domenica 25 agosto 2013

Twitter tape Machine, arriva il tecno-vintage: la macchina di 150 anni fa che stampa i cinguettii

Il Messaggero

di Laura Bogliolo


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ROMA - E' stata inventata 150 anni fa, morì scalzata da computer, televisione e poi internet. Ma è proprio il web a portarla di nuovo in vita: si chiama stock ticker ed è la macchina che veniva usata per fornire gli aggiornamenti delle quotazioni del mercato azionario. Oggi stampa i tweet. L'incontro tra l'antiquariato della tecnologia e il social network da 140 battute si deve a Adam Vaughan, un giovane tedesco che è riuscito a far stampare ogni 30 secondi i tweet del suo profilo alla Twittertape Machine, una macchina d'altri tempi che ha costruito Adam.

“Ho impiegato tre mesi a costruirla – racconta alla Bbc – ma ho impiegato tantissimo tempo per trovare i pezzi per costruirla”. Vaughan, sviluppatore web, è un appassionato di tecnologia e antiquariato: aveva visto dei modelli di stock ticker su internet, poi l'idea: usare una macchina ormai dimenticata e integrarla con uno degli strumenti più social che dominano la scena del web collegando l'anziana stock ticker a un computer. Una versione futura di Twittertape potrebbe prevedere un vero e proprio pannello di controllo per far stampare tweet con particolari hashtag.

Lo strumento ha riscosso molto successo nella comunità online steampunk, appassionati di narrativa fantastica-fantascientifica. Il prossimo obiettivo di Vaughan è quello di realizzare una nuova versione di Twittertape: potrebbe stampare i cinguettii ricevuti tramite wi-fi.

La tecnologia vintage sembra essere sempre più in voga tra appassionati che cercano sul web commodore 64 e cellulari orami andati fuori produzione. Tra gli appassionati di archeologia tecnologica c'è anche Ames Bielenberg, studente dello Swarthmore College Computer Society : ha tolto dalla soffitta una Universal Stock Ticker custodita dal padre e ha provato a farla funzionare.


laura.bogliolo@ilmessaggero.it
blog: Daily web


Domenica 25 Agosto 2013 - 15:18
Ultimo aggiornamento: 15:31

Gif e birra, quando l'etichetta si anima

Corriere della sera

L'esplosione della birra artigianale (oltre 500 birrifici in Italia in meno di venti anni) ha portato una ventata d'aria fresca non solo nella nostra gola ma anche nelle altre arti. I grafici tentano di interpretare lo spirito della birra e del suo produttore creando etichette paragonabili ad autentiche opere d'arte mentre il designer Trevor Carmick ha pensato di fare un passo avanti animando i diversi elementi che le compongono come scritte o personaggi. Qui sopra, la gif della birra Great Lakes Brewing Company Edmund Fitzgerald

(testi a cura di Alessio Lana @alessiolana)



L'esplosione della birra artigianale (oltre 500 birrifici in Italia in meno di venti anni) ha portato una ventata d'aria fresca non solo nella nostra gola ma anche nelle altre arti. I grafici tentano di interpretare lo spirito della birra e del suo produttore creando etichette paragonabili ad autentiche opere d'arte mentre il designer Trevor Carmick ha pensato di fare un passo avanti animando i diversi elementi che le compongono come scritte o personaggi. Qui sopra, la gif della birra Great Lakes Brewing Company Edmund Fitzgerald(testi a cura di Alessio Lana @alessiolana)

Google, 250 milioni di dollari per Uber

Corriere della sera


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Dalle mappe ai trasporti, grazie alle startup. L’ultimo investimento di Google riguarda Uber, servizio di trasporto privato a metà tra taxi e noleggio di auto private. Attivo in tutto il mondo (anche in Italia), il servizio è stato creato nel 2009 da Garrett Camp e Travis Kalanick e lanciato un anno dopo negli Usa. Secondo quanto riportato dal sito AllThingsD, Google Venture ha appena investito 257,79 milioni di dollari nella società. Non una somma da poco, visto che la cifra rappresenta l’85% dei fondi a disposizione di Google Venture, la sezione di Mountain View che si occupa di investimenti.

I fondi (oltre a quelli in arrivo da Google, Uber ha raccolto anche altri finanziamenti per un totale di 361 milioni di dollari) hanno permesso alla società di passare in poco più di un anno da una valutazione di 330 milioni di dollari ad un valore attuale stimato intorno a 3,5 miliardi di dollari. C’è anche chi sostiene che dietro l’angolo, per Uber, ci sia addirittura la quotazione in Borsa.

Se con Uber Google entra nel mercato dei trasporti, in quello del traffico si sta già espandendo grazie ad un’altra startup, l’israeliana Waze. Entrata nel bouquet di Big G pochi mesi fa (dopo una trattativa che ha fruttato agli israeliani 1,1 miliardi di dollari), l’app che mette insieme le segnalazioni sul traffico degli utenti ha appena fatto la sua entrata ufficiale su Google Maps.

Per ora si tratta di un’integrazione ai servizi tradizionali della mappe di Google: gli utenti di alcuni Paesi (Usa, ma anche Gran Bretagna, Francia, Germania e Brasile – ma non l’Italia) potranno visualizzare aggiornamenti dettagliati sugli incidenti, i lavori in corso e le strade chiuse in arrivo dagli iscritti all’app Waze.

Ma, tra il traffico di Waze ed i taxi di Uber, sembra proprio che Mountain View si stia concentrando sempre di più sul settore dei trasporti.

I rom invadono Firenze e il sindaco non fa nulla

Fabrizio Boschi - Ven, 23/08/2013 - 17:20

Nelle più belle piazze di Firenze rom ed extracomunitari lavano i panni sporchi e si fanno il bidet nelle fontane storiche accanto a turisti esterrefatti. Mentre Renzi pensa a pedonalizzare e a mettere i vasoni pieni di fiori in centro e il ministro Kyenge allo ius soli. Torselli (FdI): "Quel tabernacolo del '500 diventato vasca da bagno e lavanderia"

Chissà cosa avrebbero detto Girolamo e Giovanni Della Robbia, autori della vasca cinquecentesca con fontana del Tabernacolo delle Fonticine sull'asse di via Nazionale, a pochi passi dal mercato di San Lorenzo.


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Due zingare, come se fossero al chiuso di una lavanderia, sciacquano una secchiata di panni. Non contente, li stendono, incuranti, di occupare un luogo pubblico. Un uomo, con totale indifferenza, prima l'ha fatta "fuori dalla tazza" e poi ha utilizzato la fontana come un bidet. L'ennesimo fermo immagine di questo album delle figuracce che Firenze sta regalando al mondo. Alcuni commercianti della zona postano su Facebook anche foto di chi si fa lo shampoo e chi si lava i denti. "Una vergogna - racconta una esercente-.

Sta per partire una raccolta firme, una situazione del genere è intollerabile". A fare da cornice anche l'odore: disgustoso. "Spesso chiamiamo l'azienda di pulizie Quadrifoglio - sottolinea l'esercente - ma serve a poco: questo angolo è stato scambiato per un wc".Intanto il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di ritorno dalla sua vacanza in America, pensa a cambiare il simbolo della città di Firenze. Di questo passo sarà costretto a scegliere una toilette. Mentre il ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge si è fissata sullo ius soli, col rischio di un'invasione di stranieri in Italia.

"Si metta fine allo scempio del tabernacolo dei Della Robbia in via Nazionale usato come bagno pubblico dai rom", tuona in Palazzo Vecchio il consigliere comunale di Fratelli d'Italia, Francesco Torselli. "Chi può anche solo immaginare di possedere una stanza da bagno o una lavanderia realizzata da Girolamo e Giovanni Della Robbia? Nessuno. Eppure il tabernacolo di via Nazionale, le cosiddette Fonticine pare proprio abbiano assunto tali, svilenti, funzioni per alcuni rom ed extracomunitari della zona", denuncia Torselli.

"Alcuni commercianti e lavoratori della zona mi hanno segnalato il problema - spiega Torselli - ma ho stentato a crederci fino a quando non ho visto coi miei occhi alcune donne rom avvicinarsi in pieno giorno alle Fonticine e con la massima disinvoltura, prima spogliarsi e lavarsi parti del corpo utilizzando addirittura bottiglie d'acqua (?) prese dalle loro borse, poi addirittura sciacquare nel tabernacolo del 1522 i propri abiti".

"La cosa grave è che - prosegue il consigliere di centrodestra - in risposta a chi faceva notare alle donne il cattivo gusto del loro gesto, abbiamo ricevuto solo offese e sfottò. Ci dispiace che la parola degrado urti la sensibilità del nostro sindaco, ma noi conosciamo pochi altri termini per definire simili comportamenti.Possiamo dire scempio, offesa o mancanza di rispetto verso Firenze, i fiorentini e la nostra storia, ma a prescindere dalle parole, pretendiamo una sola risposta: che si ponga fine a questi deplorevoli comportamenti veramente disgustosi nel pieno centro di Firenze, di fronte agli occhi di tutto il mondo".

E oltre al danno, c'è sempre la beffa. Dal 2004 ad oggi il centrosinistra ha speso 14 milioni e 703.819 euro per la gestione dei campi rom a Firenze. A cosa sono serviti tutti questi soldi dei fiorentini? Il Comune di Firenze ha in vigore un regolamento per la gestione dei due campi: è stato rispettato, o il Comune non ha fatto ciò che è previsto? I soldi sono serviti per accogliere i rom e integrarli e superare in maniera graduale la logica dei campi, o soltanto a dimostrare una falsa accoglienza e a far lavorare le cooperative?

Tutte domande che per il momento non hanno una risposta.

Agenzia offre mogli filippine per disabili italiani

La Stampa

Il matrimonio asiatico ha già convinto un cieco di Caserta e un uomo sulla sedia a ruote di Napoli. Abbiamo dato uno sguardo a simili proposte on line...

gianluca nicoletti


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Ragazze filippine si offrono per sposare italiani disabili. Una cooperativa sociale di Napoli ha organizzato il servizio e già sono stati celebrati quattro matrimoni; a fine luglio un cieco e un uomo su sedia a ruote sono felicemente convolati, quindi tornati a casa con le rispettive spose. La notizia, data dall’agenzia sul terzo settore Redattore Sociale, nasce da un' iniziativa nata dagli operatori di  “Diversamente Agibile”, un sito dedicato al turismo di persone che abbiano necessità di viaggiare usufruendo di strutture accessibili. Oltre ai classici servizi di tour operator, da marzo, il sito fornisce anche l’ opzione del viaggio a fine matrimoniale.

La proposta è lanciata in home page con la foto di un uomo in carrozzina  sul ponte di una nave, con accanto una ragazza filippina: "Vuoi sposarti? Ti assistiamo fino al matrimonio con donne asiatiche che sapranno amarti e prendersi cura di te”. Il responsabile della cooperativa Carlo Niro spiega che operando nel settore dei viaggi si è accorto del desiderio di affettività e della frustrazione di non trovare una compagna di molti uomini con disabilità. Da questa riflessione l’idea di creare un link con l’ agenzia on line “Matrimonio asiatico” che sta selezionando ragazze filippine tra i 24 e i 32 anni disposte a impegnarsi in unioni “stabili e durature” con un italiano disabile. A parte i costi vivi di viaggio il servizio costerebbe agli interessati 500 euro.  

E’ molto difficile tentare di esprimere qualsiasi giudizio su un’ iniziativa del genere, soprattutto senza avere esperienza diretta di disabilità, è indubbio che un servizio di questo tipo può restituire la speranza di poter contare su una relazione concreta a molti disabili. Spesso sono uomini cui la società, e persino la famiglia, non permetterebbe, se non con grande difficoltà, nemmeno di pensare come possibile trovarsi una compagna.

Verrebbe da chiedersi se lo stesso servizio sarà, in futuro, allargato anche alle donne disabili, ammesso che alcune di loro desiderino seguire lo stesso percorso. Per capire meglio mi sono iscritto a un altro dei tantissimi siti che offrono la possibilità di trovare una moglie filippina a maschi in cerca di: “Una donna per la quale il centro della vita è rappresentato dal proprio marito, che ti amerà di un amore totalizzante, ti riempirà di mille premure e il cui unico ideale è quello di creare una stabile e felice famiglia.” Come promette appunto il service matrimoniale che si sta occupando dei disabili italiani.

Le ragazze che mi si propongono sono migliaia e quasi tutte giovanissime, disponibili a sposare anche subito uomini di ogni età.Un cinquantenne sessantenne, ad esempio, può facilmente attingere a ragazze ventenni. In due ore ho ricevuto quattro proposte di aspiranti mogli di un' età media di 25 anni. Quello che più mi ha sorpreso è l’estrema flessibilità di limite anagrafico nelle aspiranti spose.
E’ facilissimo leggere che le ragazze sarebbero disposte a considerare futuri compagni di vita in una fascia d’età molto variabile, forse un po’ troppo ampia per immaginare che sia esclusivamente il desiderio d’ amore a spingerle…

Come la trentottenne Virgenita da Tandang, che accetta proposte di possibili mariti dai 37 agli 80 anni; oppure Ayel trentatreenne di Manila, anche lei sposerebbe uomini d’ età variabile tra i 30 e gli 80 anni. Persino per i novantenni ci sono speranze, ammesso che si “accontentino” di mogli che si avvicinano alla quarantina. Difficile pensare, almeno  in questi casi, a una stabile e felice famiglia, piuttosto che a una badanza.

E’ chiaro che questo non significhi nulla di fronte alla cecità di ogni amoroso trasporto. Altrettanto chiaro è che quest’appendice non deve attenuare le speranze di amore eterno agli abili e disabili in cerca di mogli devote, ma vorrebbe dare solo qualche elemento di razionale riflessione in più.

Addio a Giovanna Marturano: a 101 anni se ne va la "bimba col pugno chiuso" della Resistenza

Il Mattino


ROMA - E' morta a Roma, all'età di 101 anni, Giovanna Marturano, ricordata come partigiana della Brigata Garibaldi ed ex-dirigente del Partito Comunista Italiano. A dare l'annuncio della sua scomparsa, avvenuta il 22 agosto scorso, è l'Anpi di Roma che esprime «estremo dolore».


CatturaMarturano era nata a Roma nel 1912 ed era stata insignita della medaglia di bronzo al valore militare, era cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana e presidente onorario dell'Anpi di Roma. Giovanna Marturano, soprannominata "Bimba col pugno chiuso" si è spenta «lasciando alle nuove generazioni - ricorda l'Anpi - un enorme e prezioso testamento, avendo continuato fino a pochi mesi fa a testimoniare con grande passione e lucidità il suo impegno politico e civile e di quello dei suoi famigliari nella lotta per la libertà e la democrazia. Aveva 24 anni quando nel 1936 aveva aderito a Milano al Pci clandestino. Ma era ancora bambina quando, nella casa romana di via Monte della Farina, faceva con la sorella Giuliana i turni di guardia per evitare sorprese della polizia fascista mentre i Marturano Pintor preparavano in casa la stampa e i volantini antifascisti che avrebbero poi diffuso nella Capitale».

 
sabato 24 agosto 2013 - 21:40   Ultimo aggiornamento: 21:41

De Benedetti, dal crac di Calvi ai soldi a Scalfari: 8 domande per l'Ingegnere

Libero

Appena uscito dall'Ambrosiano con 81 miliardi, comprò l'indebitato gruppo l'Espresso. Che faceva una campagna proprio contro la banca


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La vicenda potrebbe essere riassunta nel classico “due pesi e due misure”. Ed è difficile trovare esempi più eclatanti del diverso trattamento riservato dalla Cassazione al Cavaliere e all’Ingegnere. La Suprema Corte ha impiegato poco più di due mesi per rendere definitiva la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni per la vicenda dei diritti Mediaset. Ha impiegato un po’ meno di due anni per ripulire la fedina penale di Carlo De Benedetti dalle due condanne (6 anni e 4 mesi e 4 anni e 6 mesi, in primo e secondo grado nel ’92 e nel ‘96) per la pesante accusa di concorso in bancarotta fraudolenta nella vicenda molto oscura del crack del Banco Ambrosiano.

Per 65 giorni trascorsi come vicepresidente all’Ambrosiano, dal 18 novembre ’81 al 22 gennaio ’82, De Benedetti ne uscì con 81,5 miliardi di lire, “estorti” a Roberto Calvi, secondo il pm Luigi Dell’Osso che però non riuscì mai a far processare l’Ingegnere per tale ipotesi di reato. De Benedetti intasca una plusvalenza di  -  almeno - 30 miliardi. Il Tribunale e la corte d’appello di Milano nel condannare per concorso in bancarotta l’Ingegnere hanno più volte accennato al ruolo svolto da Repubblica e l’Espresso con lunghe e aggressive campagne stampa contro Calvi e l’Ambrosiano, intervallate da improvvise e brevi bonacce.

La volta scorsa avevamo riportato questa frase della condanna del Tribunale di Milano: «Non bisogna dimenticare che il comparto estero del Banco Ambrosiano aveva attirato per tutto il 1981, a tacer d’altro, le attenzioni del giornale la Repubblica e del settimanale l’Espresso, entrambi facenti capo all’imputato». Bisogna tenere a mente queste parole: «a tacer d’altro» e «entrambi facenti capo all’imputato»: perché all’epoca De Benedetti, ufficialmente, non era azionista del gruppo.

Nelle due precedenti puntate ci siamo permessi di proporre tre domande a due protagonisti in vita e che fortunatamente godono di ottima salute, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti. La prima è quella ripetutamente avanzata da Staiti di Cuddia, allora deputato del Msi:

1) Perché De Benedetti non andò alla Procura della Repubblica a denunciare ciò che aveva scoperto? Siccome, con una certa sorpresa, abbiamo verificato che in realtà De Benedetti in sede civile, prima della sentenza d’appello, ha rimborsato una cifra - si dice - di 30 miliardi alla gestione liquidatoria del vecchio Ambrosiano, che si è ritirata dalle parti civili, ecco la seconda domanda:

2) Perché l’Ingegnere che si è sempre detto innocente ha accettato di transare? Per la terza domanda cercheremo di trovare una risposta in questa puntata:

3) Per caso De Benedetti nel suo passaggio all’Ambrosiano, cruciale nel destino della banca, era socio occulto e/o aveva il controllo del gruppo Repubblica-L’Espresso?

Della questione a suo tempo si è occupato Mario Tedeschi con molti articoli sul Borghese e con un libro, prezioso (Ambrosiano. Il contro processo). Libero ha trovato i documenti. E qui, dopo le parole del Tribunale, bisogna fare molta, molta attenzione alle date. Il 30 settembre 1981 il principe Carlo Caracciolo di Castagneto, co-editore con Scalfari di Repubblica e Espresso, convoca l’assemblea straordinaria dell’Editoriale L’Espresso Spa. Deve essere deliberato un aumento di capitale: da 1,5 a 4 miliardi; bisogna mettere mano al portafogli. Il gruppo è in espansione, la filosofia è quella di garantire ai lettori i valori di libertà e autonomia editoriale. Ottimi intenti, ma, insomma, il gruppo  -  causa le condizioni generali del Paese, gli alti  tassi d’interesse o forse anche altro -  è in un mare di debiti (quanti debiti lo vedremo tra poco). Ma dopo poche settimane quell’aumento di capitale non è più necessario.

Cos’è successo? Una società di gestione fiduciaria, la Rigim Spa (Riunione Generale Italiana di Mobilizzazione), offre un finanziamento di ben 4,3 miliardi a fronte di fedi di investimento. La fede di investimento è un titolo di credito i cui sottoscrittori forniscono capitali da gestire fiduciariamente. Le condizioni sono più che buone. Il destinatario del finanziamento lo può estinguere «in qualsiasi momento», le fedi possono essere convertite in azioni del Gruppo L’Espresso «dal 1.1.1983 al 31.12.1985». C’è la mano dell’Ingegnere? Sì. Combinazione, il 5 ottobre 1981 nella Rigim entra come sindaco Giulio Segre, della famiglia Segre che da sempre è l’ombra degli affari dell’Ingegnere, ed entra direttamente nel cda proprio De Benedetti. Il quale si dimetterà nell’85 ad operazione definita e conclusa. Ma lo abbiamo detto: bisogna stare molto attenti alle date.

Quando l’Ingegnere ha deciso di dare l’avvio all’assalto all’Ambrosiano? Proprio nell’ottobre 1981. Smentendo se stesso e quanto sosterrà una volta indagato e sotto processo, in tempi non sospetti il 12 dicembre ’81 al giudice Colombo che indaga sulle liste della P2 ha dichiarato: «Questo discorso con Calvi inizia nell’ultima parte di ottobre … gli proposi un mio ingresso diretto nella compagine azionaria e nel consiglio di amministrazione in qualità di vicepresidente del Banco Ambrosiano». Cosa che avviene il 18 novembre. Il 14 dicembre ‘81 Carlo Caracciolo riconvoca l’assemblea straordinaria del Gruppo Espresso e informa gli  azionisti che «ragioni di opportunità rendono necessario annullare l’aumento di capitale del 30 settembre». Annuncia il provvidenziale finanziamento della Rigim.

A quanto ammonta la situazione debitoria del gruppo? Secondo Mario Tedeschi (che, come sostiene il figlio Claudio, non ha mai ricevuto querele o smentite) a fine ’81 l’indebitamento verso le banche era di 10,4 miliardi contro i 3,4 di un anno prima, 5 miliardi verso i fornitori, 3 miliardi di oneri finanziari invece di 1 miliardo dell’80. In questa situazione se, per dire, Eugenio Scalfari sulle colonne di Repubblica avesse avanzato, come fu fatto da più parti, dubbi di carattere etico e morale sulla buonuscita di quasi 82 miliardi e una plusvalenza di - almeno - 30 miliardi ottenuta il 22 gennaio 1982 da De Benedetti, quel generoso finanziamento avrebbe avuto seguito? E senza i 4,3 miliardi della Rigim il gruppo Repubblica-Espresso avrebbe spiccato il volo diventando in pochissimo tempo il primo o secondo gruppo editoriale in Italia?

Ma queste sono domande retoriche. In punto vero è un altro. Quando materialmente è stato erogato il finanziamento? E qui bisogna lasciare la parola a Mario Tedeschi, che - da quanto riporta -  ha ricavato però la spiegazione dal bilancio 1981 del Gruppo L’Espresso Spa: «Dal 2 febbraio 1982 sono affluiti nelle casse dell’Editoriale L’Espresso i 4.320 milioni dell’operazione Rigim Spa». Cioè 10 giorni dopo l’uscita di De Benedetti dall’Ambrosiano.

Ci permettiamo quindi di aggiungere altre quattro domande, alle tre precedenti. Alcune espressamente rivolte all’Ingegnere, altre ad Eugenio Scalfari.

4) Il finanziamento di 4,3 miliardi decisivo per le sorti del Gruppo L’Espresso proveniva dalla plusvalenza ottenuta dall’Ingegnere a spese di Calvi e dell’Ambrosiano sull’orlo del fallimento?

5) Quali erano le «ragioni di opportunità» che il 14 dicembre ’81 resero necessario annullare l’aumento di capitale deliberato dal Gruppo L’Espresso appena il 30 settembre?

6) Perché fu accettato il finanziamento di 4,3 miliardi della Rigim, in cui era appena entrato come amministratore De Benedetti?

7) Scalfari, date anche le sovrapposizioni temporali, si è mai interrogato da dove provenissero quei soldi?

8) Lo ha chiesto a Carlo De Benedetti (o a Carlo Caracciolo)? E perché, qualunque fosse stata eventualmente la risposta, ha ritenuto di non doverla rendere nota ai suoi lettori?


di Pierangelo Maurizio

Punto e non a capo

La Stampa

massimo gramellini


Se anche gli avvocati lo convincessero a seguire la strategia adottata dal soldato-talpa Manning - chiedere la grazia dopo un cambio di sesso - o se una fata Toghina particolarmente misericordiosa facesse sparire condanna e pene accessorie con un colpo di bacchetta magica, il nodo scorsoio a cui si è impiccata la vita pubblica italiana non si scioglierebbe comunque. Una cucciolata di processi schiumanti aspettano al varco, dalle cene eleganti alla compravendita dei parlamentari. 

Qualsiasi partito al mondo, persino nelle nazioni dove di partito ce n’è uno solo, riunirebbe i propri vertici per costringere il leader a farsi da parte. Capitò nella Dc di Forlani e nel Psi di Craxi, di cui Forza Italia si considera erede, ma succederebbe anche nella Dc tedesca e fra i conservatori inglesi, francesi, svedesi, neozelandesi. Qui invece no, perché il leader non è un capo ma un proprietario e i dirigenti sono in realtà dei dipendenti. Manca un Dino Grandi in grado di dirgli la banale verità: che il suo tempo in politica è finito.

Che ha perso la partita e a batterlo non è stata la magistratura e tantomeno quei molluschi litigiosi del vecchio Pd, ma il fallimento delle sue promesse di panna montata: l’incapacità di fare riforme liberali, di ridurre le tasse, di tagliare la spesa, di snellire la giustizia contro cui si è limitato a inveire per tornaconto personale. In vent’anni l’uomo del popolo ha dimezzato i consensi elettorali. Ecco un’ottima ragione, in un partito normale, per indurlo a uscire di scena, salvando il centrodestra, il governo e anche l’Italia, che non ne può più. 

Tre sorelle e l'eredità contesa «Ridateci quei Cézanne»

Corriere della sera

Da 70 anni il patrimonio del collezionista Vollard è oggetto di liti nei tribunali
 
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Era un uomo con l'aria del venditore di tappeti che chiamavano la «scimmia» o «il negro», tuttavia nessuna donna, per quanto bella, è stata ritratta quanto lui. Il suo viso è stato immortalato da Renoir, Cézanne, Bonnard, Picasso e altri pittori come se fosse un re. E un re dell'arte, il mercante Ambroise Vollard (1865-1939), fu davvero. Venuto dalle isole de la Réunion, divenne il burattinaio dell'Avanguardia francese. Vollard aprì a Parigi la galleria di rue Laffitte dove ospitò le opere dei grandi Impressionisti.

Morto senza figli, da settant'anni la sua eredità è contesa anche in tribunale, con coinvolgimento di improbabili parenti e accuse a nazioni e musei. Ultima la Serbia. Secondo la denuncia presentata dagli avvocati delle tre sorelle titolari dell'eredità del mercante, Louise, Asunta ed Estelle Sébastien, nell'aprile del 2012 e in corso di perfezionamento, il Museo Nazionale di Belgrado dispone di 429 opere illecite provenienti dalla collezione Vollard e sequestrate dal governo jugoslavo nel 1949.

Come sono finite lì? Nel 1939, Vollard moriva in uno strano incidente d'auto a 73 anni. Le cronache dissero che aveva lasciato settemila opere. Di certo, nella sua galleria di rue Laffitte rimanevano nel 1939 seicento opere che finirono nelle mani di Erich Slomovic, suo collaboratore. Questo, un ebreo di origine slava, né spedì alcune in Croazia e ne depositò 140 in una cassetta di sicurezza della Société Générale. Queste ultime (tra le quali il ritratto di «Emile Zola» di Cézanne) sono riapparse nel 2010 quando furono messe all'asta da Sotheby's. Altre 429 tele furono messe da Slomovic nel bagagliaio della macchina e portate a Zagabria, dove le espose nel 1940.

Dopo l'invasione della Jugoslavia nel 1941, Slomovic fuggì in un villaggio della Serbia, dove venne arrestato e deportato in un campo di concentramento, dove morì nel maggio del 1942. Secondo la denuncia delle sorelle Sébastien, il governo jugoslavo ha poi sequestrato le opere e le ha collocate nel Museo Nazionale di Belgrado. La collezione Slomovic (circa 600 opere) è la più grande collezione d'arte francese dei Balcani. Tra gli autori troviamo Paul Gauguin, Pierre-Auguste Renoir, Henri de Toulouse-Lautrec, Henri Matisse, Claude Monet, Paul Cezanne, Edgar Degas, Jean-Baptiste-Camille Corot, Paul Signac, Auguste Rodin, Pierre Bonnard, Camille Pissarro, Jacques Callot, Odilon Redon, Honoré Daumier, Gustave Moreau, Jean Louis Forain.

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Le Sébastien sono ereditiere di Vallard attraverso una prozia. Il padre delle tre sorelle (che non hanno mai conosciuto Vollard) ha lottato tutta la vita per vedersi riconoscere l'eredità, reclamata anche da Christian Galéa, 97 anni, ritenuto figlio «segreto» del mercante. Ma i quadri passati dalle mani di Slomovic sono rivendicati anche dagli eredi di questi. Ma nel giugno del 1993 la Cour de Cassation francese ha rigettato un ricorso presentato da Goldfinger-Eshel e Zdenka Slomovic per opere presenti in Francia provenienti da Vollard.

L'inchiesta avviata dai Sébastien, e istruita all'ufficio centrale della lotta contro il traffico di beni culturali a Nanterre, si basa su queste e altre decisioni giudiziarie. La Serbia, comunque, ha già dichiarato che non intende restituire le opere. Ma la richiesta delle sorelle si estende anche ai 190 dipinti lasciati a Parigi da Slomovic. Secondo François Honnorat, l'avvocato delle Sébastien, la situazione di queste opere «è stata conosciuta per decenni e nessun museo o curatore che le ha in possesso potrebbe dire di ignorarla». Alcune di queste sono note, come «Testa di vecchio» e «Le grandi Bagnanti» di Cézanne e «Natura morta e mandolino» di Gauguin. Altre richieste potrebbero partire anche alla volta del Canada: alla Galleria di Ottawa ci sarebbe un «Gruppo di alberi» del 1890 di Cézanne ancora di (ex) proprietà Vollard.

25 agosto 2013 | 10:20

Ingroia in tribunale

Andrea Zambrano - Sab, 24/08/2013 - 15:47

L'ex procuratore aggiunto di Palermo ha insultato il partito in un articolo sul Fatto e nel suo libro "Io so"

 

Forza Italia nata da un patto con la mafia? Approda in tribunale la causa promossa dai lettori del Giornale contro l'ex magistrato Antonio Ingroia sulla nascita del movimento politico. Causa 2134, iscritta presso il Tribunale di Roma con udienza prevista ai primi di gennaio.

   
L'avvocato reggiano Liborio Cataliotti ha dovuto faticare non poco per iscrivere a ruolo la causa: «Dal Guatemala a Palermo passando per la Val d'Aosta – racconta l'avvocato al Giornale – Ingroia in questo anno è stato dappertutto. Non è stato facile perché la giurisprudenza ha delle disposizioni precise per le cause contro i magistrati». Ma adesso, dopo la fallimentare esperienza politica e il flop elettorale, Ingroia non è più magistrato. «Così abbiamo potuto iscrivere la causa a Roma che è il luogo dove l'accusa di Ingroia ha avuto la maggior enfasi e dunque il maggior danno».

Qual è l'oggetto del contendere? Il 29 novembre 2012 in un articolo sul Fatto quotidiano l'allora pm presentava, in un articolo, un capitolo del suo libro «Io so» una tesi choc, ma ampiamente smentita dalle indagini: «Forza Italia è nata da interessi di Cosa nostra con dell'Utri». Un'accusa infamante, che fece sobbalzare in pochi giorni migliaia di simpatizzanti azzurri, di ex dirigenti, di parlamentari eletti nelle fila del movimento politico che rivoluzionò la politica nel '94 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Ma c'è di più: Ingroia aveva anche sostenuto che tutta la produzione legislativa successiva di Forza Italia nasceva con questo scopo.

«Preconcetti assurdi e infamanti nei confronti degli oltre 8.500 simpatizzanti che hanno spontaneamente protestato e aderito ala causa civile diventando de facto i primi supporter della nuova Forza Italia di imminente rinascita», insiste Cataliotti che spiega come Ingroia abbia ammesso egli stesso come quella tesi non fosse sostenuta da nulla. «Sconfessata da indagini e inchieste: la magistratura non ha mai trovato nulla di nulla a favore di questa accusa, Ingroia ne era consapevole in quell'articolo, ma era fermo nel ribadire che si trattava comunque di una verità storica anche se sconfessata dalle indagini».

Ingroia dovrà così comparire davanti al giudice e produrre le prove di quelle affermazioni mentre il giudice fisserà i termini per le richieste istruttorie delle parti. Nel procedimento resterà sub judice soltanto il primo aspetto, cioè l'accusa della nascita favorita da un patto con Cosa nostra perché il procedimento a carico di dell'Utri dalla Cassazione alla Corte d'Appello è ancora in atto. La seconda accusa, quella della produzione legislativa influenzata dai pizzini di picciotti e boss invece andrà avanti più spedita. In caso di condanna Cataliotti ha detto di aver lasciato una richiesta indeterminata di risarcimento: «Che comunque andrà devoluta in beneficenza».

Malagiustizia, nuovo record: sentenza attesa da 16 anni

Tiziana Paolocci - Dom, 25/08/2013 - 09:03

La denuncia di un manager ferrarese. La causa intentata nel 1997 è ancora aperta e può costare a un imprenditore 1 milione di euro

 

Roma - Attende inutilmente da sedici anni di avere giustizia. Ma le lungaggini processuali italiane sembrano avere la meglio su Antonio Ruffo, amministratore delegato della Fruitgrowing, che rischia di veder svanire i suoi diritti di imprenditore.


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La sua è una storia di ordinaria malagiustizia, che gli ha già procurato un danno economico di un milione di euro per mancato guadagno. Il manager, titolare di una ditta nel Ferrarese, si occupa dal 1979 di acquisire i diritti su varietà da frutto brevettate dagli agricoltori. Da quel momento spetta a lui concedere le licenze per la produzione a chi è interessato alla coltivazione. «In particolare - racconta Ruffo assistito dall'avvocato Carlo E. Mayr - la mia azienda ha anche l'esclusiva europea dell'uva da tavola Red Globe, una varietà originaria della California, di colore rosato. Dopo aver ottenuto il rilascio del brevetto nell'anno 1992, ho concesso i vari nullaosta per la produzione e la vendita di questa qualità. Nel 1997, però, ho scoperto duemila ettari di vigneti abusivi a Mazzarrone, in provincia di Catania. Sicilia e Puglia, del resto, sono le regioni dove viene prodotta l'80 per cento dell'uva che mangiamo».

Dopo un tentativo di composizione amichevole, l'imprenditore ha presentato ricorso con un provvedimento d'urgenza per chiedere il sequestro dei vigneti sulla base del «fumus boni iuris» (il titolo del brevetto) e di «periculum in mora», cioè la possibilità da parte degli agricoltori di reiterare l'illecito. «Così la mia ditta ha ottenuto il sequestro - prosegue Ruffo - ma dietro reclamo delle controparti, il giudice di merito ha revocato, inspiegabilmente, il provvedimento. Successivamente è iniziata la causa civile di merito per l'accertamento dell'illecito e la quantificazione del danno». Nel 2008 la sentenza di primo grado del tribunale di Caltagirone ha riconosciuto i diritti di brevetto dell'imprenditore ferrarese, condannando le controparti a distruggere i vigneti, a pagare la royalty dovuta, i danni e le spese processuali.

Ma gli agricoltori non si sono arresi e hanno presentato ricorso in appello, a Catania, riuscendo a ottenere la sospensione della provvisoria esecuzione della sentenza. I giudici d'appello nell'ottobre scorso hanno così disposto una nuova consulenza tecnica. Intanto sono passati 16 anni dalla denuncia di Ruffo e i magistrati ancora non sono riusciti a stabilire se i suoi diritti sono validi. «Purtroppo, però, per alcuni brevetti vegetali che durano 20 anni - dice disperato il manager - il rischio è l'esaurimento della protezione brevettuale. Per me questo si traduce in un danno da un milione di euro: la mia società avrebbe dovuto guadagnare 60 centesimi su ogni pianta “fuorilegge”. Non c'è da stupirsi allora se le aziende straniere preferiscono non investire in Italia sapendo che è un Paese incapace di tutelare i diritti degli imprenditori».