lunedì 26 agosto 2013

Calderoli spiega il Porcellum in aula

Il Secolo XIX

Genova


Cattura
È passata sotto silenzio, perché la crisi politica di queste settimane ha dominato la scena senza soluzione di continuità. Ma la storia raccontata da Roberto Calderoli al Senato adesso sta galoppando in rete. Il leghista, ministro delle Riforme che ha firmato la celebre legge elettorale battezzata Porcellum (da lui stesso, perché senza preferenze e con premio di maggioranza abnorme, ancorché insufficiente a Palazzo Madama), ha svelato segreti imbarazzanti proprio sui “genitori” di quel testo.

«Sono stufo di essere considerato il papà del Porcellum», ha detto in Aula. «Perché quella legge ha tanti padri e tanti zii, tanti nonni e tanti cugini. Se volete vi faccio i nomi». Nonostante il brusio del Senato, Calderoli è scattato. Così: il ritorno al proporzionale lo avevano preteso Marco Follini e l’Udc, la lista bloccata era stata sollecitata da Gianfranco Fini e An, il premio di maggioranza enorme era stato preteso da Silvio Berlusconi sia per la Camera sia per il Senato, ma l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi pretese la retromarcia sul Senato invocando la Costituzione che prevede la base regionale per la designazione dei senatori.

Insomma, un pasticcio che, giura Calderoli, «Ho tentato in ogni modo di fermare, ma nessuno mi venne in soccorso, neppure gli esponenti dei partiti che stavano all’opposizione», ossia i Ds e la Margherita. Anche in questo caso, il senatore leghista snocciola qualche nome: tra chi non lo avrebbe aiutato ci sono Enzo Bianco e Davide Zoggia. Poi ritorna sui pidiellini di oggi come Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello: <Se tutti oggi strillano stizziti, al tempo non hanno fatto nulla». Evviva Calderoli, allora, il ministro delle Riforme che si fa scrivere le peggiori riforme dagli altri.

Molteno, i giudici danno torto agli eredi Il festival su Battisti si può fare

Corriere della sera

Il Comune continuerà a organizzare la kermesse dedicata al cantautore. La famiglia:«Ricorreremo in Cassazione»


Cattura
Il Comune di Molteno, in provincia di Lecco, potrà continuare a organizzare la manifestazione «Un'avventura, le emozioni» che teneva dal 1999, nel mese di settembre, in ricordo di Lucio Battisti, che in Brianza ha vissuto nell’anonimato, fino alla morte. Lo ha stabilito la Corte d'appello di Milano che ha dato ragione al Comune e ribaltato la sentenza del maggio 2011. Due anni fa, infatti, il tribunale di Milano, sezione specializzata in materia di proprietà industriale e intellettuale, aveva condannato il Comune a risarcire con 70mila euro il danno alla moglie e al figlio di Battisti, nonché le edizioni musicali Acqua azzurra e L'aquilone, società intestatarie dei diritti di utilizzazione economica delle opere dell'artista.

SENTENZA RIBALTATA - E' una contesa giuridica alquanto intricata: al centro della disputa c'è la manifestazione organizzata dal Comune di Molteno e dedicata a Battisti. Secondo la vedova e il figlio del grande cantautore nell'evento (che si è svolto dal 1999 al 2005) sarebbero stati violati i diritti personali del cantante. Il Tribunale civile aveva accolto la tesi secondo cui nessuno può utilizzare il nome e l'immagine di una persona senza il suo consenso e men che mai può farlo dopo la sua morte contro la volontà dei suoi eredi, a nulla valendo che detta utilizzazione sia fatta con finalità commemorative. Ora la Corte d'appello ha dato ragione al Comune di Molteno.

«ABERRANTE» - La manifestazione aveva ogni volta raccolto un grande numero di persone, fan e appassionati di musica. Il Comune ha incassato nel corso delle varie edizioni oltre 220mila euro derivanti da sponsorizzazioni legate al nome e all'immagine di Lucio Battisti, spiega l'avvocato degli eredi Battisti. Ciò non è bastato ai giudici del Tribunale di secondo grado di ritenere provata la finalità di lucro di tale sfruttamento, in quanto il Comune di Molteno ha sostenuto di avere sempre speso per organizzare la manifestazione più di quanto ha incassato dagli sponsor. «Se dovessimo avallare la motivazione della Corte d'appello di Milano - prosegue l'avvocato della famiglia Battisti - chiunque potrebbe utilizzare per finalità di sponsorizzazione il nome e/o l'immagine di un personaggio notorio, senza il suo consenso, per promuovere un evento culturale e commemorativo, sostenendo di non guadagnarci nulla, ma solo allo scopo di coprire i costi dello stesso, il che è aberrante sul piano giuridico».

IMMAGINE - La disputa tra gli eredi dell’autore di «Emozioni» e il Comune di Molteno è destinata a continuare: gli eredi hanno già annunciato che impugneranno la sentenza in Cassazione. «La sentenza farà sicuramente discutere - sottolinea il legale -. Sono sempre più frequenti i casi di personaggi famosi del mondo dello spettacolo e non o di loro eredi che denunciano l'illecita utilizzazione del nome e dell'immagine del proprio congiunto per scopi meramente speculativi».

26 agosto 2013 | 15:12

L'idea della Kyenge ora è legge: "Accesso all'impiego pubblico per chi ha il permesso di soggiorno"

Libero

Nel silenzio dell'estate è passata la modifica alla legge per l'accedere all'impiego pubblico. Ora rifugiati, immigrati senza cittadinanza potranno lavorare in scuole e ospedali


Cattura
Immigrati docenti nelle scuole, infermieri negli ospedali e magari anche impiegati comunali. Nel silenzio generele dell'estate agostana è stata modificata la legge per l'accesso agli impieghi pubblici. Con due semplici modifiche a partire dal prossimo 4 settembre, chiunque sia in possesso di un permesso CE per soggiorno di lungo periodo o sia riconosciuto come rifugiato politico potrà avere accesso ai concorsi per essere assunto nella pubblica amministrazione.

Ecco cosa prevede la legge -  Lo prevede la legge numero 97 del 6 agosto, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 agosto. Potranno quindi essere assunti pure stranieri che non hanno la cittadinanza italiana. Leggendo il testo della legge non ci sono dubbi a riguardo. Ecco cosa prevede la legge su "Modifiche alla disciplina in materia di accesso ai posti di lavoro presso le pubbliche amministrazioni": "All'articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, dopo le parole: 'Unione europea' sono inserite le seguenti: 'e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente'; b) dopo il comma 3 sono aggiunti i seguenti: '3-bis.

Le disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3 si applicano ai cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria". Traduzione: chiunque abbia un permesso di soggiorno e non ha la cittadinanza può accedere all'impiego piubblico. Insomma ora gli immigrati faranno lavori che "gli italiani vogliono fare". Cade dunque il luogo comune che chi soggiorna nel nostro Paese ambisce a fare mestieri che gli italiani non vogliono più fare.

L'idea della Kynege è legge - A lanciare la proposta era stata, manco a dirlo, il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge: ": "Serve una legge organica sul diritto di asilo. Questa è una delle proposte che intendo portare avanti che sarà la garanzia di accesso per i migranti ai posti nella pubblica amministrazione, su esempio di ciò che furono in le americane “affermative action”, politiche già applicate in Gran Bretagna. L’Emilia Romagna già applica in parte queste possibilità, ma anche molte grandi aziende estere hanno compreso che i migranti possono essere un volano per l’economia nonché referenti privilegiati per dialogare e creare partnership commerciali con i paesi di origine anche nel settore privato", aveva scritto sul suo sito qualche mese fa. Ora le parole della Kyenge sono legge. Le affermative action a cui si riferisce il ministro sono delle misure di tutela per le minoranze. 

Quote di impiego bloccate per chi appartiene ad una minoranza. In un momento di crisi come quello che l'Italia sta attraversando in questo momento, e con una disoccupazione galoppante pensare a dare un posto fisso agli immigrati lasciando indietro gli italiani potrebbe scatebnare una bufera senza precedenti. Il lavoro pubblico o privato che sia non si ottiene perchè si ha un determinato colore della pelle. Il merito è l'unico giudice delle capacità di chi vuole lavorare. Con buona pace della Kyenge.

(I.S.)

Inchieste e nepotismo, il tracollo di De Magistris

Il Secolo XIX

dal nostro inviato Francesco Bonazzi


Cattura
Napoli - In un Paese normale, Luigi De Magistris farebbe ancora il magistrato come suo padre, suo nonno e pure il suo bisnonno. Magari senza essere stoppato brutalmente, come è accaduto ogni volta che le sue inchieste sono salite di livello. Mentre il fratello Claudio, abile organizzatore di concerti e spettacoli vari, se non come sindaco, potrebbe tranquillamente esibirsi come assessore alla cultura. Invece non è andata così.

Nella Napoli della rivoluzione “arancione” succede che Luigi indossi la fascia tricolore e che dopo due anni tenti di assumere Claudio come super consulente per una manifestazione fantasma, il Forum delle Culture, perché «anche lui ha diritto un salario». Polemiche a non finire, con “Giggino ’a manetta” prontamente ribattezzato “Giggino ’a paghetta” e la sensazione che a Palazzo San Giacomo, se non sia già finito un ciclo, quantomeno si sia persa la verginità.

Settimana tra il 23 e il 27 settembre 2013, scene da una Napoli più visionaria che milionaria. Il presidente Giorgio Napolitano, ma anche Papa Francesco e il Dalai Lama, saranno invitati a inaugurare il Forum delle Culture, evento internazionale creato a Barcellona e ottenuto sette anni fa dalla giunta Iervolino. A un mese esatto dal taglio del nastro, in città non c’è nulla, né un programma né un appuntamento certo. In compenso da un paio d’anni vegeta l’immancabile fondazione ad hoc, già commissariata perché non paga i creditori e sotto inchiesta della Corte dei Conti. La regressione dei finanziamenti previsti, nel corso degli anni, è stata micidiale.

All’inizio erano 150 milioni, poi tagliati a 50 e infine scesi a quota sedici: undici in capo al Comune e cinque alla Regione, guidata dal pidiellino Stefano Caldoro. Per avere questi denari i due amministratori campani, politicamente su fronti opposti ma uniti da una forte amicizia personale, devono ancora firmare una convenzione. E qui arriva il problema, perché per assumere i due direttori della manifestazione, tra cui Claudio De Magistris, e per dar loro un contratto da 40 mila euro lordi, bisogna trasformare la Fondazione da ente d’indirizzo a ente gestionale.

Solo che Caldoro, supportato dai tecnici e dai legali della Regione, non è assolutamente d’accordo. Per aggirare l’ostacolo, al Comune toccherebbe gestire direttamente il Forum, ma il sindaco a quel punto si troverebbe nella scomoda posizione di dover stipendiare in prima persona il fratello. E non a caso, in queste ultime ore di vacanza lontano da Napoli, “Giggino ’a paghetta” sta preparando la marcia indietro.

Agli amici, l’ex magistrato ricorda che Claudio lo ha aiutato in tutta la campagna elettorale e che ha fatto parte, «rigorosamente gratis» del proprio staff a Palazzo San Giacomo. In realtà, lo stipendiava come portavoce l’Italia dei Valori con i soldi dei contribuenti, ma ora il partito di Di Pietro è imploso e De Magistris junior è rimasto a spasso, pur avendo portato a Napoli varie rockstar. Non solo, ma al pari del fratello Luigi, di Caldoro, del presidente della Provincia Luigi Cesaro e di alcuni tra i principali imprenditori della città come Paolo Graziano, Claudio è sotto inchiesta per la gestione della Coppa America. Un’indagine discussa e che rende bene l’idea di una Procura spaccata a metà tra pm “filo-De Magistris” e pm “anti-De Magistris”.

«Ora che Claudio risulta coinvolto nell’indagine su atti importanti, le regate di Coppa America, offrirgli un contratto con stipendio, francamente, non mi sembra opportuno. Ad essere onesto io non l’avrei fatto», sospira un amico come il magistrato anti-Camorra Raffaele Cantone, intervistato da Repubblica nei giorni scorsi. E lo scrittore Erri De Luca, che nella campagna elettorale di due anni fa ha benedetto la rivoluzione del dipietrista con bandana arancione, oggi preferisce astenersi dal giudizio sull’amministrazione De Magistris «perché non risiedo a Napoli».

Ma tra gli stessi sostenitori del sindaco cresce da mesi un certo stupore, se non una vera e propria delusione. L’ultimo episodio risale a fine luglio, quando l’assessore allo Sport, Pina Tommasielli, è finita sotto inchiesta della Procura con l’accusa di aver fatto levare un po’ di multe al parentado. Lei si proclama innocente e ha offerto le dimissioni, ma il sindaco le ha respinte e se la tiene così, in una giunta che ha fatto della legalità il proprio vessillo di battaglia.

E di sicuro hanno indebolito il sindaco altre due decisioni. La prima è stata quella di privarsi quasi subito del magistrato Giuseppe Narducci, assessore alla Sicurezza. Avendo l’ex collega cominciato con uno spettacolare blitz contro gli ambulanti senegalesi, gli ultimi degli ultimi nella catena dell’illegalità, De Magistris lo ha fatto fuori. La seconda bizzarria è stata silurare dopo sei mesi Raphael Rossi, super-tecnico della raccolta e smaltimento rifiuti, chiamato da Torino per mettere ordine nella mitologica monnezza napoletana.

Proprio sulla spazzatura, comunque, la gestione De Magistris ha dato il meglio di sé: i cumuli dell’era Iervolino non ci sono più, le navi partono sempre per l’Olanda ma senza le costose e opache intermediazioni di un tempo ed entro il 2014 dovrebbe esser pronto il primo impianto di trattamento a freddo dei rifiuti. Tuttavia, la promessa elettorale di portare la differenziata al 70% in pochi anni è ben lontana dall’essere mantenuta e gli ultimi dati parlano di un misero 27%. E se la pedonalizzazione del lungomare ormai sfiora i 3 km, da Castel dell’Ovo a piazza Vittorio, i napoletani, quando escono di casa, sono tutt’ora preoccupati di non finire in una delle tante buche nelle quali sprofonda l’intera città.

Negli ultimi 25 anni, il contenzioso dei cittadini con il Comune per incidenti in strada ha raggiunto la mostruosa cifra di 750 milioni. Una somma di fronte alla quale perfino la paghetta di De Magistris junior sarebbe più un problema estetico che una reale minaccia.

IPhone e Android, sms a prova di NSA

La Stampa

Un’app per smartphone e tablet permette di inviare e ricevere messaggi di testo crittografati e leggibili solo dal destinatario

antonino caffo


Cattura
Nell’anno del Datagate e del monitoraggio onnipresente della NSA ogni idea che serve a donare un po’ più di privacy ai cittadini è ben accetta. Un ricercatore di sicurezza ha messo a punto una tecnica che potrebbe migliorare, e di parecchio, la segretezza dei messaggi di testo inviati su iPhone. L’app TextSecure debutterà a settembre su App Store e riceverà un importante aggiornamento su Google Play in versione Android.  Il supporto di cui gode TextSecure non è affatto sconosciuto agli addetti ai lavori. Si tratta di utilizzare la proprietà crittografica chiamata Perfect Forward Secrecy (PFS) che permette di ridefinire il concetto di chiave segreta.

Quando si utilizza la crittografia a chiave pubblica (PKC), come ad esempio quella che permette di navigare sui siti che cominciano per “HTTPS” come Amazon, l’utente ha sia una chiave pubblica che una privata. Se si acquista qualcosa sul sito, la chiave pubblica è nel browser dell’utente, la privata è nel server di Amazon. Nel caso la NSA potesse accedere al traffico web cifrato di una persona (e quindi alla chiave pubblica specifica di Amazon), potrebbe ottenere dalla stessa Amazon la chiave privata e vedere così tutta la storia degli acquisti di un utente sul sito di e-commerce.

Stesso discorso per chi voglia leggere i dati criptati del servizio email di Microsoft. Outlook.com utilizza, come tutti i servizi di Redmond, una Master Key che permetterebbe al possessore di leggere le pagine HTTPS criptate dall’azienda. Questo vuol dire che ogni singola pagina web che è stata inviata da Microsoft a milioni di utenti può essere “tradotta” con una singola Master Key. L’utilizzo del sistema di crittografia “Perfect Forward Secrecy” non pecca di questo difetto perché utilizza chiavi diverse per ogni tipo di conversazione.

Di per sé l’utilizzo della speciale crittografia necessita che due interlocutori siano attivi nello stesso momento. Questo perché, a differenza dei comuni SMS, email e messaggi di chat, la comunicazione crittografata da PFS utilizza chiavi segrete che si attivano solo quando sia il mittente che il destinatario sono online. Con tale premessa anche un’app per dispositivi mobili avrebbe perso il suo appeal se per funzionare c’era bisogno di tenerla sempre aperta e attiva, con un conseguente dispendio di dati e batteria. 

Qui l’idea di Moxie Marlinspike, il ricercatore di sicurezza che ha sviluppato TextSecure. La tecnica per far si che i messaggi viaggino su iPhone anche ad applicazione spenta prevede l’utilizzo di “prekeys”, ovvero di chiavi, generate e inviate solo per dirci che è arrivato un messaggio. Il destinatario riceve una notifica push sulla schermata di blocco dell’iPhone; allo slide la chiave temporanea, che porta solo le informazioni di notifica e non il messaggio vero e proprio, si traduce in chiave definitiva pronta a tradurre l’intero testo inviato dal mittente. TextSecure crittografa anche i messaggi già presenti sul telefono per assicurare che possano essere letti solo quando viene inserita una password. L’app ha fatto il suo debutto qualche anno fa su Android; Marlinspike prevede di lanciare la versione iOS entro fine settembre con la contemporanea aggiunta della tecnica prekey sul sistema operativo mobile di Google. 

La battaglia dell’acqua minerale

La Stampa

La Regione ritocca i canoni. L’opposizione: un regalo ai produttori. L’industria: basta, altrimenti si chiude

maurizio tropeano
torino


Cattura
La guerra dell’acqua minerale si combatte tra dichiarazioni roboanti («il Piemonte regala l’acqua ai produttori», tuona il capogruppo in regione del M5S, Davide Bono»), resistenza passiva, quella degli imbottigliatori che parlano di un provvedimento ai limiti della costituzionalità (Alberto Bertone di Sant’Anna) e una decisione ineluttabile: la giunta regionale ha deciso di aumentare un canone tra i più bassi d’Italia fermo a 0.75 centesimi al metro cubo. Dal primo gennaio la tassa salirà di un minino di 25 ad un massimo di 45 centesimi al metro cubo anche se saranno introdotti una serie eco-incentivi e una clausola occupazionale che possono abbattere fino al 70% il canone. «Una scelta politica - spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Roberto Ravello - che tiene conto del fatto che queste attività si sviluppino in zone montane, quindi in zone con alta marginalità, dove la crisi socio-occupazione ha risvolti forse più marcati che altrove».

Il doppio canone
Nel 2012 il quantitativo di acqua imbottigliato è stato pari a 1,9 miliardi di litri, di cui 150 milioni sono finiti in un contenitore di vetro. In Piemonte ci sono 12 aziende che lavorano nel settore e danno lavoro a circa 500 persone. Dal primo gennaio 2014 i titolari delle concessioni di acque minerali e di sorgente destinate all’imbottigliamento pagare alla regione ai comuni interessati un unico canone annuo calcolato in base ad un doppio indicatore, l’estensione della superficie della concessione e il quantitativo d’acqua imbottigliato. Nel primo caso la tariffa è unica: 35 euro per ogni ettaro o frazione di ettaro, con un minimo di 3 mila euro. La seconda voce è differenziata per scaglioni di produzione per «agevolare le realtà imprenditoriali di minori dimensioni. Il canone per ogni mille litri di acqua imbottigliata sarà pari a 1 euro per i primi 60 milioni di litri, a 1.10 euro per i quantitativi superiori ai 60 e fino ai 150 milioni di litri e a 1.20 euro da 150 milioni di litri in su.

Gli sconti eco-sociali
Ravello sottolinea come il nuovo regolamento dei canoni si basa sulla volontà di «coniugare la premialità ambientale e quella sociale». Tradotto vuol dire meno tasse da pagare per chi sottoscrive protocolli d’intesa con la Regione per mantenere o incrementare i livelli occupazionali. Canoni ridotti anche per la mitigazione degli impatti ambientali legati alle modalità di produzione e di imbottigliamento. Paga meno tasse chi utilizza contenitori eco-sostenibili oltre al vetro «premiamo anche - spiega Ravello - il recupero dei vuoti a rendere e l’adesione a sistemi di gestione ambientale certificati». Nelle intenzioni della regione «il premio» dovrebbe servire per «stimolare l’adozione di tecnologie per ridurre l’impatto ambientale». Il nuovo regolamento prevede anche l’installazione, a fini conoscitivi, dei misuratori di portata. 

Le altre regioni
Nel corso del dibattito a Palazzo Lascaris il consigliere del Pd, Wilmer Ronzani, ha chiesto un ritocco più consistente delle tariffe «in linea con quelle delle altre regioni». I grillini sono andati oltre. Ma Ravello e con lui i partiti del centrodestra hanno difeso la proposta della giunta Cota che tiene conto «dello stato di sofferenza del settore e di un concetto di sviluppo sostenibile che coniuga sviluppo economico e tutela dell’ambiente». Il Piemonte è l’unica regione dell’arco alpino che ha previsto incentivi per la tutela dell’occupazione. E comunque in Veneto c’è un canone di superficie (117 euro/ettaro in montagna e 587/ettaro euro in pianura) più 3 euro in base ai quantitativi imbottigliati. In Emilia Romagna c’è solo un canone di superficie di 19.76 euro/ettaro mentre in Puglia si pagano 130 euro ad ettaro per concessioni con impianto di imbottigliamento e 100 per altre concessioni d’ acque termali.

Gli esuli umiliati a Pola

Fausto Biloslavo - Lun, 26/08/2013 - 14:34

Volevano ricordare la strage di Vergarolla, ma alcuni titini e la polizia hanno fatto sparire lo striscione. Un rappresentante dell'ambasciata italiana in Croazia non è intervenuto

 

Un gruppetto di esuli umiliati e costretti, in modi spicci, a togliere di mezzo uno striscione che chiede “Giustizia per i ventimila italiani infoibati e uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” fra il 1943 e dopo la fine della seconda guerra mondiale.


Cattura
Nostalgici di Tito che gridano “viva il comunismo” e “morte ai fascisti” contro i “provocatori” con lo striscione durante la manifestazione che ricorda una terribile strage di italiani sulle spiagge di Pola. Gli organizzatori della locale Comunità italiana e gli esuli del Libero comune di Pola in esilio inviperiti dal fuori programma con lo striscione. L’incaricato d’affari dell’ambasciata italiana a Zagabria, Marco Salaris, che non batte ciglio e si guarda bene dall’intervenire.

Il tutto ripreso in un video inviato a il Giornale, che dimostra come sia ancora lunga e delicata la strada della riconciliazione con i nostri vicini appena entrati in Europa. Il 18 agosto è stato commemorato a Pola l’eccidio di Vergarolla. Lo stesso giorno del 1946 alcune mine marine in disuso saltarono in aria sulla spiaggia istriana gremita da famiglie di italiani. Fra 80 e 100 le vittime, ma solo 64 vennero identificate. Dietro la strage c’erano gli agenti dell’Ozna, la polizia segreta di Tito, che voleva dare un sanguinoso segnale all’unica città istriana, a maggioranza italiana, ancora sotto controllo inglese. L’eccidio di Vergarolla, gli infoibamenti e le violenze dei titini provocarono l’esodo di oltre 200mila italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia.

Da qualche anno il ricordo viene celebrato assieme dalla principale associazione degli esuli polesani e dai rimasti della minoranza italiana in segno di riconciliazione. Alla manifestazione  era presente anche l’Assessore alle Finanze della Regione Friuli Venezia Giulia, Francesco Peroni. Un gruppetto di sette esuli “ribelli” guidati da Romano Cramer si è presentato con un paio di bandiere italiane e lo striscione bianco a caratteri neri per chiedere giustizia per gli infoibati, una verità storica senza ombra di dubbio. “La nostra era una manifestazione pacifica - spiega Cramer - A Trieste sono sfilati i sostenitori di Tito  con bustine  e stelle rosse anche sulle bandiere italiane a festeggiare l’occupazione della città (40 giorni di terrore nel maggio-giugno 1945 nda) senza che nessuno poliziotto intervenisse per fermarli.

Gli esuli del Libero comune di Pola la pensano diversamente. Secondo un loro rappresentante “il momento ed il luogo erano sbagliati. E’ l’unica occasione in cui noi ed i croati ricordiamo delle vittime italiane del periodo titino. E stavamo arrivando anche  a far mettere sul monumento i nomi di tutti i morti identificati. Dopo questa sceneggiata siamo punto e a capo”. Le immagini del video parlano chiaro. Contro lo striscione della discordia, che chiede solo “giustizia per gli infoibati” intervengono subito i rappresentanti della Comunità italiana di Pola. Secondo gli esuli “ribelli”  sostenendo che avrebbe compromesso la strada della “rappacificazione e riconciliazione fra i popoli”.

Delle guardie private in maglietta blu, assoldate dagli organizzatori della manifestazione, sono riprese mentre si fanno avanti per bloccare il fuori programma, ma sembrano titubanti. Ad un certo punto una voce fuori campo, in italiano, di qualche nostalgico di Tito del posto tuona: “Viva il comunismo”. I passanti e qualche turista si stupiscono, ma capiscono ben poco. Il clima si surriscalda e parte il vecchio slogan “morte ai fascisti” rivolto agli esuli con lo striscione. Alla manifestazione ufficiale davanti al cippo che ricorda la strage, pur con una formula poco chiara, fanno suonare il silenzio e gli animi sembrano calmarsi.

Le note dell’omaggio ai caduti non si sono ancora spente, quando si fa avanti un deciso poliziotto croato in borghese, che controllava la manifestazione. Un tipo corpulento, con la maglietta a righe, che viene spalleggiato dalle guardie private e con modi bruschi fa arretrare gli esuli “ribelli” ed arrotolare a forza lo striscione.

Non proprio un encomiabile biglietto da visita per la Croazia in Europa. Salaris, l’incaricato d’affari dell’ambasciata presente ufficialmente alla celebrazione non muove un dito. Gli esuli ribelli  sospettano addirittura che abbia avallato l’intervento della forza pubblica. Sul sito della nostra rappresentanza diplomatica a Zagabria non si fa alcun cenno all’ “incidente”, ma si sottolinea “la ritrovata fratellanza tra popoli europei, suggellata quest’anno dall’ingresso della Croazia nell’Unione Europea”.

www.faustobiloslavo.eu

Quelle donne iraniane sedute per terra: le immagini che fanno indignare

Corriere della sera

di Viviana Mazza


Cattura
Indignarsi per una immagine, nell’era dei social network, è un atteggiamento sempre più comune. L’ultimo caso riguarda questa foto che mostra un gruppetto di giornaliste iraniane, sedute per terra, durante una conferenza stampa, mentre gli uomini sono accomodati sulle sedie. Non che manchino le ragioni di indignazione per le donne iraniane, che spesso hanno sollevato la questione delle disuguaglianze nella Repubblica Islamica. È facile però prendere le immagini fuori dal loro contesto.

In questo caso, è proprio quello che è accaduto secondo l’agenzia stampa iraniana Mehr, che in risposta all’indignazione, ha pubblicato sul suo sito altre foto di quella sala affollata, durante un incontro al ministero degli Esteri di Teheran, per illustrare che c’erano anche molti giornalisti e ospiti uomini rimasti in piedi, e per dimostrare dunque che la sola ragione per cui quelle donne erano accovacciate per terra non è la discriminazione ma il sovraffollamento (ma si potrebbe sollevare un’altra critica, guardando tutte le foto, e cioè le donne nella sala, sono davvero poche).

La Repubblica islamica attribuisce spesso le critiche alla malafede e al doppio standard occidentale nei confronti dell’Iran (in questo caso ad un atteggiamento anti-sciita). Una cosa è vera:  noi occidentali a volte dimentichiamo che è in atto una battaglia locale (di potere e di informazione) nella regione, che si è ampiamente diffusa anche sui social network. Non va dimenticato nemmeno che nell’Arabia Saudita sunnita, arcinemica dell’Iran ma alleata occidentale, le donne alle conferenze a volte non ci sono proprio tra il pubblico (ma anche in questo caso, le immagini che circolano in Rete non sono sempre vere).

Non significa che bisogna smettere di indignarsi, ma che bisogna fare lo sforzo di non fermarsi alle immagini ma di scavare a fondo.

Compagnia tedesca di booking online fallisce, clienti costretti a pagare di nuovo

Corriere della sera


Cattura
Avete prenotato (e pagato) un hotel tramite il servizio online Clever-hotels.com? Rischiate di doverlo pagare di nuovo. La società tedesca Navelar GmbH, proprietaria della piattaforma, è fallita. E le compagnie presso la quale sono stati effettuate le prenotazione tramite il sito hanno annunciato che cancelleranno tutti gli ordini. Una bella doccia fredda per i clienti, che sono stati allertati (come sottolinea il sito britannico The Independent) dalla compagnia tedesca via email.

PRENOTAZIONI CANCELLATE - Basta dare un’occhiata al sito di Clever Hotels: nella homepage campeggia un annuncio, scritto in caratteri rossi, che spiega la situazione della compagnia. In breve: la Navelar è stata chiusa per insolvenza, le trattative con i partners non sono andate a buon fine. Ma mentre per i nuovi clienti questo si traduce solo nell’impossibilità di prenotare nuovi servizi, chi ha già pagato si trova a dover rimettere mano al portafogli. Dipende dai tempi di cancellazione del servizio – «è possibile che vi sia richiesto di pagare di nuovo», si specifica nella nota.

LE SOLUZIONI - Per il momento, non c’è altra soluzione. La compagnia infatti poche righe più sotto spiega che l’eventuale richiesta di rimborso alla Navelar potrà essere discussa solo dopo la liquidazione (che dovrebbe iniziare non prima di ottobre o novembre). Chi ha pagato con carte di credito o di debito dovrebbe poter bloccare il pagamento, ma chi ha invece effettuato un bonifico si ritrova con le spalle al muro. Clever-Hotels.com proponeva «hotel in tutto il mondo al miglior prezzo possibile», e in effetti, come rileva The Independent, offriva soluzioni competitive. Molte delle prenotazioni, osserva la testata britannica, sono passate attraverso Trivago, un altro sito tedesco. Ma anche in questo caso non c’è nulla da fare: la piattaforma declina ogni responsabilità sui suoi provider.

26 agosto 2013 | 14:54

Cani in spiaggia, tremila multe. Gli animalisti: «Caos normativo e informazioni distorte»

Corriere della sera

di Marco Gasperetti


Doveva essere l’estate dei cani in spiaggia. Quei “quattro zampe” (che sono la stragrande maggioranza) rispettosi e puliti, docili e simpatici, capaci di starsene a crogiolare al sole sulla sabbia o sugli scogli e fare bagni sublimi con i loro amici uomini rispettando il regolamento. E invece sono stati più di tremila i padroni di cani multati sulle spiagge italiane da giugno ad oggi. Il dato è dell’Aidaa, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente.

Cattura
Il dato è curioso e preoccupante. Non solo perché, come sostiene l’Aidaa, «oltre duemila di queste multe sono state effettuate in spiagge dove non sono presenti cartelli di divieto o che hanno cartelli irregolari», ma perché da ormai un paio di anni si parla di rivoluzione copernicana per gli animali domestici oggi trattati (finalmente) come creature viventi, con accessi al mare garantiti in alcune circostanze, nei negozi, nei ristoranti e nei supermercati. Naturalmente anche per loro valgono le norme igieniche e di comportamento umane. Insomma, devono essere educati, puliti e accuditi e controllati dai padroni, altrimenti la porta per loro (e per gli umani) si chiude irrimediabilmente.

1
Il problema è che invece, i divieti, sembrano perdurare anche quando i cani seguono il bon ton. Il presidente di Aidaa, Lorenzo Croce, sostiene di aver ricevuto, oltre alle lamentele per le multe, 2.500 segnalazioni di persone con cani allontanate dalla spiaggia o dai vigili o dalla guardia costiera. In alcuni casi sarebbero stati allontanati in maniera illegale dai bagnini o da altri bagnanti presenti sotto la minaccia di chiamare le forze dell’ordine.  «Un risultato disastroso – ha dichiarato all’Ansa Croce – al quale contribuisce la babele di normative esistenti, circa 8.000 provvedimenti, uno per ogni 800 metri di spiaggia italiana che noi da anni denunciamo».

2
E non solo. Al caos normativo si è aggiunta una campagna dannosissima che faceva intendere che era possibile portare liberamente il cane in spiaggia e che ha causato più danni che il resto. «Noi da otto anni chiediamo che si facciano spiagge libere accessibili ai cani – ha sottolineato  Croce – e che questo venga normato da una legge nazionale». Infine un appello al ministro del Turismo: «Prenda lui in mano la situazione e trovi presto una soluzione prestissimo che permetta di salvaguardare il diritto di tutti, compresi quelli che vogliono portare in spiaggia il proprio cane.  E’ stata la Toscana tra le prime regioni a normare l’accesso degli animali nei luoghi pubblici. L’idea della legge, molto apprezzata in tutta Italia, fu dell’allora consigliere regionale dei Verdi, Fabio Roggiolani.

La ricerca. Una nube tossica partita da Napoli sterminò l'uomo di Neanderthal

Il Mattino

di Chiara Graziani

Una gigantesca eruzione dei Campi Flegrei avrebbe oscurato i cieli fra Europa ed Africa. Ma il Sapiens sopravvisse



E' il più grande mistero della storia dell'umanità. Le specie umane erano due e convivevano senza incrociarsi da migliaia di anni: i due patrimoni genetici non consentivano unioni prolifiche. Poi i fratelli Neanderthal si estinsero, d'improvviso. E sulla coscienza del Sapiens sapiens - ossia sulla nostra - rimase l'ombra del sospetto del grande genocidio. Il primo della storia dell'umanità. Feroce, premeditato e prova - ha sostenuto di recente il genetista Christian De Duve - che il peccato originale di Adamo e Caino ce l'abbiamo proprio scritto nel Dna.

CatturaAssoluzione in arrivo per il Sapiens. Non fummo noi a pianificare il primo sterminio. Una mega eruzione, scaturita dal ventre dei Campi Flegrei circa 40mila anni fa, avrebbe oscurato il sole, abbattuto le temperature e cambiato le condizioni climatiche in maniera talmente drastica da spazzare via il più debole fra i due fratelli. Non ci sarebbe stato Caino a scannare Abele per gelosia ed invidia.

Sarebbe bastata una delle più colossali nubi di lapilli mai vomitata da un vulcano, quello dei Campi Flegrei. Un'euruzione tale da oscurare i cieli dall'Europa all'Africa, culla dell'umanità da dove erano partite le due specie sorelle, Sapiens e Neanderthal, evolutesi autonomamente e contemporaneamente. Una teoria affascinante ma con un punto debole. La nube oscurò i cieli anche per i nostri diretti antenati e non solo per la specie parente. La tesi non sembra destinata ad assolverci dal grande sospetto che i figli di Caino, a conti fatti, siamo proprio noi.

 
lunedì 3 giugno 2013 - 18:08   Ultimo aggiornamento: martedì 4 giugno 2013 13:11

Nasa ricorda con video tributo Neil Armstrong a un anno dalla morte

Il Mattino

di Laura Bogliolo


Cattura
ROMA - La Nasa ricorda l'astranauta Neil Armstrong morto il 25 agosto lo scorso anno. E lo fa con un toccante video tributo. L'omaggio al primo uomo che ha toccato il suolo della Luna come comandante della missione Apollo 11 viene ricordato con una sequenza di foto dell'allunaggio e le note di Erci Brace che ha composto "Tranquility Base", come venne soprannominato il luogo dell'atterraggio. «Dimmi Neil, che cosa stavi pensando, mentre noi guardavamo la tv, a piccoli passi e salti giganti e piantare la bandiera. In un luogo che nessuno era stato» le parole della canzone dedicata ad Armstrong nel primo anniversario della sua morte. È stato il primo uomo a sbarcare su un corpo celeste fuori dalla Terra.

Armstrong morì all'età di 82 anni. Storica la sua frase: «Un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l'umanità». Fatali per il comandante della missione Apollo 11 le «complicazioni post operatorie» dopo un intervento di by-pass coronarico, a cui si era sottoposto un mese prima. Il presidente statunitense, Barack Obama, lo ha definito «uno degli eroi più grandi di tutti i tempi». Da tutto il mondo era giunto il cordoglio per l'uscita di scena di un uomo che ha ispirato intere generazioni. «Ha rappresentato una fonte di ispirazione per tutta l'umanità», aveva commentato il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso.

L'allunaggio. Sono le 20,17,40 Utc, il comandante Armstrong prende il controllo manuale del modulo e lo adagia sulla superficie della Luna. L'approdo avverrà nella parte meridionale del Mare della Tranquillità. Alle 2,56 Utc, mentre in Italia gli orologi segnano le 4,56 minuti e 15 secondi del 21 luglio 1969, sei ore e mezza dopo aver toccato il suolo con la sonda, Neil Armstrong è sull'ultimo gradino della scaletta del Lem Eagle. Allunga la gamba. Esita un attimo. «Ora scendo» assicura però l'astronauta al centro a terra di Houston. Poi dice la frase che segna la storia del XXesimo Secolo: «Sarà un piccolo passo per l'uomo ma un gigantesco passo per l'umanità». E finalmente poggia il suo piede sinistro sulla superficie della Luna.

laura.bogliolo@ilmessaggero.it

blog: Daily Web





FOTOGALLERY

Armstrong e il suo viaggio sulla luna




Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna



lunedì 26 agosto 2013 - 08:16   Ultimo aggiornamento: 08:40

Centomila in fila per il pianeta rosso in 16 partiranno per colonizzare Marte

Il Mattino

di Anna Guaita


Cattura
NEW YORK - Sono già 100 mila i volontari pronti a partire per Marte e non fare mai ritorno sulla Terra. E tra questi ci sono anche diversi italiani. Hanno pagato la tassa di iscrizione e presentato un breve video e un particolareggiato curriculum nella speranza di essere fra i 40 “astronauti senza ritorno” che la Mars One sceglierà per un periodo di training lungo ben otto anni. Ma anche di questi 40, solo 16 partiranno, in gruppi di quattro, a cominciare con la prima missione, nel settembre del 2022.

IL PROGETTO Si parla da tempo di andare sul Pianeta Rosso, e c’è anche un progetto di mandare nel 2018 una coppia composta di un uomo e una donna a orbitare intorno al pianeta, per poi far ritorno a casa. Ma il progetto di Mars One è di ben diversa portata. Creato da due olandesi, l'ingegnere Bas Lansdorp, un pioniere dell'energia eolica, e da Arno Wielders, fisico della Nasa e dell'Agenzia Spaziale Europea, il progetto è incredibilmente ambizioso, ma anche fattibile.I due uomini hanno messo insieme una squadra di altissimo livello e hanno reclutato collaboratori in ogni Paese avanzato, incluso il nostro.

Sanno che i costi sono stratosferici, ma propongono un sistema di finanziamento che potrebbe funzionare. I miliardi di dollari necessari (ne servono 6 solo per la prima missione) verranno sia dagli sponsor, ansiosi di essere parte del più grande progetto esplorativo della storia umana, ma anche dai media dei vari Paesi, desiderosi di avere l'esclusiva di ogni avvenimento legato alla lunga preparazione e poi alla partenza degli astronauti. Diciamo che si tratterà di una specie di eccezionale reality show. Difatti i 40 prescelti verranno sottoposti ad allenamenti fisici e scientifici molto rigorosi. Dovranno vivere in ambienti difficilissimi com’è la superficie di Marte, e imparare ogni sorta di scienza.

LAVORATORI
Alla fine ognuno di loro sarà di fatto ingegnere, meccanico, biologo, agricoltore, medico, perfino dentista. Sarà in grado di riparare un guasto ai moduli o agli impianti di produzione di acqua e ossigeno, saprà coltivare gli alimenti in colture idroponiche e in spazi ridotti, potrà riparare ossa rotte e carie ed effettuare operazioni chirurgiche. Già questo è ben difficile. Ma ognuno degli astronauti deve accettare che il viaggio è senza ritorno, e che la vita sul Pianeta Rosso non sarà una scampagnata. Mars One prevede di mandare in avanscoperta una serie di moduli, con automi che cominceranno a filtrare l'acqua di Marte, e usarla anche per produrre una riserva di ossigeno.

Se infatti i moduli porteranno rifornimenti di ogni genere, incluso i pannelli solari per l'energia necessaria all'insediamento, non porteranno acqua. A loro volta però, i moduli serviranno da “campo base” e faranno da casa e laboratorio per i pionieri. La scelta del luogo su cui fare atterrare i moduli avverrà nel 2018, quando sarà spedito sul pianeta un rover che dovrà cercare l'area più adatta. E nel settembre del 2022, partiranno i primi quattro, due uomini e due donne. Saranno seguiti da altre squadre di quattro a intervalli di due anni. Con l'aggiunta di altre spedizioni dei moduli con il materiale necessario alla colonizzazione del pianeta rosso.

I RISCHI Rischi? Ce ne sono tanti che non c'è spazio per elencarli. Dai più ovvii - ritardi e guasti nella preparazione sia degli astronauti che delle navette spaziali - sino a quelli più gravi, i pericoli delle radiazioni ad esempio, che potrebbero fare aumentare il rischio di cancro negli astronauti. Ma Lansdorp e Wielders non hanno dubbi: «Andremo su Marte e costruiremo una nuova Terra». In tanti credono a questa promessa. Anche numerosi giovani italiani, che hanno presentato la loro candidatura. Ad esempio Pietro, 23enne studente di medicina a Trieste, «pronto a lasciare il pianeta Terra». O Silvia, avventurosa geologa 28enne che cerca «una sfida» e «un contratto che duri per sempre». O Marco, 19enne «bravo in matematica e scienze» che «desidera costruire un nuovo futuro per l'umanità».

 
domenica 11 agosto 2013 - 15:52

Tablet e iPhone, il confronto perdente con Apple

La Stampa

Un paradosso: il gruppo di Gates ha avuto per primo le idee vincenti però non ci ha creduto

bruno ruffilli


Cattura
«Diventerà il computer più diffuso nel mondo», disse Bill Gates presentando il tablet Pc nel 2001. Ma non immaginava che a far diventare realtà la sua profezia sarebbe stata Apple, allora appena sfuggita alla bancarotta. Di più: fu proprio da un dipendente Microsoft che Steve Jobs ebbe l’idea dell’iPad («Sbagliano tutto, noi lo faremo meglio», disse il guru della Mela con la consueta modestia). Dai primi prototipi però non nacque un tablet, ma uno smartphone, l’iPhone. Il concetto era lo stesso, solo in un formato ridotto. Così, per una bizzarra ironia, fu Gates ad aprire la strada a due dei successi più grandi di Apple.

Non basta avere buone idee, bisogna saper scegliere il momento e il modo giusto per lanciarle. Certo, l’ottobre 2001 con le Torri Gemelle ancora in fumo, non pareva indicato per lanciare un riproduttore di musica portatile: e invece l’iPod ha venduto nelle sue varie incarnazioni oltre 400 milioni di esemplari. È diventato un’icona culturale perché lega tecnologia e sentimento, una piccola cassaforte da tenere in tasca per musica, foto, video. Senza, Apple sarebbe ancora un produttore di computer di nicchia, oggi è un marchio globale di intrattenimento digitale, con il più grande negozio di musica del Pianeta, gli ecosistemi di app che ruotano intorno all’iPhone e all’iPad, i prodotti in arrivo come l’orologio e la televisione che probabilmente cambieranno ancora le regole del mercato. 

Bill Gates non seppe intuire il successo dell’iPod, e la risposta fu tardiva e debole, con lo Zune, un lettore Mp3 venduto solo negli Usa. Un flop: eppure quelle scritte grandi e quell’interfaccia minimalista sono le stesse di Windows 8, il più recente sistema operativo di Redmond, che gira su computer, tablet e smartphone. Anche qui, non proprio un successo: i tablet Microsoft non si vendono, i prezzi calano costantemente, e l’alleato di ferro Nokia confessa di avere un “piano alternativo” a Windows Phone. La quota di mercato negli smartphone rimane bassa, anche se in un anno è passata dall’1,5 a quasi il 4 per cento. 

Il computer non è più lo scatolone grigio di vent’anni fa e nemmeno il goffo portatile degli Anni Zero, ma Microsoft non ha saputo cogliere questo passaggio cruciale della tecnologia, e da lì è iniziata la sua parabola discendente. Accelerata anche da qualche passo falso, come Vista, uscito nel 2007 con grandi ambizioni: era lento, farraginoso, pieno di difetti, così al nuovo sistema gli utenti preferirono il vecchio Xp, e Microsoft fu costretta a rimetterlo in vendita. 

Sono arrivate delusioni anche dai servizi: se il motore di ricerca Bing cresce, la mail Outlook.com questa settimana ha funzionato a intermittenza per tre giorni, mentre Skype, acquistata nel 2011, cede lentamente terreno ai concorrenti. È andata meglio con i videogiochi, dove nell’era Ballmer la Xbox ha scardinato il monopolio della Playstation e l’ha pure superata (negli Usa). Ma nella prossima stagione natalizia la Xbox One dovrà combattere contro la PS4, e Don Mattrick, che ha inventato la nuova console Microsoft, ha appena lasciato l’azienda. 

Twitter@BrunoRuffilli

Pubblicata la mappa del Dna degli organismi "primitivi"

Il Mattino


ROMA - Pubblicata la prima mappa genetica della 'materia oscura della vita', ossia del Dna dei microrganismi più primitivi che vivono sul pianeta e finora i più sconosciuti. Leggere il Dna di questi archeobatteri è stato possibile grazie a nuove tecniche di sequenziamento. Il risultato, pubblicato su Nature, si deve a un gruppo coordinato da Tanja Woyke del Joint Genome Institute del Dipartimento di Energia degli Stati uniti a Walnut Creek, in California.

CatturaQuesti microrganismi sono le forme di vita cellulare più abbondanti e diversificate del pianeta, praticamente occupano ogni nicchia ambientale concepibile: dalle profondità estreme degli oceani al più secco dei deserti e possono avere profonde influenze sui processi ambientali, dalla crescita delle piante, al ciclo dei nutrienti, a quello del carbonio e si sospetta abbiano un ruolo anche nei processi climatici.Tuttavia, queste forme di vita sono in gran parte sconosciute perchè, rileva Woyke, vivendo in ambienti difficili da riprodurre come i fondali oceanici o in simbiosi con altri batteri o sulla pelle di un animale, la stragrande maggioranza di esse non si riesce a coltivare in laboratorio. Finora infatti i metodi di sequenziamento del Dna richiedevano la coltivazione in laboratorio di miliardi di cellule identiche. Ma le nuove tecniche di analisi genetiche superano questo problema perchè riescono ad analizzare il Dna estratto da una singola cellula di un batterio.

I MICRORGANISMI In questo modo i ricercatori hanno sequenziato il genoma di campioni provenienti da nove diversi habitat: dagli abissi oceanici alle sorgenti idrotermali, fino alle miniere. Dai campioni raccolti sono state analizzate 9.000 di cellule e identificati 201 microrganismi diversi, afferenti a 29 gruppi di cui due nuovi. Sono emerse caratteristiche insolite, tra cui alcuni tratti negli archeobatteri in precedenza visti solo nei batteri, uno di questi è un enzima che potrebbe essere usato come meccanismo di difesa contro gli attacchi di altri microrganismi. «Queste analisi genetiche - osserva Woyke - ci stanno, inoltre, permettendo di comprendere le relazioni evolutive tra questi microrganismi: è un po' come guardare un albero genealogico per capire chi sono i tuoi fratelli e le tue sorelle. Ma non è semplice stabilire queste relazioni: dai campioni emergono milioni di frammenti di informazioni genetiche che possiamo paragonare a stelle lontane nel cielo notturno che stiamo cercando di allineare in costellazioni riconoscibili ».

 
domenica 14 luglio 2013 - 21:30   Ultimo aggiornamento: 21:39

Le bugie e le «impronte digitali» che lasciamo nel nostro cervello

Il Mattino

Ci sono specifiche aree del cervello che si attivano quando si dice una bugia. Ora queste aree possono essere viste "all'opera" con una speciale tecnica, l'imaging neurale, che mostra una sorta di impronta digitale della menzogna.

CatturaLo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Plos One e realizzata da Alice Proverbio, Maria Elide Vanutelli e Roberta Adorni del dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca. Le aree del cervello più attive nella costruzione delle bugie, spiegano le ricercatrici, sono la regione frontale e pre-frontale dell'emisfero sinistro e la corteccia cingolata anteriore. «Attraverso l'elettrofisiologia cognitiva - aggiunge Alice Proverbio, coordinatrice della ricerca - siamo in grado di vedere come reagisce il cervello di una persona quando riconosce qualcosa di familiare».

Inoltre, è possibile stabilire quando una persona sta mentendo «poichè il cervello produce una risposta bioelettrica inconfondibile, chiamata N400, che riflette il tentativo di sopprimere l'informazione riconosciuta come vera»: è questa l'impronta digitale unica della bugia. Rispetto alla cosiddetta macchina della verità, «che si basa sulla misurazione di aspetti fisiologici come sudore e battito cardiaco per individuare chi mente - conclude l'esperta - il nostro metodo misura anche l'effetto cerebrale delle emozioni provate durante l'interrogatorio. L'attività mentale, misurata attraverso le variazioni elettriche delle risposte cerebrali, è un indicatore molto più affidabile di quella solo periferica».

 
sabato 8 giugno 2013 - 13:36   Ultimo aggiornamento: 13:37

Il Clan dei Marsigliesi e la «signora rapina»

Corriere della sera

La spaccata alla gioielleria Colombo fruttò 350 milioni di lire. Otto giorni dopo le manette


1
«Per me è stata una signora rapina e quelli lì sono dei tipi in gambissima!»Sono le parole che Dino Buzzati, all'epoca cronista del Corriere, raccolse a caldo da un testimone, un ragazzino, garzone di bottega, che aveva appena assistito ad una rapina. Una rapina spettacolare che aveva colpito al cuore Milano, proprio nel suo cuore pulsante, il salotto buono di via Monte Napoleone. Era il 15 aprile 1964 e il clan dei Marsigliesi era sbarcato sotto la Madonnina in grande stile, con una «spaccata» alla storica gioielleria di Enzo Colombo.

Oggi, al civico 12 di via Montenapoleone, non c'è più quella gioielleria ma un negozio di orologi alla moda e uno di abbigliamento di una griffe inglese. Gli anni sono passati e le rapine in questa via del lusso conosciuta in tutto il mondo sono ancora abbastanza frequenti (l'ultima solo qualche mese fa in pieno giorno), niente comunque in confronto a quella messa a segna dai Marsigliesi mezzo secolo fa.
L'operazione fu da manuale. Otto banditi a bordo di quattro Alfa Romeo Giulia - due bianche e due grigio scuro - assaltarono l'oreficeria Colombo con estrema freddezza. Dalle auto, messe di traverso in modo da bloccare il traffico, scesero in cinque col volto coperto e le armi in pugno. Uno si piazzò in mezzo alla strada col mitra. Gli altri si diressero verso il negozio e spararono per ridurre in frantumi i cristalli delle vetrine. Due arraffarono tutto quello che era possibile dalla vetrina, altri due entrarono e si fecero consegnare i preziosi.

Cattura
A quel punto fuggirono con due auto. Le altre due Giulia le abbandonarono di traverso sulla carreggiata per impedire alla polizia d'inseguirli. Favoloso il bottino: 350 milioni considerato che uno solo dei brillanti trafugati ne valeva più di ottanta... Ma i banditi non si poterono godere quei soldi. E su come si arrivò alla loro cattura, Luciano Lutring, il solista del mitra, che raccontava anche di aver aiutato i francesi con una consulenza sui vetri infrangibili, aveva le idee ben chiare: «Vennero arrestati uno dopo l'altro a causa di un polsino di camicia che raffigurava la Torre Eiffel e che, durante la fuga, uno di loro aveva perso. Questo permise agli inquirenti di seguire le loro tracce grazie anche all'aiuto dell'Interpol».

In realtà furono i servizi segreti d'Oltralpe a passare un'informativa ai poliziotti italiani relativa a un gruppo di prigionieri francesi evasi dal carcere di Melun, a sud di Parigi. La Polizia temendo che i Marsigliesi avrebbero messo a ferro e fuoco altre città decise di pubblicare sui principali giornali le fotografie degli evasi. La mossa si rivelò vincente. Otto giorni dopo la rapina i malviventi vennero arrestati, complici le numerose segnalazioni pervenute alla polizia dopo la pubblicazione delle foto sui quotidiani. Della refurtiva, però, vennero ritrovate solo le briciole, ovvero circa dieci milioni di lire. Della gran parte dei gioielli, infatti, nessuna traccia; si scoprirà solo in seguito che erano già stati venduti a un orefice di Parigi.

L'opinione pubblica, a quel punto, fece la conoscenza - fra ammirazione e spavento - col clan dei Marsigliesi. In particolare col suo capo, l'italo-francese, Albert Bergamelli, 25 anni, nativo di Bergamo. Lo presero a Torino, vicino a un bar di Porta Nuova dove si nascondeva con documenti falsi. Il suo vice si chiamava Jo le Maire detto il sindaco, anche se il suo vero nome era Giuseppe Rossi. Nomi che sembravano usciti da un fumetto di Diabolik che nasceva proprio in quegli anni a Milano dalla fantasia delle sorelle Giussani.

Gli altri banditi arrestati furono il fratello di Bergamelli, Guido, Carlo Orsini, Raphaël Dadoun, Gerard Barone Didier, Jaques Dupuis, Pierre e Jean Pierre Noël, Louis Nesmoz e il greco Sergio Panayotides, che scelse di collaborare con la giustizia. Il tribunale condannò «gli uomini d'oro di Monte Napoleone» a scontare pene comprese fra i tre e i nove anni, mentre Orsini, Dadoun e Panayotides vennero assolti.

26 agosto 2013 | 9:40

Il bivacco dei nostalgici di Montecitorio

Paolo Bracalini Giuseppe Alberto Falci - Lun, 26/08/2013 - 08:57

Sala lettura e divanetti del Palazzo ogni giorno affollati da ex parlamentari che si improvvisano politologi. Caldarola: "Stanno lì per un fatto di status"

 

«Non riescono a staccarsi dal Transatlantico, pensano di essere al centro del dibattito frequentando i divanetti di Montecitorio, si spacciano per politologi». Chi sono codesti? Montecitorio, un giorno qualunque, fra le centinaia di parlamentari che affollano la sala fumatori, o la sala lettura, o il Transatlantico, si scorge una categoria di politici che non dovrebbe più frequentare il Palazzo.

Cattura
«Ma è da sempre così», ricorda col Giornale l'ex direttore de l'Unità Peppino Caldarola. «Stanno lì per un fatto di status. Ad esempio, «quando io fui parlamentare - continua Caldarola - c'era il socialdemocratico Flavio Orlandi che fin dalle 9 del mattino era a Montecitorio. Stava lì seduto, leggeva i giornali, frequentava la buvette, usufruiva del barbiere. Poi lì c'è l'aria condizionata», sbuffa Caldarola.

Ma come si articola la giornata tipo dell'ex parlamentare? Intanto, tiene a precisare un ex deputato siculo di Forza Italia, bisogna dividere la categoria in 3 sottocategorie: «Abbiamo quelli che vanno lì, penso ad uno come l'ex An Gustavo Selva, perché considerano Montecitorio come un circolo di pensionati. Le famiglie al mattino gli chiamano un taxi che li conduce alla Camera. Usufruiscono della sala lettura, sgranocchiano dei sufflì alla buvette, e poi nel pomeriggio sempre all'interno della sala lettura si addormentano. In sostanza questa, parola di parlamentare, sarebbe la «sottocategoria più genuina».

Poi, «ci sono i consiglieri regionali, o i presidenti di provincia dei territori più disparati che sono stati parlamentari e frequentano Montecitorio per poter raccontare nella città di origine di avere incontrato un ministro, o un parlamentare autorevole, che gli avrebbe promesso un investimento per il territorio di appartenenza. In sostanza questi sono i millantatori». Ma non è finita. Si aggiunge una terza sottocategoria che, secondo i conoscitori del Transatlantico, sarebbe la più affollata.

Sempre stando al racconto dell'ex parlamentare forzista, si tratta dei «trombati», ovvero coloro i quali non sono stati eletti alle recenti politiche, o non sono stati inseriti nelle liste del Porcellum. Fra questi ultimi il guinness dei primati spetta all'ex segretario generale della Cisl Sergio D'Antoni. Il nisseno non manca giorno che non varchi l'ingresso del Parlamento. Al punto che in tanti credono sia ancora parlamentare. Mazzetta di giornali sotto braccio, abito rigorosamente di sartoria, il siciliano è il re dei «super trombati».

La sua giornata tipo inizia nei divanetti della sala fumatori, dove sfoglia i giornali nazionali, non mancando la lettura dei quotidiani dell'isola, su tutti il Giornale di Sicilia. Dopo un caffè alla buvette, inizia l'attività di lobbying con i vertici del Nazareno, ad esempio con «l'amico Franceschini» o con il «compagno Bersani», e a fine giornata quando in Transatlantico sono più i giornalisti che i parlamentari sciorina scenari e retroscena che condiranno le pagine dei quotidiani del giorno dopo. E in occasione della formazione del governo Letta in virtù dell'attaccamento al Palazzo D'Antoni ha sperato, o come dicono alcuni parlamentari «lemosinato», un ministero o un sottosegretariato.

Di certo l'ex sindacalista ha il primato ma non è il solo. In casa democrat la lista raggiunge le due cifre. Sono diversi gli ex parlamentari del Nazareno che considerano Montecitorio come una seconda casa. Pensiamo all'ex ministro del governo D'Alema, il siciliano Totò Cardinale, che dal 2006 ha dovuto cedere lo scranno di Montecitorio alla giovane figlia Daniela, ma di certo non ha abbandonato il Palazzo. O al plenipotenziario di Enna, l'ex senatore Vladimiro Crisafulli, che a metà pomeriggio con la camminata che lo contraddistingue adora passeggiare in Transatlantico.

Per quale motivo? Non è dato sapere, anche se i suoi detrattori lasciano intendere che starebbe lavorando per ricandidarsi alle Europee del 2014. La lista, ovviamente continua, e sfiora tutte le province dello stivale. Anna Paola Concia è fra gli altri «ex» nostalgici dei divanetti di Montecitorio, o il leghista Sebastiano Fogliato. Per non parlare di Pier Paolo Cento. L'ex verde, oggi vendoliano, fa parte addirittura dell'associazione ex Parlamentari della Repubblica presieduta dall'ex Dc Gerardo Bianco. Interpellato dal Giornale Cento arriva a giustificare gli ex parlamentari:

«Io credo sia utile che chi ha svolto l'attività parlamentare continui a mantenere i rapporti con il proprio partito e con le istituzioni. Semmai il tema vero è un altro: bisogna ridare dignità al Parlamento italiano. Non seguo l'attività degli ex parlamentari ma organizzano convegni molto interessanti e danno un contributo notevole. Rappresentano una risorsa alla politica». Non sembrerebbe. Semmai, per dirla con un attuale deputato di rito renziano, «a me fanno quasi tenerezza perché non vogliono che la stampa si dimentichi di loro, è l'idea che di non recarsi più in Transatlantico li fa star male...».

Il prezzo non è pervenuto» La beffa dei cartelli sulla benzina

Corriere della sera

Un gestore: «Non diamo dati, non conviene. Mai viste sanzioni». Il confronto negato

Cattura
BRESCIA - Pochi, spenti oppure incompleti. Basta fare un viaggio in autostrada per capire che, sei anni dopo, la «rivoluzione» dei cartelloni elettronici con i prezzi dei carburanti (i cosiddetti «benza-cartelloni») s'è trasformata in decine di totem ingombranti. Che non danno l'informazione più importante: qual è la pompa più conveniente? Certo, bisognerebbe anche chiedersi che fine abbiano fatto quei pannelli. Perché qui, nel tratto che da Milano porta a Brescia - mentre sullo fondo incombono nuvoloni neri che poi diventeranno pioggia, vento e grandine - se ne incontra soltanto uno. In cento chilometri.

Non è una cosa da poco. Secondo Altroconsumo se i cartelloni elettronici funzionassero davvero si potrebbe risparmiare il 5% sul prezzo della benzina e il 4% su quello del gasolio. In cifre: quasi 6,4 milioni di euro in meno. Ma dopo una legge sulle liberalizzazioni (nel 2007) e due decreti che impongono una maggiore trasparenza (nel 2013) il risultato non è confortante. Anche in questi giorni. Il pannello lungo la tangenziale Est di Milano, vicino all'uscita Linate, non dà segni di vita. Poco meno di un anno fa all'interno dello stesso dispositivo funzionavano due caselle su sei. Il totem all'altezza di Brescia Ovest, invece, è acceso.

Ma sui quattro distributori più vicini soltanto un esercente indica i prezzi. Gli altri risultano tutti «n.p.», «non pervenuto». Stesso destino anche per il cartellone di Brescia Est: tre pompe senza prezzo, soltanto una aggiornata. Va un po' meglio lungo l'A1 nel tratto Firenze-Bologna: il dispositivo poco dopo lo svincolo di Barberino riporta le cifre di tre distributori su quattro. L'altro, nemmeno a dirlo, «non pervenuto». Più giù la situazione peggiora di nuovo. Ecco la Firenze-Roma: il pannello elettronico indica i prezzi di due distributori (i più vicini) su quattro. Un altro, nei pressi dell'uscita Ponzano/Soratte, segue il destino del fratello di Milano-Linate: spento.


Chi deve comunicare i prezzi? Le singole compagnie petrolifere dicono che a loro tocca soltanto dare i valori nazionali dei carburanti. L'aggiornamento sui singoli cartelloni spetta ai gestori delle stazioni di servizio. Gestori che, quando interpellati, o fanno finta di essere semplici dipendenti o non rispondono. Ad eccezione di uno, nei pressi di Brescia. Che spiega: «Se un altro mette il prezzo che è più basso del mio a me non conviene dare le mie cifre».

L'uomo gesticola. Dice che c'è la crisi. Chiede a una coppia di turisti francesi, con un misto di inglese e bresciano, di digitare di nuovo il codice della carta di credito perché il sistema non ha preso tutte le cifre. I due non capiscono e aspettano qualche minuto prima di riprovare. La fila dietro, intanto, s'è allungata. Paura delle sanzioni? «Mah», allarga le braccia il gestore, «io di controllori non ne ho visto nemmeno uno dal 2007». E intanto restituisce la ricevuta ai turisti.

Facciamo un passo indietro. Proprio al 2007. Quando la Società Autostrade per l'Italia installa dieci dispositivi vicino alle più grandi città: Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli. La cosa è peraltro prevista dal decreto sulle liberalizzazioni dell'allora ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani: la legge numero 40 del 2007. «Grazie ai nuovi "benza-cartelloni" e grazie al meccanismo virtuoso della concorrenza i cittadini potranno risparmiare fino a otto centesimi di euro per ogni litro di carburante», esulta Carlo Rienzi, presidente di Codacons. Pochi mesi dopo Altroconsumo decide di girare l'Italia per controllare come vanno le cose.

Risultato: su nove pannelli cinque non funzionano, si inceppano o forniscono dati imprecisi agli automobilisti. Più della metà. Il ministero dello Sviluppo economico allora muove gli ispettori. I quali, anche loro, confermano il dato negativo. A quel punto il governo, e siamo alla vigilia di Natale, minaccia sanzioni. Vuole coinvolgere i Comuni. «L'offensiva partirà a gennaio 2008», spiegano. Poi più nulla. Fino a quando, nel dicembre dell'anno scorso, Altroconsumo torna alla carica. Monitora 20 cartelloni elettronici. E scopre che cinque sono spenti, 14 incompleti. Arriva il 2013 e ad aprile entrano in vigore le nuove misure del ministero dello Sviluppo economico che obbligano i gestori a una maggiore trasparenza dei prezzi lungo l'autostrada.

Trasparenza che in molti tratti non s'è vista. «Noi sosteniamo da anni l'utilità dei "benza-cartelloni" perché sono uno dei modi migliori non solo per risparmiare, ma anche per incentivare la concorrenza», ragiona Michele Cavuoti, responsabile indagini di Altroconsumo . «È un peccato, perché le strutture ci sono, ma da noi c'è una forte resistenza». Con conseguenze paradossali. «I distributori, pochi, che comunicano i prezzi sono spesso i più convenienti. Ma questo il consumatore non lo può sapere». Per Cavuoti ci sono soltanto due modi per rendere davvero utili quei totem. «Spingendo le società concessionarie della rete autostradale a imporre ai loro gestori di comunicare i prezzi», oppure «sollecitando ancora di più chi fa le leggi e deve controllare».

26 agosto 2013 | 8:01