lunedì 19 agosto 2013

La legge non è uguale per tutti Così la Cassazione si è tradita

Stefano Zurlo - Lun, 19/08/2013 - 07:35

Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della discrezionalità. E le toghe di Md si salvano 

 

La legge è uguale per tutti. Ma non al tribunale dei giudici. Vincenzo Barbieri, toga disinvolta, viene inchiodato dalle intercettazioni telefoniche, ma le stesse intercettazioni vengono cestinate nel caso di Paolo Mancuso, nome storico di Magistratura democratica.


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Eduardo Scardaccione, altro attivista di Md, la corrente di sinistra delle toghe italiane, se la cava anche se ha avuto la faccia tosta di inviare un pizzino al collega, prima dell'udienza, per sponsorizzare il titolare di una clinica. Assolto pure lui, mentre Domenico Iannelli, avvocato generale della Suprema corte, si vede condannare per aver semplicemente sollecitato una sentenza attesa da quasi sette anni. Sarà un caso ma il tribunale disciplinare funziona così: spesso i giudici al di fuori delle logiche correntizie vengono incastrati senza pietà. Quelli che invece hanno un curriculum sfavillante, magari a sinistra, magari dentro Md, trovano una via d'uscita. Non solo. Quel che viene stabilito dalla Sezione disciplinare del Csm trova facilmente sponda nel grado superiore, alle Sezioni unite civili della Cassazione, scioglilingua chilometrico, come i titoli dei film di Lina Wertmüller, per indicare la più prestigiosa delle corti.

E proprio le Sezioni unite civili della Cassazione, nei mesi scorsi, hanno teorizzato il principio che sancisce la discrezionalità assoluta per i procedimenti disciplinari: se un magistrato viene punito e l'altro no, si salva anche se la mancanza è la stessa, pazienza. Il primo se ne dovrà fare una ragione. Testuale. Così scrive l'autorevolissimo collegio guidato da Roberto Preden, dei Verdi, l'altra corrente di sinistra della magistratura italiana, e composto da eminenti giuristi come Renato Rordorf e Luigi Antonio Rovelli, di Md, e Antonio Segreto di Unicost, la corrente di maggioranza, teoricamente centrista ma spesso orientata a sua volta a sinistra.

A lamentarsi è Vincenzo Brancato, giudice di Lecce, incolpato per gravi ritardi nella stesura delle sentenze e di altri provvedimenti. La Cassazione l'ha condannato e le sezioni unite civili confermano ribadendo un principio choc: la legge non è uguale per tutti. O meglio, va bene per gli altri, ma non per i giudici. Un collega di Lecce, fa notare Brancato, ha avuto gli stessi addebiti ma alla fine è uscito indenne dal processo disciplinare. Come mai? È tutto in regola, replica il tribunale di secondo grado.
«La contraddittorietà di motivazione - si legge nel verdetto del 25 gennaio 2013 - va colta solo all'interno della stessa sentenza e non dal raffronto fra vari provvedimenti, per quanto dello stesso giudice».

Chiaro? Si può contestare il diverso trattamento solo se i due pesi e le due misure convivono dentro lo stesso verdetto. Altrimenti ci si deve rassegnare. E poiché Brancato e il collega più fortunato, valutato con mano leggera, sono protagonisti di due sentenze diverse, il caso è chiuso. Senza se e senza ma: «Va ribadito il principio già espresso da queste sezioni unite secondo cui il ricorso avverso le pronunce della sezione disciplinare del Csm non può essere rivolto a conseguire un sindacato sui poteri discrezionali di detta sezione mediante la denuncia del vizio di eccesso di potere, attesa la natura giurisdizionale e non amministrativa di tali pronunce». Tante teste, tante sentenze.

«Pertanto non può censurarsi il diverso metro di giudizio adottato dalla sezione disciplinare del Csm nel proprio procedimento rispetto ad altro, apparentemente identico, a carico di magistrato del medesimo ufficio giudiziario, assolto dalla stessa incolpazione». Tradotto: i magistrati, nelle loro pronunce, possono far pendere la bilancia dalla parte che vogliono. Il principio è srotolato insieme a tutte le sue conseguenze e porta il timbro di giuristi autorevolissimi, fra i più titolati d'Italia. È evidente che si tratta di una massima sconcertante che rischia di creare figli e figliastri.

È, anche, sulla base di questo ragionamento che magistrati appartenenti alle correnti di sinistra, in particolare Md, così come le toghe legate alle corporazioni più strutturate, sono stati assolti mentre i loro colleghi senza reti di rapporti o di amicizie sono stati colpiti in modo inflessibile.
Peccato che questo meccanismo vada contro la Convenzione dei diritti dell'uomo: «L'articolo 14 vieta di trattare in modo differente, salvo giustificazione ragionevole e obiettiva, persone che si trovino in situazioni analoghe». Per i giudici italiani, a quanto pare, questo criterio non è valido. Non solo. La stessa Cassazione, sezione Lavoro, afferma che la bilancia dev'essere perfettamente in equilibrio.

Il caso è quello di due dipendenti Telecom che avevano usato il cellulare aziendale per conversazioni private. Il primo viene licenziato, il secondo no. E dunque quello che è stato spedito a casa si sente discriminato e fa causa. La Cassazione gli dà ragione: «In presenza del medesimo illecito disciplinare commesso da più dipendenti, la discrezionalità del datore di lavoro non può trasformarsi in arbitrio, con la conseguenza che è fatto obbligo al datore di lavoro di indicare le ragioni che lo inducono a ritenere grave il comportamento illecito di un dipendente, tanto da giustificare il licenziamento, mentre per altri dipendenti è applicata una sanzione diversa».

Il metro dev'essere sempre lo stesso. Ma non per i magistrati, sudditi di un potere discrezionale che non è tenuto a spiegare le proprie scelte. La regola funziona per i dipendenti Telecom, insomma, per i privati. Non per i magistrati e il loro apparato di potere. La legge è uguale per tutti ma non tutti i magistrati sono uguali davanti alla legge.

Arrivano le multe in saldo Ma attenti alla trappola

Valerio Boni - Lun, 19/08/2013 - 07:21

Da ora chi paga subito la sanzione avrà lo sconto del 30 per cento. Una norma frettolosa a rischio di errori. E di pagare ancora di più

 

Nella stagione dei saldi si è aggiunta a sorpresa una categoria, che debutterà ufficialmente martedì 20 agosto. Oltre ad abbigliamento, calzature e attrezzature sportive, anche le sanzioni amministrative per infrazioni al Codice della Strada potranno essere scontate di un terzo, se si paga tempestivamente, entro cinque giorni dall'accertamento o dalla notifica.

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Lo scopo? Esattamente lo stesso di tutti gli oggetti proposti con lo sconto a fine stagione: cercare di realizzare il più possibile da tutto ciò che potrebbe perdere valore in breve tempo. Ma le sanzioni, quelle che chiamiamo impropriamente multe, non dovrebbero perdere valore, al contrario sono destinate a lievitare se non si rispettano i tempi e le modalità di pagamento.

L'effetto della tasse sulle controversie
Questa è la teoria, o perlomeno quanto avviene di norma. Ma i tempi sono cambiati, e per le amministrazioni locali il recupero dei crediti (anche quelli ottenuti con le note imboscate) sta diventando un problema molto serio. Colpa della crisi, ma anche della scelta di introdurre un contributo unificato di 37 euro per avviare un ricorso al Giudice di Pace. L'importo pressoché equivalente a quello di alcune infrazioni «minori», come il divieto di sosta, ha ottenuto il risultato desiderato di abbassare drasticamente il volume di opposizioni, però ha portato come conseguenza diretta un'impennata negli insoluti delle casse dei Comuni. Ecco allora la trovata dello sconto del 30 per cento, inserita nel «decreto del fare», che non ha mancato di catalizzare l'attenzione per le sue caratteristiche innovative.

La solita fretta ferragostana
Purtroppo, però, una volta di più l'attenzione è stata concentrata sulla forma più che sulla sostanza, e il testo del provvedimento è stato redatto frettolosamente, come dimostrano le numerose imprecisioni e lacune, che rischiano di ritorcersi su chi sarà chiamato ad applicare le nuove norme, ma soprattutto sugli automobilisti. Il primo allarme arriva dall'interno, vale a dire dalle forze dell'ordine, che si trovano a fare i conti con un testo incompleto e con la necessità di doversi arrangiare autonomamente ed empiricamente per non farsi trovare impreparati nel momento in cui migliaia di sanzioni potranno essere autoridotte.

Stefano Manzelli, direttore del sito www.poliziamunicipale.it, è preoccupato per quanto potrebbe accadere da martedì: «Si è persa l'ennesima occasione - sostiene - per fare un provvedimento utile e coerente. Ci troviamo ancora una volta a fare i conti con una norma vacanziera, come le tante che ci siamo trovate a dover gestire a Ferragosto, Pasqua o Capodanno. Iniziative che fanno decisamente notizia, ma che lasciano molto poco, e generano molti problemi e incomprensioni».

I tempi stretti e i rischi per l'utente
Gli aspetti critici sono diversi; il primo è legato al poco tempo lasciato alle amministrazioni per adeguarsi alla novità. La circolare del Ministero dell'Interno che annuncia l'imminente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e fornisce le prime indicazioni applicative è arrivata il 12 agosto, vale a dire nove giorni prima dell'annunciata rivoluzione. Troppo pochi per consentire la realizzazione di moduli aggiornati, per informare adeguatamente chi ha commesso l'infrazione. Pochi in condizioni normali, del tutto insufficienti nei giorni in cui tutta l'Italia è tradizionalmente chiusa per ferie.

Il risultato sarà inevitabilmente quello di azioni del tutto eterogenee da Comune a Comune. I più attenti provvederanno a inserire nella notifica fogli aggiuntivi con informazioni sommarie, gli altri lasceranno correre e si comporteranno come se nulla fosse cambiato. Poi bisognerà fare i conti, nel senso più stretto del termine, con gli importi da versare. Perché si parla ufficialmente di 30 per cento, ma al terzo di sconto non bisogna assolutamente dimenticare di aggiungere le spese, altrimenti il pagamento risulterà insufficiente (anche nel caso manchi solo un centesimo versato) e partirà automaticamente la cartella esattoriale opportunamente maggiorata.

Tra legge e interpretazione
Restano inoltre i dubbi sull'interpretazione, come spesso avviene quando i testi sono stesi frettolosamente. Un esempio: non sono previsti sconti se si commette un'infrazione che comporta la sospensione temporanea della patente, però non c'è alcun cenno a quelle, ben più gravi, che prevedono la revoca del permesso di guida. Si è portati a pensare che l'esclusione sia estesa a entrambi i casi, ma la lacuna lascia aperte varie interpretazioni, che potrebbero alimentare numerosi ricorsi. Accade sempre quando le norme non sono scritte chiaramente, e il legislatore avrebbe dovuto pensarci.

Si paga via bancomat ma con commissione super
Un ulteriore motivo di preoccupazione nasce da un'altra novità contenuta nel documento, vale a dire la possibilità di pagare immediatamente la sanzione coni sistemi di pagamento elettronici, vale a dire bancomat e carte di credito. Si tratta di un sistema che ci avvicina ad altri Paesi, non ancora diffuso tra le pattuglie che vigilano sulle nostre strade, ma che lascia qualche perplessità. Risulta infatti che all'importo della multa siano aggiunte spese e bolli per un totale di 7 euro. Un'ulteriore beffa per l'automobilista.

Se è meglio la sanzione che pagare il parcheggio
C'è infine che fa notare che i saldi possono rappresentare un incentivo a infrangere le regole. Il caso più evidente è quello dei parcheggi in aree particolari, nelle quali la sosta richieda l'esborso di cifre importanti. Se la sanzione prevista è di 41 euro, una volta detratto il 30 per cento la tariffa potrebbe risultare più vantaggiosa. Senza dimenticare che non si ha la certezza di essere pizzicati, quindi il gioco varrebbe sicuramente la candela.

Lucertole , riso e foglie di coca: la dieta dell'uomo più vecchio del mondo

Corriere della sera

Carmelo Flores Laura, boliviano, secondo i documenti ha 123 anni. Il Guinness dei primati deve ancora «certificare»

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PARIGI – Vive da solo a quattromila metri d’altezza, in un villaggio a ovest di La Paz, non lontano dal lago Titicaca. Non ha più denti, ma non se ne fa un cruccio, poiché riesce ancora a masticare la sua dose quotidiana di foglie di coca. Cucina personalmente i suoi pasti, non prende medicine, si difende dal freddo con un ridotto guardaroba di poncho, completato da un berretto di lana che gli copre le orecchie. E il mese scorso ha festeggiato i 123 anni d’età. Se non c’è un errore di trascrizione nei suoi documenti, il boliviano Carmelo Flores Laura è nato il 16 luglio del 1890, come certifica il Tribunale elettorale del suo paese, ed è il decano in carica del genere umano. Ha scippato il record di longevità alla francese Jeanne Calment, deceduta ad Arles nel 1997, alla rispettabile età di 122 anni, e oscurato il primato della più anziana donna vivente, la giapponese Misao Okawa, attualmente appena 115enne.


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RISO - La Francia fa tanto di cappello al nuovo fenomeno di sopravvivenza secolare, ma aspetta che la performance sia omologata dalla redazione del Guinness dei primati, cui sono stati inviati i documenti anagrafici dell’impassibile matusalemme. Indifferente alla questione, Carmelo accoglie i giornalisti che s’inerpicano fin all’altipiano per incontrarlo con il suo sorriso sdentato e sempre la stessa laconica risposta, all’inevitabile richiesta di svelare al mondo il suo segreto: “Cammino molto, assieme agli animali”. Sicuramente c’è poco in comune tra l’alimentazione della sua quasi coetanea francese, che si concedeva generose quantità di cioccolato e di porto, e la dieta più spartana del boliviano che, in gioventù, traeva il suo fabbisogno di proteine da lucertole e serpenti: “Aprivo loro il ventre e mi preparavo una frittura – spiega ai suoi nauseati visitatori – oppure li cuocevo nella zuppa”. Ora la sua condizione è migliorata: “Posso comprarmi del riso”.


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UNICA MOGLIE - Da ben tre anni dispone anche di elettricità, ma non ha mai provato le gioie dell’acqua corrente. Non esercita più la sua professione ufficiale di agricoltore e i suoi ricordi talvolta si appannano, come i suoi occhi: sa di avere partecipato alla guerra contro il Paraguay, nel 1933. E rammenta rivoluzioni anche più antiche: “Combattevamo con i bastoni”, ma non saprebbe dire esattamente quando né dove. Però non ha mai dimenticato la sua unica moglie, un po’ più anziana di lui, e scomparsa a 107 anni, già da qualche lustro. Insieme hanno avuto tre figli, dei quali due già defunti, 16 nipoti e 39 bisnipoti. Al libro dei Guinness, ora, l’ardua sentenza.

19 agosto 2013 | 15:48

Quello che resta di Fini: una lapide per ricordare le sue gesta di subacqueo

Libero

Il Comune di Monte Argentario piazza una targa a ricordo dell'"impresa" dell'ex presidente della Camera: l'anno scorso recuperò un'ancora patacca dal fondale


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Silvio Berlusconi lo sappiamo tutti dov'è e dove sta trascorrendo l'estate. Ma Gianfranco Fini? La scorsa estate anche i muri sapevano dove stava, grazie alla presenza di una mezza dozzina di agenti della sua scorta comodamente alloggiati in un hotel 4 stelle di Orbetello. Ma a Gianfry non bastò la notorietà acquisita grazie all'ennesima dimostrazione di "castite". E così, in quella che sarebbe stata la sua ultima estate di gloria, pensò bene di finire sui giornali per le sue imprese da subacqueo. No, non per un'altra escursione nell'area protetta di Giannutri. Ma grazie al recupero-patacca di un'àncora sul fondale dell'Argentario. Ancora che lui spacciò come appartenente a "un galeone del 1700", salvo essere smentito da tutti i pescatori e uomini di mare del posto.

Chi pensava che il trash fosse a quel punto già abbastanza non immaginava nemmeno che quell'impresa subacquea potesse essere ricordata con apposito moumento. E invece, come racconta Il Fatto quotidiano, è quel che ha fatto il sindaco del comune di Monte Argentario. Arturo Cerulli, amministratore locale di strettissima osservanza finiana, ha infatti esposto, con tanto di targa travestita da antica pergamena (che aumenta ulteriormente l'effetto trash-kitsch), l'ancora griffata Gianfry in un apposito giardinetto nel centro del paese. "Àncora di tipo ammiragliato. Recuperata nel 2012 dall'on. Gianfranco Fini durante un'immersione subacquea sotto punta Avoltore" recita la targa. Che, forse, sarebbe meglio chiamare lapide, vista la fine politica dell'eroe subacqueo.




Fini, il sub pavone: "Ho scoperto un'ancora"

Libero

Su "Gente" le foto della sua nuova impresa: così il leader Fli cerca di tornare a galla dopo lo scandalo della scorta

24/08/2012
di Andrea Scaglia



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Epico Fini, subacqueo provetto e temerario, che s’immerge negli abissi grossetani per riconsegnare all’umanità l’antica àncora d’un galeone colà affondato tre secoli or sono. Dice: ma cos’è, il solito sarcasmo da due cent rivolto contro il presidente della Camera? Macché, non fate i permalosi: l’impresa è vera, la racconta lui stesso al settimanale Gente, e sembra di leggere il Verne di Capitano Nemo. «Mi trovavo a 40 metri di profondità, intento a rimuovere una rete da pesca incagliata negli scogli [rumore di bolle e respiratori e squali che s’aggirano minacciosi, ndr]. E l’ho vista: un’àncora antica di grandi dimensioni, probabilmente appartenente a un galeone affondato nel 1700». Che perizia! E che occhio archeologico! Ma non è tutto. Così prosegue: «L’àncora è stata misurata, recuperata e, dopo il restauro, verrà consegnata al Comune di Monte Argentario per essere esposta nella piazzetta della Guardia Costiera».

Gesto nobile ancorché dovuto, e comunque sempre rivolto alla collettività come si conviene a un uomo delle istituzioni. Tra l’altro, così ci si potrà finalmente dimenticare di quell’altro pasticcio sottomarino, risalente a quattro anni fa, quando - senz’averne contezza, s’intende - lo stesso Fini s’immerse in un’area a protezione integrale del parco nazionale dell’arcipelago toscano, ricevendone pubblici cazziatoni e private contravvenzioni - e per la verità lui educatamente si scusò, «è stata una colpevole leggerezza». Basta, storia passata, finalmente questa del galeone la cancella del tutto. (E se qualcuno avanza delle perplessità sull’episodio, come riferito in queste stesse pagine, non se ne curi il subcomandante di Fli, poiché è nell’ordine delle cose: dicono che l’ambiente dei sub, in quanto a invidie, sia quasi peggio di Montecitorio).

Al di là della facile ironia,  si potrebbe poi ipotizzare che questo servizio pubblicato su uno dei più diffusi rotocalchi rientri anche in una strategia di comunicazione, per rilanciare l’immagine finiana invero non più scintillante come un tempo, ed ecco, anche questo ci sta. Mica è l’unico, figuriamoci: da Arcore, per dire, di patinati resoconti familiari ne confezionavano a cadenza pressoché regolare (e non si può dire abbiano portato benissimo), e alla storia passò il Di Pietro alla guida d’un trattore che manco Mussolini. La verità è che quasi non c’è leader di partito o ufficio stampa - a destra come a sinistra - che non si sia mai lisciato il profilo in favor di rotocalco.

(Mica solo in Italia. Nel senso:  il Fini in immersione che recupera l’àncora settecentesca tanto ricorda il Putin che, un anno fa, se ne uscì trionfante dal Mar Nero con due anfore a suo dire dell’antica Grecia, e però il web smascherò la bufala: i vasi sembravano appena usciti dall’Autogrill, e in quel punto la profondità è di circa due metri...). Resta  il fatto che, per Fini - e in vista delle imminenti elezioni - un rilancio d’immagine in questo scorcio di fine ferie è forse particolarmente importante. Per via delle non esaltanti percentuali di cui è accreditata Futuro e Libertà, e anche dopo la feroce polemica seguita alla denuncia di Libero, quella sulla sua scorta ospitata in albergo balneare per mesi anche in assenza del protetto e in attesa del suo possibile arrivo, il tutto a spesa pubblica.

Proprio su questa vicenda è in qualche modo tornato proprio Fini, sempre nelle dichiarazioni rilasciate a Gente. «Il ministro Cancellieri ha preannunciato la volontà di rivedere tutte le regole relative alla sicurezza, scorte comprese. Sono certo che lo farà, e avrà il mio pieno consenso». E poi, stavolta in senso più precisamente politico: «Il mio candidato premier? Mi piacerebbe se per la prima volta a Palazzo Chigi ci fosse una donna». Per poi prefigurare  la collocazione di Fli: «Futuro e Libertà contribuirà a rendere possibile un’alternativa di governo liberale riformatrice e democratica rispetto al tradizionale confronto tra Berlusconi e Lega da una parte e Bersani e Vendola dall’altra».

Ecco, così sì che è più chiaro.

P.S.  Ad articolo ormai concluso, passa il collega maniaco di aforismi e ci allunga questo di Coelho: «Ciò che fa annegare non è l’immersione, ma rimanere sott’acqua». La corsa verso le elezioni è cominciata, c’è necessità di tornare a galla. Qui ci vogliono due bombole così.


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Le dieci piaghe della giustizia che l'Italia ora deve debellare

Renato Brunetta - Lun, 19/08/2013 - 07:39

Dalla lunghezza dei processi ai privilegi dei magistrati, il Paese ha bisogno di una riforma radicale per rendere il sistema finalmente equo ed efficiente


La giustizia in Italia non funziona. È un dato di fatto, inutile girarci attorno. Inutile nascondersi dietro i processi di Berlusconi: è solo una scusa per non fare una riforma fondamentale per il nostro Paese e che tutto il mondo ci chiede. Il programma iniziale di questa maggioranza prevedeva una riforma delle istituzioni che rafforzasse il potere politico, per poi procedere, con una rinnovata autorevolezza, alla riforma della giustizia. La strada ce l'ha indicata il capo dello Stato che, con le dichiarazioni a seguito della sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi, ha evocato il lavoro dei saggi da lui incaricati nell'aprile scorso per studiare i termini di una riforma della giustizia. Ma si può fare ancora di più: parallelamente alla riforma della giustizia, promuovere la raccolta firme per i referendum radicali, almeno un milione entro la fine di settembre 2013. La giustizia italiana va riformata da cima a fondo. L'Italia è il Paese con maggior necessità di interventi migliorativi nel settore della giustizia.

1. Il numero di casi pendenti

Secondo il rapporto della Commissione, l'Italia è tra i Paesi con più alto numero di casi penali non risolti (5,4 milioni di casi irrisolti: 9 ogni 100 abitanti), di cui se ne prescrivono mediamente 356 al giorno. L'Italia è addirittura al primo posto se si osserva il numero di casi non risolti in ambito civile e societario (4,2 milioni di casi irrisolti: 7 ogni 100 abitanti). Conclusioni di quella stessa Commissione europea che se ci impone rigore di bilancio è rispettata e riverita, mentre se ci chiede un sistema giudiziario più efficiente e di maggior qualità rimane del tutto inascoltata.

2. Processi troppo lunghi

Secondo il rapporto Judicial Performance and its Determinants: A Cross-country Perspective, pubblicato a giugno 2013 dall'Ocse, l'Italia è il Paese in cui i processi sono più lunghi. La durata media dei 3 gradi di giudizio civile nei paesi dell'area Ocse è di 788 giorni: da 395 giorni in Svizzera a ben 8 anni (2.920 giorni) in Italia. Quanto alla durata media del solo primo grado del processo civile, il Rapporto 2012 del Cepej non lascia spazio a dubbi: l'Italia ha il primato con 492 giorni contro i 289 della Spagna, i 279 della Francia e i 184 della Germania. E tempi così dilatati comportano spese elevate per lo Stato. Secondo Confindustria «l'abbattimento del 10% dei tempi della giustizia civile potrebbe determinare un incremento dello 0,8% del Pil».

3. Un costo esagerato

Quanto al costo dei processi, calcolato dall'Ocse al netto delle spese legali sostenute dai cittadini e in percentuale del valore della causa (ipotizzata pari al 200% del reddito pro-capite), l'Italia si colloca al terzo posto, la Francia all'undicesimo, la Germania oltre il sedicesimo. Ne deriva che, combinando le 2 variabili, lunghezza e costo del processo, l'Italia è, insieme alla Repubblica slovacca e al Giappone, la peggiore in termini di efficienza del sistema giudiziario.

4. Un budget troppo alto

Al contrario di quanto dichiarato da taluni magistrati che addebitano ritardi e inefficienze al basso budget statale per la giustizia, dal Rapporto 2012 del Cepej emerge che la macchina della giustizia costa agli italiani, per tribunali, avvocati d'ufficio e pubblici ministeri, 73 euro a persona all'anno, contro una media europea di 57,4 euro. In Italia, infatti, ci sono 2,3 tribunali ogni 100.000 abitanti (in Francia solo 1) e ogni magistrato italiano dispone di 3,7 addetti non togati (cancellieri e dattilografi), contro i 2,7 della Germania. Non male!

5. Salari e stipendi

Come in tutti i bilanci societari, anche per lo Stato, tra i costi, alla macro-classe «magistratura» troviamo una voce «salari e stipendi». Commentando i dati del Rapporto 2012 del Cepej, Stefano Livadiotti ci fa notare che i giudici italiani guadagnano più di tutti i loro colleghi europei. E all'apice della carriera, cui, come vedremo, giungono rapidamente, percepiscono uno stipendio pari a 7,3 volte quello medio dei lavoratori dipendenti italiani. Privilegiati? No, per carità!

6. Una scarsa «accountability»

Secondo la professoressa Daniela Piana, che ha curato un intero capitolo dedicato alla magistratura nell'ambito di un saggio pubblicato a maggio 2013 dalla casa editrice Il Mulino: La democrazia in Italia, i primati negativi dell'Italia sul funzionamento della giustizia non sono dovuti al sistema politico, bensì «all'atteggiamento dei giudici, caratterizzato da un mix di impunità, mediazione estrema e politicizzazione senza simili nel mondo occidentale». Essendo le risorse allocate nel settore in linea con gli altri Stati europei, ne consegue un problema di efficienza: «Il sistema di governo della magistratura non alloca incentivi e sanzioni, vincoli ed opportunità». Ne deriva che una scarsa «accountability» del personale rispetto al proprio operato genera comportamenti opportunistici.

7. Meritocrazia zero

I dati ce li fornisce ancora una volta lo studio sull'Italia del Cepej: l'attuale normativa prevede che, dopo 27 anni di servizio, tutti i magistrati raggiungano, indipendentemente dagli incarichi svolti e dai ruoli ricoperti, la massima qualifica di carriera possibile. Tanto che nel 2009 il 24,5% dei magistrati ordinari in servizio era, appunto, all'apice dell'inquadramento.

8. Avanzamenti di carriera

Ai fini degli avanzamenti di carriera, l'organo competente è il Csm. Tra il 1° luglio 2008 e il 31 luglio 2012, su circa 9.000 magistrati ordinari in servizio, sono state effettuate solo 2.409 valutazioni, di cui negative... 3! Quanto alla responsabilità civile, alias il rischio di sanzioni disciplinari, per gli esposti presentati contro i magistrati è previsto un filtro preventivo della Procura generale presso la Corte di cassazione. Tra il 2009 e il 2011, sempre sui circa 9.000 magistrati ordinari in servizio, alla Procura generale sono pervenute 5.921 notizie di illecito, di cui 5.498 (il 92,9%) sono state archiviate. Ciò vuol dire che solo il 7,1% delle denunce è arrivato davanti alla sezione disciplinare del Csm. Che strano...

9. E la responsabilità civile?

Quanto alla responsabilità civile dei magistrati, in teoria, ci sarebbe la Legge n. 117/1988, voluta dall'allora ministro della Giustizia, Giuliano Vassalli, che stabilisce un limite di 2 anni per l'esercizio dell'azione; prevede un filtro di ammissibilità per i ricorsi e attribuisce allo Stato la possibilità di rivalersi, per i danni liquidati a risarcimento di un errore giudiziario, sullo stipendio del magistrato colpevole (con il tetto massimo di 1/3). Stefano Livadiotti, autore del libro Magistrati l'ultracasta, ci fa notare come, in ossequio a tale Legge, dal 1988 al 2011 in Italia siano stati presentati solo 400 ricorsi (in 23 anni!!!) per risarcimento danni da responsabilità dei giudici. Di questi, il 63% sono stati dichiarati inammissibili; il 12% sono in attesa di pronuncia sull'ammissibilità; il 16,5% sono in fase di impugnazione di decisione di inammissibilità e solo l'8,5% sono state dichiarate ammissibili. Di questo 8,5%, vale a dire di 34 ricorsi, 16 sono ancora pendenti e 18 sono stati giudicati: lo Stato ha perso solo 4 volte, pari all'l,1% dei già pochissimi ricorsi presentati.

10. Da zero a uno: meno di 0,5

Dulcis in fundo. Il World Justice Project è un'organizzazione non profit, indipendente, che ogni anno, al pari della Commissione europea, stila un indice, denominato «Rule of Law Index», di valutazione dell'aderenza del sistema giudiziario degli Stati alle regole del diritto. In particolare, le valutazioni sono svolte sulla base di 4 parametri: l'affidabilità, la credibilità e l'integrità morale dei giudici; la chiarezza e la capacità delle Leggi di garantire i diritti fondamentali, tra cui la sicurezza di persone e cose; il grado di accessibilità, efficienza ed equità del processo; la competenza e l'indipendenza dei magistrati e l'adeguatezza delle risorse messe a loro disposizione.

I punteggi per gli Stati sono compresi in un range che va da zero a uno. Per nessuno dei 4 indicatori l'Italia supera lo 0,5, eccezion fatta per l'adeguatezza delle risorse... Se la qualità, l'indipendenza e l'efficienza della giustizia giocano un ruolo fondamentale nel riportare fiducia negli Stati e ritornare a crescere, come ci ha detto il commissario Reding, rimbocchiamoci le maniche: lavoriamo per migliorarla. Con la raccolta delle firme, ma anche, in parallelo, dando veste normativa alle proposte di riforma della giustizia avanzate dalla commissione dei saggi voluta, prima della formazione del governo Letta, dal presidente Napolitano. Dipende solo da noi.

Un futuro di viaggi interstellari con il «motore a curvatura» alla Star Trek?

Corriere della sera

Harold White, capo dei ricercatori Nasa in tema di propulsori spaziali, non lo esclude. Ma in tempi lunghi

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Fa le curve, ma non ha le ruote e non è un veicolo. È un motore, e le curve sono quelle dello spazio-tempo. Fantascienza alla Star Trek? Proprio così, però alla Nasa ci stanno facendo un pensierino e al momento è solo un'idea di scuola. Ma non si sa mai, magari ne viene fuori qualcosa di buono: per esempio, si cerca una cosa e per caso se ne trova un'altra che funziona in un altro settore. In inglese si dice serendipity, in italiano casualità. O colpo di fortuna. O botta di qualcos'altro.

OLTRE LA LUCE - Si parte da un dato di fatto: nulla può superare la velocità della luce. Ce lo ha spiegato Einstein ed è stato verificato da numerosi esperimenti. Quindi come si possono raggiungere le stelle, considerando che la più vicina (Proxima Centauri) si trova a 4,23 anni luce, ossia una sciocchezza come 40 mila miliardi di chilometri? Ecco che viene in aiuto Star Trek e il propulsore a curvatura dello spazio-tempo (warp drive) montato sulla Enterprise. Lo spiega Harold «Sonny» White, capo dei ricercatori Nasa in tema di propulsori spaziali, in un'intervista concessa all'ultimo numero della rivista New Scientist.

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ENERGIA NEGATIVA - White spiega che la relatività generale einsteiniana ha due «buchi» che, in teoria, potrebbero consentire di viaggiare rapidamente attraverso lo spazio tempo: uno sono i cunicoli o varchi spazio-temporali (una sorta di galleria gravitazionale che mette a contatto punti lontani del nostro universo), l'altro è la curvatura dello spazio. In questo secondo caso si tratterebbe di far avere alla futura navicella spaziale «una spinta» ottenuta dall'energia negativa del vuoto, un effetto quantistico che deriva dal principio di indeterminazione di Heisenberg: se si riuscissero a eliminare tutte le fluttuazioni casuali (in uno stato cosiddetto «spremuto») si avrebbe una densità di energia negativa.

STUDI - Ottenuta questa spinta, prosegue White, lo spazio davanti alla navicella si contrarrebbe, mentre quello alle sue spalle si espanderebbe, con il risultato che la nave interstellare potrebbe coprire grandi distanze in tempi brevi. Tutto ciò però richiederebbe un'enorme quantità di energia. Secondo lo scienziato Nasa, però, da quando questa teoria venne esposta nel 1994, molte cose sono cambiate. Nuovi studi indicano, per esempio, che servirebbero minori quantità di energia. White stesso però ammette che il passo più prossimo è approfondire la matematica e la fisica che stanno alla base di queste ipotesi e - se tutto va per il verso giusto - tentare qualche esperimento in laboratorio. Per i viaggi interstellari nello spazio-tempo, per ora dobbiamo accontentarci di Star Trek.

19 agosto 2013 | 15:40

Crema semplicissima fatta in casa per pelli molto delicate

La Stampa

Le ricette fai-da-te per la bellezza. Questa base è ottima per tutti i tipi di pelle per tutto il corpo, per il viso,e come balsamo per le labbra
 
stefania rossini*



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Questa è la base poi quando ognuna di noi prenderà dimestichezza ci si può sbizzarrire con oleoliti(oli nei quali si è fatto macerare piante erbe officinali vi racconterò anche questa tranquille) . Premetto una sola cosa cercherò di farla breve anche se non è il mio forte,ho iniziato a farmi da me queste preparazione , disperata , si disperata è la parola giusta perchè la mia piccolina , a 30 giorni dalla nascita prematura, ha avuto grandi problemi di dermatite atopica, abbiamo girato dermatologi ospedali ,provato ogni sorta di crema e preparato farmaceutico ,ma nulla gli risolveva questo problema che quando era più grandina gli procurava vistosi tagli sulle gambine fino a farle snguinare in continuazione con rischio di infezioni.

Mi sono avvicinata per caso a queste cremine.....provato ,modificato, guarito, non urlo al miracolo nè dico che sono la panacea per tutti i mali ,per la mia bimba si e a più di un anno di differenza lo posso confermare,bisogna solo togliersi degli schemi mentali che ci hanno insegnato fin da piccoli e che la società ci impone :spendere tanto per avere tanto....nulla di vero ,queste preparazioni costano pochi euro ,durano mesi e sono meravigliosamente facili per tutti....iniziamo?

La procedura
Mettete in un pentolino di acciaio 80 gr di olio extravergine di oliva ( io preferisco biologico) aggiungete gr 7 gr di cera d’api, scaldare a bagnomaria oppure su un fuoco bassissimo,appena la cera d’api si è sciolta dal fuoco e mettere in un vasetto di vetro precedentemente fatto bollire in acqua per sterilizzarlo (io utilizzo i vasetti degli omogeneizzati cosi riciclo anche),volendo si possono aggiungere olii essenziali rigorosamente bio ,ma noi atteniamoci alla base per ora poi arriveranno tante altre ricettine..

Perchè farsi le creme da sole?
1-perchè sai esattamente gli ingredienti 
2 perchè te la personalizzi secondo le tue esigenze e gusti
3 perchè ce l’hai sempre fresca (quando è stata fatta una qualsiasi crema in commercio??? qualcuno l’ha già aperta? Cosa contiene? sicuramente petrolio..... quando scade se non so se altri prima di me l’anno aperta?Da quanto è sul bancone ? Quanta strada ha fatto per arrivare a me? È stata testata sugli animali? Che sbalzi termici ha subito prima di arrivare a casa mia?) 
4 perchè economica
5 perchè ha chilometri zero
6 perchè non è stata testata sugli animali
7 perchè non ha utilizzato tir navi aerei prima di arrivare a casa mia
8 perchè contiene solo naturali e se anche la ingerisco poco male...

Costo: circa 2 euro

La conservazione è molto semplice io ne tengo una parte in frigorifero ed una parte a temperatura ambiente che utilizzo in pochi giorni , cosi mi durerà mesi e mesi anche se consiglio circa 3 mesi in frigo non di più, comunque se non è più buona la si sente dall’odore, sente di olio rancido ...ma tranquille non è cosi facile farla andare a male...a me non è ancora successo!la utilizzo prima. Questa crema base è ottima per tutti i tipi di pelle per tutto il corpo, per il viso, e anche come balsamo per le labbra...provatela e ditemi ...... 

*mamma-blogger-ortolana, autrice del libro «Vivere in 5 con cinque euro al giorno». edito da ”L’età dell’acquario”. Scrive anche sul blog http://natural-mente-stefy.blogspot.it/

La banda Cavallero e quella folle fuga a 130 all'ora: nell'inseguimento morirono 4 persone

Corriere della sera

La rapina al Banco di Napoli finì nel sangue. Il regista Carlo Lizzani si ispirò alla vicenda per il fim «Banditi a Milano»


La banca c'è ancora, sempre lì, all'angolo fra largo Zandonai e via Panzini, zona Fiera. Ha sostituito insegna, certo, ma le vetrine sono rimaste le stesse. Di fronte ha una strada chiusa dove si può parcheggiare e, poco più in là, un'area verde, il parco Pallavicino. Non è cambiato molto da quando, 46 anni fa, proprio da questa filiale dell'allora Banco di Napoli cominciò l'inseguimento più spettacolare e sanguinoso della storia della Milano criminale. Una galoppata a centotrenta all'ora lungo dodici chilometri di strade cittadine che terrorizzò la popolazione.

IRRUZIONE NELLA BANCA - Non c'era il traffico di oggi, quel lunedì 25 settembre 1967 quando, alle 15.20, tre banditi entrarono con le pistole spianate nella banca. Un quarto complice li attendeva in auto con il motore acceso. L'azione fu veloce e il bottino cospicuo: dodici milioni di lire. Un impiegato però riuscì a dare l'allarme e, da quel momento, si scatenò il finimondo.

L'INSEGUIMENTO - Una volante della polizia, a cui subito se ne aggiunsero altre, intercettò la Fiat 1100 D nera dei rapinatori e iniziò l'inseguimento. I banditi, per seminare la Madama, cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. In mezz'ora appena, vennero colpite a morte tre persone: in viale Pisa l'autista di una cartiera sul suo furgoncino, Virgilio Odone di 53 anni; in piazza Stuparich un automobilista, Francesco De Rosa di 35 anni, e in piazzale Lotto uno studente liceale, Giorgio Grossi di 17 anni. Ci fu poi una quarta vittima, Roaldo Piva, invalido e cardiopatico, che morì d'infarto qualche ora dopo essersi scontrato con uno dei rapinatori (Adriano Rovoletto, subito catturato) in fuga a piedi con il bottino sottobraccio.

QUATTRO MORTI E VENTI FERITI - Il bilancio di quel giorno fu tragico: quattro morti e una ventina di feriti tra civili e agenti. L'identità dei banditi era ben conosciuta dalla polizia; si trattava della banda Cavallero, dal cognome del loro capo Pietro, soprannominato «denti di lupo». La banda, la città di Milano, ce l'aveva nel Dna dalla nascita anche se erano piemontesi. Erano infatti tutti nati e cresciuti nel quartiere Barriera di Milano, a Torino, e lì avevano cominciato a muovere i primi passi come rapinatori. In tutto avevano messo a segno 18 colpi, sempre ad agenzie di banca tra Torino e Milano; alcuni dei quali con qualche ferito, qualche ostaggio e, in un'occasione, durante la rapina del 16 gennaio 1967 a Ciriè, un morto. Quello di largo Zandonai fu l'ultimo. La fuga terminò con l'auto dei banditi che si schiantò contro un muro ma in tre riuscirono comunque a dileguarsi.

La rapina al Banco di Napoli nel 1967 La rapina al Banco di Napoli nel 1967 La rapina al Banco di Napoli nel 1967 La rapina al Banco di Napoli nel 1967 La rapina al Banco di Napoli nel 1967

LA CONFESSIONE - Il loro destino, però, era ormai segnato. Rovoletto, l'unico subito catturato dalla polizia, confessò i nomi dei complici. Il secondo a cadere fu Donato Lopez, l'autista, poco più di un ragazzo, arrestato a Torino. Restarono in libertà per qualche giorno in più - ma con le loro foto segnaletiche pubblicate in prima pagina su tutti i giornali - il capo, Pietro Cavallero, e il suo secondo Sante Notarnicola. Per catturarli si mise in atto una formidabile caccia all'uomo che tenne tutta Italia con il fiato sospeso, fino all'alba del 3 ottobre 1967 quando cinquecento carabinieri circondarono un casello ferroviario abbandonato vicino a Valenza Po, in provincia di Alessandria. Dentro si nascondevano i due rapinatori: l'informazione era arrivata da un commerciante della zona che li aveva riconosciuti quando erano andati ad acquistare delle provviste nel suo negozio. I militari fecero irruzione sorprendendoli nel sonno.

LA RESA - «Tu chi sei?», domandò un carabiniere puntando il mitra ad uno dei due. «Sante Notarnicola, bandito» rispose l'altro. I due si arresero senza tentare la minima reazione e quando arrivano a Milano in manette sorrisero sprezzanti ai flash dei fotografi. Otto mesi dopo, da quella terribile vicenda, il regista Carlo Lizzani trarrà un film, Banditi a Milano, con Gian Maria Volonté nei panni di Cavallero. Una sorta di instant movie come lo definiremmo oggi, ma che all'epoca entrò di diritto come uno dei primi cosiddetti poliziotteschi.

19 agosto 2013 | 13:05

Quando Pontecorvo mi disse: “Sono uno stupido”

La Stampa

piero bianucci
torino

Cento anni fa, il 22 agosto 2013, nasceva Bruno Pontecorvo. Vent’anni fa, il 24 settembre 1993, Bruno Pontecorvo moriva. Il duplice anniversario riapre il caso di questo grande scienziato umanamente controverso. 


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Genio indiscusso della fisica, Pontecorvo fu una spia al soldo del Cremlino o un lungimirante stratega che cercò di riequilibrare le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, sbilanciate dalla bomba nucleare in mani americane?  O più semplicemente fu uno scienziato con le sue legittime convinzioni politiche che andò a lavorare nel paese che sentiva più vicino alla propria ideologia e che gli offriva le migliori possibilità di svolgere le sue ricerche?

Ho incontrato Bruno Pontecorvo parecchie volte dopo il 1978, quando per la prima volta dopo la sua “scomparsa” nel 1950 tornò in Occidente per celebrare a Roma i settant’anni di Edoardo Amaldi, come lui uno dei favolosi “ragazzi di via Panisperna” cresciuti alla scuola di Enrico Fermi. Quella volta, all’aeroporto di Fiumicino, come prima cosa volle dichiarare di non aver mai partecipato ad alcuna ricerca su armi nucleari. Nell’aula magna di Fisica dell’Università “ La Sapienza” di Roma tenne poi un affollatissimo seminario sui neutrini, il suo campo di ricerca prediletto. Alla fine domandai ad Amaldi un giudizio.

“Perfettamente aggiornato, lezione magistrale memorabile per chiarezza e completezza, ma niente di nuovo rispetto a quanto sappiamo”. Parlai a lungo con Bruno Pontecorvo parecchi anni dopo, quando venne a Torino e passò per la sede dei “Venerdì Letterari” di Irma Antonetto in via Po 39. Qui gli domandai in modo diretto perché nel 1950 avesse deciso di scomparire dall’Occidente per andare a stabilirsi nell’Unione Sovietica. La risposta fu brutale: “Perché ero stupido.” Fu invece, credo, un modo intelligente per tagliare corto su una vicenda anche troppo romanzata.

Oggi dobbiamo ricordare Bruno Pontecorvo per la sua attualità scientifica, e specialmente per la teoria dell’”oscillazione” del neutrino, dove per “oscillazione si intende la capacità dei tre tipi di neutrino – quello dell’elettrone, quello del muone e quello della particella Tau – di trasformarsi l’uno nell’altro. Teoria temeraria al tempo in cui la concepì (non si conosceva, all’epoca, neppure la particella Tau), solo di recente confermata e tuttora fondamentale tema di ricerca, tra l’altro con l’esperimento Cern-Gran Sasso che rimarrà memorabile per la dimostrazione di ignoranza data in proposito dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Mariastella Gelmini (che peraltro non si
dimise neppure ma si limitò a licenziare il suo addetto stampa: questa sì è faccia di bronzo).

Chi volesse rivisitare “Il caso Pontecorvo” come episodio esemplare della “guerra fredda” può leggere l’omonimo libro di Simone Turchetti pubblicato da Sironi Editore ( 282 pagine, 17,90 euro). Sono pagine ben documentate, una ricostruzione storica minuziosa sulla quale sarebbe interessante poter avere un parere del diretto interessato. Ma Bruno Maximovich Pontecorvo, tormentato nei suoi ultimi 15 anni dal morbo di Parkinson (lo ricordo sofferente e quasi nell’impossibilità di parlare al convegno di fisica delle particelle che si tiene annualmente a La Thuile in Valle d’Aosta), se aveva un segreto, se l’è portato via per sempre vent’anni fa.

Certamente del potere del nucleo atomico Pontecorvo fu tra i meglio informati fin dall’inizio degli Anni 30. Il suo nome entra nella storia della fisica il 22 ottobre 1934 firmando un breve articolo con Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Emilio Segré. Erano venti righe soltanto, ma annunciavano la scoperta dei neutroni lenti e la loro particolare efficacia nel disintegrare i nuclei atomici. E’ l’atto di nascita dei reattori nucleari e della bomba atomica. Ne parlai con Gian Carlo Wick, fisico teorico che fece parte del gruppo di via Panisperna. Mi disse che nel 1934 era difficile intravedere gli sviluppi di quella scoperta, ma forse Fermi, Majorana e Pontecorvo potevano vagamente intuirli.

Lui, Pontecorvo, era troppo modesto e sfuggente per ammetterlo. «Fermi – raccontava – mi prese con sé perché giocavo bene a tennis e perché in quel gruppo di geni gli mancava un mediocre: certe volte, mi disse, anche i fisici mediocri possono servire». Di tennis e pesca subacquea parlava con passione come del suo studio preferito: quello dei neutrini, inafferrabili particelle emesse nei fenomeni radioattivi, nel cuore delle stelle e, in quantità immensa, nei collassi stellari. I neutrini sono l’anello di congiunzione tra l’estremamente piccolo e l’estremamente grande. Senza di essi non si capisce l’atomo. Ma non si capisce neppure l’universo.

Laureatosi nel 1933 con Fermi, dal maestro aveva imparato a essere insieme un fisico teorico e un fisico sperimentale (specie ormai estinta). Visse in via Panisperna i tempi eroici dell’esplorazione del nucleo atomico. Poi un periodo di lavoro sull’isomeria nucleare a Parigi, nel 1940 il trasferimento negli Stati Uniti, dal ’43 al ’48 studi in Canada sui reattori ad acqua pesante, un paio di anni a Harwell, in Inghilterra. E nel ’50 la fuga in Unione Sovietica, al Laboratorio di Dubna, dove tornò alla fisica delle energie. 

Ne nacquero decine di pubblicazioni fondamentali sull’interazione debole e sui neutrini, la manifestazione più enigmatica di questa forza fondamentale della natura che interviene nei fenomeni radioattivi e contribuisce a tenere accese le stelle. Quattro vite: Roma, America, Unione Sovietica e poi di nuovo in Occidente. Più una: quella che avranno ancora in futuro le sue intuizioni scientifiche.

Ora i brigatisti fanno pure le vittime

Paolo Giordano - Lun, 19/08/2013 - 07:16

I terroristi difendono la pellicola col compagno Senzani: "Non potete condannarci al silenzio"

 

Onestamente, è quasi incredibile. «Non potete condannarci al silenzio» dicono in sostanza gli ex brigatisti dopo che qualcuno si è permesso di criticare le esternazioni assolutorie dell'ex capo brigatista Giovanni Senzani nel film Sangue di Pippo Delbono (dicesi qualcuno, visto che la stragrande maggioranza degli opinion leader si è guardata bene dal commentare).


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Tanto che «montava» la piccola grande polemica, il film del regista ligure (finanziato dalla televisione svizzera e comunque sponsorizzato dalla Rai) è stato l'unico lungometraggio italiano premiato al Festival di Locarno con un riconoscimento che da solo grida vendetta: il premio Don Chisciotte, ispirato al protagonista dell'epopea romantica e mai sanguinaria immaginata da Cervantes. Quindi, come prevedibile, un film che avrà una minima distribuzione nelle sale ha creato una grande eco. Nella coscienza di quella che un tempo era considerata «la maggioranza silenziosa» e in quella che ha ancora voglia di farsi sentire.

Sul sito de il Caffè, pubblicazione della Svizzera italiana, Renato Curcio, che fu tra i fondatori delle Brigate Rosse nonché uno di quegli «ideologi» che dalla Facolta di Sociologia di Trento sparsero motivazioni terroristiche tra i disillusi di inizio anni Settanta, ammette che «sempre più raramente» si trova davanti alla contestazione. Ha tenuto conferenze persino nelle Università e tuttora è direttore editoriale della casa editrice Sensibili alle foglie. «Sono convinto che per parlare si debba essere persuasi di quello che si dice e sapere quello di cui si parla. Altrimenti si possono creare pasticci, equivoci e quant'altro». Difatti. Presentando il film Sangue, del quale è protagonista, uno dei suoi successori ai vertici delle Br, Giovanni Senzani, ha detto che il loro terrorismo «non ha lasciato traccia», come se le decine di morti e le centinaia di familiari, per non aggiungere altri, non avessero avuto il proprio destino segnato per sempre dalle azioni di quelli che l'allora Pci definì «compagni che sbagliano».

Secondo il brigatista Tonino Loris Parioli, che era della colonna torinese Mara Cagol (la compagna di Curcio uccisa vicino ad Acqui Terme nel 1975), non è giusto che oggi «dopo quarant'anni ci sia ancora gente che ha questo nodo alla gola e vorrebbe condannarmi al silenzio. Quando me lo chiedono, racconto la mia esperienza, ciò che ho vissuto (...). Quando parlo non commetto reati, non faccio apologia». Parioli, pur non avendo commesso alcun reato di sangue, ha fatto sedici anni di carcere mentre Senzani, killer di Peci, diciassette. Però fa riflettere che oggi lui dica: «Non accetto la dittatura dei mass media perché si vogliono cancellare le nostre voci, come se fossero indecenti». Per intenderci, fino al 1988 le Brigate Rosse di cui Parioli faceva parte hanno rivendicato ben 86 omicidi. Ottantasei.

Pure Paolo Cassetta, che era nella colonna romana della Brigate Rosse e oggi lavora in una cooperativa, accenna a un tentativo di «far tacere noi, gli altri». Ma poi aggiunge: «Son sorpreso che siano solo gli ex brigatisti, a battersi contro il silenzio». Silenzio? Da non crederci: nel film Sangue di Delbono sono stati ripresi persino i funerali di Prospero Gallinari, carceriere di Moro e killer della sua scorta. E dagli anni Settanta qualsiasi sussurro di ex brigatisti viene amplificato a dismisura.

Paolo Persichetti che, dopo aver fatto parte della colonna romana, insegnò sociologia politica all'ateneo St. Dennis Vincennes a Parigi e ora è giornalista, mette a fuoco il problema: «Non c'è solo il diritto alla parola, inutile negare che esista anche un rischio esibizionismo». Inutile negare, anche, che questo diritto sconfini spesso nell'offesa al dolore di chi, dopo tanti anni, prova ancora a rimarginare ferite enormi, alle quali nessuno ha dato finora uno straccio di premio, tantomeno il Don Chisciotte..

Delorean Dmc-12, la macchina del tempo adesso vuol diventare verde

Massimo M. Veronese - Lun, 19/08/2013 - 08:48

É l’auto più amata del cinema dopo Herbie il Maggiolino e la Aston Martin di Bond. Nata con le ali di gabbiano, figlia di un genio maledetto, uno dei tre esemplari di Ritorno al futuro sarà elettrico

John DeLorean negli anni Sessanta era un promettente disegnatore della General Motors: fece una carriera lampo, gli pronosticarono, tanto era geniale, la guida del colosso mondiale dell'auto.


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Invece cambiò il futuro, creò una propria società, produsse auto d’avanguardia, fallì dieci anni dopo, fu arrestato per droga e morì in solitudine. Una vita dentro il domani vissuta a tutta velocità. Come le sue auto, le DeLorean appunto, che hanno segnato un'epoca per il loro design sportivo, caratterizzato dagli sportelli che si aprivano ad ala di gabbiano. La popolarità, spaventosa, arrivò con «Ritorno al futuro» che trasformò la Dmc-12 in acciaio inossidabile, prodotta in Irlanda del Nord e targata «Outatime» cioè «fuori dal tempo», nella macchina del tempo. Pensare che all’inizio i produttori non volevano utilizzare un’auto per viaggiare tra ieri e oggi ma un frigorifero.

Cambiarono idea quando calcolarono le conseguenze disastrose che avrebbero potuto avere i tentativi di emulazione da parte dei bambini. Uno dei tre esemplari rimasti dei sette realizzati per il film è stato venduto all'asta negli Stati Uniti per 541mila dollari, ma la cosa più tenera è che una parte del ricavato è andata alla «Michael J. Fox Foundation», l’associazione fondata dal protagonista di «Ritorno al futuro» che si occupa di ricerca nel campo del morbo di Parkinson, malattia che da anni ha colpito proprio Fox. Un’altro modello originale della Dmc-12, che dopo Herbie il Maggiolino e l’Aston Martin di Bond è la movie car più amata di sempre, fa parte di un progetto, che ha coinvolto anche l’Enel, per riconvertirla in auto elettrica.


Anche in questo è stata lungimirante: è la prima macchina del tempo ad emissione zero...

Salvini a Kyenge: «Perché non vai a fare il ministro in Egitto?»

Corriere della sera

Nuovi attacchi della Lega al ministro dell'Integrazione che aveva commentato gli scontri al Cairo

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È di nuovo polemica tra la Lega e il ministro dell'Integrazione. E i toni sono ancora quelli dei precedenti attacchi. Questa volta a lanciare gli anatemi è Matteo Salvini. Scrive il vicesegretario del Carroccio su Facebook: «Perché la sciura Kyenge non va a fare la Ministra in Egitto?».


Il post di Matteo Salvini


IMMIGRAZIONE - L'attacco arriva dopo che il ministro dell'Integrazione è intervenuta sulle conseguenze della situazione in Egitto. Continua Salvini, sempre con lo stesso tono: «La sciura Kyenge - ha scritto - dice che la crisi in Egitto porterà un'impennata di immigrazione in Italia (un genio!) e che una legge sullo ius soli va fatta e si farà, come dire avanti, in Italia c'è posto per tutti! Ma perchè la sciura Kyenge non va a fare la Ministra in Egitto?». In giornata il ministro Kyenge aveva annunciato nuovi provvedimenti sull'immigrazione «A settembre avvieremo un tavolo per avviare un confronto sulla riforma della legge sull'immigrazione», ha detto il ministro in un'intervista alla Gazzetta del Sud. E poi ha aggiunto: «La legge va rivista, ma seguendo un metodo fondato sulla condivisione e sul coinvolgimento di tutti gli attori sociali, senza preclusioni e ascoltando anche chi ha idee alternative».

18 agosto 2013 | 18:19

Napoli, rifiuti sui percorsi dei turisti E l'immondizia diventa foto souvenir

Il Mattino
di Davide Cerbone

Con i musei aperti e la città chiusa a metà, i turisti che girano per Napoli sono ancora più visibili. E, come loro, quel fetido filo d'Arianna fatto di immondizia, che pure sotto il sole cocente di metà agosto non manca di punteggiare gli angoli più suggestivi del centro storico.


Cattura Da piazza Dante alla stazione, dal lungomare a piazza Carità, da piazza Cavour alla Pignasecca, gli itinerari dell'arte e della cultura sono impreziositi da una segnaletica orizzontale non convenzionale che certo non rende un buon servizio alla promozione dell'immagine partenopea. Cartacce, scatoloni, sacchetti, suppellettili e vari scarti domestici: un arredo urbano tristemente noto agli indigeni, ma che attrae la disgustata curiosità dei visitatori. Per quanto semivuote, anche in piena estate le strade di Napoli restano in molti casi una rappresentazione maleodorante di disamore e inciviltà. E se dietro ai monumenti e ai panorami da cartolina fa capolino una pattumiera a cielo aperto, va da sé che la foto ricordo, fatalmente, si sciupi. Mentre l'appeal sui forestieri rischia di imputridire.

 
domenica 18 agosto 2013 - 18:45   Ultimo aggiornamento: 18:55

Capri, il giallo dei gattini avvelenati e uccisi vicino alla Piazzetta

Il Mattino

Felini avvelenati e uccisi nel centro storico di Capri (Napoli), nella zona di Sant'Anna.
 

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A denunciarlo è l'associazione animalista «I Migliori Amici» che sull'accaduto ha presentato un dettagliato esposto alle autorità chiedendo che vengano svolte accurate indagini e annunciando fin da ora l'intenzione di volersi costituire parte civile a carico degli eventuali responsabili. Due gattini, facenti parte della colonia di felini che dimora stabilmente nei pressi della chiesetta di Sant'Anna, a pochi passi dalla Piazzetta, sono stati trovati agonizzanti a seguito della probabile ingestione di sostanze velenose. I gatti sono deceduti poco dopo.

«Ci troviamo di fronte - dicono i componenti dell'associazione - all'ennesimo episodio gravissimo di inciviltà, meschinità ed incoscienza al quale non ci abitueremo mai. L'avvelenamento di animali non è solo un reato (prontamente denunciato), un esempio di inciviltà e di mancanza di rispetto per la vita animale e di chi si prende cura di loro, ma è anche un atto di incoscienza del pericolo cui si sottopongono anche tutti quelli che si trovano a passare vicino alle dannate esche avvelenate, che alcuni codardi lasciano vilmente per strada».

Monica Costante, presidente dell'associazione animalista, spiega: «Anche questa volta abbiamo fiducia che tutti facciano il loro lavoro almeno nel cercare i colpevoli, anche se sappiamo che trovarli sarà difficile. Ma speriamo vivamente che tutti vogliano dare con noi un segnale: non si può continuare impunemente su questa strada». L'associazione «I Migliori Amici» attraverso il proprio legale ha presentato un esposto al prefetto di Napoli, ai sindaci di Capri ed Anacapri, ai carabinieri, alla polizia e al settore veterinario dell'Asl Napoli 1. L'episodio di oggi segue di poche settimane un analogo caso avvenuto nella zona di Palazzo a Mare, mentre tre anni fa a Marina Piccola furono ben 33 le carcasse di gatti morti recuperate.

 
lunedì 19 agosto 2013 - 10:13   Ultimo aggiornamento: 10:48

Passaggio in Svizzera Tra Como e Varese le rotte della speranza

Corriere della sera

Dai Paesi in guerra ai valichi lombardi


CHIASSO - E' l'altra faccia dell'immigrazione clandestina. O, se preferite, l'altro capo del filo che parte dall'Africa, si stende fino a Lampedusa e poi risale la penisola lungo percorsi misteriosi. Molti dei disperati che intraprendono il viaggio che dovrebbe cambiar loro la vita si ritrovano qua, sparpagliati nei 30 chilometri di confine tra il Canton Ticino e le province di Como e Varese. Le Guardie di frontiera svizzere, precise come è loro costume, hanno diffuso nei giorni scorsi la statistica sugli stranieri da loro intercettati appena al di qua del confine lombardo: sono 120 la settimana, un numero quasi in equilibrio con gli sbarchi registrati negli ultimi tempi sulle coste italiane.

A conferma di una sorta di travaso, di linea continua che dai Paesi diseredati della terra risale verso l'Europa. Da quando anche la Svizzera ha aderito al trattato di Schengen, le persone possono attraversare il confine liberamente e i controlli alla frontiera italiana non sono più sistematici: le guardie possono chiedere i documenti a chi fermano nel territorio di competenza e verificare se hanno le carte in regola per entrare nella confederazione. E il più delle volte, come confermano i racconti fatti ai responsabili del centro asilanti di Chiasso, le carte proprio non ci sono. Chi arriva fin lì è spesso privo di documenti, dichiara di arrivare da zone di guerra e fa richiesta di asilo politico.

Somalia, Etiopia, Afghanistan, Nigeria i Paesi di origine più frequenti. Le ondate più recenti, fanno sapere però le guardie di confine, comprendono anche persone in fuga dalla Siria, ultimo teatro di guerra divampato in Medio Oriente. I punti di passaggio più battuti sono il valico ferroviario di Chiasso, quello autostradale di Como-Brogeda ma anche quelli più defilati del Varesotto, come Ponte Tresa e Gaggiolo. E poi ci sono i «fantasmi» che si avventurano per i boschi, lungo i vecchi sentieri del contrabbando, oppure tentano il guado del Tresa, il fiume che per alcuni chilometri pianeggianti è l'unica linea di divisione tra i due Stati.

Ma cosa accade a chi viene bloccato subito dopo aver messo piede sul suolo svizzero? «Esistono più casi - rispondono fonti della polizia cantonale -; quello più semplice prevede che lo straniero abbia documenti o una residenza identificabile. In tale caso viene respinto e rimandato al Paese di provenienza. Se invece è privo di documenti o chiede asilo politico gli viene data ospitalità in un centro di accoglienza e viene avviata un'istruttoria sul ogni singolo caso». La crescente presenza di questi soggetti nella zona di Chiasso ha creato anche problemi di ordine pubblico. I centri sono innanzitutto diversi dai Cipe italiani: qui gli immigrati sono liberi di circolare per la città ma spesso scoppiano risse.

Si erano prospettate misure drastiche: alcuni mesi fa era stato addirittura proposto il trasferimento di parte degli asilanti in una struttura nel comune di Airolo, tra i monti del San Gottardo, ma poi si è preferito soprassedere. Vero è che ormai la «permeabilità» del confine italo-svizzero in Ticino è materia di dibattito politico quasi quotidiano: in prima linea non solo la Lega dei Ticinesi, che chiedeva di recedere dal trattato di Schengen, ma anche partiti moderati come il Ppd sollecitano ormai da tempo controlli più rigidi ai valichi e lungo tutta la linea di confine.
Claudio Del Frate

19 agosto 2013 | 10:03






Tutte le scuse degli immigrati al confine: «Farò un provino al Milan»

Corriere della sera


In due giorni la polizia di frontiera italiana ha respinto 15 passeggeri che tentavano di entrare in Europa


Volo da Abu Dhabi atterrato a Malpensa da pochi minuti: i passeggeri sono in fila per il controllo passaporti. Tra loro un ragazzetto di 19 anni che ai poliziotti dichiara il motivo inderogabile per cui deve assolutamente entrare in Italia: «Devo presentarmi al Milan per un provino». Tanto dovrebbe bastare, perché il giovane non ha in tasca nemmeno il passaporto ma solo un documento di identità rilasciato dalle autorità australiane, Paese da cui risulta essersi imbarcato. Ecco l'altra frontiera tra l'Italia e il mondo, l'altra porta di ingresso spesso tentata da immigrati magari con qualche documento raccogliticcio.

Solo negli ultimi due giorni la polizia di frontiera italiana ha respinto 15 passeggeri di Malpensa che tentavano di entrare in Europa con gli espedienti più fantasiosi. Quello dell'aspirante calciatore rossonero - che poi si è scoperto essere originario della Sierra Leone, arrivato a Malpensa via Australia secondo imperscrutabili giochi del destino - si aggiudica la palma del più originale. Un altro, sempre negli ultimi giorni, è sbarcato dal Bangladesh sostenendo di lavorare come stagionale in agricoltura; ma agli agenti che gli hanno chiesto quale fosse la sua destinazione finale non ha saputo specificare il luogo nemmeno con approssimazione.

19 agosto 2013 | 9:58

Mosca, paura per i «piccioni zombie»

Corriere della sera

Piombano a terra e muoiono dopo una lenta agonia, non prima di volare in cerchio, all'indietro e in modo spasmodico

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Volano in cerchio, senza fermarsi, girano la testa, ignorano le macchine e i pedoni. Infine, piombano a terra e muoiono dopo un'agonia lenta e straziante: una misteriosa morìa ha colpito in questi giorni i piccioni di Mosca e messo in allerta le autorità sanitarie. L’origine dell’evento non è ancora stata accertata. In pochi, però, provano compassione per questi volatili morenti.

CARCASSE - Anche a Mosca i piccioni fanno oramai parte del paesaggio urbano. Sono centinaia, tutti alla costante ricerca di cibo. Amati da pochi, odiati dai più, oltre ad essere fastidiosi e maleodoranti, spesso portano anche malattie e infezioni. Da alcuni giorni questi volatili, a dozzine, cascano letteralmente dal cielo. Una strana morìa. Una delle cliniche veterinarie più importanti di Mosca ha analizzato le carcasse. Senza arrivare, al momento, a una conclusione certa. La stampa - ovvio - ha già trovato il suo appellativo: «piccioni zombie». Tuttavia, ciò che irrita maggiormente i moscoviti non sarebbero solo le tante carcasse a terra, ma lo strano comportamento che colpisce i piccioni prima di tirare le cuoia. Come evidenzia un servizio trasmesso dalla rete russa Lifenews gli uccelli volano freneticamente in cerchio, all'indietro e muovono la testa in modo innaturale, quasi spasmodico. Di più: invece di allontanarsi da pedoni o automobili che si avvicinano, se ne stanno lì immobili, quasi non riuscissero più a percepire cosa accade attorno a loro. Su Twitter - era solo questione di ore - la discussione è già molto accesa. C'è chi parla di «misteriosa ecatombe» o addirittura di «apocalisse degli uccelli».

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MALATTIA -Fino a questo momento - come detto - non è chiaro cosa abbia provocato la morìa. Qualcuno suggerisce che potrebbe trattarsi della malattia di Newcastle, una malattia infettiva degli uccelli domestici e selvatici. Il virus può anche essere trasmesso all'uomo, sebbene non sia particolarmente pericoloso: la malattia, infatti, provoca i sintomi di un'influenza leggera e dura non più di una settimana. In precedenza gli esperti non avevano escluso nemmeno la possibilità che la causa della strage fosse il gran caldo, dal momento che i volatili sono molto sensibili alle alte temperature. I medici veterinari di Mosca, nel frattempo, hanno invitato la popolazione a non allarmarsi inutilmente spiegando che, con ogni probabilità, non si tratta della malattia di Newcastle ma di una infezione provocata dalla salmonella. Gli animali muoiono lentamente e in agonia - spiega il veterinario Gella Konovalov - mentre collassa il loro intero apparato digerente. Nessuna pietà per questi piccioni sofferenti arriva dal responsabile dell'Agenzia russa di protezione dei consumatori, Gennady Onishchenko: «Appartengono alle specie di uccelli più sporchi e stupidi che ci siano là fuori», ha sottolineato in un'intervista a Radio Free Europe. Concludendo: «Vanno soppressi tutti».

18 agosto 2013 | 18:24

Maschio, femmina o indeterminato In Germania arriva il «terzo sesso»

La Stampa

La legge varata dal governo tedesco entrerà in vigore il primo novembre. Sul documento i cittadini potranno indicare “intersessuale” come genere


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Uomo e donna. Presto, in Germania, concetti superati: la definizione del sesso sarà facoltativa e nell’atto di nascita, ove fosse “indeterminato”, se ne potrà omettere la precisazione e lasciar vuota la casella. Accanto ai classici “m” o “f” potrà eventualmente figurare una “x” per indicare il genere “intersessuale”.

Lo prevede una legge varata dal governo tedesco a maggio, che entrerà in vigore il primo novembre e che fa della Germania il primo paese europeo a decidere un tale cambio paradigmatico. Finora l’Australia era il solo paese al mondo ad avere introdotto una normativa del genere.

La legge è passata in sordina e a richiamarvi l’attenzione è stata la Suddeutsche Zeitung (SZ) in un articolo venerdì, ripreso ora dal settimanale Focus, che ne sottolinea la portata storica per la società. È una «rivoluzione giuridica», finora la legge parlava «solo di uomini e donne, e basta»: ora, scrive, «c’è anche un “sesso indeterminato”, la cosa potrebbe creare dei problemi in alcune situazioni».
A richiamare l’attenzione del quotidiano è stato un articolo pubblicato della Rivista per il diritto di Famiglia (FamRZ) che parla della nuova legge e della nuova figura del «sesso indeterminato».

L’individuo “intersessuale”, classificato così alla nascita, potrà successivamente decidere se registrarsi come “m” o “f”, oppure anche rimanere tutta la vita senza una specificazione del sesso. I giuristi parlano di una nuova figura, «uno status specifico»: non dicono «terzo genere» ma di fatto, scrive il quotidiano liberal di Monaco, «di questo si tratta». Fin qui tutto bene ma i problemi cominciano con i documenti: passaporti, carte di identità, visti, ecc. che non prevedono altri codici oltre a “f” e “m”. La FamRZ propone di introdurre per i documenti personali la “x”, da affiancare al sesso maschile e al femminile, per indicare il genere “intersessuale”.

Con la nuova legge il legislatore tedesco ha reagito a una sentenza della Corte costituzionale che ha riconosciuto come espressione dei diritti della personalità la distinzione fra il sesso «percepito e vissuto». Il nuovo diritto, precisa la SZ, riguarda la «intersessualità», diversa dalla «transessualità». I transessuali sono persone con un sesso definito, maschi o femmine, che si sentono pero´ appartenere all’altro sesso e come tali voglio essere riconosciute. Gli intersessuali sono invece persone che non hanno precise connotazioni fisiche sessuali e sono comunemente definiti “ermafroditi”.

Citando l’esperto Wolf Sieberichs, la SZ scrive che con la nuova legge potrebbero però insorgere problemi di vario genere: ad esempio per le unioni dello stesso sesso, previste appunto solo per persone dello stesso sesso: che significa questo?, si domanda. Che le persone con sesso indeterminato potranno stringere un’unione solo con persone di genere altrettanto indeterminato? Tutti aspetti questi che toccherà al Parlamento o alla Corte costituzionale chiarire: è necessaria una «ampia riforma», ha annunciato al giornale il ministro della Giustizia, Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, del partito liberale (Fdp).

Ma non finisce qui: la rivoluzione giuridica porterebbe con sé anche un rivoluzionamento semantico del linguaggio. «La dualita’ linguistica della nostra società è finita», d’ora innanzi si può rinunciare - propone Siebrichs - ai titoli di genere: in una lettera o un certificato non bisogna per forza indicare prima del nome “Signore” o “Signora”, se ne potrebbe benissimo fare a meno se l’interessato è d’accordo.

La bonifica “segreta” di Usa e Russia Insieme contro l’incubo terrorismo

La Stampa

Dal 1996 al 2012 hanno lavorato per mettere al sicuro del materiale nucleare custodito in Kazakistan. La paura era che potesse servire per realizzare degli attentati


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Scienziati russi e americani hanno collaborato in segreto per 17 anni per rimuovere centinaia di chili di plutonio e uranio altamente arricchito, sufficiente a costruire una decina di armi nucleari. È quanto rivela un rapporto pubblicato la scorsa settimana dal Centro Belfer per la Scienza e gli affari internazionali di Harvard, di cui dà notizia oggi il New York Times.

Il timore di Washington e Mosca era che terroristi potessero impadronirsi del materiale nucleare per la fabbricazione di “bombe sporche”. Il plutonio e uranio altamente arricchito, rivela il rapporto, è stato rimosso dal sito di test nucleari risalenti all’epoca sovietica in una zona remota del Kazakistan, che era rimasto in balia dei “ladri di metallo”. Il rapporto fa luce su una operazione segreta di ripulitura costata 150 milioni di dollari, pagata in gran parte dagli Usa, i cui scienziati temevano che se i terroristi avessero scoperto il materiale fissile avrebbero potuto usarlo per attentati.

Nel corso degli anni, erano emersi indizi che qualcosa di straordinariamente pericoloso fosse stato lasciato nel labirinto di tunnel sotterranei della base. I droni americani infatti sorvolavano spesso il sito per controllare l’eventuale presenza di intrusi, mentre colate di cemento armato erano versate nelle gallerie. Tra le nuove rivelazioni del rapporto anche il fatto che gli scienziati sovietici che avevano proceduto ai test avevano lasciato componenti che avrebbero potuto essere utilizzati per costruire non solo una bomba sporca, ma anche un «dispositivo nucleare relativamente sofisticato».

Gli scienziati americani hanno speso anni cercando di ottenere informazioni sui test di epoca sovietica dalle loro controparti in Russia. Siegfried S. Hecker, ex direttore della Los Alamos National Laboratory, ha descritto il suo stupore quando visitò il sito la prima volta nel 1998: «Conteneva materiale nucleare in forma ragionevolmente concentrata, che si poteva raccogliere facilmente, aperto a chiunque». Nel 1999, in seguito alla conferenza internazionale di non proliferazione, gli Stati Uniti hanno dato il loro assenso a finanziare il lavoro di bonifica e la Russia, dal canto suo, s’è detta d’accordo a fornire informazioni e scienziati.

Infine il Kazakistan s’è incaricato di svolgere i lavori sul campo. L’intesa venne celebrata con un brindisi alla vodka: così è cominciato un lavoro di circa 10 anni, con le ruspe che sono riuscite a penetrare in fondo per avvolgere il materiale nucleare con enormi colate di cemento, in modo da renderlo inutilizzabile per produrre ordigni atomici. Ma tutto ciò è accaduto nel più assoluto segreto. Sino al 2012, quando un piccolo gruppo di scienziati, americani, russi e kazaki hanno deciso di fare un picnic nella zona una volta contaminata. Ora, nei pressi del sito, c’è un’iscrizione per ricordare questa incredibile bonifica, con su scritto: “1996-2012, il mondo è diventato più sicuro”.