mercoledì 18 settembre 2013

Ha vinto la Kyenge: basta 'padre' e 'madre' c'è solo 'genitore'

Libero

Il ministro "ordina", la rossa Bologna è la prima a eseguire: sui documenti comunali sarà usato solo il termine neutro


Cattura
Bologna bandisce «padri» e «madri». Al loro posto sui moduli per i servizi educativi si useranno i termini - politically correct - «genitore richiedente» e «altro genitore». La giunta si piega così al volere di Sel che non si è lasciata scappare la ghiotta occasione di mutuare l’ultimo trovata stronca-famiglia. Perché quel «padre» e quella «madre» piazzati sui documenti in carta richiesti dal comune per presentare le domande di iscrizione a nidi e asili per il popolo dell’ultrasinistra risultavano «discriminatori».

La proposta, per la verità, non porta la firma dei vendoliani felsinei. Arriva dritta da Venezia dove nei giorni scorsi Camilla Seibezzi, delegata del sindaco Giorgio Orsoni per le pari opportunità, ha avanzato l’illuminata proposta di sostituire a mamma e papà i termini «genitore 1» e «genitore 2», per non fare torto alle coppie omosessuali, che diversamente avrebbero corso il rischio di sentirsi di serie «B». Inutile dire che l’idea è piaciuta tantissimo al ministro Cécile Kyenge che fieramente nei giorni scorsi ha affermato di essersi «sempre battuta per le pari opportunità» e si è detta pronta - anche in questo caso - a garantire appoggio all’iniziativa. Così, sull’onda dell’eco nazionale, a Bologna Sel ha voluto fare la prima della classe.

Le confessioni di Garibaldi al cappellano Trovate 3 lettere autografe finora ignote

Corriere del Mezzogiorno

Fra' Giovanni Pantaleo era originario di Castelvetrano


Cattura
TRAPANI - Tre lettere scritte da Giuseppe Garibaldi sono spuntate a sorpresa tra i documenti che gli eredi dello storico e drammaturgo Gianni Diecidue di Castelvetrano, scomparso nel 2009, hanno donato al Comune. Le lettere autografe dall'Eroe dei due Mondi sono indirizzate a fra' Giovanni Pantaleo, cappellano dei Mille e originario proprio della cittadina in provincia di Trapani.

DA VINCI E CAPRERA - Una delle missive è stata spedita da Vinci nel 1867, le altre due da Caprera tra il 1869 e il 1870. Ad individuare le lettere è stato il professore Vincenzo Maria Corseri, consulente per le attività culturali dell'amministrazione comunale.

2
LE TRE LETTERE - Nella prima e più incisiva lettera, Garibaldi sollecita fra' Pantaleo a vegliare sull'Unità d'Italia e a evitare le ingerenze papali che avrebbero potuto insidiare i suoi uomini. Le altre lettere sono ancora sotto esame. «La carta e l'inchiostro - spiega Corseri - sono un po' rovinati e quindi ci vorrà un po' di tempo in più. Inoltre ho sottoposto la questione a degli esperti di storia garibaldina così da individuare eventualmente altre lettere scambiate tra Pantaleo e il generale». Tutte insieme saranno poi esposte all'archivio storico Virgilio Titone di Castelvetrano.

1
3

LA QUARTA LETTERA DAL GENERO DELL'EROE - Tra gli epistolari collezionati dallo storico è stata trovata anche una quarta lettera indirizzata di Stefano Canzio a fra Giovanni Pantaleo. Canzio era il genero di Garibaldi, per aver sposato la figlia di primo letto Teresita, oltre che figura di spicco della spedizione garibaldina.



Redazione online16 settembre 2013 (modifica il 17 settembre 2013)

Kalashnikov, il mitra è uguale per tutti

La Stampa

La straordinaria storia dell’uomo che ha creato l’arma diffusa nel mondo in 75 milioni di esemplari. Dall’Urss ai guerriglieri, ai terroristi, alle mafie

anna zafesova


Cattura
È un vecchietto piccolino, con gli zigomi marcati e gli occhi piccoli di quei russi che portano nei geni il ricordo dei tartari, un po’ sordo ma con portamento marziale, e forse anche un po’ svanito. Sembra uno di quei pochi veterani rimasti, tanto onorati dalla propaganda quanto dimenticati da autorità e parenti, che passano la giornata sulle panchine a giocare a scacchi.

È difficile riconoscerlo, anche perché il suo volto è diventato pubblico solo quando era ormai anziano, nonostante con il suo ingegno avesse cambiato il mondo più di Steve Jobs, anche se non altrettanto in meglio. Se fosse nato dall’altra parte della Cortina di ferro sarebbe diventato miliardario, ma lui risponderebbe che solo grazie al socialismo un autodidatta come lui, che aveva appena fatto le medie, è potuto diventare un uomo importante, con il petto che non riesce a contenere tutte le medaglie sulla sua uniforme di generale. Molti non sanno nemmeno che esiste, pochi sanno che è ancora vivo, ma in tutte le lingue del mondo si conosce il suo nome, scritto con la minuscola, perché ormai non è una persona, è un oggetto: il kalashnikov.

I numeri sono da far invidia a qualunque multinazionale: sulla Terra ci sono in circolazione circa 75 milioni di suoi mitra, oltre ad almeno 100 milioni di versioni più o meno contraffatte dello storico AK-47, in pratica un fucile su 5, prodotti in almeno 30 Paesi e in dotazione a una cinquantina di eserciti. È stato il giocattolo preferito di soldati, mafiosi, ribelli, terroristi, comunisti e islamisti, narcobaroni e guerriglieri, un’arma talmente simbolica da finire sulle bandiere e sugli stemmi nazionali, dal Mozambico a Timor Est ai vessilli gialli di Hezbollah, creata da un signore che adora «la pesca, la caccia e le donne» (in questo ordine) e passava il tempo libero a casa, a riparare tubature e combattere i roditori, come racconta il giornalista francese Oliver Rohe nel suo La mia ultima invenzione è una trappola per talpe , in uscita da Add editore.

Un’invenzione e un inventore che hanno due storie parallele: di fama planetaria la prima, quasi sconosciuto, anzi, per anni un segreto di Stato ambulante, il secondo. Mikhail Timofeevich Kalashnikov, classe 1919, 17° di 19 figli di contadini deportati in Siberia perché per quanto poveri avevano terra di proprietà e quindi erano «kulaki», i nemici di classe. Un segreto che l’uomo-simbolo della supremazia sovietica ha tenuto nascosto per decenni, come il fatto di essere scappato dal confino falsificando i timbri per i documenti, il suo primo successo in tecnologia. Portandosi dietro la paura di venire smascherato, senza però mai mettere in dubbio il sistema che aveva devastato la sua famiglia: alla morte di Stalin ha pianto in pubblico, e resta un fedele tesserato del Pc.

Una biografia romanzata, che racconta la storia di Kalashnikov e del kalashnikov, un esempio di come un uomo può cambiare la storia quasi per caso. Un contadino con il pallino della tecnologia, poi un soldato dell’Armata Rossa che scrive di notte poesie sulle ragazze, che sopravvive per miracolo al suo carro armato nel 1941, e in ospedale ascolta i feriti della fanteria che si lamentano dei loro fucili. In un’epoca di guerre corpo a corpo, dove a decidere l’esito non erano i droni e l’elettronica, ma le masse umane gettate nel tritacarne della trincea, il calibro, la precisione, la semplicità d’uso potevano valere la vita. Con lo Sturmgewehr, il primo vero fucile d’assalto, i tedeschi facevano il tiro a segno contro i sovietici, e il sergente Kalashnikov decise di inventare l’arma giusta.

La completò nel 1947 (da cui il nome ufficiale, AK-47, Avtomat Kalashnikova), battendo al concorso governativo i migliori ingegneri. Le malelingue dicono che aveva anche copiato le loro idee, o che addirittura fosse stato un prestanome, ma resta il fatto che il Cremlino scommette sul contadino-prodigio di soli 28 anni. Il kalashnikov viene usato per la prima volta nel 1956, nella rivolta in Ungheria, e diventa uno degli strumenti con il quale viene scritta la storia del ’900. Inventata da un soldato, è l’arma perfetta per i soldati, semplice – il corso per imparare a usarla è di appena 10 ore e i bambini-soldato africani ci mettono ancora meno – e affidabile, capace di sparare anche dopo essere stata nel fango e nella sabbia.

Con 600 colpi al minuto e precisione a lunga gittata è l’arma dei poveri, e se mr. Colt, come dicevano gli americani, ha reso eguali gli uomini che Dio aveva creato, Kalashnikov ha reso uguali i popoli, fornendo anche ai più arretrati e sperduti della Terra qualcosa con cui sfidare i potenti. Facilmente riproducibile – nei mercati afghani vendono AK-47 prodotti artigianalmente da maestri analfabeti, e in Africa spesso costa una cinquantina di dollari, meno di una capra – è ideale per le guerre civili e le rivolte. Rohe ne segue la trasformazione da «feticcio politico» dell’anticolonialismo a simbolo dei peggiori massacri e genocidi. È stato il più grande successo del made in Urss, «più della vodka, del caviale e dei romanzieri suicidi» diceva il protagonista di Nicholas Cage in Lord of War.

Il prodotto perfetto, globale, che non ha mai saziato la domanda di mercato, imitato più delle borse di Louis Vuitton, generatore di un indotto planetario e capillare, al punto che gli americani lo compravano dai cinesi per rifornire i mujaheddin afghani che sparavano ai russi, armati ovviamente di kalashnikov anche loro. Un’invenzione che avrebbe potuto fruttare miliardi, ma non è mai stata brevettata. Il suo autore non si è mai posto il problema: dal governo sovietico aveva avuto il massimo possibile, perfino una casetta dove abitava con l’adorata moglie e i quattro figli. I padri della bomba atomica hanno avuto rimorsi, ma lui che ha permesso la morte di molti più innocenti non si è mai apparentemente posto un dubbio morale, anche se diceva che avrebbe preferito inventare un tagliaerba e che era colpa dei nazisti se si era messo a progettare armi.

Quando gli hanno fatto notare che il kalashnikov veniva usato dai terroristi aveva risposto soddisfatto: «La sanno lunga, anche loro preferiscono le armi più affidabili». Trovava normale che i bambini russi a scuola dovessero imparare a montare e smontare il suo mitra (in 18 e 30 secondi rispettivamente per il massimo dei voti). Kalashnikov ha perso l’udito in poligoni da tiro, a collaudare versioni sempre nuove del proprio gioiellino, che con il suo design essenziale, il caricatore a forma di virgola e i materiali grezzi è riconosciuto in tutto il mondo. Sopravvissuto al regime di cui era simbolo, nel nuovo capitalismo russo è finalmente diventato un «brand»: appena un mese fa Vladimir Putin ha rinominato la fabbrica di Izhevsk, dove ha lavorato per tutta la vita, «Consorzio Kalashnikov».

Intanto il ministero della Difesa ha smesso di acquistare gli AK-47 per i suoi arsenali. Ma a quanto pare, a Mikhail Kalashnikov nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo.




Kalshnikov, esce il nuovo modello
La Stampa

Putin a sorpresa si è presentato nell’impianto industriale per ispezionare le nuovi armi: l’AK-12 sarà più ergonomico e potrà sparare in tre modalità: colpo singolo, tre colpi e raffica. Stasera sulla tv russa un documentario celebra il mitra

anna zafesova


Cattura
Il kalashnikov tornerà in mano ai soldati dell’ex Armata Rossa. Dopo che, qualche mese fa, il ministero della Difesa aveva annunciato che avrebbe smesso di inzeppare i suoi arsenali con il mitico AK-47 (ma all’inventore del mitra più famoso del mondo nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo), ora un modello nuovo di zecca verrà sottoposto ai test e nel 2014 arriverà nelle caserme. “Le riserve accumulate frenano gli acquisti di armi nuove”, ha confessato Oleg Bochkariov, vicepresidente della commissione militar-industriale presso il governo russo, ma dopo lo smaltimento delle vecchie armi si torna a fare shopping di quelle più moderne. 

L’AK-12 (la sigla sta per Avtomat Kalashnikova, il mitra di Kalashnikov, e il numero per l’anno di progettazione, 1947 nella versione originale) sarà più ergonomico e potrà sparare in tre modalità: colpo singolo, tre colpi e raffica. Userà i calibri “classici” 5.45 e 7.62 e potrà essere modificato – partendo sempre dal modello base ormai 65enne – in una ventina di versioni. Nei mesi scorsi si era parlato di archiviare per sempre il kalashnikov, anche perché i test del nuovo modello del mitra apparivano non soddisfacenti. Ma a quanto pare – non si sa se per pregi tecnici, lobbismo tra i vari consorzi della potente industria bellica russa o per una nuova campagna di patriottismo bellicoso – a 93 anni Mikhail Kalashnikov torna una star.

Dopo aver ribattezzato la fabbrica di Izhevsk dove si producono i kalashnikov (quelli “griffati”, più o meno illegalmente viene fabbricato in una trentina di Paesi, dalla Cina alle botteghe artigiane afghane) “Consorzio Kalashnikov”, oggi Putin a sorpresa si è presentato nell’impianto industriale per ispezionare le nuovi armi. E stasera la tv di Stato russa proietterà il documentario “Kalashnikov”, firmato niente meno che dal vice-premier Dmitry Rogozin, potente responsabile dell’industria bellica che riesuma il suo primo mestiere di giornalista per raccontare, promette, “fatti inediti” della biografia del grande inventore e della sua arma sempre verde” (per chi capisce il russo, stasera alle 20.55 ora italiana sul sito Russia.tv

La Bindi vuol farci pagare gli esuberi Pd

Antonio Signorini - Mer, 18/09/2013 - 08:17

Emendamento democratico per estendere cassa integrazione e contributi pubblici ai dipendenti di partito licenziati

Roma - Dipendenti di partito come tute blu di aziende in crisi. Destinatari privilegiati di una delle pochissime forme di ammortizzatore sociale del welfare italiano, generalmente avaro di tutele nei confronti di chi lavora.

Cattura
Nelle pagine sindacali ci dovremmo abituare a leggere, accanto a notizie di aziende che ristrutturano, cronache di contratti di solidarietà nel partito «x» o «y» o cassa integrazione per i dipendenti in esubero di una federazione locale di un movimento a corto di voti e quindi di soldi. Orario ridotto per quadri e funzionari e relativo contributo pubblico per compensare il taglio di stipendio.
A prevederlo è un emendamento presentato dal Pd al disegno di legge del governo sul finanziamento dei partiti, scovato ieri dall'agenzia stampa Public Policy in commissione Affari costituzionali della Camera.

La formulazione è un po' vaga. Prevede che dal gennaio 2014 si estenda ai dipendenti dei partiti «le disposizioni in materia di trattamento straordinario di integrazione salariale e i relativi obblighi contributivi, nonché la disciplina in materia di contratti di solidarietà». Il riferimento è alla legge 863 del 1984, che regola i contratti di solidarietà. Ma l'intenzione del Pd sarebbe quella estendere ai dipendenti dei partiti anche la cassa integrazione straordinaria e i relativi obblighi contributivi che comportano gli ammortizzatori sociali. Una proposta fotocopia fu presentata, sempre dal Pd, nei mesi scorsi. Nell'ultima versione cambia solo la copertura che da 18 milioni passa a 15 milioni all'anno, sempre a decorrere dal 2014.

Tutti da finanziare con i risparmi che deriveranno dall'adozione del nuovo regime di finanziamento dei partiti: meno soldi pubblici, più donazioni private. In sostanza, i tagli alla politica chiesti a gran voce da tutti gli italiani, rientreranno in parte sotto forma di sussidio per accompagnare le inevitabili ristrutturazioni dei partiti, in crisi di voti e vocazioni alla sottoscrizione. Un circuito vizioso interrotto con soldi pubblici.Verrebbe da pensare a un'operazione «renziana» per rottamare, oltre ai politici, un po' di struttura burocratica del Pd che di sicuro non vede di buon occhio il sindaco di Firenze. Ma i firmatari più importanti riportati nell'emendamento (che ieri circolava in commissione ancora sotto forma di bozza) sono tutti di fede ortodossa. Spiccano i nomi di Rosy Bindi e del candidato segretario Gianni Cuperlo.

Lo spettro degli esuberi per il Pd non è nuovo. Il Partito democratico, a livello centrale, spende per il personale circa 12 milioni all'anno. L'anno scorso il partito ha bloccato gli straordinari e ha favorito «la ricollocazione esterna di parte dei dipendenti e collaboratori in organico al Pd nazionale», come ha spiegato il tesoriere Antonio Misiani nella relazione al rendiconto 2012. Nello stesso documento l'uomo dei conti Pd assicura: «I lavoratori non sono una variabile neutra: sono un capitale indispensabile per un'organizzazione come la nostra.

Ho già detto pubblicamente – e lo ribadisco in questa sede, al di là dei titoli più o meno fantasiosi delle agenzie e dei giornali – che non abbiamo alcuna intenzione di assumere iniziative unilaterali per quanto riguarda il personale». Poi però ammette, «valuteremo e decideremo insieme ai lavoratori e ai loro rappresentanti, in un tavolo di lavoro, quali strumenti sia opportuno utilizzare per dimensionare la nostra struttura in rapporto al nuovo modello di finanziamento»

Se poi, proprio nella nuova legge sul finanziamento dovessero spuntare cassa integrazione e contratti di solidarietà, la strada sarà segnata per i dipendenti del Pd centrale (nei mesi scorsi si era parlato di 180 esuberi), ma anche per quelli delle federazioni locali, visto che l'emendamento prevede esplicitamente che anche loro possano accedere alle integrazioni di stipendio in caso di ristrutturazioni. Altra materia infiammabile per un ddl che non ha vita facile, tra stop e tentativi dilatori che sanno tanto di autotutela dei politici, unica categoria (oltre alla magistratura) che si ritrova a svolgere due parti in commedia. Quella del controllato e quella del controllore.

Come ruota il centro della Terra: risolto dilemma che durava da 300 anni

Corriere della sera

Il nucleo interno solido gira in senso antiorario più velocemente della superficie del pianeta

Cattura
Il nucleo interno solido di ferro e nichel che si trova al centro della Terra ruota verso destra (in senso antiorario) più velocemente del resto del pianeta. Mentre il nucleo esterno liquido (che avvolge quello solido) si muove verso sinistra (in senso orario) ma più lentamente. La scoperta, che pone fine a una domanda irrisolta da oltre tre secoli, è di un gruppo di scienziati dell'Università di Leeds, guidati da Philip Livermore.

SUPER-ROTAZIONE - È la prima volta che gli studiosi sono stati in grado di mettere in relazione in modo preciso i movimenti delle due parti del nucleo del nostro pianeta. Già dal 1692 Edmond Halley, che diede il nome alla famosa cometa periodica, aveva scoperta la rotazione in senso orario del campo magnetico terrestre. Ora - lo studio è apparso il 16 settembre sulla rivista scientifica Pnas- grazie a sofisticate analisi delle onde sismiche che attraversano il centro della Terra, generate dai terremoti più forti, si è stati in grado di identificare la «super-rotazione» del nucleo interno, più veloce di quello del pianeta nel suo complesso.

AZIONE-REAZIONE - Secondo Livermore, i movimenti sono il risultato di un semplice rapporto di azione e reazione. «Il campo magnetico spinge verso est il nucleo interno facendolo girare più velocemente della Terra (che ruota nello stesso senso, ndr). Invece spinge in direzione opposta il nucleo esterno liquido, che quindi si muove in senso orario». Il fatto che il campo magnetico interno della Terra oscilla con un periodo di una decina di anni, implica che anche le forze elettromagnetiche che determinano le spinte delle due parti del nucleo variano nel corso del tempo. Ciò potrebbe spiegare le fluttuazioni nel movimento antiorario del nucleo interno solido, fluttuazioni riscontrate negli ultimi 50 anni e pubblicate in un recente studio apparso su Nature Geoscience. Gli autori dello studio hanno utilizzato per le loro analisi il supercomputer Monte Rosa del Centro nazionale svizzero di calcolo scientifico (Cscs) di Lugano.

18 settembre 2013 | 13:28

Quando Paperino sollevò una nave affondata soffiando palline da ping pong nella chiglia

Corriere della sera

L'idea apparsa nel 1948 in un albo disneyano: ci fu chi la copiò nella realtà, utilizzando però schiuma di polistirolo

Cattura
Chissà se Nick Sloane, nei progetti per raddrizzare e risollevare la Concordia affondata davanti all'isola del Giglio, ha preso in considerazione anche quella vecchia idea apparsa su un albo disneyano. Folle, ma neanche poi tanto: palline da ping pong soffiate da Paperino, Qui, Quo e Qua dentro la chiglia di una nave affondata. Era il 24 novembre 1948. Quel giorno negli Stati Uniti venne pubblicata una storia dell'immenso Carl Barks - il «braccio destro» di Walt Disney che inventò l'intero universo fumettistico di Paperopoli - dal titolo «The Sunken Yacht» («L'eredità di Paperino» nelle edizioni riprese in italiano negli albi di Topolino, guarda la tavola) 

2
QUEL BREVETTO NEGATO - Appunto, un'idea a metà tra follia e genio: Paperino e i nipotini hanno una impresa di recuperi marini, e propongono allo zio Paperone di recuperare un suo yacht. Sembra una impresa impossibile, ma i nipotini hanno la folgorazione: riempire la nave di palline da ping-pong per farla tornare a galla. Stando alla leggenda, nel dicembre del 1964 un inventore danese, di nome Karl Krøyer, utilizzò lo stesso principio per recuperare una nave affondata vicino al porto del Kuwait utilizzando schiuma di polistirolo espanso al posto delle palline da ping-pong. Si dice che Kroyer non sia riuscito a brevettare questo sistema perché secondo l'ufficio brevetti esisteva già una descrizione preliminare della sua tecnica: proprio in quella vecchia storia di Barks.

1
FOLLIA E GENIO - A pensarci, la stessa idea tra genio e follia accolta in Italia per risollevare la Concordia dal fondale: «ciambelloni» da svuotare progressivamente d'acqua e da «gonfiare» per raddrizzarla prima e spostarla poi nel porto dove verrà smantellata. «Quando abbiamo mostrato il progetto, ci hanno chiesto se eravamo pazzi», ha detto l'ingegner Sloane, regista della colossale e inedita opera di recupero navale, che per il prosieguo dei lavori si è comunque lasciato molte porte aperte. La fantasia è al potere: «Abbiamo ancora molto lavoro a livello ingegneristico da fare. A fine ottobre avremo la sicurezza che la nave sarà ben assicurata per l'inverno, in modo che a novembre sará tutto assicurato - ha detto il sudafricano -. Ci saranno ancora molte indagini sulla stabilizzazione dei cassoni e poi verrà fatta una bozza finale su come le condizioni della nave debbano essere per tutto l'inverno. La nave sarà via dal Giglio non prima della primavera». Chissà se per quella scadenza ci sarà stato il tempo per leggersi - o rileggersi - quella vecchia storia di Carl Barks.

17 settembre 2013 | 22:39

Napoli in prima pagina. Il Corriere: «Meteo in Campania con 678 dipendenti»

Il Mattino


«Il meteo in Campania con 678 dipendenti» è il titolo dell'inchiesta pubblicata oggi in prima pagina sul Corriere della Sera, a firma di Sergio Izzo. L'inchiesta prende spunto da una relazione della Corte dei Conti sulle società partecipate delle Regioni per segnalare sprechi, stranezze e tanti debiti.

Cattura«Voragine da 149 milioni in Campania» segnala il Corriere. Tra i casi citati c'è quello della Sma, Sistemi per la meteorologia e l'ambiente Campania che, per esempio, si legge sul quotidiano, «ha ben poco a che fare con le previsioni barometriche. È una società che si occupa del servizio antincendi. Con 678 dipendenti, quasi 10 milioni di perdite nel 2011 e un patrimonio negativo per 6 milioni».

Citato anche il caso Astir, smaltimento rifiuti, con «481 dipendenti, messa in liquidazione un paio d'anni fa causa "paralisi" dell'attività, dopo aver accumulato nel solo 2010 perdite per oltre 24 milioni. Nonostante questo - si legge sul Corriere -, nell'aprile di quell'anno, quando era già con l'acqua alla gola, si è provveduto all'assunzione di 38 persone con procedure, ha scritto il liquodatore nella sua relazione, "in violazione delle norme in evidenza pubblica del patto di stabilita". Quindi in seguito licenziate: gli è andata male"». Storia diversa, quella dei «60 dipendenti transitati da Sviluppo Italia a Sviluppo Campania», pure segnala nell'articolo.

 
mercoledì 18 settembre 2013 - 10:30   Ultimo aggiornamento: 13:05

Amore e guerra ad Aleppo l'inferno delle donne italiane

Gian Micalessin - Mer, 18/09/2013 - 08:08

Sono arrivate tanti anni fa dall'Emilia, dall'Umbria e dalla Calabria per sposare dei siriani. "Qui un tempo si stava benissimo. Ora rischiamo la vita facendo la spesa"

Sono le prigioniere di Aleppo. Sono una quindicina, forse più. E sono tutte italiane. Sono mogli e madri di siriani trasferitesi da almeno trent'anni in quella che fino ad all'agosto del 2012 era il cuore degli affari, dei commerci e della cultura siriana.

Cattura
Una metropoli da 2 milioni di abitanti. Una Milano mediorientale trasformata in poco più di un anno in una città di anime morte, circondata dalla guerra e dai ribelli islamisti. «Viviamo nell'angoscia e nella paura. Questa città è diventata una galera da cui non puoi fuggire se non a rischio della vita», racconta al telefono Elide Stino Khashoun, 69 anni. A portarla lì dalla lontana Bologna dove negli anni Settanta studiava per diventare assistente sociale fu la passione per Hanna Khashoun. «Ci incontrammo all'università - ricorda - lui era due anni più giovane e studiava ingegneria. Ci sposammo nel 1975, dopo un po' di tempo ci trasferimmo ad Aleppo dove è nata anche Barbara, la seconda delle mie due figlie. Da allora non ho mai pensato di rientrare, qui si stava troppo bene. Ma ora - sospira la signora Elide - tutto è cambiato, adesso qui si rischia la pelle anche a far la spesa. Quando mio marito esce la mattina per rimediare qualcosa al mercato, sto in ansia fino a quando non rientra.

Il nostro quartiere, nei dintorni dell'Università, è ancora abbastanza sicuro, ma basta allontanarsi un po' e la guerra ti viene incontro. Devi camminare rasente ai muri, star attento ai cecchini e far attenzione che non arrivino colpi di mortaio». Ma quella spesa sotto le pallottole non vale certo il rischio o la paura. «Ah lo può dire forte - strilla nella cornetta la signora Elide con quella cadenza bolognese che neanche trent'anni di Siria son riusciti a cancellare -. Tante volte il povero Hanna mi torna a casa con un mazzo di prezzemolo e mi dice "è tutto quel che c'era". Quando va meglio sono peperoni, oppure melanzane, oppure lenticchie. La cosa strana è che non si trovano mai due cose assieme, ma quella terribile è quanto le paghi. Il pane, un anno fa, per dirle un prezzo costava 15 lire al sacchetto oggi se ti va bene lo paghi 300. E il resto non fa differenza. Il gas è diventato introvabile, ma se per miracolo uno è disposto a venderti una bombola la paghi 7000 lire contro le meno di mille di un anno fa».

Ma la storia di Elide non è un caso isolato. Assieme a lei nella città circondata dai ribelli sopravvivono alla meglio una quindicina di altre donne italiane. E assieme a loro un plotone di almeno un centinaio di figli e nipoti con la cittadinanza italiana e il passaporto nel cassetto. «Guardi - racconta la signora Elide - solo nel mio quartiere accanto all'università, nella zona occidentale della città siamo almeno una quindicina di italiane. Di Bologna come me ci sono solo la Lilli Rihaoui e la Clara Kappel, poi c'è la Giovanna Sanjah arrivata dal Trentino alto Adige, la Franca Jabri di Ascoli Piceno, la Giuliana Karoush e la Maria Alberta tutte e due dell'Umbria, Simona nata in Sardegna, la Luisanna una veneta e la Gianna Flah calabrese.

Più o meno hanno la mia stessa storia hanno sposato dei siriani e li hanno seguiti fin qui, per questo io conosco solo i loro nomi acquisiti e non quelli di battesimo». In verità - come spiega anche la signora Elide - gli italiani e le italiane perdute di Aleppo potrebbero essere anche di più. «Queste sono quelle con cui sono rimasta in contatto. Con loro ci trovavamo ancor prima della guerra per andare a messa dai salesiani. Solo i loro figli e i loro nipoti registrati all'ambasciata con cittadinanza italiana sono più di un centinaio. Senza contare quelle che probabilmente non conosco e sono ancora qui da qualche parte».

Ma l'aspetto più triste della prigionia di Elide, Lilli, Clara e delle altre sopravvissute di Aleppo è la cupa sensazione di esser, ormai, state dimenticate dalla madrepatria. «L'ultima volta che qualcuno ci ha cercato a nome delle autorità italiane era prima di Natale dello scorso anno. Ci ha chiamato un impiegato dell'ambasciata di Damasco chiusa da due anni e ci ha consigliato una vacanza in Italia. Mi sono sentita presa in giro perché da qui non si può più uscire. L'aeroporto è chiuso e l'unico modo per raggiungere il Libano è attraversare in autobus le zone dei ribelli.

Ma è una scommessa con il destino. Puoi finire in mezzo ad uno scontro a fuoco e lasciarci la pelle. Un mese fa due nostri conoscenti, marito e moglie sono andati a trovare i figli negli Stati Uniti e sono stati uccisi sulla strada del ritorno. Oppure puoi finire rapito. Inoltre il mio passaporto e quello di altre amiche scade fra pochi mesi e non sappiamo come rinnovarlo. All'Italia non chiediamo molto. Ci accontenteremmo che qualcuno ci chiamasse ogni tanto illudendoci di ricordarsi ancora di noi».

Le mie parole durante il Forum 2000

La Stampa

 Yoani Sánchez


Cattura
Buona notte:

Sono passati ormai oltre dieci anni da quando mi capitò tra le mani per la prima volta il libro di Vaclav Havel “Il potere dei senza potere”. Era foderato con una pagina del periodico ufficiale del mio paese, il quotidiano del Partito Comunista di Cuba. Foderare i libri era uno dei tanti sistemi che usavamo per nascondere alla vista di informatori e polizia politica i testi scomodi e proibiti dal governo.

In questo modo siamo riusciti a leggere clandestinamente tutto quel che è successo dopo dopo la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione Sovietica, la trasformazione ceca e tutti gli altri eventi che hanno interessato l’Europa dell’Est. Siamo venuti a conoscenza di tutti quei cambiamenti, alcuni più traumatici, altri più fortunati, e in molti abbiamo sognato che il cambiamento arrivasse presto anche nella nostra Isola del Caribe, oppressa da oltre cinquant’anni di regime totalitario. Ma il cambiamento più che sperarlo devi costruirlo. I processi di cambiamento non arrivano da soli, i cittadini devono promuoverli. 

Oggi mi trovo qui, proprio nella città dove nacque Vaclav Havel, un uomo che riassume come pochi lo spirito del cambiamento. Mi trovo anche davanti a molte persone che hanno promosso, dato impulso e personificato il desiderio di cambiamento delle loro rispettive società. Perché la ricerca di orizzonti caratterizzati da maggior libertà, è una componente essenziale della natura umana. Per questo motivo diventano così incomprensibili e innaturali quei regimi che tentato di governare in eterno sulle proprie popolazioni, immobilizzandole, togliendo ogni desiderio di sognare un futuro migliore. 

Ai tempi di Vaclav Havel, Lech Walesa e tanti atri dissidenti dei regimi comunisti, furono messi in campo validi strumenti di lotta pacifica e sindacale, persino la creazione artistica si schierò al servizio del cambiamento. Adesso è venuta in nostro aiuto anche la tecnologia. Ogni volta che utilizzo un telefono mobile per denunciare un arresto o racconto nel mio blog la difficile situazione di tante famiglie cubane, penso a come sarebbero stati utili questi attrezzi fatti di schermi e tastiere per gli attivisti dei decenni precedenti. Le loro voci e i loro progetti sarebbero arrivati molto più lontano, se avessero potuto contare sulle reti sociali e su tutto il cyberspazio che oggi si apre davanti ai nostri occhi. Il WEB 2.0 ha rappresentato, senza dubbio, una spinta per quello spirito di cambiamento che tutti noi abbiamo dentro. 

Oggi, per la prima volta, è presente al Forum 2000 una piccola delegazione di attivisti cubani. Dopo decenni di reclusione insulare durante i quali il regime del nostro paese impediva a molti dissidenti, giornalisti indipendenti e blogger alternativi di viaggiare all’estero, abbiamo ottenuto una piccola vittoria: ci è stato aperto il lucchetto delle frontiere nazionali. E’ una vittoria limitata, incompleta, perché ancora ne mancano molte altre.

La libertà di associazione, il rispetto della libera opinione, la capacità di eleggere i nostri rappresentanti, la fine degli odiosi meeting di ripudio che ancora persistono nelle strade cubane contro coloro che pensano in maniera diversa rispetto all’ideologia dominante. Malgrado tutto, siamo in molti a sentire che Cuba sta cambiando. Un cambiamento che si sta verificando nel modo più irreversibile e fondamentale: dall’interno dell’individuo, nella coscienza di un popolo. 

Molti di voi avranno influito su quel cambiamento. Molti di voi che siete arrivati prima alla libertà e vi siete resi conto che non è la fine del percorso, ma che la libertà porta nuovi problemi, nuove responsabilità, nuove sfide. Voi che nei paesi di appartenenza avete mantenuto vivo lo spirito del cambiamento, persino mettendo in pericolo i vostri nomi e le vostre vite. Come lo spirito del cambiamento contenuto in quel libro di Vaclav Havel, foderato - per mascherarlo - con le pagine del periodico ufficiale più immobilista e reazionario che si possa immaginare. Come quel libro, il cambiamento si può proibire, censurare, si può definire quasi una brutta parola, si può ritardare e demonizzare... ma alla fine arriverà. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Ponte di Messina? 20mila anni fa era naturale L’Homo sapiens lo attraversava a piedi

Corriere della sera

Resti sono stati ritrovati nella grotta di San Teodoro in Sicilia


Cattura
MESSINA – Circa ventimila anni fa il tanto discusso ponte sullo stretto di Messina sarebbe stato inutile. A quel tempo le terre erano emerse e c'era un ponte naturale. E questo permise all'Homo Sapiens di attraversarlo comodamente a piedi. Resti di Homo Sapiens e di un mammifero simile al cavallo sono stati infatti ritrovati nella grotta di San Teodoro in Sicilia e hanno permesso di datare con esattezza il periodo delle terre emerse.

RICERCATORI - Sono queste le conclusioni cui sono giunti, dopo due anni di lavoro, i ricercatori coordinati da Fabrizio Antonioli, geomorfologo marino dell'Enea, impegnati nello studio dei fondali e delle coste dello stretto di Messina. Allo studio hanno partecipato anche l'università La Sapienza di Roma, Federico II di Napoli, e le università di Palermo, Messina,Trieste, l'Australian National University di Canberra in Australia, il Max Planck Institute di Lipsia in Germania, l'Iamc-Cnr di Napoli, e l'Ispra di Roma. Un lavoro che ha visto l'integrazione delle competenze di esperti di diverse discipline come la neotettonica, la modellistica oceanografica, la geologia marina e la paleontologia.

HOMO SAPIENS IN SICILIA - Il risultato getta nuova luce sulla presenza dell'Homo Sapiens in Sicilia che potrebbe aver sfruttato il passaggio del ponte naturale che, per circa 1.500 anni, c'è stato tra l'isola ed il resto del continente. La Sella, questo il nome del passaggio oggi sommerso da 81metri di mare, permise anche ad alcune specie di animali di attraversare lo stretto e quindi di popolare la Sicilia. La presenza, nel braccio di mare che separa le due terre, di forti correnti valutate intorno ai 16 nodi, ossia 4 volte maggiori di quelle attuali, rende inverosimile ogni ipotesi che l'Homo Sapiens in periodi antichi possa aver attraversato lo stretto a nuoto o con l'utilizzo di natanti rudimentali. «L'Enea ha messo a disposizione le sue tecnologie per questo importante studio» -ha detto Giovanni Lelli commissario dell'Enea - «che ha visto coinvolte molte discipline scientifiche perchè dobbiamo fare di tutto per accrescere il livello culturale del nostro Paese”.

Redazione online17 settembre 2013 (modifica il 18 settembre 2013)

Giallo sui cani di William: "Sono stati soppressi"

Corriere della sera

I due animali erano nella stessa squadra dell'esercito del Duca di Cambridge: uccisi appena William ha deciso di lasciare

Cattura
Al Ministero della Difesa britannico sostengono si sia trattata solo di una coincidenza, ma a leggere la prima pagina del «Sun» di oggi con quel «Rexecuted» sparato a caratteri cubitali, la posizione del tabloid non sembra affatto incline ad accettare la spiegazione della sfortunata contingenza temporale come motivo della soppressione dei due cani da guardia, in servizio fino a venerdì scorso alla base militare Raf come elementi aggiunti della squadra di sicurezza del principe William. Guarda caso, il Duca di Cambridge aveva annunciato giusto il giorno prima che avrebbe lasciato le Forze Armate per dedicarsi a tempo pieno ai suoi obblighi reali e ora sono in molti a chiedersi se Brus, pastore belga di 7 anni e mezzo, e Blade, pastore tedesco di due anni più anziano, sarebbero ancora regolarmente al loro posto se Will fosse rimasto alla base di Anglesey, nel Galles del Nord. Il dottor Roger Mugford, psicologo esperto in terapia del comportamento animale, accusa apertamente l’esercito di «eutanasia di convenienza», sostenendo che «spesso i problemi comportamentali dei cani sono solo una scusa banale per sopprimerli».

LA CONDIZIONE DEI DUE CANI - In realtà, pare che solo Brus avesse mostrato segni di squilibri comportamentali tali da non poter essere mandato in un centro di accoglienza o rispedito al Defence Animal Centre da dove era arrivato, mentre il povero Blade soffriva da tempo di displasia all’anca e quindi la sua soppressione sarebbe stata originata da motivi di salute, ma l’idea trasmessa dal tabloid è che si sia deciso di addormentare per sempre i due cagnoloni non appena capito che non servivano più.

Ovvero, non appena Will ha fatto le valigie. «Blade e Brus erano arrivati, rispettivamente, nel 2011 e 2012 – rivela una fonte protetta da anonimato – ed erano stati assegnati alla squadra appositamente istituita per proteggere il principe, con il compito di pattugliare la base, ma non appena William se n’è andato, l’unità è stata chiusa e i due cani sono stati affidati ad un ispettore per vedere se potevano essere riassegnati altrove, ma non sono stati ritenuti idonei a stare con le persone, perché addestrati ad attaccare». Quindi la loro fine era praticamente segnata, anche se il fatto che sia stata decisa all’indomani della partenza di William «è stato assolutamente casuale», come ha ribadito una seconda fonte interna alla Raf, questa volta avvicinata dal «Daily Mail», insistendo poi sul fatto che i due cani fossero alla base «per garantire la sicurezza di tutti i militari e non solo del Principe».

1
NESSUN COMMENTO - Com’è prassi in questi casi, nessun commento ufficiale da parte di Kensington Palace, mentre un portavoce del Ministero della Difesa ha precisato in una nota che «ai cani militari viene in genere data la possibilità di una nuova ricollocazione al termine del loro servizio», ribadendo però che nel caso di Brus e Blade tale soluzione non si è rivelata praticabile perché i due cagnolini «erano inadatti ad una nuova sistemazione e così si è deciso di sopprimerli per il loro stesso bene». Una spiegazione che probabilmente non mancherà di suscitare nuove e ancor più accese polemiche.


18 settembre 2013 | 12:48

Sony, la svolta mondiale dell’audio che esclude l’Italia

Corriere della sera


Cattura
Una buona notizia. E una cattiva. Sul fronte dell’audio. Non è l’inizio di una barzelletta, ma quanto abbiamo avuto modo di vedere all’Ifa il più importante salone dell’elettronica che si è svolto a inizio settembre a Berlino. La buona notizia è questa: una delle major sul fronte musicale, ovvero la Sony,  ha deciso di dare nuovo impulso all’alta risoluzione audio digitale finora rimasta  per lo più patrimonio di un pubblico di nicchia, attraverso una serie di novità sul fronte del software e dell’hardware.

SOFTWARE – La strategia del colosso giapponese, che non dimentichiamo ha creato il cd (con Philips) e il sacd, è quello di portare l’alta risoluzione audio digitale ad un pubblico più ampio. Per prima cosa, a partire dagli Stati Uniti, Sony, che ha chiesto anche la collaborazione di due altre major come Universal e Warner Music, ha aperto il suo catalogo ad alcuni siti da cui è possibile scaricare album e brani in alta risoluzione. In secondo luogo Sony ha creato un portale on line per gli Usa, e uno per l’Europa, in cui da un lato si spiega cos’è l’alta risoluzione e dall’altro ci sono dei link ad alcuni tra i più importanti siti di download di file musicali ad alta risoluzione da cui è possibile ovviamente effettuare acquisti. La differenza tra Stati Uniti ed Europa è che, mentre negli Usa all’interno dei siti consigliati è già possibile trovare titoli del catalogo Sony, al momento non è ancora così per quelli europei.

HARDWARE – Il secondo passo di Sony è quello di accompagnare il fronte software con l’introduzioni di alcuni nuovi prodotti hardware dedicati all’audio. Di diversa fascia di prezzo e con caratteristiche differenti. Si comincia dall”UDA-1 un amplificatore-dac da 799 dollari (stesso prezzo in euro), per arrivare all’HAP-Z1ES un music server-dac (prezzo 1999 dollari, lo stesso in euro) passando per un altro music-server dac, un amplificatore, numerose cuffie e due modelli di micro casse . Quel che più conta sono però due diversi tipi di tecnologia che potrebbero essere decisive per la diffusione di massa dell’alta risoluzione audio. La prima era già nota e si chiama DSEE e permette di ripristinare le alte frequenze che si perdono con la compressione dei brani lossless come gli Mp3.

La seconda, contenuta nell’HAP-Z1ES si chiama DSD-remastering, ed è una funzione che permette di trasformare ogni tipo di file musicale realizzato in qualsivoglia in formato digitale (dall’Mp3 al Flac, all’Aiff al Wav, ecc…) in un file DSD 5.6. DSD è una sigla che sta per flusso digitale diretto e indica un formato musicale ad altissima qualità che alla base del super audio cd o sacd, un tipo di disco adatto ad immagazzinare e riprodurre brani musicali ad alta risoluzione, che però non ha avuto il successo commerciale sperato principalmente per questioni legate al prezzo dei lettori e degli stessi dischi. Perché il DSD-remastering è potenzialmente importante? Perché permette di far percepire immediatamente l’esperienza dell’alta risoluzione audio anche se si immette nell’apparecchio un file in formato compresso. A Berlino non è stato però possibile verificare in maniera completa l’efficacia della feature di Sony.

Tuttavia negli Usa riviste specializzate come la nota “The Absolute sound” danno un giudizio positivo complessivo dell’operazione della major giapponese, che permette non solo di agevolare l’acquisto di file musicali di utilizzare i file musicali ad alta risoluzione, ma di sentire molto meglio quelli di bassa qualità di cui si è in possesso, facendo capire immediatamente al potenziale acquirente i benefici dell’alta qualità musicale. Che saranno tanto maggiori ovviamente quanto sarà elevato il livello della catena hardware a disposizione.

Così l’alta risoluzione audio da settore di nicchia potrebbe diventare fenomeno di massa o quantomeno avere una maggiore diffusione. Tutto bene allora? No, perché c’è la cattiva notizia. Che è questa. Per ora non vedremo niente di tutto questo in Italia. I prodotti Sony hi-res non saranno venduti nel nostro Paese, che avrà quindi (speriamo solo inizialmente) restrizioni non solo sul fronte del software come nel resto d’Europa, ma anche dell’hardware. Sembra che da noi il mercato sia ancora troppo piccolo. Ma, senza l’offerta commerciale, quando mai si creerà un mercato più vasto?

Cara ministra Kyenge, perché non firma per l’abolizione della Bossi-Fini?

Corriere della sera

di Otto Bitjoka


Cattura
Signora Ministro, la mia riflessione parte con una citazione del pastore Martin Luther King: “La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vanagloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto? Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, ma bisogna prenderla perché è giusta”. E’ attualmente in corso una campagna di raccolta firme per alcuni referendum promosso dal Partito Radicale, miranti all’abolizione della legge Bossi-Fini, all’eliminazione del reato di clandestinità, alla soluzione del problema delle carceri – dove c’è un pauroso sovraffollamento della popolazione immigrata e non solo.

I Radicali, tutti lo riconoscono, hanno una lunga storia e un’ampia credibilità nella lotta per i diritti civili. Di fronte a questa lodevole iniziativa, noto con sorpresa il Suo assoluto silenzio, mentre vari altri protagonisti della politica, da Vendola a Berlusconi, si mobilitano per la raccolta delle firme sui quesiti referendari di loro interesse. Lo stesso Maroni, segretario della Lega, ha dichiarato di partecipare alla raccolta delle firme.

L’unica voce mancante, malgrado la notevole esposizione mediatica, è purtroppo la Sua.
La questione mi preoccupa e a dire il vero sconcerta la maggior parte del corpo immigrato. Non ne capisco la motivazione di fondo. Pensavo che il vantaggio di un’importante posizione istituzionale, quale la Sua, fosse utile per sostanziare il proprio progetto di società, esprimendolo nelle battaglie che contano. Mi rifiuto di credere che si possa intendere la Sua nomina solo come un’operazione iconografica incentrata su Lei stessa. Il rischio di una strumentalizzazione demagogica da parte del circuito politico-mediatico non corrisponderebbe alla Sua e alla nostra storia; non risponderebbe alla questione di fondo che viene posta alla Sua coscienza, alla coscienza del corpo immigrato e alla coscienza collettiva della società civile. No, noi non La seguiremo su questa strada, se Lei non dimostrerà di avere schiena dritta e pensieri nobili, capaci di rottura della continuità.
L’obiezione di coscienza ha un prezzo da pagare in prima persona.
L’ho sempre conosciuta come una sostenitrice della disobbedienza civile: mi riferisco al 1° marzo “giornata senza lavoratori immigrati”. A nome della nostra contiguità d’origine, ripeto un vecchio detto bantù:
“Se non sai dove vai, ricordati da dove vieni”.
La prego dunque di non venire meno alla Sua storia e La invito a fare la cosa giusta: mettere la faccia – quindi la firma – sulle proposte di referendum dei Radicali, in particolare sui quesiti che riguardano l’immigrazione. Signora Ministro, non rinchiuda la nostra storia in un perimetro ideologico, non la nasconda dietro un tatticismo politico o l’ordine di scuderia di un partito, con il rischio di dividere il corpo immigrato. Gli immigrati non capirebbero, mentre il fatto stesso che Lei sia ministro, in questo momento storico, è un simbolo inclusivo e di integrazione. Guardi oltre, in una prospettiva post-ideologica. Rivolga unappello a tutto il “popolo di sinistra”, al centro-sinistra o al Suo blocco sociale di riferimento, per partecipare in massa andando a firmare per l’abrogazione della legge Bossi-Fini. Non dobbiamo mancare a questo appuntamento politico e storico.
Rimettiamo alla sovranità popolare il giudizio sul modello di società condivisa che vogliamo costruire insieme.
Rispettosi saluti

Le Poste sbagliano i confini del Perù e il Gronchi rosa diventa una rarità

Enrico Silvestri - Mar, 02/04/2013 - 16:46

Il 3 aprile del 1961 l'Italia stampò un francobollo per celebrare il viaggio del Capo dello Stato in Sudamerica. Al disegnatore venne dato però un atlante degli anni '30 che non teneva conto delle recenti conquiste militari del Paese Andino. L'emissione fu subito ricercatissima e alcuni esemplari possono oggi toccare i 30mila euro

Un errore, un banalissimo errore da parte di un funzionario del Ministero degli Esteri disattento e il 3 aprile del 1961 il Perù cambiò improvvisamente i suoi confini. Quanto meno su un francobollo che le Poste Italiane aveva emesso per accompagnare il Capo dello Stato in visita ufficiale in Sudamerica.





Il presidente era Giovanni Gronchi, il francobollo era rosa e tanto bastò perché passasse alla storia come il «Gronchi Rosa» mitico pezzo che con il tempo ha assunto valore di mercato considerevoli: fino a 30mila euro se regolarmente annullato e spedito. Per carità sempre molto distanti dai 2 milioni e mezzo per un altro francobollo sbagliato, questa volta nel colore, il Treskilling giallo emesso dalla Svezia nel 1855.

Tutto cominciò quando il Quirinale reso noto il programma del viaggio del Presidente in Sudamerica dove avrebbe visitato Argentina, Uruguay e appunto Perù. Le Poste decisero di celebrare l'evento con altrettanti francobolli destinati all'annullo della corrispondenza aerea, rispettivamente da 170, 185 e 205 lire, in cui erano raffigurate le due sponde dell'Atlantico, in mezzo l'aereo presidenziale, con evidenziato la nazione da visitare.

Tutto bene per quello relativo all'Argentina, 170 lire, e l'Uruguay, 185 lire, qualche problema invece con quello del Perù coniato il 3 aprile del 1961. Sembra infatti che al disegnatore incaricato di configurare i confini dello stato andino sia stato consegnato un atlante dell'anteguerra che non teneva conto dei fatti avvenuti tra il 5 luglio 1941 e il 31 luglio 1942. In quei 12 mesi infatti Perù ed Ecuador combatterono una guerra sanguinosa per il controllo di un territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni.

Il conflitto si concluse con la vittoria del Perù che potè così annettere la vasta regione. Ma il disegnatore, guardando le vecchie mappe, non lo sapeva e così il «Gronchi rosa» andò in stampa con i vecchi confini. Suscitando le vibranti proteste del governo peruviano. La distribuzione fu immediatamente sospesa, ma ormai erano già stati venduti oltre 70mila esemplari.

Si tentò di correre ai ripari, disponendo l'immediato ritiro di tutti i francobolli nelle tabaccherie e negli uffici postali. Ma non fu sufficiente, molti erano già sulle buste. Si provvide pertanto a bloccarli negli uffici di smistamento, dove solerti dipendenti furono incaricati di coprirono francobolli rosa sbagliati con una versione grigia, corretta. Alcuni esemplari sfuggirono però alla grandiosa operazione, diventando così uno dei pezzi più ambiti dai collezionisti.

Già nei giorni immediatamente successivi alla diffusione dell'increscioso incidente il suo valore andò alle stelle per ridimensionarsi nel giro di qualche mese, provocando veri e propri tracolli economici in chi aveva pesantemente investito sull'operazione. Superato questo incidente di percorso, la sua quotazione ha ripreso a salire in maniera lenta ma costante. Partito da 5mila lire era già arrivato a 65mila a fine anni Sessanta e a 1 milione a fine anni '90 giungendo nel 2010 a 1.800 euro.

Per i pochissimi sfuggiti alle ricerche, e dunque regolarmente annullati, si raggiungono quotazioni ragguardevoli: fino a trentamila euro se hanno viaggiato sull'aereo di Gronchi nel suo viaggio verso l'America Latina. Diventando per questo oggetto di numerose falsificazioni, alcune particolarmente accurate, ottenute decolorando alcuni foglietti di San Marino.

Ma il «Gronchi rosa» non è l'unica e più preziosa rarità italiana, c'è infatti il Trittico della trasvolata dell'Atlantico condotta da Italo Balbo con una squadriglia di idrovolanti. Anche in questo caso si trattava di un affrancatura per posta aerea composta da una parte centrale fissa da 2,25 lire abbinata a un altra da 17,75 per l'Europa o da 4,75 per gli Stati Uniti. La sua quotazione può arrivare a sfiorare i 60mila euro.

Un bel gruzzolo dunque ma poca cosa rispetto ai 200mila euro per l'80 Centesimi del 1859 del Ducato di Parma. O il mezzo milione per un blocco di 4 esemplari, dunque non pezzo singolo, con bordi e angoli di foglio emesso del Regno di Sardegna del 1851. Mentre la vera «Gioconda» della numismatica rimane il «Treskilling giallo» da tre scellini emesso dalla Svezia nel 1855 e ancora una volta per un errore: avrebbe dovuto essere verde. E per questo il 22 maggio del 2010 in un asta a Genova a raggiunto i 2 milioni e mezzo. Di euro ben s'intende.

Quando a Nikita fu proibito di incontrare Topolino

Enrico Silvestri - Lun, 16/09/2013 - 18:50

Il 19 settembre 1959 Krusiov, primo leader sovietico a visitare gli Usa, incontrò in una cena a Los Angeles i divi di Hollywood. E proprio in quell'occasione la Cia gli annunciò che per motivi di sicurezza la visita a Disneyland era stata annullata, facendolo infuriare. «Ma cosa ci nascondete lì dentro, armi segrete?». Ma non ci fu nulla da fare, il divieto non fu revocato

Krusciov in America, un evento storico, primo capo dell'Unione Sovietica a mettere piede sul suolo dell'odiato nemico a Stelle e Strisce. E lui, furbo contadino di Kursk, si dimostrò felice come un bambino: mangiò un hot dog, andò a vedere una partita di football, incontrò i divi di Hollywood ma il 19 settembre mancò il suo vero sogno: visitare Disneyland.

Cattura
«Motivi di sicurezza» gli spiegarono i servizi segreti Usa. Facendolo infuriare come una belva: «Cosa c'è là dentro: una base militare, un'epidemia di colera, un raduno di gangster pronti a farmi la pelle?». Niente da fare, dovette ripartire per Urss senza aver visto Topolino.

Dopo quasi dieci anni di contrapposizione durissima tra le due superpotenze, impegnate in quella che fu definita «Guerra fredda», alla fine degli anni Cinquanta iniziò il disgelo. Stalin era morto nel '53, il suo posto era stato preso da Nikita Sergeevic Krusiov, che in breve si sbarazzò, anche fisicamente, della vecchia guardia, denunciò i crimini dello stalinismo e avvio un riavvicinamento con gli Usa.

Il 24 luglio 1959 accolse Richard Nixon, allora vice presidente, in Unione Sovietica per inaugurare l'Esposizione Nazionale Americana a Mosca. I due elogiarono pubblicamente i meriti dei rispettivi sistemi economici in un improvvisato confronto passato alla storia come «dibattito in cucina», perché ebbe luogo principalmente nella cucina di una casa prefabbricata americana realizzata all'interno dell'esposizione. Al termine Nixon pregò il leader comunista di ricambiare la visita. Invito accolto in fretta e furia tanto che il 15 settembre Kruschov, sbarcava con il suo seguito di dignitari a Washington.

Visitò Des Moines, granaio d'America, mangiò hot-dog, si godette in tribuna l'incontro di football americano tra New York e San Francisco. Non mancò mai di dimostrare la sua bonomia e il suo senso dell'umorismo. Durante un pronazo ufficiale, il direttore della Cia Allen Welsh Dulles gli chiese: «Signor presidente, vedete di tanto in tanto alcuni rapporti del mio servizio segreto?». «Credo che noi riceviamo gli stessi rapporti e, probabilmente, dalle stesse persone» gli rispose Nikita. «Potremmo anche riunire i nostri sforzi» aggiunse Dulles. E pronto Nikita: «Certo. Potremmo mettere assieme i dati ricevuti dai servizi segreti e risparmiare denaro. Dovremmo, in tal caso, pagare le persone una sola volta».

Subito dopo l'incontro con il presidente Dwight David «Ike» Eisenhower a Camp David, il 19 settembre si spostò a Los Angeles dove fu ricevuto dal sindaco Norris Poulson che gli porse un glaciale saluto: «Vi diamo il benvenuto a Los Angeles, la Città degli Angeli, la città in cui l'impossibile accade». Krusciov, che teneva in mano il testo di un lungo discorso, ripiego il foglio, lo allungò ad un aiutante, si avvicinò al microfono e pronunciò una sola parola: «Grazie». La freddezza di Poulson venne in seguito stemperata dalla cena offerta dalla Twentieth-Century Fox , durante la quale potè incontrare Frank Sinatra, Bob Hope, David Niven e Marylin Monroe. La diva più tardi ebbe a ricordare l'incontro con parole non proprio lusinghiere: «Era brutto e grasso, pieno di verruche e grugniva: chi vorrebbe essere comunista con un presidente così?».

E proprio durante la cena gli fu comunicato che la tanto attesa visita a Disneyland era sta annullata per «motivi di sicurezza», facendogli finalmente perdere di colpo buon'umore e self control. «Perchè? Nascondete qualche base militare lì? Cosa c'è di così terribile in quel parco che le autorità americane non possono garantire la mia sicurezza? Un'improvvisa epidemia di colera? Tutti i gangsters della California si sono dati appuntamento lì per farmi la pelle? Cosa devo fare per vedere Disneyland? Suicidarmi?». Niente da fare, i servizi segreti rimasero irremovibili e il 28 settembre, dopo 13 giorni, Nikita risalì sull'area che lo avrebbe riportato a casa ripensando agli hot dog, al football, a Marylin Monroe. Ma soprattutto alla mancata stretta di mano con Topolino, Paperino e gli altri eroi dello zio Walt.

Giorgio Bocca testimone dell'ultima condanna a morte in Italia

Enrico Silvestri - Dom, 03/03/2013 - 19:50

Il famoso giornalista fu uno dei pochi testimoni della fucilazione di Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D'Ignoti. Colpevoli di aver ucciso 10 persone durante una rapina, vennero giustiziati all'alba del 4 marzo a Torino. Fu l'unica sentenza di quell'anno poiché il 1° gennaio la nuova Costituzione cancellava la pena capitale.

Poligono militare delle Basse di Stura, periferia di Torino, il funzionario di polizia abbassa il braccio, trentasei moschetti fanno fuoco all'unisono. A pochi passi, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D'Ignoti cadono fulminati dalla scarica.

Cattura
Solo le 7.41 del 4 marzo 1947 è l'ultima condanna capitale della storia italiana, la pena di morte infatti sarà definitivamente cancellata dalla Costituzione che entrerà in vigore il 1° gennaio dell'anno dopo. E proprio in previsione di questa scadenza, nel corso del 1947 tute le condanne a morte erano state sospese. Eccetto quella di La Barbera, Puleo e D'Ignoti, il loro crimine era stato troppo orribile, il Paese troppo scosso. E la loro domanda di grazia fu inevitabilmente respinta dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola.

Il 20 novembre del 1945 i tre, insieme a un quarto complice, Pietro Lala alias Francesco Saporito, avevano infatti massacrato con feroce determinazione dieci persone, colpite a bastonate e gettate ancora vive in un pozzo per un lunga agonia. Una rapina che fruttò ai quattro 100mila lire, qualche gioiello e dei salami che i quattro divorarono per strada dopo il colpo. Dopo qualche incertezza iniziale, le indagini imboccarono la pista giusta e permisero ai carabinieri di arrestare tre dei quattro assassini: Lala-Saporito, l'organizzatore del colpo, era già morto, ucciso in un regolamento dei conti.

Nel dopo guerra Lala, pregiudicato di 21 anni, nato Mezzojuso in provincia di Palermo, sta battendo in lungo e largo il Piemonte in cerca di lavoro. Trova un impiego stagionale nell'azienda colonica di Villarbasse, in provincia di Torino, di proprietà dell'avvocato Massimo Gianoli, 65 anni. Scoperto come l'uomo sia più che benestante, e solito tenere grosse somme in casa, convince tre compaesani, D'Ignoti, 31 anni, Puleo, 32, e La Barbera, 36, ad assaltare l'abitazione. Qui vengono sorpresi oltre a Gianoli l'affittuario Antonio Ferrero e sua moglie Anna, Renato Morra, genero dei Ferrero, il bracciante Marcellino Gastaldi, le domestiche Teresa Delfino, Rosa Martinoli e Rosina Maffiotto.

A loro si aggiungeranno successivamente Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, mariti di Maffiotto e Martinoli, arrivati a cercare le donne che tardavano a tornare a casa. La moglie di Renato Morra, Annina, invece si salverà perché in ospedale a Rivoli, dove ha appena dato alla luce un bambino. La strage è scatenata inconsapevolmente da Teresa Delfino che riconosce Lala nonostante sia mascherato e gli urla in faccia il suo nome. Da qui la mattanza da cui si salva solo un bimbo di tre anni, il figlio del fittavolo, che non poteva certo capire cosa stesse succedendo. A una a una le vittime vengono portate in cantina, tramortite con un bastone e gettate nella cisterna piena d'acqua.

La sparizione delle dieci persone non può certo passare inosservata, si cerca ovunque, si battono le campagne e finalmente il 28 novembre i loro corpi non vengono scoperti nella cisterna. Dopo quattro mesi di indagini, e una serie di arresti ingiustificati tra cui il fratello di Renato Morra e un ex partigiano noto per il suo carattere violento, i carabinieri guidati dal giovane sottotenente Armando Losco risalgono al D'Ignoti. I militari trovano infatti i resti di una tessera annonaria con il numero ancora leggibile da cui risalgono al suo nome. Rintracciato a Torino, l'uomo confessa e fa i nomi dei tre complici, nel frattempo riparati in Sicilia. Uno però è già morto, è Lala, ucciso in circostanza mai completamente chiarite, con ogni probabilità un regolamento di conti tra balordi.

In attesa del processo i tre vengono rinchiusi prima al carcere di Venaria Reale, poi alla «Nuove» di Torino. Il 5 luglio 1946 si conclude il dibattimento: condanna a morte, pena confermata dalla Cassazione il 29 novembre. Ormai si tratta di sbrigare le ultime formalità e fissare l'esecuzione, prevista ormai per i primi del 1947. Ma in quell'anno tutte le condanne a morte di fatto sono sospese, l'Assemblea Costituente sta redigendo la nuova Costituzione italiana che abolirà la pena di morte. Il delitto dei tre balordi era stato però troppo efferato e aveva particolarmente scosso l'opinione pubblica. Per cui quando sul tavolo del presidente della Repubblica giunge la domanda di grazia, De Nicola non esita a respingerla.

All'alba del 4 marzo 1947 Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti escono dalle loro celle accompagnati dal cappellano militare. Arrivati al poligono di Basse di Stura, vengono fatti sedere a cavalcioni su tre sedie, bendati, legati mani e piedi, la schiena rivolta al plotone d'esecuzione. A qualche passo di distanza 36 poliziotti armati di moschetto, 18 dei quali caricati a salve in modo che nessuno sappia se veramente ha ucciso. D'Ignoti mormora le preghiere, gli altri fumano l'ultima sigaretta. Nessun ordine viene dato alla voce, ma al cenno dell'ufficiale gli agenti si dispongono in doppia fila a sei metri di distanza.

Prima che venga dato il segnale La Barbera e Puleo avrebbero anche gridato «Viva la Sicilia, via Finocchiaro Aprile», per la cronaca famoso leader del movimento separatista isolano. Poi l'ufficiale abbassa il braccio e parte la scarica. I tre, fulminati, ciondolano senza vita dalle sedie, mentre il sacerdote passa a chiudere loro gli occhi. Ai giornalisti accreditati il compito di raccontare gli ultimi atti di vita degli assassini. Tra loro un ragazzo poco più che ventenne, un certo Giorgio Bocca, redattore della Gazzetta del Popolo di Torino.

Il primo "qua qua" del papero più sfortunato del mondo

Enrico Silvestri - Ven, 07/06/2013 - 17:20

Il 9 giugno 1934, compariva per la prima volta in un cartone animato Donald Duck, in Italia Paolino Paperino. Collerico, pigro, dispettoso, nevrotico e soprattutto sfortunato. E per questo così amato di Topolino

Va per gli 80 Paolino Paperino ma la sua forma è sempre quella dei primi «qua qua» emessi in un lontano 9 giugno del 1934, prima come uno dei tanti animaletti del bestiario Disney dominato da Topolino, poi sempre più autonomo tanto da richiedere al suo creatore un universo parallelo a quello del Mickey Mouse.

Cattura
Per cui da una parte c'è Topolinia, dall'altra Peperopoli, dove i due personaggi vivono con parenti, fidanzate, amici e nemici. Altra caratteristica comune, Topo e Papero andranno alla ricerca di avventure su e giù per i cinque continenti, ma anche nel tempo, impersonando, in esilaranti parodie, un po' tutti i personaggi famosi della storia e della letteratura. Non molti all'inizio degli anni Trenta avrebbero però puntato sulla fortunata riuscita del personaggio. Per Walt esisteva solo Topolino, personaggio nato nel 1928, narra la leggenda, quando l'allora 27enne disegnatore, vide un sorcetto sfrecciare attraverso il suo studio. Il successo di Mouse, prima battezzato Mortimer e poi Miceky su suggerimento della moglie, fu immediato e Disney si trovò a sfornare altri personaggi di contorno per arricchire la sua galleria.

Così il 9 giungo del 1934 ecco comparire in un cartone animato altri tre animaletti. Era un filmato di poco più di 7 minuti, protagonista «La Gallinella saggia», «The Wise Little Hen», che chiede a Paperino, Donald Duck, e Meo Porcello, Peter Pig, di aiutarla a raccogliere il grano. Entrambi lazzaroni e scansafatiche, dribblano la richiesta con le più assurde scuse, così rimarranno a bocca asciutta quando «The Little Hen» cucinerà i suoi irresistibili manicaretti. Il buon riscontro della storia, induce Disney a riprodurla su carta il 16 settembre e da allora per il Papero più sfortunato d'America sarà una marcia trionfale.

Il personaggio, pigro, dispettoso, collerico e un po' nevrotico diventa subito il beniamino del pubblico rispetto al quel «perfettino» di un Topo. Anzi acquista maggiori simpatie quando più le sue avventure finiscono male e non solo per sua colpa, ma per una serie incredibili di eventi sfortunati. Perché oltre alla mancanza di ogni forma di razionalità, la sfortuna diventa presto la sua cifra caratteristica, tanto da guidare un'utilitaria targata 313. Negli Usa infatti è il 13, e non il 17 come da noi, il numero sfortunato. Tutti si immedesimano con il Papero, perché tutti tendono ad attribuire il cattivo esito delle proprie imprese a un fato avverso e tutti hanno il loro «zio Paperone» dal quale sentirsi angariati.

Donald Duck cresce e con lui il suo contorno. Come per il contraltare «roditore», con cui dividerà parecchie avventure, anche lui vive in villetta a due piani, giardino e steccato in un città popolata da paperi e per questa chiamata Paperopoli. Oggetti di culto: l'amaca e il divano dove lo troviamo immancabile stravaccato all'inizio di ogni sua avventura. Un po' alla volta la famiglia si allarga con l'arrivo dei nipotini Qui, Quo, Qua (Huey, Dewey e Louie), figli della sorella gemella Della, dello zio Paperone (Scrooge McDuck), della fidanzata Paperina (Daisy Duck) perennemente contesa al cugino Gastone Paperone (Gladstone Gander). Poi ci sono gli amici scienziati Pico De Paperis (Ludwig von Drake) e Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose), unico pollo della compagnia e i nemici della Banda Bassotti (Beagle Boys).

E ancora altri parenti, però con una caratteristica bene precisa: nessuna discendenza o ascendenza diretta, perché avrebbe significato che il personaggio aveva fatto sesso. Ecco dunque i cugini Paperoga (Fethry Duck), Abner Duck, Ciccio dell'Oca (Gus Goose) che, come dice il nome, è un'oca e non un papero, la zia Matilda de' Paperoni (Matilda Mc Duck) e Nonna Papera (Grandma Duck). Altri ascendenti diretti compaio raramente e solo per riesumare l'albero genealogico dei paperi. Così veniamo a sapere che Paperino è figlio di Ortensia de' Paperoni (Hortense McDuck) sorella dello zio Paperone, e Quackmore Duck, e inoltre nipote da parte di madre di Fergus de' Paperoni (Fergus McDuck) e Piumina O'Drake (Downy O'Drake) e di padre di Humperdink Duck e Nonna Papera. C'è anche un bisnonno, Clinton Coot, e persino un trisavolo: Cornelius Coot, mitico fondatore di Paperopoli.

Negli anni lo scansafatiche Donald Duck cambia tutti i mestieri possibili e immaginabili, qualche volta si cimenta anche nei panni del giornalista per il quotidiano cittadino Papersera. Mentre nelle sue scorribande storico-letterarie lo ritroviamo nei panni di Paperin-Temucin, di Paperino il Paladino, di Paperenzo Strafalcino nei «Promessi Paperi». Spesso però è costretto a seguire lo zio Paperone nelle più mirabolanti avventure che si concludono puntualmente con un fiasco, una perdita del tanto agognato tesoro o peggio. Causa qualche errore, distrazione o dimenticanza di Paperino che per questo sarà rincorso dallo zio nel tentativo di «spiumarlo vivo». Oppure si ritrova a lucidare le monete del deposito aureo dell'avaro zio, per 30 centesimi all'ora, cifra mai cambiata negli anni. Non è tuttavia raro che sia il nipote a inseguire Paperone, dopo essere stato turlupinato e defraudato della sua parte di ricompensa.

Negli ultimi anni Paperino ha un po' cambiato pelle: meno pigro, collerico e dispettoso, rimane pasticcione e sfortunato, doti che hanno solo aumentato la sua popolarità. Tanto da entrare di diritto nel dibattito «di qua, di là» con il risultato che Paperino è di sinistra, Topolino di destra. Recentemente si è preso anche qualche rivincita assumendo, solo in Italia, altre identità come quella di Paperinik, supereroe senza macchia e senza paura a cui va sempre tutto bene grazie alle diavolerie procurategli da Archimede Pitagorico. Anche se forse rimane più amato per le sue sfuriate, i suoi dispetti, la sua pigrizia ma soprattutto quella sua incredibile, inguaribile, incomensurabile, epica sfortuna. Che ogni volta ci fa dire «Provaci ancora Duck».

Le cannonate di Bava Beccaris sui milanesi armano la mano di Bresci

Enrico Silvestri - Dom, 05/05/2013 - 18:30

Tra il 6 maggio e il 9 maggio 1898 la città fu scossa dalla "protesta degli stomaci", moti popolari contro l'aumento del grano. Il re Umberto I mandò a domare la rivolta il vecchio generale piemontese che usò l'artiglieria, uccidendo almeno 300 persone. E due anni dopo il sovrano fu assassinato a Monza dall'anarchico toscano

All'inizio fu un aumento del grano da 35 a 60 centesimi al chilo, poco sulla carta, un'enormità per chi di fatto si nutriva di solo pane. E così scoppiarono le prime agitazioni, gli scioperi, le manifestazioni per quella che dovette passare alla storia la «protesta dello stomaco». Una protesta che si estese rapidamente in tutt'Italia raggiungendo toni particolarmente drammatici tra il 6 e il 9 maggio 1898 a Milano dove Bava Beccaris prese a cannonate la folla.

Cattura
E fu strage. Impossibile ancora adesso a distanza di quasi 120 anni, sapere quanti furono i morti. La prefettura ne accertò 88 ma per le forze d'opposizione furono molti di più: i numeri presero a rimbalzare a 118, poi 300, forse la stima più attendibile, quindi 800 fino a diventare mille in un canzone popolare.

L'unica cosa certa che dopo le «quattro giornate di Milano» del 1898, per l'opinione pubblica, non solo di sinistra, l'anziano ufficiale diventò un brutale sicario e Umberto I il suo mandante. L'odio popolare crebbe nei mesi successivi fino a quando, il 29 luglio 1900, l'anarchico Gaetano Bresci «vendicò» le vittime milanesi con tre colpi di pistola che colpirono il sovrano a spalla, polmone e cuore. Chiudendo una vicenda iniziata nella primavera di due anni prima.

Nell'aprile del 1898 infatti l'aumento del costo del grano, causato dagli scarsi raccolti, fece esplodere la proteste in diverse piazze italiane. Le prime agitazioni ebbero luogo in Romagna e Puglia il 26 e 27 aprile, per poi estendersi a macchia d'olio e in forma sempre più accesa, nel resto del Paese, tanto da indurre il governo a decretare lo stato d'assedio per Firenze il 2 maggio e per Napoli, due giorni dopo.

A Milano il malcontento esplose il 6 maggio all'ora di pranzo, quando la polizia fermò in via Galilei alcuni operai della Pirelli sorpresi a distribuire volantini contro il governo presieduto Antonio Starabba, marchese di Rudinì, rappresentante della destra storica. Gli arrestati furono poi rilasciati ma ormai la tensione era salita alle stelle e alle 18.30 una folla di un migliaio di persone prese d'assedio la Questura, allora in via Napo Torriani. Partirono i primi colpi d'arma da fuoco che ferirono mortalmente due manifestanti e un poliziotto. Il 7 maggio fu dichiarato lo sciopero generale che ben presto divenne rivolta aperta e dai cortei si passò alle barricate a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. Il governo decretò lo stato d'assedio anche per Milano, nominando al generale Fiorenzo Bava Beccaris Regio commissario straordinario.

Ufficiale di carriera, 67 anni, reduce delle guerre di Crimea e della seconda e terza d'Indipendenza, mise il suo quartiere generale sul sagrato del Duomo, decidendo di muoversi come in un campo di battaglia. E come in un campo di battaglia misurò le forze in campo, 4mila tra soldati e agenti di polizia per contenere 30/40mila mila manifestanti e passò all'azione. Inizialmente fece intervenire la cavalleria, ma le barricate ostacolavano le cariche e presto l'azione si disperse in mille piccoli scontri. L'8 maggio gli scontri ripresero. A Porta Ticinese venne eretta una barriera che avrebbe respinto qualsiasi attacco, anche per la presenza di centinaia di manifestanti.

E Bava Beccaris rispose con i cannoni. I pezzi caricati a mitraglia della 2° batteria a cavallo spazzarono la piazza, provocando un numero imprecisato di morti e feriti, ma soprattutto lo sbandamento dei dimostranti. Tanto che in serata Beccaris potè telegrafare a Roma che la rivolta si poteva considerare domata. Gli scontri invece continuarono anche il 9 maggio, con scariche di fucileria da entrambe le parti. Così il vecchio generale decise di ricorrere nuovamente ai cannoni con i quali venne abbattuto il muro di cinta del convento dei Cappuccini di viale Piave dove si sarebbero rifugiati alcuni rivoltosi.

L'uso spregiudicato dell'artiglieria piegò effettivamente la rivolta, causando però un bagno di sangue mai quantificato. Secondo la Prefettura, le vittime accertate furono 88, 400 i feriti mentre secondo il cronista e politico repubblicano Paolo Valera, sarebbero state almeno 118 e i feriti oltre 400. Alcune fonti fecero salire il numero dei morti prima a 300, forse la stima più probabile, altre addirittura a 800. Per evitare conseguenze infatti molti familiari di morti e feriti non denunciarono i decessi né portarono i parenti all'ospedale.

Tra i soldati invece ci sarebbero stati due morti: uno si sparò accidentalmente, l'altro fu fucilato sul posto per essersi rifiutato di aprire il fuoco sulla folla. La sanguinosa repressione fruttò a Fiorenzo Bava Beccaris, poi passato alla storia come «il macellaio di Milano», la croce di Grande Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia il 5 giugno e la nomina a Senatore il 16. Negli anni Dieci fu un accanito sostenitore dell'entra in guerra dell'Italia quindi, fascista convinto, tra i primi a suggerire a Vittorio Emanuele III la nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio.

Nel frattempo però i riconoscimenti all'ufficiale avevano scavato un solco tra la monarchia e ampi strati della popolazione che mai avevano particolarmente amato quel sovrano. Umberto I era già scampato a un primo attentato il 17 novembre 1878 a Napoli, quando l'anarchico Giovanni Passannante tento di colpirlo con un coltello al grido «Viva Orsini, viva la repubblica universale». Il re parò il colpo con la spada, rimanendo lievemente ferito. Un'aggressione analoga il 22 aprile 1897 a Roma da parte di un altro anarchico Pietro Acciarito ma ancora una volta Umberto I si accorse in tempo dell'agguato e schivò il colpo.

Nulla potè però il 29 luglio 1900 quando un terzo anarchico, Gaetano Bresci, si avvicinò alla carrozza che lo stava trasportando a Monza per cerimonia di chiusura del concorso ginnico della sportiva «Forti e Liberi». Quel giorno infatti faceva un gran caldo e il re aveva rinunciato alla cotta di maglia di ferro, una sorta di giubbetto anti proiettile anti litteram. Bresci gli si parò contro colpendo il monarca con tre proiettili. Umberto I riuscì a mormorare «Avanti, credo di essere ferito» poi svenne e quando arrivò alla villa Reale era ormai privo di vita. I morti della protesta dello stomaco di due anni prima a Milano erano stati vendicati.

29 marzo 1516, a Venezia nasce il primo ghetto ebreo

Enrico Silvestri - Mer, 27/03/2013 - 19:10

Il 29 marzo 1516 il senato veneto obbligò gli ebrei a vivere in un quartiere dotato di due porte, aperte al mattino e chiuse la sera. La zona ospitava una fonderia, da qui il termine "geto", presto adottato in molte altre città italiane ed europee. Sconfitta da Napoleone, la Serenissima fu poi anche la prima nel 1797 a cancella questa orribile istituzione

Venezia, terra di libertà, democrazia grazie ai suoi mille anni di repubblica, capitale della musica e dell'editoria, nasconde un terribile «segreto»: il 29 marzo 1516 fu la prima città a chiudere gli ebrei in un ghetto.

Cattura
Anzi il termine deriva proprio dalla deformazione di una parola veneziana «geto», poiché il luogo scelto ospitava un'antica fonderia. Con il tempo altri ghetti vennero poi aperti in Italia e nel resto d'Europa, diventando presto sinonimo di emarginazione ed esclusione. Fino a quando vennero aperti, o chiusi a secondo dei punti di vista, dalla ventata napoleonica alla fine del Settecento. E ancora una volta la Serenissima precedette tutte le altre città: fu la prima a cancellare questa vergogna.
Venezia come molti altri centri europei, iniziò assai presto a ospitare gli ebrei erranti, primi insediamenti sono infatti documentati tra il IV e il V secolo. Una comunità rimasta per quasi un millennio in perfetto equilibrio, convivendo pacificamente con il resto della popolazione.

La situazione precipitò dopo il 1492 quando i cattolicissimi re di Spagna Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castglia ultimarono la «reconquista». Il 2 gennaio di quell'anno infatti cadde Granada l'ultimo califfato arabo oltre le colonne d'Ercole. Boabdil, governatore della città, venne cacciato insieme agli altri mori, ma l'azione dei due Reyes Católicos non si fermò qui. Spostarono subito la loro attenzione verso la numerosissima comunità ebrea ordinando la conversione o la cacciata. Molti accettarono il diktat, diventarono «conversos», o «marrani» termine che all'inizio non aveva nulla di spregiativo, altri invece lasciarono il Paese.

Iniziò così la peregrinazione degli ebrei sefarditi, da Sefar, nome con cui definivano la Spagna, che si dipanò lungo il nord Africa, la Turchia, i Balcani e l'Italia. All'inizio del Cinquecento dunque a Venezia il numero degli israeliti iniziò a crescere in maniera tumultuosa. In quel periodo infatti si rifugiò in laguna anche Grazia Nasi, alias Gracia Miquez, alias Beatriz de Luna, vedova di Francesco Mendes, una delle donne più ricche e influenti del suo tempo. Denaro e influenza che usò per salvare molti ebrei dai pogrom che iniziavano a scoppiare in varie città europee.

Una presenza, e una potenza, che cominciò presto anche a destare qualche preoccupazione nei governanti veneziani così il 29 marzo 1516 il Consiglio dei Pregadi, il senato veneto, ordinò a tutti gli ebrei a concentrarsi in una determinata zona della città, chiusa da due porte da aprire al mattino e chiudere alla sera, quando non era dunque più permesso agli israeliti, di girare per calli e campielli. Come zona venne scelto un'ex fonderia, per questo chiamata «geto» che gli ebrei askenaziti, provenienti dal mondo germanico, pronunciavano però «ghetto».

Da lì non poteva uscire e neppure allargarsi, tanto che quando i residenti cominciarono a necessitare di maggior spazio dovevano ricavarlo, come poi avvenne in molti altri ghetti, in altezza. Sopraelevando le loro abitazioni, arrivarono così a edifici alti fino a otto piani, veri grattacieli per l'epoca. Una soluzione che però non bastò, tanto che il governo della Serenissima fu costretta ad aggiungere al Ghetto Vecchio, quello Nuovo e quello Nuovissimo.

Dopo Venezia, la soluzione venne adottata presto anche in altre città italiane: Ancora e Osimo, 1555, Bologna, 1566, Firenze, 1571. Nel Seicento non c'era grosso centro che non avesse il suo quartiere, dove rinchiudere gli ebrei. I ghetti rimasero attivi fino alla fine del Settecento quando Napoleone passò come un ciclone attraverso la pianura Padana. Fatta capitolare Venezia nel 1797, il futuro imperatore chiuse il ghetto, contemporaneamente a quelli di Padova, Verona e Reggio Emilia.

Poi toccò a Mantova, 1798, Gradisca, 1782, Gorizia e Trieste, 1784. Per gli altri, bisognerà attendere un altro mezzo secolo: il Piemonte e la Toscana li cancellarono nel 1848, L'Emilia Romagna nel 1859, le Marche nel 1861. L'ultimo fu quello di Roma nel 1870, quando le truppe piemontesi entrarono dalla breccia di Porta Pia e lo fece scomparire dalla storia, insieme allo Stato Pontificio e alla figura del Papa Re.