lunedì 9 settembre 2013

Blocco da costruzione creolo

La Stampa

yoani sanchez



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Beto fu tra coloro che picchiarono sodo nell’agosto del 1994. Con il suo casco, i pantaloni sporchi di calcina e una sbarra di ferro in mano, se la prese contro alcuni che protestavano durante il Maleconazo (1). A quel tempo lavorava in una squadra di costruttori e si sentiva parte di un’elite. Aveva latte per colazione, un appartamento che divideva con altri colleghi e riscuoteva un salario più alto di qualsiasi medico. Ha trascorso la giovinezza costruendo alberghi, ma da dieci anni è rimasto disoccupato, dopo la smobilitazione della sua brigata. Ha deciso di non tornare al paese natale di Banes e come lui altri che componevano quella truppa disposta sia ad alzare una parete che a rompere una testa. 

Alcuni di quei costruttori hanno avuto il permesso di stabilirsi in un quartiere improvvisato della periferia avanera. Sono stati autorizzati a edificare un “llega y pon” (2) in una zona compresa tra la Calle 100 e l’Avenida Rancho Boyeros. Una briciola, dopo tanta lealtà ideologica. Senza le prebende e i sostanziosi stipendi, molti di quei muratori hanno dovuto darsi da fare per sopravvivere. Beto ha messo in piedi un laboratorio per fabbricare “blocchi da costruzione creoli”. Altri colleghi che vivono nel quartiere improvvisato si occupano di materiali da costruzione: rena, polvere di pietra… mattoni. Grazie alle nuove regole in tema di riparazioni e costruzioni in proprio, il commercio dei materiali edili prospera e ogni giorno coinvolge più persone. I produttori, gli autotrasportatori, i capi brigata e persino gli uomini che caricano i sacchi sui camion. Una catena di lavoro - parallela ai mercati statali - più efficiente ma anche più costosa. 

A Beto non piace parlare del passato. Con la sua camicetta bucherellata passeggia tra le pile di blocchi da costruzione creoli prodotti dalla sua piccola fabbrica. Quando si rende conto che qualcuno è crepato o si è rotto in un angolo, rimprovera gli impiegati che preparano la miscela da colare negli stampi. Porta una sbarra di ferro in mano, come quel 5 agosto del 1994, ma questa volta per verificare e controllare la resistenza del suo prodotto. Ogni tanto lancia uno sguardo alla casetta che sta costruendo alla fine di quella strada priva di asfalto e drenaggio. Per la prima volta possiede qualcosa di suo, che nessuno gli ha regalato. È un uomo senza privilegi ma anche senza ordini da rispettare.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi


Note del traduttore

(1) Viene definita Maleconazo la prima grande rivolta popolare contro il regime, che il 4 agosto 1994 ha avuto come teatro il Malecón dell’Avana. Tutto nasce dalla crisi economica, dalle disobbedienze civili promosse da Radio Martí di Miami e dalle proteste per l’affondamento del battello 13 marzo che fece diverse vittime civili. 
(2) I llega y pon (arriva e metti) non sono case vere e proprie, ma una sorta di rifugio provvisorio che di solito si costruiscono gli orientali che vengono all’Avana e non sanno dove dormire. Sono un fenomeno prodotto dalla fuga dai campi verso la grande metropoli. Baracche di legno fatiscenti che la polizia si affanna a far evacuare non appena si accorge della loro esistenza. 

L’ordine del sindaco belga “Ora basta parlare francese”

La Stampa

A Menin, al confine con la Francia, fa discutere il richiamo della prima cittadina: “Applichiamo la legge del 1996, il fiammingo è la nostra sola lingua ufficiale”


alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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La nevrosi linguistica dei belgi non è certo una novità. Ma una sua recente e spettacolare manifestazione irrita i francesi. Capita che a Menin, anzi (in fiammingo) Menen, 32 mila abitanti, la sindaca abbia semplicemente vietato l’uso del francese a chiunque lavori per il Comune. Peccato però che la città sia esattamente sulla frontiera: il confine passia proprio dalla strada principale, la rue de Lille. Di là, è Menin-Menen e Belgio, di qua Halluin, in Francia. 

Adesso però i francesi di Halluin non possono più parlare con i loro dirimpettai di Menin, a meno di non imparare il fiammingo. La prima cittadina ha un nome francese, Martine Fournier, ma appartiene al partito democristiano fiammingo ed è una pasdaran della sua lingua. Pretende di applicare una legge del 1996 che stabilisce che nelle due metà del Belgio c’è una sola lingua ufficiale, il francese in Vallonia e il fiammingo in Fiandra, e solo la regione di Bruxelles è bilingue. A Menin, che è in Fiandra, tutti se ne sono sempre infischiati, perché in fin dei conti basta attraversare la strada e si finisce in Francia dove la lingua ufficiale (e soprattutto spesso l’unica parlata) è il francese.

Adesso basta. Dal primo gennaio, ha decretato la signora Fournier, tutti gli impiegati pubblici dovranno esprimersi in fiammingo e soltanto in fiammingo. Un «codice di condotta» pubblicato martedì scorso (ovviamente in fiammingo) sul sito del Comune stabilisce che il «primo contatto» fra funzionari e pubblici si deve obbligatoriamente svolgere nella lingua «ufficiale». I pubblici ufficiali hanno l’ordine tassativo di «non passare mai automaticamente a un’altra lingua».

Questa sindaca è veramente tosta. Non paga, ha anche decretato che «per facilitare il dialogo» i suoi impiegati possono usare... il linguaggio dei segni. Oppure indicare i pittogrammi sui muri. Solo «in situazioni eccezionali, come delle ragioni sociali urgenti», i pubblici dipendenti sono autorizzati a passare al francese. Per una cittadina di frontiera, dove tutti hanno sempre alternato con la massima disinvoltura le due lingue, è una novità e si presume che non faciliterà la vita amministrativa quotidiana. I francesi più che arrabbiati appaiono irritati e lo stesso «Le Parisien», che ha raccontato la storia, lo fa con un tono più sbalordito che scandalizzato. Si sa: nelle barzellette francesi, i belgi hanno lo stesso ingrato ruolo dei carabinieri nelle nostre. 

Museruola e guinzaglio corto, le nuove regole

Corriere della sera

L'ordinanza sulla Gazzetta Ufficiale. I proprietari sono sempre responsabili della condotta e del benessere degli animali

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Novità in vista per chi ha un cane. Nella Gazzetta Ufficiale di venerdì 6 settembre è stata pubblicata un'ordinanza del ministero della Salute che impone ai proprietari degli amici a quattro zampe alcuni obblighi, ad esempio: utilizzare il guinzaglio «corto» (max 1,5 metri) e portare sempre con sé la museruola. A spingere il ministero a emanare questa ordinanza - che istituisce anche corsi ad hoc per i padroni - è il «verificarsi di incidenti, soprattutto in ambito domestico, legati alla non corretta gestione degli animali da parte dei proprietari». Questi ultimi, o chi detiene il cane, sono a qualsiasi titolo responsabili penalmente e civilmente dei danni provocati dall'animale. «Il proprietario di un cane - si legge nell'ordinanza, che avrà efficacia per 12 mesi - è sempre responsabile del benessere, del controllo e della conduzione dell'animale e risponde, sia civilmente che penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali o cose provocati dall'animale stesso. Chiunque, a qualsiasi titolo, accetti di detenere un cane non di sua proprietà ne assume la responsabilità per il relativo periodo».

Per prevenire danni o lesioni a persone, animali o cose, l'ordinanza stabilisce che il proprietario e il detentore di un cane devono seguire determinate regole: «Utilizzare sempre il guinzaglio a una misura non superiore a mt. 1,50 durante la conduzione dell'animale nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, fatte salve le aree per cani individuate dai comuni; portare con sé una museruola, rigida o morbida, da applicare al cane in caso di rischio per l'incolumità di persone o animali o su richiesta delle autorità competenti».

E ancora: «affidare il cane a persone in grado di gestirlo correttamente; acquisire un cane assumendo informazioni sulle sue caratteristiche fisiche ed etologiche nonché sulle norme in vigore; assicurare che il cane abbia un comportamento adeguato alle specifiche esigenze di convivenza con persone e animali rispetto al contesto in cui vive». Tra gli obblighi, quello di raccogliere le feci, e quindi «avere con sé strumenti idonei alla raccolta delle stesse». Vengono inoltre istituiti percorsi formativi per i proprietari di cani, con rilascio di un attestato di partecipazione denominato patentino.

«I percorsi formativi - si legge nell'ordinanza del ministero della Salute - sono organizzati dai Comuni congiuntamente ai servizi veterinari delle aziende sanitarie locali, i quali possono avvalersi della collaborazione dei seguenti soggetti: ordini professionali dei medici veterinari, facoltá di medicina veterinaria, associazioni veterinarie e associazioni di protezione animale. Il Comune, su indicazione del servizio veterinario ufficiale, individua il responsabile scientifico del percorso formativo tra i medici veterinari esperti in comportamento animale o appositamente formati dal Centro di referenza nazionale per la formazione in sanitá pubblica veterinaria, istituito all'Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia e dell'Emilia Romagna. Le spese per i percorsi formativi sono a carico del proprietario del cane.

(Fonte: Adnkronos)
9 settembre 2013 | 15:51

Lucio Battisti, la salma è stata cremata La famiglia non era presente

Il Messaggero


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SAN BENEDETTO - Si è conclusa verso le 13 la cremazione della salma di Lucio Battisti presso l'impianto di San Benedetto del Tronto. Lo rende noto il Comune. L'addetto dell'impresa di pompe funebri Humanitas di Rimini - informa la nota - ha ricevuto dai dipendenti dell'impianto l'urna contenente le ceneri del cantautore e l'ha caricata sul suo automezzo per ripartire alla volta della destinazione stabilita. Proprio 15 anni fa, il cantautore moriva.

La salma era stata estumulata nei giorni scorsi dal cimitero di Molteno, in Lombardia. Il carro funebre dell'impresa di onoranze funebri è giunto verso le 9 nell'area del cimitero dove si trova l'impianto crematorio. La data dell'operazione era stata concordata con gli uffici di Polizia Mortuaria nei giorni scorsi che l'ha fissata sulla base del calendario di prenotazioni già esistenti. Secondo il Comune di San Benedetto del Tronto, il trasporto della salma è stato eseguito da un unico addetto munito di apposita delega da parte dei familiari che non hanno presenziato all'operazione.


Lunedì 09 Settembre 2013 - 11:30
Ultimo aggiornamento: 14:25

Case antisismiche: i sistemi dei Borbone sono validi ancora oggi

Corriere del Mezzogiorno

Dopo il terremoto in Calabria del 1783 l'obbligo di intelaiature in legno all’interno delle pareti in muratura

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Case antisismiche? Già all’epoca dei Borbone si sapeva come costruirle. È quanto sostengono gli scienziati del Cnr-Ivalsa di San Michele all’Adige (Trento) che, dopo aver ricostruito in scala 1:1 una parete di muratura e legno secondo le prescrizioni dei codici antisismici di fine Settecento, ne hanno testato la resistenza. Il risultato: esame ampiamente superato. Per comprendere l’importanza dello studio è utile ricordare che nel 1783 il territorio della Calabria meridionale fu colpito da un catastrofico terremoto che rase al suolo gran parte del costruito (tra cui le città di Reggio e Messina) e che causò circa 30-50 mila morti.

NORME ANTISISMICHE - I danni politici e sociali, pressoché incalcolabili, spinsero i Borbone delle Due Sicilie a redigere le prime norme antisismiche d’Europa: un codice per la costruzione degli edifici che raccomandava l’utilizzo di un’intelaiatura lignea all’interno della parete in muratura. Quando costruite «a norma», le case reggevano, grazie all’elasticità del legno – e questo si vide già dopo i terremoti del 1905 e del 1908, che pur essendo eventi tellurici importanti (magnitudo 6,9 sulla scala Richter) non provocarono nei «nuovi» edifici altro che «danni non significativi, con limitate porzioni di muratura collassate».

 Borbone: sistemi antisismici ancora validi Borbone: sistemi antisismici ancora validi Borbone: sistemi antisismici ancora validi Borbone: sistemi antisismici ancora validi Borbone: sistemi antisismici ancora validi

PALAZZO VESCOVILE DI MILETO - Un team di scienziati dell’Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree del Cnr (Cnr-Ivalsa) e del dipartimento di scienza della Terra dell’Università della Calabria ha ricostruito in laboratorio, seguendo le indicazioni del regolamento edilizio borbonico, una parete del Palazzo del vescovo di Mileto, eretto a Vibo Valentia a fine Settecento secondo le norme citate. Questo edificio monumentale, pur versando attualmente in uno stato di abbandono, è staticamente ancora indenne.

RICOSTRUZIONE - La ricostruzione è stata fedele: uguale la tecnica di costruzione della muratura, e uguale persino il legno (castagno calabrese) utilizzato per creare un’intelaiatura interna. La parete è stata quindi sottoposta a test meccanici. «Abbiamo imposto alla sezione una serie di spostamenti alternati nelle due direzioni, via via crescenti», ha spiegato Ario Ceccotti, direttore di Ivalsa, «così da simulare il comportamento alle azioni sismiche, anche le più importanti, della parete intelaiata».

PROVA - La parte in legno ha superato la prova rimanendo quasi completamente integra; i danni al resto della parete si sono limitati a «qualche piccola espulsione di muratura». L’accoppiata «legno più muratura» appartiene in effetti alla tradizione di molte zone sismiche. Registrata nei Balcani, in Grecia, in Asia centrale, in India «e in genere nei territori che da sempre si confrontano con questi eventi, potrebbe essere recuperata in maniera proficua. Oggigiorno», continua Ceccotti, «si usano tecniche completamente diverse, e anche il legno da costruzione ha assunto altre forme. Ma perché devo utilizzare necessariamente una camicia in cemento armato invece che un graticcio di legno?».

SICUREZZA - L’istituto di San Michele, che già aveva dimostrato l’ottima resistenza sismica di un edificio multipiano di legno in un esperimento tenutosi in Giappone, auspica nuovi fondi per continuare le indagini su una tecnologia che, per quanto plurisecolare, «potrebbe essere favorevolmente applicata a edifici moderni, garantendone la stabilità e dando sicurezza alle persone che li abitano».

9 settembre 2013 | 13:24

La foto di piazzale Loreto appesa, rovesciata, a un palazzo di San Lorenzo

Corriere della sera

Sulla futura Casa della memoria la celebre immagine del 29 aprile 1945 con i corpi di Mussolini e Claretta Petacci


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ROMA - Un macabro promemoria. Una foto storica che segna uno dei momenti più scuri della storia d'Italia, seppure iscritto nei giorni di festa della Liberazione. E' comparso sui muri di un vecchio palazzo nel quartiere di San Lorenzo, lunedì 9 settembre, un manifesto con una gigantografia dell'immagine di piazzale Loreto a Milano: l'istantanea che ritraeva, al centro, i corpi di Mussolini e Claretta Petacci, uccisi dai partigiani a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como, il 28 aprile e portati nella piazza del capoluogo lombardo la notte tra il 28 e il 29 aprile 1945.

I PARTIGIANI FUCILATI UN ANNO PRIMA - La foto compare - affissa su un pannello da manifesti pubblicitari - rovesciata. E' stata appesa all'edificio che dovrebbe ospitare la Casa della Memoria. I cadaveri di Mussolini e della Petacci vennero esposti, insieme a quelli di altri esponenti della Repubblica Sociale Italiana, in piazzale Loreto verso, nello stesso luogo in cui il 10 agosto 1944 erano stati fucilati e lasciati esposti al pubblico quindici partigiani antifascisti fucilati dai soldati della Legione Autonoma Mobile Ettore Mutisul marciapiede compreso tra viale Andrea Doria e corso Buenos Aires.

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9 settembre 2013 | 13:10

Alcol, droga e codice della strada

La Stampa

Incomprensibile disparità di trattamento tra chi rifiuta l’alcoltest e chi rifiuta il test antidroga

germano palmieri


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Il settimo comma dell’art. 186 del nuovo codice della strada (guida sotto l’influenza dell’alcool), come modificato dall’art. 4 del D.L. 23/5/2008, n. 92, convertito con modificazioni dalla L. 24/7/2008, n.125, stabilisce che, “Salvo che il fatto costituisca più grave reato” , il conducente che rifiuti di sottoporsi all’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 (cosiddetto alcoltest) incorre nelle pene ecc. Dal che si desume che il rifiuto di sottoporsi a detto accertamento  è  considerato di per sé reato.  Non così per chi rifiuti di sottoporsi al test antidroga perché sospettato di guida in stato di alterazione psico-fisica per uso di sostanze stupefacenti.

L’ottavo comma dell’art. 187, infatti, come modificato dall’art. 5 del D.L.3/8/2007, n. 117, convertito dalla L. 2/10/2007, n. 160, recita: “Salvo che il fatto costituisca reato”, per cui la soppressione della locuzione “più grave” di cui al testo preesistente lascia intendere che il rifiuto non è più considerato penalmente perseguibile ma semplice illecito amministrativo, tant’è che la norma assoggetta il conducente  alle sanzioni amministrative di cui al settimo comma dell’art. 186: sospensione della patente da 6 mesi a 2 anni e confisca del veicolo, salvo che appartenga a persona estranea alla violazione.

Questa disparità di trattamento è tanto più inspiegabile  per la seguente, ulteriore ragione. Infatti: la guida in stato di ebbrezza (ci riferiamo all’ipotesi meno grave, ossia quella in cui sia accertato un tasso  alcolemico  superiore  a  0,5 e non superiore a 0,8 grammi per litro) è considerata illecito amministrativo, essendo punita con la sanzione amministrativa da 527 a  2.108 euro, mentre il rifiuto di sottoporsi all’accertamento è considerato reato. Di contro, la guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti è considerata reato indipendentemente dalla quantità assunta, essendo punita con l'ammenda  da  1.500 a 6.000 euro e l'arresto da 6 mesi a 1 anno, mentre il rifiuto di sottoporsi al test antidroga è considerato semplice illecito amministrativo. 

Non si capisce quindi, per concludere, perché il Legislatore ha applicato due pesi e due misure nei confronti di  situazioni identiche (trattandosi in ambedue i casi di sanzionare il rifiuto a una richiesta dell’Autorità), per di più entrambe considerate reato prima che intervenisse la seconda delle citate novelle. Forse l’introduzione del diverso trattamento sanzionatorio è stata indotta da una ricerca pubblicata, ma dopo che era stata approvata la modifica legislativa, sulla rivista britannica The Lancet & Quote Medicine, ricerca secondo la quale, dal punto di vista dei danni sociali, l’alcol è peggio, nell’ordine,  dell’eroina, del crack  e della cocaina. Anche accreditando il Governo dell’epoca (la modifica è stata introdotta con decreto legge)  di… poteri divinatori, resta il fatto che le sostanze di cui sopra avranno pure effetti diversi ma il rifiuto è lo stesso.

Fonte: http://dirittoditutti.giuffre.it/psixsite/default.aspx

La cicogna “spia” è stata mangiata

La Stampa

Era stata liberata dalla polizia dopo aver verificato che il dispositivo sul dorso serviva solo per tracciarne le migrazioni


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Era innocente, ma ha pagato con la vita un brutto malinteso. Nei giorni scorsi una cicogna era stata incarcerata in Egitto con l’accusa di essere una spia. La polizia aveva visto un dispositivo per tracciare le migrazioni applicato al dorso del volatile e l’aveva scambiato per un sistema di spionaggio. Tutto falso: un gruppo di ricercatori aveva analizzato il dispositivo “assolvendo” l’animale.

Dopo qualche giorno di detenzione, la cicogna è stata così liberata in un’oasi protetta nel sud dell’Egitto, ma questo non è stato sufficiente per salvargli la vita. Secondo gli ambientalisti della Nature Conservation Egypt, l’uccello si era rifugiato in una delle vicine isole del Nilo, luogo dove purtroppo è stato catturato dalla gente locale che l’ha ucciso e mangiato. 

Gli stessi attivisti dell’associazione ambientalista ammettono che le cicogne sono state per millenni parte della dieta locale, ma sottolineano anche che «da tempo l’Egitto soffre le conseguenze di una caccia incontrollata» e che «devono essere bilanciate le esigenze delle comunità locali con quelle della conservazione».

Tra boutade, gaffe e sparate la Kyenge è (quasi) peggio della Fornero

Libero

Tra gaffe e sparate, Cécile Kyenge è (quasi) peggio di Elsa Forner: dallo "Ius soli" ai "genitori 1 e 2", la titolare dell'Integrazione raccoglie solo critiche. Proprio come l'ex ministro del Lavoro

Entrambe donne, entrambe ministre, entrambe si sono "fatte da sole". Una è accademica ed economista, l'altra è arrivata clandestinamente in Italia prima di laurearsi in Oftalmogia.


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Una è finita al governo senza fare (quasi) politica prima, l'altra si dedica alla res publica dal 2004, ma era ignota ai più finché Letta non l'ha chiamata alla sua corte. Stiamo parlando di Elsa Fornero e Cécile Kyenge, così diverse, ma così simili nell'affrontare la ribalta mediatica.

Cos'hanno in comune la torinese figlia di operai e l'oculista congolese paladina degli immigrati? Le figuracce. Fin dalla loro nomina a Palazzo Chigi entrambe sono state al centro di polemiche per gaffe o frasi infelici. Le lacrime (di coccodrillo?) della Fornero, la nazionalità della Kyenge. La ministra con l'articolo "il" da una parte, "Kashetu" dall'altra. La figlia "raccomandata" e la sorella manesca. La scorta per fare shopping e l'auto - suo malgrado - contromano. E soprattutto le due proposte principali del loro programma che non accontentano nessuno.

Non piaceva un anno fa la riforma del lavoro (né tantomeno quella delle pensioni), come oggi non piace l'idea del concedere la nazionalità italiana a chi nasce nel nostro Paese (il cosiddetto ius soli). Non interassavano allora le richieste dell'Europa, le pressioni della crisi, i "se" e i "ma" della Fornero, come oggi non interessano i "distinguo" proposti dalla Kyenge.

Ma i provvedimenti, si sa, avranno sempre qualche detrattore, soprattutto quando riguardano le nostre tasche o i nostri vicini di casa. A metterci il fantomatico "carico da novanta" sono proprio loro, che tutto fanno meno che smorzare i toni. Vi ricordate l'ex ministro del Lavoro con i suoi "choosy", le sue "paccate", il suo scivolone coi malati di Sla e tutte le gaffe collezionate in poco più di un anno? Tra "l'Italia è un paese meticcio", il sì alla proposta di modificare "madre" e "padre" con "genitore 1" e "genitore 2" e il rivendicare con orgoglio le sue origini africane, il rischio che anche l'attuale ministro dell'Integrazione venga ricordato più per le sue uscite infelici che per le sue proposte politiche è alto.

Un percorso a ostacoli per Obama Anche l'11 settembre gioca contro di lui

Corriere della sera

Alla Casa Bianca serve il sostegno dei 200 deputati democratici. Ma per ora può contare su 115-130 voti

NEW YORK - La mattinata di oggi la passerà a concedere interviste televisive a raffica che verranno trasmesse dalle sei maggiori reti americane un'ora prima dell'attesissima partita con la quale i Redskins di Washington esordiscono stasera nel campionato della Football League contro il Filadelfia. Poi, domani, il messaggio solenne alla nazione dalla Casa Bianca, mentre deputati e senatori che tornano stamani a Capitol Hill dopo la pausa estiva verranno chiamati uno per uno dal presidente o dai suoi uomini.

Dopo aver scelto, dieci giorni fa, l'impervia strada dell'approvazione parlamentare dell'intervento militare americano in Siria per punire l'uso di armi chimiche da parte del regime di Assad, Barack Obama lancia una disperata offensiva per cercare di capovolgere una situazione che, ad oggi, si presenta per lui disastrosa: opinione pubblica in gran parte contraria al coinvolgimento di Washington nel conflitto siriano e Congresso spaccato, col Senato che dovrebbe votare a favore dell'intervento mentre alla Camera il presidente rischia di perdere e anche di parecchio.

Un recupero è ancora possibile. Con la riapertura del Congresso potrebbe cambiare anche il clima politico: deputati e senatori, fin qui esposti agli elettori dei loro collegi che non vogliono sentir parlare di un'altra guerra dopo quelle in Afghanistan e Iraq, a Washington respireranno un'aria diversa. Sentiranno il peso di un «no» che delegittimerebbe il loro presidente davanti al mondo e subiranno pressioni di gruppi influenti come l'Aipac, la superlobby ebraica, in questo caso schierata con Obama.

Oltre che con il Congresso, Obama deve poi vedersela con un calendario infernale che rende quasi impossibile concepire un attacco a settembre. Anche se Senato e Camera si esprimessero a tempo di record (cosa che non avverrà) questa settimana è «chiusa» da ricorrenze (mercoledì quella della strage dell'11 settembre, venerdì e sabato, il 13 e il 14, Yom Kippur, la più sacra festa ebraica) con le quali non è certo il caso di far coincidere una campagna di missili.

Obama, però, non può andare nemmeno troppo in là: non vorrà certo parlare dal podio dell'assemblea annuale delle Nazioni Unite, la settimana dal 23 al 26 settembre, con la Siria in fiamme per i bombardamenti. Ci sarebbe la settimana prima, ma per quei giorni la Camera, quasi certamente, non si sarà ancora espressa.

Il Senato, che ha già una risoluzione approvata dalla Commissione Esteri, potrebbe votare già domani o mercoledì, ma la Camera non ha ancora nemmeno elaborato un testo e le prospettive, nonostante l'impegno dei leader democratici (Nancy Pelosi) e repubblicani (John Boehner ed Eric Cantor) a sostegno dell'attacco militare, sono assai cupe per Obama. Al momento i voti sicuri per lui tra i 233 deputati della maggioranza di destra non sono più di 25. Cresceranno, ma gli analisti dicono che difficilmente si andrà oltre quota 60, considerata la forte opposizione degli elettori all'intervento.

Dal Missouri all'Oklahoma non si contano le storie di deputati avvicinati da cittadini che chiedono loro con molta enfasi di votare «no». Anche l'«interventista» John McCain è stato duramente contestato nella sua Arizona. Molti repubblicani centristi tradizionalmente sostenitori di un forte ruolo internazionale degli Usa stanno rivedendo la loro posizione davanti all'ostilità popolare che rischia di spazzarli via alle prossime elezioni (tra un anno) a vantaggio dei candidati dei Tea Party e dai radicali libertari, assolutamente contrari all'intervento.

Così stando le cose, Obama avrà bisogno del sostegno compatto dei 200 deputati democratici ma, nonostante le cinque lettere scritte da Nancy Pelosi ai suoi parlamentari, per ora Obama non può contare su più di 115, massimo 130 voti. Per spuntarla il presidente avrebbe bisogno della sua oratoria migliore, di argomenti «blindati» e dell'appoggio della sua formidabile macchina elettorale, ora trasferita in «Organizing for America», la struttura che fiancheggia il Partito democratico. Ma «Organizing» ha deciso di tenersi fuori dal caso-Siria e l'oratoria del presidente sembra appannata, ora che ha scoperto che aver convinto la gente che Assad ha superato la «linea rossa» dell'uso di armi chimiche non è servito a nulla.

Gli americani non vogliono essere più i guardiani del rispetto delle regole internazionali: vogliono agire solo se c'è una minaccia imminente per loro. E Obama ha ammesso che Assad non minaccia direttamente gli Usa. Dopo aver invocato la democrazia del voto, ora Obama chiede ai deputati di appoggiarlo anche contro il parere degli elettori richiamando il precedente della Seconda guerra mondiale, quando l'America non aveva voglia di intervenire anche con Londra bombardata da Hitler. Così mette i parlamentari davanti a un dilemma: commettere un suicidio elettorale o distruggere la credibilità del loro presidente.

9 settembre 2013 | 8:58

La Kyenge incontra la Nazionale ma Balotelli resta a dormire

Libero

Ad ascoltare il ministro a Torino c'erano Abete, Prandelli, Buffon, Chiellini, Candreva, Maggio, El Shaarawy e Ogbonna. Super Mario è rimasto nel suo letto. Poi le scuse con un sms


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Cècile Kynege incontra la Nazionale di calcio italiana e Mario Balotelli resta a dormire nella sua camera d'albergo. Che gli importa, diranno i maligni, lui è italiano mentre lei è il ministro più amato... dagli immigrati. In realtà, dietro la gaffe non c'è nessun ragionamento politico: semplicemente, SuperMario ha preferito il cuscino alle parole del ministro dell'integrazione. Cécile Kyenge citava Martin Luther King e ricordava l’importanza della Nazionale nella lotta al razzismo... e il  centravanti dormiva sotto le coperte. Imbarazzo evidente da parte della Federazione che pure si è affannata a ribadire la natura privata e informale dell’incontro (ma ministro e ct erano insieme a un tavolo da conferenza), ricordando che Balotelli invece aveva salutato la Kyenge a maggio a Bologna, prima del match contro San Marino, e nell’occasione le aveva donato la sua maglietta. Stavolta però Super Mario ha disertato.

Sms di scuse
- La Kyenge comunque ha incassato il colpo con sportività: "Non era importante parlare ai singoli ma alla squadra". A salutare il ministro di buon mattino c'erano il presidente Abete, il ct Prandelli con il suo staff al completo, e poi Buffon, Chiellini, Candreva, Maggio, El Shaarawy e Ogbonna, due dei simboli della Nazionale (e dell'Italia) multietnica. Così dopo la visita del ministro, Balotelli, spinto dai compagni e dalla Federazione ha cercato di rimediare. Nel pomeriggio infatti, dopo essersi reso conto della gaffe, ha scritto un sms di scuse – molto cordiale, riferiscono le fonti – al ministro.

 (I.S.)

Ma la suora di Casamicciola ha scritto (male) un’amara verità

Corriere della sera

di Franco Bomprezzi


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Tutti a scagliare la prima pietra contro suor Edda, colpevole di aver affisso nei giorni scorsi sulla porta dell’asilo a Casamicciola un avviso talmente ingenuo da apparire brutalmente offensivo: “Si comunica che domani 5 settembre la scuola è chiusa per tutti perché c’è la giornata per i disabili… sono molto malati quindi i bambini si impressionano. Grazie La Direzione”. Un cartello che ha fatto il giro del web scatenando reazioni indignate e richieste di chiarimento, un piccolo terremoto degno del resto di Casamicciola. Avevamo pensato di stendere un velo pietoso su questa notizia, confidando nel buon senso generale. Era del resto evidente che si trattasse di una gaffe determinata dal desiderio in buona fede di evitare situazioni di disagio, senza rendersi conto – la sventurata suora – di suscitare un clamore ben peggiore.

Mi rendo conto invece che in realtà suor Edda ha solo scritto un’amara, quasi inconfessabile verità. E infatti quando ha chiarito il senso del suo scritto, rammaricandosi ovviamente per aver affisso un cartello così orribile nel suo messaggio elementare, ha ricordato come un anno fa, in analoga circostanza (ossia una giornata di svago sull’isola per un gruppo di bambini con disabilità provenienti da Lago Patria, in Campania, dove è attivo un gruppo di volontari vincenziani) i bambini dell’asilo si impressionarono e piansero, e i loro genitori protestarono per questa situazione a loro giudizio lesiva della serenità dei piccoli frugoletti locali. Questo è il fatto vero del quale si dovrebbe parlare, per cercare di capirne le ragioni, non fermandosi a indicare (con l’immancabile coro di indignazione) la suora e l’asilo come responsabili di una comunicazione politicamente e moralmente scorretta.

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Ci sono almeno due riflessioni da fare. Succede spesso, non solo al Sud, che vengano organizzate gite o brevi soggiorni per gruppi di persone con disabilità che hanno bisogno di essere accuditi e accompagnati non essendo in grado di gestirsi in piena autonomia. Sono spesso le iniziative del volontariato, delle associazioni che vivono nei territori, che si prendono cura delle persone più sole e meno in grado di avere momenti di svago e di allegria. Una gita di gruppo spesso è l’unico ricordo degno di questo nome che resterà per un anno intero, indelebile nella memoria dei ragazzi disabili e fonte di soddisfazione anche per i volontari che riescono a garantire questo momento di vita “normale”.

Ma quando la disabilità, esteticamente ed emotivamente, va a impattare con un ambiente che non è stato adeguatamente preparato, nella quotidianità, a convivere con le diversità, e con le molteplici forme, fisiche e intellettive, che la disabilità comporta, è quasi inevitabile che si verifichino situazioni di conflitto, che spesso rimangono sotto traccia, ma ogni tanto emergono in superficie, quando, come nel caso di Casamicciola, i genitori si inalberano e protestano. La prima cosa da fare, dunque, è costruire sempre, nel tempo, una cultura dell’accoglienza e della normalità. Una cultura di questo genere ancora non c’è, non esiste, è fragile e comunque rischia di franare di fronte a singoli episodi.

La seconda riflessione è che non dovrebbe essere necessario concentrare in gruppi numerosi le persone con disabilità, quasi una selezione della specie, per accompagnarle in gruppo nella vita. E’ quando la disabilità si fa quasi invisibile che riesce a far breccia anche negli ambienti più refrattari, come qualsiasi corpo estraneo, o vissuto come tale. C’è dunque un lavoro imponente di costruzione culturale da fare, e forse a suor Edda bisognerebbe dare un premio, una carezza, un abbraccio fraterno: nella sua impareggiabile cialtroneria lessicale ha scritto un’amara verità. Non prendiamocela con lei. Guardiamo dentro di noi.