mercoledì 28 agosto 2013

Facebook, ecco il primo rapporto sulle richieste degli enti governativi

Corriere della sera

In testa gli Usa con 12mila richieste. L'Italia ne ha fatte quasi 2mila. In totale, 74 paesi hanno richiesto info su 38mila profili

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L'altra faccia della medaglia: domenica scorsa è venuto alla luce il sostegno economico che la National Security Agency ha concesso ai colossi della Rete per partecipare al programma di monitoraggio delle informazioni e dei dati scambiati online Prism. Ieri Facebook, fra le realtà coinvolte nell'attività di spionaggio orchestrata dal governo statunitense, ha pubblicato il suo primo rapporto sulle richieste di accesso al materiale degli utenti da parte degli enti governativi. Un'operazione trasparenza, sulla scia di quella firmata da Google da anni, che arriva nel momento più delicato della relazione di fiducia fra le piattaforme Internet e chi le popola di scambi e contenuti.

LA GRADUATORIA - Proprio gli Stati Uniti si distinguono in testa alla graduatoria con 11mila - 12mila richieste, quasi la metà di tutte quelle ricevute, su 20mila - 21mila utenti inoltrate nei primi sei mesi del 2013. Facebook ha risposto al 79% dei quesiti. L'Italia ha inoltrato 1.705 domande su 2.306 internauti; il social network ha risposto positivamente in poco più della metà (53%) dei casi. Con India, Germania, Francia, Regno Unito e, appunto, Usa siamo nel più attivo gruppetto che ha superato il migliaio. L'India, in particolare, fa la voce grossa con 3.245 richieste. In totale, 74 paesi hanno provato a mettere la lente di ingrandimento su 38mila profili.

INFORMAZIONI E CRONACA - Facebook non ha reso nota la natura delle singole indagini, a differenza di Google, che con il Transparency Report entra nel merito della questione. Per ora, il social network ha spiegato che si tratta nella maggioranza dei casi di informazioni di base sugli iscritti, nome e cognome e data di iscrizione alla community. Richieste più specifiche riguardano gli indirizzi IP degli utenti o la ricerca di contenuti specifici. Si pensi ai casi di cronaca in cui gli scambi privati su Facebook si rivelano determinanti durante le indagini: un esempio è l'omicidio di Melania Rea. I messaggi scambiati dal marito della vittima Salvatore Parolisi e l'amante di lui e il tentativo di cancellare il tutto hanno aiutato a ricostruire il contesto.

I PROSSIMI REPORT - In futuro Facebook promette più precisione: «Nei prossimi report, speriamo di essere in grado di fornire ancora più informazioni a proposito delle richieste che riceviamo da parte delle autorità giudiziarie», ha dichiarato il general counsel di Menlo Park Colin Stretch. «Ci auguriamo - ha aggiunto - che questa relazione sia utile ai nostri utenti nel dibattito in corso circa gli standard adeguati per gestire le richieste del governo sulle informazioni degli utenti nel corso di indagini ufficiali».
28 agosto 2013 | 15:09



Il rapporto Facebook e la trasparenza “spintanea”

di Edoardo Segantini

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Con singolare tempismo e trasparenza “spintanea”, Facebook rivela il numero di richieste dei dati sugli utenti ricevute dagli organi di intelligence. Nel primo semestre del 2013, si legge nella prima relazione in materia, i governi di tutto il mondo hanno rivolto circa 25 mila richieste sugli utilizzatori del social network. La maggior parte arriva da Washington.
Più nei dettagli, secondo il rapporto reso noto ieri, 71 Paesi hanno fatto oltre 25 mila richieste di dati su 38 mila persone: 12 mila dagli Stati Uniti, 3245 dall’India, 1975 dal Regno Unito, 1886 dalla Germania e 1032 dal’Italia. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che le richieste sono giustificate da motivi che riguardano indagini “sulla criminalità e la sicurezza nazionale”. Il rapporto precisa che sono state soddisfatte l’80% delle domande provenienti dal governo americano e circa il 60% del totale.

Nel suo blog, il vicepresidente di Facebook Colin Stretch ha dichiarato: “Combattiamo molte di queste richieste, respingendole quando troviamo carenze giuridiche e restringendo l’ambito delle richieste eccessivamente ampie o vaghe. E quando siamo tenuti a rispettare una richiesta particolare, spesso condividiamo solo le informazioni base sull’utente, ad esempio il nome”.
“Trasparenza e fiducia – conclude il manager – sono valori fondamentali di Facebook”.
Quello fondato da Mark Zuckerberg è l’ultimo degli “imperi digitali” a elaborare un rapporto “alla luce del sole”, rendendo noti dati prima riservati. Naturalmente molte delle richieste rivolte al social network sono fondate su solide ragioni di Polizia. Ma d’altro canto non sfugge come tale trasparenza sia stata indotta dallo scandalo della National Security Agency (Nsa) del giugno scorso e dai documenti divulgati dall’ex agente segreto Edward Snowden, oggi alla macchia, e pubblicati dal Guardian e dal Washington Post.
Queste carte hanno rivelato la collaborazione dei big della rete con i servizi segreti: prova evidente di come i social network siano invasivi della privacy dei cittadini all’insaputa o nell’indifferenza di questi ultimi. Ma forse queste vicende stanno incominciando ad aprire gli occhi a qualcuno.

twitter@SegantiniE

Cassazione, un anno per ascoltare la telefonata del giudice Esposito

Libero

Tanto potrebbe impiegare la Corte per analizzare i 34 minuti di colloquio col giornalista del Mattino Antonio Manzo


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Poi uno dice che la giustizia in Italia è lenta. Adesso viene fuori che per ascoltare i 34 minuti della telefonata tra il giudice Antonio Esposito e il giornalista del Mattino, Antonio Manzo, la procura generale della Cassazione potrebbe impiegare anche un anno. Il procuratore generale, Gianfranco Ciani, dovrebbe essere così rigoroso e quasi maniacale nel ricostruire ogni minimo passaggio del colloquio che ha portato allo scoop di Manzo, pubblicato il 6 agosto sull’edizione cartacea del quotidiano napoletano, da arrivare a emettere un verdetto alla fine dell’estate prossima, praticamente a oltre 12 mesi di distanza dalla data della sentenza che ha condannato Silvio Berlusconi (la Corte d'appello ci mise di meno, undici mesi, per ribadire la condanna al Cav sui diritti Mediaset). E quasi alla soglia della pensione del magistrato al centro delle polemiche, considerato che ha 72 anni e potrebbe anche decidere, prima o poi, di appendere la toga e ritirarsi a vita privata.

Il caso - Perché i fatti sono che al Cavaliere, il primo agosto, è stata inflitta una condanna a 4 anni per frode fiscale nell’ambito del processo sui diritti tv. Il dispositivo è stato letto in Aula dal giudice Esposito in persona, presidente della sezione feriale della Cassazione composta da altri quattro “Ermellini”, meno loquaci dell’ex pretore di Sapri. Il quale, si è poi scoperto, non ha mai nutrito particolare simpatia per Berlusconi, ma questo poteva perfino essere un dettaglio trascurabile se non fosse stato accompagnato da plateali dichiarazioni (celebre quella riportata da Stefano Lorenzetto riguardo a una cena a Verona in cui fu praticamente anticipata la condanna di Wanna Marchi), che poco si addicono al lavoro di giudizio super partes di un alto magistrato.

Per questo ha destato ancora più scalpore l’intervista che, qualche giorno più tardi, a sentenza ancora “calda”, il togato ha concesso all’inviato del Mattino. Titolo: “Berlusconi condannato perché sapeva, non perché non poteva non sapere”. Con ampi passaggi sia tecnici, sia intervallati da «vabbuò» partenopei, che hanno fatto gridare allo scandalo specie nella risposta a domanda diretta sui motivi della condanna al leader Pdl. «Tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva, tu non potevi non sapere perché Tizio, Caio e Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. Un po’ diverso dal non poteva non sapere». Frasi giudicate «gravi e senza precedenti» dai legali del Cav ma stigmatizzate anche dal presidente della Suprema Corte, Giorgio Santacroce, il quale aveva subito convocato “a rapporto” il giudice “chiacchierone”. Dal canto suo, l’ex pretore di Sapri con una passione per i film di Franco Nero ha smentito tutto, ha annunciato querele e definito l’intervista «manipolata» e cambiata in corsa.

Ma poiché anche il Csm ha aperto un fascicolo (la prima Commissione si riunirà il 5 settembre) e c’è in discussione la professionalità di un alto magistrato che parla di motivazioni prima ancora che siano depositate, è arrivata la mossa della procura generale andata alla sede del Mattino per acquisire il nastro con la registrazione e la voce di Esposito «intercettata». Ora la bobina sarà ascoltata nella sua versione integrale dall’avvocato generale dello Stato, Umberto Apice, a cui Ciani ha affidato la fase pre-istruttoria. Poi lo stesso Pg farà le sue valutazioni e, forse, passeranno mesi per conoscere la sorte della toga al centro delle polemiche, che a sua volta ha chiesto al Csm di essere tutelato dai continui attacchi.

In quei 34 minuti, che il collega Manzo ha prudentemente registrato, c’è più volte la parola “motivazioni”, che tanto ha fatto infuriare i legali del Cav. L’intervista, inoltre, verte solo sulla sentenza Mediaset. Tant’è che in più di un passaggio Esposito fa esplicito riferimento alla specifica vicenda processuale di Berlusconi. A un certo punto il magistrato spiega: «Nelle motivazioni andremo a dire». E più avanti puntualizza: «Questo al limite scriveremo nella sentenza». Dichiarazioni che sono oggetto delle verifiche da parte della prima commissione del Csm, presieduta da Annibale Marini, incaricata, fra l’altro, di verificare se esistano gli estremi per un trasferimento d’ufficio di Esposito per incompatibilità ambientale chiesto dai membri laici del Pdl.

Il tutto mentre il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, fa sapere sul possibile avvio dell’azione disciplinare a carico del presidente della sezione feriale della Cassazione, di attendere ulteriori elementi. Il Guardasigilli, infatti, non ha ancora avuto la relazione degli ispettori, incaricati di approfondire il caso lo scorso 9 agosto, dopo l’informativa inviata a via Arenula dal presidente della Suprema  Corte, Santacroce. Sia il ministro che il procuratore generale Ciani sono titolari dell’azione disciplinare, partita solo in fase embrionale e come atto dovuto. Se le indagini sul nastro saranno lunghe e molto accurate, si riparlerà di Esposito, e delle sue eventuali violazioni, tra molti mesi.

Napoli. Rubano l'acqua benedetta, mistero in una chiesa di Sorrento

Il Mattino

di Livio Pane


Un cartello posto dal parroco sull'acquasantiera: «Ci scusiamo di non poter più offrire il servizio»


SORRENTO - Nella chiesa della “Madonna del Carmine” di Sorrento, uno dei santuari più frequentati e visitati della città, che si trova al centro di piazza Tasso, da circa un mese, vicino all'acquasantiera posta all'ingresso è comparso uno strano cartello plastificato che recita: “La cattiva e reiterata abitudine di asportare l'acqua benedetta rende inutile questo servizio! Ci scusiamo di non poterlo più offrire... in attesa di soluzioni alternative”.

CatturaUn fatto che ha lasciato a bocca aperta turisti e frequentatori abituali del santuario che più di una volta si sono lamentati per l'assenza dell'acqua benedetta. A quanto pare qualcuno, durante le funzioni religiose, mentre tutti sono impegnati a pregare, porta via con delle piccole bottiglie il liquido benedetto dall'acquasantiera. Generalmente la benedizione dell'acqua avviene il sabato di Pasqua, ma in tutte le chiese quando durante l'anno le scorte finiscono, si utilizza acqua normale (benedetta con una preghiera). Insomma un rituale Cristiano che a Sorrento non viene più praticato perché qualcuno porta via della semplice acqua dalla chiesa. Una gaffe evidente del santuario che in molti hanno sottolineato anche domenica scorsa all'uscita della messa: “E' solo un gesto che magari aiuta la gente, ci possono mettere anche l'acqua del rubinetto, alle persone serve solo credere” questo il commento di un gruppo di fedeli delusi dalla decisione dei monaci Carmelitani del santuario.

 
mercoledì 28 agosto 2013 - 12:11   Ultimo aggiornamento: 14:07

Nonnetta al posto di blocco: "Cos'è la patente?"

Massimo M. Veronese - Mer, 28/08/2013 - 08:06

Ottantenne di Treviso "favorisce" all'agente l'attestato di un corso seguito nel '55. Ha sempre guidato con quello

 

«...favorisca patente e libretto di circolazione, prego...» Come sia venuto in mente agli agenti della polizia municipale di Treviso, fine settimana di Ferragosto, di fermare Nonna Abelarda non si sa.


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La faccia non era sospetta, l'età forse, ma con tutti i pirati, corsari e filibustieri che violentano le strade proprio la più innocua delle viaggiatrici vuoi andare a fermare? «...signora, le ripeto: favorisca patente e libretto di circolazione...». La risposta della signora Francesca, alias Nonna Abelarda, pensionata quasi ottantenne, è stata degna di Mister Magoo: «Patente? Cosa sarebbe una patente...».
Che fare? Sorridere? La macchina, un'utilitaria bianca, ferma lungo la circonvallazione di Treviso, due vigili in piedi a grattarsi la nuca e una scena che sarebbe piaciuta ad Achille Campanile: «Guido l'automobile da più di cinquant'anni e non mi è mai servita. Cosa volete che me ne faccia della patente...». Ha mostrato una carta stropicciata datata 1958 che avrebbe dovuto dimostrare come 55 anni fa avesse seguito un corso di guida e tanta bastava.

Mai fermata in più di mezzo secolo tranne quando meno avrebbe dovuto dare nell'occhio. Pare sia normale da quelle parti: un altro tipo, quasi settantenne, vicentino, è stato beccato sempre dopo 55 anni, un altro, settant'anni suonati, di Castelfranco Veneto, ha schivato tutti i controlli, compresi quelli telematici, per 44 anni. La macchina è stata sequestrata, rischia una multa che arriva a 9mila euro, bene che vada le toccherà fare la patente sul serio, rispondere a 7mila domande. Per aver rispettato i limiti di velocità ma non i raggiunti limiti di età a Nonna Abelarda toccherà adesso portar via in bici o a piedi il tempo andato e le stagioni svanite. Un'inutile crudeltà per chi in 55 anni non ha mai fatto nemmeno un tamponamento. Ma come scriveva Phlip Roth: «La vecchiaia è una cosa immaginabile solo per chi diventa vecchio».

Un museo per le Teste della burla di Modì

Corriere della sera

di Marco Gasperetti


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E così saranno trent’anni, il prossimo anno. Tre decenni da quel leggendario 24 luglio del 1984, il giorno dell’improvvida draga che fece partorire dalla melma dei Fossi Medicei le prime due false teste di pietra serena, una delle quali “scolpita” con un trapano elettrico da quattro (poi diventati tre), studenti universitari livornesi. Da allora le statue (tre in tutto) della più sorprendente, fantastica e pedagogica beffa intentata alla casta dei critici d’arte, marciscono all’ombra di umidi magazzini comunali. Ma adesso qualcosa si sta muovendo: i tre ex studenti burloni ribadiscono pubblicamente che, se le teste saranno esposte finalmente, rinunceranno ogni pretesa di possesso. E’ una buona notizia, perché come sostengono i critici d’arte, le teste dovrebbero stare in un museo o nella casa natale del pittore come esortazione all’umiltà e al senso critico.

Chissà, forse anche “Modì” ne sarebbe contento. Sostiene Pietro (e il nome sembra una coincidenza del Cielo) che quelle pietre «non sono teste di struzzo e, io e i miei compagni da tempo chiediamo che siano esposte. Non vogliamo neppure un centesimo e se ci saranno guadagni devono finire nelle casse comunali».  Pietro ha anche un cognome, Luridiana, è un informatico di 49 anni,  sposato con tre figlie che gestisce un negozio di computer a Livorno. E’ uno dei ragazzi della burla (gli altri sono Michele Ghelarducci, che si occupa di spedizioni internazionali, Francesco Ferrucci, oncologo dell’équipe di Umberto Veronesi, e Michele Genovesi, economista, che però dopo aver scolpito la testa lasciò il sodalizio e oggi vive in Svizzera) e da allora non ha mai smesso di sognare per la sua “testa” e le altre due scolpite  dall’artista Angelo Froglia morto nel 1997 a 42 anni, una degna collocazione.

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«Solo perché sono convinto, come del resto gli altri miei compagni, che le pietre della beffa siano una risorsa per Livorno – spiega -, un esempio unico nella storia dell’arte (anche se non sono pezzi d’arte) e nessuno capisce, neppure all’estero, per quale motivo siano tenute nascoste».  Sulla beffa di Modì sono stati scritti saggi, prodotti video e inchieste giornalistiche dei più importanti media mondiali. Un documentario trionfa nella libreria dei film d’autore di iTunes, il grande store mondiale della Apple, con decine di migliaia di acquirenti, altre inchieste e reportage sono nel palinsesto dei più importanti network internazionali per il prossimo anno, la celebrazione del trentennale. E a Livorno le teste stanno al buio, quasi sotto terra, come gli struzzi appunto. Perché Pietro Luridiana?

«Domanda posta alla persona sbagliata – risponde -. Chiedetelo al Comune. Due anni fa parlai con l’assessore alle Culture, Mario Tredici, e mi disse che si sarebbe impegnato per esporre le teste. La stessa promessa l’aveva fatto il suo predecessore. Nulla è successo. A Tredici, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, avevo proposto di esporle nel nuovo acquario di Livorno. In una vasca con l’acqua dei Fossi e qualche muggine, a costo zero e, ne sono sicuro, con un sacco di visitatori disposti a pagare il  biglietto».  Certo, un museo o la casa natale di via Roma 38, sarebbero luoghi migliori, come sostengono autorevoli critici d’arte come Tomaso Montanari, allievo di Salvatore Settis e docente all’universitario alla Federico II di Napoli.

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Una ventina d’anni fa un museo, quello di Lugano, riuscì a convincere l’amministrazione labronica ad averle in prestito per una mostra. Fu un successo. Partirono anche da Livorno per rivederle. «C’ero anch’io – ricorda Luridiana in un’intervista al Corriere Fiorentino – e fu uno shock. Come molto emozionante fu la visita alla tomba di Amedeo al cimitero di Père Lachaise a Parigi. Ci ero già stato da ragazzo, quella volta per onorare Jim Morrison, il leader carismatico dei Doors. Davanti alla sepolcro di Modì e di Jeanne Hébuterne, la sua compagna anche nella morte (si uccise il giorno dopo la scomparsa del pittore ndr) l’emozione è stata grande».

Da informatico Pietro ama la logica. E dunque parla di suggestione. «Certo, non può essere che stato questo  meccanismo psicologico a farmi sentire in comunanza con Modì – racconta -. Livornesi  incompresi, io e lui. Lui tragicamente da genio, nella sua città ma anche a Parigi (prima della morte), io bonariamente e allegramente per uno scherzo che andò al di là di ogni mia, nostra aspettativa. Non volevamo smascherare nessuno, noi ragazzacci burloni, solo divertirci a guardare di nascosto qualche massaia che avrebbe ammirato per poco tempo la nostra opera fino a che gli esperti non avrebbero dato il loro verdetto di falsità. E invece…».

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E invece i critici, i più blasonati nell’olimpo della critica molto monopolizzata allora ideologicamente, avallarono la sconsiderata ipotesi (che ovviamente compiaceva chi quelle ricerche le aveva decise e disposte) della autenticità e sprofondarono in quella melma dalla quale le Teste erano affiorate. Non solo. Mentre la Livorno della gente se la rideva spassosamente, specchiandosi in tv con quei “ragazzacci”, il Palazzo mostrava insofferenza e lanciava strali verso gli autori della burla «borghesi, figli di papà», fascisti, persino.

«Fu l’Unità, organo del partito di maggioranza che governava la città, a fermare questa deriva – ricorda Luridiana – con un bell’articolo che diceva le cose come stavano: noi eravamo solo studenti burloni e un gruppo di critici d’arte aveva  sbagliato. Non c’era nessuna ipotesi di lotta di classe. Sorrido ancora oggi. Io mi considero di sinistra da sempre e comunque, lo ripeto, quel gesto era lontano dalla politica e dall’ideologia anni luce. E oggi, con grande umiltà, torno a chiedere che le Teste tornino a vedere la luce». Una richiesta forte che pare abbia tornato a smuovere le acque del Palazzo. La Grande Burla fa parte della storia dell’arte e delle vicende legate ad Amedeo Modigliani. Ed è anche un lampo di genio di una città, Livorno, che da sempre vive d’ironia. Aprite le secrete, prego, le Teste sono di tutti ormai.

mgasperetti@corriere.it

Plymouth '58, la macchina assassina che non sopravvisse a se stessa

Massimo M. Veronese - Mer, 28/08/2013 - 08:20

Era nata in un'oscura catena di montaggio di Detroit e aveva un potere demoniaco. Per realizzare il film furono usate 25 auto, ma se ne salvarono solo due, una ormai a un passo dalla rottamazione

Il promo metteva i brividi: «Aveva qualcosa di sinistro. Era nata in un'oscura catena di montaggio. Christine. Una diabolica Plymouth Fury del '58.


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Aveva preso il controllo del suo giovane padrone, Arnie e il suo precedente proprietario non era più in vita per avvertirlo. Ora punta sull'unica persona che intralcia il suo cammino, Leigh, la ragazza di Arnie. L'altra donna...».

Era nata in un'oscura catena di montaggio di Detroit, alla fine degli anni Cinquanta, e aveva un potere malefico e demoniaco. L'operaio che la mette a punto si vede stritolate tutte le dita di una mano dal cofano della Plymouth. Il meccanico che si lascia sfuggire la cenere del sigaro sul sedile viene soffocato sul posto dai gas di scarico.

Un'assassina senza pietà ma amatissima tanto che l'Osservatorio Metropolis la inserì al nono posto tra le indimenticabili movie car davanti alla Batmobile. La Plymouth era figlia della Chrysler, fondata nel 1925 da Walter Chrysler, ex dirigente alla General Motors, e padre di tutte le jeep. Quattro anni prima del successo del film la Chrysler era sull'orlo della bancarotta ma si riprese velocemente sotto la guida del leggendario amministratore delegato Lee Iacocca. Non c'era un telecomando a guidare Christine ma un pilota vero attraverso una fessura nascosta dietro i vetri oscurati.

Per girare Christine, l'auto serial killer color rosso sangue dotata di anima propria inventata da Stephen King, sono andate distrutte almeno 15 Plymouth, sulle 25 usate dalla produzione, a trasformarla in quella che, un simbolo della cultura giovanile dell'epoca oltre che un modello d'auto stracult, fu lo stregone degli effetti speciali Roy Arbogast.

VIDEO : 20 auto da film / La Plymouth ’58

Tre i modelli usati nel film: Playmouth Fury 1958, Belvedere e Savoy. Diverse appassionati hanno trasformato le loro Plymouth 1958 in cloni di Christine, uno degli originali è stato salvato dalla rottamazione e già consegnato al boia, da Bill Gibson, un collezionista di Pensacola, in Florida. In Hazzard la macchina assassina è diventata auto della polizia. Due sono ancora vive...

Quegli animali troppo brutti per essere amati dall'uomo

Oscar Grazioli - Mer, 28/08/2013 - 08:00

Lacrime per i panda e file per il gattino abbandonato. Ma chi pensa ai pesci blob e ai ragni pelosi? Un'associazione si mobilita: salviamoli

Mentre la gravidanza ormai certa di Tian Tian, il panda gigante dello zoo di Edimburgo, lascia con il fiato sospeso l'Inghilterra, in molte altre parti del mondo vi sono specie animali neglette, veri «paria» della natura costrette all'estinzione semplicemente perché sono brutte.


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Naturalmente sono brutte secondo i nostri canoni che giudicano meraviglioso un cucciolo di panda o un pony dalla lunga criniera e schifoso uno scarafaggio o uno scorpione.
Chissà quanto belli o brutti ci giudicherà una Tegenaria, l'«orribile» ragno peloso delle cantine o un poco rassicurante pesce scorfano. Al di là di ogni considerazione filosofica, resta il fatto che più è gradevole ai nostri occhi una creatura, più tendiamo a essere generosi nei suoi confronti. Per questo esiste la Ugly Animal Preservation Society (Associazione per la protezione degli animali brutti) che non ha alcun pregiudizio per quanto riguarda la conservazione delle specie animali, anzi lancia una campagna per salvare queste povere creature, che la natura ha creato sgradevoli (per noi), e incoraggia i giovani a interessarsi della loro presenza sulla terra: a questo fine si sta cercando l'animale più brutto del mondo che faccia da mascotte.

Potrebbe essere il Blobfish (Psychrolutes marcidus), noto come pesce Bob, un gelatinoso abitante dei fondali di Australia e Tasmania, lungo 30 centimetri e fotografato in pochissime circostanze un po' perché molto raro e un po' perché non proprio bello. Chi l'ha studiato stima che la sua popolazione stia decrescendo velocemente e l'associazione spera di preservarlo dall'estinzione. Molto più noto l'Axolotl (Ambystoma mexicanum), una salamandra neotenica (compie l'intero ciclo vitale allo stadio di larva) che vive nel lago di Xochimilco, nei pressi di Città del Messico, capace di rigenerare intere porzioni del proprio corpo. Anche lui a rischio d'estinzione per la pesca e l'inquinamento. Alla singolare campagna cominciano ad arrivare molte adesioni anche da parte di personaggi famosi, come Stpehn Frye, comico e sceneggiatore inglese e Simon Pegg, attore noto per la sua partecipazione alla «Notte dei morti viventi» di Romero.

Un'altra candidata a fare da mascotte è la Nasica o Scimmia dalla proboscide (Nasalis larvatus), primate che abita le mangrovie del Borneo e presenta, nel maschio, un'appendice nasale che può raggiungere la lunghezza di una spanna, probabilmente uno strumento atto al richiamo sessuale. Certamente una delle più titolata al regno di miss, è la Rana del Titicaca (Telmatobius culeus), una rugosa e grinzosa rana peruviana con un largo muso, per me più buffa che brutta. Le mille pieghe di cui è dotata servono ad assorbire il prezioso ossigeno che la tiene in vita. Sua concorrente la Tartaruga naso di porcello (Carettochelys insculpta) che usa la lunga appendice per respirare stando sott'acqua. Chi sarà dunque il più brutto del reame? Ma qui si torna alla riflessione di cui sopra. E se al maschio della Nasica si afflosciasse il lungo naso perché la Ferilli è brutta? Non è tutto relativo?

La nostra storia

Il Secolo XIX


Il primo numero de "Il Secolo XIX" esce nelle edicole genovesi il 25 aprile 1886, giorno di Pasqua. La redazione è composta dal direttore e fondatore Ferruccio Macola , dal redattore capo, Lodi, proveniente da un giornale milanese, dall'avvocato Carlo Imperiali, da Federico Donaver, da Ferdinando Massa, da Enrico Bertolotto e da Enrico Rossi, corrispondente da Roma. Amministratore è Pietro Mosetig. Nel 1886 a Genova sono pubblicati due giornali quotidiani economici, "Il Commercio" e "Il Corriere Mercantile" e cinque quotidiani di informazione, "Il Movimento", "Il Caffaro", "Il Cittadino", "L'Epoca", "L'Eco d'Italia". .Quasi alla fine dell'Ottocento "Il Secolo XIX" fu acquistato da Ferdinando Maria Perrone, un uomo d'affari d'origine piemontese che aveva fatto fortuna in Sudamerica e si era poi stabilito a Genova, dove era divenuto proprietario degli stabilimenti Ansaldo. Da quel lontano 1897, il giornale è ancora oggi dei Perrone; l'attuale azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di amministrazione è Carlo Perrone, pronipote di Ferdinando Maria Perrone, che rappresenta la quarta generazione della famiglia proprietaria.



La proprietà all'inizio è formalmente del solo Macola, ma in realtà il finanziatore del giornale è il marchese Marcello Durazzo Adorno, presidente dell'importante compagnia di navigazione "La Veloce". La prima sede del giornale è in salita San Girolamo, accanto a via Caffaro: una stanzetta col soffitto a volta con un'unica finestra, con due tavoli per la redazione, una scrivania per l'amministratore, alcune seggiole e due attaccapanni. Dalla redazione si accede alla sede della Tipografia Marittima, di proprietà dell'architetto Cesare Gamba (sarà il costruttore, tra l'altro, del Ponte Monumentale).
Come ha scritto Ferdinando Massa, "In materia di giornalismo il Macola aveva idee pratiche ed innovatrici (...) dando al giornale una spiccata impronta di notiziario, mediante l'abolizione dei lunghi e pesanti articoli, delle diffuse e noiose riviste di politica estera ed interna, allora in uso, al cui posto metteva invece i telegrammi dell'ultima ora; sia commentando le notizie di maggiore rilievo con note brevi, contenenti qualche osservazione acuta, talora sensata, talora paradossale (...)". Fin dall'inizio "Il Secolo XIX" punta a battere la concorrenza dei giornali milanesi, molto venduti in Liguria (i più forti sono "Il Secolo" e "Il Corriere della Sera"), puntando sulla freschezza delle notizie e sulla diffusione anche nelle altre province liguri.


Il nuovo editore chiamò alla direzione del "Decimonono" il più celebre giornalista dell'epoca: il genovese Luigi Arnaldo Vassallo (detto Gandolin, cioè vagabondo) che, dopo aver esordito nella sua città, si era trasferito a Roma. Con Gandolin la diffusione aumentò ancora e la concorrenza fu definivamente sconfitta. Tra il 1906 e il 1908 scomparvero sia l'editore che il direttore Vassallo, e furono nominati direttori, prima del secondo conflitto mondiale, due famosi giornalisti dell'epoca: Mario Fantozzi, romano, poi David Chiossone, genovese. Passato il periodo turbinoso della guerra, Umberto Vittorio Cavassa assunse la guida del giornale e la tenne per 23 anni, fino al 1968. Si dimise quando morì l'editore Mario Perrone, figlio di Ferdinando Maria. Nella direzione subentrarono prima Piero Ottone, genovese, poi lo stesso editore Alessandro Perrone (figlio di Mario) che lasciò in seguito la guida del giornale a Michele Tito. Vennero poi Tommaso Giglio, Carlo Rognoni, Mario Sconcerti, Gaetano Rizzuto, Antonio Di Rosa, Lanfranco Vaccari e l'attuale direttore Umberto La Rocca.

In un secolo, sulle colonne del giornale si sono succedute molte firme prestigiose. Il "Decimonono", infatti, pur avendo un pubblico strettamente regionale, ha sempre rifiutato una dimensione solamente "locale": dedica quindi costantemente grande attenzione e ampi servizi agli avvenimenti nazionali e internazionali. Negli ultimi anni il Secolo XIX ha consolidato la sua leadership a Genova e in tutta la Liguria, con un indice di lettura di oltre 600.000 persone. Nel 2001 con l'entrata in funzione del nuovo centro stampa viene lanciato il numero del lunedì ed il quotidiano è tra i primi in Italia ad avere la stampa a colori. Oggi il gruppo editoriale è sempre più impegnato nello sviluppo multimediale della testata Il Secolo XIX; il suo sito Internet è leader della Liguria e nel 2006, in occasione del suo 120mo anniversario, è stata lanciata l'emittente radiofonica RADIO19.

Bolivia-Brasile, è guerra sulla fuga dell’“Assange” che contestava Morales

La Stampa

Un diplomatico l’ha portato da La Paz a Brasilia nascosto in auto

paolo manzo
san paolo


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È il nuovo caso Assange ma in versione latinoamericana e con il coup-de-théâtre delle dimissioni del ministro degli Esteri brasiliano, Antonio Patriota. L’antefatto risale a 15 mesi fa, quando il senatore boliviano Roger Pinto Molina, esponente del partito d’opposizione al governo di Evo Morales «Convergencia Nacional», viene messo sotto inchiesta per presunta appropriazione indebita. Come contromossa, Pinto chiede asilo politico al Brasile. «Sono un perseguitato politico, mi vogliono incastrare», spiega. E, come Assange, si rifugia in un’ambasciata, quella brasiliana di La Paz.

Le latitudini sono diverse ma il copione è lo stesso: il governo boliviano dice «no» al salvacondotto e il senatore non può mettere piede fuori dai confini dell’ambasciata, altrimenti Morales lo fa arrestare perché nel frattempo è stato condannato in contumacia a un anno di carcere. La diplomazia per mesi tenta una soluzione, ma invano. 

Venerdì scorso, il primo colpo di scena. Con una rocambolesca fuga a bordo di una vettura diplomatica brasiliana Pinto riesce a superare la frontiera boliviana e arriva in Brasile: 1500 km percorsi senza mai fermarsi fino all’arrivo a Corumbá, antico porto fluviale coloniale nel cuore del Pantanal, uno degli snodi cruciale del traffico di coca tra la Bolivia e il Brasile. Negli anni la cittadina si è costruita anche un’altra triste nomea: è meta di turismo sessuale, non per stranieri ma per brasiliani. Con la scusa della pesca sul fiume Paraguay, infatti, gruppi di soli uomini trascorrono qui le vacanze, alimentando di fatto un indotto di prostituzione minorile. 

È dunque attraversando questa frontiera che Pinto arriva in Brasile. Secondo Eduardo Saboia, il diplomatico brasiliano che l’ha accompagnato nel viaggio, la situazione era ormai insostenibile. «Il senatore viveva come in un carcere privato e io non ho la vocazione a fare l’agente penitenziario – ha spiegato Saboia rispondendo alle dure accuse del governo di Dilma Rousseff –. La decisione è stata mia, era una situazione di violazione dei diritti umani che andava peggiorando. Alla fine il senatore aveva cominciato a parlare di suicidio. Perciò ho deciso che si doveva fare qualcosa». Saboia ha anche detto di aver agito da solo, senza che il ministro degli Esteri brasiliano ne fosse a conoscenza. Però il patatrac diplomatico era ormai fatto. 

Il governo di la Paz, subito dopo la notizia della fuga, ha accusato il Brasile di aver violato gli accordi diplomatici. E il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, ha definito il fatto un «brutto precedente». Un rischio troppo grande per il Brasile, legato alla Bolivia da un importante approvvigionamento di gas naturale, oltre che da «affinità» politiche. Da qui, dopo una lunga riunione con la Rousseff, le dimissioni del ministro Patriota, che adesso andrà a rappresentare il Brasile alle Nazioni Unite, scambiandosi il posto con Luiz Alberto Figueiredo Machado, 58 anni e una lunga esperienza politica e diplomatica.

Già numero due dell’Itamaraty, la Farnesina brasiliana, era stato tra i negoziatori della conferenza sullo sviluppo sostenibile Rio +20 organizzata dall’assemblea generale Onu nel giugno 2012. Quanto al senatore Pinto si è rifugiato, come aveva già fatto a suo tempo l’ex terrorista Cesare Battisti, a casa del suo avvocato, Fernando Tibúrcio Peña, che bolla come «impossibile» un’eventuale estradizione in Bolivia del suo assistito, perché «gli è già stato concesso l’asilo» dal Brasile. Dal canto suo la Bolivia ha attivato l’Interpol ma – è sicuro – Pinto non ha nessuna intenzione di andarsene da dov’è.

Quei Grandi ipocriti che dimenticano gli altri 99mila morti

Roberto Fabbri - Mer, 28/08/2013 - 08:25

Le motivazioni della "guerra democratica" capolavoro di doppiezza. Ignorata la strage con armi comuni, quella col gas vale un conflitto

Sembra dunque che Assad avrà il fatto suo. No, nessuno lo caccerà dalla sua poltrona insanguinata, non sono previste soluzioni alla irachena, con il vecchio tiranno Saddam Hussein impiccato in un sotterraneo: questa è una guerra democratica, niente metodi da cowboy con tanto di centinaia di migliaia di stivali americani sul suolo nemico.


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Non è neppure il caso di attendersi un esito alla libica, con l'America in cabina di regia ma con le mani nette mentre altri procedevano a linciare l'antico nemico Muammar Gheddafi: questa è una guerra democratica, e anche dai precedenti eccessi di azioni simili bisogna pur trarre una lezione. Bashar el-Assad avrà dunque quel che si merita: tre giorni di strigliata largamente preannunciati, bombe su bombe fino a stordirlo, ma poi quando il fumo si sarà diradato lo scafatissimo dittatore potrà soffiar via la polvere dalle giacche blu di ottimo taglio che tanto apprezza, lasciare il bunker più o meno segreto dove si sarà rifugiato e tornare a sedersi su quella famosa poltrona.

Perché questa è una guerra democratica, quindi essenzialmente uno show di ipocrisia. Assad lo si può rimbecillire di cannonate, ma è meglio che resti dov'è dopo tutto. Giusto dare un segnale dopo tante atrocità, come no, ma scalzarlo per poi magari vederlo rimpiazzato da qualche fanatico barbuto alla Zawahiri non sembra una buona idea; e anche l'ipotesi che la Siria finisca come l'Iraq o come la Libia non entusiasma, anche perché a Damasco non si vedono generali pronti a sciogliere nodi gordiani con la grinta dell'egiziano Abdelfattah al-Sisi. Per non dire delle solenni scocciature che già così arriveranno da Zar Vladimir, che di Assad è un protettore tanto interessato quanto deciso. No, vanno benissimo tre giorni di show aeronautico e artiglieresco, un po' come fece Bill Clinton nel 1998 in Afghanistan per intimidire Bin Laden che gli aveva fatto saltare due ambasciate in Africa orientale. Poi venne l'Undici Settembre, ma quella è un'altra storia... o forse no.

Sappiamo in che mondo viviamo, e non è il caso di meravigliarsi troppo: la politica è il regno del possibile, oltre che della bugia ben ammantata di nobili intenzioni. Ne abbiamo sentite tante ormai. Eppure talvolta si prova ancora la spiacevolissima sensazione che il limite della faccia tosta sia stato comunque valicato. E ci voleva un maestro del politicamente corretto come John Kerry per sorprenderci ancora. Le sue dichiarazioni di lunedì sera sono un capolavoro di sfacciataggine. «L'America ha le prove dell'uso dei gas: è un'oscenità morale»; «Attacco chimico scioccante contro il suo stesso popolo»; «Ho visto i filmati da pugno allo stomaco, non mi va via dalla testa l'immagine di un uomo che abbraccia la propria figlia morta». E via così.

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Ora, per carità: è tutto vero. Ammazzare donne e bambini con i gas nervini è un'infamia, e i filmati che documentano queste eroiche imprese danno la nausea e fanno montar la voglia di farla pagare a chi ne è responsabile. Però: è sbagliato chiedersi, e chiedere al segretario di Stato Kerry, al presidente Obama e ai suoi volenterosi alleati Cameron e Hollande, i Grandi dell'ipocrisia che stanno velocemente assemblando la nuova coalizione, se sterminare per due anni i propri connazionali di ogni età a colpi di mortaio, di kalashnikov, di baionetta o torturandoli a morte in qualche caserma sia meno osceno?

Le cifre della guerra condotta da Assad contro il suo stesso popolo vanno ben oltre i milletrecento o quanti sono che hanno lasciato la vita la scorsa settimana in una nuvola di Sarin: i siriani morti ammazzati in questa primavera diventata inverno e poi inferno sono oltre centomila, quelli scappati all'estero ben più di un milione, quelli ridottisi a vivere da profughi nel loro stesso Paese molti di più. Bisognava aspettare l'uso del gas per parlare di oscenità imperdonabile? Ma questa è una guerra democratica, ottima dunque per definizione. Il cowboy Bush andò in Iraq «per il petrolio» (che oggi si ciucciano più i cinesi degli americani, per la verità), il Nobel per la Pace Obama bastona la Siria - da debita distanza - per «moralità». Non c'è paragone.

La figlia del boss Totò Riina: "Onorata di portare il suo nome"

Franco Grilli - Mer, 28/08/2013 - 11:12

Insorge l'Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: "Inorridisca davanti a tanto sangue versato"

"Dispiaciuta" per le vittime, ma "onorata" di portare il nome del padre. Lucia Riina, figlia del capomafia Salvatore (Totò) Riina, alla televisione svizzera non rinnega nulla.

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"Io sono onorata di chiamarmi così, e felice perché è il cognome di mio padre e immagino che qualsiasi figlio che ama i suoi genitori non cambia il cognome. Corrisponde alla mia identità", ha detto Lucia intervistata a Ginevra.

Parlando della sua famiglia, la figlia del boss ha detto: "Sono i miei genitori, siamo cattolici e devo dell’amore a mio padre e mia madre, a casa pregavano tutte le sere, il momento più brutto della mia vita è stato l’arresto di mio padre. Nostra madre è stata estremamente importante, poiché non abbiamo potuto andare a scuola. È lei che ci ha insegnato a leggere e a scrivere".

L?intervista ha destato non poche polemiche. "La figlia di Riina la sua favoletta di brava figlia che ama quell’assassino di suo padre, ma che le dispiace tanto per le vittime di mafia la vada a raccontare a qualcun altro e inorridisca una buona volta davanti a tanto sangue innocente versato", ha tuonato l’Associazione dei familiari della strage di via dei Georgofili, aggiungendo che "la prossima volta che rilascia una intervista del genere penseremo seriamente a cercare la possibilità di querelarla per lesa memoria dei nostri morti".

 

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Liberarsi dalla costrizione del velo E raccontarlo su Twitter

Corriere della sera

di Serena Danna


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Mona Eltahawy, giornalista egiziana di New York, ha trasformato il suo profilo Twitter in un luogo di dibattito sul velo nel mondo islamico. L’esperta di mondo arabo, 46 anni, ha raccontato ai suoi 184 mila follower di aver indossato per nove anni un foulard per coprire la testa: «otto dei quali — ha dichiarato — volevo toglierlo ma non ci riuscivo». «Vergogna e senso di colpa» le hanno impedito per tanto tempo di affrontare serenamente la questione. Fino a domenica sera, quando ha scelto di farlo su Twitter. A 25 anni Mona decide di non usare più il foulard: «Ho capito che non era un requisito necessario per sentirsi musulmana e non volevo ci fosse differenza tra la me che si vedeva dall’esterno e chi sono davvero», ha scritto sul social network, sottolineando che a spingerla ad affrontare il tema sono state le richieste di tante giovani confuse. Molte di quelle erano online domenica a discutere del significato culturale e personale del velo.

I racconti di donne alle prese con abaya, hijab, jilbab, selezionati da Eltahawy, si sono diffusi rapidamente in rete con il risultato di rendere più «vicino» un argomento controverso e giudicato spesso con troppa superficialità.

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È la libertà presunta o reale di Internet, come ricorda un tweet di @al_masani, tra le protagoniste del dibattito: «Porto il nijab quando sono in Egitto, ma non in Canada e non lo porto online». Tante le esperienze raccontate in 140 caratteri: dalla studentessa costretta dalla madre a coprirsi, a quella che vuole portare il velo nonostante i genitori; c’è chi difende con orgoglio la scelta e chi al contrario la vede come un segno di prigionia. Identità e sicurezza emergono come i due elementi caratterizzanti di tutte le esperienze. A seconda dei casi, il velo appare come lo strumento capace di dare e togliere identità, e di proteggere le donne dalle violenze del mondo degli uomini.

C’è anche spazio per qualche sorriso: «Le prime settimane a volto scoperto — ha scritto Eltahawy — andavo in giro con dei capelli terribili, non volevo che la gente pensasse che la mia scelta dipendesse dal look».

La disavventura di un disabile Quel bus non torna indietro

La Stampa

mario calabresi


Le (brutte) sorprese dell’estate
 

Ogni nostra estate è piena di storie di malcostume, sciatteria, furbizia, disservizi, truffe grandi e piccole, scarsa cultura del cliente o del passeggero. Abbiamo deciso di dedicare questo spazio, per tutto agosto, alle vostre denunce. Sarà l’occasione per raccontare cosa non funziona, per sensibilizzare e segnalare, per evitare che accada anche ad altri. Scriveteci.

Di lettere e commenti di viaggiatori incavolati ne sono pieni i quotidiani ed i forum: mezzi di trasporto (bus, treni, aerei, ecc.) che non partono, che non passano, che arrivano quando arrivano, che vengono soppressi o che ti lasciano a terra. E, spesso, senza uno straccio di spiegazione, in barba all’etica, alle carte dei diritti ed alla buona educazione. Quasi sempre, poi, senza che nessuno si senta in dovere di scusarsi. Anzi. Nel momento in cui compri il biglietto, viaggiare (o non viaggiare), arrivare o meno è a tuo rischio e pericolo. Ti saltano gli appuntamenti? Avevi solo da non prenderli. Perdi due giorni in attesa del mezzo? E allora? Hai tanti di quei giorni di vita davanti a te.

Qual è il problema, sembra sempre che dicano i responsabili delle compagnie di trasporto, pubbliche e private. Infatti per loro non è mai un problema. Il problema è di chi ha perso dei giorni di vacanza, un colloquio di lavoro, un guadagno, la possibilità di fare una cosa importante, piacevole o necessaria. Fin qui tutto normale: alle compagnie di trasporto appariamo tutti come degli spensierati turisti perennemente in vacanza 365 giorni all’anno con niente altro da fare che aspettare in stazione, in aeroporto, sotto la pensilina della fermata dei bus.

Ed è proprio alla fermata di un bus a Piombino che è iniziata la disavventura di un giovane disabile e di sua moglie. Maximiliano Ulivieri, piombinese trapiantato a Bologna, dopo avere trascorso il Ferragosto in famiglia, doveva far ritorno alla sua abitazione ed al suo lavoro quotidiano nell’ambito del turismo accessibile (quando si dice la coincidenza). Per chi non lo sapesse, per una persona in carrozzina spostarsi con i mezzi non è così automatico e immediato come per tutti. Occorre prenotare con un certo anticipo, assicurarsi che ci siano i marchingegni che ti aiutano a salire, scendere e posizionarti sul mezzo, sperare che gli addetti sappiano come farli funzionare e nonostante le tutte le previsioni e le rassicurazioni ci scappa sempre qualche intoppo.

Ma quello che è successo domenica 20 agosto, nemmeno uno avveduto e scafato come Maximiliano poteva immaginarselo. Per sicurezza lui e sua moglie si presentano mezz’ora prima alla fermata designata. Finalmente il bus arriva, sembra rallentare ma poi prosegue la sua corsa lasciando Maximiliano e la moglie a guardare sconsolati il mezzo che si allontana e chiedersi cosa avesse voluto dire l’autista che, senza fermarsi, aveva rivolto a loro dei gesti incomprensibili con la mano. Maximiliano chiama subito l’azienda (la Sitabus, per la precisione). Il responsabile rintraccia l’autista e gli intima di tornare indietro a recuperare Maximiliano.

E qui, succede l’incredibile. I passeggeri si rivoltano e con la minaccia di ritorsioni economiche sull’azienda costringono il responsabile a dare ordine all’autista di proseguire per la destinazione in quanto loro avevano, chi la coincidenza, chi una persona che li attendeva, chi il lavoro, chi un appuntamento. Insomma, loro avevano da fare. E dei diritti. Non come i disabili come Maximiliano che, come noto, non hanno niente da fare e che quindi il “fare niente” lo possono benissimo fare sia a Piombino che a Bologna o in qualsiasi altro posto. Egoismo?

Superficialità? Ignoranza? Forse, tutte tre le cose insieme. Ma anche di più. È il retaggio di una subcultura che considera le persone con disabilità come cittadini di serie B, come soggetti/oggetti di assistenza, persone non in grado di vivere di luce propria, di avere attività professionali, sociali, di avere una vita relazionale, degli impegni, delle scadenze. Dei poverini, destinati ad una esistenza infelice, inutile e vuota. Un’esistenza di serie B, appunto, meno importante di quella di chi invece perde una coincidenza.

Maurizio Nada

Super attacco hacker al web cinese

Corriere della sera

Il traffico sceso di un terzo. L'attacco nella notte tra domenica e lunedì. Potrebbe essere stato attuato da una sola persona

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Un attacco hacker notturno ha messo fuori servizio parte della rete internet cinese tra domenica e lunedì. Un attacco che la Cina non dimenticherà tanto facilmente: il governo lo ha infatti definito il più grande subito finora. La prima «offensiva» è partita alle 2 del mattino, seguita da una più potente due ore più tardi: difficile, se non impossibile, accedere ai siti con dominio «.cn» per un tempo variabile tra le due e le quattro ore secondo quanto denunciato da CloudFare, una compagnia che si occupa del monitoraggio e della sicurezza dei servizi internet per circa un milione di siti.

L'ATTACCO - L’attacco è del tipo DoS, acronimo che sta per «denial of service»: l’attacco esaurisce le risorse del sistema informatico che fornisce il servizio in modo da bloccarlo. Di solito viene attuato da network di computer che sono stati hackerati con malware o virus. Il web cinese è protetto da un sistema di filtraggio e analisi molto sofisticato, quindi l’attacco ha funzionato come campanello d’allarme: come nota il Wall Street Journal, rappresenta un «indicatore di quanto l’infrastruttura internet globale è sensibile a questo tipo di attacchi».

IL CROLLO DEL TRAFFICO - I problemi sono stati risolti nelle ore successive, ma secondo le statistiche diffuse da CloudFare il traffico dei siti da loro monitorati è sceso del 32% rispetto ai livelli registrati il giorno precedente. E secondo il ceo Matthew Prince questa percentuale è rappresentativa del crollo registrato nel traffico totale. Non solo: l’attacco, secondo CloudFare, potrebbe essere stato portato avanti da una singola persona con l’utilizzo, però, di strumenti particolarmente efficaci.

27 agosto 2013 | 16:46

Tennis: c'era una volta la «battaglia dei sessi» La celebre sfida della King del '73 fu un falso?

Corriere della sera

Un testimone rivela: Bobby Riggs perse apposta, per debiti e per volontà della mafia che gestiva le scommesse

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Dalla «grande truffa del rock and roll» alla «grande truffa del tennis». Un retroscena non si nega a nessuno, dai fatti di sangue a quelli più leggeri. Anche se nomi, epoche, luoghi di questo affaire, qualche brivido lo provocano. Sembrano, infatti, sgusciati da uno dei romanzi di James Ellroy («Underworld Usa Trilogy») sull'anima nera dell'America e irrompono nei nostri anni a gettare una luce truffaldina su uno degli eventi cardine della rivoluzione femminile degli anni 70: la «battaglia dei sessi», lo storico match di tennis che vide opposti Billie Jean King, paladina del movimento di liberazione delle donne (gay dichiarata, ma con outing nel 1981), e Bobby Riggs, anziano ma non troppo campione di qualche decennio prima, in realtà era truccato.

Riggs, travolto dai debiti di gioco, avrebbe perso apposta con la regia della mafia a cui doveva 100 mila dollari. Il 22 novembre 1963 a Dallas venne assassinato il presidente John Fitzgerald Kennedy, il 20 settembre nel 1973, a Houston, sempre in Texas, stato crocevia della storia americana, andò in scena la grande truffa dei sessi. Quando la cronaca supera la fantasia: in «American Tabloid» di Ellroy (che si conclude con l'omicidio di Kennedy), e in questa vicenda, rivelata da Hal Shaw, ora 79 anni, all'epoca assistente istruttore di golf al Palma Ceia Golf and Country Club di Tampa, Florida, compare lo stesso nome, quello del boss mafioso Santo Trafficante. Un nome che sembra clamorosamente falso e invece è stato tragicamente vero.

Quel giorno allo Houston Astrodome si radunarono 30.472 spettatori (ancora oggi record di pubblico per una partita di tennis in Usa), mentre almeno 50 milioni furono quelli davanti alla tv, per assistere alla storica vittoria di Billie Jean King su Bobby Riggs per 6-4, 6-3, 6-3. Il risultato fece scalpore. Riggs, secondo Jack Kramer «il più sottovalutato tra i grandi giocatori», aveva vinto in gioventù Wimbledon e due volte gli Us Open. Sebbene all'epoca avesse 55 anni, nessuno dubitava che avrebbe stracciato Billie Jean King, 29 anni e numero 2 del mondo. Il 13 maggio, infatti, nella prima ma meno eclatante «battaglia dei sessi», Riggs non aveva dato scampo alla numero 1, l'australiana Margaret Court (6-2, 6-1).

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Hal Shaw ha rivelato al programma «Outside the Lines» della Espn, che all'inizio degli anni 70, mentre lavorava al Palma Ceia Club, assistette alla pianificazione della truffa, presenti Frank Ragano, avvocato della mafia, il boss della Florida Santo Trafficante Jr. e quello del crimine organizzato di New Orleans Carlos Marcello. «Ragano spiegò che Riggs avrebbe prima battuto Margaret Court in modo da far pendere i favori del pronostico tutti dalla sua parte e aumentare la quota per il successo della King». Shaw ha aggiunto di aver taciuto per 40 anni, ma che ora «la paura se n'è andata».

Anche senza la presenza della mafia, negli anni qualche sospetto che Riggs avesse perso apposta c'era stato. Ora suo figlio Larry conferma che suo padre qualche mafioso lo conosceva (a quei tempi quasi tutti coloro che operavano nel mondo dello «spettacolo» avevano questi legami) e che avrebbe potuto perdere apposta, ma non tanto per la mafia, piuttosto per ottenere una possibile rivincita (che non ci fu) e la possibilità di una borsa più alta. Billie Jean King, ovviamente, non crede a questa ricostruzione, anzi rilancia la sfida: «Per molti uomini fu uno smacco, il loro ego subì un contraccolpo e cominciarono a inventare delle storie». E Bobby Riggs?

Fino alla sua morte ha sempre negato di aver perso apposta, offrendo una spiegazione semplicemente sportiva: «Come succede spesso, io ho sopravvalutato me stesso e sottovalutato chi mi stava davanti. E ho perso». Forse, come ha detto una volta il caporedattore di un giornale di fronte a una notizia fasulla, «non è vera ma è bella». Ora non sappiamo se le rivelazioni di un ex assistente istruttore di golf siano autentiche, però ci hanno offerto il modo di rivivere un pezzo di storia in cui la canzone in sottofondo non può che essere di Frank Sinatra.

27 agosto 2013 | 15:08

Giudici peggio di Equitalia Ecco perché molti italiani assolvono il Cavaliere

Libero



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La condanna del Cav in Cassazione ha spiazzato la sinistra. Il nemico è stato messo sotto con il fuoco delle toghe e con la sentenza definitiva, il Pd e tutto il centrosinistra italiano speravano che ci fosse una sommossa ideologica contro Silvio perchè condannato per evasione fiscale. E invece è successo l'esatto contrario. Il reato per cui è stato condannato il Cav è passato in silenzio divorato dalle cronache del post sentenza e soprattutto dalle ipotesi sul futuro politico di Silvio e del centro destra. Perchè l'opinione pubblica si dimostrata attenta alle sorti del Cav e non al capo d'imputazione di evasione fiscale? La risposta sta dentro due piaghe del nostro sistema. La prima è l'inefficienza delle nostra magistratura, la seconda è la pressione fiscale.

Toghe da maglia nera
- L’Italia è maglia nera tra i Paesi dell’Ocse per la durata del processo civile: nel 2010 si sono impiegati 564 giorni per il primo grado, contro una media di 240 giorni e i 107 giorni del Giappone, che ha invece la giustizia civile più veloce del mondo. Lo indica il rapporto Ocse "Giustizia civile: come promuovere l’efficienza", presentato lo scorso giugno in Senato. Il tempo medio stimato per la conclusione di un procedimento nei tre gradi di giudizio è di 788 giorni. I giudici di fatto con il loro operato hanno screditato se stessi. Per gli italiani sono poco attendibili, se non inaffidabili. E la fretta per processare il Cav è figlia dell'accanimento giudiziario guidato da una parte di quella magistratura che indossa la toga rossa. La telefonata di Esposito al Mattino ha poi fatto il resto. Così i riflettori si sono spostati velocemente dalla frode fiscale alla legittimità di una condanna.

Autogol Pd -  Per i democratici è stato un mezzo autogol. Speravano che il Cav venisse inchiodato dalla Cassazione, e invece se lo ritrovano ancora in gioco e probabilemente anche con il consenso del suo elettorato alle spalle. Gli italiani ormai odiano le toghe. La provocazione può anche essere forte ma difficilmente si trova qualcuno, anche tra i giuristi, che tessa le lodi della magistratura italiana. Le toghe italiane hanno 5,5 milioni di cause arretrate. Eppure godono di privilegi ingiustificati. Per questo chi giudica da fuori crede ad un accanimento giudiziario sistematico su Berlusconi.

Le toghe come Equitalia - Ma come già detto, gli italiani non "condannano" Berlusconi anche per un altro motivo. La frode fiscale non viene più percepita come un "reato odioso", per dirla alla Travaglio. Perchè? La risposta è semplice. Viviamo in uno dei paesi con la pressione fiscale più alta del mondo. Quella effettiva è al 54 per cento. Un record imbattibile. Il fisco da sempre bussa alle porte degli italiani per "vampirizzare" il reddito delle famiglie. A farne le spese, soprattutto in un perido di crisi come questo, sono i lavoratori dipendenti che cedono allo Stato circa la metà della busta paga. Piegati da una vero e proprio macigno fiscale, gli italiani rimpiangono il primo governo Berlusconi. Nel 2001 la pressione fiscale era al 41 per cento. Ben lontana dalle cifre record maturate sotto il governo Monti.

Evasione per necessità - A Chioggia, qualche giorno fa un imprenditore, Roberto Tosello è finito sotto processo per evasione fiscale. In dibattimento si è difeso affermando che ha dovuto scegliere se pagare i suoi dipendenti o il fisco. Tosello ha scelto di dare ossigeno alle tasche di chi lavora. Ma questo caso la dice lunga su quanto il tessuto produttivo del Paese sia strozzato dalle tasse. Così chi le evade non viene visto più come una "assassino" o uno "stupartore". Anzi viene difeso dall'opinione pubblica, perchè quel gesto, a volte dettato dalla necessità è il simbolo di un Paese che cerca di ribellarsi alle sprangate fiscali. Così sul binario della sentenza della Cassazione su Berlusconi si incontrano i giudici che hanno condannato il Cav e gli italiani. Chi vive la crisi sta col Cav. Chi invece, come spesso accade a sinistra, attacca Berlusconi sul fisco e poi va in barca sullo yacht di Bazoli (come ha fatto Piero Fassino qualche giorno fa), si chiera con le toghe. I magistrati ormai sono identificati come "esattori" e anche loro prendono le sembianze del mostro di Equitalia.

Un milione e mezzo di fulmini l'anno

Corriere della sera

Il centro che li misura: «I temporali sono più potenti e fanno più danni». Tante ipotesi e poche certezze sulle cause

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Tuoni e fulmini in abbondanza in questi giorni di maltempo. Ieri ad essere colpite da allagamenti e disagi sono state soprattutto Roma e il Lazio. In tutte le Regioni i temporali, oltre alle abbondanti piogge, hanno lanciato verso terra scariche di energia che hanno fatto notizia sia per il numero che per i danni causati. Già tra sabato e domenica vicino a Firenze i fulmini avevano incendiato un appartamento e dato fuoco ai mezzi di una società di trasporto. L'Enel, in una nota, informava che i suoi impianti in Toscana era stati colpiti da diecimila fulmini. E oltre duemila erano caduti tra le province di Genova e La Spezia, una «tempesta elettrica». Disagi anche per gli aerei, con voli dirottati da Fiumicino e Orio al Serio.

«Negli ultimi anni ogni temporale produce un maggior numero di fulmini rispetto al passato e la loro manifestazione è diventata anche più pericolosa» spiega Marina Bernardi che a Milano dirige il Sistema italiano di rilevamento fulmini (Sirf) presso il Centro elettrotecnico sperimentale italiano (Cesi). Le rilevazioni sono iniziate vent'anni fa e l'ultimo decennio, apparentemente, sembra mostrare nelle statistiche una lenta riduzione: cioè facendo un confronto con gli anni precedenti si noterebbe un minor numero di fulmini.

«In realtà - nota Bernardi - abbiamo constatato che il fenomeno ha una sua ciclicità e quindi ora mi aspetto un aumento nelle cifre». Le cause sono legate a tante ipotesi e a poche certezze. Si fa riferimento all'aumento delle macchie solari (ora tra l'altro siamo nella fase di massima attività dell'astro) oppure alle correnti provenienti dal Nord Atlantico. Alla fine, purtroppo, per il momento ci si limita a constatare quanto accade e a compilare diligenti registrazioni.

Sono passati quasi tre secoli da quando Benjamin Frank- lin, studiando le saette, inventava il parafulmine. Ma pur avendo maturato nel frattempo una certa conoscenza dei meccanismi atmosferici i fulmini conservano ancora molti aspetti misteriosi che gli scienziati indagano. «In realtà, ciò che si nota - continua Marina Bernardi - è un cambiamento significativo nei temporali. Anche questi sono diminuiti di numero, ma portano piogge più abbondanti, venti più violenti e fulmini più rilevanti sia nella quantità che nella potenza».

Per affrontare le ricerche su questo fronte e trarre indicazioni utili a mitigare i danni il Cesi creava la rete di rilevamento del Sirf con 25 stazioni distribuite nelle regioni. Ciascuna, collocata secondo una adeguata geometria, ha la sensibilità di raccolta nell'arco di alcune centinaia di chilometri, arrivando così a coprire l'intera Penisola. Ogni sensore misura il campo elettromagnetico emesso dalla corrente del fulmine quando percorre la crosta terrestre. Attraverso la rete si ricostruisce il punto di impatto e i parametri elettrici che caratterizzano la scarica.

Negli ultimi anni l'Italia è bersagliata in media da un milione e mezzo di fulmini da gennaio a dicembre e nelle statistiche rimangono le annate record del 2002 oppure del 2004 quando si arrivò a contarne addirittura centomila in un solo giorno. «Grazie alla rete - precisa la sua responsabile - che ora è collegata su scala europea avendo così una visione più ampia dei fenomeni, riusciamo a diffondere un'allerta avvisando dell'arrivo dei temporali potenzialmente pericolosi con un preavviso sino a tre ore». Ciò consente ai gestori di reti elettriche o per telecomunicazioni di approntare eventuali interventi d'emergenza.

Gli studi in corso, inoltre, stanno indagando anche un particolare tipo di fenomeno chiamato «temporale positivo» perché si carica di cariche elettriche positive. Rispetto agli altri è molto più energetico ed è caratteristico delle terre circondate dai mari come appunto l'Italia o il Giappone. Ma come mai i temporali sono mutati e con essi i fulmini? «Una risposta precisa ancora non esiste - conclude Marina Bernardi -. Potremmo citare la tropicalizzazione dell'ambiente, la mutazione nella circolazioni dei venti e altri aspetti. Di certo il clima sta subendo dei cambiamenti e anche i fulmini sono un segnale da considerare».

28 agosto 2013 | 7:32