sabato 24 agosto 2013

Sentenza della Cassazione: è reato dare della «battona» a una escort

Corriere della sera

Confermata condanna imprenditore che insultò l'accompagnatrice durante una festa in una villa all'Olgiata, zona chic di Roma


ROMA - Dare della «battona» a una escort è un reato - quello di ingiuria - e se accade in pubblico scattano le aggravanti. Lo afferma la Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui alcuni mesi fa ha confermato la condanna di un imprenditore che nell'ottobre 2010 aveva insultato un'accompagnatrice 40enne a una festa in una villa a Roma, all'Olgiata.

Lo rende noto l'avvocato Gianluca Arrighi, legale della donna. L'imprenditore era stato condannato a mille euro di multa dal giudice di pace e al risarcimento dei danni in sede civile. «L'espressione 'battona' proferita dall'imputato è lesiva dell'onore della querelante - scrivono i giudici - a nulla rilevando la circostanza, peraltro ammessa dalla stessa persona offesa, dell'effettivo esercizio da parte di quest'ultima del lavoro di escort e accompagnatrice».

(Ansa)
24 agosto 2013 | 15:29

Leoncavallo legalizzato Storia di una delibera stoppata 3 volte per paura

Il Giorno

di Giambattista Anastasio


Le urne e Boeri prima, il bilancio ora. E il piano non decolla

Milano, 24 agosto 2013


«Urge procrastinare». Il motto reso celebre dall’aneddotica di Mino Martinazzoli è finito col diventare il faro dell’amministrazione comunale guidata da Giuliano Pisapia ogni qual volta, in questi primi due anni di mandato, si ponesse la questione della regolarizzazione del Leoncavallo. «Domani sì, adesso no», potremmo dire scendendo nel pop.

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La delibera che consentirà la già annunciata messa in regola del centro sociale più noto e di più lunga tradizione in Italia è infatti pronta già da metà ottobre 2012. L’accordo coi fratelli Cabassi risale a qualche mese prima: fine maggio. E prevede che gli immobiliaristi lascino al Comune i capannoni di via Watteau, attualmente occupati dal Leoncavallo, per ricevere in cambio il complesso delle ex scuole Mazzini, racchiuso tra le vie Zama, Berlese e Salomone. Ma non solo. Ai Cabassi potrebbero finire pure gli alloggi di via Trivulzio, proprio di fronte al Pio Albergo, che il Comune rilevò negli anni ’90 dalla società Prianto senza però mai utilizzarli.

Ancora oggi quegli alloggi, 6 in tutto ma di media taglia, sono completamente da ristrutturare. Una volta entrato in possesso dei capannoni di via Watteau, Palazzo Marino farà pagare un affitto al Leoncavallo chiudendo così una storia di abusivismo e polemiche iniziata il 9 settembre del 1994. Questo il piano. Che ne ha impedito il varo, finora? Il timore della maggioranza che non fosse mai il momento opportuno per proporlo alla città.

L’inverno scorso è stato infatti scandito dai chiari di Luna della politica regionale e nazionale, fino all’azzeramento della Giunta Formigoni, deciso proprio nella seconda metà di ottobre, e alle dimissioni di Monti da presidente del Consiglio, presentate il 21 dicembre 2012. La delibera sul Leonka fu allora stoppata per via della campagna elettorale. Ricordate? «La Lombardia come l’Ohio».

Nella maggioranza di centrosinistra prevalse la considerazione che l’eventuale messa in regola dello storico centro sociale avrebbe fornito al centrodestra slogan facili ad uso e consumo proprio della doppia campagna per Palazzo Lombardia e Palazzo Chigi. Quegli slogan che pure Pisapia, durante le comunali, era riuscito a girare a suo vantaggio tramite l’unione letale (per il centrodestra) di ironia e social network. Passate le elezioni di febbraio sembrava essere giunta l’ora della madre di tutte le regolarizzazioni. Ma fu Stefano Boeri a mettersi di mezzo, senza volerlo.

A marzo, come si ricorderà, si aprì la seconda grande crisi tra l’assessore e il sindaco, culminata col siluramento dell’Archistar. Di polemiche ce n’erano a sufficienza: meglio evitare, di nuovo, quelle, scontate, su un Leoncavallo in doppiopetto. Quindi la partita del Bilancio «impossibile» e dei tavoli col Governo. Una ovvia priorità approvare la manovra. Ma in aula sarà dura. Meglio evitare, stavolta, di galvanizzare l’opposizione con la pillola-Leonka. «Domani sì, adesso no»? «La regolarizzazione avverrà in tempi ragionevoli» ha fatto sapere il sindaco Giuliano Pisapia a Ferragosto. Ma in via Watteau la pazienza sembra essere finita.

giambattista.anastasio@ilgiorno.net






Il Leonka si spazientisce "Caro Giuliano, ora dicci quando ci metti in regola"

Il Giorno

Lettera al sindaco: Ti chiediamo di accelerare

di Giambattista Anastasio

"Caro Giuliano, ora ti chiediamo di accelerare". Sta in queste 7 parole la sintesi perfetta della lettera inviata al sindaco Pisapia dal centro sociale Leoncavallo. Una lettera a doppia firma, in realtà: quella dello "Spazio pubblico autogestito Leoncavallo" e quella dell’"Associazione delle Mamme"

Milano, 23 agosto 2013


«Caro Giuliano, ora ti chiediamo di accelerare». Sta in queste 7 parole la sintesi perfetta della lettera inviata al sindaco Pisapia dal centro sociale Leoncavallo. Una lettera a doppia firma, in realtà: sulla sinistra quella dello «Spazio pubblico autogestito Leoncavallo», sulla destra quella dell’«Associazione delle Mamme» di via Watteau. Al primo cittadino si chiede di onorare al più presto la promessa di mettere in regola quello che è il centro sociale di più lunga tradizione in Italia. La missiva è stata inviata al sindaco già a inizio giugno. Ma in via Watteau si è ritenuto opportuno non farla circolare.

Se non sui social, ma ad esclusivo beneficio dei fedelissimi: protesta a circuito chiuso, perché Pisapia, come recita l’incipit della missiva, al Leonka è prima di tutto «Giuliano». Le settimane sono però passate senza che da Palazzo Marino arrivassero risposte. «Siamo preoccupati — ammettono dal centro sociale —. L’ultima volta che dal Comune ci hanno informato sulla regolarizzazione sarà stato un anno fa. Tutti dicono che la trattativa coi Cabassi (i proprietari del capannone di via Watteau ndr) andrà a buon fine. Ma non abbiamo riscontri». Proprio su queste pagine, a Ferragosto, il sindaco aveva assicurato che la regolarizzazione sarà compiuta «in tempi ragionevoli».

Troppo poco, evidentemente, per i militanti. Ecco, allora, la missiva. Per esprimere l’amarezza del Leonka senza correre il rischio di fraintendimenti: «Caro Giuliano, abbiamo partecipato con entusiasmo alla tua campagna elettorale, già dalle primarie avevamo individuato in te il nostro candidato ideale. Si trattava di cambiare una città amministrata per troppi anni da una destra forte con stranieri, rom ed emarginati, ma sempre tollerante coi poteri forti. Si trattava di dar vita al “vento del cambiamento”. Ormai sono trascorsi due anni. Sappiamo che il governo della città è alle prese con problemi importanti per i cittadini.

E dietro a tutto ciò l’onnipresente immagine di una coperta corta. Noi - però - avevamo fatto una proposta: un “patto per la città” per inserire il Leoncavallo tra i servizi per il territorio. A costo zero. Per questo abbiamo risposto all’appello dell’assessorato alle Politiche sociali (per il piano antifreddo ndr) senza invito scritto, convinti che quando qualcosa cambia vada accompagnato. È stato un esempio virtuoso di integrazione nei servizi della città e la testimonianza della validità della nostra proposta. Speravamo che la vicenda della regolarizzazione arrivasse a conclusione prima della campagna per le scorse elezioni; ora ti chiediamo di accelerare e di precedere la prossima. Il persistere dell’indecisione continua a privare i milanesi delle potenzialità che 10.000 metri quadrati possono esprimere in servizi pubblici per la collettività».

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

A scuola di mare sulla nave più bella d’Italia

Corriere della sera

A bordo della Vespucci in viaggio nel Mare del Nord per l’annuale crociera d’addestramento dei cadetti

enrico pandiani


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I grattacieli della City sono pareti di vetro verde che formano una sorta di strano canyon attorno al bacino dei West India Docks. Vi si specchia una giornata insolitamente soleggiata, poche nuvole e il cielo azzurro. Il vetro dei palazzi riflette la forma slanciata ed elegante di un veliero d’altri tempi. Questa mattina i nasi dei «commuter» che ogni giorno arrivano a Londra per lavoro si alzano meravigliati per osservarne lo scafo, l’alberatura e l’intricato disegno delle sartie; la nave scuola Amerigo Vespucci li domina dall’alto. È una visione magica e sorprendente, il massimo della modernità che si fonde con la storia della navigazione. Molti si fermano qualche secondo a guardare, altri scattano foto. 

La campagna d’istruzione
 
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Ogni anno la più bella nave scuola della Marina Militare compie una crociera di diversi mesi come ambasciatrice dell’arte, della cultura e dell’ingegno italiani. Durante questi lunghi viaggi si svolge anche la campagna d’istruzione per gli allievi del primo corso dell’Accademia Navale. Oltre all’equipaggio, sono imbarcati un centinaio di cadetti che su questa nave impareranno a conoscere il mare, a navigare a vela e si avvicineranno di qualche miglio nautico alla futura carriera di ufficiali di marina. Vengono da tutta Italia, soprattutto dal Sud e dalle città di mare, ma qualcuno anche da Torino, da Desenzano e perfino da Belluno. Quest’anno l’Amerigo Vespucci è salpata dal porto di Livorno, ha fatto scalo a Barcellona, ha passato lo stretto di Gibilterra (e qui tutti coloro che lo attraversano per la prima volta subiscono a bordo una sorta di battesimo), e ha visitato

La Coruña all’estremo Nord della Galizia, Spagna. Londra è stata la tappa successiva. E ora la traversata del Mare del Nord lo porterà ad Amburgo. Sul ponte di teak l’attività non si ferma mai. Come dice il comandante, il capitano di vascello Curzio Pacifici, la nave è a tutti gli effetti territorio italiano, quindi il suo aspetto deve in ogni momento essere in ordine. Le attrezzature sono lucide come specchi, il legno viene costantemente ramazzato. Ogni movimento compiuto dall’equipaggio ha il sapore di un gesto antico. Sottocoperta, i corridoi e gli ambienti in legno scuro conservano i trofei, le foto e i cimeli di questa lunga avventura. Tra gli altri, la fiamma olimpica che la Vespucci trasportò da Olimpia e Siracusa per le Olimpiadi di Roma.

Rapina in casa, la ragazzina al 113: «Aiutatemi». Risposta assurda: «Chiama un altro numero, noi siamo lontani»

Il Mattino

di Giuseppe Piscitelli


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Nella villa ci sono i rapinatori che puntano il fucile sui genitori, al piano superiore la ragazzina capisce e chiama il 113. La risposta è immediata ma agghiacciante: «Per errore abbiamo risposto da Caserta, richiama e ti risponderanno poliziotti più vicini a te»

Il sangue freddo di una ragazzina tredicenne e l'errore nel disinserire il sistema d'allarme hanno posto fine giovedì nella tarda serata all'ennesima rapina armata in un'abitazione della periferia di Sant'Agata. Ancora una volta teatro dell'accaduto è stata la contrada Sant'Anna, colpita consecutivamente per la terza volta negli ultimi due mesi. La banda, composta da tre individui con accento straniero, col volto coperto e vestiti interamente di nero, di cui uno armato di fucile e due di pistola, ha preso di mira, appena passate le 22,15, un'abitazione, senza alcuna recinzione, posta al lato destro della strada provinciale che da Molino Corte porta a Valle di Maddaloni.

I tre, probabilmente dopo un giro di perlustrazione in auto, parcheggiata poco lontano, hanno approfittato che la porta d'ingresso al piano terra non era chiusa come al solito, ma aperta per consentire ad alcuni ospiti della famiglia di Concetta Libardi, casalinga 45enne, di uscire a fumare per introdursi nella stanza, adibita a cucina e salone, e terrorizzare i presenti: la signora, i suoi due anziani genitori (la madre cardiopatica e costretta su una sedie a rotelle), il fratello, il cognato ed un'amica. Assente per motivi di lavoro il marito e fuori casa gli altri due figli della coppia. Al piano di sopra la figlia tredicenne di Concetta Libardi e due bambini piccoli.

La prima cosa che ha terrorizzato le sette persone sedute a tavola a conversare è stata la visione delle canne di un fucile, imbracciato da uno dei malviventi, che ha intimato alla padrona di casa di dargli subito la somma di 50mila euro e di aprirgli la cassaforte. Un complice si è posizionato vicino alla porta, e l'altro è andato a rovistare nell'attigua camera da letto dei genitori di Concetta, che ha replicato di non aver assolutamente la cifra richiesta ma di poter prendere soltanto dei soldi nascosti. Appena 200 euro, che ha consegnato a quello che era probabilmente il capo della banda, armato di fucile.

Non contento della somma avuta e di quanto i suoi due complici hanno razziato (oggetti di oro di famiglia, borsa di un'ospite con documenti, soldi ed oggetti personali) costui ha preteso di farsi consegnare la fede nuziale da Concetta e di salire al primo piano. La signora ha risposto che per salire bisognava disinserire l'allarme, collegato ad una compagnia di vigilanza. Invece di essere disinserito, però l'allarme è scattato. Nel frattempo la ragazzina si è accorta del trambusto ed ha chiamato a telefono la Polizia chiedendo aiuto.

Visto il prefisso telefonico 0823, ha risposto il 113 di Caserta, rispondendole però che la competenza era di Benevento. La ragazzina ha poi provveduto ad informare il 113 di Benevento. Il suono dell'allarme ha messo in fuga la banda, ed ha rinchiuso la famiglia. Allertati dalla Polizia, sul posto sono intervenuti i Carabinieri della Stazione e quelli Nucleo Operativo e Radiomobile di Montesarchio che hanno avviato le indagini.

venerdì 23 agosto 2013 - 22:12   Ultimo aggiornamento: sabato 24 agosto 2013 08:52

Ferrari, nei freni il segreto per migliorare in qualifica

La Stampa

Stefano Mancini


Il punto tecnico: il calore dei dischi viene utilizzato per mandare più in fretta le gomme in temperatura

inviato a francorchamps


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Il Gp del Belgio è un tabù per Fernando Alonso, unico campione del mondo a non averlo vinto negli ultimi quindici anni. Per rompere l’incantesimo, la Ferrari sta impiegando il massimo sforzo: se si scoprisse ancora inferiore alla Red Bull la stagione potrebbe essere irrimediabilmente compromessa. Nel punto tecnico di Paolo Filisetti che ospito di seguito, ecco le novità principali introdotte sulla macchina.

“Tra le molteplici modifiche introdotte dalla Ferrari sulla F138 per il Gp del Belgio, che riguardano rispettivamente l’ala anteriore, il diffusore, ed i cestelli dei freni, spicca in particolare quest’ultima. Si tratta nel dettaglio della presenza di ampie feritoie poste in corrispondenza del bordo esterno dei cestelli.

Queste feritoie radiali sono state introdotte allo scopo di trasmettere il calore prodotto in fase di frenata alla parete interna dei cerchioni. Ciò consente un più veloce raggiungimento delle temperature di esercizio degli pneumatici Pirelli, fondamentale soprattutto in qualifica. Sinora questo fattore rappresentava un chiaro punto debole della F138. Ad onor del vero è corretto constatare comunque che l’adozione dei nuovi cestelli freno di fatto giunge sostanzialmente in ritardo rispetto alle analoghe soluzioni introdotte dagli avversari. Basti infatti pensare, che la prima ad aver introdotto i cestelli dotati di feritoie, peraltro parzializzabili durante le soste ai box, fu la McLaren, già nel 2012, seguita a ruota da Red Bull e Mercedes”.

Ragazzi e privacy in rete: perché siamo così miopi?

Corriere della sera

di Marta Serafini


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«LaBig Data è lieta di presentarvi Face Hawk». Inizia così un video che sta girando in queste ore sulle bacheche statunitensi, in polemica con il Datagate e con l’uso che le grandi star del tech fanno dei nostri dati sensibili. Tutte le nostre foto, i nostri status, i nostri pensieri più intimi e le nostre informazioni personali vanno a formare il disegno di un uccello che spicca il volo. E se hawk è il falco che vola via (e che magari prima o poi andrà down, giù, come si dice in gergo militare quando viene abbattuto un elicottero), il problema è che siamo noi stessi a non preoccuparci più di tanto della nostra privacy. Tra gli scatti delle cosce e dei piedi al mare e il selfie, l’autoscatto selvaggio su Instagram e l’annuncio dell’inizio delle nostre ferie, ci dimentichiamo che ciò che pubblichiamo rimarrà lì per sempre.

C’è chi dice che noi italiani in rete siamo particolarmente esibizionisti. A sostenerlo è uno che i social network ci lavora:«Siete un popolo spensierato, non vi curate della vostra immagine e la spontaneità fa parte del vostro Dna», avverte Damien Patton, a.d. di Banjo, che il 26 e 27 settembre sarà a Roma per TechCrunch Italy.

Un problema etnico dunque? «No, forse è più una questione di altitudine. I tedeschi sono infatti più rigidi degli spagnoli. Negli Usa si discute da tempo del problema, mentre in Sud America alla maggioranza non sembra importare più di tanto se intere vite finiscono online».
In realtà — avverte il Garante delle Privacy — la questione è un po’ più complicata di così. «Da parte degli utenti c’è un atteggiamento contradditorio: vengono avvertiti i rischi della condivisione sfrenata, ma poi c’è disimpegno sul fronte dei comportamenti quotidiani», sottolinea Antonello Soro. Le cose, però, sono migliorate: «Rispetto agli albori dei social network, quando tutti condividevano tutto senza freni, c’è maggiore consapevolezza. Piuttosto ciò che dovrebbe preoccuparci è l’uso dell’anonimato per dare libero sfogo alla tracotanza e all’insulto».

Già. Ma se hatespeech e cyberbullismo sono problemi tipici soprattutto degli adolescenti (quest’estate in Gran Bretagna sono stati tre i suicidi in seguito ai ricatti e insulti sfrenati su social network e videochat), le statistiche mostrano uno spaccato inquietante. Secondo una ricerca del sito statunitense Mashable, il 55 per cento dei ragazzi americani fornisce agli sconosciuti informazioni personali. Il 71 per cento poi non ha alcun problema a mettere nelle impostazioni del proprio profilo Facebook l’indirizzo di casa e quello di scuola.

E solo sei su dieci chiudono la propria pagina. Comportamenti tipici dei nativi digitali (Qui trovate un’infografica) di tutto il mondo che troppo spesso usano questi mezzi di comunicazione senza alcun controllo. Sui social network, infatti, ci stanno soprattutto loro, i ragazzi. Degli oltre 22 milioni di utenti italiani di Facebook, più di 3 milioni sono minorenni (il 15 per cento, secondo l’Osservatorio social media di Vincenzo Cosenza). Non stupisce dunque che il Garante della Privacy abbia lanciato una campagna per un uso consapevole dei social. Ma è sufficiente informare? «Siamo consapevoli che non basta. E vogliamo avviare con il ministro dell’Istruzione progetti di educazione digitale».

«Attenzione, però — avverte Luca Mazzucchelli, psicologo esperto di comportamenti digital — introdurre ore di media education è un’ottima idea. Sicuramente più intelligente degli sceriffi del web o di leggi contro l’anonimato. Ma purtroppo c’è un fattore difficile da combattere». Ossia?
«Il progresso tecnologico ha azzerato lo spazio tra il pensiero e l’agito, rielaboriamo meno quello che viviamo. E pensiamo poco alla conseguenza delle nostre azioni».

Una faccenda che riguarda anche noi adulti. Che troppo agiamo (e parliamo) e poco pensiamo alla soluzione dei problemi.

Il volo di Maner al Polo Nord in omaggio al dirigibile di Nobile scomparso tra i ghiacci

Corriere della sera

Cuore e sregolatezza che appassionarono l'Italia: la parabola di un antieroe adorato dalle donne


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«Era insieme candido e sognatore, incapace di stare fermo». «Era l'aviatore che faceva innamorare le ragazze. Un personaggio da leggenda. Era Balbo senza la Tripolitania: gli mancavano il potere, la ricchezza, lo scettro; per il resto aveva tutto». Basterebbero queste parole di Gaetano Afeltra per mettere a fuoco la vita e la personalità di Maner Lualdi, ufficiale d'aviazione durante la guerra, giornalista, pilota, scrittore, regista teatrale. Un concentrato di coraggio, cuore e sregolatezza che per decenni appassionò l'Italia (e il resto del mondo) con le sue temerarie imprese; una figura tra Gabriele d'Annunzio e Charles Lindbergh, un «guascone alla cloche di aerei-giocattoli», lo definì Guido Vergani, adorato dalle donne e conteso dai barman, che oggi nessuno ricorda più, come accade spesso con gli antieroi, soprattutto italiani. A toglierlo dall'oblio nel quale è ingiustamente finito dopo la sua morte, avvenuta nel 1968 a soli 56 anni, ci pensa ora una mostra che si inaugura domenica negli spazi dell'ipermercato di Piazza Portello e che rievoca a sessant'anni di distanza il raid artico compiuto da «Il Comandante» milanese sorvolando il Polo Nord con un piccolo aereo da turismo.

 Il volo di Maner Lualdi al Polo Nord Il volo di Maner Lualdi al Polo Nord Il volo di Maner Lualdi al Polo Nord Il volo di Maner Lualdi al Polo Nord Il volo di Maner Lualdi al Polo Nord

LA SPEDIZIONE AL POLO NORD - Obiettivo della missione, che fu considerata la più audace della sua vita: onorare, nel venticinquesimo anniversario, gli undici italiani del gruppo Pontremoli scomparsi tragicamente nello schianto sui ghiacci del dirigibile Italia di Umberto Nobile e rendere omaggio alla memoria del grande esploratore Roald Amundsen morto nel tentativo di trovare e soccorrere i superstiti di quella spedizione. L'idea, venutagli in Corea «tra i botti dei mortai, le bestemmie dei marines e le improvvisate dei nordisti», come scrisse lo stesso Lualdi sulle pagine del «Corriere della Sera» di cui era inviato speciale dopo aver lavorato a «La Stampa», era ardita e rischiosa. Mai prima di allora un così piccolo aeroplano aveva affrontato un volo polare.

IL GRIFALCO - Ma il Girfalco, dal nome del falco polare «insensibile al gelo, ai forti venti, più combattivo del falco pellegrino e dello shahin dell'India», costruito dall'ingegner Angelo Ambrosini, dotato di un solo motore di 140 cavalli e con un peso a vuoto inferiore a quello di un'utilitaria, ci riuscì. Con a bordo soltanto Lualdi e l'operatore Max Peroli, volò per circa 14 ore consecutive, coprendo 3000 chilometri senza scalo, attraversò per due volte il mare di Barents e raggiunse le Svalbard e l'82esimo parallelo Nord.

«Vorrei ripercorrere i sentieri di Andrée e di Peary, di Sverdrup e Nansen, del Duca degli Abruzzi e di Cagni, di Amundsen e di Byrd», aveva affermato prima della partenza. «Cercherò di raggiungere il punto ove la nostra aeronave s'incendiò, e il punto ove Malmgren (un componente della spedizione, ndr) cedette al destino. Se il gelo avrà pietà di pochi fiori li getterò sulle tombe bianche, fatte dalla banchisa». E così fu. Sfidando e vincendo le avverse condizioni atmosferiche, il Girfalco lanciò in quel punto sui ghiacci un piccolo paracadute con i fiori benedetti da Padre Pio, le medaglie, le stelle alpine di Feltre.

ACCOLTO COME UN EROE - Quando tornò in Italia fu accolto come un eroe. E anche se a guardarlo sembrava un uomo tranquillo, fatto più per la vita sedentaria e mondana che non per la caccia di rischi e scomodità - impressione su cui concordano tutti coloro che lo hanno conosciuto - dopo quel successo Maner Lualdi pensò subito ad altre «missioni». Lui che nell'immediato dopoguerra aveva già commosso il Paese con «L'angelo dei bimbi», un volo in America del Sud con Leonardo Bonzi per raccogliere i fondi a favore dei mutilatini di Don Gnocchi (mezzo miliardo di allora), ideò e fu il protagonista di «Italiani nel mondo», un viaggio di sessantamila chilometri con un aereo monomotore da turismo per collegare idealmente tutti i nostri connazionali sparsi sulla Terra.

IN CINA - Fu la sua ultima impresa. La successiva, un raid automobilistico «dell'amicizia, della fratellanza e della pace» pensato per ricordare il sessantesimo anniversario della Pechino-Parigi, fu interrotto dalle autorità cinesi. Da quel fallimento Lualdi uscì deluso, segnato, malato, e morì quattro mesi dopo in un ospedale di Trieste, dov'era ricoverato. Dopo la sua morte, Max David, amico e compagno di esperienze di guerra e servizi giornalistici, scrisse: «Maner, involontariamente, era diventato un personaggio del nostro tempo, un protagonista della nostra generazione e costituiva un esempio che sarebbe stato inutile tentare di imitare. Era un maestro della propria esistenza che non avrebbe avuto seguaci». I fatti gli hanno dato ragione.

23 agosto 2013 | 10:55

Graffiti all'acido, raid dei vandali in San Gottardo: danni per 50 mila euro all'Ovs

Corriere della sera

L'Associazione nazionale antigraffiti: «È una degenerazione del fenomeno del writing»


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L'effetto è un grigio argentato. Le tag sono allineate sulle vetrine. Reps, Snow, Bueno. Non è però soltanto con la vernice che i writer hanno segnato i loro nomi lungo corso San Gottardo. Al colore è mescolato un acido. Che mangia la patina dei vetri, li corrode, li sfregia. Per sempre. Il raid vandalico risale ai giorni prima di Ferragosto: secondo le testimonianze dei negozianti della zona, tra il 10 e il 15 del mese. L'onda di writing acido ha investito il corso a partire da piazza XXIV Maggio. Una ventina di negozi imbrattati. E un metodico attacco all'Ovs, all'incrocio con via Gentilino.

DANNI PER 50 MILA EURO - Tutte le vetrine del grande magazzino sono state taggate . «È stato un atto di vandalismo disastroso», racconta un'impiegata. Non si può pulire. I vetri andranno sostituiti. I danni si aggirano sui 50 mila euro. È a poca distanza da corso San Gottardo, nella zona di corso di Porta Ticinese, che negli anni scorsi è esploso il writing acido. Imbrattamenti continui. Prima una vetrina, poi un'altra, e così via. Non si era però mai vista un'onda di vandalismo così sistematica come quella di Ferragosto. Tecnicamente si parla di etching: i writer usano una sorta di grossi pennarelli (marker), li svuotano della vernice e poi mescolano il colore per creare il composto corrosivo.

Le tag all'acido Le tag all'acido Le tag all'acido Le tag all'acido Le tag all'acido

TRACCE PERMANENTI - Usano acido fluoridrico, una sostanza industriale impiegata, tra le altre cose, per la cromatura in bigiotteria. Di solito l'acido viene comprato in Spagna, dove viene venduto nei negozi di ferramenta, mentre in Italia è più complicato reperirlo. Il risultato sono tag «definitive»: è per questo che, a livello di codice penale, imbrattare vetrine con l'acido è molto più grave. Si passa dal reato di imbrattamento, a quello di danneggiamento. «Purtroppo siamo di fronte a una degenerazione del fenomeno del writing vandalico», spiega Fabiola Minoletti, del direttivo dell'Associazione nazionale antigraffiti.

SPESE A CARICO DEI NEGOZIANTI - L'imbrattamento acido si sta diffondendo talmente tanto che ormai a Milano le assicurazioni non coprono più questo tipo di danni. Le spese, nella maggior parte dei casi, ricadono tutte sui negozianti. Che sono anche costretti a fare attenzione: l'acido mescolato nel colore è una sostanza molto tossica (per gli usi legali sono prescritti guanti, camice, mascherine) e quindi, pur se nelle scritte si trova in quantità minime, bisogna evitare i contatti senza protezioni.

23 agosto 2013 | 10:43

Una base segreta in Medio Oriente per spiare telefonate e traffico Web

La Stampa

The Independent cita i dossier riservati diffusi da Snowden: Londra controlla le comunicazioni. Ma l’ex tecnico Cia nega di aver fornito i documenti al giornale.


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Si trova in Medio Oriente il “centro operativo” dal quale le agenzie di intelligence britanniche raccolgono una vasta quantità di informazioni che corrono sulla rete e che poi valutano, smistano e condividono con i partner di altri paesi. Lo rivela oggi il quotidiano Independent citando i dossier riservati diffusi da Edward Snowden, la `talpa´ del Datagate. 
Il giornale non indica il luogo o il Paese in cui questa base ha sede - così come non rende noto come abbia avuto accesso al materiale di Snowden che contiene le informazioni top secret (l’ex tecnico della Cia, infatti, nega di aver fornito i documenti all’Independent ) - spiegando però che l’attività di monitoraggio e scambio di dati è possibile grazie alla ramificata cablatura sottomarina presente nella regione.

Un’immagine che rimanda ai tempi dell’impero britannico, quando effettivamente la rete di telecomunicazione nell’area venne potenziata ed ampliata nel tentativo di garantire un legame di comunicazione tra le colonie. Ma in tempi più recenti, secondo quanto rivelato ancora da Snowden, gli alleati Londra e Washington possono contare su simili collegamenti sottomarini per quel programma `Tempora´ illustrato dalla stessa `talpa´ volto allo scambio di informazioni tra l’agenzia d’intelligence britannica Gchq e l’Nsa. E tutto partendo da quella base mediorientale che, scrive ancora l’Independent, è parte di un progetto britannico da un miliardo di sterline.

Sarebbe sorta con il via libera dell’ex ministro degli Esteri laburista David Miliband al governo tra il 2007 e il 2010, ma già dopo l’11 settembre 2001 molti paesi occidentali si erano affrettati a potenziare la loro capacità di monitoraggio nella regione. Il governo e i servizi ritengono infatti la `struttura´ un elemento chiave per l’Occidente nella “guerra al terrore” e per prevenire potenziali attacchi terroristici in tutto il mondo. Così come sulla base della legge antiterrorismo domenica scorsa la polizia britannica ha fermato e trattenuto per nove ore all’aeroporto di Heathrow David Miranda, il compagno del giornalista del Guardian Glenn Greenwald autore dello scoop sulle rivelazioni di Snowden.

Episodio che ha riportato l’attenzione sui `sistemi di sorveglianza´ e sul Datagate, suscitando timori per la libertà di espressione e la salvaguardia del lavoro dei giornalisti, anche dopo che il direttore del Guardian, Alan Rusbridger, ha rivelato le pressioni subite dalle autorità britanniche per distruggere gli hard drive dei computer del giornale. Un’operazione giustificata con “motivi di sicurezza”, come confermato dalla decisione di Scotland Yard ieri di aprire un’inchiesta penale sul fermo di Miranda, comunicando che il 28enne brasiliano era in possesso di dossier che se divulgati possono mettere vite a rischio. 

Soldi ai partiti, tre miliardi in vent'anni

Andrea Cuomo - Sab, 24/08/2013 - 08:00

Tra i quesiti dei radicali anche l'abolizione del finanziamento pubblico. Che gli italiani hanno già "soppresso" nel 1993


Roma - Il finanziamento pubblico ai partiti è come l'araba fenice. Rinasce sempre dalle proprie ceneri. Nel 1993, in piena tempesta di Tangentopoli, gli italiani pensavano di avercela fatta. Si erano recati in massa alle urne per votare il referendum proposto dai Radicali per abrogare la legge del 1974 e le successive modifiche che regolavano la ricca mancia di Stato ai partiti: l'affluenza al voto era stata notevole (77 per cento) e i «sì» avevano vinto nettamente (90,30 per cento). Fu una vittoria di Pirro. Perché a distanza di vent'anni i partiti sono ancora attaccati alla mammella dello Stato con lo strumento dei rimborsi elettorali. È di qualche mese fa l'ultima erogazione di 56 milioni di euro relativi alla prima rata per le spese sostenute per le elezioni politiche per la Camera, per le Regionali e per le Europee del 2009, parte di una prebenda annuale che ammonta a 91 milioni.

E così i Radicali ci riprovano. E tra i dodici referendum per i quali stanno raccogliendo le firme (obiettivo 500mila in tre mesi) c'è anche quello che interviene sulla legge 96 del luglio 2012 che ha creato un fondo unico per finanziamento pubblico e rimborso spese elettorali (70 per cento del totale) e un altro per il cofinanziamento dello Stato in aggiunta alle donazione private (30 per cento). Il quesito propone l'abrogazione dell'intero meccanismo istituito dalla nuova legge e quindi di tutte e tre le tipologie di contributi, conservando in vita soltanto le detrazioni fiscali per le erogazioni liberali ai partiti. La storia del finanziamento pubblico dei partiti è complessa e dimostra come la politica trovi sempre modo di finanziarsi a spese dei cittadini.

Introdotto dalla cosiddetta legge Piccoli nel 1974 con lo scopo nobile di evitare la collusione della politica con i grandi poteri economici, questo strumento sopravvive a un primo referendum abrogativo nel 1978: l'antipolitica è una formula ancora sconosciuta e la percentuale dei favorevoli all'abrogazione si ferma al 43,6 per cento. Incoraggiati dallo scampato pericolo i partiti decidono di esagerare e nel 1981 raddoppiano le cifre dando in pasto all'opinione pubblica la polpetta avvelenata di un sistema di controllo in realtà mai divenuto effettivo. Poi, con il ciclone di Tangetopoli, il clima cambia e il referendum del 1993 di cui abbiamo già parlato sembra rivoluzionare tutto. Sembra, appunto.

Pochi mesi dopo la cancellazione del finanziamento pubblico il legislatore, con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993, modifica la norma sui rimborsi elettorali, definiti «contributo per le spese elettorali», facendone uno strumento compensativo di quello che era venuto a mancare ai partiti. Oplà. Nel 1997 arriva la legge sul 4 per mille, che permette ai cittadini di devolvere una quota della propria dichiarazione dei redditi ai partiti. Pochi lo fanno, ma due anni dopo una legge spariglia tutto: si torna di fatto all'antico con erogazione senza giustificativi di soldi a tutti i partiti che alle elezioni superano il 4 per cento dei voti. I partiti si fanno audaci, e nel 2002 il finanziamento diventa annuale e va anche ai partiti che superano l'1 per cento. Nel 2006 addirittura si introduce la regola per cui i partiti prendono i soldi per tutta la legislatura anche se essa finisce prima.

Qualcuno ha calcolato che dal 1994 a oggi i partiti si sono spartiti in totale 2,3 miliardi. Alla faccia di quei nove italiani su dieci che vent'anni fa avevano detto che non volevano più dar loro soldi.

Barcellona torna alla carica su Colombo: "Lo scopritore dell'America era catalano"

Redazione - Sab, 24/08/2013 - 07:36

Se credevate di sapere tutto su Cristoforo Colombo (o Cristobal Colòn) e la scoperta del Nuovo Mondo è perché non siete stati a Barcellona


Barcellona - Se credevate di sapere tutto su Cristoforo Colombo (o Cristobal Colòn) e la scoperta del Nuovo Mondo è perché non siete stati a Barcellona, «la città che ospitò la scoperta dell'America nella più grande avventura di tutti i tempi».

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Scoprire gli aspetti più ignoti della vita del navigatore, «verificare le sue origini catalane», che smentirebbero quelle genovesi, e comprovare «il ruolo cruciale» di Barcellona nella preparazione del secondo viaggio del navigatore, confutando la storia ufficiale che voleva le caravelle partite da Palos presso Cadice, è quanto promette l'itinerario storico-turistico «Discovery Columbus: the Official Tour».
Organizzato dall'ufficio del Turismo in collaborazione con il Circolo catalano di Storia, parte dalle emblematiche Ramblas e si snoda per due ore attraverso il quartiere medievale del «Barrio gotico», tocca quella che alcuni storici ipotizzano fosse la casa natale dell'ammiraglio, in calle Miralliers, vicino alla Chiesa di Santa Maria del Mar, per concludersi al Mirador de Colòn, il belvedere sulla sommità della colonna monumento alta 60 metri. Da luglio a ottobre, con guide in italiano, inglese e spagnolo, il tour mira a smascherare «il sistematico occultamento della nazione catalana e della Corona di Aragona come protagoniste» nella scoperta delle Americhe.

Secondo Eva Sanchez Sans, ricercatrice del Circolo Catalano di Storia, ente indipendente che promuove l'iniziativa e divulga le ultime tesi storiografiche, la preparazione della seconda spedizione, nel 1493, il suo ricevimento da parte dei Re Cattolici e la partenza delle caravelle, «furono originariamente a Barcellona». La Sans attinge agli «Annali di Catalogna» di Narcis Feliu de la Pea (1709)e agli studi del peruviano Luis Ulloa.

New York, ritrovata una registrazione di Martin Luther King

La Stampa

Chris Crews, un ex studente della New School, era stato incuriosito da una foto di King nell’istituto: ha rinvenuto il nastro con l’aiuto di un bibliotecario


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Proprio mentre gli Stati Uniti si preparano a celebrare i cinquant’anni dal celebre discorso di Martin Luther King “I have a dream”, uno degli interventi del reverendo americano sembra sia stato dimenticato per lungo tempo. Come riporta il New York Times, una registrazione inedita è stata scoperta negli archivi della New School di New York e le frasi incise sono tra le più penetranti e lucide che si ricordano del grande oratore. 

«Penso che l’America, in qualche modo, debba affrontare il suo momento di espiazione - affermava rispondendo a una domanda sul ’trattamento preferenziale’ per gli afroamericani - ma non un’espiazione fine a se stessa. Dobbiamo affrontare il fatto che in qualche modo la pagheremo. Se non la faremo, pagheremo con rivolte sociali e tanti altri modi». King, nel 1964, aveva tenuto alla New School un discorso nell’ambito di una serie di letture intitolata “The American Race Crisis”, ma di questo non è rimasta traccia. La registrazione di 15 minuti ritrovata è una piccola intervista successiva al suo intervento. 

Chris Crews, un ex studente della New School, era stato incuriosito da una foto di King nell’istituto e, nel giro di sei mesi, con l’aiuto di un bibliotecario della scuola, ha rinvenuto un nastro intitolato “Crisis King PT 2” (è ancora in corso la ricerca della prima parte). Alla vigilia dell’approvazione del Civil Rights Act alla Camera, nella registrazione King parla del suo incontro con Jawaharlal Nehru l’allora primo ministro indiano.

Il reverendo paragona la situazione degli afroamericani a quella degli intoccabili in India, una comunità sottomessa e ostracizzata, prendendo spunto per argomentare in favore delle affirmative action, gli strumenti politici per ristabilire e promuovere principi di uguaglianza. “Fa parte della coscienza sociale della nostra grande democrazia. [...] Se priviamo qualcuno di qualcosa, diamo qualcosa di speciale per rimediare”, continua King. 

Il reverendo, infine, conduce il suo intervento con la nota carica emotiva che contraddistingueva la sua retorica: «Questo porterà l’America a quel grande giorno in cui tutti avremo una sorta di equilibrio morale, in cui tutti possiamo sapere di sedere sopra o sotto le nostre viti o i nostri fichi e non aver paura, sapendo che viviamo in una nazione in cui l’uguaglianza di opportunità è una realtà» 

Monsignore… ma non troppo

La Stampa

Il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, abolisce il titolo di “monsignore” per i sacerdoti privi di onorificenze pontificie

Michelangelo Nasca
Venezia


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“Don Camillo monsignore... ma non troppo” era il titolo del quarto episodio della famosa saga di Don Camillo e Peppone, diretto da Carmine Gallone e tratto dai racconti di Giovannino Guareschi. A Venezia – ci scherza su qualche sacerdote – il “Monsignore… ma non troppo” è diventato un vero e proprio decreto diocesano!

Seguendo, infatti, la linea della sobrietà e del servizio, e nel rispetto delle norme canoniche stabilite dalla Chiesa, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha firmato recentemente un provvedimento che riserva il titolo di “monsignore” solo ai sacerdoti che hanno ricevuto una onorificenza pontificia direttamente dal Papa; mentre tutti gli altri componenti del clero diocesano, manterranno il semplice “don”.

Una scelta, questa, che ha lasciato alcuni sacerdoti ed ex “monsignori” scontenti, anche se in Curia si tende a precisare che sull’utilizzo dei titoli ecclesiastici non c’è in atto una manovra di retrocessione ma “una rigorosa revisione che rientra nella linea di sobrietà di papa Francesco”. Già da alcuni mesi il Patriarca di Venezia, nel corso di alcune assemblee diocesane, aveva iniziato a sostituire il titolo di “monsignore” con quello di “don”, e in modo particolare nel corso di una importante e recente riunione, per annunciare i nuovi componenti della Curia; nomine – precisa Moraglia – pensate anche nell’ottica di una gestione collegiale e condivisa, sempre in funzione del progetto pastorale diocesano.

“La Curia – ha aggiunto – non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo; il fine è sempre il bene delle anime“ (Zenit). A proposito del titolo ecclesiastico in questione, alcuni sacerdoti hanno rintracciato delle fonti storiche. Mons. – anzi “don” – Giuseppe Camilotto, arciprete della Basilica di San Marco, spiega che «Nel 1860 papa Pio IX ha concesso il titolo di Protonotari Apostolici ai canonici residenziali e onorari di San Marco e ai loro successori.

Concessione mai abrogata». Ancora: «Nel 1969 la Segreteria di Stato di Sua Santità Paolo VI ha emanato un’Istruzione circa le vesti, i titoli … dei prelati di ordine minore. Al numero 26 si legge: “I Protonotari Apostolici soprannumerari, cioè i canonici di San Marco, possono fregiarsi del titolo di Monsignore preceduto da Reverendo”. Qualsiasi decisione», continua l’arciprete, «di abolire il titolo non è fattibile secundum jus». Una scelta, dunque, che secondo don Camilotto andrebbe riproposta alla Congregazione per il Clero.

Mentre a Venezia si discute sul titolo di monsignore, a Padova, uno studente in ingegneria di diciannove anni Stefano Cabizza, (chiamiamolo pure scherzo del destino o provvidenziale chiarimento) riceve a sorpresa la telefonata del Papa, raccontata dal giovane in questi termini: «“Pronto!”. “Sono Papa Francesco, diamoci del tu”. “Credi che gli apostoli dessero del Lei a Gesù, o lo chiamassero Sua eccellenza? Erano amici come lo siamo adesso io e te, ed io agli amici sono abituato a dare del Tu”».

Dove sono i contadini di Abela?

La Stampa

Yoani Sánchez

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La composizione è quasi circolare, compatta. Gli occhi seguono un percorso a spirale che comincia dalle scarpe di un uomo seduto in primo piano e termina con il gallo tenuto in braccio da un altro. Si notano pace, tracce di una buona conversazione e sullo sfondo un villaggio composto da casine di legno e foglie di palma. Sei contadini cubani sono stati rappresentati in questa pittura di Abela, tanto conosciuta quanto imitata. Hanno volti bruciati dal sole e lineamenti leggermente indigeni. Sono magnetici, irresistibili. Il nostro sguardo si spinge a osservare i dettagli dell’abbigliamento. “Vestiti di tutto punto”, copricapo impeccabile, maniche lunghe, forse con tessuti inamidati per l’occasione. 

Contagiata dalla familiarità con il dipinto, scendo nel campo, mi inoltro nei solchi dove tante volte sono andata a raccogliere tabacco, fagioli, aglio… Vado alla ricerca di quella unità primordiale del nostro essere cubani, rappresentata dall’uomo rurale. Ma, sotto il sole rovente di agosto, al posto di quei “contadini di Abela”, incontro gente vestita con abiti militari. Pantaloni verde oliva, camicie che da anni hanno perso le decorazioni militari, vecchi berretti di qualche battaglia mai combattuta. I contadini si coprono con divise delle Forze Armate o del Ministero degli Interni, per poter affrontare la durezza della campagna. Non hanno molte possibilità di scelta. 

Sul mercato informale è più facile comprare una giacca da ufficiale che una camicia per lavori agricoli. Costa meno un berretto da poliziotto che un copricapo fatto con fibre di palma. Le cinture di cuoio sono un ricordo del passato; adesso è più facile ed economico trovare quelle usate nell’esercito. Succede la stessa cosa con le calzature. Gli stivali di gomma scarseggiano, al loro posto uomini e donne che lavorano la terra portano scarpe progettate per la trincea e il combattimento. In un paese militarizzato fino ai più piccoli dettagli, le cose militari si impongono sulla tradizione. Il contadino di oggi - per il suo abbigliamento - sembra più un soldato che un agricoltore. 

Il centralismo statale ha finito per annientare la produzione autonoma di indumenti destinati ai lavori agricoli. Neppure le recenti agevolazioni in tema di lavoro privato hanno promosso questo settore. Non si tratta solo di un tema economico o di approvvigionamento, questa situazione colpisce anche le nostre idiosincrasie e i nostri costumi popolari. Una versione attuale del quadro di Abela, ci lascerebbe l’impressione di trovarci di fronte a un gruppo di militari in abiti sgualciti, che posano per il pittore in mezzo all’accampamento… mentre sta per suonare la tromba che dà inizio alla giornata. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il canone aumenta automaticamente del 5% ogni anno? La clausola è nulla

La Stampa

La clausola contrattuale che prevede l’aggiornamento automatico del canone su base annua senza necessità di richiesta espressa del locatore è affetta da nullità in base alle disposizioni sull’aggiornamento del canone previste dalla normativa in materia di locazione di immobili urbani ad uso abitativo (legge n. 392/1978). Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza 9134/13.


Il caso

CatturaIl conduttore di un immobile cita in giudizio il locatore per far dichiarare la nullità della clausola del contratto di locazione, concluso secondo la disciplina dei "patti in deroga", che prevedeva un aumento annuo automatico del canone pari al 5%, ma il Tribunale rigetta la domanda perchè è intervenuta una transazione tra le parti. La decisione è riformata in sede di appello, in quanto i giudici di secondo grado ritengono che la transazione (concernente l’opposizione all’esecuzione circa la risoluzione della locazione) non volesse regolare nuovamente e diversamente il rapporto locatizio, tanto che nell’atto era omesso ogni riferimento a una nuova intesa sull’aggiornamento del canone. La questione è posta al vaglio dei giudici di legittimità.

Rilevato che il primo motivo di ricorso - con il quale il locatore chiede sostanzialmente alla Corte se la transazione avente ad oggetto il pagamento dei canoni precluda o meno al locatario di sollevare una nuova questione in ordine alla determinazione dell’ammontare degli stessi - non coglie la statuizione della sentenza impugnata e per di più riguarda accertamenti di fatto, la Suprema Corte sottolinea che la clausola contrattuale che prevede l’aggiornamento automatico del canone su base annua senza necessità di richiesta espressa del locatore è affetta da nullità in base alle disposizioni sull’aggiornamento del canone previste dalla normativa in materia di locazione di immobili urbani ad uso abitativo (artt. 24 e 29, legge n. 392/1978): l’art. 11, D.l. n. 333/1992, infatti, stabilisce che per detti contratti resta ferma l’applicabilità della disciplina prevista dalla legge del 1978.

Con una successiva censura, il ricorrente contesta proprio questo punto, sostenendo che nel caso di specie non sarebbe applicabile la sanzione di nullità prevista dall’art. 79 della legge citata, anche perché il contratto di locazione era stato sottoscritto con l’assistenza delle associazioni di categoria e in tal modo ci sarebbe stato un vero e proprio controllo di legittimità sulle pattuizioni delle parti. A tal proposito, tuttavia, gli Ermellini ribadiscono che l’art. 11, D.l. n. 333/1992, richiama l’art. 24, legge n. 392/1978 e dunque esprime chiaramente la non derogabilità della norma sul punto. D’altra parte, la presenza delle associazioni di categoria non rileva nel momento in cui si eluda una normativa inderogabile inserendo in un contratto una clausola come quella in oggetto. Per questi motivi la Cassazione rigetta il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Folla in lutto, lacrime e sfarzo kitsch È morto il re dei rom

Fausto Biloslavo - Sab, 24/08/2013 - 08:31

In migliaia sfilano davanti al feretro di Florin Cioaba. Monarca autoproclamato, ma omaggiato anche dal presidente romeno

Da vivo portava la corona d'oro tempestata di pietre preziose, lo scettro del comando e un'immacolata veste bianca. Da morto l'hanno sepolto in un mini mausoleo e il presidente della Romania, Traian Basescu, ha omaggiato la salma.

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Florin Cioaba non era un rom qualunque, ma l'autoproclamato «re di tutti gli zingari». Il folcloristico personaggio è spirato domenica scorsa in Turchia per un banale infarto, dove si trovava in vacanza con il seguito familiare. E ieri si è svolto il funerale in Romania. Migliaia di gitani, i suoi «sudditi» gli hanno reso omaggio negli ultimi tre giorni. Ufficialmente il popolo rom è la più consistente minoranza europea con 619mila persone, ma i dati reali parlano di due milioni. E Florin Cioaba è stato ricordato anche in Italia con un struggente «riposa in pace, "re dei rom": non ti dimenticheremo».

Il «monarca» era succeduto nel 1997 al padre, Ion Cioaba, leggendario capo dei rom deportato dai filo nazisti romeni. Il 13 agosto, durante le vacanze in Turchia, Florin è stato colto da un infarto e ricoverato in un ospedale di Antalya. Il presidente romeno, amico personale, aveva inviato un suo medico di fiducia per cercare di salvarlo. Ma non ce l'ha fatta e il figlio Dorin, erede al trono, ha accusato i sanitari turchi di non aver fatto abbastanza. Mentre la salma regale rientrava in patria accolta da religiosi e parlamentari scoppiava la polemica sulle spese mediche con il sospetto di cresta. La famiglia del monarca pretendeva che fosse lo stato romeno a rimborsare una salata parcella apparentemente di 350mila dollari. Di fronte alle proteste dell'opinione pubblica e alle smentite della clinica turca il conto è sceso a 42mila dollari.

Cioaba, pastore pentecostale, era uno degli uomini più ricchi della Romania grazie a una costellazione di aziende specializzate nel trattamento di metalli non ferrosi. A Sibiu, la residenza del «re» in Romania, sono sfilati per tre giorni e durante i funerali in migliaia a tributare l'ultimo saluto. In realtà gli zingari hanno anche un altro re, Ilie Badea Stanescu, bollato come usurpatore dalla dinastia originaria. E addirittura un'imperatore dei rom, Iulian Radulescu, cugino dello scomparso Florin. Dalla sua villa kitsch con piscina il re scriveva all'Onu e alla Commissione europea per i diritti della sua gente. Famoso il guanto di sfida lanciato al presidente Sarkozy, quando aveva deciso le espulsioni di massa degli zingari dalla Francia. Forte dell'autoproclamazione regale Cioaba aveva tuonato: «Non siamo cani».

Nel 2003 lo stesso re si era attirato gli strali di mezzo mondo quando aveva dato in sposa la figlia di 12 anni a un fanciullo rom di 15. Poi si era pentito cominciando a criticare la pratica dei matrimoni combinati fra minorenni del clan. Per anni si è battuto per convincere i rom a mandare i figli a scuola, ma durante il suo regno l'emigrazione dei sudditi ha subito un'impennata. Con conseguente aumento di microcriminalità minorile e accattonaggio nei paesi che li ospitano come l'Italia.

In questi giorni sul sito del Gruppo Everyone, dei pasdaran dei diritti umani, spesso finiti nei guai con la polizia italiana proprio per la difesa a oltranza dei rom è apparso un vero e proprio epitaffio. Il titolo dedicato al «re dei rom di tutto il mondo» non lascia dubbi: «Florin Cioaba, non ti dimenticheremo mai».Il monarca riposa in una bara di mogano bianca, che ieri è stata tumulata nel mini mausoleo da 20mila euro costruito in fretta e furia dalla famiglia. La scomparsa del re e i funerali da capo di Stato sono stati seguiti con grande copertura dai media romeni e pure dalla tv Euronews. Il figlio maggiore Dorin eredita corona, medaglione e scettro diventando il nuovo «re di tutti i rom».

Immigrati liberi Ma di devastare

Gabriele Villa - Ven, 23/08/2013 - 07:43

Stringere d'assedio un ministro, assalire la polizia, incendiare i Cie: ora è loro concessa ogni illegalità. E un giudice li assolve. Motivo: "È giusto ribellarsi"

Liberi di distruggere e di devastare. Liberi di ribellarsi, anche nel più violento dei modi, se le «condizioni dell'alloggio» non sono all'altezza delle aspettative. Stiamo parlando di un Cie, Centro di identificazione ed espulsione per immigrati clandestini e non di un hotel a cinque stelle, intendiamoci, ma lo scenario e le prospettive che schiude una sentenza decisamente clamorosa, di cui si è venuti a conoscenza solo ieri, sono piuttosto allarmanti.

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Partiamo dalla conclusione: liberateli immediatamente perché questi tre imputati si sono solo difesi da una situazione molto simile alla tortura e dalla condizione di degrado al quale lo Stato italiano li aveva ridotti. Queste, in buona sostanza, le motivazioni con cui il giudice Edoardo D'Ambrosio, del tribunale di Crotone, ha assolto tre migranti che erano stati accusati di devastazione e di violenze. In altre parole la legittimazione, se non la giustificazione, per il loro sconsiderato agire, che trova fondamento, secondo il magistrato, nel pessimo trattamento coercitivo cui i tre erano stati sottoposti. I fatti in questione risalgono al 2012.

E tutto accadde allora, proprio come nei giorni scorsi, nel Cie di Isola di Capo Rizzuto dove, un terzetto di extracomunitari diede fuoco alle polveri della rivolta. Arrestati in varie zone d'Italia perché privi di documenti, i tre vengono trasferiti nel Cie del Crotonese. Rimangono lì per più di un mese e mal sopportano quella situazione fino al pomeriggio del 3 ottobre 2012 quando occupano un'ala del Centro e cominciano a danneggiarlo.

La rivolta dura sei giorni poi si arrendono e vengono incarcerati. Ma, al momento del processo, la loro situazione si capovolge e, da autori di un reato, diventano vittime, grazie alla sensibilità del giudice che si trovano davanti. Analizzando le loro condizioni di detenzione D'Ambrosio ritiene di poter configurare, a giustificazione della loro ribellione, la legittima difesa perché i tre reclusi in quella sorta di lager non potevano far altro che ribellarsi. Una sorta di diritto alla ribellione con annessa devastazione, dunque.

Ma a questo punto, che cosa si sentirebbero autorizzati a fare e a dire alcune migliaia di detenuti nelle carceri italiane, costretti a vivere ogni giorno in ambienti ancora più degradati e in situazioni ancora più insostenibili? Via libera alla rivolta che, intesa come legittima difesa, troverebbe e troverà sempre l'approvazione di un magistrato particolarmente sensibile? Una sentenza simile, clamorosa quanto sconcertante, che, di fatto, riconosce il diritto alla ribellione, non può del resto stupire più di tanto se si considera la piega che gli avvenimenti hanno preso.

Un altro dei paradossi di questa nostra Italia buonista, senza potersi permettere il lusso di esserlo realmente, che ha segnato avant'ieri un passaggio delicato mettendo in serio imbarazzo lo stesso ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge, fervente sostenitrice di una proposta di legge unica perché l'Italia sdogani al più presto il cosiddetto ius soli , che sancisce l'acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto giuridico di essere nati nel territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza posseduta dai genitori.

La sua visita proprio al Centro di accoglienza di Capo Rizzuto, e all'attiguo Centro identificazione ed espulsione, chiuso dopo la rivolta dei giorni scorsi, è stata infatti caratterizzata da momenti di altissima tensione. Il ministro è stato infatti letteralmente «bloccato» due volte da un gruppo di ospiti-manifestanti. Mentre stava visitando il settore riservato alla donne ed ai bambini, si sono posti davanti al cancello imponendole di visitare l'intera struttura dopodiché, quando stava per lasciare il Centro e dirigersi a Crotone per partecipare alla cerimonia di consegna della cittadinanza simbolica del Comune a otto bambini stranieri nati in Italia, un gruppo di immigrati si è seduto davanti alla sua auto per impedirne l'uscita.

La Kyenge ripete che « il ministero per l'Integrazione sta lavorando perché non debbano più essere delle emergenze» ma lei, per prima, si è trovata in mezzo a una situazione caotica, in cui la violenza è stata sfiorata nuovamente per poco. Che si fa? Si assolveranno sempre e comunque tutti abbinando allo ius soli anche lo ius rebellionis?

Responsabili di stragi in Texas e Afghanistan Condanne a vita per due militari Usa

Corriere della sera

Uno aveva ucciso 16 civili (9 bambini) vicino a Kandahar. L'altro aveva sparato nella base di Frt Hood: 13 morti

Puniti dalla giustizia militare. I due soldati americani riconosciuti colpevoli delle stragi a Fort Hood, in Texas, e in un villaggio vicino a Kandahar, in Afganistan, si sono visti presentare il conto delle loro azioni. Robert Bales, il sergente che uccise 16 civili, fra cui nove bambini, nel 2012 mentre prestava servizio in Afghanistan, è stato condannato al carcere a vita senza possibilità di libertà su parola. Nidal Hassan, che nel 2009 fece una strage nella sua base militare in Texas uccidendo 13 persone e ferendone altre 32, è stato invece riconosciuto colpevole di tutti i capi d'accusa nei suoi confronti e ora rischia la pena di morte.

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BALES - Bales ha ammesso di aver ucciso premeditatamente 16 civili afghani, in un gesto che è stato definito come una delle atrocità più gravi della guerra nel Paese. Era l'11 marzo del 2012 quando Bales durante due raid notturni nella provincia meridionale di Kandahar compì il massacro. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini. E alcuni dei cadaveri furono bruciati. «Per anni mi sono chiesto perché l'ho fatto - ha dichiarato Bales durante il processo -, ma non c'è nessuna buona ragione per spiegare il perché abbia commesso un gesto simile». Bales aveva raccontato di aver avuto un duro confronto con una donna anziana, al termine del quale aveva deciso che avrebbe ucciso chiunque avrebbe incontrato sul suo cammino.

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HASAN - Il maggiore Hasan è stato invece riconosciuto colpevole di 13 capi d'accusa per omicidio premeditato e 32 capi d'accusa per tentato omicidio premeditato nella strage di Fort Hood. Durante il processo davanti alla corte marziale, Nidal ha ammesso di essere stato lui a sparare il 5 novembre 2009, quando si stava preparando per partire per l'Afghanistan. Una decisione quella di Hasan mossa dal bisogno di difendere i suoi fratelli musulmani a suo avviso trattati scorrettamente dalle forze armate americane e fermare la guerra americana contro la religione islamica. Hasan rischia anche la pena di morte.

Le udienze per stabilire l'entità della pena inizieranno lunedì poi la giuria effettuerà le proprie raccomandazioni al giudice, che delibererà la sentenza. Psichiatra dell'esercito, Hasan il 5 novembre 2009 fece fuoco all'interno del centro medico della base militare di Fort Hood, uccidendo 13 persone e ferendone 32. Sparando all'impazzata contro i propri commilitoni, Hasan è stato sentito gridare «Allah Akbar» (Allah è Grande). È stato successivamente lo stesso Hasan a chiarire il perché del gesto folle: musulmano di origini palestinesi, Hasan voleva difendere i suoi «fratelli» e fermare quella che ha definito la guerra degli Stati Uniti alla religione islamica. Mentre sparava nella base, Hasan fu colpito da quattro pallottole esplose dalla polizia e da allora è costretto su una sedia a rotelle.  


(Fonte: Ansa)
23 agosto 2013 | 21:55