venerdì 6 settembre 2013

Avviso choc all'asilo: «Ci sono i disabili allontanate i bambini, si impressionano»

Corriere del Mezzogiorno

È stato affisso da una suora, poi pentita: non mi ero resa conto delle parole, chiedo scusa. Il cartello è stato rimosso


CatturaNAPOLI - L’avviso recita: «Si comunica che domani la scuola è chiusa per tutti perché c'è la giornata dei disabili...sono molto malati quindi i bambini si impressionano». Firmato «La direzione». Si commenta da solo. È stato affisso in un piccolo asilo gestito da un ordine religioso nel comune di Casamicciola sull'isola di Ischia. La foto del cartello è stata diffusa su Facebook, e ripresa dal sito di informazione Retenews24. Sulle prime si poteva immaginare, anzi sperare, che si trattasse di un falso. Ma è lo stesso sindaco di Casamicciola Arnaldo Ferrandino a confermare che ad affiggere il volantino è stata una suora dell'asilo che, pentita, ha poi provveduto a rimuoverlo: non si era resa conto che le frasi scritte fossero così gravi.

«UNA DEFAILLANCE» - Il sindaco però precisa: «Va detto che le suore svolgono da decenni la loro attività con liberalità, nel loro asilo non si paga retta. Un'attività assolutamente encomiabile. Il grave contenuto del cartello è in perfetta antitesi con quanto fanno ogni giorno. È stata una defaillance».

Redazione online06 settembre 2013

Federica non ce l'ha fatta: morta la ragazza che ha raccontato la sua lotta contro il cancro

Corriere della sera

Sul blog «tantovincoio» due anni di speranze e dolore

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CAGLIARI - «Ci hai insegnato la lotta, Federica, a non mollare, mai. Di te, del tuo sorriso coraggioso, resterà questo: il ricordo di una vita che non è stata sprecata». Sono queste le parole con cui i colleghi del Cagliari.Globalist.it hanno salutato giovedì Federica Cardia, la giovane 31enne che per due anni ha lottato contro un tumore al colon. Una battaglia che aveva deciso di condividere con tutti attraverso la creazione di un blog (www.tantovincoio.it). Su internet la giovane aveva chiesto aiuto raccontando la sua storia in prima persona: «Nell’aprile del 2011 mi è stato diagnosticato un tumore al colon al quarto stadio e da allora la mia vita è cambiata per sempre. Ho affrontato mesi e mesi di terapie devastanti e due complicatissimi interventi chirurgici, ma ancora non riesco a uscire da questo infinito tunnel. La mia patologia si chiama carcinosi peritoneale: si tratta di una diffusione incontrollata di cellule tumorali (nel mio caso originate dal colon) nelle pareti del peritoneo, con formazione di noduli difficilmente controllabili perché, a causa della scarsa vascolarizzazione di questa parte del corpo, i classici chemioterapici riescono a penetrare poco e male. Purtroppo al momento la situazione si è complicata ulteriormente: l’ultimo chirurgo consultato a Milano si è rifiutato di intervenire, poiché la malattia sembra essersi diffusa a tutti i quadranti dell’addome».

SOS ALLA RETE - A Federica fu proposto di iniziare una nuova chemioterapia e di sperimentare, parallelamente, nuovi protocolli farmaceutici che, purtroppo, richiedevano un ingente contributo economico poiché non ancora riconosciuti dal Sistema Sanitario Nazionale. Con il suo sito internet aveva lanciato un Sos a medici e oncologi ai quali chiedeva di visionare tutta la sua storia clinica con referti, terapie e operazioni effettuate, oltre a numero di conto corrente per chi avesse voluto sostenere le costose cure sperimentali. «Tre mesi e più di ospedale (non continuativi, ma più o meno siamo lì) tra alti e bassi, interventi chirurgici e tanta, troppa stanchezza. Spero di darvi buone notizie nelle prossime settimane, per ora buonanotte!». Sono trascorsi solo due giorni da quando Federica ha postato su facebook questo messaggio carico di speranza.

IL DOLORE DEGLI AMICI - Una pagina, quella del suo FB, dove in queste ore centinaia di amici, virtuali e non, le dedicano canzoni e pensieri. Perché sino all’ultimo ha continuato a lottare e con lei hanno continuato a crederci in tanti: «Avevi 31 anni, ma hai dato una lezione di estrema forza a tutta l'Italia che si è affezionata a te, e che ha seguito la tua guerra contro il cancro. – scrive Claudia Sarritzu, amica e redattrice del Globalist - Nell’ultimo mese non ci siamo sentite, avevi scelto di prenderti una pausa, mi avevi inviato una mail dove mi dicevi che non avevi la forza per scrivere, ti ho risposto "Quando ti riprendi Fede, noi siamo qui". Lo siamo venuti a sapere su Facebook. Per oggi noi chiudiamo tutto, anche se casca il mondo, non abbiamo la testa né la voglia di lavorare. Forse non saresti stata d'accordo, ma abbiamo bisogno di pensarti e di ricordarti». Si forse non sarebbe stata d’accordo perché lei non si sentiva diversa in nulla. Era solo una guerriera che combatteva per il suo diritto a vivere.

5 settembre 2013 | 20:56

Messina, sacerdote keniota ruba gioielli per 100mila euro dalla chiesa che lo ospita

Corriere del Mezzogiorno

Il religioso è stato inchiodato dalle telecamere di sorveglianza. È stato arrestato al suo rientro in Italia dall'Africa


Cattura
MESSINA – I fedeli lo adoravano e il prete della parrocchia lo accudiva come un figlio, ma lui ha tradito la loro fiducia e ha portato via monili d’oro del valore di 100 mila euro. A essere sottoposto a fermo dai carabinieri però, non è un semplice frequentatore della chiesa, ma addirittura un sacerdote, originario del Kenya, accusato di essere l’autore del furto di oggetti d’oro donati dai cittadini alla Madonna delle Grazie, alla Madonna delle Lacrime ed al patrono San Nicola, all’interno della chiesa di San Nicola di Gioiosa Marea (Me).

LA SCOPERTA - A metà agosto il parroco della chiesa gioiosana aveva denunciato ai militari dell’Arma il furto. Le indagini, avviate sotto il coordinamento della Procura di Patti, hanno consentito, anche grazie all’ausilio di attività tecniche e di analisi dei conti correnti bancari, di identificare il sacerdote keniano. Il religioso, nel recente passato, aveva prestato più volte il proprio servizio nel Comune di Gioiosa Marea (Me), soggiornando presso la parrocchia, e fornendo un supporto alle attività ecclesiastiche della comunità, diventando molto popolare tra i fedeli locali.

INCHIODATO DAI VIDEO - Dall’analisi dei filmati delle videocamere di sorveglianza installate all’interno della parrocchia si è evinto però chiaramente che, nell’aprile scorso, prima aveva tentato di coprire la video camera, e poi era entrato nel locale dove erano custoditi i monili. Circa dieci giorni dopo il furto, il sacerdote aveva fatto rientro a Roma nella comunità religiosa di cui fa parte ed aveva effettuato una serie di versamenti in denaro contante sul suo conto corrente, concludendo le operazioni con un bonifico internazionale di circa 40 mila euro indirizzato ad un parente del suo paese di origine, lasciando subito dopo l’Italia per fare rientro in Kenya.

ARRESTATO AL RIENTRO IN ITALIA - Solo ieri mattina il sacerdote ha fatto rientro in Italia ed i carabinieri della Compagnia di Roma-Trastevere, delegati dall’Autorità Giudiziaria di Patti ad effettuare una perquisizione domiciliare nei luoghi in cui l’indagato dimora nella Capitale, lo hanno atteso all’aeroporto di Roma-Fiumicino, accompagnandolo presso l’ abitazione. Nel corso della perquisizione sono state trovate e sequestrate alcune ricevute dei versamenti di denaro contante, il bonifico effettuato, e un computer portatile. Dopo le formalità di rito, il sacerdote è stato ristretto nella casa circondariale di Roma Regina Coeli.

Gianluca Rossellini06 settembre 2013

Sono morti, risarcimento da 600mila euro» Assicurazioni, maxi truffa sulle polizze vita

Il Mattino

di Luca Benedetti e Michele Milletti


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PERUGIA - Fare l’ indiano. Nel linguaggio comune significa, più o meno, far finta di non capire pur avendo capito benissimo. In questo caso, significa far finta di essere morti pur essendo sani come pesci. Perché ci sono da incassare oltre 600mila euro di premi assicurativi da due polizze vita. Perché gli indizi raccolti da Giuliano Bellucci e Sandro Piconi, ispettori della squadra di polizia giudiziaria della polizia stradale di Perugia, sono considerati dal pm Massimo Casucci più che sufficienti per processare cinque cittadini indiani con l’accusa di aver ordito, messo in pratica e appoggiato una maxi truffa ai danni dell’agenzia di Bastia di una importante compagnia assicurativa.

Cinque, quattro uomini e una donna. Tutti originari del Punjab e tutti, all’epoca di quella che gli investigatori considerano una truffa a tutti gli effetti, residenti nella zona di Assisi. Uno di loro, arrivato in Italia da diversi anni e conosciuto come “Antonio il pizzaiolo” che di fatto supporta economicamente gli altri tra cui un fratello sposato con la donna del gruppo. La storia parte dalla fine. Perché, ricostruiscono gli investigatori della Stradale, a fine 2010 gli indiani di Assisi decidono di tornare in patria.

Si sono integrati poco e male, di lavoro non ce n’è, e solo il pizzaiolo non può pensare a tutto. Ma decidono di farlo in grande stile, con la truffa che può metterli a posto per la vita. Quello che raccolgono gli investigatori della stradale è quanto poi scritto nell’avviso di conclusione delle indagini a loro carico firmato dal pm Casucci. E cioè che, «in concorso tra loro» avrebbero «simulato la morte» dei due che nominalmente avevano stipulato le due polizze vita. Una morte «asseritamente avvenuta in India in data 18/11/2010 a seguito di un incidente stradale, al fine di conseguire l’indebito indennizzo da parte dell’assicurazione, previsto in 269.648,81 euro» per l’uno e «322.863,13 euro» per l’altro.

La richiesta di risarcimento danni arriva all’agenzia di Bastia a inizio 2011, e gli agenti cadono dalle nuvole. Sono passati oltre sette mesi dalla stipula delle due polizze, e vista così devono pagare. Ma c’è qualcosa di strano. C’è il fatto che la morte è avvenuta subito dopo i sei mesi previsti come termine minimo per i risarcimenti, c’è anche il fatto che i due intestatari della polizza (oltre la donna, che è beneficiaria di una delle due) sono spariti da Assisi. E c’è anche il fatto che “Antonio”, il pizzaiolo indiano che materialmente di fatto mantiene tutto il gruppo, viene atteso inutilmente per settimane dai datori di lavoro. Insomma, la puzza di tentata truffa è evidente. Anche in presenza di un certificato di sepoltura dei due, che in India avviene bruciando i cadaveri e spargendo le ceneri. Ma non ci sarebbe invece il certificato di morte.

Un ginepraio dal quale dall’agenzia tentano di uscire assumendo degli investigatori privati che a loro volta si mettono in collegamento con un collega in India, il quale non riesce però a fornire elementi validi per dimostrare la possibile truffa. Scatta la querela da parte degli agenti, e viene incaricata la polizia stradale di Perugia di portare avanti le indagini. Nel corso di undici mesi, dall’aprile 2012 allo scorso marzo, gli ispettori Bellucci e Piconi devono districarsi tra le leggi indiane, rilievi inesistenti dell’incidente stradale in moto in cui i due avrebbero perso la vita e una scena dell’incidente che ai loro occhi appare decisamente creata ad arte: targa e fanale di dietro della moto palesemente smontati, tracce di sangue troppo “ad arte” e probabilmente non umano (gli investigatori pensano possa essere di una gallina o due uccise sul posto) e altre incongruenze.

Di più, ritagli di giornale probabilmente frutto di “copia e incolla” con un altro incidente mortale e infine, ma non da ultimo, le dichiarazione dei capi famiglia dei due morti in cui si prendono la responsabilità delle morti dei due familiari perché, feriti dopo l’incidente, hanno fermato l’ambulanza che li conduceva all’ospedale pubblico per portarli in uno privato, con i due che sarebbero morti durante il tragitto. E in India, la legge si blocca di fronte all’assunzione di responsabilità del capo famiglia-clan. Un mondo lontano, lontanissimo, da cui gli ispettori traggono comunque indizi chiari e concreti del tentativo di maxi truffa ai danni dell’assicurazione. Per vivere da nababbi in un mondo in cui lo stipendio medio è di 69 euro. E ora, al processo, questi indizi dovranno diventare prove che i due morti sono vivi come gli altri tre che li avrebbero aiutati nella truffa.

 
venerdì 6 settembre 2013 - 11:05

Germania, morto il bodyguard di Hitler

La Stampa

L’ex-SS aveva 96 anni e risiedeva alla periferia di Berlino. È stato testimone delle ultime ore di vita del Führer nel bunker.


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È morto il bodyguard di Hitler, Rochus Misch, all’età di 96 anni. L’ex-SS, testimone delle ultime ore di vita del Führer, viveva dal 1954 a Rudow, un sobborgo alla periferia di Berlino, dove svolgeva lavori di artigianato e tappezzeria.
Entrò a far parte delle guardie del corpo personali di Hitler nel 1940, lo seguì sempre in tutti i suoi spostamenti, e nel 2006 scrisse «l’Ultimo», un libro di memorie dove l’ex-SS racconta il suo lavoro di fianco al Fuhrer dal 1940 al 1945.
Misch nacque a Oppeln, una città dell’attuale Polonia che al tempo faceva parte dell’impero tedesco. Dal 1937 entrò nelle SS e nel 1939 fece parte delle truppe che invasero la Polonia. 

Umbria, pastore maremmano aspetta da un mese il padrone morto

La Stampa

La Provincia di Perugia ha attivato il suo Sportello a 4 Zampe per soccorrere l’animale. Alcune persone hanno iniziato a portare acqua e cibo.


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A distanza di oltre un mese dalla morte del suo padrone, non esce dal suo rifugio - nella sorta di capanna dove hanno vissuto insieme per anni - lo sguardo è triste e non lascia avvicinare nessuno. È la toccante storia - raccontata oggi dal “Corriere dell’Umbria” - della femmina di pastore maremmano di Preggio, una frazione di Umbertide, in provincia di Perugia, che ha commosso quanti amano gli animali e ne sanno comprendere la sensibilità ed il senso di attaccamento ai loro padroni. Così come non ha lasciato indifferente la Provincia di Perugia, che tramite il suo Sportello a 4 zampe si è subito mobilitata per garantire alla storia dell’animale un lieto fine.

«Sono stati presi contatti con la competente Asl veterinaria della zona - riferiscono dal servizio dello Sportello - e con l’Enpa. La Asl era già a conoscenza della vicenda e monitorava attentamente la situazione. L’animale è solo ed impaurito, ma c’è chi si sta prendendo cura di lui portandogli cibo e acqua».

«Ci sentiamo un po’ tutti di adottare affettivamente questo cane - ha detto il vicepresidente dell’ente, Aviano Rossi - ma come dimostra il caso non basta il buon senso perché spesso è necessaria una specifica competenza. Lo Sportello a 4 zampe - ha aggiunto - è un investimento istituzionale utile per garantire sempre una risposta coordinata ed efficace, ma è anche la dimostrazione concreta che sul fronte del soccorso agli animali bisognosi i servizi offerti sul nostro territorio possono migliorare». 

L'ultimo brindisi dei ragazzi di Doolittle

Corriere della sera

I reduci degli 80 aviatori che nel 1942 bombardarono il Giappone si erano sempre riuniti: ora sono rimasti in 4 e si sono detti addio

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Sono passati 71 anni dal raid dei 16 bombardieri di Doolittle sul Giappone. E i 62 reduci degli 80 aviatori si sono sempre riuniti per celebrare l’evento che segnò la riscossa americana dopo Pearl Harbor. Brindavano alla memoria di quelli «che se ne erano andati» e alla salute dei vivi. In coppe d’argento. Ora sono rimasti in quattro e avevano promesso che la cerimonia sarebbe finita quando fossero restati in due. Ma hanno deciso di dirsi addio ora, con un ultimo brindisi con il cognac, perché gli ultimi quattro eroi hanno più di novant’anni e si sentono stanchi. Vogliono finire insieme in bellezza.

IL RAID - Il raid di Doolittle fu organizzato per reagire in modo spettacolare e temerario all’aggressione giapponese del 1941. Era il 1942 e la guerra nel Pacifico non andava bene per gli alleati. Il comando di Washington pensò che servisse un segnale di riscossa. Fu deciso di usare i B-25, bombardieri terrestri, ma lanciandoli dal ponte della portaerei Hornet, che li avrebbe portati il più possibile vicino alle coste del Giappone. Dal punto tecnico sembrava una pazzia irrealizzabile. Al comando dei 16 aerei il tenente colonnello James «Jimmy» Doolittle. Su ognuno degli apparecchi cinque uomini. Ottanta aviatori che sapevano di non avere sufficiente autonomia di volo per poter tornare dalla missione su Tokyo, anche se la contraerea e la caccia giapponese non li avesse abbattuti.

1IL PIANO - Il piano prevedeva così di decollare dalla Hornet nel Pacifico, arrivare di sorpresa sulla capitale nemica, sganciare il carico di bombe e poi puntare sulla Cina, occupata dai Giapponesi ma che offriva speranze di potersi nascondere tra la resistenza cinese. Poco prima del decollo però, la Hornet si rese conto di essere stata avvistata mentre ancora era lontana dal punto previsto per il decollo. Gli uomini di Doolittle decisero di partire lo stesso, anche se a questo punto il carburante non sarebbe stato sufficiente neanche per tentare un atterraggio di fortuna in territorio cinese. I Doolittle Raiders bombardarono Tokyo il 18 aprile 1942. I danni furono scarsi, ma l’effetto psicologico in Giappone e in America fu enorme. Dei 16 apparecchi, quattro si sfasciarono in atterraggio; undici equipaggi si lanciarono col paracadute perdendo tre uomini; uno riuscì a raggiungere incredibilmente la Russia. Otto aviatori vennero catturati dai Giapponesi in Cina, tre furono uccisi, uno morì di stenti in un campo di prigionia giapponese. Nel 1946 i 62 sopravvissuti cominciarono a riunirsi per il brindisi. Ora sono rimasti in quattro. Berranno per l’ultima volta alla memoria di chi se n’è andato e alla salute dei vivi il 9 novembre.

6 settembre 2013 | 15:01

Apple, “operai sfruttati in Cina”

La Stampa

Nuova polemica sulla fabbrica in cui si produce lo smartphone : per i lavoratori turni di 11 ore e solo 30 minuti di pausa, in stanze sovraffollate e senza formazione


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Apple non ha ancora lanciato la versione low-cost dell’iPhone - che secondo indiscrezioni dovrebbe essere presentata il prossimo 10 settembre - e già si trova in mezzo a una nuova polemica per sfruttamento dei lavoratori nella fabbrica cinese dell’americana Jabil Circuit in cui si starebbe producendo lo smartphone. 

In un rapporto pubblicato ieri, il China Labor Watch, l’ente non profit con sede a New York per la difesa dei diritti dei lavoratori del Paese orientale, ha denunciato diverse violazioni etiche e legali contro gli operai della Jabil. L’azienda di St. Petersburg (Florida), partner del colosso di Cupertino, costringerebbe gli operai della sua fabbrica a Wuxi a lavorare eccessivamente, con turni della durata di 11 ore e solo 30 minuti di pausa, in stanze sovraffollate e senza un’adeguata formazione. 

Sempre secondo China Labor Watch, il 92% degli impiegati supererebbe le 60 ore di lavoro a settimana stabilite da un protocollo firmato Apple per tutelare i dipendenti dei suoi fornitori. Il gruppo californiano è subito corso ai ripari. Ieri il portavoce di Apple, Kirstin Huguet, ha dichiarato in una nota: «Valutiamo ogni questione legata ai nostri fornitori in modo serio e il nostro team di esperti si trova ora nella sede di Jabil a Wuxi per analizzare le condizioni». Non è la prima volta che il gruppo informatico fondato da Steve Jobs viene accusato di sfruttamento degli operai nelle fabbriche cinesi. A partire dal 2010 Apple è stata coinvolta in diversi scandali legati alle condizioni degli impiegati negli impianti gestiti da alcuni suoi fornitori. 

In particolare l’ondata di suicidi negli stabilimenti della taiwanese FoxConn aveva costretto il colosso di Cupertino a tagliare alcune commesse e a imporre regole più ferree. Anche se non si ha ancora nessuna notizia confermata sul lancio dell’iPhone 5C, l’unica certezza - se le accuse del China Labor Watch fossero confermate - è che le condizioni degli operai dei fornitori di Apple non sono ancora cambiate. Uno scandalo che potrebbe, se non rovinare, gettare nuove ombre su Apple proprio quando mancano pochi giorni alla tanto attesa presentazione. 

Quella borghesia rossa che tubava con i terroristi

Giampaolo Pansa - Ven, 06/09/2013 - 09:28

Gli anni di piombo (e non solo) rivisitati da un cronista allergico al conformismo. Ecco il ritratto di un Paese in cui il grande capitale si lascia sedurre dalla sinistra


Per gentile concessione dell'editore Rizzoli, pubblichiamo un brano del nuovo libro di Giampaolo Pansa, Sangue, sesso, soldi. Una controstoria d'Italia dal 1946 a oggi, nelle librerie dall'11 settembre. Il brano è tratto dal capitolo «Borghesia rossa. 1976», e illustra gli (auto)inganni, le ipocrisie e i malintesi slanci rivoluzionari di una classe sociale e politica.



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In quel tempo [1976, ndr ] stavano muovendo i primi passi le bande del terrori­smo di sinistra, le Br con la stella a cinque punte. Era facile intuire chi fossero e dove ci avreb­bero portato. Eppure la borghe­sia progressista rifiutava di pren­dere atto dell’esistenza di un in­ferno che stava nascendo sotto i suoi occhi. Fu un esempio clamo­roso di negazionismo che creb­be giorno per giorno, grazie a una serie di errori compiuti sen­za batter ciglio.

Il primo fu di pensare che non esistesse nessun clandestino ar­mato. Le Brigate rosse erano sol­tantogruppu­scoli fascisti, travestiti da proletari co­munisti. In se­guito si comin­ciò a dire che sitrattava di pro­vocatori messi in campo dal­l’estrema de­stra. Vennero di moda eti­chette ipocri­te. Le sedicen­ti Brigate ros­se, le fantoma­tiche Br. Gui­date da un tipo equivoco, un certo Renato Curcio, alleva­to nei campi paramilitari di Ordine nero. Quando risul­tò impossibile negare la real­tà, venne inventata una formula nebbiogena: sono compagni che sbagliano.

Chi lavorava come me in gior­nali senza paraocchi, e La Stam­pa diretta da Ronchey era uno di questi, s’imbatteva di continuo in menzogne che lasciavano stu­pefatti. Soprattutto perché veni­vano da ambienti professionali in qualche modo espressione della borghesia intellettuale. Nel novembre 1969, in via Larga a Mi­lano, quando l’agente Annarum­ma era morto trafitto da un tubo d’acciaio, lanciato contro la ca­mionetta che pilotava, molti so­stennero che si era ammazzato da solo. Compiendo una mano­vra errata con il gippone.

L’atten­tato di piazza Fontana fu subito attribuito alla destra, cancellan­do tutti i misteri attorno alla stra­ge. La fine oscura dell’anarchico Giuseppe Pinelli venne addossa­ta al commissario Luigi Calabre­si, destinato a morire assassina­to per una colpa che non aveva commesso. Nel marzo 1972, quando l’editore Feltrinelli morì sul traliccio che tentava di far sal­tare, ebbe inizio una sarabanda bugiarda che mirava ad accredi­tare una sola versione: il compa­gno Osvaldo era stato ucciso da qualche servizio di sicurezza.

Soltanto poche testate sfuggi­rono a questa giostra di bugie. Non certo i giornali di sinistra,co­me l’Unità e Paese sera . Anche il Corriere d’informazione , l’edizio­ne pomeridiana del Corriere del­la Sera , sostenne che l’editore era stato eliminato da agenti se­greti. L’avevano rapito, portato in un rifugio clandestino, narco­tizzato, con­dotto ai piedidel traliccio e poi finito. In quei giorni si teneva a Milano il congres­so nazionale del Pci. E neppure Enri­co Berlinguer, il vice di Luigi Longo, si trat­tenne dall’accennare a uno sfondo oscuro del delitto. Dalla tribuna disse: «Le spiegazioni che vengono date non sono credibili. È pesante il so­spetto di una spaventosa messa in scena».

Il caso Feltrinelli rivelò che la borghesia rossa era anche cieca e sorda. Si rifiutò di accettare per­sino la rivendicazione di Potere operaio. Il giornale dei Potop uscì con un titolo di prima pagi­na che diceva: Un rivoluzionario è caduto . Nel necrologio si legge­va che l’editore aveva dato la vita «nella guerra di liberazione dallo sfruttamento». Sette anni do­po, nel corso del processo Gap- Feltri­nelli- Briga­te rosse, in un do­cumento let­to in aula prima della sentenza, i brigatisti imputati rivelarono che cosa fosse accadu­to all’editore: «Il compagno Osvaldo era impegnato in un’azione di sabotaggio ai tralic­ci dell’alta tensione. Voleva pro­vocare un black- out in una vasta zona di Milano, per garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell’attacco a diversi obiettivi».

Il comunicato proseguiva co­sì: «Ma il compagno Osvaldo ave­va commesso un errore tecnico. Era la scelta e l’utilizzo di orologi dalla bassa affidabilità se trasfor­mati in timer. In questo modo aveva sottovalutato gli inconve­nienti di sicurezza. Determinan­do l’inciden­te mortale e il conse­guente fallimento di tutta l’opera­zione ». La borghesia rossa non tenne conto neppure delle spiegazioni fornite dai brigatisti. Nel frattem­po continuava a dare la caccia ai fantasmi. Seguendo un percorso che nessuno aveva deciso, ma in grado di condurre migliaia di per­sone allo stesso punto d’arrivo: le Brigate rosse non esistevano. Il guaio è che si trattava quasi sem­pre di eccellenze in grado di fare opinione nei loro ambienti: do­centi universitari, scrittori famo­si, politici, intellettuali e natural­mente giornalisti.

L’esistenza di questo fronte ne­gazionista l’avevo già constatato nell’aprile 1974 durante il seque­st­ro del sostituto procuratore Ma­rio Sossi, rapito a Genova dalle Brigate rosse e tenuto in ostaggio per un mese. Era il primo seque­stro di lunga durata attuato dai brigatisti e in seguito apparve la prova generale del rapimento di Aldo Moro. In quell’epoca lavoravo per il Corriere della Sera guidatodaPie­ro Ottone e venni mandato a Ge­nova per raccontare gli sviluppi del sequestro. Rimasi sul posto per più di un mese e mi resi conto di come si muoveva la borghesia di sinistra. Non voleva accettare la verità, ossia che si trattava di un’operazione di puro terrori­smo rosso. Diretta a obbligare lo Stato, rappresentato dalla magi­stratura genovese, a rimettere in libertà un gruppo ribelle che ave­vo descritto tre anni prima sulla Stampa , chiamandoli i tupama­ros di Genova.

Quella mia inchiesta non era piaciuta per niente al Pci e mi ave­va meritato i rimproveri dell’ Uni­tà . Il giornale comunista sostene­va c­he non si trattava di una ban­da politica, ma soltanto di crimi­nali comuni. E non contava nulla che si ispirassero al terrorismo sudamericano e agli scritti di Car­los Marighella, un terrorista bra­siliano ucciso dalla polizia in un’imboscata nel novembre 1969.
Marighella aveva sfornato un Piccolo manuale della guerriglia urbana . La traduzione italiana era stata trovata a Genova duran­te le indagini su una banda rossa, la XXII Ottobre, ritenuta colpevo­le di rapine e di almeno un seque­stro di persona: il rampollo di una ricca famiglia genovese.

Nel testo si leggeva: «La guerriglia ur­bana è­soltanto un momento del­la lotta rivoluzionaria, è solo il pri­mo passo verso l’organizzazione della guerriglia di campagna, quella dei contadini, e poi di un esercito di liberazione nazionale che abbatterà la dittatura del ca­pitalismo ». Ma le sinistre erano cocciute. Continuarono a pensare che quelli della XXII Ottobre fossero volgari delinquenti e nient’altro. Soltanto l’inviato del quotidiano della Fiat, ovvero il sottoscritto, aveva fatto “la scoperta”fantasio­sa di ritenerli terroristi politici.

Madri fuori per un’ora, bambini da soli: pericolo potenziale sufficiente per l’abbandono di minori

La Stampa

Confermata la condanna per due sorelle, che hanno lasciato i propri figli per sessanta minuti soli in casa. Non può essere il quantum temporale a consentire una valutazione della situazione di pericolo per i minori.


Il caso

CatturaBen sessanta minuti lontano da casa, dove quattro bambini – dai 2 ai 7 anni – sono lasciati completamente soli, senza nessun adulto – o almeno un adolescente – che dia loro un’occhiata. Può bastare per contestare legittimamente il reato di «abbandono di minori», a prescindere dalla concretezza dei rischi per la salute dei bambini (Cassazione, sentenza 19327/13). Linea durissima, quindi, nei confronti di due madri – due sorelle – che hanno lasciato soli a casa i rispettivi bambini, quattro in tutto, come detto. Nessun dubbio avevano manifestato i giudici del Tribunale e della Corte d’Appello, e nessun dubbio manifestano ora i giudici della Cassazione: fondato l’addebito del delitto di «abbandono di minori». Fatale l’arrivo, a casa di una delle due sorelle, di una zia dei bambini, la quale, vista la situazione, ha «sollecitato l’intervento delle forze dell’ordine».

E proprio tale intervento ha ‘obbligato’, ovviamente, le due sorelle a tornare a casa. Assolutamente senza logica, chiariscono i giudici della Cassazione, l’affermazione, da parte delle due donne, della mancanza dell’«effettivo pericolo per l’integrità fisica dei minori». Per una ragione semplicissima: ci si trova di fronte a un «reato di pericolo, essendo sufficiente l’esposizione dell’incapace, e in particolare del minore, ad una situazione di pericolo, anche solo potenziale, per la sua incolumità». E di sicuro, in questo caso, i quattro minori sono stati «esposti a concreto pericolo, essendo l’abitazione, in cui si trovavano soli in orario serale, sita al terzo piano dello stabile, con l’accesso al balcone aperto e una candela accesa». Quadro chiarissimo, quindi, che non può essere reso meno grave dal richiamo – fatto dalle due donne – a una presunta «brevità del lasso temporale dell’abbandono»: in realtà, ricordano i giudici, si è trattato di un’assenza di almeno un’ora. Per questo, è da confermare la condanna nei confronti delle due donne.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Quando vuole, Napolitano dà la grazia

Stefano Zurlo - Ven, 06/09/2013 - 08:36

Su Berlusconi il Colle si è sempre trincerato sui paletti fissati dalla Corte costituzionale. Ma due precedenti lo smentiscono

La regola e l'eccezione. La grazia può essere concessa dal presidente della repubblica solo e soltanto per «ragioni umanitarie». Una formula coniata dalla Corte costituzionale nel 2006 e diventata una sorta di vangelo laico per il Quirinale.


Cattura
Una diga anche contro il pressing di chi vorrebbe la grazia per Berlusconi. La sostanza del messaggio è chiara: «Il Quirinale non può firmare un provvedimento di clemenza per il Cavaliere perché deve rispettare le direttive della Consulta». È vero. Quasi sempre. E in quel quasi c'è tutto lo spazio della contraddizione. Sì. Qualche volta si deraglia dalla linea tracciata e si scopre che la clemenza è diventata uno strumento per fare politica estera o per mandare un messaggio al Parlamento. Niente di scandaloso: è che Giorgio Napolitano in talune circostanze è andato ben oltre il limite che lui stesso si era dato.

Insomma, quando ha graziato il colonnello americano Joseph Romano e in un certo senso pure quando ha commutato la pena del direttore del Giornale Alessandro Sallusti, Napolitano ha dato uno strappo alla tela tessuta con il filo della Consulta e da lui stesso sempre venerata come un'icona.
Romano viene condannato a sette anni di carcere per una vicenda gravissima, il sequestro dell'imam Abu Omar, rapito in una strada di Milano da un team della Cia nel corso di un'operazione antiterrorismo, trasferito al Cairo e torturato.

Quando la sentenza diventa irrevocabile, Romano è già lontano dall'Italia e si guarda bene dal rientrare nel nostro Paese. Diventa, tecnicamente, un latitante come tutti gli altri condannati per la rendition. Non sconta un giorno che sia uno di pena e non rinnega, o almeno così risulta, il proprio passato. Siamo ben al di là dei confini delle ragioni umanitarie che giustificano un provvedimento di clemenza. Ma Napolitano non si ferma e, a sorpresa, accoglie la domanda presentata dal legale del colonnello. Anzi, l'intervento a piedi uniti del Presidente sembra di fatto un quarto grado di giudizio che sconfessa i verdetti della magistratura. Esattamente il contrario di quel che dal 2006 Consulta e Quirinale predicano con una voce.

Napolitano lo sa e prova a spiegarlo nel comunicato del 5 aprile 2013 in cui declina la necessità di ovviare «a una situazione di evidente delicatezza sotto il profilo delle relazioni bilaterali con un Paese amico, con il quale intercorrono rapporti di alleanza e dunque di stretta cooperazione in funzione dei comuni obiettivi di promozione della democrazia e di tutela della sicurezza». Il Presidente non vive in una torre d'avorio e quel sofferto documento certifica la sua scala di valori: l'interesse a non compromettere i buoni rapporti con gli Usa ha prevalso sui rigidi criteri seguiti fino a quel momento. Napolitano aggiunge che «la decisione è ispirata allo stesso principio che l'Italia, sul piano della giurisdizione, cerca di far valere per i due marò in India».

Appunto: con quell'atto il Presidente attua la sua politica estera. E manda almeno due segnali: agli Usa e all'India, nel tentativo di sbloccare la drammatica e convulsa vicenda dei due marò prigionieri di Delhi da molti mesi. Qualcosa di simile, anche se in modo meno clamoroso, è avvenuto dopo la condanna a 14 mesi di Alessandro Sallusti. In quel caso, con Sallusti costretto agli arresti domiciliari, Napolitano ha impugnato la bacchetta e ha dato il via a un esercizio di magia previsto dal codice: i mesi di carcere sono diventati una pena pecuniaria. Soldi. Ma soprattutto un siluro al Parlamento, dunque un atto politico accorato, davanti al fiume di chiacchiere dei partiti che da anni teorizzano la necessità di scrivere una nuova legge sulla diffamazione senza concludere nulla. Quando ha voluto, Napolitano ha dato la grazia anche per ragioni politiche.

Quando la sinistra difendeva i picchiatori

Enrico Silvestri - Ven, 06/09/2013 - 08:50

Nel 2012 politici e intellettuali invocarono la libertà per uno degli aggressori dello studente pestato all'Università di Milano


Si dichiarano sinceramente dispiaciuti per le gravi lesioni riportate dallo studente di Brera i due antagonisti finiti in galera. Ma uno aggiunge «io sono arrivato a cose fatte» l'altro invece spiega: «La ricostruzione non corrisponde alla verità». Quale sia però, non c'è dato modo di saperlo, perché ieri, interrogati dal magistrato, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. «Fatti distorti e strumentalizzati» hanno poi sentenziato i loro legali. Mentre in città adesso nessuno sembra più conoscerli, compreso quelli che l'anno scorso sottoscrissero un appello per la pronta scarcerazione di uno di loro, arrestato dopo le violenze in Val Susa.

Dunque alla fine verrà fuori che Fabrizio C., 28 anni, è caduto dalla scale o qualcosa del genere. Il giovane partecipò il 14 febbraio a una festa notturna organizzata dagli antagonisti che da quattro anni hanno preso in ostaggio l'Ateneo. Ebbe l'incauta idea di fare un disegno a pennarello su una manifesto comunista e per poco non venne ucciso. Su di lui infierirono in venti e quando ebbero finito lo gettarono in strada. Poi, all'arrivo dei carabinieri, minacciarono in stile mafioso i presenti affinché non testimoniassero. Il giovane però dovette farsi ricoverare in ospedale, dove fu operato per rimettergli insieme la faccia, rimasta sfigurata. I segni rimarranno comunque per sempre e non sono esclusi danni cerebrali permanenti.

Dopo settimane di indagine i carabinieri del nucleo informativo sono riusciti ad arrestare i primi due assalitori, antagonisti del centro sociale «Panetteria Okkupata» con una sfilza di denunce per reati di piazza: Simone di Renzo, 26 anni, arrestato nel 2012 per un'aggressione ai carabinieri, ma soprattutto Lorenzo Kalisa Minani, 30 anni, arrestato lo scorso gennaio dopo violenti scontri in Val Susa. Interrogati ieri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere facendo mettere a verbale che le cose comunque sono andate in maniera diversa. Una versione che ha già convinto i «compagni» che ieri hanno steso striscioni ai Navigli con su scritto: «Giornalista infame servo dello Stato» e naturalmente «Lollo e Simo liberi subito».

Come del resto fecero a gennaio gli oltre 200 firmatari di un appello, aperto da Basilio Rizzo, presidente del Consiglio comunale, per la scarcerazione di tutti gli arrestati per gli scontri in Val Susa, compreso Minani. Nell'elenco i boss della sinistra radicale, tutti ora in giunta con Pisapia. C'è Rifondazione comunista con Antonello Patta e Gianni Occhi, dirigenti nazionale e regionale, Luciano Muhlbauer, ex consigliere al Pirellone, Luca Brunet, consigliere in Comune. E poi Sel: Daniele Farina, deputato, Chiara Cremonesi e Patrizia Quartieri a capo del gruppo in Regione e Palazzo Marino.

Poi ci sono tutti gli intimi di Pisapia, una ventina di politici eletti nella lista che porta il suo nome sia in Comune che nei consigli di zona a partire dalla consigliera comunale Anita Sonego. Anche l'Arci non si è fatta mancare nulla, essendo presente con i dirigenti di tutti i suoi circoli. Quindi sindaci e assessori di Colgono Monzese, Pino Angelico, Bresso, Rita Parozzi, Cernusco sul Naviglio, Rita Zecchini. Poi Vittorio Agnoletto, profeta della non violenza, Alex Foti, editor della casa editrice «Il Saggiatore» e Fabio Zambetta, direttore libri della Feltrinelli Milano. Quindi una sfilza di professori e ricercatori universitari: i milanesi Guido Cavalca (Bicocca), Aldo Giannulli (Statale), Antonia Caronia (Accademia Brera), Luca Galatucci (Politecnico) più Gilda Zazzara (Ca' Foscari Venezia), Federica Sossi (Bergamo), Ugo Matteo e Loris Caruso (Torino).

Tutti convinti che «conoscendo una parte significativa degli indagati» debbano tornare «ai loro affetti, al loro lavoro e studio, al loro impegno sociale». Qualche fosse l'impegno sociale di Lorenzo Minani, Fabrizio C. Se n'è accorto il 14 febbraio alla Statale.

Bianchina Autobianchi, la cugina "chic" della 500 fatta a pezzi da Fantozzi

Massimo M. Veronese - Gio, 05/09/2013 - 15:15

Una delle auto più amate e distrutte del cinema, un modello di utilitaria elegante anni Cinquanta diventata vent'anni dopo il simbolo della sfortuna più comica. Nonostante non sia più in produzione da quasi mezzo secolo conta migliaia di innamorati nel mondo. E c'è chi se la ricorda guidata da Audrey Hepburn

Simbolo della sfiga, distrutta almeno un paio di volte in ogni film, da lampioni, cucine e bulli da strada, la Bianchina del ragionier Fantozzi, resta una delle macchine più indimenticabili del cinema.


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Quando uscì sul mercato era considerata la cugina chic della 500, stessa meccanica, ma più accessoriata e più curata nei particolari, un'utilitaria di lusso dalle vernici bicolori alle rifiniture cromate, declinata in diversi modelli, dalla Giardiniera alla Cabriolet fino al pratico furgoncino. Anche Fracchia, oltre a Fantozzi, aveva la Bianchina.

Ma Paolo Villaggio non la considerava la versione migliore delle utilitarie: «Una macchina molto meno alla moda della Cinquecento, una macchinetta tragica, stile vorrei, ma non posso: un'auto che non avrebbe mai potuto diventare un mito, anche perchè dietro non aveva la potenza pubblicitaria e di marketing della Fiat». Eppure secondo gli oltre 100 esperti dall'Osservatorio Metropolis, che stilarono la classifica, è la quarta auto più amata del cinema, più della Gran Torino di Clint Eastwood, più della Batmobile, e nonostante siano andate fuori produzione da quasi cinquant'anni, sono considerate auto d'epoca con quotazione di mercato sui 3mila-3mila e 500 euro, una diffusione europea e parecchi ammiratori.

Presentata al pubblico nel settembre 1957 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, grazie a una joint venture tra Bianchi, Fiat e Pirelli, resta difficile capire se Fantozzi le abbia dato una grande popolarità o l'abbia condannata per sempre ad essere la macchina più sfortunata del cinema.

La Bianchina comunque si è vista dedicare un museo, a Cassolnovo vicino a Vigevano, decine di raduni, un club e siti internet. Al cinema fu guidata anche da Alberto Sordi nel film «Thrilling», episodio «Autostrada del sole», da Audrey Hepburn a Parigi in «Come rubare un milione di dollari e vivere felici» e nel film «La Pantera Rosa». Fantozzi invece l'ha fatta a pezzi. Per le riprese del film furono distrutte più di una ventina di esemplari.

Ora la Cina vuole cambiare il clima

Corriere della sera

Cannoni con razzi carichi di ioduro per produrre pioggia artificiale. Già sparati 15 mila colpi. Investimento da 130 milioni di euro


PECHINO - Un piano nazionale per conquistare la natura, per intervenire sul tempo atmosferico facendo piovere o scongiurando tempeste, grandine e nebbia. È questo l'obiettivo del «Centro di cambiamento del tempo dell'Amministrazione meteorologica» di Pechino. La «pioggia artificiale» è un progetto sul quale gli scienziati lavorano da decenni e ci sono già stati molti esperimenti, ma su scala locale. Questa volta la Cina vuole applicarlo su quasi tutto il suo immenso territorio e ha già stanziato somme importanti: 1,1 miliardi di yuan (circa 130 milioni di euro) per costruire un primo sistema di intervento nel Nordest, al quale seguiranno altri sei nelle altrettante regioni climatiche nelle quali è stato suddiviso il Paese.


CatturaLuglio e agosto sono stati mesi di fuoco, i più caldi dal 1951. Per aiutare i contadini del centrosud è stato impiegato il sistema ormai noto della «semina delle nuvole»: sono state disperse in cielo sostanze capaci di coagulare le molecole d'acqua trasformandole in gocce di pioggia sufficientemente pesanti da cadere al suolo. Per farlo sono stati usati i cannoni che hanno sparato a luglio 15.987 colpi di artiglieria e 727 razzi. Sono entrati in azione anche aerei per bombardare le nuvole con lo ioduro d'argento. Costo dell'offensiva di luglio 25 milioni di euro. Gli scienziati del meteo cinese sono convinti di non aver buttato al vento i loro fondi: sostengono che nelle province bruciate dal sole dello Hunan e dello Zhejiang la temperatura dopo l'intervento è scesa. Yao Zhanyu, ricercatore del Centro di cambiamento del tempo, ha detto al China Daily che «seminare le nuvole serve solo ad accrescere le condizioni atmosferiche per aumentare la pioggia (se era già scritto in cielo che cadesse, ndr) non a crearla».

Secondo il centro meteo di Pechino, dal 2002 al 2011 con questi sistemi sono stati indotti 500 miliardi di tonnellate di pioggia su 5 miliardi di km quadrati di territorio. Con la rete nazionale a pieno regime la Cina punta ad avere 60 miliardi di tonnellate di pioggia in più all'anno e di cancellare la grandine da 540 mila km quadrati di terre coltivate.

Per ora il risultato più concreto lo hanno ottenuto quelli della fabbrica Jiangxi Xinyu Guoke Technology che sfornano i proiettili speciali per seminare le nuvole. Il capo delle vendite ha detto al Jianxi Daily che i magazzini sono vuoti, anche se le catene di montaggio lavorano sette giorni a settimana: «Di norma produciamo 1.200 cartucce al giorno, siamo saliti a 3.000».

Ma resta un dubbio grave: lo ioduro d'argento è una sostanza tossica. Che ricadute può avere disperderla nell'atmosfera in dosi massicce? Gli scienziati cinesi studiano come sostituirlo, ma intanto minimizzano: un proiettile della pioggia contiene solo un grammo di ioduro d'argento e un razzo tra 8 e 15. Un aereo invece bombarda con dosi da 300 grammi. Proiettili, cannoni e bombardieri, strumenti inquietanti per l'ambizione di conquistare la natura. D'altra parte l'origine di questi esperimenti è militare: che cosa c'è di meglio di un bel diluvio che crea un pantano sul percorso del nemico per bloccare i suoi mezzi e i suoi soldati? I primi test durante la Guerra Fredda. E in Vietnam, gli americani lanciarono l'«Operazione Popeye» per cercare di intensificare i monsoni sul sentiero di Ho Chi Min, che passando da Laos e Cambogia permetteva ai Vietcong di infiltrarsi al sud. Secondo gli annali Usa, l'azione durata dal 1967 al 1972 allungò di una trentina di giorni il periodo dei monsoni: fu coniata l'espressione «Facciamo il fango, non la guerra».

Anche i russi hanno usato il sistema, per «scaricare» le nuvole prima delle grandi parate sulla Piazza Rossa e far sfilare i reparti all'asciutto. E gli israeliani fanno piovere artificialmente dal 1960 per motivi agricoli.

Comunque, l'altra notte ha diluviato su Pechino, al mattino l'aria era bella pulita. E non si sono sentiti colpi di cannone. Era entrato in azione Giove Pluvio.

6 settembre 2013 | 8:09

Se il Giaguaro mangia il Caimano

La Stampa

massimo gramellini


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Fra i tentativi di scongiurare la crisi di governo va segnalato il severo monito di Madre Natura. Nella regione brasiliana del Pantanal un caimano giunto alla sesta replica del film di Nanni Moretti si appisola a bordo acqua senza avvedersi che alle sue spalle, in libera uscita dalla tintoria di Bersani, è in agguato il giaguaro meno smacchiato della storia. Le primarie tra i due predatori producono un verdetto incontestabile: il giaguaro toglie l’agibilità politica al caimano, pappandoselo in un boccone. 

L’assenza di pitonesse urlanti ci impedisce di trascinare la metafora alle estreme conseguenze, ma il messaggio appare ugualmente chiaro. Anche qui siamo immersi in un Pantanal. E il giaguaro che inghiotte il caimano è il politico che ingloba l’imprenditore, dando vita alla bestia mitologica del conflitto di interessi. Se fa cadere il governo, si vendica dei suoi nemici ma precipita la savana in una crisi che può mandare a rotoli le sue aziende. Per placare la fame di vendetta, finisce per divorare se stesso. Meglio non appisolarsi (almeno noi). 

Francia, la beffa degli operai licenziati Dovranno insegnare a chi li sostituirà

La Stampa

Il gruppo Newell Rubbermaid sposta parte della produzione in Polonia. Alle persone lasciate a casa viene chiesto di formare i neo assunti. Il sindacato: «Senza scrupoli»

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Prima di accomodarvi all’uscita per licenziamento, siete pregati di formare chi prenderà il vostro posto. Supererà anche la fantasia, ma è la realtà: succede in tre stabilimenti francesi che il gruppo americano Newell Rubbermaid (penne Papermate, Parker, Reynolds, Waterman, puericultura Graco) delocalizza in Polonia, dove la manodopera costa meno. Tanto più che qualcuno le ha già insegnato il lavoro, prima di perdere il suo.

«Nel quadro della riorganizzazione in corso e del trasferimento del nostro servizio clienti in Polonia, è previsto che qualche persona arrivi dalla Polonia per formarsi durante una settimana o due», minimizza Pierre Leclerc, direttore delle risorse umane del gruppo in Francia. La mazzata toccherà un centinaio di persone: lo stabilimento più colpito è quello di Saint-Herblain, vicino a Nantes, dove andranno a casa 72 impiegati su 487. «Posso capire l’emozione umana», concede monsieur Leclerc. I sindacalisti, invece, non capiscono proprio: «E’ uno choc per tutti. Licenziare della gente domandandole di formare i lavoratori stranieri significa non avere proprio alcuno scrupolo», ribatte Jacqueline Morisson della Cgt, l’equivalente francese della Cgil.

Si poteva quindi pensare a uno scontro durissimo e magari al ritorno del fantasma dell’«idraulico polacco», mitica figura che ha turbato i sonni dei lavoratori francesi quando sembrava che l’apertura delle frontiere avrebbe provocato l’invasione di orde di lavoratori dell’ex est comunista devastato a costo quasi zero. Invece, inaspettatamente, la vertenza si è risolta abbastanza bene, o almeno non troppo male. Ieri l’altro c’è stato uno sciopero, ieri un incontro con l’azienda alla fine del quale i delegati sindacali si sono detti «relativamente soddisfatti» delle condizioni per l’uscita.

Oltre al danno del licenziamento resta però la beffa della formazione. L’azienda ribatte che anche i polacchi sono dei salariati del gruppo, che la formazione si farà su base volontaria e che sarà pagata mille euro. Soprattutto, si scopre che gli attuali licenziati-formatori furono formati dai licenziandi di una fabbrica Parker nel Regno Unito. «Due anni fa, quando il gruppo chiuse lo stabilimento di New Heaven, furono dei francesi ad andare lì per essere addestrati e tornare con le macchine», racconta Thierry Cormenais della Cfdt.

E la sua collega Nathalie Piat chiosa filosoficamente che «per il fatto di aver vissuto l’inverso, cioè per essere stati formati da gente che perdeva il lavoro, si può difficilmente rifiutare di insegnare ai polacchi». Una ruota che gira, insomma. Ma almeno così, aggiunge Piat, si salverà lo stabilimento di Saint-Herblain. La stampa parla di una situazione «ubuesque», grottesca (il Re Ubu piace moltissimo ai francesi). Più che altro, sembra il gioco dell’oca: gli inglesi formano i francesi e vengono licenziati, i francesi formano i polacchi e perdono il lavoro, i polacchi, magari, formeranno i cinesi e saranno spediti a casa. Resta da capire se, quando le penne saranno prodotte in Cina, si ripartirà dal via. Ma è lecito dubitarne.

Datagate, gli 007 Usa e Gb scardinano anche i dati criptati

La Stampa

Finanziato con centinaia di milioni di dollari, il programma «Bullrun» influiva in segreto persino sulla progettazione dei sistemi che proteggono la sicurezza delle transazioni più delicate


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La National Security Agency (Nsa) e la sua controparte britannica Gchq sono riuscite ad scardinare i codici criptati messi a protezione delle comunicazioni via internet, riuscendo così a vedere in chiaro e-mail, conti bancari, commercio online, cartelle cliniche ed altri dati sensibili. Lo rivelano decine di migliaia di documenti forniti da Edward Snowden, la `talpa´ del Datagate, al New York Times, al Guardian e al sito di giornalismo investigativo online ProPublica, che gettano così nuova luce sulle attività dell’intelligence di Usa e Gb.

La Nsa, scrive il Nyt, sta vincendo la sua lunga guerra segreta contro gli accessi criptati nel web, usando supercomputer, trucchi tecnici, ingiunzioni legali e persuasioni dietro le quinte, per poter superare le barriere che proteggono il traffico quotidiano nell’era di internet. Una guerra segreta di cui i risultati e i successi ottenuti sono custoditi gelosamente, tanto che per accedere al relativo programma, dal nome in codice Bullrun, è ormai necessario anche all’interno dell’agenzia un alto livello di autorizzazione.

Il programma va però avanti da anni. Già nel 2000, quando i sistemi di criptatura hanno iniziato a rendere problematico la lettura del traffico di dati via internet, la Nsa ha investito miliardi di dollari in una campagna clandestina per poter continuare a la sua attività di controllo, secondo quanto si legge in uno dei documenti di cui riferisce il Nyt. E allo stesso tempo, si tratta di un’attività che è ancora a pieno regime. «Stiamo investendo in rivoluzionarie funzionalità di criptoanalisi» per superare barriere e «sfruttare il traffico Internet», ha scritto il direttore della National Intelligence, James Clapper, nella sua richiesta di bilancio per l’anno in corso.

«Nell’ultimo decennio la Nsa ha condotto prolungati e aggressivi sforzi per infrangere le tecnologie di criptatura ampiamente utilizzate in Internet», si legge in un memo del 2010 per un briefing per la Gchq, in cui vengono descritti i risultati ottenuti dalla Nsa, e in cui si afferma che «un grande quantità di dati criptati diffusi via internet che finora venivano scartati, sono ora sfruttabili». La Nsa ha speso solo quest’anno 254,9 milioni di dollari (contro i `soli´ 20 per il già noto - da giugno - sistema di intercettazioni web `Prism´) sul programma `Bullrun´, che ha, tra l’altro, l’obiettivo di «influire in segreto» nella la progettazione dei sistemi di comunicazione dei colossi del web, arrivando anche a modificare gli stessi standard internazionali (definiti da organismi sovranazionali) con cui vengono realizzati i sistemi di criptaggio (dal 2011 solo per queste attività sono stati spesi 800 milioni di dollari)

E in un altro memo ancora, si legge che quando gli analisti britannici sono stati messi al corrente dei risultati ottenuti dalla Nsa, sono rimasti «di sasso». Ma evidentemente non sono poi rimasti a guardare. Negli ultimi tre anni, mostra ancora un documento, la Gchq, quasi certamente in stretta collaborazione con la Nsa, ha studiato mezzi per poter penetrare nel traffico di colossi di internet come Google, Yahoo, Facebook, e Microsoft. Nel 2012, i britannici sono riusciti a sviluppare «nuove opportunità di accesso» nel sistema Google.

Il nuovo scoop rappresenta una ulteriore grana per il presidente Obama, già alle prese al G20 con attacchi internazionali sui programmi di controllo elettronico dell’intelligence Usa. Funzionari della stessa intelligence hanno non a caso chiesto ai tre media di non pubblicarlo. Ma la decisione di rendere nota questa storia hanno scritto Stephen Engelberg e Richard Tofel, dirigenti di ProPublica, è stata presa perché «crediamo che sia importante e nel pubblico interesse. È una storia che mostra come le aspettative di milioni di persone sulla privacy delle loro comunicazioni elettroniche sono errate».