martedì 17 settembre 2013

IPhone 5s, impronte digitali e dita tagliate

Corriere della sera

Il lettore del nuovo smartphone di Apple funziona non solo come lettore ottico ma percepisce l'energia elettrostatica

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MILANO - Ora che l'iPhone 5S ha sdoganato il lettore d'impronte digitali una domanda si è fatta insistente: funziona con un dito tagliato? L'idea, peregrina e un po' splatter, è di quelle che appare in un istante e continua a baluginare nella mente. Dopotutto se la nostra preziosa appendice diventa l'ultimo baluardo per l'accesso a un device da 700 euro è poco probabile ma non impossibile trovare qualcuno disposto a privarcene. Tanto più se si pensa che al lettore sarà demandata la funzione di salvare tutte le nostre password, le informazioni per l'acquisto di libri e app, l'accesso all'home banking e alla nostra carta di credito. Il dito insomma inizia ad avere un valore.

IL CASO MALESE - Gli americani, sempre un po' paurosi e pronti a gridare allo scandalo, sono soliti citare la storia del malese K Kumaran che nel marzo scorso era salito alla ribalta delle cronache per un fatto simile: i ladri non solo gli avevano portato via la sua Mercedes classe S con lettore d'impronte ma per farla partire gli avevano tagliato l'indice con un machete, che era stato quindi usato come una chiave fatta di carne e sangue. Tutto ciò però per una vettura che valeva circa 70 mila euro.
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STIAMO TRANQUILLI - Certo, tra un'automobile e un cellulare la differenza è eloquente in termini di prezzo e comunque sia il problema è stato risolto dalla tecnologia: il dito deve essere attaccato per poter funzionare con il nuovo iPhone. Il lettore di impronte digitali Touch ID non è come i comuni sensori biometrici ottici, e non si limita a fotografare il dito ma si avvale di un sensore a radiofrequenze per rilevare gli strati subepidermici della pelle e l'energia elettrostatica che li attraversa. Solo se il dito è ancora vivo fa avviare lo sblocco del cellulare, altrimenti niente da fare. E le falangi ringraziano.


17 settembre 2013 | 17:29

Viale (Lega): "Kyenge era clandestina. Interdizione a vita"

Libero

La segretaria nazionale del Carroccio ligure chiede lo stop a vita alle cariche pubbliche: "Era una clandestina, oggi non può fare il ministro"


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Altro ruond tra la Lega Nord e Cécile Kyenge. Questa volta a salire sul ring politico è l’onorevole Sonia Viale, segretario nazionale della Lega Nord Liguria, che a Sanremo, durante l'apertrura della nuova sede cittadina del partito, ha chiesto l'interdizione perpetua dai pubblici uffici del ministro dell'integrazione: "Oggi un ex clandestino extra-comunitario può diventare Ministro della Repubblica perché i giudici della Corte Costituzionale nel 2011 hanno bocciato la norma del pacchetto sicurezza che impediva agli immigrati irregolari di sposarsi e di diventare cittadini italiani dopo due anni: mi sembra giusto che almeno non diventino Ministri.

Chiediamo pertanto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per chi ha commesso il reato di immigrazione clandestina”. L'appello delle Viale è comunque tarato e mirato sul ministro Kyenge. Pare infatti, come riferito nella riunione leghista di ieri, lunedì 16 settembre, che "l’oculista modenese, cittadina italiana dal 1994 dopo il matrimonio con Domenico Grispino, giunta nel 'Bel Paese' dal Congo, con una borsa di studio per proseguire gli studi di medicina e specializzarsi in oculistica, sia stata per un certo periodo in condizione di irregolarità. Condizione superata con la successiva sanatoria". Ma per la segretaria leghista non basta: lei vuole l'interdizione. Perpetua.

 (I.S.)

Condanna definitiva per Beppe Grillo, dovrà pagare 25mila euro all’ex sindaco di Asti per diffamazione

La Stampa

Nel 2003 l’ex comico diede del “tangentista” a Giorgio Galvagno, all’epoca parlamentare di Forza Italia

laura secci
asti


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La Corte di Cassazione, con ordinanza della sesta sezione civile resa nota oggi, ha respinto il ricorso di Beppe Grillo contro la sentenza della Corte d’Appello di Torino che aveva confermato la condanna inflitta in primo grado all’ex comico per avere diffamato nel 2003 l’ex sindaco di Asti Giorgio Galvagno, all’epoca parlamentare di Forza Italia, dandogli del “tangentista” durante un affollato spettacolo al Teatro Alfieri di Asti. “Le motivazioni saranno note nei prossimi giorni - ha dichiarato l’avv. Luigi Florio che ha difeso Galvagno in tutti e tre i gradi di giudizio - ma appare fin d’ora chiaro che la Suprema Corte non ha accolto la tesi difensiva che invocava per Grillo la discriminante del diritto di satira”.

“Le sentenze di primo e secondo grado - ha proseguito Florio - sono state assai precise nel puntualizzare che anche le espressioni offensive possono costituire satira purchè non siano, come è avvenuto in questo caso, oltre che inveritiere anche espressione di un comportamento meramente aggressivo”. L’odierno leader del Movimento 5 Stelle è stato così condannato in via definitiva a versare a Galvagno 25.000,00 euro più interessi dal 2003 a titolo di risarcimento del danno, oltre le spese legali di tutti e tre i gradi di giudizio.

Velo integrale, si o no?” Londra rilancia il dibattito

La Stampa

Mentre i politici si affannano a cercare una linea comune, una sentenza si ispira al compromesso: una teste musulmana potrà tenere il velo integrale in tribunale, ma dovrà levarlo durante la testimonianza.

claudio gallo
corrispondente da londra


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Il congresso di Glasgow, dove il partito liberal-democratico del “beautiful loser” Nick Clegg ha appena cercato faticosamente di rimettere insieme i cocci di due anni di governo con i Conservatori, rilancia potentemente il dibattito sul velo islamico in Gran Bretagna. Ha cominciato il sottosegretario all’Interno Jeremy Browne: “Sono istintivamente a disagio - ha detto al Telegraph - con la restrizione della libertà personale in materia religiosa, ma esiste un genuino dibattito se le ragazze debbano subire l’obbligo a indossare il velo in una società che considera i giovani non ancora capaci di decidere fino alla maggiore età su argomenti come l’alcol, il fumo, il matrimonio”. Insomma, dovrebbero decidere se mettere il velo quando saranno grandi.

Gli ha fatto eco Clegg che astutamente ha cambiato le carte in tavola, usando la parola “velo completo” al posto di velo per strappare gli applausi a 180 gradi. “Non è appropriato per gli studenti - ha spiegato - portare il velo completo in classe. Ma non può essere lo stato a dire come uno debba vestirsi”. Clegg per cercare di accontentare tutti si è infilato in una serie di aporie come le chiamano i filosofi, cioè affermazioni contraddittorie.

“Siamo una nazione libera - ha detto il vicepremier - non possiamo fare come altri paesi (la Francia, ndr) dove il parlamento dice come bisogna o non bisogna vestirsi”. Il problema, come ha suggerito Browne, è che se lo stato rimane neutro, il velo non è il frutto di una libera scelta ma è semplicemente imposto dalle famiglie. Si scontrano inconciliabilmente una concezione individualista della libertà, quella liberale,con un’altra comunitaria e chiusa, quella islamica. 

Ma con il trucco del “velo completo” Clegg può anche sostenere di essere contro il velo. Infatti: “Per quel che riguarda il velo integrale, possiamo dire che ci sono delle situazioni in cui è perfettamente ragionevole affermare che non è appropriato, come ad esempio nei controlli di sicurezza negli aeroporti, o nell’attività didattica nelle classi scolastiche”. 

Il caso del Birmingham Metropolitan College è istruttivo. Otto anni fa aveva bandito il velo integrale (niqab e burqa) ma qualche giorno fa una studentessa di 17 anni ha gettato nello stagno la parola magica: “discriminata”. Subito è partita una petizione che ha raccolto 8 mila firme in 48 ore. Così il bando è saltato. Cameron ha commentato con la stessa logica sdrucciolevole di Clegg, dicendo che avrebbe appoggiato il bando nella scuola dei suoi figli “ma a decidere devono essere le autorità scolastiche”.

Ieri un tribunale di Londra ha accettato di ammettere in aula come testimone una donna di 22 anni che non voleva togliersi il velo integrale. La sentenza salomonica è stata che la donna può tenere il burqa in aula ma deve scoprirsi il volto nel momento della testimonianza. Un colpo al cerchio e l’altro alla botte, nel villaggio globale.

Un commando di vegani attacca la festa degli arrosticini

La Stampa

Cavi elettrici tranciati e stand imbrattati: ”No ai mangia cadaveri”. Gli organizzatori: gesto di grave intolleranza

marco accossato


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Attacco vegano alla «Festa della Famiglia Abruzzese e Molisana» che si è tenuta lo scorso weekend a Sassi, in piazza Giovanni delle Bande Nere. Nella notte fra giovedì e venerdì l’allestimento è stato preso di mira da un gruppo di vegani che ha imbrattato i teloni con vernice indelebile e - soprattutto - tranciato i cavi elettrici. Il danno è stato ingente, ma l’assalto non ha fermato la festa, che si è tenuta regolarmente con il previsto enorme successo di pubblico: circa 8 mila le persone, in tre giorni di evento. 

È la prima volta - che si ricordi - che accade una cosa simile nel Torinese. L’obiettivo era evidentemente quello di fermare le cene a base di arrosticini, gli spiedini di carne di pecora tipici della cucina abruzzese. Per fortuna chi ha preso di mira tendoni e impianto elettrico ha fatto male i calcoli: la festa è iniziata venerdì sera e i volontari della Famiglia Abruzzese e Molisana sono riusciti a far sì che nulla saltasse nel programma e all’inaugurazione. Visto l’accaduto, sabato e domenica si è creato un servizio di sorveglianza, e anche i carabinieri - cui è stata sporta immediatamente denuncia - hanno sorvegliato perché non si ripetesse la contestazione.

Numerose le scritte lasciate sui tendoni. C’è anche lo slogan del gruppo: «Veganismo e Giustizia». E poi, rivolto a chi ha partecipato alla festa di chiusura dell’estate: «Mangia cadaveri». E anche la sigla «Alf», Animal Liberation Front. Carlo Di Giambattista, che da tre anni è presidente della Famiglia Abruzzese Molisana del Piemonte e della Valle d’Aosta, osserva le foto delle scritte vegane sui teloni e scuote la testa: «Io accolgo qualunque convinzione, non mangio carne rossa e ceno sovente nei ristoranti vegani. Ma non posso accettare questa forma di protesta, che mi ricorda altre proteste diventate violenza».

La notizia dell’assalto è stata diffusa soltanto ieri, a festa conclusa, per evitare nuovi rischi. L’incursione notturna dei vegani - o di chi ha firmato col nome «Veganismo e

La madre di Pantani: “E’ stato ucciso Ora devono riaprire l’inchiesta”

La Stampa

«In quell’albergo non era solo. Sono sicura che abbia dato fastidio a qualcuno perché parlava di doping»


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«Sulla morte di Marco ho ancora tanti dubbi, che vorrei fossero chiariti. Ho letto i faldoni del Tribunale e ci sono scritte cose non vere. Marco non era solo, nel residence di Rimini dove è stato trovato morto: con lui potevano esserci più persone. Ha chiamato i carabinieri, parlando di persone che gli davano fastidio e, dopo un’ora, è stato trovato morto». È l’urlo di dolore della madre di Marco Pantani, intervenuta a “Mattino cinque”, in onda su Canale 5. Il vincitore del Giro d’Italia e Tour de France nel 1998 fu trovato morto nel residence “Le Rose”, a Rimini, la sera del 14 febbraio 2004.

«Nella sua stanza sono stati trovati alcuni giubbotti che aveva lasciato a Milano, dal momento che, quando era arrivato in quell’albergo, non aveva bagaglio - prosegue Tonina Pantani -. Io chiedo la riapertura del processo, perché voglio spiegazioni, ricevere risposte. Voglio sapere com’è morto. Il dubbio più grande è che possano averlo ucciso. Secondo me, Marco aveva pestato i piedi a qualcuno, perché lui quello che pensava diceva: parlava di doping, diceva che il doping esisteva».
L’avvocato Antonio De Rensis, legale della famiglia Pantani, ha aggiunto: «Noi partiamo da una rilettura dei fatti, pensando che, alla fine, andremo nella stessa direzione delle indagini, senza tesi precostituite. Se ci saranno zone d’ombra andremo avanti senza guardare in faccia nessuno». 

La tredicesima, il mese in più Dallo shopping alla «riserva» per il mutuo

Corriere della sera

Con la crisi numerose piccole imprese hanno chiesto crediti per pagare le tredicesime

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Da «bonus» per i regali di Natale a ultima risorsa per pagare tasse e mutui. La percezione della tredicesima è cambiata parecchio negli anni ma ogni volta che si parla di possibili provvedimenti su questa fetta di retribuzione aggiuntiva, la più diffusa fra lavoratori dipendenti e pensionati, viene scossa la sensibilità collettiva: del resto Riccardo Bacchelli ne scrisse come «ebbrezza nazionale». Non stupisce perciò che resti nel cuore di tutti nonostante l'entusiasmo si sia attenuato fino a perdersi nelle preoccupazioni.

Così le indiscrezioni che circolano su una detassazione che, secondo alcune stime, potrebbe far lievitare nel 2014 la «busta in più» di 100 o anche 300 euro (secondo i redditi), hanno alimentato nuove speranze. Forse più che per il valore dei soldi attesi, per molti destinati a volar via in fretta e non certo in euforici colpi di shopping, per il sapore natalizio ancora attribuito alla tredicesima. Nata appunto come gratifica elargita liberamente dal datore di lavoro in occasione delle festività, diventa elemento significativo del welfare fascista nel 1937 quando viene introdotta nelle retribuzioni degli impiegati dell'industria.

Nel '46 viene estesa agli operai e, ancora prima che nel '60 diventi "patrimonio" di tutti, entra già nelle mire di chi cerca risorse: nel luglio 1948 il ministro del lavoro Amintore Fanfani presenta un disegno di legge che dispone l'accantonamento («risparmio») di una parte delle tredicesime per finanziare il piano casa.Fonte a cui attingere nella Ricostruzione, la busta aggiuntiva che Luigi Einaudi definisce «uno stipendio comico e immaginario», diventa con la validità «erga omnes» il simbolo del boom economico. Italo Calvino racconta di Marcovaldo che, facendo conto «di quanto gli spettava a fine mese tra tredicesima mensilità e ore straordinarie, immagina di poter correre anche lui «per i negozi a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare».

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Sono ricordi lontani. Già negli anni Settanta il vento è cambiato e da allora l'austerità si accanisce sulla tredicesima con ripetute voci di tassazione, abolizione, riduzione, compressione e solo qualche volta il destino appare generoso con l'amata gratifica. Ma non sono solo i rumor (nella maggior parte dei casi destinati a restare tali) a infastidire chi attende la busta di Natale. Inflazione, fisco, erodono redditi e risparmi e si mangiano ciò che lo Stato non divora per provvedimento. Già nei primi anni Novanta di parla di «tredicesima da dimenticare» e consumi-extra per regali in calo ogni anno in percentuali a due cifre. Nel 1997 la distribuzione della «gratifica» ai dipendenti pubblici è salvata in extremis dalla revoca di uno sciopero in Bankitalia, programmato proprio per il 18 dicembre.

Con la crisi recente, che vede le piazze infiammarsi in Grecia e Spagna anche sul caldo tema delle tredicesime pubbliche (e private), tremano più volte i 18-20 milioni di lavoratori e pensionati italiani che incassano con la tredicesima oltre 40 miliardi. Nel luglio 2010 Silvio Berlusconi ha dovuto smentire «nella maniera più assoluta» il taglio della tredicesima a polizia, carabinieri, magistrati, professori universitari, prefetti e diplomatici.

E nel luglio 2012 anche il governo Monti deve assicurare pubblicamente che non è previsto il congelamento delle tredicesime per i dipendenti pubblici. Nel frattempo però nuovi pericoli arrivano da recessione e credit crunch: per poterle pagare a Natale si moltiplicano le richieste di prestiti da parte delle piccole imprese, ma le banche tirano il freno. E le stime sulla loro destinazione diventa meno «gaia»: secondo Confesercenti in un solo anno sono stati sottratti ai «regali» 700 milioni, mentre sono aumentati di oltre 600 i milioni utilizzati per pagare conti in sospeso e mutui. Quel che si può va infine a rimpiazzare risparmio perduto. Marcovaldo oggi non correrebbe per negozi.

Andrebbe in banca.
17 settembre 2013 | 12:27

Voti pubblici, dati protetti. E con i tablet ci vuole intelligenza

Corriere della sera

Le raccomandazioni del Garante in attesa di nuove linee guida

Tablets in classe per lezioni multimediali, videofonini per registrare i momenti più interessanti, e poi classi 2.0, sempre connesse al resto della realtà esterna per non perderne un solo passaggio. Ma nell’epoca dell’informatizzazione della scuola, come si proteggono gli studenti dall’invadenza nella loro sfera personale? Qual è il confine tra modernità tecnologica e privacy personale?  L’Autorità garante per la protezione dei dati personali ha più volte preso in esame il tema, ma la momento non c’è chiarezza sulle regole in molte scuole e tra genitori e studenti che spesso non sanno rispondere a domande come questa: i voti sono pubblici o riservati? Proviamo a fare il punto partendo proprio dalle raccomandazioni del Garante per la privacy.

Liste ed elenchi – In origine è stata la pubblicazione dell’elenco dei bambini che non avevano diritto alla mensa scolastica perché i genitori risultavano morosi nel pagamento delle rette: comportamento scorretto, censurato più volte dal Garante. Poi sono diventate le liste dei bambini che hanno diritto al servizio di scuolabus. Di più: dei bambini, con tanto di nome e cognome, fermate e orari. A Sant’Agnello, Comune di Sorrento, hanno gridato qualche giorno fa allo scandalo: “Ci mancava solo che pubblicassero il gruppo sanguigno dei nostri figli”, hanno protestato i genitori temendo che malintenzionati approfittassero della lista per molestare i propri figli. L’elenco è stato subito ritirato, ma la polemica ancora è in atto. Il Comune di Roma l’anno scorso se l’è cavata con meno clamore: dopo la pubblicazione delle liste dello scuola bus, ritirata dopo una segnalazione, ha pagato senza replicare i 20 mila euro di multa al Garante e ha chiuso la faccenda.

La conclusione è comunque identica: questi dati, che riguardano dettagli privati sugli studenti, non devono essere pubblicati. Moduli di iscrizione e questionari – Le informazioni sul rendimento scolastico degli studenti, i voti, in generale sono pubbliche. Ma tutte le altre no. Per richiedere l’iscrizione all’istituto scolastico, non è necessario che vengano richiesti così tanti dati “sensibili” sugli studenti, come informazioni relative alla salute, alle convinzioni religiose e politiche, all’appartenenza etnica. Il trattamento di queste notizie, in ogni caso, richiede un’attenzione particolare, e gli interessati devono essere sempre informati su qual è lo scopo per cui quelle informazioni vengono raccolte, a chi saranno divulgate, come saranno conservate per essere tutelate adeguatamente.

Le domande personali rivolte alle famiglie e agli studenti non devono mai essere eccedenti, e devono essere sempre ed esclusivamente utilizzate per i fini relativi all’attività scolastica, come prescrive il regolamento sui dati sensibili adottato dal ministero dell’Istruzione : quindi va bene fare domande agli studenti per orientarli sul loro futuro, per facilitarli nella ricerca del lavoro, per indagini e ricerche. Ma purché i ragazzi e le famiglie siano sempre ben consapevoli su scopi e usi dei dati: attenzione alle schedature collettive. I social network – Permettono di essere sempre connessi dovunque, di condividere con amici e conoscenti stati d’animo, fotografie, eventi, posti: ma il rischio che quelle informazioni vengano diffuse oltre il tempo e lo spazio che un ragazzo possa desiderare, o usate in maniera distorta, è enorme.

Per questo il Garante ha dedicato al tema una campagna pubblicitaria, dal titolo esplicativo “Connetti la testa”, con un video e un opuscolo di consigli per usare al meglio Facebook, Twitter, Myspace e simili. Perché la vera arma che hanno gli studenti per difendersi è proprio quella di usarli con cautela e intelligenza. Condividere con gli amici il fatto di aver bevuto troppo ad una festa, può diventare un’informazione poco lusinghiera se ne vengono a conoscenza insegnanti e futuri datori di lavoro. E la possibilità che questo accada, per il tam tam in rete, deve essere sempre presa in considerazione. Tanto più che è molto difficile ottenere la cancellazione totale delle foto o delle informazioni messe on line, anche a distanza di anni. “Taggare” un amico in una foto può ledere la sua dignità, se quella foto lo ritrae in una situazione delicata o compromettente.

Concedere l’amicizia a chiunque la chiede, senza approfondire la sua identità, può essere pericoloso: dietro un profilo si può nascondere un fake, un’identità fasulla, che può avere come scopo quello di irretire, ingannare, carpire segreti o informazioni o fotografie. Uno strumento fondamentale è la privacy policy, o impostazioni sulla privacy, che vanno modulate in base alle proprie esigenze. Un esempio su tutti: lo studente può decidere che prima di far apparire una foto o un commento sulla propria bacheca, il sistema chieda la sua autorizzazione. Con questa semplice accortezza può evitare di trovarsi in situazioni imbarazzanti o essere insultato, innescando catene di molestie. Le password- Una parola chiave diversa per entrare nella mail, nel social network preferito, nei siti dove si gioca.

E’ la regola che ogni studente dovrebbe adottare, ricordando di non confidare la propria password ad amici e conoscenti per nessuna ragione. E’ frequente che accada tra ragazzi, ma un’amicizia finita male o un amore stroncato possono rendere quella password un’arma letale nelle mani di una persona delusa e desiderosa di vendetta. Un altro suggerimento utile: mai inserire nelle password i propri dati personali, come date di nascita o classi di appartenenza. Troppo facilmente rintracciabili.
Dal videofonino al tablet- E’ dal 2003 che il Garante interviene per disciplinare l’uso di apparecchi che, oltre a permettere conversazioni tra privati, consentono di riprendere immagini e video, e di inviarle ad altri. La discriminante, fin da allora, è stata individuata nell’uso personale del mezzo e delle informazioni raccolte: in pratica, se le immagini, le parole, le conversazioni, sono usate a fini personali, non c’è violazione del Codice della privacy.

Ma se quei dati vengono diffusi a terzi, allora senza il loro consenso lo studente può essere colpito da sanzioni disciplinari, multe o addirittura essere denunciato. Attualmente, è il dirigente scolastico a stabilire e regolamentare l’uso dei telefonini nella scuola di cui è responsabile. Ma in ogni caso, vale la regola che se lo strumento è usato per registrare lezioni, comunicare con la famiglia, o diffondere dati nel rispetto delle persone, è da considerarsi lecito. Mentre non si possono per nessun motivo diffondere immagini, video o foto sul web senza il consenso delle persone coinvolte. Quindi: si alle foto alle recite e durante le gite, ma prima di diffonderle bisogna essere sicuri che tutti i soggetti ritratti siano d’accordo.

Il registro on line- Se le presenze si raccolgono in rete, la pagella è elettronica, e pure le iscrizioni avvengono on line, la prudenza non è mai troppa: il Garante auspica “adeguate misure di sicurezza e protezione dei dati”, ma forse qualche regola più precisa, nelle linee guida che l’Authority ha annunciato per tutelare la privacy scolastica, andrebbe adottata. La competenza tecnologica di alcuni studenti è straordinaria, e la possibilità di modificare dati che riguardano la propria valutazione potrebbe renderla anche più raffinata. Meglio evitare di correre ai ripari quando è troppo tardi. Telecamere e impronte digitali-

Per assicurare la sicurezza negli edifici scolastici, possono essere installate telecamere di sicurezza, purché siano segnalate, funzionino solo negli orari di chiusura degli istituti e cancellino le immagini dopo 24 ore. Mentre non è lecito usare metodi biometrici, cioè di riconoscimento delle impronte digitali, per identificare docenti e ausiliari tecnico-amministrativi. Si tratta di un sistema autorizzato solo per gravi motivi di sicurezza, e non semplicemente per controllare le presenze dei lavoratori.

16 settembre 2013 (modifica il 17 settembre 2013)

Chiudi il rubinetto!», la campagna contro lo spreco di acqua

Corriere della sera

Da quest'anno si vota in rete il progetto di sostegno nei Paesi in via di sviluppo

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C'è chi ha scelto cinque pozzi nuovi perché pensa a un’operatività più libera. Oppure, chi ha votato l’acquedotto perché intravede la possibilità di accesso all’acqua a più persone e una superficie irrigabile maggiore. Infine, c’è chi pensa sia più importante portare l’acqua e i servizi igienici ai bambini della scuola. È su internet che si stanno esprimendo le preferenze tra tre progetti idrici dell’organizzazione no profit African Medical and Research Foundation (Amref) da realizzare in Kenia, in gara per l’edizione 2013 di Chiudi il rubinetto.

CHIUDI IL RUBINETTO - È la campagna di sensibilizzazione ideata quattro anni fa da Aquafresh, dopo aver fatto qualche conto sull’impronta idrica lasciata sul pianeta dal loro dentifricio di punta. Studi che, negli anni, sono diventati il tramite per informare i consumatori su come l‘acqua sia sprecata. A partire da quella utilizzata mentre ci si lava i denti. Ma anche per fare qualcosa di concreto come opere strutturali, legate alle risorse idriche, nei Paesi del Terzo mondo. Tra cui il progetto da realizzare quest’anno che, per la prima volta, si sceglie direttamente in rete.

ACQUA SPRECATA - Pesante, del resto, il bilancio dello spreco idrico nelle abitudini quotidiane. Al punto che, analizzando l’intera impronta idrica di un dentifricio — dalla fabbrica al lavandino — ci si è resi conto che ben il 99% di 281 litri di acqua viene utilizzato mentre ci si lava i denti. Di cui la metà, secondo lo studio dell’agenzia britannica Wsp, utilizzata proprio nella fase del lavaggio. Ossia lasciando scorrere l’acqua dal rubinetto aperto senza farne niente. Una cattiva abitudine che, secondo gli esperti, se fosse corretta farebbe risparmiare 4 litri di acqua a ogni lavata di denti.

SPERANZE FUTURE - Un numero non da poco, che pare impressionare positivamente soprattutto i bambini, destinatari principali delle campagne di sensibilizzazione sul tema dell’acqua. Campagne sempre più presenti nelle nostre scuole e agganciante a eventi mondiali, ad esempio la Giornata dell’acqua che si celebra il 22 marzo. «I bambini», racconta Ioana Fumagalli di Amres, «stanno diventando sempre più consapevoli dello spreco delle risorse idriche. E spesso il loro entusiasmo può diventare il primo passo per cambiare le cattive abitudini dell’intera famiglia». Un sistema possibile anche per la loro alta capacità di apprendimento. E che permette a concetti importanti di restare indelebili. «A proposito di denti», scherza Fumagalli, «io me li lavo ancora nel modo in cui mi era stato spiegato da una dentista alle elementari».

AZIONE - Vera e propria chiamata all’azione, non solo per i bambini, la campagna Chiudi il rubinetto 2013. Che, per la prima volta dalla sua ideazione, per stimolare ulteriormente la sensibilità idrica, offre alle persone di scegliere su internet un progetto su tre legato all’acqua da realizzare in Kenia. Accanto alla descrizione di ogni progetto, è possibile aggiungere il proprio voto in una maniera molto simbolica: versando una goccia-preferenza all’interno di una tanica virtuale. E che, alla fine di ottobre, decreterà il vincitore.

I PROGETTI IN GARA - Legati all’acqua e al suo utilizzo, i tre progetti in gara proposti da Amref nel territorio keniota. E indirizzati alle comunità del Kitui e alla scuola di Midodomi. La scelta potrebbe essere la costruzione cinque pozzi di superficie nei villaggi per ridurre la distanza dell’approvvigionamento. Oppure, la costruzione di 5 km di canalizzazioni per irrigare le coltivazioni e rendere accessibile l'acqua a più persone. Infine, potrebbe anche essere il progetto di portare l’acqua potabile dentro a una scuola. «Al momento», anticipa Fumagalli, «è in testa la canalizzazione. Una scelta meno prevedibile, ma che nel caso consentirà di far partire anche altri lavori sul territorio come, ad esempio, la coltivazione di prodotti alimentari».

GOCCIA A GOCCIA - Interventi con il sapore di manna per luoghi in cui la carenza di acqua potabile ha il carattere dell’emergenza cronica, dato il collegamento stretto con il problema della siccità e il fatto che l’80% del territorio è da considerarsi arido. E dove la maggior parte delle famiglie ha a disposizione soltanto 10 litri di acqua al giorno, contro i 300 di quelle europee. «La sostenibilità», conclude Fumagalli, «in questi Paesi è un tema forzato visto la scarsità delle risorse. Per questo quando costruiamo nuove strutture, ad esempio un pozzo, è necessario spiegare alle popolazioni il suo funzionamento per la manutenzione. Anche perché sanno già da soli che nemmeno una goccia d'acqua può essere sprecata».

16 settembre 2013 (modifica il 17 settembre 2013)

Pika, il coniglietto dell'Himalaya che fa il termometro vivente: ecco perché

Il Mattino


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KATMANDU - Si chiama Pika è un piccolo mammifero imparentato con il coniglio e la lepre, vive sull'Himalaya e dal 1999 è considerato un vero e proprio "termometro del mondo". Ogni volta che la temperatura si alza, lui si sposta più in alto: seguendo i suoi spostamenti, gli scienziati stanno ricostruendo l'andamento del riscaldamento terrestre.

Esistono ben 30 specie di Pika: 28 vivono in Asia, tra altitudini comprese tra i 2300 e i 6400 metri. Katie Solari, collaboratore nel Langtang National Park, in Nepal, commenta: ''Il pika è capace di mantenere una temperatura interna relativamente alta, attorno ai 40 °C, anche nel freddo più rigido, e non va in letargo, grazie alle caratteristiche uniche del suo metabolismo e ad un particolare sistema di regolazione della temperatura che gli consente di produrre il calore di cui ha bisogno all’interno di un tipo speciale di tessuto adiposo chiamato 'grasso marrone'. Non sappiamo ancora con esattezza dove risieda il segreto genetico del pika, forse nei meccanismi di respirazione cellulare oppure nella sua emoglobina', conclude.

 
martedì 17 settembre 2013 - 12:34   Ultimo aggiornamento: 12:35

Le “scie chimiche” la leggenda di una bufala

La Stampa

silvia bencivelli


Come una storia inventata da due truffatori americani nel 1997, per colpa dell’irrazionalità e dell’antiscienza, è diventata un articolo di fede


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È una bufala volante, che percorre i nostri cieli da più di quindici anni. Una bufala minacciosa, che parla di sostanze chimiche rilasciate tra le nuvole da misteriosi aeroplani scuri, per avvelenare l’aria e provocare, addirittura, genocidi. Eppure è una bufala di cui sappiamo tutto, vita, morte e miracoli: da quando fu lanciata su internet da una maldestra banda del buco, a tutte le volte che è stata smentita al di là di ogni dubbio sensato. È la storia delle cosiddette scie chimiche, rilanciata su internet con la caparbia irragionevolezza dei complottisti e la complicità (ingenua?) dei politici di mezzo mondo. Oggi continua a spaventare, probabilmente ad arricchire qualcuno, e sicuramente a far sghignazzare molti altri. Ma, come tutte le bufale che si rispettino, ha una storia lunga e istruttiva.

Il padre delle scie chimiche si chiamava Richard Finke: non era uno scienziato, né un esperto di aeronautica, non aveva nessuna competenza in ambito di spionaggio. Però si mise in società con un certo Larry Wayne Harris che aveva aperto un’ambiziosa ditta di consulenza contro gli attacchi terroristici (la LWH Consulting). Era il 1997: i due, per farsi pubblicità, cominciarono a spammare email in cui annunciavano l’imminenza di un attacco. Ma le cose andarono male, il batterio della peste bubbonica non si fece vedere, e i due non si procurarono clienti. Fu così che Finke passò al contrattacco e scrisse a una mailing list sul bioterrorismo la seguente mail (questa è la versione riportata dal giornalista cacciabufale, o debunker, Jay Reynolds):

“Il direttore di Aqua-tech Environmental… rivela oggi di aver trovato 1,2-dibromoetano (una sostanza molto tossica e cancerogena, ndr) in campioni di acqua… raccolti da contadini di Maryland e Pennsylvania. … La sostanza sembra essere mescolata al carburante degli aerei e dispersa costantemente nei nostri cieli. Le linee che riempiono i nostri cieli non sono scie di condensazione: vengono disperse e possono durare ore, rilasciando lentamente il flagello”. Il titolo, in perfetto stile complottardo, era scritto in maiuscolo, cominciava con Genocide on a wholesale (genocidio all’ingrosso) e conteneva la bellezza di cinque punti esclamativi su quindici parole.

La bufala cominciò così a volare. Finché nel 1999 non trovò una legittimazione mediatica in un programma radiofonico dedicato a complotti e ufologia, Coast to Coast AM di Art Bell, grazie a William Thomas, un giornalista americano che tuttora ha un sito internet sulle chemtrails (cioè le scie avvelenate) e tuttora scrive libri sul tema. La sua homepage lancia oggi skyder alert: il primo social network per appassionati di scie chimiche che può essere scaricato sugli smartphone e permette di inviare foto del cielo solcato da strisce bianche direttamente ai propri politici di riferimento.

Sì, perché le principali prove dell’esistenza del fenomeno sono, al momento, fotografie del cielo. Cieli azzurri o grigi, di campagna o di città, su cui si vedono coppie di strisce bianche che si allargano poi si dissolvono in fiocchi o in strie, che si intrecciano e si confondono fra loro. Solo con una rapida ricerca su internet se ne trovano a centinaia, forse migliaia, sono state scattate in tutto il mondo dai fautori della cospirazione aerea internazionale. Ci sono poi le fotografie dei velivoli che le rilascerebbero e, in Italia, dei cosiddetti elicotteri neri: secondo gli esperti di fotografia, sono solo foto controluce di normali elicotteri. Ma per i seguaci del complotto sarebbero strumenti del grande progetto di diffusione delle scie chimiche, che di volta in volta controllerebbero il territorio o disperderebbero le sostanze tossiche.

Del resto, si scopre che esisterebbero anche aerei bianchi, deputati a spruzzare sostanze tossiche ad alta quota. Per gli esperti di aeronautica, bella scoperta: quasi tutte le livree degli aerei sono bianche, soprattutto sulla pancia, e tutte, viste dal basso, soprattutto in condizioni di aria umida, ai nostri occhi appaiono più chiare di quanto non siano e perdono i dettagli. Infatti, guarda caso, aerei bianchi ed elicotteri neri non avrebbero finestrini. Volendo esagerare, tra le varianti più bizzarre della teoria si deve anche segnalare la presenza di aerei invisibili, dei quali ovviamente non esistono foto, e talvolta addirittura di scie chimiche invisibili.

Nella loro versione tradizionale, però, le scie chimiche vere e proprie sarebbero bianche e si riconoscerebbero dalle normali scie di condensazione degli aerei perché più spesse, più durature e genericamente insolite e sospette. Sarebbero anche recenti, cose degli ultimi vent’anni, a dispetto di documenti fotografici risalenti alla guerra civile spagnola e alla seconda guerra mondiale che mostrano il cielo striato dalle tracce dei bombardieri.

Oltre a Jay Reynolds, anche i debunker nostrani del Cicap, come Simone Angioni, chimico dell’università di Pavia, si sono messi a dare spiegazioni. In sostanza la sintesi è questa: “l’atmosfera è un fluido non omogeneo, in continuo mescolamento, e le condizioni di temperatura, umidità e pressione variano anche nel giro di poche decine di metri, come variano i forti venti di quelle altitudini”. Per cui il gas di scarico degli aerei forma scie di condensazione che non hanno sempre lo stesso aspetto e la stessa durata. “In generale, perché si formino ci vogliono temperature basse, quindi l’aereo deve trovarsi ad alta quota”. Ma quanto alta? “Dipende”. E, comunque, è impossibile misurare l’altezza di un aereo a occhio, o con strumenti grossolani, qui da terra.

Poi c’è la questione del contenuto delle scie chimiche: di che cosa sarebbero fatte? Di un sacco di cose. “Dal bario ai virus, da nanoparticelle a strani vaccini, da pesticidi tossici a misteriosi protozoi, fino a Ogm alieni”, spiega Angioni. Alcuni siti portano a sostegno della teoria analisi chimiche condotte su campioni di terra, di acqua, di materiali biologici, raccolti sotto la scia, in verticale, come se le polveri cadessero per terra, da dieci chilometri di altezza, giù a piombo.

Molte di queste analisi riferiscono di concentrazioni di elementi chimici come il silicio, il bario e l’alluminio in linea con la normale presenza di questi elementi nel suolo terrestre. Per qualcuno, di recente, c’è anche il sospetto di un complotto internazionale per indurre modifiche climatiche con microparticelle metalliche o cose simili, che nasce dalla confusione con esperimenti veri, e pubblici, di modifica di microcondizioni climatiche. Ma in sostanza, niente di dimostrato e niente, alla fine, di veramente spaventoso. Solo una bufala che vola.

Eppure, si contano innumerevoli interrogazioni parlamentari che l’hanno sollevata, anche in Italia (l’ultima nel dicembre 2012 e la penultima nel 2011, presentata dall’onorevole Domenico Scilipoti), e poi trasmissioni televisive come Voyager e radio generalmente dedicate ad altri tipi di temi che non la scienza, come Radio Deejay. “Non è un vero business – precisa Angioni – piuttosto serve ad avere l’attenzione dei media e del pubblico, fino alla prima serata in tv”.

Altrettanti sono stati i relativi chiarimenti emessi dagli organi tecnici e scientifici, nell’inane sforzo di far fuori la bufala. Ci si è messo anche il debunker Paolo Attivissimo, che sul suo sito pone un legittimo dubbio: chi sarebbe tanto fesso da distribuire agenti tossici in aria, attraverso scie bianche in campo azzurro (quando di notte le stesse sarebbero invisibili) pur sapendo che, oltre alle sue vittime, anche lui stesso li respirerebbe?

Nonostante tutto, la bufala delle scie chimiche continua a viaggiare indisturbata. Perché? Secondo Angioni, per una ragione molto umana: “la convinzione di essere i salvatori del mondo è appagante, soprattutto se si può diventare eroi restando comodamente seduti alla propria scrivania. Mentre rivedere le proprie convinzioni significa tornare alla dura realtà. Così molti preferiscono rimanere nel mondo delle cospirazioni globali”. Quello in cui le bufale volano, per esempio.

Diritti Mediaset, irregolare il collegio di giudici che ha condannato Berlusconi

Libero

Tra le toghe c'era anche un giudice civile, presenza non ammessa nei procedimenti penali dall'articolo 67 dell'ordinamento giudiziario. Due avvocati romani presentano ricorso alla Cassazione


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Salta fuori una nuova magagna nella vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale sui diritti Mediaset. Ed è una magagna non da poco. Il collegio di toghe della sezione che ha giudicato il Cavaliere era irregolare e la sentenza di condanna nei suoi confronti è da annullare. Per questo, l'avvocato Daniele Morelli e il dottor Fabrizio Benedettini dello studio legale romano Morelli & Partners hanno presentato ricorso contro la sentenza al procuratore generale della Cassazione. Il punto è che una delle toghe che componevano il collegio non era un giudice penale, bensì civile: Giuseppe De Marzio. Mentre l’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario recita che "la Corte di cassazione in ciascuna sezione giudica con il numero invariabile di cinque votanti. Giudica a sezioni unite con il numero invariabile di nove votanti.

Il collegio a sezioni unite in materia civile è composto da magistrati appartenenti alle sezioni civili; in materia penale è composto da magistrati appartenenti alle sezioni penali”. Non sono previste sezioni 'promiscue'. "Abbiamo presentato questo ricorso, perché è stato violato non solo l’articolo 67 dell’ordinamento giudiziario, ma anche l’articolo 25 della Costituzione sulla precostituzione del giudice naturale e il principio di uguaglianza davanti alla legge previsto dall’articolo 3” spiega benedettini, che tiene a precisare di essere "un semplice cittadino elettore" e dinon avere "alcun mandato da parte di Silvio Berlusconi".. Una copia del ricorso è stata consegnata oggi anche alla Giunta per le elezioni del Senato, che domani deciderà sul nodo della decadenza del Cavaliere. "Giunta che a questo punto, secondo noi, dovrebbe sospendere il suo giudizio in attesa che a pronunciarsi sia il procuratore generale o la Core costituzionale, alla quale pure abbiamo inviato gli atti".

Solidarnosc non era ancora nato e la Stasi già spiava Lech Walesa

La Stampa

Lo rivelano alcuni documenti citati in esclusiva dal quotidiano tedesco Die Welt: l’opposizione polacca sotto la lente degli agenti segreti già alla fine degli anni Settanta

alessandro alviani
berlino


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Lech Walesa finì nel mirino della Stasi già nel febbraio del 1980, quando cioè il futuro leader di Solidarnosc, premio Nobel per la pace e presidente della Polonia era ancora sconosciuto alla maggioranza dei suoi connazionali. Lo rivelano alcuni documenti della Stasi citati in esclusiva dal quotidiano tedesco Die Welt. “A fine gennaio Walesa da Danzica è stato molto attivo, ha condotto una raccolta di firme tra i lavoratori della Zaklady Robot Elektrycznych. Ha redatto un appello ai dipendenti a difesa di dieci lavoratori licenziati, tra cui lui stesso”, si legge in una nota dell’onnipresente apparato di spionaggio e sicurezza della Ddr del febbraio 1980. Solidarnosc nascerà solo sette mesi dopo, a settembre. 

La Stasi iniziò a spiare l’opposizione polacca sul finire degli anni Settanta, ricorda la Welt, e intensificò le sue attività nel 1980. Il 3 ottobre di quell’anno, durante uno sciopero ai cantieri navali di Danzica, un trentacinquenne si avvicina ad esempio a Walesa, presentandosi come un giornalista della Ddr, supera i suoi sospetti iniziali e concorda con lui un’intervista il giorno dopo nella sede centrale di Solidarnosc. «Cosa?

Lei viene dalla Ddr, c’è ancora?», sono le parole con cui Walesa lo accoglie. La trascrizione del colloquio finisce, insieme a numerose foto, sulle scrivanie della Stasi, con cui il trentacinquenne collaborava. Non è l’unico in quegli anni ad avvicinare Walesa: la Welt cita il caso di “Christian”, che si presenta come un giornalista della Ddr al quale è stato vietato l’esercizio della professione, si conquista la fiducia del leader sindacale, finisce per essere soprannominato negli ambienti dell’opposizione polacca “il Walesa tedesco” e nel dicembre del 1980 partecipa insieme a sua moglie a una riunione interna di Solidarnosc. 

Negli anni Ottanta Walesa venne anche intercettato, ma i protocolli delle intercettazioni non sono accessibili a esperti e giornalisti, nota la Welt. Nel giugno del 1981 la Stasi lo spia a Ginevra in occasione della conferenza annuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro. A ottobre la ZAIG, un’unità della Stasi, annota: “Walesa è un cattolico osservante, si regola completamente secondo le disposizioni della Chiesa cattolica, che non vuole uno spargimento di sangue. È un rappresentante moderato di Solidarnosc”, ma funge da “scudo” dietro il quale dovrebbero essere realizzati “gli obiettivi della controrivoluzione”.

Lo stesso anno la Stasi azzarda una previsione che si rivelerà clamorosamente sbagliata: Walesa non contribuirà in modo determinante al rinnovamento della Polonia, si legge in una nota. Il 4 novembre 1982 – in quel momento Walesa è internato, dopo la proclamazione della legge marziale - il ministro degli Esteri polacco Stefan Olszowski visita la Ddr e, in un incontro col leader tedesco-orientale Erich Honecker, lo rassicura: “stiamo lavorando a comprometterlo a causa dei suoi grandi interessi materiali. La cosa più favorevole per noi sarebbe che andasse all’estero, ma evidentemente è soprattutto la Chiesa ad essere interessata a mantenerlo nel Paese”.

Dopo il suo rilascio la ZAIG annota, nel marzo del 1983, cioè tre mesi prima della visita di Giovanni Paolo II in Polonia: “Walesa si adopera per ottenere un incontro personale col Papa” e l’arcivescovo vaticano Achille Silvestrini si starebbe impegnando in tal senso. L’incontro avviene il 23 giugno. Il giorno dopo la OWG, un gruppo operativo speciale creato nel settembre del 1980 dal capo della Stasi Erich Mielke con lo scopo di analizzare costantemente la situazione in Polonia, scrive: “a Walesa non è stata offerta dal Papa neanche dell’acqua. Ha parlato con lui molto brevemente, ha conversato di più coi quattro figli di Walesa”. La ZAIG, però, critica: “l’incontro va valutato come un tentativo coronato da successo di rivalutare Walesa, Solidarnosc, la sua ideologia e i suoi obiettivi antisocialisti”.

Per compromettere Walesa la tv polacca manda in onda il 27 settembre una trasmissione che, secondo la Stasi, i vertici polacchi volevano inizialmente trasmettere prima della visita del Papa, salvo poi rinunciarvi: in un presunto colloquio con suo fratello il leader di Solidarnosc critica la Chiesa e sogna di avere un milione di dollari sul suo conto. I polacchi dubitano dell’autenticità della conversazione e non gli voltano le spalle. Walesa, scrive un collaboratore non ufficiale della Stasi, era invece a pezzi, “l’ha tranquillizzato solo la partita il giorno dopo, quando ha visto che le persone erano ancora dalla sua parte”. Il 28 settembre del 1983 si gioca a Danzica Juventus-Lechia Danzica: Walesa è in tribuna e viene accolto con un grosso applauso, ricorda la Welt.

Una settimana dopo, il 5 ottobre, il leader di Solidarnosc riceve il Nobel per la pace. “Una provocazione politica”, nota la Stasi, un’altra misura “a sostegno delle forze controrivoluzionarie in Polonia e al di fuori del Paese”.

Veterinari: alle famiglie con neonati servono linee guida per la gestione dei cani

La Stampa


«Con l’arrivo di un nuovo nato si modificano le relazioni con l’animale»


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Il ministro della Salute valuti «la predisposizione di linee guida per le famiglie con gestanti e con neonati in arrivo, affinché già nei corsi pre-parto e fin dalle dimissioni dal parto alle famiglie vengano date indicazioni fondamentali per la prevenzione delle aggressioni dei cani». A chiederlo è l’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), dopo le ultime aggressioni canine ad un’anziana del frusinate e ad una neonata a Roma.

L’Ordinanza appena riportata in vigore dal ministero della Salute infatti, rileva l’Anmvi in una nota, «tutela principalmente l’incolumità nei luoghi pubblici, ma può poco negli ambienti domestici e proprio per questo il provvedimento ministeriale batte il tasto della prevenzione e dell’educazione insistendo su due concetti: la responsabilità civile e penale del proprietario/detentore; la necessità di acquisire una educazione al rapporto con il cane, un rapporto che non può essere lasciato all’improvvisazione».

Il vice presidente Anmvi, Raimondo Colangeli, invita a riflettere sulle statistiche riguardanti le vittime neonatali, le più esposte a gravi conseguenze: «L’errore che si commette fatalmente sempre - avverte l’esperto in medicina veterinaria comportamentale - è quello di trascurare le relazioni socio-familiari del cane, che all’arrivo di un nuovo nato, si modificano».

D’altro canto, affermano i veterinari, «il contributo psico-fisico del rapporto con un pet durante l’età evolutiva è molto importante per i bambini, e bastano pochi accorgimenti per avviare una relazione proficua e sicura con il cane. Data la diffusione di cani nelle famiglie italiane - concludono - è il momento di analizzare le statistiche prendendo atto che i casi si verificano dove è mancata la prevenzione».

Quattro giorni di assenza non coperti da certificato medico: la malattia diventa un licenziamento

La Stampa


Sono costati cari al dipendente dell'impresa di pulizie i 4 giorni di assenza dal lavoro non coperti da certificato medico. E' il caso affrontato dalla Cassazione con la sentenza 10552/13.


Il caso
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Un dipendente di un’impresa di pulizia, pur essendo in possesso di un certificato medico rilasciato dal Policlinico il 10 marzo 2003 che conteneva una prognosi di 20 giorni, inviava al proprio datore di lavoro un certificato, redatto successivamente dal medico curante, con scadenza 23 marzo 2003. Pertanto, evidenziata la mancanza di una certificazione idonea che giustificasse l’assenza dal servizio nel periodo 24-30 marzo, il lavoratore veniva licenziato. Una sanzione ritenuta proporzionata sia dal giudice di primo grado che di secondo. Anche perché il recesso per il caso di assenze ingiustificate era previsto dalle stesse norme contrattuali e, inoltre, risultava provata l’incidenza dell’assenza del lavoratore sull’attività datoriale.

A nulla è servito il ricorso per cassazione proposto dall’ormai ex lavoratore. Gli Ermellini, infatti, hanno confermato l’effettiva esistenza della condotta materiale - cioè l’assenza dal lavoro per più di 4 giorni senza comunicare la giustificazione – ravvisando, nella condotta tenuta dal lavoratore nel corso della sua assenza, un «comportamento gravemente negligente, consistito nell’aver omesso di verificare la corrispondenza delle prognosi effettuate nelle due diverse certificazioni mediche acquisite» e, in particolare, nella non coincidenza dei termini finali tra la prima, non inviata dal lavoratore, e la seconda inviata, invece, al datore di lavoro. In conclusione, oltre alla norma collettiva, risulta violato anche il vincolo fiduciario.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Un uomo davanti al microfono

La Stampa

Yoani Sánchez


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I filtri non sono serviti a niente. Molti occhi davanti ai monitor in cabina di regia, con dita agili per tagliare un segnale, togliere l’audio, mettere da parte una telecamera e passare a un’altra che riprenda la folla… o il cielo. Non sono serviti a niente i professionisti allenati a fare censura televisiva, a disporre tutto per il meglio e a mandare in onda un sottofondo musicale, perché è venuto alla ribalta un artista “spontaneo” e ha detto quel che non avrebbe dovuto durante una trasmissione in diretta. Non sono serviti a niente, perché un uomo davanti al microfono ha preso una decisione esistenziale. Si è reso conto che l’onestà è molto più importante della sua carriera artistica. 
Robertico Carcásses si è trovato al posto giusto nel momento giusto. Non ha perso l’occasione di parlare e ha detto senza tanti giochi di parole ciò che molti pensano del regime cubano. Grazie Bobby, per il coraggio e per l’originalità, ma anche per esserti reso conto della grande opportunità che possiedi con la tua voce e con la tua arte. Grazie! 



Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi



Nota del traduttore:
Traduco la canzone che Robertico Carcásses ha cantato davanti ai microfoni della televisione, che si può ascoltare in lingua spagnola nel video. Vero come dice Yoani che l’artista ha avuto coraggio. Vero anche che gli è stato permesso di cantarla e che non ci sono state contromisure birmane nei suoi confronti. 

“Libero accesso all’informazione
per farmi una mia opinione.
Voglio eleggere il Presidente
per voto diretto e non per altra via.
Né militanti né dissidenti, cubani
tutti con gli stessi diritti.
Che finisca l’embargo…
… e l’autoembargo”.