispositivo per te». Insomma, come GTA V anche l'iPhone 5S prende cinque stelline da tutti ma la cautela è d'obbligo. Dopo il nostro primo contatto con il device aspettiamo di averlo a disposizione per più tempo per farci un'idea dettagliata.

18 settembre 2013 | 21:48

Caccia al cinghiale o ragù dei deputati

Marcello Veneziani - Mer, 18/09/2013 - 14:40

Un cinghiale della Maremma mi ha rilasciato a Capalbio un'intervista in esclusiva a condizione di mantenere l'anonimato e di rileggere il testo prima della pubblicazione


Solitamente restio a parlare e a relazionarsi con gli umani, un cinghiale della Maremma mi ha rilasciato a Capalbio un'intervista in esclusiva a condizione di mantenere l'anonimato e di rileggere il testo prima della pubblicazione.

Più che un'intervista è stato uno sfogo: «Ma io non capisco - ha esordito grufolando in modo visibilmente alterato - ripetete ogni giorno che siamo troppi e andiamo abbattuti. E ci massacrate senza pietà, anzi col plauso dello Stato. Trappole dappertutto, appostamenti. Ci negate il diritto a sfamarci, ci accusate di mangiare l'uva, tra poco ci farete la prova palloncino per vedere il tasso di moscato ingerito. Ma insomma. Ovunque è strage di Stato col favore della stampa e il silenzio dei magistrati. Mai un'operazione Scrofe Pulite. Perché lo stesso criterio non vale anche per gli altri? Pure i parlamentari sono troppi e mangiano più di noi, perché non li abbattete? E i bidelli nelle scuole, in soprannumero ed esonerati pure dalle pulizie? E le guardie forestali, una ogni albero in Calabria, perché non abbattete loro?».

«Ma voi siete aggressivi - obietto - rovinate i campi e le vigne, non controllate le nascite...». «Dateci la mensa e non lo faremo più. E poi, è una reazione a come ci considerate: noi chiediamo la parità dei diritti con cani e porci e voi ci parificate alle pappardelle... E ci fate pure le sagre. Una vergogna. Il ministro delle Pari opportunità che ci sta a fare? E gli animalisti? Quanto all'eccesso di prole ricorreremo in Corte di Castrazione. Ma i figli so' piezz 'e carne».

Il sindaco lancia la giustizia fai da te “Munitevi di pistola contro i vandali”

La Stampa

A Rocca Pietore, nel Bellunese, l’appello choc del primo cittadino “Forze dell’ordine senza strumenti è bene imparare a difenderci da soli”

anna martellato

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«Installate un allarme e munitevi di pistola». È la “giustizia fai da te”, il consiglio che sindaco Andrea De Bernardin di Rocca Pietore, comune incastonato tra le montagne bellunesi, dà ai suoi cittadini. Un’escalation di raid di vandali nell’Agordino ha infatti spinto all’esasperazione anche il sindaco, tanto da esortare la cittadinanza a prendere provvedimenti alla “far west”, insomma.

«“Alla gente onesta che vive nelle nostre valli - ha dichiarato in un’intervista al Gazzettino Nordest -, non posso che dire di iniziare a difendersi da soli, appunto con un impianto domestico antifurto e facendosi il porto d’armi. Non resta che questo se ci sta a cuore la nostra incolumità e quella delle nostre famiglie». Lo stesso sindaco è stato vittima di un furto rimasto intentato, forse grazie alla presenza dell’antifurto.

«Comunque - non tra a precisare - se fossero entrati io avrei difeso la mia persona e la mia proprietà senza pensarci due volte». Il sindaco svela a LaStampa.it una realtà, lassù sulle montagne, ben diversa da quella che conosciamo. «Le forze dell’ordine sono assolutamente prive di strumenti tali da poter affrontare l’emergenza da malavita improvvisata che stiamo subendo, dove certi personaggi agiscono senza pietà, non avendo niente da perdere: sono capaci di compiere 9, 15 furti a notte senza remore, senza timori».

Scordatevi Heidi: le vallate alpine non sono più quel sinonimo tranquillità di un tempo. «Da due anni a questa parte viviamo situazioni tipiche delle grandi città. Prima potevamo lasciare le chiavi dell’auto sul cruscotto, dormivamo tranquilli. Pensavamo di essere immuni, godendo di un certo benessere grazie al turismo. Ora proprio per questo ci prendono di mira - spiega il primo cittadino -. Puntualmente a fine stagione, quando sanno che nelle strutture ci sono dei risparmi, arrivano e prendono tutto. Ma lo sa che questi girano incappucciati di notte con la mazza da baseball in mano? Presumo non sia per giocare».

Intanto, la frase choc del sindaco sta facendo il giro del web e dei media, scatenando un putiferio. «Non voglio passare per folle o per estremista - premette-. Certo, non nascono di non essere un buonista: sono della Lega e non mi rimangio nulla. Qui noi non abbiamo tempo per stare svegli ad aspettare i ladri in casa, dobbiamo lavorare. E i miei cittadini devono essere meno ingenui, in primis installando sistemi di allarme; poi, quella del porto d’armi in alcuni casi può essere un’altra soluzione».

«La mia è una provocazione, e spero possa servire a qualcosa: lo Stato italiano deve comprendere la nostra emergenza e deve prendere provvedimenti concreti, dando più mezzi alle forze dell’ordine. Ho lanciato una proposta, che spero venga accolta - conclude -: l’istituzione di ronde miste, composte da polizia e militari per un servizio di controllo, qualora forze polizia non bastino più». Come nelle tranquille vallate bellunesi, lassù sulle montagne. 

Troppo brutta per essere esposta Invenduto il 40% della frutta inglese

La Stampa

Il rapporto dell’associazione britannica Global Food Security: «Ogni famiglia elimina in media 5 chili di frutta e verdura la settimana per ragioni estetiche»

claudio gallo
corrispondente da londra


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Come è noto viviamo in un tempo in cui si mangia con gli occhi, se no perché dovremmo trovare sugli scaffali del supermercato le mele incerate e le noci lucidate come fra Galdino non si sognò mai di vedere? Così, un rapporto dell’associazione britannica Global Food Security mostra che il 40 per cento della frutta e della verdura prodotta nel paese non arriva nei negozi perché è considerata esteticamente inaccettabile.

I nostri sensi sono ormai così standardizzati che una albicocca troppo grande, una mela scalfita dalla grandine o una carota che non somiglia a quella di Bugs Bunny ci mettono a disagio, mentre in natura sono assolutamente normali e ottimi da mangiare. Così i brutti anatroccoli del mondo vegetale vengono usati come cibo per animali e in buona parte finiscono nella spazzatura o nel terreno.

Ogni anno in Gran Bretagna si gettano via 15 milioni di tonnellate di cibo di cui la metà è eliminata non dai rivenditori ma dalle famiglie dopo l’acquisto. Il rapporto spiega come ogni famiglia elimina in media 5 chili di frutta e verdura la settimana, quando almeno un terzo di quella quantità è ancora perfettamente consumabile. Lo spreco vale mediamente dalle 480 alle 680 sterline l’anno per ogni famiglia o gruppo di persone che abitano nella stessa casa.

Alcuni supermarket più consapevoli, o più furbi, hanno cominciato a dedicare uno scaffale a frutta e verdura di “forma e taglia inusuali”. Il dato più choccante è che nel mondo un terzo del cibo prodotto va perduto. Dice il professor Tim Benton della Global Food Security: “In Gran Bretagna oltre cinque milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà. Per loro la ricerca del cibo di base è una sfida di tutti i giorni”. Secondo la Ong, lo scorso anno 400 mila persone sono ricorse ai centri di assistenza che distribuiscono cibo ai bisognosi. 

Sotto accusa sono anche le date di scadenza dei prodotti confezionati, a volte esageratamente allarmistiche. Il 90 per cento degli americani butta via prematuramente il cibo in seguito a una interpretazione sbagliata delle etichette. Secondo uno studio della Harvard Law School’s Food Law and Policy Clinic and the Natural Resources Defense Council, le date di scadenza contribuiscono non poco ai 160 miliardi di cibo sprecato ogni anno dagli americani. 

Aziende lombarde, il miraggio svizzero: 263 in lista al Comune di Chiasso

Corriere della sera

L'incontro per imprenditori organizzato per il 26 settembre nella cittadina ticinese è stato letteralmente preso d'assalto


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«Non ci aspettavamo un simile assalto. Abbiamo dovuto chiudere le iscrizioni in anticipo, poi riaprirle… un caos». Hanno dato letteralmente i numeri gli uffici comunali di Chiasso negli ultimi giorni: 88 domande giovedì, 178 venerdì, 200 lunedì, e dire che il tetto iniziale era di 150. Alla fine, si è chiuso mercoledì a 263. Tante sono le aziende lombarde (comasche, varesine e brianzole) che nell'ultima settimana hanno preso d’assalto, sul sito del Comune di Chiasso, la mailbox del sindaco della città-porta della Svizzera italiana, Mariano Colombo. Obiettivo: prenotarsi per un faccia a faccia giovedì della prossima settimana, in vista un possibile trasferimento in Ticino.

«A un certo punto abbiamo temuto che lo spazio non sarebbe bastato», spiegano gli organizzatori dell’evento in programma il 26 settembre (il titolo: «Benvenuta impresa nella città di Chiasso» è lo stesso di un dossier introduttivo di 70 pagine distribuito dal municipio ai partecipanti). «Avevamo chiuso le iscrizioni dopo appena sette giorni per overbooking, ma viste le richieste incessanti le abbiamo riaperte lunedì».

In totale sono 470 i nomi degli iscritti, tra imprenditori e accompagnatori (chi si porta la moglie, chi i dipendenti, chi il commercialista), per 161 aziende attive nel settore dei servizi e 102 raggruppate sotto la voce «produzione e artigianato». Piccole e medie imprese provenienti dalla fascia di confine, ma non solo. Nel mucchio c’è anche Giuseppe Caggiano, artigiano di Carugo (Brianza) esasperato da tasse e burocrazia, che al telefono si sfoga: «Lo faccio perché ho due figli giovani, sono pronto a portare con me tutti e 6 i miei dipendenti». Non senza prima esaminare le condizioni, certo. «È un primo passo, anche una manifestazione di disagio: aspetto di sentire cosa ci diranno». Ma la voglia di partire è forte. «Potremmo organizzare un pullmino con i dipendenti, e ogni mattina partire tutti insieme…». Verso l’Eldorado, oltre il confine della crisi.

18 settembre 2013 (modifica il 19 settembre 2013)

Pagamenti mobile, Poste stringe un accordo con Payleven

Corriere della sera

Il dispositivo leggerà le carte di credito e di debito e renderà possibili le transazioni via smartphone

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Cambiamento di marcia per i pagamenti mobili in Italia. Protagonista dell'accordo che verrà ufficializzato nelle prossime ore è Poste Italiane. Il gruppo ha siglato un'intesa, in esclusiva per un anno, con la startup Payleven per la distribuzione dei dispositivi che permettono agli smartphone di fare le veci dei tradizionali Pos. Si sta parlando quindi di uno strumento a beneficio degli esercenti e non delle tecnologie, come il sensore Nfc, che consentono agli utenti di utilizzare i telefoni cellulari per completare i pagamenti.

Nello specifico, la soluzione di Payleven legge le carte di credito Mastercard e Visa e le carte di debito Maestro e V Pay e si collega allo smartphone iOs o Android tramite Bluetooth per l'invio dei dati relativi alla transazione. In questo momento in Italia è l'unica soluzione di questo genere che include anche la digitazione il Pin e, di conseguenza, l'accettazione del cosiddetto bancomat. La rivale, anch'essa tedesca, SumUp è ferma alla sola lettura del chip e la svedese iZettle, vero avversario da battere in Europa, non è ancora sbarcata nei nostri confini. In rampa di lancio ci sono anche gli italiani di Jusp (ne avevamo parlato qui), foraggiati in marzo da un finanziamento da 4 milioni e mezzo di euro ma non ancora sbarcati sul mercato. Se ne dovrebbe parlare entro fine anno.

Non a caso lo scorso febbraio la holding dei cinque figli di Silvio Berlusconi, la B Cinque, ha deciso di scommettere circa 2 milioni di euro sui più strutturati tedeschi di Payleven. Il precursore del settore è l'americana Square, lanciata nel 2009 dal fondatore di Twitter Jack Dorsey e per ora limitata all'attività Oltreoceano. L'accordo con Poste Italiane darà ai titolari di un conto corrente BancoPosta con un contratto business o con partita Iva accesso privilegiato al lettore di Payleven. Il dispositivo sarà acquistabile negli uffici postali a un prezzo inferiore a quello canonico, dai 99 euro si scenderà a circa a una cifra compresa fra gli 80 e 60, e la commissione applicata a ogni transazione sarà del 2,5% e non del 2,75 applicato normalmente. L'aspetto più importante non è però il risparmio garantito ai clienti di Poste Italiane, ma il sostegno in termini di promozione.

I due gruppi, come dichiara a Corriere.it l'amministratore delegato di Payleven Italia Alberto Adorini, metteranno sul piatto «ingenti investimenti per promuovere attività di marketing» dentro e fuori il punto vendita. I 200mila piccoli e medi esercenti e le 15mila partite Ive con un conto BancoPosta entreranno così in contatto con uno strumento nuovo e potenzialmente utile per la loro attività incoraggiati da un logo che conoscono bene e di cui evidentemente si fidano. Il target dei lettori di Payleven e concorrenti non è infatti composto dalle società che archiviano centinaia di transazioni al giorno, ma dalle piccole realtà a cui non conviene mettersi sul groppone il canone fisso dei Pos tradizionali e, allo stesso tempo, non vogliono rinunciare ai clienti eventualmente sprovvisti di contante. Payleven, spiega Adorini, «ha raccolto in Italia dalla scorso febbraio qualche migliaio di utenti». Ad andare per la maggiore sono «hotel e bed & breakfast e chi vende nelle fiere».

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Buona la risposta ottenuta anche dai tassisti e dalle automobili a noleggio con conducente: la startup ha siglato accordi con le auto gialle di Trieste e il consorzio Cosepuri di Bologna andando a servire con prezzi agevolati un parco macchine complessivo da circa 450 vetture. L'Italia, prosegue l'ad 32enne, è un terreno particolarmente fertile con «secondo le nostre valutazioni, almeno due milioni di piccole e medie imprese non ancora dotate di Pos di alcun tipo». Secondo Poste Mobile, sono «sicurezza, economicità e facilità d'uso», come dichiarato dal responsabile Privati e Imprese BancoPosta Carolina Gianardi, a dare valore aggiunto ai lettori di carte abbinati agli smartphone. Nel nostro paese la storia del settore è ancora tutta da scrivere, con la predilezione per il contante - utilizzato ancora nel 90% delle transazioni - minata in parte dal decreto Salva Italia del 2011. Le carte attive nel nostro paese sono circa 55 milioni con una media di 40 operazioni all'anno ciascuna, dati ancora inferiori alla media europea. Ci distinguiamo per la dimestichezza con gli smartphone, ne possiedono almeno uno in 27 milioni. E le novità in materia di pagamenti, sia lato esercente sia lato cliente, potrebbero godere di questa seconda spinta.

19 settembre 2013 | 9:42

Il Fisco a caccia dei «big» di Internet

Corriere della sera

Da Google ad Amazon, ogni anno versati in Italia solo 6 milioni di imposte

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Più che gli Over the top (Ott), come sono chiamate le grandi società di Internet, sembrano gli Over the tax: multinazionali che pagano microtasse. L'Agenzia delle Entrate è ora alla caccia delle società americane in Italia che evadono in Fisco. Gli agenti di Attilio Befera da qualche giorno stanno controllando le associazioni che riuniscono la Corporate Usa in Italia per capire se per il biennio 2010-2011 sono ravvisabili indizi di una «stabilizzazione» di questi uffici nel nostro Paese, a partire appunto dagli Ott come Google, Amazon, Facebook, Twitter and Co., ma non solo. Sotto la lente dell'Agenzia ci sono anche altre società americane che si muovono sulla linea Maginot delle tasse.

L'obiettivo è smontare la difesa usata dalle aziende che hanno sempre parlato di semplici uffici di appoggio e non di strutture reali di vendita, nonostante l'evidente presenza in Italia di country manager alla guida di sostanziosi staff. La tempistica non è casuale: all'inizio di settembre i grandi del G20 si sono finalmente accordati a San Pietroburgo su un piano per contrastare «l'evasione fiscale a livello globale» e per impedire alle multinazionali di pagare sui loro profitti molte meno tasse delle altre imprese.

Insomma, per la prima volta si è usciti ufficialmente e a livello politico dalla pruderie di non parlare espressamente di evasione ma solo di ottimizzazione fiscale (come viene definita nel gergo delle aziende) o al limite di elusione. Il progetto messo a punto dall'Ocse aveva già avuto in luglio a Mosca il via libera dei ministri finanziari del G20, ma a San Pietroburgo ha portato a casa il sì politico dei capi di Stato e di governo. Diventa dunque ufficialmente una lotta Stati contro Corporation. Il meccanismo più diffuso anche in Italia per evadere le tasse - e non pagarle in realtà nemmeno in Irlanda se non in minima parte come erroneamente si pensa - è il cosiddetto «Double Irish».

Nella sostanza molte di queste aziende hanno due società a Dublino: la prima che risiede in Irlanda che fattura gli acquisti conclusi nei diversi Paesi europei e la seconda che risiede in un paradiso fiscale come le Bermuda e che detiene i diritti intellettuali della società. Così quando la prima società paga la seconda trasferendo gran parte del fatturato evade anche le già basse tasse irlandesi (12,5% sui profitti delle aziende). I conti degli Ott in Italia d'altra parte parlano chiaro. In tutto le più ricche e potenti società del mondo hanno contribuito nel 2012 alle casse dello Stato con 9,157 milioni (5,98 se si considerano i crediti d'imposta). Come una singola media impresa.

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Il metodo non è prerogativa degli Ott. Molte altre società americane usano lo stesso escamotage, come la Microsoft, Cisco e Adobe. Ma gli Over the tax appaiono più aggressivi nell'applicazione. Amazon, che opera in Italia con due società ha pagato per il 2012 717.320 euro con la Italia Logistica (203 dipendenti) e 332.180 con la Corporate Service. Google ha pagato zero tasse (anzi ha 5.454 euro di credito d'imposta) con la Technology Infrastructure e 1,8 milioni con Google Italy srl (144 persone). Basti pensare che per il mercato pubblicitario il consensus sul giro d'affari italiano di Google è di 700 milioni. Facebook (si stima che abbia raccolto pubblicità nel 2012 per 35-40 milioni) ha dichiarato 3 milioni di giro d'affari pagando 131.037 euro con la Italy srl. A confronto Apple sembra quasi un cittadino probo visto che nel 2012 ha pagato 648 mila euro con la Apple Retail Italia (ma con un credito d'imposta di 3,177 milioni) e 5,529 milioni con Apple Italia.

Microsoft Italia che ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2012 ha dichiarato un giro di affari di 230,84 milioni, un utile di 11,7 milioni e ha pagato tasse per 16,35 milioni. La cosa bizzarra è che esistono strutture simili anche in territorio Usa cosicché le tasse non vengono pagate nemmeno dall'altra parte. Il Senato Usa sta infatti portando avanti una campagna contro queste società come sta facendo l'Europa. Peraltro, sempre nel Vecchio Continente, le società non pagano nemmeno l'Iva (che sugli ebook è al 21%). Anche se di questo si avvantaggiano anche gli editori locali che vendono sulle piattaforme online. Gli «Over the tax» ed Eric Schmidt in primis (presidente di Google) si difendono dicendo che applicano le leggi degli Stati. Peccato che queste regole fossero state pensate, prudentemente, per evitare la doppia tassazione. Non per annullarla quasi del tutto.

19 settembre 2013 | 10:42

Kyenge: "Status giuridico ai rom

Libero


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A palazzo Chigi sbarcano i rom. La questione gitana è sul tavolo del ministero per l'integrazione, con Cècile Kyenge a capo di una cabina di regia che coordinerà pari opportunità, interni, giustizia, salute, politiche sociali e lavorative. Ad annunciarlo è il ministro a chiusura di un convegno incentrato su due proposte di legge per la tutela di rom, sinti e camminanti.

"Ai Rom sanità e documenti" - La Kyenge vuole accelelare sull'integrazione dei rom: "La definizione dello stato giuridico delle comunità rom, e sinte, un punto fondamentale da cui partire per poi affrontare la questione sanità e documenti". "Se non si parte dallo status giuridico - argomenta il titolare del dicastero - si può affrontare solo i problemi della generazione di oggi, mentre noi puntiamo a una soluzione anche per le generazioni future".

Il piano europeo -  L'"operazione-rom" è comunque già stata predisposta dall'unione Europea che è in pressing sull'italia perché Roma si prepari a vare alcune norme per riconoscere i diritti dei rom. Una relazione del maggio 2012 della Commissione Europea impone all'Italia "la realizzazione di un programma nazionale di interventi di supporto della popolazione immigrata nell’accesso ai servizi anche in ambito sanitario". E ancora "per l’occupazione, diversi progetti a livello regionale come ad esempio interventi di inserimento lavorativo di popolazioni Rom derivante dal Fondo nazionale per le Politiche Migratorie. In materia di condizioni abitative, molteplici progetti a livello regionale e locale per la ricollocazione e l’integrazione socio abitativa di Rom e Sinti provenienti da campi nomadi".

A spese nostre - La Kyenge è su questa strada che vuole costruire il suo piano per i rom. Finora in ambito europeo soltanto 12 paesi (Bulgaria, Repubblica ceca, Grecia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Svezia) hanno indicato chiaramente i fondi stanziati, a carico dei bilanci nazionali o dell'Unione, e hanno presentato importi specifici destinati alle misure di inclusione dei Rom previste dai loro documenti strategici. L'Italia, secondo il ministro dell'Integrazione "deve adeguarsi".

In Italia vivono circa 170mila rom e sinti. Il riconoscimento di uno status giuridico ben definito sarebbe il primo passo verso una integrazione totale. Integrazione che passa anche dal diritto alla casa. Qualche settimana fa il ministro consigliava di usare le "seconde case inutilizzate" (magari quelle al mare e in montagna) per ospitare gli zingari a prezzi popolari. E qualche mese fa aveva anche auspicato che gli alloggi popolari fossero destinati anche ai rom. Il tutto ovviamente a spese nostre.


 (I.S.)

Epifani parlamentare d'oro Assente ma pagato lo stesso

Paolo Bracalini - Gio, 19/09/2013 - 08:35

Il segretario Pd ha svolto 943 missioni in 150 giorni ed è stato presente in aula solo a quattro votazioni su 100. Ma riscuote ugualmente la diaria da 3.500 euro al mese

Novecentoquarantatre missioni in cinque mesi, neanche i caschi blu dell'Onu. Nelle statistiche dei deputati il segretario del Pd Guglielmo Epifani è in zona record.


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Se non ci fosse la spadaccina montiana Vezzali, il record di «missioni» da deputato senza incarichi di governo sarebbe suo.
Il riepilogativo della Camera sulle 1.040 votazioni in aula da inizio legislatura (15 marzo 2013) al mese di agosto 2013 dice che Ettore Guglielmo Epifani è stato conteggiato presente pur essendo «in missione» il 90,67% delle volte (battuto solo da ministri e sottosegretari, e dalla Vezzali, medaglia d'oro anche nelle missioni parlamentari: addirittura il 99,81%), come svelato dal sito Qelsi.it su dati di Openpolis (Epifani presente il 4,57%).

Cosa voglia dire, per un deputato, essere conteggiato «in missione», lo spiega il regolamento di Montecitorio, all'articolo 46: «I deputati che sono impegnati per incarico avuto dalla Camera, fuori della sua sede, o, se membri del governo, per ragioni del loro ufficio, sono computati come presenti per fissare il numero legale». Epifani non ha incarichi di governo, ma di partito sì, come segretario Pd. E devono essere impegni pressanti se lo costringono ad assentarsi il 90% delle volte.

Certo, l'ex segretario della Cgil ha anche un rilevante incarico parlamentare come presidente della commissione Attività produttiva, quindi parte degli impegni derivano anche da questo ruolo. Ma è sospettabile che il maggior carico di lavoro extra Camera Epifani (in tour questa estate tra decine di Feste democratiche) gli arrivi dal tormentato Pd, dilaniato dal congresso da farsi, dalle regole, dalla scalata di Renzi, dal ruolo di Letta, dal tracollo del tesseramento e altri problemi.

La prassi, molto lasca, della Camera consente che ci si metta in missione anche se la Camera non ti ci ha mandato affatto. Possono chiederlo i presidenti di commissioni (come Epifani), i capigruppo, ovviamente presidente e vicepresidenti di Montecitorio. Basta un fax al servizio assemblea di Montecitorio, poche righe («Per impegni connessi al mio ufficio La prego di considerarmi in missione per le sedute...»), e la «missione» parte, anche se si fa tutt'altro, si lavora per il partito, o in certi casi non si lavora affatto, tanto chi verifica.

Nel caso di Epifani la missione vera è quella di governare il Pd e traghettarlo verso il famigerato congresso, sempre che si faccia. Per il Pd, che per sua regola paga uno stipendio ai componenti della segreteria a patto che non siano parlamentari (quindi Epifani non ha stipendio dal Pd), c'è il vantaggio di avere un segretario molto presente nella gestione del partito, ma retribuito dalla Camera, come se avesse ricevuto un incarico dalla Camera. Perché c'è anche un altro dettaglio, che spieghiamo regolamento alla mano:

«Ad ogni deputato viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, una diaria pari a 3.503,11 euro al mese. Tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell'assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico». Il deputato in missione è conteggiato come presente, dunque prende la diaria. Che nel caso di Epifani si aggiunge all'indennità base di deputato, ai 5.037,38 euro lordi di pensione Inps frutto, come specificò al Fatto che raccontò il superstipendio del leader Pd, «di 42 anni di contributi». E un sacco di missioni.

Straniero irregolare e con precedenti penali, ma sposato con un’italiana: permesso di soggiorno più semplice

La Stampa


La domanda va valutata come semplice richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari, presentata, per giunta, da un cittadino straniero non espellibile. La valutazione relativa alla potenziale pericolosità per lo Stato è affidata solo al Ministero dell’Interno in sede di adozione del provvedimento di espulsione, non al Questore che ha da decidere sul rilascio del permesso di soggiorno.

Il caso
 
Straniero irregolare, ma coniugato e convivente con cittadina italiana: applicabile un «trattamento favorevole» in materia di permesso di soggiorno, nonostante i precedenti penali dell’uomo. Primaria è la salvaguardia della relazione ufficiale già costituitasi in Italia (Cassazione, ordinanza 11103/13). Traguardo agognato, per l’uomo, di nazionalità tunisina, è il «permesso di soggiorno, richiesto per motivi familiari a seguito del matrimonio contratto con cittadina italiana» ma «negato dal Questore» a causa dei suoi «precedenti penali» anche in materia di droga e della sua «pericolosità per l’ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, essendo venuto in Italia abusivamente e non avendo mai svolto attività lavorative». 

Di fronte a tale quadro, però, l’andamento giudiziario è altalenante: in primo grado viene accolto il ricorso dello straniero, che «coniugato e convivente con cittadino italiano, non può essere espulso e ha diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari, senza che rilevino i precedenti penali»; in secondo grado, invece, è il Ministero dell’Interno a cantar vittoria, grazie alle valutazioni dei giudici di Appello, che ritengono «rilevanti le ragioni ostative al rilascio del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare», quelle già indicate dal Questore.

Ultimo approdo, ovviamente, quello in Cassazione, a cui si rivolge l’uomo per vedere, in sostanza, riconosciuta la legittimità, almeno sulla carta, della sua domanda. Ebbene, per sciogliere ogni nodo, i giudici richiamano, in premessa, che era stato l’uomo, «presente irregolarmente sul territorio italiano», a «richiedere il permesso di soggiorno per motivi familiari avendo contratto matrimonio con una cittadina italiana»: per questo, sottolineano i giudici, non si può parlare di «ricongiungimento familiare».

Di conseguenza, è da condividere la valutazione della domanda – come fatto dal giudice di primo grado – come «mera richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari da parte di cittadino straniero non espellibile, essendo coniugato e convivente con cittadina italiana». Ciò comporta, peraltro, che la analisi relativa alla «pericolosità» dell’uomo, «unica ipotesi di espellibilità dello straniero convivente con familiari di nazionalità italiana», è rimessa al Ministro dell’Interno «in sede di adozione del provvedimento di espulsione», non certo al Questore «in sede di rilascio del permesso di soggiorno».

Per chiudere, infine, un ulteriore chiarimento dai giudici, i quali evidenziano che «il trattamento riservato al familiare di cittadino italiano già presente sul territorio nazionale è più favorevole di quello riservato al familiare di straniero regolarmente soggiornante che debba, invece, ancora fare ingresso in Italia»: ciò alla luce di «un quadro stabilizzato di relazioni con il cittadino convivente». Quadro chiaro, quindi, che spinge i giudici ad accogliere il ricorso dell’uomo e ad affidare nuovamente la vicenda alla Corte d’Appello, destinata a tener conto, però, delle indicazioni arrivate dalla Cassazione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Non sei tu il padre». Scoperta la relazione extraconiugale, l’uomo se ne va e in buona fede non mantiene più la figlia

La Stampa


Ritiene di non essere più tenuto ad alcuna contribuzione, vista l’accertamento della non paternità. Ma dopo la disposizione del giudice della separazione, riprende volontariamente la contribuzione: l’omissione è avvenuta in buona fede. Con la sentenza 19761/13 la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna, ritenendo che la condotta dell’uomo non costituisse reato.

Il caso

Una delle cose peggiori che possa capitare ad un uomo. Un figlio è pur sempre un figlio, conta chi e come lo cresce. Ma anche la genetica ha la sua importanza: guardare le somiglianze, lasciare un segno concreto nel mondo. Un uomo scopre di non essere il padre di sua figlia, concepita da una relazione extraconiugale. La non paternità è certa, sono state atte le necessarie analisi. L’uomo non regge la notizia e se ne va di casa, omettendo, da quel momento in poi, di corrispondere una qualsiasi forma di contribuzione per il mantenimento della moglie e della figlia. Imputato per violazione degli obblighi di assistenza familiare, ex art. 570 c.p., il Tribunale lo assolve, ritenendo insussistente lo stato di bisogno e giustificata dalla notizia l’omissione.

La Corte d’Appello, confermando l’assoluzione rispetto all’omesso mantenimento della moglie, lo condanna per non aver provveduto a mantenere la figlia minore, ritenendo sussistenti gli obblighi di assistenza familiare fino al passaggio in giudicato di eventuale sentenza civile di disconoscimento della paternità. L’uomo ricorre per cassazione, ritenendo insussistente l’elemento soggettivo del reato e che il reddito della donna fosse tale da eliminare un qualsiasi stato di bisogno. La Suprema Corte sottolinea che anche se l’apporto economico di un genitore è sufficiente, l’altro è comunque tenuto a «provvedere ai mezzi di sostentamento della prole minorenne quando questa non disponga di autonome fonti di reddito». La Corte di Cassazione accoglie il ricorso rispetto l’elemento soggettivo, ritenendo sussistente la buona fede dell’uomo.

Il fatto che la minore non fosse sua figlia, ma di un altro, è una circostanza oggettiva, certificata da accertamento tecnico sanitario. Il giudice della separazione ha affermato che l’uomo è tenuto provvedere al mantenimento. Subito e volontariamente, l’uomo si è adeguato. La corte territoriale non ha analizzato la «possibile applicazione di esimenti anche solo putative, tenuto pure conto che l’obbligo affermato dalla Corte distrettuale è esito di interpretazione giurisprudenziale». Con ciò gli Ermellini non vogliono sostenere che un cittadino possa disattendere un’interpretazione giurisprudenziale consolidata. Sottolineano però, che nel caso ciò che rileva è la buona fede da ignoranza scusabile: la ripresa volontaria della contribuzione«costituisce senz’altro un elemento concreto che sul piano logico è idoneo a corroborare l’originario errore sulla situazione di fatto, presupposto dell’obbligo di contribuzione, quale unico motivo della temporanea omissione». Per tali motivi, la Corte annulla la sentenza, ritenendo che il fatto non costituisca reato.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Quando le pistole evitano le stragi

Fausto Biloslavo - Gio, 19/09/2013 - 08:47

Un reportage racconta le storie di comuni cittadini armati che hanno fermato i pazzi sparatori

 

E se le armi liberamente nelle mani dei privati cittadini negli Stati Uniti fossero servite ad evitare stragi di massa del folle di turno ancora peggiori?


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Il sito d'informazione The Blaze si pone la provocatoria domanda elencando una lista di 9 casi eclatanti. E lo fa dopo la strage numero 78 di lunedì alla base della Marina a Washington. Aaron Alexis, 34 anni, ha ucciso 12 persone prima di venir eliminato dalle forze dell'ordine. Si trattava di un pazzo che «sentiva le voci», ma aveva ancora le credenziali come contractor per entrare nella base e girava armato. Inevitabile il riaccendersi della polemica sulle armi negli Stati Uniti. Lo stesso presidente Barack Obama è tornato alla carica, ieri, con un'intervista: «Il fatto che non abbiamo un sistema che preveda abbastanza controlli (sul passato degli acquirenti di armi, ndr) è qualcosa che ci rende più vulnerabili a questo tipo di uccisioni di massa».

Il sito The Blaze infiamma il dibattito lanciando una domanda al fulmicotone: «È possibile che i cittadini obbedienti alla legge combattano con le loro armi personali le stragi di massa?». Dal bidello, al poliziotto fuori servizio a cena con la moglie fino al proprietario di un locale da ballo vengono elencati 9 casi in cui l'intervento di un altro cittadino americano armato ha evitato stragi peggiori. Si parte nel 1997 quando Luke Woodham uccide la madre e poi si dirige verso la scuola superiore per sparare ad altri due studenti. La carneficina sarebbe continuata se Joel Myrick, un assistente, poco più di un bidello, non lo avesse fermato con la sua pistola. Myrick era un veterano dell'esercito.

Un anno dopo è Andrew Wurst ad impazzire durante il ballo della scuola. Ammazza un insegnante e ferisce altre due persone. La sparatoria continua fino all'intervento del proprietario della sala da ballo, James Strand, che punta la pistola contro l'assassino costringendolo ad arrendersi. Nel 2002 l'ex studente Peter Odighizuwa vuole compiere una mattanza in un campus di giurisprudenza. Ammazza tre persone prima che due ufficiali di polizia iscritti ai corsi corrano alle loro auto a prendere le pistole private e fermino l'omicida. Nel 2007 un ragazzo di 24 anni fa fuoco fra i fedeli di una chiesa uccidendo due persone. Jeann Assam, ex poliziotto, presente alla funzione, gli spara evitando una carneficina. Alla fine l'assassino, ferito, si suicida.

Lo stesso anno Sulejam Talovic apre il fuoco in una piazza di Salt Like City. Si è portato dietro una zaino di munizioni e un fucile da caccia. Kenneth Hammoud, ufficiale di polizia, sta cenando in un ristorante nelle vicinanze per festeggiare in anticipo San Valentino con la moglie incinta. Non ci pensa due volte e costringe il pazzo a miti consigli con la sua pistola fino all'arrivo della Swat, i corpi speciali. In Virginia, nel 2009 un uomo entra in un negozio e spara prima al commesso e poi al proprietario. Un altro cliente in possesso di regolare licenza tira fuori l'arma e lo ferisce rendendolo innocuo. Un anno dopo, a New York, Abraham Dickan, 79 anni, fa irruzione nel negozio di una compagnia telefonica con una 357 Magnum e una lista di dipendenti da ammazzare nel portafoglio.

Il poliziotto non in servizio, Donald J. Moore, tira fuori la sua arma personale e lo fredda prima della strage. Lo scorso anno due persone vengono uccise e una ferita in un grande magazzino da Jacob Roberts. Basta che un ignaro cliente, Nick Meli, impugni la sua pistola, senza sparare, per far scappare l'omicida che voleva continuare a seminare morte. Il 16 dicembre scorso capita a un'agente donna non in servizio, Lisa Castellano, di fermare con un proiettile Jesus Manuel Garcia, che ha cominciato a sparare in un cinema.

www.faustobiloslavo.eu

Buoni libro e nidi privati: il Comune taglia la scuola

Serena Coppetti - Gio, 19/09/2013 - 08:58

Contributi a famiglie e paritarie ridotti di 6 milioni di euro. Allarme per Milano Ristorazione: insolvenze per 30 milioni

Tagli per sei milioni di euro - dai buoni libro ai contributi per le scuole paritarie - con una revisione dal 2014 delle fasce di reddito per i nidi passando dalle 4 attuali fino ad arrivare ad addirittura una ventina di scaglioni e rimettere in discussione anche i limiti di esenzione da 6,5mila a 6mila.


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Per maggiore equità, ma anche per garantire a Palazzo Marino 1-2 milioni di euro in più. È un pezzetto di «futuro» della scuola così come risulta scorrendo le complicatissime tabelle del Bilancio, discusse ieri in Commissione Educazione. L'assessore alla Scuola Francesco Cappelli ha spiegato che il settore ha dovuto fare i conti con le spese aumentate. Ma anche con oltre 30 milioni di euro di insolvenze accumulate dal 2005 ad oggi con 12mila milanesi che non hanno pagato Milano Ristorazione e con il mancato introito da parte della Provincia dei contributi per il sostegno ai disabili. «Abbiamo garantito i servizi essenziali obbligatori per legge - ha spiegato - ridimensionando la spesa corrente».

Risultato: fino a due giorni fa erano stati tagliati un milione e 670mila euro che lo scorso anno garantivano la gratuità dei libri di testo per le scuole medie ai milanesi che ne avevano maggiore bisogno. Ridotti a zero, fino a due giorni fa, quando invece sono saltati fuori 900mila euro che andranno a garantire i buoni libro a chi ha un reddito inferiore a 15mila euro. Tagliati 500mila euro che venivano dati direttamente alle scuole per le spese di piccola manutenzione.

Tagliati anche 550mila euro di contributi alle scuole d'infanzia paritarie, azzerati anche i 690mila euro per la fornitura di derrate fresche alle paritarie, 326mila per l'integrazione alunni stranieri, 100mila per le borse di studio. Tutti conti che all'opposizione non quadrano. Secondo Pietro Tattarella (Pdl) tirando le somme, risultano maggiori entrate al Comune da parte di Stato e Regione: i contributi sono aumentati di 4,3 milioni, passando da 9 milioni e rotti a 13milioni e 700mila.

«Vengono penalizzate le scuole materne paritarie - fa notare anche Mariolina Moioli (Pdl) - eppure se il Comune in queste condizioni economiche in cui si trova dovesse gestire da solo tutto non avrebbe le risorse per dare una risposta ai cittadini». «Posizione sbagliata e ideologica contro quello che è u servizio pubblico» chiosa la Moioli che ricorda anche a proposito di mense fa notare che nel bilancio aumentano i soldi dal Comune per Milano Ristorazione senza capire il perché.

Restano infatti i 30 milioni di insolvenza. Intanto l'assessore al Bilancio Francesca Balzani ha ribadito che continueranno «a tappeto» i controlli sui redditi di chi accede ad agevolazioni sui servizi del Comune. «Io spero - ha detto - che ci siano zero irregolarità, ma i controlli vanno fatti, anche perchè se vogliamo utilizzare lo strumento dell'Isee dobbiamo essere certi che non ci siano abusi».

Kyenge contestata dai leghisti a Monza La squadra di calcio le regala la maglia

Corriere della sera

Lo striscione: «Fatti mandare dal genitore 1 a prendere il latte». Il ministro non ha mai espresso quel concetto


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Nuova contestazione per il ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge, che mercoledì mattina ha partecipato a un doppio incontro a Monza a favore dell'interculturalità e contro il razzismo. Ad attenderla, fuori dal teatro Villoresi dove si è svolto il primo incontro, ha trovato una decina di «giovani padani» guidati dall'ex assessore regionale alla Cultura, Massimo Zanello, che hanno intonato cori da stadio (del tipo: «Uno due tre, il genitore chi è?») ed esposto uno striscione con la scritta: «Fatti mandare dal genitore 1 a prendere il latte». Il riferimento è alla recente polemica su una proposta di sostituire le parole «padre» e «madre» nei documenti di identità con «genitore 1» e «genitore 2». Un concetto che non è mai stato espresso dalla stessa Kyenge, come il ministro ha ribadito più volte. Kyenge comunque non si è scomposta: «Forse volevano salutare», ha commentato.

 Il ministro Kyenge a Monza Il ministro Kyenge a Monza Il ministro Kyenge a Monza Il ministro Kyenge a Monza Il ministro Kyenge a Monza

IL MONZA CALCIO - Al termine dell'incontro organizzato dal Pontificato missione estere, il ministro ha ricevuto in regalo una maglia del Monza calcio con la scritta «Stop racism». La casacca, che sul dorso reca il numero 10 e il suo nome, le è stata consegnata dal sindaco, Roberto Scanagatti, e dal neo presidente della società biancorossa, Anthony Emery Amstrong. «Questa iniziativa è nata quando mi hanno tirato le banane – è stata la battuta del ministro -. A quanto pare anche il lancio di banane è servito a qualche cosa». «È molto significativo - ha spiegato Scanagatti - anche perché rinunciare allo sponsor vuol dire rinunciare a dei soldi per lanciare un messaggio contro il razzismo».

VIDEO : La consegna della maglia di Roldano Radaelli

«NON AVERE PAURA» - Kyenge si è soffermata sui problemi legati all'immigrazione e all'integrazione. «Dobbiamo imparare a guardare gli stranieri con occhi diversi. Non sono solo criminali e non dobbiamo confondere immigrazione e illegalità». Secondo il ministro, serve una revisione della leggi su cittadinanza e immigrazione partendo dalla persona e dai suoi diritti. «Non dobbiamo avere paura – aggiunge -. La paura divide e se vogliamo avere un futuro dobbiamo insegnare ai nostri figli le pari opportunità partendo dalla scuola». Soddisfatto il primo cittadino. «Sono contento di questo incontro – sottolinea -. Col razzismo non si va da nessuna parte. Condividiamo il suo lavoro e la esortiamo ad andare avanti senza farsi distrarre da polemiche sterili e miopi».

18 settembre 2013 | 19:02

Amato lascia una poltrona (ora in pole c'è il genero)

Libero

Il Dottor Sottile lascia il ruolo di advisor in Deutsche Bank. Per la successione in prima fila c'è Federico Merola, marito di sua figlia


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Giuliano Amato è stanco. Troppe poltrone, troppo lavoro per il "Dottor Sottile". Così per occupare più comodamente lo scranno della Corte Costituzionale Amato ha lasciato una poltrona. Amato che lascia una poltrona, comunque, è una notizia. L'ex premier si è auto-sollevato dal suo incarico di advisor della Deutsche Bank in Italia. Un'attività che svolgeva dal 2010. Ma il Dottor Sottile, per la precisione, avrebbe "rotto" con l'istituto durante l'estate, prima che arrivasse la notizia del suo trasferimento alla Consulta. Ora il colosso teutonico ha un vuoto da colmare, una poltrona da assegnare (e l'Italia, dopo la Germania, è il principale mercato di Deutsche Bank).

Poltrona per il genero -  L'istituto di credito, tra gli altri, è advisor di Finmeccanica per la vendita della controllata Ansaldo Energia. Insomma Deutsche Bank ha interessi enormi nel nostro Paese. Serve un uomo di fiducia per controllare il mercato italiano. Chi può sostituire Giuliano Amato? Semplice, suo genero. Secondo alcune indiscrezioni in pole position per la poltrona di advisor c'è proprio il genero dell'ex premier, Federico Merola. Secondo quanto racconta La Notizia, Merola è il candidato numero uno per il vecchio posto del suocero. Merola, ex dirigente dei costruttori dell'Ance, vanta un posto nel consiglio di amministrazione della Invimit, la sgr del Tesoro che dovrebbe portare avanti un piano di valorizzazioni e dismissioni immobiliari su cui il governo Letta punta molto per fare cassa.


(I.S.)

La Boldrini mangia Fini: 2,5 milioni in più per cibo e vino

Libero


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Non te lo saresti atteso da una con la sua storia, impregnata di cattolicesimo sociale. Eppure Laura Boldrini ha depennato dalla lista dei fornitori della Camera dei deputati niente meno che l’ospedale simbolo del Vaticano: quel Policlinico Gemelli che cura Papa e cardinali e che fino al 31 dicembre 2012 dava un occhio anche alla salute dei parlamentari italiani. Nel primo semestre 2012 il Gemelli aveva incassato dalla Camera per la sua opera di assistenza sanitaria 435 mila euro. Nella prima parte di questo anno, con il cambio di legislatura e l’elezione di un presidente che si è precipitata in Vaticano dopo l’elezione di papa Francesco, l’ospedale cattolico per eccellenza è restato a secco di commesse. Eppure non ne sono mancate nei primi sei mesi del 2013, che ovviamente non ricadono tutti sotto la responsabilità della Boldrini (però il Parlamento uscente ha dovuto spendere assai poco, non andandoci più nessuno).

Fini risparmioso
Rispetto allo stesso periodo 2012 il totale dei contratti di fornitura onorati dalla Camera dei deputati ammonta a 109,8 milioni di euro contro 105,8: 4 milioni in più, certificati dai documenti ufficiali inseriti sul sito Internet stesso di Montecitorio. Non tutte le spese sono salite, però: qualcuna è balzata davvero in avanti, mentre in altri settori ci sono stati tagli evidenti. Esempio. Con la Boldrini tagliate le assicurazioni vita dei dipendenti della Camera, salite invece quelle per i deputati. Molto aumentata (oltre il 10%) la spesa per la pulizia dei locali: si vede che ora a comandare lì ora è una donna. Che ha naturalmente qualche piccola debolezza: ad esempio l’immagine. In sei mesi è cresciuta del 16% la spesa per i servizi fotografici esterni, passando da 181,6 mila a 210,7 mila euro: quasi 30 mila euro in più. Per altro un po’ nascosti grazie a un trucco contabile: per non fare notare questo aumento, parte della spesa delle agenzie fotografiche è stata inserita nel capitolo del cerimoniale (dove è sempre stata), parte invece per la prima volta all’interno del capitolo sulle competenze parlamentari.

Che fame
Ma non sono solo i fotografi i beneficiari della nuova gestione. Pesano di più informazione, propaganda e cultura. All’ufficio stampa la spesa è salita di circa 70 mila euro, per la biblioteca i fondi sono stati quasi raddoppiati anche grazie a un nuovo contratto con una società specializzata di diritto olandese (che quindi guadagna quasi tutto quel che viene pagato dalla Camera, avendo pressione fiscale assai ridotta). Ma la spesa davvero schizzata verso l’alto è stata quella per la ristorazione. E davvero è difficile comprenderlo. Nei primi sei mesi 2012, quando tutti i deputati erano in servizio regolare, questo capitolo indicava a consuntivo 1,7 milioni di euro. Nei primi sei mesi 2013, in realtà occupati solo a metà dai deputati, la spesa per ristorazione è salita a 4,2 milioni di euro. Anche qui qualcuno ha festeggiato più di altri. Non la Lavazza: il consumo di caffè è stato tagliato del 10%. Con la Boldrini privilegiate le forniture porta a porta. In via Uffici del Vicario, adiacente a Montecitorio, c’è un bar gelateria fra i più apprezzati dai romani.

Ora possono apprezzarlo meglio anche i deputati, visto che rispetto all’anno precedente il rifornimento è passato da 4.855,95 a 13.640,01 euro. Aumenta con la nuova legislatura anche il consumo di pesce fresco: la ditta “Dal Mare” ha fatturato 12.200 euro contro i 9.198 dell’anno precedente. Ridotto il consumo di cioccolato: la Venchi scesa da 2.235 a 964 euro. Schizza verso l’alto il consumo di alcoolici. Il prosecco Val d’Oca non attirava un granché quando c’era Gianfranco Fini: 483,52 euro. È passato a 2,440,79 euro. Anche birre vini forniti dalla Doreca srl hanno fatto un balzo in avanti: da 17.389 a 25.287 euro. Penalizzata la Nestlè, e chissà se qui c’è proprio lo zampino diretto della Boldrini (la multinazionale è da sempre nel mirino degli ambientalisti e della sinistra radicale): fatto sta che  la sua mini commessa è scesa da 3.921 a 834 euro. Festeggia a tavola invece il re delle carni Cremonini, che ha conquistato un nuovo contratto con la Camera incassando in quei sei mesi 13.374 euro.

Caro carburante
Fra i gialli più evidenti in bilancio c’è il capitolo auto. Con la Boldrini tagliate quelle blu e anche i contratti di noleggio, come promesso. Resta difficile però capire come allo stesso tempo sia triplicata in un anno la spesa per la benzina. Chi gongola in questo caso è il gruppo Eni, che ne ha fornita per 36.319,18 euro contro i 4.463,69 euro del semestre precedente. A festeggiare è anche il mitico The Economist, bandiera della sinistra chic: aveva una fornitura da 10.400 euro a Montecitorio, è aumentata del 60%.  Piange invece un altro vip dell’economia: Luca Cordero di Montezemolo. Con la sua poltrona Frau era diventato il vero padrone di casa dei divanetti del Transatlantico. Poi certo il valore delle forniture è un po’ sceso. Ma fra Fini e la Boldrini si sono più che dimezzate: 32,370 euro contro i 79.325 euro dell’anno precedente. Colpa anche di Montezemolo: non è più un fornitore neutrale, dopo che è sceso in politica a fianco di Mario Monti.

di Franco Bechis

Telefonate flash e mute a una donna: tranquillità turbata

La Stampa


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Nessun contatto verbale, ma solo brevissime telefonate mute. Eppure, anche così si può parlare, a tutti gli effetti, di molestie. Decisiva la frequenza degli episodi, tutti concentrati in appena 7 giorni (Cassazione, sentenza n. 20200/13). Nessun dubbio sulla condotta tenuta da un uomo, che ha ‘preso di mira’, tramite telefono, una donna: quest’ultima, difatti, ha dovuto ‘subire’ ben 12 telefonate, oltre ad alcuni messaggi, sul proprio telefonino, e tutto nel breve arco temporale di una settimana.

E nessun dubbio manifestano i giudici sulla condanna nei confronti dell’uomo per «avere arrecato molestie e disturbo» alla donna «turbandone la tranquillità e la serenità, mediante l’invio di messaggi e telefonate mute». Ma è davvero da valutare in maniera così grave l’azione compiuta dall’uomo? A porre la domanda – espressa nel ricorso per cassazione – è proprio l’autore delle telefonate ‘incriminate’, ricordando che «si era trattato di 12 telefonate mute, della durata di un secondo ciascuno», e aggiungendo che «egli aveva cessato di effettuare contatti telefonici» una volta ricevuto un messaggio di protesta, sul proprio cellulare, da parte della donna. Secondo l’uomo, in sostanza, quei «contatti telefonici», così brevi e, per giunta, senza parole, non possono essere «apprezzati come telefonate moleste».

Tale prospettiva, però, non viene assolutamente condivisa dai giudici della Cassazione, i quali respingono l’idea che i contatti telefonici di un solo secondo non sarebbero «vere telefonate». Dimostrativo è il fatto che la donna abbia scelto di inviare un messaggio di protesta al telefonino dell’uomo: ella, sottolineano i giudici, è stata costretta a «subire l’arrogante invadenza e la continua ed inopportuna intromissione» dell’uomo «nella sua sfera personale». Peraltro, viene ancora aggiunto, non si può trascurare, per poter ‘pesare’ la «natura molesta» dei contatti telefonici, l’elemento costituito dall’«elevato numero» delle telefonate, «ben 12 in un arco temporale di 7 giorni». Legittima, quindi, la contestazione del reato di molestia, e da confermare la condanna nei confronti dell’uomo.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Lo strano caso Telecom Italia

Corriere della sera


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Telecom Italia: siamo qui ancora una volta a occuparci e preoccuparci del suo destino. Un tempo era tra le grandi società di telefonia al mondo, oggi appare soltanto come una possibile preda di gruppi esteri. Non ce ne vogliano i difensori a oltranza del mercato «che fa sempre la scelta giusta», in questo caso non è avvenuto.

Privatizzata nel 1997 è stata oggetto di scalate fatte a debito e passaggi di mano che l'hanno sfibrata. Dovrebbe oggi essere in prima linea nel fornire un'infrastruttura decisiva per lo sviluppo del Paese, è invece alle prese con una valorizzazione di Borsa di poco più di 8 miliardi, un debito di 40 con per di più le agenzie di rating che minacciano di declassarlo a «spazzatura». Tra i candidati più accreditati come potenziale socio di riferimento o acquirente ci sono gli spagnoli di Telefonica. Si tratta di un altro gruppo non meno esposto finanziariamente e che non sta certo viaggiando a velocità spedita. È frenato dalla crisi spagnola e da un Brasile che inizia a rallentare. Deve fare fronte poi a un debito pari a 51 miliardi.

Entrambe le società sono decisive nel campo dell'innovazione per i rispettivi Paesi e mercati. Il tema Telecom Italia ha due aspetti: uno societario e quindi di sostenibilità finanziaria e industriale, l'altro relativo al servizio che offre, a quello che fa. La situazione del mercato delle telecomunicazioni nel mondo indica che si andrà sicuramente verso un consolidamento a tratti feroce tra i gruppi del settore. Il caso di Vodafone che sceglie di vendere la sua partecipazione nell'americana Verizon per 130 miliardi e contemporaneamente crescere acquisendo in Germania ne è un esempio.

In Europa più o meno ogni Paese ha la sua società di telefonia: ma in tutti gli Stati Uniti le aziende di telecomunicazioni sono quattro. E non è nemmeno così importante che chi permette agli italiani o ai francesi o ai tedeschi di telefonarsi sia un operatore nazionale. Nel nostro Paese tre su quattro società del settore sono già oggi estere. Il mercato, la concorrenza, ha permesso ai consumatori di avere tariffe ben convenienti.

Quello che però i Paesi hanno capito bene è che il moltiplicatore di sviluppo è la rete. È l'infrastruttura che fornisce ossatura e alimento per l'innovazione. Lo è stato a suo tempo nei primi anni Novanta, anche per l'Italia quando si ritrovò all'avanguardia in Europa nel campo della telefonia mobile grazie alla due reti combinate di Tim e Omnitel-Vodafone. Lo è oggi perché permette un utilizzo massiccio di Internet veloce. Ma se l'infrastruttura ne è all'altezza.

Attualmente solo il 22% degli italiani dispone di un collegamento a banda larga (e peraltro la meno veloce) rispetto a una media europea di quasi il 28% e la punta francese di oltre il 36%. Chiunque abbia provato a usare Internet in movimento o con un tablet fuori dalle grandi città o agglomerati italiani, conosce le difficoltà alle quali si va incontro. Ecco perché chi controlla la rete, dovendo affrontare nei prossimi anni investimenti importanti, non può essere un soggetto debole. E nemmeno frutto di due debolezze messe assieme. Non è un caso che nelle settimane scorse si sia parlato di un possibile intervento della Cassa depositi e prestiti per Telecom Italia.

Ma che i soldi dei risparmiatori vengano usati per sostenere o peggio per pagare i debiti di una società privata è oggi impensabile. Semmai, una volta fosse deciso lo scorporo da Telecom Italia si potrà individuare nella strategicità dell'infrastruttura una ragione di intervento. Il problema è il tempo. Molto si deciderà nei prossimi giorni. Entro il 28 settembre i soci di Telco (la finanziaria che è subentrata nel 2007 alla Pirelli diventando azionista di riferimento di Telecom Italia con una quota del 22,45%), potranno chiarire se vogliono continuare a tenere vincolate nella società le proprie azioni.

Gli azionisti di Telco hanno nomi di rango, hanno investito e perso in questi anni molti miliardi e per questo sono tentati dal chiudere definitivamente l'esperienza. Si chiamano Mediobanca, Generali, Intesa Sanpaolo e infine Telefonica. Gli spagnoli possiedono quasi la metà di Telco (il 46%) e vengono visti come gli acquirenti naturali delle altre quote. In ogni caso che Telefonica sia interessata o che altri possano intervenire, tutto ciò non può avvenire tra il disinteresse più o meno generale. Non si può permettere che società indebitate e alle prese con una crisi della Spagna ben più ampia della nostra, subentrino a prezzi di saldo. Le troppe distrazioni di questo periodo non saranno una giustificazione per scelte sbagliate che influiranno pesantemente sul futuro di questo Paese.

19 settembre 2013 | 7:40

Elk City , a una svolta il giallo del lago Dopo 60 anni trovate due auto con 6 corpi

Corriere della sera

Sommozzatori hanno rinvenuto i resti di sei cadaveri e due vetture, una risalente agli anni '50, l'altra agli ani '70: casi mai risolti

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WASHINGTON - Due «casi freddi», due sparizioni ma risolte. Finalmente la polizia di Elk City, Oklahoma potrebbe avere una risposta. Durante un’esercitazione nel lago Foss i sommozzatori hanno individuato sul fondo due auto con i resti di sei persone. La prima vettura è una berlina Chevrolet risalente agli anni ’50, all’interno ciò che rimane di 3 individui. Altrettanti nella seconda, una Camaro degli anni ’70. Per gli investigatori il ritrovamento è legato a due vicende sulle quali c’erano state lunghe indagini ma che non avevano dato risultati.

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LE DUE STORIE - La Chevrolet potrebbe appartenere ad una coppia scomparsa alla fine degli anni ’50. Erano diretti ad una vicina località dove, però, non sono mai arrivati. Non è chiaro a chi appartengano i resti della terza persona. Un amico? Qualcuno a cui avevano dato un passaggio? Diversa la storia della Camaro in quanto ci sono molti elementi e una delle vittime è già stata identificata. L’auto era di proprietà di Jimmy Williams, 16 anni, sparito insieme ad un’amica, Leah Johnson, 18 anni, e Thomas Rios, anche lui diciottenne. Il 20 novembre 1970, Jimmy, che aveva un lavoro part time in un negozio nella cittadina di Sayre, esce di casa sulla sua Camaro, comprata appena 8 giorni prima. Ai genitori racconta che sta per andare ad una partita di football.

E’ una bugia. Il ragazzo ha in programma una battuta di caccia insieme agli amici. Sarà il fratello, che lo ha aiutato a caricare armi e provviste, a raccontarlo. Le tracce dei tre giovani scompaiono nella zona di Canute, vicino al lago Foss. Di loro non si avranno più notizie. C’è chi pensa abbiano fatto una brutta fine e chi, invece, crede che se ne siano andati di casa. Si mobilitano anche gli indiani - Leah appartiene ad una tribù locale - però tutti gli sforzi si rivelano inutili. Ora la polizia cercherà di scoprire perché le due auto sono finite in fondo al lago. Può essere stato un incidente dovuto ad una manovra errata dei guidatori. Oppure, come suggerisce qualche abitante della zona, si tratta di omicidio.



18 settembre 2013 | 23:16

Berlusconi, oggi primo verdetto in Giunta Il videomessaggio: «Politica anche da fuori»

Corriere della sera

Grasso: «La votazione non è decisiva». Alle 18 sarà trasmesso il videomessaggio del Cavaliere sulla nuova Forza Italia

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La politica «si può fare anche al di fuori del Parlamento» e lui, Silvio Berlusconi, continuerà a farla, «decaduto o no». La farà nonostante l'«aggressione pianificata dei magistrati». E grazie al ritorno allo spirito originario di Forza Italia e ad una mobilitazione straordinaria degli italiani per i quali, secondo il Cavaliere, l'invito a scendere in campo in prima persona è l'«ultima chiamata prima della catastrofe». Sono alcuni dei passaggi del videomessaggio di Silvio Berlusconi, finalmente diffuso dopo alcuni rinvii. Nel suo intervento il leader del Pdl torna anche ad attaccare duramente i giudici, parlando di una «democrazia dimezzata alla mercé della magistratura politicizzata». E che avrebbe come disegno finale quello di «realizzare una via giudiziaria al socialismo».

«SENTENZA MOSTRUOSA» - Berlusconi si è concentrato sul tema della condanna definitiva a quattro anni per frode fiscale, oggetto del voto nella giunta per le immunità di Palazzo Madama sulla sua decadenza da senatore. «Sfidando la verità e sfidando il ridicolo - ha detto - sono riusciti a condannarmi con una sentenza mostruosa e politica». «Non ho commesso alcun reato, sono innocente» ha tuonato Berlusconi. Poi ha fatto riferimento alla conferma della condanna sul Lodo Mondadori che impone a Fininvest di versare un maxirisarcimento di 540 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti. I giudici, ha detto il Cavaliere, «hanno aggredito il mio patrimonio che ha riconosciuto ad un noto sostenitore della sinistra una somma 5 volte superiore al valore delle mie quote. Con dei pretesti hanno attaccato me, la mia famiglia e perfino i miei ospiti».

«ITALIANI RIBELLATEVI» - Berlusconi ha insistito molto sul rilancio dell'azione politica del centrodestra, finalizzato «ad impedire che la sinistra salga al potere». Citando più e più volte Forza Italia - e solo quella -, il Cavaliere ha di fatto archiviato l'esperienza del Pdl. Ha spiegato che il lavoro non spetterà solo a lui ma a tutti i cittadini: «La cosa migliore da fare è riprendere in mano la bandiera di Forza Italia - ha detto -. È arrivato il momento in cui tutti gli italiani responsabili devono sentire il dovere di impegnarsi personalmente». Con un obiettivo: «conquistare la maggioranza dei consensi» perché «solo così in Parlamento potremo fare del bene all'Italia per tornare ad essere una vera democrazia e liberaci dall'oppressione giudiziaria e fiscale». Quanto a lui, ha spiegato, la politica continuerà a farla, «decaduto oppure no». Perché la politica si può fare «anche senza essere in Parlamento: non è il seggio che fa un leader ma è il consenso popolare, quello che non mi è mai mancato e sono sicuro che non mi mancherà nemmeno in futuro».

VERSO IL VOTO - Il messaggio è arrivato a poca distanza dal pronunciamento della Giunta per le Elezioni del Senato sulla relazione di Andrea Augello (leggi il documento). Dalle 20.30, infatti, verranno espresse le dichiarazioni di voto sulla decadenza da senatore del leader del Pdl. E verso le 22,è previsto il voto finale sulla relazione (leggi il documento) presentata dal senatore Andrea Augello, a sua volta esponente pdl. Il testo vorrebbe convalidare l'elezione a senatore di Berlusconi nonostante la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale. Il video era atteso per la giornata di martedì, poi l'appuntamento era stato rimandato al mezzogiorno di mercoledì. Infine la diffusione a tutti i media alle 18 di mercoledì dopo diversi ritocchi e modifiche al testo e alle inquadrature.

LE REPLICHE - Le dichiarazioni di voto richiederanno circa un'ora e mezza (10 minuti per ciascuno degli otto gruppi). Intanto, intorno alle 9.30 ha preso il via la seduta: i lavori della mattinata hanno riguardato la replica (circa una ventina di cartelle) alla discussione generale del relatore Augello. Che ha immediatamente rilanciato: «Sono inconsistenti gli argomenti secondo i quali la Giunta non potrebbe sollevare la questione di costituzionalità». E, dopo qualche minuto dall'avvio dei lavori in Giunta, il senatore Pdl Lucio Malan ha lasciato l'aula a Sant'Ivo alla Sapienza: «Finalmente è stato detto in modo chiaro che nonostante le promesse fatte in tutti i modi che ci sarebbero stati dei voti separati, il voto sarà uno solo in aperta violazione della parola data. Si è finalmente capito che l'unico obiettivo è quello di eliminare Berlusconi».

VIDEO :Alfano: «O questo governo o il voto» 

SCONTRO SULLE MODALITÀ DI VOTO - Se Malan sostiene che la votazione sarà unica, Augello sottolinea che lo sarà solo se «emerge una chiara maggioranza dalle dichiarazioni di voto e nessuno chiede una verifica sulle questioni preliminari», mentre «se qualunque senatore la chiede, si vota anche sulle due questioni preliminari. Ed è possibile che un senatore la chieda». Come sarà il voto mercoledì sera? «Purtroppo non importerà niente a nessuno» delle questioni poste nella relazione, ha risposto ancora Augello. «Importerà soprattutto il clima generale in cui si è svolta questa battaglia - ha proseguito il senatore Augello - che si concluderà con un voto che boccerà il relatore, fatto infausto per il Paese ma fausto per la qualità di vita del relatore». Il Pdl accusa il Pd di atteggiamento pregiudiziale nei confronti di Silvio Berlusconi. «Non so se il presidente Berlusconi dopo il voto di stasera deciderà di interrompere l'esperienza di governo, ma la decisione del Pd toglie ogni prospettiva strategica al governo», ha concluso Augello. In ogni caso, la votazione «è assolutamente interlocutoria, non è certamente decisiva», ha sottolineato il presidente del Senato Pietro Grasso.

IL VOTO DEFINITIVO È SEGRETO - Da parte sua, il senatore del Movimento 5 Stelle Vito Crimi ha spiegato quali saranno i passi successivi al voto di mercoledì sera: «Nella ipotesi che sia respinta la proposta del relatore Augello il presidente nominerà un altro relatore» e, immediatamente, «partirebbe la procedura di contestazione che prevede un minimo di dieci giorni per esercitare il diritto di difesa. Trascorsi i dieci giorni il presidente (d'intesa col presidente del Senato) convocherà la Giunta in seduta pubblica alla quale tra l'altro potranno presenziare e intervenire l'interessato e i difensori. A seguire la Giunta si riunirà in camera di consiglio per deliberare definitivamente. Questa ultima seduta è riservata e c'è obbligo di segretezza sul voto di ogni singolo componente». Crimi, comunque, ha anche sottolineato che M5S non avrà «alcun problema a dichiarare il voto personale». Una volta ultimata questa fase, «il presidente Dario Stefàno trasmetterà gli atti al Senato che dovrà calendarizzare il voto in aula». In ogni caso, un altro senatore M5S, Maurizio Santangelo, ha annunciato su Twitter proverà a chiedere a Grasso di fermare la segretezza del voto. Santangelo è il primo firmatario della proposta di modifica del Regolamento presentata martedì dai grillini.

PRIMO VERDETTO - Il voto sulla relazione Augello precede il vero voto (sempre in Giunta delle elezioni) sulla decadenza del Cavaliere in forza della legge Monti-Cancellieri-Severino, previsto verso i primi di ottobre. Lo scadenzario sulla decadenza fissa però il punto di svolta per metà ottobre, quando la decisione definitiva sul seggio dell'ex presidente del Consiglio approderà nell'aula di Palazzo Madama e verrà votata a scrutinio segreto. La legge Severino prevede l'esclusione dal Parlamento per i condannati a pene superiori ai due anni e, martedì, proprio l'ex Guardasigilli, Paola Severino, è tornata a difendere il provvedimento: «Su quella legge c'era l'accordo di tutti».

«GOVERNO NON A RISCHIO» - Secondo quanto trapela da fonti vicine al Cavaliere il leader del Pdl non avrebbe intenzione di far vacillare il governo Letta. Berlusconi non sacrificherebbe la stabilità sull'altare di una sentenza e sembrerebbe voler tenere separati il suo destino e quello dell'esecutivo. Ciò non vuol dire che il governo sia al riparo dalle intemperie, e che procederà senza cadere fino alla presidenza del semestre europeo nel 2015. Tra le ipotesi, alla vigilia del voto in Giunta, ci sono le possibili dimissioni dell'ex premier prima della pronuncia dell'Aula di Palazzo Madama, ipotesi che, nonostante le smentite, non sarebbe stata del tutto scartata dal leader del Pdl.

18 settembre 2013 | 18:33



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