giovedì 5 settembre 2013

Kyenge, la sorella rinviata a giudizio per lesioni alla vicina albanese

Libero

Dora, uno dei 38 fratelli del ministro, rinviata a giudizio per lesioni, minacce e ingiurie. Coma la integra Cécile?


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Un'altra grana per  Cécile Kyenge. Sua sorella Kapya, detta Dora, è stata rinviata a giudizio davanti al giudice di Pace di Pesaro con l'accusa di aver picchiato la vicina di casa albanese, Aferdita Bquiri, che come lei abita in una casa popolare dell'Erap a Ginestreto. La notizia è riportata dal Resto del Carlino. I fatti risalgono allo scorso mese di aprile  anche se la Bquiri, medicata al pronto soccorso con una prognosi di cinque giorni, aveva sporto querela per lesioni, minacce e ingiurie soltanto un mese dopo.

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Lei non sa chi sono io...- Non si conoscono i motivi che hanno scatenato la lite. Si conoscono però i dettagli del racconto della presunta vittima.  Secondo Aferdita, Dora Kyenge l'avrebbe colpita con un pugno al collo, minacciata di morte e insultata facendo anche riferimento al Paese di provenienza, l'Albania. Alla fine del suo violento sfogo, avrebbe detto: "Ho le spalle coperte, mia sorella è in Parlamento". Sua sorella era solo deputata, dopo dieci giorni sarebbe diventata ministro dell'Integrazione. 

Dora, che ha lavorato part-time alla'Ipercoop e come sarta, è uno dei 38 fratelli del ministro, era già finita sui giornali quando si era rivolta alla Lega Nord perché  la aiutasse a prendere possesso dell'alloggio di edilizia popolare che le era stato assegnato ma che all'epoca era occupato da una famiglia marocchina. L'ultima volta che il ministro è andata a Pesaro, lo scorso maggio, Dora era in piazza accanto alla sorella più famosa alla cermimonia di consegna della cittadinanza onoraria a 80 bambini e ragazzi figli di immigrati nati in Italia.

Per il Fisco la traccia telematica prevale sulla copia cartacea

La Stampa

La Cassazione, con l'ordinanza 20047 del 30 agosto 2013, conferma un orientamento già consolidato, ovvero che la copia cartacea della dichiarazione dei redditi, sottoscritta dal contribuente, è da ritenersi documentazione valida per controlli da parte del Fisco, successivi e subordinati, a quelli effettuati dall’Amministrazione finanziaria, direttamente sulla traccia telematica, della medesima dichiarazione.


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I dati inclusi nella traccia telematica sono quelli presentati al Fisco, “indipendentemente dal fatto che il contribuente sia tenuto a conservare anche la copia cartacea e che il versamento delle imposte avvenga tramite il modello F24 da cui si può desumere l’ammontare delle somme versate”. Nel caso, la Commissione Regionale del Piemonte aveva accolto il ricorso di un contribuente contro la precedente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Torino (n. 45/16/2010) che aveva respinto la richiesta di annullamento di una cartella che rettificava l’imposta versata dal contribuente, in quanto non era stato riportato in dichiarazione un credito d’imposta relativo a determinati incentivi per la ricerca scientifica. Secondo la Ctr Piemonte, il fatto che detto credito fosse riportato sulla copia cartacea della dichiarazione, dimostrava come tale mancata indicazione fosse da ritenersi un “… mero errore formale che non ha arrecato alcun danno all’Erario”, in quanto l’Amministrazione Finanziaria era comunque a conoscenza delle informazioni richieste.

La sentenza della Ctr Piemonte sembrava quindi andare nella direzione di prevalenza della sostanza sulla forma, ma non per l’Amministrazione Finanziaria che ha proceduto con il ricorso in Cassazione. La Suprema Corte accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle Entrate specifica come i dati dichiarativi presentati dal contribuente sono quelli contenuti nella traccia telematica, “mentre la copia cartacea sottoscritta dal contribuente è strumento utile ai soli controlli, eventuali e successivi. Non vi è perciò ragione per ritenere che in ipotesi di contraddizione tra i dati risultanti nella dichiarazione presentata in via telematica e la copia conservata con modalità cartacea il giudicante possa attribuire preferenza a questi ultimi e perciò ritenere che la predetta copia cartacea sia opponibile al’Amministrazione a preferenza di quella trasmessale per via telematica”. Il ricorso viene quindi accolto e la sentenza della Ctr cancellata.


Fonte:
http://fiscopiu.it/news/il-fisco-la-traccia-telematica-prevale-sulla-copia-cartacea

Occhio allo zainetto troppo pesante

La Stampa

Quale modello scegliere e come evitare guai alla schiena dei bambini? I consigli del presidente della Società italiana di ortopedia e traumatologia


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«Non sovraccaricare troppo la schiena con uno zaino inadatto. E assicurarsi che i bambini non stiano seduti con la schiena curva». Sono due raccomandazioni chiave rivolte a genitori e insegnanti a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, che arrivano da Paolo Cherubino, presidente della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) . Secondo una ricerca Siot, «tra i bambini delle elementari 5 su 10 soffrono di lombalgia. Il doppio rispetto ai loro genitori quando avevano la stessa età. Proprio quella tra i 6 e i 10 anni - spiega Cherubino - è la fascia d’età più importante per lo sviluppo muscolo scheletrico e in cui la schiena dei bambini è più delicata».

Libri e quaderni, col passare dei decenni, si sono moltiplicati, e così pure il peso che grava sulla colonna dei piccoli. Quindi attenzione allo zaino e alla postura. Il modello più adatto, secondo la Siot, deve essere «leggero quando è vuoto, non deve essere dotato di aperture a soffietto e deve avere ampie bretelle imbottite, cinture per essere fissato alle anche - rispetto alle quali non deve mai scendere oltre lungo la schiena - e non deve pesare più del 20% rispetto del peso del bambino». «Per evitare un sovraccarico della schiena - aggiunge Cherubino - occorre evitare di indossare lo zaino su una spalla sola e cercare di appoggiarlo a terra durante il tragitto.

Lo zaino ideale deve avere uno schienale imbottito, ma rigido, e spallacci morbidi. È importante che il peso non superi il 10-15% di quello corporeo. Abbiamo appurato invece che spesso si arriva a una media del 27%». Da sfatare il mito della cifosi o scoliosi provocate dallo zaino scolastico. «Se i vostri figli incurvano la schiena in avanti o lateralmente - prosegue il presidente di Siot - non prendetevela con gli zaini, ma probabilmente le cause sono soprattutto genetiche». Insomma, non sempre il peso dello zaino è il responsabile principale dei disturbi alla schiena e alla colonna vertebrale. «Molti bambini e ragazzi oggi trascorrono diverse ore seduti davanti a uno schermo spesso con la schiena curva o distesi sul divano in posizioni `stravaganti´.

Quindi - sottolinea Cherubino - per evitare problemi in futuro, la prima regola è quella di muoversi: fare attività sportiva per rinforzare i muscoli del busto (addominali, lombari, sacro-spinali) che altrimenti si rilassano e si atrofizzano, col risultato di una colonna vertebrale danneggiata e doloretti vari quando si è grandi». Secondo gli esperti della Siot, nei bambini e fino ai 12-13 anni, non si ha una sensibilità posturale, che si sviluppa solo dopo la maturità neurologica. Solitamente viene preferita la postura percepita come più comoda. Infine, gli ortopedici consigliano, oltre all’attività fisica scolastica (che è spesso «carente in molti istituti»), uno sport settimanale. «Un fisico allenato - conclude Cherubino - sopporta meglio il peso dello zainetto e una colonna vertebrale in movimento è la prima prevenzione per il mal di schiena. Sì quindi all’attività fisica, ma senza esagerare». 

Se la segretaria crea più problemi di un ex amante

Simonetta Caminiti - Gio, 05/09/2013 - 09:10

Parcelle non pagate, rivelazioni choc, pettegolezzi. Da Lady Gaga a Christian Bale a Lance Armstrong: ecco le vittime dei loro factotum

 

Batman tradito dal suo Robin, Sherlock da Watson, Peter Pan, a una certa ora, affondato, col suo stesso pugnale, da Trilly. La coda affettuosa ai nostri piedi non era quella di Fido, ma di una serpe nascosta.


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O solo la pazienza di un «assistente personale» ormai esaurita, frustrata dai vezzi e dalle pretese del capo, vessata da mesi (o anni) di capricci crudeli. Se potesse, ve lo direbbe Lady Gaga. La sua ex segretaria Jennifer O'Neill le ha dato filo da torcere in tribunale: sei ore di deposizione per l'eccentrica popstar. Lady Gaga non avrebbe pagato 380mila dollari di straordinari, per 7mila ore in 13 mesi di lavoro. Il mondo intero ti tiene il passo battendo le mani, non hai problemi di liquidità. E la mia parcella? Fare da sveglia al mattino, passarti l'asciugamano nella doccia, organizzarti agende e, soprattutto, sopportarti. Almeno pagami.

Le accuse di Jennifer, respinte da un portavoce di Lady Gaga, sono confortate dalla precedente personal assistant della cantante: Angela Ciemny, che nel 2010 aveva raccontato a un biografo di Lady Gaga quanto la popstar fosse bisognosa di cure e premure. «Dovevo fare il bagno con lei e dormirle accanto. Odiava star sola». Ne Il Diavolo veste Prada (l'autrice Laura Weisberger sta lavorando al sequel, La vendetta veste Prada, in uscita l'anno prossimo), Miranda Priestley non era altri che Anna Wintour, imperiosa direttrice di Vogue America. Nulla di nuovo, ma chi si sarebbe voluto trovare nei suoi panni quando, in un best-seller, in un film milionario, la sua assistente sbarbatella parlava del suo divorzio, della sua instabilità, la sua avida insensibilità agli altri, di un'attenzione ossessiva e pungente verso l'aspetto fisico?

Poi c'è Batman, che è stato davvero tradito da Robin. Christian Bale, Batman nella saga di Christofer Nolan (annunciato in questi giorni l'ultimo capitolo) si è imbattuto nella sua vita… in libreria. I panni sporchi sotto il mantello nero, a firma del suo ex personal assistant: Harrison Cheung. Cheung ha parlato delle abitudini alimentari di Bale (mele e caffè, la sua dieta), ma soprattutto di fantasie letteralmente assassine dell'attore. Bale avrebbe sostenuto che una fan troppo insistente con le sue lettere, andava «eliminata». Con tanto di suggerimenti: «Un cacciavite infilato nel cervello le impedirebbe di urlare», sarebbero state le parole di Christian Bale. «Per superare i miei anni interi appresso a lui - ha scritto Harrison Cheung - mi ci è voluta una terapia di cinque anni. Il mio analista ha parlato un disordine da stress post-traumatico». E il trauma di Christian Bale, adesso?

Poi c'è Lance Armstrong, ciclista campione di sette Tour de France. Più famoso, però, per l'inchiesta sul doping che lo ha coinvolto: un caso nel quale le testimonianze decisive sono state quelle di Mike Anderson, suo assistente dal 2002, raccolte dalla rivista Outside e utili alla Anti-doping Agency americana. Un altro uomo, braccio destro di un uomo. Anderson ha dichiarato che il suo ex capo è una persona brusca e imprevedibile, capace di lasciare la moglie su due piedi, ma, soprattutto, di tenere soldi cuciti nei pantaloni, di eludere i blitz dell'anti-doping, e di esternare rancore e volgarità di fronte al minimo intoppo.

E Courney Love? La giovane Jessica Labrie avrebbe sopportato i malumori e il duro lavoro assegnatole dalla Love per un contratto che, in cambio, le garantisse 30 dollari l'ora, una borsa di studio a Yale, la partecipazione a un documentario sui Nirvana. Miss Love, invece, neanche le avrebbe pagato gli straordinari, e l'avrebbe coinvolta in imprese illegali come l'assunzione di un hacker. Così recita la querela di Jessica Labrie. Michelle Obama, di assistenti personali, ne avrebbe quaranta. Una si chiama Kristen Jarvis e le somiglia come una sorellina. Gli avvocati dicono che le segretarie, quando ci si mettono, sono peggio di un ex amante. Poliglotte, pelo sullo stomaco, unghie laccate e sorriso impenetrabile. Ma se infrangi i loro sogni, fuori lo scudo. E il portafogli.

Stress da ufficio, ecco le venti cose che ci mandano fuori di testa

La Stampa

Dalla pausa pranzo che salta al disordine lasciato da un collega sulla nostra scrivania, il Telegraph stila una classifica al rientro dalle ferie

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Sull’orlo di una crisi di nervi, in realtà, c’è l’impiegato. Nulla stressa come l’ufficio. Il computer non funziona, e Monsù Travet va in collera. Il collega rompe le scatole, e il ragionier Fantozzi dà in escandescenze. La pausa pranzo salta, e l’ex impiegato modello diventa una belva, affamata dunque più pericolosa. Macché catena di montaggio, macché preoccupazioni siriane, ambientali, berlusconiane: è l’ufficio la nuova alienazione (per tacere delle redazioni...).
Su questa constatazione, per una volta, inglesi e francesi sono d’accordo. Un sondaggio di «The Telegraph» indica che il 51% dei britannici confessa di innervosirsi «regolarmente» sul luogo di lavoro. Dall’altra parte della Manica, scrive www.atlantico.fr, la percentuale di chi ammette di «craquer au bureau» sale al 56, confermando così statisticamente l’osservazione empirica che i francesi sono più nervosi degli inglesi.

Il «Telegraph» indica anche che il giorno peggiore, in ufficio, è il lunedì, dato che nulla stanca e stressa più del week-end, specie se impegnativo come quello inglese. Così, il 42% degli interrogati spiega che il lunedì è meglio non farli arrabbiare. Naturalmente, la crisi economica non ha migliorato lo stato d’animo generale. Anzi, spiega la specialista Véronique Boutin, «rischia di accentuare il fenomeno. Oltre allo stress finanziario personale che vivono gli impiegati e che li segue, come un’ombra, anche al lavoro (e non solo gli impiegati, ndr), loro devono anche fare i conti con lo stress supplementare di vedere compromessa la perennità del loro lavoro o della loro impresa». 

In ogni caso, ecco la classifica delle piccole cose che provocano delle grandi arrabbiature in ufficio, almeno secondo il «Telegraph». E c’è da supporre che molti si riconosceranno in questa top 20 dell’irritazione:

1) il computer in panne
2) un collega che si prende il merito del vostro lavoro
3) un cliente maleducato
4) la gente che parla quando cercate di concentrarvi
5) la stampante che non funziona
6) quando prestate il vostro desk e lo ritrovate in disordine
7) il capo che non vi ringrazia dopo un lavoro lungo
8) il telefono squilla continuamente
9) la gente che non legge o non legge correttamente le mail
10) venire a sapere che un collega vi ha criticato di nascosto
11) i colleghi che fanno i leccapiedi del capo
12) un altro ha avuto l’aumento
13) la gente che chiacchiera
14) vi hanno rifiutato l’aumento che non avete da anni
15) la gente che passa il tempo su Facebook e Twitter invece di lavorare
16) più in generale, la gente che passa tutto il tempo su Internet
17) qualcuno che si è seduto alla vostra scrivania senza chiedere il permesso
18) i colleghi che prendono delle pause-sigaretta interminabili
19) il disordine
20) non avere tempo di pranzare 

Santa Sofia deve restare cristiana” Il patriarca di Costantinopoli all’attacco

La Stampa

In Turchia si accende la polemica sulla possibile riconversione in moschea della celebre ex basilica simbolo di Istanbul

marta ottaviani


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Non si ferma in Turchia la polemica, e per alcuni anche la preoccupazione, circa l’eventualità che Santa Sofia, l’ex basilica cristiana e uno dei simboli di Istanbul, venga riconvertita in moschea. Questa volta a disseppellire l’ascia di guerra è stato niente meno che il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, che fino questo momento aveva mantenuto una posizione di attesa sull’argomento, e che adesso invece ha fatto chiaramente capire di essere pronto a dare battaglia. “Ci sono indicazioni – si legge nel comunicato – che alcune fazioni stanno coltivando l’idea nell’opinione pubblica che Santa Sofia, simbolo della fede cristiana, dovrebbe essere riconvertita in moschea”.

La preoccupazioni del Patriarcato Ecumenico, sono pienamente giustificate. Alcuni mesi fa un gruppo di cittadini di Kocaeli, non lontano da Istanbul, hanno presentato una raccolta firme a una commissione parlamentare, chiedendo che l’ex basilica, oggi un museo, venisse trasformata in moschea. Nei mesi scorsi due importanti chiese a Trebisonda e Iznik, hanno subito la stessa sorte. Ma la portata anche simbolica di una eventuale riconversione di Santa Sofia metterebbe l’esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan al centro di imbarazzi e polemiche ben più grosse.

A indispettire il Patriarcato ecumenico è stato anche un articolo comparso sul periodico della compagnia aerea nazionale, la Turkish Airlines, che presentava Santa Sofia come “La Moschea dei Sultani”, parlando di una sua possibile riapertura al culto islamico come un ritorno alla sua antica aurea spirituale. “La presentazione limitata della storia della Chiesa – si legge sempre nel comunicato del Patriarcato ecumenico – è inaccettabile”.

Costruita nel 360 dc, fu voluta con forza dall’imperatore Teodosio. Distrutta da terremoti e riedificata in modo sempre più imponente, grazie all’impegno dell’imperatore Giustiniano e di sua moglie Teodora, Santa Sofia è stata per anni il centro della cristianità prima e della Chiesa di Oriente dopo lo scisma del 1054. Trasformata in moschea dopo la caduta di Costantinopoli fu gravemente danneggiata durante il regno di alcuni sultani, che fecero intonacare le pareti, facendo perdere per sempre molti dei mosaici che la chiesa conteneva.

Chiusa del 1931 dopo l’avvento della Repubblica, fu riaperta nel 1935 come museo. La decisione portava la firma di Mustafa Kemal Ataturk, fondatore dello Stato moderno che, in virtù del carattere laico della nuova Turchia, riteneva che Santa Sofia non dovesse appartenere a nessuna religione. Prima della visita di Papa Benedetto XVI in Turchia, nel 2006, la basilica fu occupata simbolicamente da un gruppo dell’estrema destra islamico, che entrò al suo interno con tappetini da preghiera e iniziarono a inginocchiarsi, rivolti verso la Mecca. 

Vigili fanno spesa dall'ambulante abusivo, fotografati da consigliere Lega

Corriere della sera

L’esponente del Carroccio Giovanni Colombo è andato al comando della polizia locale e ha sporto denuncia


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«Beccati» sul fatto. Due agenti della polizia locale di Lecco, mentre erano in servizio, hanno acquistato per 5 euro una «cover» per telefono cellulare da un «vu cumprà» abusivo sul lungolago. Ma i due vigili urbani non sapevo che, mentre contrattavano, venivano immortalati dalle immagini scattate con un telefonino dal consigliere comunale della Lega Nord, Giovanni Colombo. Con quelle fotografie, l’esponente del Carroccio è poi andato al comando della polizia locale e ha sporto denuncia contro i due agenti. Ora potrebbero essere accusati di ricettazione.

LINEA DURA - L’episodio ha destato sconcerto a Lecco ed è uno schiaffo per la polizia locale, dopo che da mesi gli agenti del comandante Franco Morizio hanno adottato la linea dura contro i venditori abusivi che assediano, soprattutto nella stagione estiva, via e piazze del lungolago. Un giro di vite che ha portato a numerose denunce e a ingenti sequestri di merce contraffatta. Il consigliere comunale Colombo ha riferito al comandante della Polizia locale: «Mentre passeggiavo sul lungolago, ho assistito a una scena che aveva dell’incredibile», con i due agenti impegnati a fare acquisti da un venditore abusivo. «Dopo aver osservato quanto stavano facendo e averlo documentato con alcune immagini, sono anche intervenuto per chiedere loro spiegazioni. Questo è un episodio grave e imbarazzante per l’amministrazione comunale», ha aggiunto Colombo.

IL SINDACO - «Si tratta di un comportamento, se confermato, davvero grave e da condannare - dice il sindaco di Lecco, Virginio Brivio -. Il comandante pertanto sta accertando i fatti e sono state attivate le procedure per l’assunzione di eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti dei due agenti. E' davvero un episodio negativo, ma che non deve in alcun modo danneggiare l’immagine e il lavoro degli agenti di polizia locale, che ogni giorno sono impegnati per garantire legalità e trasparenza».

5 settembre 2013 | 17:35

Obiettivi fotografici per smartphone: la nuova idea di Sony

La Stampa

Presentati all’Ifa il QX10 e QX100, per scattare foto di alta qualità con Android e iOS. Mercato ancora incerto



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I puristi della fotografia devono rassegnarsi: i cellulari sono lo strumento più usato per scattare immagini e, per quanti progressi si facciano, i risultati restano limitati a causa della qualità degli obiettivi installati. Sony ha pensato di risolvere il problema grazie a dispositivi applicabili su smartphone dotati di wi-fi, che permettano di ottenere foto di qualità superiore. Gli obiettivi, presentati in questi giorni all’Ifa di Berlino, sono compatibili con Android e iOS e potrebbero promuovere la creazione di una nuova categoria di prodotto. La società giapponese li ha presentati al fianco di un nuovo smartphone, lo Z1, che dispone di una fotocamera da 20,7 megapixel e di sensori di immagine più grandi del normale.

La lente QX10 garantisce uno zoom ottico 10x, equivalenti F3.3 - F5.9, e una risoluzione di 18,2 MP, in grado di raggiungere soggetti lontani o di fare ritratti. Ha un sensore CMOS Exmor R, da 1/2.3 pollici e pesa solo 105 grammi. Può catturare video da 1.440x1.080 pixel a 30 FPS. Sul mercato da fine settembre, dovrebbe costare sui 200 euro.

Il modello QX100, atteso anch’esso per settembre, costerà sui 450 euro. È dotato di un sensore CMOS Exmor R da un pollice e 20,2 Mpixel effettivi, processore BIONZ, un obiettivo Carl Zeiss Vario-Sonnar T da sette elementi e sei gruppi con zoom 3,6x F1.8-F4.9 e zoom 3,6x, con tecnologia Optical Steadyshot. Intorno al QX100 si trova una ghiera di controllo che permette di controllare manualmente la messa a fuoco. 

I prezzi sono il tasto più dolente della novità. Questa strategia, infatti, da un punto di vista commerciale, dovrebbe sostenere la sfida sui telefoni di fascia alta con la Nokia. La società finlandese - che presto sarà rilevata da Microsoft - ha infatti presentato il Lumia 1020 nel mese di luglio. Gli analisti l’hanno elogiata per la migliore fotocamera smartphone sul mercato, ma il prodotto è parso troppo costoso.

Sony intende dunque integrare i suoi smartphone con accessori che facciano loro fare un salto di fascia. Ma è la via giusta? Un appassionato di fotografia continuerà a optare per fotocamere reflex e bridge, già dotate di obiettivi intercambiabili. E un utente medio di telefonia mobile perché dovrebbe ricorrere a scomode appendici per i suoi scatti, piuttosto costose? In fondo, il motivo per cui si fotografa con un cellulare è la rapidità e comodità di risposta. 

Interrogativi che si è giustamente posta anche la Sony, incerta sulla risposta del mercato. Yosuke Aoki, portavoce del settore di imaging digitale per l’impresa, ha spiegato alla Bbc che sono in attesa dei feedback del pubblico dopo l’annuncio all’Ifa per valutare ritmi e quantità di produzione. La società di ricerca IDC ritiene che il gruppo nipponico, sul mercato degli smartphone, valga attualmente una quota del 4,1% a livello mondiale, dietro Samsung, Apple, LG, Lenovo, Huawei e ZTE. Il trend, però, è in crescita. 

Mussolini playboy Il Duce nelle donne cercava protezione

Libero

Festorazzi stila una biografia erotico-sentimentale del capo del fascismo: logorato dalla politica, cicondato da cortigiani interessati, aveva bisogno di evadere dal sistema per essere se stesso

Al termine di questa scorribanda tra le decine di amanti del Duce-playboy, provo a riassumere i punti nodali del rapporto di Mussolini con le donne. Poiché rimango convinto che il Capo del fascismo fosse un uomo fondamentalmente solo, schiavo del suo mito al limite dell’alienazione, bisogna partire da queste coordinate per spiegare il suo bisogno di compagnia femminile.

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Il mito del Duce fu creato da Margherita Sarfatti, che puntellò Mussolini nelle tappe decisive della sua completa e totalitaria affermazione sulla scena nazionale (dalla fondazione del Popolo d’Italia alla Marcia su Roma, fino alla nascita della dittatura). La “nazionalizzazione” del corpo del Duce, cuore del culto della personalità, consegnò di fatto l’entità fisica di Mussolini alle masse in mistica adorazione del simbolo vivente della Patria fascista redenta dalle sue miserie ataviche.

Ma questa ostensione del corpo del Duce, centro della vita pubblica del regime, espropriò il dittatore della sua sfera privata. Mussolini stesso si autorappresentava, in termini coloriti, come il ”bue nazionale”, condannato al giogo di un lavoro fisico e mentale incessante. È certo che Benito, anche per sfuggire al menage famigliare insoddisfacente, trascorresse alla scrivania anche le giornate festive, persino quelle tradizionalmente votate all’intimità domestica, come il Capodanno. Il “mito del Duce”, ad un certo punto, divenne una specie di fiera, una belva che imponeva sacrifici di sangue sempre più ingenti: nutrire il mito significava concedergli un tributo quotidiano di carne cruda, come se quel corpo mistico della nazione fosse fatto metaforicamente a fette e servito in pasto alle masse.

Il rapporto di Mussolini con le donne deve essere spiegato alla luce di questa condizione di autosegregazione che rese il Duce “murato vivo” nella mitopoiesi. La ricerca della compagnia femminile fu dunque la reazione comprensibile di un uomo che non aveva più una vera vita privata e che lottava per combattere l’annullamento e la metabolizzazione della sua persona fisica dentro il corpo della nazione. Ma a questo si deve aggiungere un altro elemento molto importante. Proprio perché l’esercizio del comando, durante il Ventennio, obbedì a uno stile di esasperata personalizzazione, Mussolini, oltre a cercare nelle donne una fuga e un’evasione, vedeva nelle sue amanti delle interlocutrici alle quali esternare i suoi dubbi e le sue insicurezze.

Siamo ancora prigionieri del mito del Dux, sia pure di segno contrario rispetto ai tempi eroici: ciò che oggi sopravvive di quella narrazione epica è, piuttosto, un anti-mito, ma pur sempre assoluto nelle superlative valenze negative attribuite al personaggio, come se il Duce si fosse impadronito soltanto dei territori del sublime o dell’orrido, privandoci delle altre possibili alternative per rappresentarlo. Perciò, ancora oggi, tendiamo a considerare Mussolini come un superuomo privo di debolezze e di tare psicologiche.

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È vero invece il contrario. Ferito e logorato da decenni di feroce lotta politica, il Duce degli anni dall’apogeo al declino era un uomo che desiderava esprimersi ed essere ascoltato, al riparo da orecchie interessate e spietatamente interne al gioco politico al quale tentava di sottrarsi. Non potendosi fidare di nessuno, in particolare dei suoi cortigiani, Mussolini cercava nelle figure femminili delle interlocutrici sensibili alle quale potersi abbandonare, per rivelarsi, alla fine, per ciò che era, senza timore di essere giudicato o, peggio, smascherato nelle sue debolezze. Le donne, a quel tempo, erano outsider, non partecipavano se non marginalmente alla vita pubblica del regime. Ciò le rendeva, ai suoi occhi, estranee al colorito mondo di intrighi e di bassezze morali con il quale era ogni giorno a contatto.

Dunque, se vogliamo essere obiettivi, più che un erotomane, dobbiamo considerare Benito come un uomo povero di rapporti umani autentici, anche per via della progressiva erosione degli spazi della sua privacy, che gli impediva, quasi, di contare su persone amiche e disinteressate. Le sue amanti, in questo senso, più che essere per lui un semplice trastullo o un gingillo, costituirono forse le sole persone in grado di risarcirlo delle sue mutilazioni affettive e della sovraesposizione della sua figura sulla scena pubblica. A ciò si deve aggiungere che gli furono tanto più care le donne che seppero esercitare una funzione protettiva e rassicuratoria.

Con ciò non intendo sostenere che Mussolini fosse casto come un frate trappista. No, era un uomo che cercava nel contatto umano con il mondo femminile anche quei rinforzi di tipo psicologico ai quali il suo carattere di vanesio aspirava. Grande narciso, Benito desiderava ricevere approvazione, sostegno, ammirazione, dalla favorita di turno che calcava la scena.Insomma, l’esplorazione di questa dimensione del Duce è in grado di fornirci una indiretta risposta agli interrogativi riguardanti le cause che condussero il regime, nel giro di pochi anni, dall’apogeo alla propria fatale autodistruzione. Se lo stesso uomo che aveva creato dal nulla quel sistema, sentiva il bisogno di evaderne, ciò significa che in tale sistema vi era qualcosa di disumano e, in fondo, spaventoso.

Scrivendo questa sorta di biografia erotica di Mussolini sono giunto a tale conclusione. Non so se il lettore, al termine di questa carrellata di trofei femminili del Duce, la condivida o meno.


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Camillo, il cane che prende l’autobus

La Stampa

Un quattrozampe sanremese ogni giorno parte alla scoperta di una parte della città usando i mezzi pubblici


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Esce di casa al mattino, prende l’autobus, attende ai suoi impegni e rientra la sera compiendo il tragitto inverso. Quello che sembra il classico tran tran dei pendolari descrive anche la giornata di Camillo, un cane sanremese che ogni giorno parte alla scoperta di una frazione cittadina usando i mezzi pubblici. Camillo ha 12 anni e sa sempre cosa vuole, soprattutto sa dove vuole andare. E siccome e’ curioso, Camillo prende tutti i giorni l’autobus e se ne va in giro per le frazioni di Sanremo. Camillo non si preoccupa se fa stare in pensiero la famiglia e nemmeno dei controllori dell’autobus anche se non paga il biglietto. Va, esplora e torna sempre a casa dalla sua padrona. 

La storia di Camillo non è l’unica che vede un quattro zampe atteggiarsi a essere umano. Pochi mesi fa gli italiani si sono commossi con il caso di Tommy, un meticcio del brindisino che per due mesi, prima di spegnersi per un arresto cardiaco, ha varcato quotidianamente la soglia della chiesa dove era stato celebrato il funerale della sua padrona. E un racconto simile, quello del cane siciliano Italo che, fino alla sua morte, un paio d’anni fa, partecipava ai riti religiosi e alle feste paesane improvvisandosi anche guida per i turisti, sta per approdare sul grande schermo grazie a un film che vede tra i protagonisti Marco Bocci, Elena Radonich e Barbara Tabita.

Se Camillo ha scelto il bus, non mancano i cani che prediligono i mezzi di trasporto privati. Per rendersene conto basta guardare alcuni video che spopolano su Youtube. Tra questi è stato ammirato da qualche milione di internauti l’americano Norman, un bel cagnone bruno a pelo lungo ripreso dalla sua padrona mentre va a spasso per il quartiere in bici o sullo skateboard. Proprio dello skate è campione Jumpy, un border collie australiano amante delle acrobazie e della velocità, capace di lanciarsi in spericolate discese sul monopattino e di sfidare le onde sulla tavola da surf.

Accanto ai cani che ricalcano i comportamenti degli uomini, ci sono anche quelli che si ispirano ai bimbi o che ricordano gli anziani. È finito sotto i riflettori del popolarissimo David Letterman Show, ad esempio, il bulldog Gabe, che ama passare il suo tempo su un cavallo a dondolo e lasciarsi cullare. A farsi cullare come un neonato, immerso nel Lago Superiore e con il muso appoggiato al petto del suo padrone, era anche Schoep, un vecchio pastore tedesco del Wisconsin deceduto un mese fa. Dolorante per una brutta forma d’artrite da cui trovava sollievo solo in acqua, aveva intenerito milioni di persone sul web, ricevendo 25mila dollari in donazioni per le sue cure mediche. 

Un tweet ogni cinque rivela dove si trovano gli utenti

La Stampa


Lo studio condotto dalla University of South California: attraverso gli aggiornamenti vengono svelate informazioni inconsapevolmente


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Un nuovo studio condotto dalla University of South California ha analizzato più di quindici milioni di tweet per scoprire che uno ogni cinque diffonde la posizione dell’utente. L’indagine rivela che sono moltissimi i fruitori di Twitter a rivelare inconsapevolmente la propria posizione attraverso gli aggiornamenti sul social media. Lo studio, apparso sull’International Journal of Geoinformatics, fornisce importanti spunti per l’attuale dibattito in merito alla privacy correlata ai social network e all’utilizzo commerciale e governativo dei dati privati.

Twitter ha circa cinquecento milioni di utenti attivi che si calcola utilizzeranno il social settantadue miliardi di volte solo nel 2013. Circa il sei per cento dei fruitori consente alla piattaforma di trasmettere la posizione con ogni tweet. Ma si tratta solo di una piccola parte dell’impronta che gli utenti lasciano su Twitter e anche quelli che rifiutano l’opzione per salvare la propria privacy risultano a rischio. Grazie ad un’app chiamata Twitter2GIS che permette di analizzare i metadati raccolti da Twitter, compresi dettagli sulla città natale dell’utente, il fuso orario e la lingua, lo studio ha dimostrato che con l’equivalente di 4,4 milioni di tweet al giorno circa il 2,2 per cento degli utenti che pensa di essersi tutelato rivela in realtà con estrema precisione persino la strada in cui si trova grazie ai dati «ambient» location. 

Adotta una mucca a distanza” La ricetta anti crisi del contadino

La Stampa

L’animale si può scegliere attraverso un catalogo virtuale. Il papà adottivo riceverà 8 chili di formaggio della “sua” mucca e una foto incorniciata. Boom di richieste da Usa a Cina


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Per sbarcare il lunario in tempi di magra per l’agricoltura, un contadino del Vorarlberg, il Land austriaco al confine con la Svizzera, ha avuto l’idea di affittare, virtualmente, una delle sue 14 mucche. L’iniziativa ha successo e i clienti vanno dall’Inghilterra agli Stati Uniti, fino alla Cina. Mathias Erath, di 33 anni, sta riscuotendo grande successo con la sua trovata `Kuh for you´, che tradotto da un misto di tedesco e inglese significa mucca per te.

Collegandosi al suo sito (www.kuhforyou.at), è possibile scegliere una mucca anche dall’estero esaminandola, e seguendola, da lontano grazie a una webcam piazzata nella stalla. Una volta fatta la scelta, per otto settimane al costo di 29 euro la settimana, il `padrino´ a distanza della mucca riceverà da Erath una foto incorniciata del ruminante prescelto e 8 chili di formaggio prodotto col latte dello stesso. Per facilitare la scelta, sul sito c’è un catalogo di foto con tanto di delucidazioni sul carattere delle mucche: da «Kira, felice come la luce del sole», a «Reni, capatosta», ce n’è per tutti i gusti.

Per i più generosi c’è anche il pacchetto mucca-regalo: un’idea creativa che trasmette un tocco rurale a chi vive in centro urbano di qualsiasi parte del mondo. Le mucche noleggiate a distanza «sono soprattutto regali per amici all’ estero, ma anche per colleghi di lavoro», ha spiegato all’Ansa la madre del contadino, Dorothea Erath. «Finora dall’Italia non abbiamo ricevuto richieste, ma la nostra offerta è globale», ha detto. 

Perché sono contraria a «genitore 1» e «genitore 2»

Corriere della sera


di Elvira Serra

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Premessa n.1: il ministro Kyenge sta facendo un grande lavoro sull’integrazione. A lei ho dedicato la mia rubrica «La forza delle donne» sul numero di F di questa settimana. Il titolo dice tutto. «Abbiamo un sogno: che gli insulti verso di lei finiscano».
Premessa n.2: qui non c’entrano i diritti degli omosessuali, dei quali altre volte mi sono occupata sulla 27esima ora.


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Detto questo non sono d’accordo con Cécile Kyenge quando si dice favorevole alla proposta di usare a scuola la parola «genitore 1» e «genitore 2» al posto del «concetto obsoleto» di «padre» e «madre».

Lei replicava all’idea di Camilla Seibezzi, consigliera comunale e delegata del sindaco di Venezia ai diritti civili e contro le discriminazioni, che aveva suggerito questa soluzione per evitare che i bambini alla scuola materna si sentissero diversi dagli altri: dunque voleva essere un passo in avanti contro l’omofobia. Seibezzi, dopo quella uscita è stata minacciata di morte. E questo non va bene, non è tollerabile e va denunciato in modo forte e chiaro.

Però, vorrei tornare al punto. L’iniziativa, nasce sull’onda francese, e qui se ne è già occupato Stefano Montefiori da Parigi.

Io ci vedo un impoverimento, non un arricchimento. Magari sbaglio. Ma nessun progresso può passare dalla cancellazione del passato. Peraltro, al momento (e mi consola), i bambini nascono ancora da un uomo e da una donna. Poi, nelle famiglie arcobaleno, ci sono due mamme o due papà.

Ma il nome che secondo me non può mai essere «obsoleto», come dice il nostro ministro per l’integrazione, è quello di mamma e di papà, di madre e di padre, che sono la nostra storia, le nostre origini, le nostre radici.
Mi spingo più in avanti. Credo che ogni bambino abbia diritto di sapere come è stato concepito. Da due ovociti non nasce un embrione. Da due spermatozoi non nasce un embrione. Così è. Mentre è vero che come si amano un uomo e una donna si amano due donne e due uomini, che da quell’amore possono desiderare un figlio. Figlio che però non nascerebbe senza i due ingredienti fondamentali.

Possiamo discutere sul fatto che non può essere chiamato padre un donatore di sperma, né madre una donatrice di ovuli o di un utero in affitto. Biologicamente, però, il padre e la madre sono quelli.
Non basterebbe scrivere, nei documenti scolastici, «mamma 1» e «mamma 2», «papà 1» e «papà 2»?

Twitter @elvira_serra

Il caso Cgil-Federconsumatori diventa un’interrogazione parlamentare

l’intraprendente.it


Dopo la denuncia de L'Intraprendente, il capogruppo della Lega in Senato Massimo Bitonci chiede chiarimenti al ministro Zanonato sulle tessere dell'associazione rilasciate, senza che lo chiedessero, agli iscritti del sindacato

di Francesca Carrarini


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La notizia è di portata nazionale ma, coincidenza (e seriamente, non una di quelle coincidenze politiche sempre troppo frequenti), tutto appare consumarsi a Padova: padovana la persona che ci ha messo al corrente di questo strano giro di tessere tra Federconsumatori e Cgil, padovano il presidente della Federcontribuenti Marco Paccagnella che ha sollevato il caso, padovano il senatore Massimo Bitonci che questa mattina ha depositato un’interrogazione parlamentare in riferimento all’articolo che abbiamo pubblicato e, dulcis in fundo, padovano è anche colui chiamato a rispondere, quindi il ministro dello Sviluppo Economico e presidente del Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU) Flavio Zanonato.

«Ho depositato un’interrogazione parlamentare per il ministro Zanonato affinché si accerti che quella descritta dalla signora padovana non sia una prassi consolidata, nonostante le giustificazioni che ha ricevuto dalla dipendente del sindacato al quale si era rivolta dopo aver ricevuto la tessera di Federconsumatori» dice Massimo Bitonci, capogruppo al Senato per la Lega Nord. Nessun pregiudizio o colpevolezza accertata, ma la sola volontà di fare chiarezza: «Chiediamo a Zanonato di indagare sull’operato del CNCU e di portare in aula una relazione: per tutelare i cittadini, per evitare sprechi di denaro pubblico, per salvaguardare il buon nome di tutte le associazioni, specie di quelle che nemmeno accedono ai finanziamenti» aggiunge il senatore.

Una necessità dettata dal difficile momento che sta attraversando l’Italia, aggiunge Bitonci: «Stiamo assistendo a tagli su ogni comparto che riguarda la quotidianità dei cittadini: tagli sulla sicurezza, tagli sulla sanità, tagli sui servizi pubblici. Tasse sul lavoro, tasse sulle imprese, tasse sul reddito. La politica del Governo Letta segue le orme tracciate da Monti, invece di andare a caccia di sprechi. Sprechi che sembrano essere ovunque. Quanto successo a Padova – conclude il capogruppo leghista – deve far riflettere». E deve essere accertato, aggiungiamo noi, non solo in Veneto ma in tutte le regioni e per tutte le associazioni.

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«Ben venga questa interrogazione parlamentare» è il commento invece del presidente di Federcontribuenti Marco Paccagnella, che aggiunge: «L’Italia deve tornare ad essere un paese normale. Non è possibile che tutto, anche l’associazionismo, ruoti intorno al profitto personale e alla visibilità derivante da trasmissione televisive e ospitate varie». Bisogna guardare ai paesi esteri per vedere la differenza, aggiunge il presidente: «In America, per esempio, le associazioni vivono solo di tesseramenti e donazioni. Per esistere, in poche parole, devono rendere conto a chi si iscrive chiedendo loro un aiuto. Se le associazioni vengono finanziate, anche solo

in parte, attraverso contributi pubblici, potrebbe venire a mancare l’impegno verso la soluzione delle problematiche che coinvolgono i cittadini, tanto i soldi arrivano comunque». Un discorso che Paccagnella, sottolinea, essere rivolto a tutti, non solo a Cgil Federconsumatori: «Raramente abbiamo visto associazioni che ricevono contributi pubblici attaccare poteri forti come banche ed Equitalia». «L’associazionismo è una cosa estremamente seria – conclude Paccagnella – non è un centro commerciale né una bottega ed è ora che i cittadini pretendano da tutti gli organi pubblici questa serietà». L’Italia deve tornare ad essere un paese normale.



Quello strano giro di tessere tra Cgil e Federconsumatori

l’intraprendente.it

Capita che iscrivendoti al sindacato di lady Camusso ti arrivino a casa due "card". Una, ça va sans dire, non richiesta. Peccato che l'associazione di Trefiletti percepisca finanziamenti statali in base al numero di iscritti

di Francesca Carrarini


Si può avere dei sindacati l’opinione che si vuole, ma risulta normale e conveniente rivolgersi a loro per sbrigare le più diverse pratiche burocratiche che a noi privati cittadini, diversamente, ci farebbero perdere intere giornate di lavoro senza risultati certi. Ovviamente, dal canto loro, niente per niente, quindi per avvalersi delle proprie consulenze è necessario tesserarsi: compilare il modulo con i dati personali, firmare il permesso dell’utilizzo dei dati sulla privacy, pagare la quota di iscrizione e per l’anno in corso e attendere l’arrivo della tessera a casa. O meglio, attendere l’arrivo delle tessere a casa. Plurale. Eh si, perché pare esser divenuta abitudine per alcune di queste associazioni utilizzare formule del tipo “paghi uno prendi due”.

A raccontarcelo è un cittadino padovano, che nel parlarci della sua esperienza cita due importanti sigle associative del territorio: la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro rappresentata pubblicamente dal segretario Susanna Camusso (è la maggiore confederazione sindacale italiana con oltre 5 milioni e 750mila iscritti – di cui 3 milioni sono pensionati – e circa 5 milioni di bilancio dichiarati nel 2011 tra fondi attivi, passivi e patrimoniali) e la Federconsumatori, altra associazione no profit presieduta da Rosario Trefiletti che, per informare e tutelare gli utenti iscritti nel registro regionale, dichiara un bilancio attivo di poco meno di 400mila euro solo in Veneto (poi ci sono tutte le altre regioni).

«Qualche settimana fa mi sono recato con mia madre al Caaf della Cgil per sbrigare alcune pratiche relative l’atto di successione e, in quella sede, ho firmato tutti i documenti relativi il tesseramento» racconta il padovano. «Dopo qualche tempo mi arriva a casa una lettera speditami dalla Cgil. L’ho aperta, sapendo che vi avrei trovato la tessera che avevo richiesto ma, con sorpresa, mi sono accorto che le tessere contenute all’interno della busta erano in realtà due: quella della Cgil e quella della Federconsumatori». Tessera, quest’ultima, che il padovano non ricorda di aver mai richiesto: «Ho chiamato l’ufficio della Cgil per segnalare l’errore e la centralista mi ha risposto che non c’è stato nessun errore: prassi, mi ha detto». All’uomo nessun costo aggiuntivo, il tesseramento all’associazione di Trefiletti è avvenuta in modo del tutto automatico e gratuito, ma non indolore per le tasche dei contribuenti. Viene infatti da chiedersi perché la spedizione della doppia tessera associativa:

«Oltre a riscontrare una palese violazione della privacy, esiste la questione dei finanziamenti – afferma Marco Paccagnella, presidente di Federcontribuenti, associazione che agisce a difesa dei contribuenti su tutto il territorio nazionale e che ha rifiutato ogni finanziamento pubblico – lo Stato calcola i contributi alle associazioni in base al numero di tessere sottoscritte: più sono le adesioni, più alti sono i finanziamenti. Se Federconsumatori associa a sé ogni nuovo iscritto Cgil, capisce bene che gli zero a bilancio crescono in modo esponenziale». Ma il problema non finisce qui, perché oltre ai finanziamenti (la cui spesa inevitabilmente ricade sui contribuenti) vi è anche una questione di convenienza e etica: «C’è da dire che la maggior parte delle persone iscritte alla Cgil non sanno di essere anche associati Federconsumatori, e quindi non fruiscono dei servizi che possono essere offerti dall’associazione – commenta ancora Paccagnella, che aggiunge – l’associazione in questo trae il massimo guadagno dai soldi pubblici, non dovendo muovere un dito per aiutare i suoi iscritti che potremmo definire fantasma. Ma poi l’altro problema, forse il più grave: il CNCU».

CNCU: Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti, organo dello Stato che fa capo al ministero per lo Sviluppo Economico e presieduto dallo stesso ministro, oggi Flavio Zanonato: «Il CNCU ha funzioni consultive sugli argomenti relativi ai diritti dei consumatori e presiede spesso i tavoli istituiti quando l’ira civile minaccia tempesta sulla casta politica» dice ancora il presidente di Federcontribuenti, che spiega che tutte le associazioni in Italia possono fare richiesta di entrare in questo organo e che tutte quelle fino ad oggi iscritte ricevono soldi pubblici: «Queste associazioni, tutte rigorosamente no profit, ricevono pochi se non pochissimi controlli.

È vero che associarsi è una libertà inviolabile, ma è anche vero che tale organo limita ampliamente e arbitrariamente il diritto di ogni associazione di agire in piena libertà. Recenti visure camerali che abbiamo analizzato – infatti – hanno messo in evidenza gravi anomalie: noi temiamo che questo sistema alimenti i così detti bacini di voto e che organismi come il CNCU siano più vicine a lobby che a istituzioni a servizio del cittadino» conclude Paccagnella. Insomma, un affare per associazioni come Federconsuamatori o Cgil che incrementano il loro bilancio sfruttando pochi nominativi. Un affare per Zanonato, che in qualità di Presidente del CNCU potrebbe usare il suo incarico per far muovere consensi e un affare per lo Stato, capace così di mantenere inalterato il suo potere sul territorio. Un problema solo, per i cittadini, ma questo si sa, non fa più notizia.

Armi italiane nell’arsenale di Assad

La Stampa

Roma è il primo fornitore fra i Paesi europei nell’ultimo decennio: modernizzati i tank del raiss

francesco grignetti
roma


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Era il lontano 1998. Gli Stati Uniti di Bill Clinton scommisero sul giovane Assad, delfino designato dal padre, ritenendo che il giovanotto, quando fosse arrivato al potere, avrebbe potuto riportare la Siria nel novero delle nazioni civili. E così, nonostante le polemiche, vennero alcune decisioni significative: la Siria uscì dalla lista nera dei Paesi produttori di stupefacenti, furono cancellate alcune sanzioni, attenuato l’embargo alla vendita di armi. A ruota seguirono gli alleati. E gli italiani furono i più lesti a riagganciare Damasco. Il risultato si vide presto: una maxi commessa da 400 miliardi di lire (206 milioni di euro) per la nostra industria militare. 

L’autorizzazione del governo italiano a quella fornitura-monstre si può leggerla nella Relazione sui materiali d’armamento che il governo D’Alema trasmise al Parlamento il 31 marzo 1999. «Nel 1998 la quota rilevante delle esportazioni - è scritto - si è concentrata su un solo Paese di destinazione e in pratica per una sola commessa. La Siria infatti si attesta al primo posto, tra i Paesi significativi, con il 21,79% (delle esportazioni in armamenti,ndr) pari a 400,64 miliardi con 1 autorizzazione». In un solo colpo quell’anno Damasco surclassò Parigi che acquistò armi per appena 241 miliardi, o gli Stati Uniti con 155 miliardi. 

Che cosa in concreto abbia significato quella commessa, lo si capì negli anni seguenti: visori notturni, con capacità termica e laser, per il puntamento dei carri armati. Un sistema d’eccellenza chiamato «Turms», prodotto da un’azienda Finmeccanica, perfetto per ammodernare i vecchi tank T72 di produzione sovietica, che erano assai rudimentali quanto a sistemi di puntamento. Montando il «Turms», anche il vecchio T72 può sparare in movimento e per di più riesce a colpire di notte. Ci sono visori diurni e notturni, stabilizzati, con telemetro laser, sia per il capocarro che per il servente.
In quel fatidico 1998, insomma, la Galileo Avionica incassa 229 milioni di dollari, pari a 400 miliardi di lire, per la fornitura di 500 pezzi del «Turms». Come di prassi, però, la commessa viene formalizzata a livello di aziende, poi autorizzata dal governo, infine diluita negli anni perché questi non sono materiali che si tengono pronti in magazzino: si producono poco alla volta e a seguire si consegnano. 

E non c’è da meravigliarsi se le statistiche europee segnalano un imponente flusso di esportazioni che dall’Italia raggiungono la Siria per tutti gli anni Duemila. Così prorompente è il flusso, che noi italiani risultiamo al primo posto tra gli europei per forniture di armi. Che arrancano, ma ci sono. Sempre nel 1998, per dire, dalla Danimarca salpò un mercantile con a bordo 12 carri armati T-72 e 186 tonnellate di munizioni. E in Germania era da poco esploso lo scandalo di una impresa d’armamenti, la «Telemit Electronic», che si sospettava avesse pagato mazzette al partito liberale di Hans-Dietrich Genscher, ministro degli Esteri, in cambio di autorizzazioni all’esportazione verso Siria, Giordania, Arabia Saudita e Iraq. Senza perdere il senso delle proporzioni, però, bisogna pur sempre ricordare che negli ultimi dieci anni è stata la Russia di Putin il vero fornitore di armi della Siria. Da Mosca arriva il 78% delle armi per l’esercito di Assad.

«E qui stiamo parlando solo delle forniture ufficiali - avverte il vicepresidente dell’Archivio disarmo, Maurizio Simoncelli - non del mercato grigio o di quello nero. Le statistiche, come è ovvio, registrano solo i contratti registrati. Poi c’è tutto il resto». Il «resto» è ciò che viaggia sotto copertura. Altrimenti non si spiegherebbe com’è che da due anni c’è l’embargo per il regime, nessuno o quasi ammette di rifornire i ribelli, eppure le munizioni in Siria non mancano mai. Secondo l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere di Brescia e la Rete Disarmo Italia è molto sospetta l’impennata di esportazioni in armi leggere (definizione vaga che comprende pistole, fucili, cartucce, e persino bombe a mano, mitragliatrici e lanciamissili) verso la Turchia. 

Secondo un’accurata inchiesta del sito d’inchiesta «Wired», comunque, le vecchie forniture della Galileo Avionica sono andate avanti per dieci anni con picchi nel 2002- 2003. E siccome 500 puntatori per carri armati sono davvero tanti anche per il nutrito esercito di Assad, s’è sospettato che un certo numero di quei sistemi d’arma siano arrivati sottobanco a Saddam Hussein. Si era alla vigilia della Seconda guerra del Golfo. Guarda caso il segretario alla Difesa statunitense, Donald Rumsfeld, accusò il regime di Assad di aver fornito armi a Saddam aggirando l’embargo. D’altra parte è lo stesso periodo in cui il regime iracheno trasferì il suo arsenale chimico in Siria. Quelle stesse armi chimiche che Saddam aveva utilizzato contro i ribelli curdi e che Assad starebbe usando oggi. Uno scambio di favori tra dittatori. 

Nuova timeline dell’Antico Egitto grazie a radiocarbonio e modelli digitali

La Stampa

Team di archeologi scopre una nuova data d’origine: il primo sovrano della civiltà è salito al potere nel 3.100 avanti Cristo

londra


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Stabilita una nuova data di origine dell’Antico Egitto. Utilizzando tecniche al radiocarbonio e modelli al computer, un team di ricercatori britannici ha dimostrato che il primo sovrano della civiltà è salito al potere nel 3.100 avanti Cristo circa. L’indagine, pubblicata sui Proceedings of the Royal Society A , è stata condotta da Michael Dee (Research Laboratory for Archaeology - University of Oxford). Finora la cronologia dei primi giorni d’Egitto si era basata su stime approssimative. 

In assenza di documenti scritti, una timeline è stata ipotizzata esaminando gli stili evoluti delle ceramiche ritrovate nelle sepolture. Considerando le informazioni raccolte precedentemente, il periodo predinastico, fase in cui i primi gruppi iniziarono a stabilirsi lungo il Nilo e a coltivare la terra, sarebbe iniziato nel 4000 avanti Cristo. Adesso la nuova analisi rivela che questo processo è in realtà iniziato più tardi, tra il 3700 e il 3600 avanti Cristo.

Il team ha scoperto che poche centinaia di anni più tardi, da circa il 3100 avanti Cristo in poi, i gruppi si organizzarono in una società governata da un re. Un periodo di transizione tra due distinte strutture sociali molto più ridotto di quanto si pensasse, circa 300-400 anni più breve. La ricerca è riuscita a datare anche i regni dei primi sette re e regine. 

La coppia si separa e i cuccioli vengono riportati al canile

Il Giorno

di Rossella Minotti


Dopo la separazione i due milanesi hanno riportato i cani là dove li avevano presi. Grande il dolore dei volontari della Onlus: "I due cuccioli si trovano reclusi, sicuramente si staranno domandando che cosa avranno mai fatto di male"


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Milano, 4 settembre 2013 - È recente la notizia giunta dall'Inghilterra che moltissimi sudditi di Sua Maestà considerano gli animali domestici, soprattutto i cani, alla stregua dei propri figli. In Italia purtroppo non è così. Non solo ogni anno d'estate aumentano gli abbandoni, ma ci sono anche storie tristi come questa di Rexy e Peggy tristemente restituiti al mittente. Per loro, dopo sei anni in casa di coccole e amore, si riaprono le gelide porte del canile. I due pet avevano trovato, almeno così sembrava, una bella famiglia: marito, moglie e bimbi erano andati all'Associazione Canili Milano Onlus per scegliere un cucciolo. Ne presero addirittura due.  Una famiglia modello, con i cuccioli che crescono insieme ai bimbi, ed ecco che all'improvviso la separazione della coppia porta alla repentina e crudele decisione.

I due milanesi hanno riportato i cani là dove li avevano presi. Grande il dolore dei volontari della Onlus. "Da ieri si trovano reclusi - dicono - , sicuramente si staranno domandando che cosa avranno mai fatto di male. Oppure se quella famiglia che loro adorano, per la quale darebbero la vita e che non dimenticheranno mai (loro) torneranno mai a riprenderli. Un dolore straziante, paura e tristezza! Ma purtroppo noi sappiamo che non torneranno a riprenderli, e Rexy e Peggy non meritano di passare la vita dietro le sbarre".

Un appello che non si può non raccogliere. L'Associazione Canili cerca per loro una bella adozione, meglio se in coppia. Ma vengono valutate anche adozioni singole. Va bene anche una sistemazione in giardino purché gli consenta di stare insieme e con un ricovero caldo e protetto per la notte. Una storia triste, ma purtroppo, dicono i volontari, "molto comune". E invitano le coppie a pensarci bene, prima di adottare un cane: "Pensate che dovrete tenervelo anche se vi separerete, perché l'amore è questo, nel bene e nel male".

 Per informazioni www.canilimilano.it.

Senatori a vita: critiche sul metodo non sul merito

Il Giorno


A proposito delle nomine dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica Napolitano



Milano, 4 settembre 2013 - A proposito delle nomine dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica Napolitano. Le alternative che qualcuno ha indicato in campo centrodestra dimostrano poco buon senso: nessuno ha detto chi poteva esser meglio, tutti dicono della inutilità di avere questa incongrua spesa... Geronimo, da il giorno.it

Verissimo, le civili critiche dei nostri lettori su carta e internet nella maggior parte dei casi si rifanno al metodo e non al merito delle scelte operate dal presidente della Repubblica. Nessuno nega il valore dei quattro neo senatori a vita. Semmai se ne sottolinea l’omogeneità politica. Le proteste, piuttosto, riguardano l’investimento finanziario: in un momento in cui il Paese è in palese difficoltà e mentre i tagli colpiscono soprattutto i cittadini comuni e i più deboli fra loro, quattro nuovi super stipendi muovono l’indignazione della maggior parte delle persone che si domandano se queste nomine fossero davvero indispensabili e non rinviabili.


di Barbara Consarino
barbara.consarino@ilgiorno.ne

L'infanzia rapita, I bambini armati di Napoli

Corriere della sera

di Amalia De Simone


VIDEO : «Ecco quanto ci pagano per uccidere»


Il calcio di un fucile il grilletto ben visibile e poi una parte in ferro che sembrava il carrello privo di caricatore. Era un fucile. Lo imbracciava un ragazzino di una decina di anni che appena si è accorto di essere visto ha cominciato a correre. Tutto si è consumato in pochi secondi, la strada era sconnessa e per questo le immagini non sono chiarissime. Il ragazzino si è rifugiato in un varco di fronte a quella specie di favelas/discarica a cielo aperto di via delle Brecce a Napoli che chiamano campo rom. Pochi minuti dopo è uscito in bici. Senza perdere tempo è corso in un bar ad avvisare alcuni uomini che si sono precipitati fuori per cercare di rintracciare chi aveva fatto le riprese.

LA BIDONVILLE DI NAPOLI - E' accaduto durante uno dei giri a Gianturco, periferia est di Napoli: giri necessari per documentare il fenomeno della prostituzione minorile. Si dice che molti ragazzini e ragazzine avviate alla prostituzione provengano da lì. Un luogo spettrale che potrebbe sembrare Korogocho o Dandora a Nairobi o una bidonville di Rio de Janeiro. Un luogo sopraffatto da rifiuti e topi dove i bambini fanno lo slalom con le biciclette tra fusti, rottami ed escrementi. Un luogo nel quale però spesso si vedono entrare ed uscire auto di grossa cilindrata. Che ci faceva un ragazzino con un fucile smontato? Lo aveva trovato nei rifiuti? Lo stava portando a qualcuno? Perché quando ha visto che c'era una telecamera è scappato via? Chi è andato ad avvisare e perché?

I MINORI USATI DALLA CAMORRA - I bambini a Napoli spesso vengono utilizzati nelle operazioni militari dei clan o comunque nel «sistema camorra». Emerge da molte indagini della Dda, di carabinieri, polizia e guardia di Finanza che spesso hanno documentato l'impiego di minorenni come vedette o trasportatori di armi. Sono i nuovi «muschilli» e il principio è sempre lo stesso di trent'anni fa: le conseguenze giudiziarie per un minorenne sono molto meno gravi qualora venga trovato in possesso di armi o droga e quindi i camorristi preferiscono trasferire i rischi sui ragazzini.

«COSI' ARRUOLANO NOI RAGAZZINI» - Il meccanismo lo spiega bene una ragazza di diciassette anni della zona tra Miano e Secondigliano che ha visto tanti amici arruolati dai clan e perfino i suoi fratelli. E' stata intervistata di spalle e in maniera anonima non solo perché è minorenne ma soprattutto per proteggerla, perché il suo modo di parlare «anticonformista» rispetto all'ambiente che è costretta a frequentare già più di una volta l'ha messa nei guai. Il quadro che descrive è agghiacciante: i clan utilizzano i ragazzini per trasportare le armi, nasconderle e anche usarle, senza alcuno scrupolo. Una delle mansioni sempre più affidate ai minori è proprio quella di occuparsi delle armerie: puliscono i “ferri” (in gergo sono le pistole) li portano in posti impensabili e poi li vanno a prendere quando servono. «Dipende dalle cosiddette capacità... se sono di fiducia possono anche tenere il ricavato delle piazze di spaccio; ma se c'è un conto sbagliato, anche se loro non c'entrano niente vengono picchiati come se fossero adulti».

UN PREZZARIO (ANCHE PER UCCIDERE) - Poi elenca un prezzario che resiste e si adegua a qualsiasi crisi: «I guadagni dipendono dall'andamento delle piazze di spaccio. Il budget settimanale può andare dai 1500 euro, 2mila e a volte anche 3mila per uno spacciatore, mentre un palo guadagna circa 150 euro al giorno. Chi detiene le armi guadagna di più perché è richiesta responsabilità, chi fa il cassiere 5/600 euro alla settimana ma comunque dipende da quanta droga si vende«. E per uccidere? «Beh.. quello dipende dalla persona che stai andando ad uccidere. E' chiaro che il prezzo è diverso se devi uccidere un ragazzo di una piazza di spaccio o un boss avversario». Pensi davvero che possano mandare a fare questo genere di cose a dei ragazzini? «Si. Sicuramente». Con lo stesso distacco imposto dalla precoce esperienza e da un vissuto troppo denso per la sua età aggiunge che i ragazzini che diventano killer di solito si drogano: «Una persona con un minimo di cervello, non dico di intelligenza, non ha la forza di togliere la vita ad uno che nemmeno conosce, di cui non sa niente e che gli hanno fatto vedere solo in fotografia. Sono quelli che non hanno niente da perdere ma non hanno capito niente. Quelli più grandi fanno rischiare la vita e la galera ai più piccoli».

I RAGAZZINI ARMATI - Intanto scorrono le immagini girate dai carabinieri per conto dei pm della dda di Napoli durante l'ultima guerra di camorra tra i cosiddetti «girati» e gli «scissionisti», bande di camorra che gestiscono profitti milionari. Le figure con il volto oscurato sono tutti minorenni. Come soldati si passano le armi, le puliscono, controllano, stanno in trincea. Le famiglie spesso se non sono complici sono silenti. Un silenzio assenso che suona come una condanna. «A volte è la famiglia che li avvia o che li sfrutta, in altri casi sono i ragazzini che vivendo in famiglie molto povere e contesti degradati, subiscono il fascino di questi personaggi della criminalità organizzata», spiega Gina Bonsangue, una delle operatrici sociali più qualificate e attive a Napoli. La sua esperienza è quella formata nei quartieri cosiddetti difficili, come la Sanità, dove i bambini sono tanti, la criminalità pervasiva e la rassegnazione della gente perbene tenace. «I bambini vengono pagati profumatamente e i soldi li portano in casa contribuendo al bilancio familiare. - conclude Gina - Sono infanzie rubate, anzi io parlo di abusi sui minori anche in questi casi perché lasciare che un minore lavori, per giunta ai limiti della legalità, è un abuso e una violenza».

3 settembre 2013 (modifica il 5 settembre 2013)

Pone un quesito sui contributi L'Inps risponde dopo 24 anni

Il Mattino

di Antonio Di Muzio

Nel 1989 una contribuente teatina aveva chiesto chiarimenti su una ricongiunzione dei contributi. Il parere è arrivato nel 2013


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CHIETI Ventiquattro anni per rispondere a un quesito. È accaduto a una signora di Chieti che si è vista recapitare una lettera dall’Inps datata e protocollata il 29 agosto 2013. «In relazione all’istanza prodotta dalla S.V. in data 16 ottobre 1989, si informa che per le norme che disciplinano questa Cassa la sua istanza non può essere accolta». È un’assurda storia di ordinaria burocrazia che ha dell’incredibile. Il destinatario la apre e chiaramente non crede ai propri occhi. Insomma l’Istituto nazionale di previdenza sociale si è preso ben 24 anni di tempo per rispondere a una lettera inoltrata il 16 ottobre 1989 con la quale si chiedeva una ricongiunzione onerosa dei contributi previdenziali.

 
mercoledì 4 settembre 2013 - 14:13