venerdì 16 agosto 2013

Fondi neri al Viminale, spunta il nome del giudice Esposito

Libero

Pigliamoci un caffè. Anzi, organizzami un appuntamento con papà tuo per «pigliarmi un caffè» e «notiziarlo su alcune cose». «Va bene, non si preoccupi, poi la chiamo».


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Una conversazione come tante, se non fosse per i protagonisti della telefonata. Da una parte Ferdinando Esposito, pm del Tribunale di Milano e figlio del più noto Antonio, il presidente della Corte di Cassazione che il primo agosto ha confermato la  condanna a 4 anni per Silvio Berlusconi nel processo Mediaset; dall’altra Franco La Motta, prefetto e vice direttore dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna fino al marzo 2013. Ovvero fino a tre mesi prima del suo arresto  (per timore di inquinamento delle indagini) nell’ambito dell’inchiesta sulla scomparsa di 10 milioni di euro dal Fondo “Edifici di Culto” del Ministero dell’Interno.

La conversazione è emersa nel corso delle intercettazioni dei carabinieri sul telefono di La Motta, accusato di peculato e falsità ideologica nell’inchiesta  del pm Paolo Ielo. Proprio il pm romano ha chiesto al gip un incidente probatorio per il broker italo-svizzero Rocco Zullino, destinatario dell’investimento da 10 milioni del Fec in Svizzera e a sua volta arrestato dalla Dda di Napoli perché sospettato di essere il “riciclatore” del clan camorristico dei Polverino. Nell’ordinanza il gip scrisse che si trattava di «una indicibile beffa per i cittadini che in una epoca di necessaria austerità» devono «apprendere dai giornali che i soldi pubblici gestiti da un ministero, quello degli Interni, erano andati a confluire su un fondo» all’estero.

La richiesta di Ielo è motivata dal timore che Zullino - grande accusatore di La Motta - possa subire pressioni o minacce che lo inducano a modificare le sue dichiarazioni. Il caso del Fec è una costola di una più complessa indagine condotta dai pm antimafia di Napoli sugli affari e le conoscenze del clan Polverino nei palazzi istituzionali. “Entrature” così potenti da permettere al clan di far cacciare il sostituto procuratore che per primo si era occupato del caso. Tra l’altro, proprio a Napoli, La Motta è indagato a piede libero per rivelazione di segreto dopo l’accusa di un collaboratore di giustizia che aveva raccontato che il prefetto avrebbe avvisato i boss di indagini a loro carico e «sistemato le carte». Ma questa è un’altra storia.

La telefonata tra Esposito e La Motta appare nelle carte della procura romana, ne parlano in un’informativa i carabinieri del Ros che (secondo quanto riportato da Il Sole 24 ore) ricostruiscono così la dinamica della comunicazione: prima il prefetto chiama Esposito su un’utenza a lui intestata (e gli parla per pochi secondi), poi Esposito lo richiama da una linea intestata al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria. La Motta chiede un appuntamento con suo padre Antonio per «pigliarmi un caffè» e «notiziarlo su alcune cose»,  ed Esposito risponde: «Va bene, non si preoccupi, poi la chiamo».

Conversazioni che il gip Massimo Di Lauro ha definito «ambigue», nonostante abbia precisato «l’assenza di ulteriori comunicazioni» tra i due che possano «indurre anche solo a ipotizzare che il cercato contatto con la persona che si ipotizza essere consigliere di Cassazione sia andato a buon fine». Inoltre il contatto «potrebbe essere legato non alle indagini in corso ma al conseguimento del prossimo incarico di cui La Motta fa cenno» nella già citata telefonata intercettata. 

Non è la prima volta che Esposito jr. finisce nell’occhio del ciclone. Nel maggio 2012 aveva rischiato una sanzione disciplinare (è stato poi prosciolto lo scorso gennaio) per essere andato a cena con Nicole Minetti, imputata nel processo Ruby bis. La notizia era apparsa sui siti come indiscrezione ma in tribunale erano stati in tanti ad aver pensato al suo nome. Esposito, «alto, di bell’aspetto, palestrato, proprietario di una Porsche» secondo Il Fatto, quando era arrivato a Milano lasciando il turbine di Vallettopoli aveva detto: «Anche se vengo da Potenza io non parlo con i giornalisti». Con tutti, tranne che con loro.

di Salvatore Garzillo

Il ritorno degli strozzini

La Stampa

Yoani Sánchez


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Non possiedono un locale proprio, ma pullulano ovunque. Prestano denaro con interessi, agevolano crediti e chiedono la stessa cifra sia in denaro che in beni e servizi. Sono i nuovi strozzini. Dopo averli stigmatizzati per decenni, questi banchieri illegali sono tornati alla ribalta, senza licenza né pietà. Offrono piccole somme ma anche migliaia di pesos convertibili, questi ultimi solo a clienti di estrema fiducia. Operano in zone che conoscono bene, dove vivono persone di cui sanno quanto riscuotono di stipendio, se ricevono rimesse dall’estero e se dispongono di altre entrate economiche. A partire da tali informazioni, distinguono tra chi sarà un “buon pagatore” e chi no. Anche se può esserci sempre qualche sorpresa. Il grande incubo di questi “esperti dell’usura”, risiede nella possibilità che il debitore prenda una barca a motore ed esca clandestinamente dal paese senza restituire il denaro prestato. 

Le altre situazioni possono risolversi con pressioni e minacce. Quando il debitore diventa eccessivamente moroso, il creditore sente che è giunta l’ora di dargli una lezione. Eduardo guardava la televisione, sabato scorso, quando hanno bussato alla porta. Due uomini robusti l’hanno spinto dentro casa e uno di loro l’ha colpito con alcuni pugni al volto. Hanno preso gli apparecchi musicali e se ne sono andati, ma prima gli hanno dato un avvertimento: “Hai 72 ore per saldare il Primo… altrimenti torneremo e allora non ci comporteremo così bene”. La vittima non ha potuto rivolgersi alla polizia, perché aveva preferito contrarre un debito illecito, che non permetteva reclami. Eduardo ha dedicato i tre giorni successivi a vendere parte dei suoi elettrodomestici e a indebitarsi con gli amici per poter restituire il prestito. Inoltre ha pregato che il Primo e i suoi seguaci cadessero in una retata, per tutti gli altri delitti commessi. 

Maria, invece, ha ottenuto un credito di 10 mila pesos cubani dal Banco Metropolitano. Ha dovuto riempire numerosi moduli e presentare certificazioni sul suo rapporto lavorativo. Pensa di utilizzare tale somma per acquistare materiali da costruzione per rimodernare il vecchio appartamento. Si sente soddisfatta di aver ottenuto il denaro seguendo un percorso legale, anche se adesso quando sbriga una pratica compare l’informazione che ha un debito verso lo Stato. Altri, che non dispongono dei requisiti necessari, devono accettare le condizioni e gli interessi dello strozzino di quartiere. Più di una cliente ha dovuto pagare con i favori del suo corpo quando ha visto scadere la data del rimborso; più di una famiglia ha dovuto consegnare un frigorifero o un’automobile, perché una persona irresponsabile che abita nella casa aveva deciso di chiedere in prestito una somma di denaro che non avrebbe mai potuto restituire. 

Necessario quanto calunniato, lo strozzino è solo una pedina nella catena finanziaria illegale della nostra realtà. Prudente al momento di concedere, implacabile quando è l’ora di riscuotere.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

De Magistris conferma la Tommasielli: «Piena fiducia, è stata una leggerezza»

Corriere del Mezzogiorno

L'assessora al centro di un'inchiesta per le centinaia di multe che sarebbero state cancellate agli amici


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NAPOLI Luigi de Magistris ha deciso di confermare le deleghe allo Sport e alle Pari Opportunità a Pina Tommasielli, l'assessora finita al centro di una inchiesta per alcune multe. «Pur avendo stigmatizzato il suo comportamento», il sindaco ha deciso di riconfermarle la fiducia «in ragione del positivo lavoro da lei svolto in questi due anni di amministrazione, durante i quali l'assessora Tommasielli non si e' mai risparmiata in termini di impegno, serietà e passione».

Una nota ufficiale del Comune rilancia il sostegno alla delegata di giunta: «Come gia' spiegato in diverse occasioni anche pubbliche - è precisato - il sindaco ha contestato all'assessora di aver agito con eccessiva leggerezza, dando adito ad ombre e dubbi sul suo comportamento che, comunque, sarà oggetto di chiarimento in sede giudiziaria. Dopo un'approfondita riflessione, pero', il sindaco ha deciso per la sua riconferma alla luce del lavoro da lei svolto e della fermezza con la quale l'assessora stessa si e' detta estranea ai fatti contestati, dichiarandosi certa di poterli chiarire nelle sedi preposte».

16 agosto 2013





Tommasielli nei guai: centinaia di multe cancellate per gli «amici»

Corriere del Mezzogiorno


L'assessore allo Sport sarà interrogata mercoledì dal magistrato sui presunti favori al cognato


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NAPOLI — Sarebbero molte, forse addirittura centinaia, le multe che qualcuno a Palazzo San Giacomo avrebbe provato a far cancellare tramite l’assessorato alla Viabilità. L’inchiesta dei pm Ida Teresi e Danilo De Simone, nel cui ambito è finita nei guai Giuseppina Tommasielli, dunque prosegue e promette di riservare ulteriori sviluppi. Per non far pagare le multe ai privati che transitavano nella ztl, secondo l’accusa, veniva alterato il registro custodito in assessorato sul quale vengono annotati tutti gli estremi delle contravvenzioni.

Domani qualche chiarimento dovrebbe fornirlo l’assessora allo sport ai magistrati che l’interrogheranno, mentre per un’altra vicenda sarà ascoltato il vicesindaco Sodano anche lui indagato per aver affidato un incarico a una docente universitaria di Bergamo. Tornando al caso delle contravvenzioni cancellate, al setaccio dei sostituti sono ora i verbali, mentre nel caso dell’assessora i magistrati hanno ipotizzato anche l’accusa di truffa. Le multe finite sotto la lente dei magistrati furono elevate alla sorella dell’assessora e al marito di quest’ultima e sarebbero state prese nella zona di circolazione a traffico limitato, la Ztl. L’assessora, sempre secondo l’accusa, sarebbe riuscita a farne cancellare sette per un importo di circ 95 euro l’una.

Il cognato dell’assessora è sindaco di Villaricca e magistrato del Tar Franco Gaudieri. Le multe sono state rilevate dalla telecamera, perché si tratta di infrazioni alla Ztl. Secondo l’accusa, la Tommasielli avrebbe «alterato il registro di protocollo degli atti in entrata all’assessorato alla Mobilità facendo risultare depositate, in data anteriore alle contravvenzioni indicate, istanze di autorizzazione al transito nella Ztl da parte del cognato e della sorella sovrascrivendo e cancellando le preesistenti annotazioni del registro».

Dal Comune di Napoli e da quello di Villaricca avevano fatto informalmente sapere che era stato applicato il principio di autotutela dell’ente pubblico: trattandosi di vetture di servizio pubblico (in uso al primo cittadino di Villaricca) sarebbero state abilitate a passare, quindi per evitare di spendere soldi pubblici con i ricorsi avrebbero annullato i provvedimenti sanzionatori. Ora su tutta la vicenda ci saranno gli accertamenti della magistratura, ma se verrà confermato che i verbali annullati tramite l’assessorato alla Viabilità sono decine, forse centinaia, (ben oltre e al di là la vicenda che coinvolge l’assessora Tommasielli) allora gli sviluppi potrebbero riservare sorprese.

23 luglio 2013



De Magistris "perdona" i suoi assessori: va all'attacco la Federazione della sinistra

Il Mattino

Si autosospendono dalla maggioranza i consiglieri Rinaldi e Vasquez



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È bufera sul sindaco che "perdona" i suoi assessori e nel giorno in cui Luigi De Magistris conferma le deleghe a Giuseppina Tommasielli, si "autosospendono dalla maggioranza" Pietro Rinaldi e Vittorio Vasquez, del gruppo "Federazione della sinistra - laboratorio per l'alternativa". Attraverso una nota, comunicano: “Gli avvenimenti politici degli ultimi mesi ci fanno ritenere necessaria una approfondita verifica politica dell’attuazione del programma elettorale, della composizione della maggioranza, dei metodi di lavoro. Con la ripresa di settembre solleciteremo il nostro gruppo consiliare per procedere a tale verifica. Ma intanto affermiamo da subito la nostra autosospensione dalla maggioranza".

Le ragioni di questa scelta? "Sono molteplici e ne indichiamo solamente alcune per spiegare il nostro crescente disagio e non più sostenibile". La prima: "Senza un dibattito tra le forze politiche che hanno sostenuto l’elezione del sindaco, ci ritroviamo con un quadro politico di maggioranza connotato da consiglieri (ai quali, sul piano personale va tutto il nostro rispetto) provenienti perfino dall’opposizione di centro–destra". La seconda: "La Giunta respinge una proposta di delibera (quella della regolamentazione delle occupazioni abusive) sostenuta invece da un unanime ordine del giorno votato dal Consiglio comunale".

La terza ragione: "Il caso di alcune indagini avviate dalla Magistratura a carico di alcuni assessori viene risolto con una inopinata offerta religiosa di “perdono” che non attiene al ragionamento istituzionale e che sembra introdurre la categoria del “peccato veniale” da contrapporre al “peccato mortale”; trascurando il fatto che siamo dinanzi a casi di “familismo amorale” che male si conciliano con la trasparenza e il rispetto delle regole che deve valere per tutti". Infine, "la nomina di nuovi dirigenti avviene senza la pubblicazione dei criteri adottati e di graduatorie; sollevando quindi legittimi dubbi quando ci si trova dinanzi alla nomina di un dirigente che risulta essere il cognato di un assessore".

Conclusione: "Il nostro augurio - scrivono Rinaldi e Vasquez - è che si ritrovi lo spirito con il quale ognuno di noi aveva aderito a questo progetto politico. Ma non sono più accettabili scelte politiche e amministrative di mancato confronto e mancata consultazione di chi è poi chiamato solamente a prenderne atto.”
 
venerdì 16 agosto 2013 - 15:18   Ultimo aggiornamento: 15:33

Tecnico di Google Street View "sequestrato" in un villaggio della Thailandia

Corriere della sera

Gli abitanti di un villaggio hanno bloccato l'autista di una Google Car: «Giura su Buddha di non essere una spia»

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Quando il tecnico di Google Street View è arrivato in un villaggio di Sa-eab nella provincia di Phrae, gli abitanti sono entrati in fibrillazione. E in una ventina hanno bloccato l'uomo che stava lavorando per il programma di mappatura di Google Earth, sequestrando la sua auto, attrezzata di tutto punto con fotocamere e obiettivi.

PAURA PER LA DIGA - Poi, gli abitanti della villaggio hanno portato Deeprom Phongphon, questo il nome del tecnico, in un tempio e lo hanno costretti a giurare su una statua di Buddha di non essere una spia e di non star lavorando a un progetto di una diga, che molto preoccupa gli abitanti di Sa-eab. Così la missione di Mountain View si è trasformata in un'avventura. Il villaggio di Sa-eab, che si trova a 615 chilometri a nord di Bangkok, è noto per le sue proteste ambientaliste contro il progetto di una diga. In realtà, i locali erano del tutto innocui e, una volta capito l'errore hanno lasciato andare l'uomo e si sono scusati con Google.

Ma non solo. Hanno anche scritto una lunga lettera cospargendosi il capo di cenere per l'accaduto: «Ci scusiamo con tutti per l'accaduto, eravamo molto preoccupati che qualcuno stesse sorvegliando l'aerea per raccogliere informazioni». Da Mountain View comunque l'hanno presa bene e hanno spiegato «di essere abituati a sfide di questo genere e di star mappando i luoghi turistici del paese orientale». In effetti non è la prima volta che Big G si trova nei guai per le ire degli abitanti delle zone mappate. In Gran Bretagna i cittadini si arrabbiarono molto quando scoprirono che le Google Car avevano raccolto dati e informazioni sulle reti Wi-Fi.

16 agosto 2013 | 10:56

Scoperto l'olinguito, prima nuova specie di carnivoro americano in 35 anni

Corriere della sera

I suoi resti erano nei musei da circa un secolo ma era stato confuso con un'altra specie
 
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È come il caso di quella persona che va all'anagrafe e si trova con il nome di un altro. Solo che questa volta la «carta d'identità fasulla» è durata per circa un secolo e lui, il povero olinguito, si è trovato sino al giorno di Ferragosto 2013 a essere classificato da un'altra parte nell'albero della vita. Ci sono voluti i ricercatori del Museo di storia naturale di Washington, guidati da Kristofer Helgen di Smithsonian Institution, che hanno pubblicato lo studio sulla rivista specializzata Zookeys a restituire all'olinguito la dignità di specie e a farlo diventare l'ultimo membro della famiglia dei Procyonidae, quella che annovera gli orsetti lavatori. E a diventare il primo carnivoro da 35 anni «scoperto» sul continente americano.

DAL SUDAMERICA - L'olinguito, originario delle Ande, è un animaletto lungo 35 centimetri, di circa 900 grammi di peso, con una testa che lo fa assomigliare a un orso di peluche con grandi occhi e un corpo simile a un gattone con il pelo folto bruno-rossiccio. Vive nelle foreste tropicali di Ecuador e Colombia, dove le popolazioni locali lo chiamano neblina, che in spagnolo significa foschia, perché lo si intravvede a fatica nella foschia che avvolge perennemente gli alberi delle foreste di montagna tra i 1.600 e i 3 mila metri d'altezza. E da cui deriva il suo nuovo nome scientifico: Bassaricyon neblina.

 Olinguito, il nuovo carnivoro americano Olinguito, il nuovo carnivoro americano Olinguito, il nuovo carnivoro americano Olinguito, il nuovo carnivoro americano Olinguito, il nuovo carnivoro americano

CONFUSO CON IL CUGINO - L'olinguito, che finora era stata confuso con il suo cugino più grande, l'olingo, mangia un po' di tutto, ma soprattutto frutta, è attivo di notte e si riproduce facendo nascere un solo piccolo per volta. I suoi resti si trovavano al museo di Washington da un secolo, ma solo ora uno studio più accurato ha permesso di classificarlo nel modo giusto, facendolo diventare la prima nuova specie di carnivoro americana da 35 anni a questa parte. Lo studio è durato ben dieci anni, in cui gli scienziati hanno analizzato il 95% dei resti di olingo conservati nei musei di tutto il mondo e quelli negli zoo, controllando il loro Dna. Solo allora si sono convinti - verificando inoltre che i denti e il cranio erano più piccoli, e che la pelliccia era più densa con peli più lunghi - che una parte dei resti doveva appartenere a un'altra specie, che è stata battezzata olinguito.

SEGRETI - «La scoperta dell'olinguito dimostra che il mondo non è ancora completamente esplorato e contiene ancora dei segreti», ha commentato Kristofer Helgen. «Se animali importanti come i carnivori possono essere ancora scoperti, quali altre sorprese ci attendono? Descrivere e classificare le specie è la prima tappa per comprendere tutta la ricchezza e la diversità della vita sul nostro pianeta». Tutti gli olinguito del mondo ringraziano per il loro ritrovato status. E sperano però che ora li si lasci in pace, visto che il 42% del loro habitat è già stato distrutto per fare spazio a zone coltivate e aree urbane.

16 agosto 2013 | 11:14

Arkansas: 12enne trova diamante da 5 carati

Corriere della sera

Nel Crater of Diamonds State Park, l'unico giacimento di diamanti al mondo aperto al pubblico

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Dieci minuti. «Ero entrato nel parco da non più di dieci minuti e mi stavo guardando intorno. L'ho visto là, proprio sopra il terreno. Aveva un aspetto vetroso ed era molto liscio». Così Michael Dettlaff, 12 anni, ha spiegato ad Abc News come ha fatto a trovare un diamante di 5,16 carati nel Crater of Diamonds State Park, nell'Arkansas, l'unico giacimento di diamanti al mondo aperto al pubblico, dove chiunque può andare e con un po' di fortuna (tanta) trovare la sua pietra.

IN ARKANSAS - La pietra rinvenuta dal 12enne del Nord Carolina, che insieme alla famiglia stava visitando il parco, ha un valore stimato di 15 mila dollari (circa 11 mila euro). Nel giacimento, risalente a 100 milioni di anni fa che si trova vicino a Murfreesboro, i primi diamanti vennero rinvenuti nel 1906. Dopo una serie di permessi di estrazione finiti male, il sito dal 1972 è divenuto un parco dello Stato dell'Arkansas. Secondo le statistiche, sono 75 mila i diamanti rinvenuti finora, il più importante nel 1924, quando venne scoperta una pietra di 40 carati. La particolarità di questo giacimento è che non si trova nelle tipiche rocce diamantifere, chiamate kimberliti, ma nelle lamproiti, rocce ultrapotassiche derivate dalla fusione parziale del mantello ad almeno 150 km di profondità, ma molto più recenti delle kimberliti.

SOUVENIR - Il giovane scopritore ha avuto il privilegio di dare un nome al diamante e l'ha denominato God's Glory (Gloria di Dio). «Vediamo se c'è la possibilità di tagliarlo e di venderlo come gioiello, se no lo terrò come souvenir», ha spiegato Michael.

16 agosto 2013 | 12:18

I pannelli solari vanno a ruba (letteralmente)

Corriere della sera

In un anno recuperati 2 mila pezzi rubati nel Sud e in partenza per il Nord Africa

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«Negli ultimi anni i pannelli solari hanno attirato l‘attenzione non solo degli amanti delle rinnovabili. Ma anche quella dei ladri. Risultato? Un boom di fotovoltaico nero e migliaia di moduli trafugati illegalmente dalla rete elettrica nazionale per essere smerciati nel Nord Africa». È questo il lato oscuro dell’energia pulita secondo Giovanni Angelini, tenente della Guardia di finanza (Gdf) di Livorno. Osservazioni conclusive dopo la maxi operazione delle Fiamme gialle, insieme all'Agenzia dogane e dei monopoli, che nei giorni scorsi è riuscita a fermare un traffico di impianti fotovoltaici per un valore commerciale di un milione di euro. Una fitta rete di controlli che in un anno hanno permesso di recuperare circa 2 mila pannelli rubati in meridione e in partenza per le coste marocchine. E di denunciare 16 persone per ricettazione.

L’OPERAZIONE - A mettere in allarme la Gdf, una segnalazione anonima, fatta un anno fa al 117, che ha permesso di ritrovare su una motonave in partenza per il Marocco quasi 400 pannelli con i cavi elettrici di connessione recisi. I primi di una lunga serie, scoperta negli ultimi mesi dai finanzieri livornesi. Infatti, dopo il primo sequestro le indagini hanno permesso alle Fiamme gialle di fermare il contrabbando di 4 mila metri quadri di pannelli fotovoltaici, nascosti tra le merci da imbarcare. «Si tratta», spiega il tenente Angelini, «di una rotta molto controllata perché generalmente interessa il traffico di stupefacenti. Una nave già presa di mira dagli spacciatori, visto che prima del Marocco fa anche scalo a Barcellona».

MERCATO NERO - Destinazioni molto lontane da dove sono stati rubati i pannelli che, dopo i recenti accertamenti, risultano provenire da svariate provincie del Meridione. «Nel sud Italia», prosegue il finanziere, «i pannelli in campi solari estesi, sono molto diffusi e spesso, date le notevoli dimensioni dei parchi solari, quando vengono portati via i proprietari non se ne accorgono nemmeno». Moduli, di piccola-media potenza e di grande taglia, che dai nostri campi arrivano al mercato nero dei Paesi nordafricani in cui la domanda di energia a basso costo continua rapidamente a salire. E dove vengono rivenduti a circa un quarto del loro valore commerciale. Aumentando di anno in anno il fenomeno dei furti dei parchi fotovoltaici italiani, soprattutto nelle zone isolate e perciò difficilmente controllabili.

CONTROLLI E RESTITUZIONE - Pannelli, tuttavia, che una volta sequestrati diventano controllabili e restituibili ai legittimi proprietari. Come i 2 mila ritrovati sulle motonavi dalla Guardia di finanza livornese. «Attualmente», spiega Angelini, «sono in corso gli accertamenti per individuare i proprietari dei pannelli sequestrati. Una ricostruzione possibile grazie al numero seriale che serve da codice per il loro riconoscimento». Un bottino da restituire dal valore di 1 milione di euro, che ha richiesto numerosi sforzi per essere recuperato. «Dietro il successo di questo tipo di operazioni», conclude il finanziere, «ci sono i sacrifici dei nostri militari».

PROTEZIONE FOTOVOLTAICO - Ad aiutare le forze dell’ordine ad arginare il fenomeno dei furti dell’energia rinnovabile, ci pensa anche la tecnologia. Ad esempio il Pv-Guardian, brevettata dall’Enea (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente). Un vero e proprio antifurto in grado di inibire il funzionamento del modulo in caso di spostamento non autorizzato e di inviare un segnale per geolicalizzare la posizione. Rilevando le coordinate tramite Gps integrato nel pannello solare e impossibile da rimuovere senza distruggerlo. Infine, tra gli altri dispositivi di protezione, anche il Solar Defender della Marss. Un sistema che funziona attraverso sensori ottici applicati sui pannelli solari e in grado di rilevare ogni singolo movimento. E di impedire, quindi, la manomissione o lo spostamento sia di un singolo modulo, ma anche di tutto l‘impianto.

14 agosto 2013 (modifica il 16 agosto 2013)

Luoghi di culto islamici e centri sociali regolari: la mia Milano è pronta"

Il Giorno

di Giambattista Anastasio



Intervista al sindaco di Milano Giuliano Pisapia: "Non è detto che il Comune si affidi ancora ad Aler ma dobbiamo operare affinché si garantisca un servizio migliore"


Milano, 15 agosrto 2013



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Sindaco Giuliano Pisapia, a poco più di due anni dall’inizio del mandato l’impressione è quella di una Giunta a due velocità. Sui diritti civili e sulla trasparenza avete innescato la quinta, segnando una rottura col passato. Sul piano strettamente amministrativo, però, una volta riscritto il Pgt e varata  Area C, sembra vi siate fermati.
«Grazie innazitutto per aver ricordato che non siamo neppure a metà del mandato. Vorrei aggiungere che ci siamo trovati in mezzo a una crisi economica e sociale enorme, di cui non siamo né responsabili né corresponsabili. Né si può dimenticare che abbiamo davanti a noi due sfide decisive per il futuro di Milano e del Paese: Expo 2015 e la nascita della città metropolitana. E tutto questo avviene in un periodo di continui tagli agli enti locali. Ma il nostro impegno e il nostro obiettivo è stato, è e sarà quello di trasformare Milano in una città più giusta, più pulita, più attraente, più moderna e più internazionale. Questo è quello che stiamo facendo e che faremo prima delle prossime elezioni.

Sul piano dei diritti abbiamo recuperato il gap con l’Europa, tornando così a essere una città aperta e inclusiva. Milano non può far finta di niente, non esiste più un solo modello di famiglia, quello del Mulino Bianco. Esistono “le famiglie”. E non parlo solo di coppie omosessuali, ma anche di coppie che non possono o non intendono sposarsi, ma vogliono vedere riconosciuta la loro unione. Anche sul piano amministrativo abbiamo fatto importanti passi avanti. Il Pgt ha ridisegnato in poco più di un anno la città. L’Area C è stata una rivoluzione che guarda al futuro. Milano sta cambiando dal punto di vista della mobilità con l’incremento sia dell’offerta che degli utenti del trasporto pubblico. Il servizio di Bike sharing in questi due anni è stato potenziato (+55,8) grazie alle risorse provenienti da Area C. Abbiamo un nuovo car sharing “libero”: un servizio che ci rende la prima città in Italia per offerta e al pari delle capitali europee. Stiamo seminando oggi quello che maturerà domani».

Una delle sue promesse era far rivivere i luoghi della città. Così, avete riaperto i cortili dei condomini ai giochi dei bambini ma sulla movida avete riproposto gli stessi provvedimenti di chi vi ha preceduto: una Giunta Dottor Jekyll e mister Hyde?
«Nessuna Giunta Dottor Jekyll e mister Hide. Far rivivere i luoghi della città è una priorità. La movida è un argomento molto delicato perché si incrociano diverse esigenze. Non è semplice conciliarle ma recentemente il Tar ha confermato le nostre scelte riconoscendo che, dopo anni, siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio. Ora pensiamo sia necessario far vivere la movida anche in luoghi della città dove non ci siano abitazioni, come Piazza Affari e le periferie».

Nonostante gli annunci, non si è ancora proceduto al riconoscimento di luoghi di culto islamici é alla regolarizzazione del Leoncavallo. Teme che la città non sia pronta?
«Non esiste nessun timore. La città ha dimostrato di essere aperta e inclusiva. Per quanto riguarda i luoghi di culto, non si tratta di pensare solo a quelli per i fedeli islamici, ma di tutte le confessioni religiose. Stiamo lavorando affinchè, in tempi ragionevoli, non ci sia chi è costretto a pregare nei garage e in situazioni di abusivismo. Analogo discorso intendiamo fare per luoghi di aggregazione giovanile, come i centri sociali, purchè si rispettino le regole e i diritti di tutti».

E’ possibile che decida di affidare il patrimonio delle case popolari ad un operatore diverso dall’Aler?
«Non è scontato che il Comune si affidi ancora ad Aler ma dobbiamo operare, con serietà, affinchè si facciano le scelte giuste per garantire un servizio più efficiente per quei cittadini che oggi vivono in case non dignitose».

Quale delle nove proposte di riforma dell’Imu pubblicate dal ministro Saccomanni le sembra essere migliore?
«Ho letto il documento prodotto da Saccomanni e forse l’ipotesi che più si avvicina alle richieste dei Comuni è quella che prevede di lasciare ai Comuni il gettito sugli immobili produttivi del gruppo D. Ma stiamo ancora parlando di ipotesi e nemmeno di proposte».

Favorevole o contrario alla service tax?
«Se sarà una ulteriore tassa, o se sarà solo il cambio di nome di tasse esistenti, allora sarei decisamente contrario. Sarebbe inaccettabile. Se invece sarà una rimodulazione della finanza locale che tenga conto della reale situazione economica in cui si trova una famiglia e potrà portare a maggiori risparmi, più equità e migliori servizi, allora si vada avanti in questa direzione. Ma, sia chiaro, il governo dovrà tener fede agli impegni presi con l’Anci: nessuna decisione sulle imposte locali se non concordate con chi rappresenta i Comuni».

A quanto pare, solo con la legge di Stabilità (quindi tra settembre e ottobre) avremo una ridefinizione del Patto di Stabilità e una riforma organica dell’Imu. Non è tardi per i Comuni?
«Per quanto riguarda l’Imu il Governo deciderà fine mese. Ma, l’ho detto anche al Presidente del Consiglio, tale decisione dovrà poi passare al vaglio del parlamento e ho il timore che l’iter parlamentare non sarà semplice. Sarebbe però inconcepibile che gli enti locali siano costretti ad approvare il bilancio senza avere certezze. Ecco perché è fondamentale un lavoro comune tra Governo e Anci. Questo vale anche per Expo. C’è stata un’apertura a deroghe che riguardano investimenti per Expo, mi auguro non siano solo parole».

Sogna un nuovo grande stadio sulle aree Expo, una volta finito l’evento?
«Credo a un dopo-Expo sostenibile e mi batterò contro ogni cementificazione. Milano, durante e dopo Expo, sarà al centro del dibattito su temi fondamentali per il futuro del pianeta: alimentazione, lotta alla fame nel mondo, acqua come bene comune, energie rinnovabili. Allora non parlerei di stadio, ma di un centro, di un palazzetto della cultura, della musica, dell’innovazione e della ricerca».

A proposito di Inter: da tifoso nerazzurro preferisce che l’Inter resti a conduzione italiana o ben venga Thohir?
«Moratti in questi anni ha rappresentato uno degli ultimi presidenti delle società di calcio che hanno seguito la propria squadra con passione, come una famiglia. Questo è un aspetto che i giocatori e i tifosi gli riconoscono. Capisco le difficoltà e forse anche la solitudine che in questi giorni gli stanno facendo pensare alla cessione della maggioranza della società».

Un messaggio ai milanesi che domani (oggi ndr) passeranno il Ferragosto in città.
«Oggi anche io sono a Milano e ho una giornata pienissima, andrò nei centri anziani, nelle mense dei poveri e spero che finirà con una gara di ballo che abbiamo organizzato per chi non ha la possibilità di andare in vacanza neppure a ferragosto. Come Comune abbiamo cercato di organizzare iniziative per tutti, dai bambini, agli anziani, ai turisti. La nostra città non vuole lasciare indietro nessuno. Colgo l’occasione per fare gli auguri di buon ferragosto a tutti i milanesi, in particolare a chi è rimasto in città, e allo stesso tempo voglio ringraziare i dipendenti comunali e i volontari che rendono possibile lo svolgersi delle iniziative».

Sartori attacca ancora la Kyenge: almeno allunghi gli occhi sugli italiani che non trovano lavoro

Libero


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"In Italia noi abbiamo testé creato un ministero dell'Integrazione retto dalla simpatica figura di Cécile Kyenge, che però di integrazione non sa niente. Il suo chiodo fisso è lo ius soli; e la conseguenza di questa irresponsabile fissazione sarà una ingente crescita, prevalentemente africana, della popolazione italiana". Giovanni Sartori, in un editoriale pubblicato il 15 agosto sul Corriere della Sera torna ad attaccare il ministro Kyenge.

Riferendosi al preoccupante fenomeno della crescita demografica - "i Paesi che più contribuiranno a questo disastro saranno in prevalenza Paesi africani (Nigeria in testa); ma anche l'India sorpasserà la Cina (che ha attuato un controllo delle nascite) arrivando a un miliardo e 600 milioni di persone" - l'opinionista di via Solferino critica le politiche della Kyenge: "Ma allora perché non creare per lei un nuovo ministero dell'Immigrazione? O meglio ancora dell'Immigrazione e dell'Occupazione? Essendo professionalmente una oculista la nostra ministra Kyenge dovrebbe allungare la vista sugli italiani che sono già tali e che non trovano lavoro".

Truffa in uno zoo cinese: un mastino tibetano “spacciato” come leone africano

La Stampa

I responsabili della struttura: «Era lì per motivi di sicurezza, il leone è via per la riproduzione»


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«E’ un leone, come fa ad abbaiare?». È quanto deve essersi chiesto un bambino cinese quando si è trovato di fronte un mastino tibetano nella gabbia che lo presentava come “leone africano”. È l’ultima truffa messa in atto in uno zoo cinese a Louhe, una città nella provincia di Henan.

E non è l’unica scoperta fatta in questa struttura dove vengono detenuti molti animali. Un altro cane era stato inserito all’interno della gabbia delle volpi e una volpe bianca chiusa dietro le sbarre dove avrebbe dovuto esserci un leopardo. Il responsabile della struttura ha cercato di giustificarsi dicendo alla Cnn che gli animali erano stati collocati in quelle gabbie per diversi motivi e che sarebbero rimessi al giusto posto in poco tempo.

Il leone e il leopardo sarebbero stati spostati per riprodursi, mentre il mastino tibetano era rinchiuso in gabbia per “motivi di sicurezza”. Mentre l’altro cane era stato messo all’interno della gabbia del lupo per creare un ibrido fra cane e lupo. Tutto per cercare di superare i problemi derivanti dalla carenza di fondi.

Calderoli in castigo per il "gorilla" alla Kyenge Da un mese non preside il Senato

Libero


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Lui dice che "nei miei confronti non c'è stato alcun provvedimento. Semplicemente, quando secondo il ruolino sarebbe toccato a me presidere l'aula, c'era sempre il titolare". Fatto sta che da un mese il leghista Roberto Calderoli non presiede il Senato. Ed è difficile non collegare questa sua assenza dallo scranno più alto di Palazzo Madama con l'epiteto di "gorilla" da lui rivolto al ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge. Insulto che suscitò una grande indignazione, soprattutto nel presidente del Senato che, dopo di allora, guarda caso, ha preferito essere presente in prima persona ogniqualvolta sarebbe invece toccato presiedere i lavori a Calderoli.  "Non ci sono giustificazioni possibili a offese inaccettabili in un Paese che si vuole moderno, democratico e civile". E Calderoli è finito dietro la lavagna.

Da Benigni a Scalfari Compagni in Costa Smeralda Basta che non si sappia...

Libero

L'intellighenzia in vacanza a Porto Cervo e dintorni ma si vergogna


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Non li vedrete mai a una serata all’hotel «Cala di Volpe», non andranno a un concerto a Porto Cervo, non frequentano vernissage, snobbano le masse che in questi giorni riempiono le spiagge della Costa Smeralda. Inutile aggiungere che solo la parola «Billionaire» causa loro violente cefalee. Insomma godersela ma fra amici: lusso e voluttà, ostriche e champagne, però non c’è bisogno di farlo sapere in giro.

Sono i «compagni smeraldini»: salariati della rendita, maitres-à-penser accigliati, abbronzati operaisti che in Costa Smeralda vengono, eccome, ma solo perché «invitati dagli amici». Così eccoli una settimana nella villa della marchesa Sandra Verusio: magione nascosta fra le colline a nord di Porto Rotondo. Ci pensano, quasi ogni estate, il politologo Giovanni Sartori e il giornalista Mario Pirani. Analizzano il problema, ci ragionano e decidono che sì, una puntatina in Sardegna dall’amica Sandra e un’uscita in barca si può anche farla.

Tutto senza dare nell’occhio: loro vivono in villa, lontani dal chiasso. Sempre a Porto Rotondo, un’altra residenza che accoglie la caviar-gauche è quella della stilista Krizia. La Mandelli coltivava un tempo simpatie socialiste, ora è aperta agli influssi radical-democratici. Nella comunità di illuminati, il salotto della editrice Inge Feltrinelli è stato ed è quello più significativo. Certo, ci sono la piscina, il giardino, il brunch e la servitù intorno. Ma vuoi mettere il nome Feltrinelli? La militanza estiva non si ferma qui, nel villaggio portorotondino. Essa lambisce Porto Cervo, Palau, giunge all’isola della Maddalena. Certo, ci sono state anche defezioni: nessuno, per esempio, bussa più alla villa «Rocky Ram». Già proprietà dell’ingegner De Benedetti Carlo situata in località Romazzino, ora ceduta a un magnate russo.

Malgrado tutto, i «compagni costacei» affiorano anche a Porto Cervo, pur con mille prudenze... Nella patria del lusso si arriva in barca, meglio se in incognito. Si fa un rapido giro fra le boutiques, ci si allontana disgustati... Unici a farsi immortalare dai fotografi sono Beppe Grillo, di casa ogni mattina al bar «Sole» di Abbiadori, e l’eurodeputato Udc ed ex ministro Paolo Cirino Pomicino. Che, come si sa, appartiene a diversa compagnia. L’élite del paese la si trova più a nord: magari nel villaggio di Porto Raphael, dov’è sita la casa del fondatore di «Repubblica» Eugenio Scalfari. Dove sorge lo «stazzo ecologico» di Giulia Maria Crespi nella tenuta di Cala di Trana. La contessa lombarda coltiva qui frutta e verdura senza nessun additivo chimico.

Appare rarissime volte: si materializza al popolo in occasioni speciali, avvolta in candide tuniche. Di recente, per esempio, ha ristrutturato una casermetta di avvistamento della Marina Militare e ha persino parlato con i cronisti. Intorno a queste due icone ruotano i profeti della decrescita che vedono Porto Cervo come fumo negli occhi. L’ironia della sorte ha voluto che, vicino a queste due isole di pensosa austerità, sorga la villa di Vittorio Zeviani. Simpatico proprietario dell’agenzia di modelle «Why not». Modelle, musica e canzoni a due passi dal silenzio di chi medita per il bene del paese: un affronto. A Palau soggiorna spesso anche lo psichiatra Massimo Fagioli, già leader dell’antipsichiatria militante, vicino alle posizioni di Rifondazione Comunista. Il clou dell’eleganza lo si tocca nell’arcipelago maddalenino. Due i protagonisti. Il primo è nientepopodimeno che Stefano Cini Boeri.
 
Architetto prestato alla politica, oggi anima e mente del Pd milanese. Boeri si fa notare anche nella social life dell’isola di Garibaldi. Ha portato una ventata di austerity nella sfrenata vita estiva della Gallura. L’ultimo volto noto sovrasta di gran lunga gli altri: facile, del resto, intuire perché Roberto Benigni e la moglie Nicoletta Braschi abbiano scelto l’isolotto di Santa Maria. Qui pace e discrezione regnano sovrani. La villa che ospita i Benigni è una delle poche che sorgono sull’isola. Isola prediletta (scherzi del destino) anche dai magnati russi che atterrano in elicottero da Porto Cervo. Scendono a «La Casitta», ristorante ultrachic con prezzi adatti alla ricca clientela. I russi sbarcano all’ora di pranzo. Mangiano, bevono vodka, si abbandonano a libagioni e divertimenti. Poi, la sera, ripartono cantando vecchie canzoni del periodo sovietico…

di Ernesto Massimetti

Assumo ma troviamo solo stranieri Perché? Gli italiani non hanno fame»

Corriere della sera

Pagotto (Arredo Plast): i nostri ragazzi non accettano i tre turni. E’ il primo fornitore europeo di Ikea per la plastica: «Ho investito bene, ma oggi non lo rifarei qui in Italia»


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TREVISO — «Uno che viene al colloquio di lavoro accompagnato dalla mamma, l’altro che, al telefono, ti risponde che è interessato ma non prima di tre mesi perché sta studiando per la patente. Ma si può?». Scuote la testa Giovanni Pagotto, fondatore e presidente di Arredo Plast Spa, holding di Ormelle da 230 milioni di fatturato, maggior fornitore di prodotti in plastica per l’Ikea. L’azienda cresce, lui assume ma inserire in organico personale italiano è una parola. Il 90% dei dipendenti del comparto produzione è straniero, i capiturno sono in larga misura extracomunitari. Chi sta alle macchine è impegnato su tre turni sette giorni su sette, e questo fa già storcere il naso ai locali. Quando invece si tratta di trovare un tecnico il problema diventa un altro. «Pochi giorni fa avevamo contattato un neolaureato in ingegneria aerospaziale, ci ha detto che sarebbe venuto se lo avessimo mandato all’estero. Gli ho risposto che volevo rifletterci due giorni ma quando l’ho richiamato per annunciargli che lo avrei inviato alla nostra sede canadese aveva già trovato un altro posto in Germania. Questi in Italia proprio non ci vogliono stare».

Eppure ci sono ingegneri che da lei hanno fatto carriera. La fabbrica di Motta che lavora solo per Ikea è diretta da uno di questi. «Si, però quando il ragazzo è arrivato lo abbiamo messo a "tirare bulloni", mica in ufficio. Ha fatto strada un po’ alla volta ».

E gli altri? Gli ambienti qui sono puliti, la paga è quella del contratto e i superminimi non mancano. Cosa c’è che non va? «C’è che gli italiani non hanno fame. A 16 anni andavo in bicicletta da Ormelle a Conegliano per lavorare alla Zanussi, a 27 ero responsabile di mille operai. Prova a dirgli a questi qua che una volta al mese devono lavorare il sabato o la domenica. Capisco che fare i turni è un sacrificio ma le macchine qui non possono fermarsi».

Gli stranieri sono più disponibili, insomma? «Mi tocca dire di si. Qui dentro ce n’è da ogni parte del mondo, uomini e donne».

Comunque sia, il suo gruppo cresce sempre da anni. Uno stabilimento dopo l’altro, lei ha messo su un impero. Ikea pesa solo per un quinto o poco più del suo business ma è un’ottima credenziale. Segno che non è vero che in Italia non si possa fare industria. «Nel 2000 ho venduto la Glass Idromassaggio di Oderzo ad un gruppo americano. Mi hanno dato una cifra notevole e l’ho investita tutta in questi capannoni. Il fatto è che dieci anni più tardi gli stessi capannoni li avrei messi all’estero».

Perché? «Devo fare l’elenco? Burocrazia, tasse, costo del lavoro e dell’energia. Ecco perché per rimanere competitivo, e per certi prodotti lo siamo più dei cinesi, le mie macchine estremamente automatizzate non devono fermarsi mai. A tre giorni da un ordine Ikea vuole i prodotti in ogni suo negozio d’Europa».

A parte Ikea, i vostri clienti chi sono? «Le vendite sono per l’85% all’estero. Negli Usa la nostra controllata canadese rifornisce Walmart, la più grande catena di vendita al dettaglio del mondo. Ma i nostri articoli in plastica si trovano un po’ dappertutto nella grande distribuzione».

I conti come sono, fatturato a parte? «L’Ebitda è vicino al 14,5%, quando c’è in giro qualcosa di interessante da rilevare cerchiamo di farlo, e finora sempre con mezzi nostri».

E qualcuno che vi chieda di diventare socio c’è? «Più di qualcuno, ma i fondi d’investimento ragionano in un modo che mi piace poco. Fino a poche settimane fa stavamo dialogando con uno americano, poi le trattative si sono fermate. All’inizio volevano una quota di minoranza, poi hanno cominciato a parlare di 51% e abbiamo chiuso il discorso ».

Contare su liquidità propria non può continuare all'infinito se volete allargarvi. Mai pensato alla borsa? «Si, ma non è ancora il momento. Adesso il valore del titolo non rispecchia mai quello reale. Ci vorranno almeno due o tre anni prima che una quotazione torni ad essere una scelta interessante».

Gianni Favero
14 agosto 2013




L'imprenditore: italiani senza fame. Pioggia di telefonate: assumici

Corriere della sera

La reazione di sindacati e categorie tra perplessità e mezze ammissioni dopo la denuncia di Pagotto (Arredo Plast) che risponde alle critiche e ammette: «Esaminerò i cv»


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TREVISO - Stranieri disponibili a lavorare su tre turni, sette giorni su sette, e italiani troppo esigenti, senza fame. E quindi anche senza un’occupazione, a piedi. L’intervista-denuncia dell’imprenditore trevigiano Giovanni Pagotto, presidente di Arredo Plast Spa, che ha confessato «trovo solo stranieri da assumere perché gli italiani non hanno fame», ha creato una grossa spaccatura nel mondo imprenditoriale e sindacale. E pure nel web, con centinaia di commenti divisi tra «Amara verità» e «Cazz..e», e scivolati pure negli insulti, a suon di «Vergogna» e «Vada via».

Allineati sulla sponda del «non è vero, con la crisi gli italiani sono disponibili a qualunque lavoro», o schierati sul fronte opposto, assieme a Pagotto, nel sostenere che «noi italiani diciamo di no alle mansioni pesanti, non c’è la mentalità e le aspettative sono altre». «So che con le mie affermazioni mi sono inimicato molte persone, ma ho solo illustrato la mia realtà» dichiara il fondatore e presidente di Arredo Plast Spa, primo fornitore europeo di Ikea, che si è visto intasare fax e posta elettronica con i curriculum di trevigiani, pronti ad indossare la tuta da lavoro.

«Mandino pure, li valuteremo tutti , vediamo quanta voglia hanno. Col nuovo anno è previsto un aumento della produzione e dovrò assumere nuovi operai, oltre a due ingegneri da formare e mandare all’estero » spiega Pagotto che incendia la polemica su italiani-stranieri. «Rimane il fatto che senza stranieri la mia azienda non sarebbe cresciuta. L’ho detto da imprenditore. Non sono un politico e problemi come questi dovrebbero essere sollevati dai rappresentanti di categoria, non spetterebbe a me» continua l’ex operaio che replica anche a chi, sulle pagine Facebook del Corriere e del Corriere Veneto gli imputa «Prende gli stranieri perché vuole sottopagarli e sfruttarli il più possibile».

«Ma quale sottopagati, vengano a lavorare da me: un capo turno prende 1600-1700 euro senza straordinari - sbotta il titolare del colosso di Ormelle - Ho fatto per 19 anni il dipendente e so bene cosa significa la busta paga. Noi ci appoggiamo agli uffici interinali, perché gli italiani non si iscrivono?». «Purtroppo quanto sostiene Pagotto è vero - afferma Gerardo Colamarco, segretario regionale della Uil - Dobbiamo far capire ai nostri autoctoni che sono cambiate le condizioni di lavoro, e che non si può dire di no al ciclo continuo, anche se ciò va a modificare gli affetti familiari, la quotidianità. Bisogna accettare anche le situazioni più pesanti.

Altrimenti l’imprenditore darà lavoro solo a chi è disponibile o, peggio, delocalizzerà». Di parere opposto la referente veneta della Cisl. «E’ un’assurdità: sono migliaia i nostri che lavorano su ciclo continuo, nelle fonderie oppure nelle aziende tessili, sabato e domenica - sbotta il segretario regionale Franca Porto - E poi negli ultimi due anni ho solo visto persone che cercavano lavoro, e qualunque tipo di lavoro». Eppure una risposta al rifiuto di determinate posizioni c’è. «Il problema - spiega Porto - è che in molti, negli ultimi dieci anni, hanno pensato di aver raggiunto un miglioramento delle condizioni di vita, che è stato frenato dalla crisi, e a questo non erano preparati. L’importante, ora, è cogliere l’opportunità: anche se non è il lavoro della propria vita bisogna occupare quei posti; bisogna pensare che è una fase transitoria, che è necessario per tirare fuori dalla crisi il Paese».

Non ci prova nemmeno a scalfire l’immagine degli italiani grandi lavoratori, infine, Emilio Viafora, segretario regionale della Cgil. Soprattutto riguardo le nuove generazioni. «Certo che i giovani vorrebbero un lavoro più in linea con le loro aspettative, ma io vedo solo ragazzi assunti con contratti precari, a pochi soldi al mese, costretti a fare più lavori - commenta - Che cosa devono fare di più? Non si può scaricare su di loro tutte le colpe». Parla di aspettative anche Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est, istituto di ricerca sociale ed economico. «E’ difficile generalizzare - commenta - ma è pur vero che gli italiani, soprattutto le nuove generazioni, hanno aspettative alte, o molto alte in merito al lavoro e tendono a non accettare incarichi che richiedono dei sacrifici in termini di tempo e fatica».

«E’ una dimensione culturale ed economica » specifica Marini. Uno scalino che imprenditori come Giovanni Pagotto vorrebbero veder superati. Come gli italiani, più giovani, si possano concedere il lusso di rinunciare ad un’opportunità di lavoro, quindi a un reddito, è presto spiegato. «Probabilmente una parte di loro può godere delle risorse accumulate negli anni dalla famiglia, e si può permettere di non accettare» continua il direttore scientifico della Fondazione Nord Est. «Ed ecco spiegato come alcuni posti non vengano riempiti dai locali ma si debba ricorrere alla manodopera straniera». Ma non è la regola. «Complice la crisi, dall’altra - prosegue Marini - si è ritornati a fare anche le badanti, prima esclusivo patrimonio delle straniere». Eppure c’è chi sostiene che questa sia solo un’eccezione alla regola.

Benedetta Centin
16 agosto 2013

Ecco la sogliola più grande del mondo, pesa 232 chili è lunga più di due metri

Il Mattino

Si tratta di un halibut o sogliola dei mari del Nord, fino ad ora la più grande era di 190 chili



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Ecco la sogliola più grande del mondo, pesa 232 chili e l'ha pescata Marco Liebenow nel mare della Norvegia. Si tratta di un esempleare di halibut, o sogliola dei mari del Nord. Quando il giovane pescatore dilettante l'ha presa, era convinto di aver agganciato un sottomarino e stava per mollare. Dopo una lunga lotta il grosso pesce è stato catturato, trascinato nel porto legato alla barca è stato issato sul molo con una grossa gru.

 
venerdì 16 agosto 2013 - 10:53

Torna libero il leader delle Br Senzani

Libero

Dopo 23 anni di reclusione i giudici estinguono la pena. Lui: "Sono cambiato"


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Dopo 23 anni di carcere, torna libero per estinzione della pena il leader della Brigate Rosse Giovanni Senzani. Criminologo di talento, passato dallo studio del crimine alla militanza nel gruppo terroristico, Senzani ha lasciato la cella già a febbraio ma la notizia è stata resa nota solo oggi. Godeva da tempo del regime di libertà condizionata. "I giudici che m'hanno esaminato negli ultimi dieci anni hanno potuto constatare che sono una persona cambiata e infatti hanno sentenziato l’estinzione della pena. Sono stato in galera 23 anni. Ho riconosciuto i miei errori davanti al tribunale di sorveglianza".

Senzani studiò a Berkeley e si dedicò all'insegnamento nelle università di Firenze e Siena. A metà degli anni Settanta si accostò alle Br, fino a diventare capo del gruppo insieme a Mario Moretti, dopo il rapimento di Aldo Moro. Gestì il sequestro di Ciro Cirillo ed ebbe l’ergastolo per l’uccisione di Roberto Peci, trucidato il 3 agosto 1981 in un casolare sull'Appia dopo un sequestro durato 53 giorni per l'unica "colpa" di essere il fratello di un pentito. Senzani non ha mai mostrato segni di pentimento e mai si è dissociato dalle Br.

Rolling Stones fanno causa: "La linguaccia è nostra"

La Stampa

Sotto accusa una casa di moda tedesca: «Quell'immagine non è solo loro»


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I Rolling Stones hanno fatto causa a un società d'abbigliamento tedesca per aver usato il logo e simbolo della band senza autorizzazione. Il gruppo musicale ha avviato un'azione legale contro la società New Yorker Fashion, rivenditore di capi di moda, per aver usato l'immagine della bocca con la lingua di fuori sui manifesti delle vendite promozionali e sui cartellini dei capi d'abbigliamento. L'amministratore delegato della società, però, sostiene che quel design non sia esclusivo dei rockers.

Gli avvocati del gruppo, che hanno la sede legale dello studio in Olanda, chiedono un risarcimento di 315mila dollari e una multa di 25mila. Un portavoce della band ha detto al britannico Sun che "come ogni band o le grandi marche proteggiamo tenacemente la nostra proprietà commerciale che siano canzoni, concerti o loghi. Se non si persegue l'uso improprio, si andrebbe a segnare un pericoloso precedente".

Tuttavia l'amministratore delegato della New Yorker Fashion, Fritz Knapp, sostiene che "la linguaccia non è solo degli Stones". "I manifesti - aggiunge - sono stati fatti dal nostro reparto creativo e non lascerò che gli Stones ci vietino di usare la nostra lingua". Lo staff dei negozi, però, ha già rimosso 800 manifesti promozionali e 3mila cartellini dagli abiti che avevano impresso il logo.

I 12 oggetti che hanno cambiato il mondo: anche Vespa fra le superstar del design

Il Messaggero

di Sergio Troise

Un'indagine tra i massimi esperti del settore assegna allo scooter Piaggio un ruolo fondamentale negli ultimi 100 anni. Riconosciuti il contenuto rivoluzionario, lo stile unisex, la capacità di influire su costume e società.


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NAPOLI - La scala mobile, l’Airbus 380, l’impianto stereo di Bang&Olufsen del ’79, il computer Mac di Apple dell’84, il primo motore jet di Frank Whittle. Sono alcune delle geniali creazioni del secolo scorso citatein occasione della Giornata internazionale dell’Industrial Design 2013 proclamata dall’ICSID (International Council of Societies of Industrial Design). Ma nel gotha degli oggetti che negli ultimi cento anni hanno cambiato il mondo (i nostri gusti, le nostre abitudini, il modo di vivere, lavorare, interagire) c’è anche un piccolo grande scooter italiano: è la nostra amatissima Vespa, progettata per la Piaggio dall’ingegnere Corradino D’Ascanio (l’inventore dell’elicottero) nel 1946 e arrivata fino ai giorni nostri in un crescendo di aggiornamenti che ne hanno fatto una icona senza tempo, magicamente sospesa tra l’avanguardia di una tecnologia avanzata e la capacità di rimanere sempre uguale a se stessa. Un mito.

Una indagine della CNN tra 12 esperti internazionali ha assegnato questo ruolo da superstar allo scooter della Piaggio. Il gigante americano dell’informazione Tv ha chiesto agli esperti di individuare le idee che negli ultimi cento anni hanno segnato la creatività industriale e di indicare le più significative e meglio riuscite. Si sono confrontati su questo tema nomi illustri quali l’americano Dick Powell, cofondatore della Design Agency Seymour Powell; il designer olandese Daan Roosegaarde; l’industrial designer gallese Ross Lovegrove; il designer giapponese Yoshiro Nakamatsu; Deyan Sudjic, direttore del London's Design Museum; il professore Miles Pennington, del Royal College of Art di Londra, e l’italiano Gianfranco Zaccai, cofondatore di Continuum, uno dei più grandi studi di consulenza internazionale per il design industriale. L’attenzione degli esperti interpellati dalla CNN si è concentrata sull’arco di tempo compreso tra il 1913 e il 2013, cento anni di storia industriale, progresso, evoluzione dello stile. E alla fine, come detto, la Vespa è rientrata tra i primi dodici oggetti meritevoli di considerazione.

Il giudizio è stato motivato con valutazioni di ampio respiro. “Vespa – è stato spiegato - è parte della storia del design. La sua concezione totalmente rivoluzionaria, il suo progetto nato ponendo la figura umana al centro dell’idea creativa, ne fanno un oggetto degno di figurare nell’Olimpo del design industriale”. Nella nota informativa diffusa dalla CNN, inoltre, si legge che “il design unisex di Vespa è geniale”, e ci si sofferma sul particolare che lo scooter della Piaggio “può essere guidato indifferentemente e con eleganza sia da un uomo raffinatamente vestito, sia da una donna che indossi una gonna”. Non mancano riferimenti al cinema (“immortalata da Fellini in La Dolce Vita, amata dai Beatles, la Vespa ha avuto un impatto profondo sulla cultura e sulla società”), anche se sorprende, in verità, la mancata citazione di “Vacanze romane”, il film del 1953 con Gregory Peck e Audrey Hepburn in cui la Vespa recitò un ruolo da autentica protagonista.


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Piaggio Vespa LX 3 valvole

Piaggio Vespa S 3V



Piaggio Fly 50, un piccolo Gran Turismo
a settembre arriverà anche il 125 cc



Piaggio X10 Executive 500, top scooter:
Abs, Asr e l'iPhone fa parte del cruscotto

Intervista al sindaco De Magistris: «Napoli cambierà, mi ricandido»

Il Mattino

di Marilicia Salvia

«Il peggio è alle spalle, siamo a un nuovo punto di svolta». Sempre forte la scommessa sul turismo


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NAPOLI - Sulla scrivania ha una planimetria del porto, il polmone che ogni mattina soffia sulla città ossigeno in forma di turisti e scambi commerciali ma anche il simbolo forse più rappresentativo dell’immobilismo di certa politica.
A piazza Municipio, sotto le sue finestre, il traffico è scarso ma non abbastanza, non quanto ci si aspetterebbe alla vigilia di Ferragosto. La città non è andata in ferie, la crisi morde e de Magistris lo ha ben chiaro in mente. Ma a un sindaco tocca guardare avanti, disegnare prospettive, cogliere segnali incoraggianti: «E il lavoro che abbiamo fatto negli ultimi mesi - assicura - mi incoraggia a pensare che presto incasseremo risultati positivi. Il peggio è alle spalle, siamo a un nuovo punto di svolta».

Sindaco, è la battuta di Ferragosto? I negozi chiudono uno dietro l’altro, il record di disoccupazione non si è mai allontanato da Napoli. E ora ci si mette anche il Comune, con le tasse più alte che si siano mai viste.
«Lo so, quando spuntano le tasse si immagina un’amministrazione maligna e inefficiente. Ma quelle tasse arrivano nell’ambito di un percorso di risanamento che ha dello straordinario. L’aver aderito al decreto sul predissesto, un decreto per il quale mi sono battuto con forza, alzando la voce con il governo, portando anche il Consiglio comunale a Montecitorio, ci ha consentito di strappare letteralmente il Comune al fallimento. Abbiamo rimesso in circolazione risorse, abbiamo pagato la gran parte dei creditori e un’altra parte sarà pagata entro l’anno. Abbiamo rianimato un’economia che era morta: fino alla primavera scorsa le nostre gare andavano deserte, ora le abbiamo avviate tutte con successo».

Resta il dato di aliquote portate al massimo, un salasso ostico. E d’altra parte lo ha detto lei: basta con i Comuni bancomat. Non pensa che anche i napoletani si siano stufati di fare da bancomat per riparare errori e sprechi fatti anche dentro palazzo san Giacomo?
«Certo che lo penso. Ma una cosa deve essere chiara: noi stiamo pagando eredità disastrose che ci arrivano dal passato. Sprechi ed errori non li abbiamo fatti noi. E il bilancio, che io definisco politico perchè si muove dentro un’impostazione politica precisa, che spalma i sacrifici tutelando le fasce deboli e incentiva comportamenti virtuosi, ebbene quel bilancio ha un obiettivo preciso: portarci a un avanzo già nel 2014, e fuori dal pre-dissesto molto prima dei dieci anni fissati. Sembrano tecnicismi ma l’impatto sarebbe straordinario per l’intera città».

E a quel punto le aliquote sarebbero ribassate?
«Naturalmente. Ma voglio precisare che le aliquote le ha fissate lo Stato e non il Comune. E non è solo questo. Il risanamento lo stiamo realizzando su più fronti, con la grande operazione di fusione e ristrutturazione delle partecipate, e con la messa in rete di tutti i dati che ci consentiranno di abbattere l’evasione. Su questo fronte non era mai stato mosso un dito. Basti pensare alle contravvenzioni stradali: prima del nostro intervento se ne incassava il 20% del totale, ora siamo arrivati a superare il 50%. E non è solo una questione di soldi, lo so bene quanto sia sgradevole per chi si mette in regola sapere che invece i furbi non saranno puniti. È una questione di legalità, e su una cosa non ci può essere dubbio: questa è una giunta che mette legalità e trasparenza al primo posto».

A proposito di multe: che ne sarà dell’assessore Tommasielli? Se la riprende in giunta o la manda a casa?
«Questa storia mi ha profondamente colpito. Mi sono anche molto arrabbiato con Pina, gliel’ho detto con chiarezza: al suo parente - che avrebbe dovuto evitarsela, quella telefonata - doveva semplicemente consigliare di chiedere informazioni ai vigili urbani. Invece si è a sua volta informata, e questo ha dato adito a ombre. Ma ci ho pensato molto, e alla fine dico che è un errore che si può perdonare. La Tommasielli è risorsa preziosa, è brava, è seria e ha passione».

Dimissioni respinte, dunque. E Sodano, a sua volta indagato?
«Questa è una storia diversa. Sodano ha assegnato una consulenza, cosa alla quale io sono contrario. Avrebbe dovuto dirmelo, su questo ci siamo chiariti: nel merito, comunque, lui assicura di essersi mosso rigorosamente nei binari della legge. La magistratura farà il suo corso, ma la sua permanenza in giunta non è mai stata in discussione».

E allora dentro tutti e due. D’altra parte le porte girevoli della sua giunta hanno battuto ogni record di movimento. «Sì, ho cambiato molti nomi. Ma ora posso dire di avere una giunta forte. Compatta, motivata, politica e tecnica in una giusta miscela».

Quella dei primi tempi non lo era?
«Era la squadra della campagna elettorale. Una giunta di amici, anche se per come è andata con qualcuno di loro non potrei neppure definirli così. Poi le cose cambiano».

Nel frattempo è diventato più politico anche lei.
«Io non nasco politico, non ho un partito alle spalle, sto imparando a fare il sindaco. Chiaro, posso fare degli errori, come tutti. Da parte mia ci metto passione e il mio amore per Napoli che è assoluto, sconfinato».

Come se bastasse. Lo sa cosa si dice in giro? Che ora lei un partito lo sta cercando. Il Pd, nella fattispecie. Per candidarsi alle politiche, o ricandidarsi sindaco... Si spiegherebbero così i suoi continui appelli alla collaborazione.
«Io ricandidato sindaco? Non lo nascondo, l’idea mi intriga. D’altra parte è abbastanza naturale per il primo cittadino di una grande città immaginare di confrontarsi sul lungo periodo, sulla sua capacità di incidere sul cambiamento in un ciclo di dieci anni. Ma le mie aperture al Pd non c’entrano con questo, assolutamente. A me sembra normale, logico cercare il dialogo con loro, che sono un grande partito. E d’altra parte io ho rapporti di stima, di amicizia e collaborazione con tanti sindaci del Pd, da Fassino a Renzi a Emiliano, fino a Ignazio Marino a Roma. Resto stupito quando leggo che secondo il segretario provinciale del Pd devo andare a casa perchè non ho un’idea, una visione di città».

E invece lei questa idea ce l’ha?
«Chiarissima. Ed è un’idea sulla quale mi confronto continuamente non solo con i miei assessori ma con esponenti del governo, da Orlando a Delrio, ma anche con il ministro Alfano e con lo stesso presidente Letta. E mi confronto, in un rapporto di stima reciproca e di collaborazione istituzionale, con il presidente della Regione Caldoro. Insieme stiamo andando avanti su progetti importanti, da Bagnoli a Scampia, e adesso sui tre grandi progetti per Napoli Est, polo fieristico e il centro storico che saranno attuati nel giro di due anni e che rivoluzioneranno strade, illuminazione, condizioni strutturali. Ecco, mi devono proprio spiegare come fanno a dire che non ho una visione di città».

Sembra quasi che lei, da sindaco senza partito, debba trovare una legittimazione politica. «Non è così. D’altra parte io faccio il sindaco e non ho il tempo di mettermi a fondare partiti o movimenti, mi basta l’errore fatto con Ingroia alle politiche. Io dico che Napoli è un grande, importante laboratorio dove forze politiche diverse lavorano fianco a fianco, e in dialettica continua con le forze sane della città, per costruire un futuro positivo. In questo Napoli è avanti, ancora una volta più avanti di altre città».

Veramente le chiamano larghe intese, e le stanno attuando a Palazzo Chigi. «Ma a Napoli le distinzioni ideologiche restano nette. Sulle partecipate, ad esempio: abbiamo salvato posti di lavoro e messo le basi per il risanamento di tutto il sistema dei trasporti su gomma senza vendere nulla. Da settembre, lo dico con grande soddisfazione, avremo il doppio dei mezzi pubblici su strada, finalmente adeguati al fabbisogno dei cittadini. E con la riforma della Napoli Servizi abbiamo avviato il processo di gestione interna del patrimonio. Perchè dovevamo vendere o dismettere a tutti i costi? A me interessa, e molto, coinvolgere i privati, che devono essere motivati a investire. Abbiamo privati pronti a a investire su Napoli Est, sulle Terme di Agnano, lo zoo, Edenlandia, l’ippodromo: io lo chiamo privato sociale, privato del bene comune. Quello che deve finire è la commistione affaristica tra pubblico e privato. E l’idea secondo cui il pubblico non è in grado di amministrare i beni della città».

Non negherà che la macchina comunale si muove come un pachiderma. Persino i costi della burocrazia sono da record. Ed è da record un capo di gabinetto che ha più poteri di lei.
«Effettivamente Attilio Auricchio è sovraccarico di compiti. Da settembre gli affiancherò un vice. E al suo posto nominerò un nuovo capo dei vigili urbani».

Lo ha già scelto?
«È una persona di grande competenza e professionalità, appartenente alle forze dell’ordine. Stiamo completando le pratiche amministrative, quindi per ora niente nomi».

Nessun passo indietro sui rifiuti?
«Resto contrario agli inceneritori, anche quello di Giugliano, e giudico scorretta la decisione dell’assessore Romano sugli Ato. Ho chiesto a Caldoro e Orlando di darci la possibilità di costruire la nostra impiantistica, per diventare autosufficienti: sono convinto che fra due anni avremo un sistema che altri prenderanno a modello».

Ma intanto il porta a porta stenta a decollare. E la nostra spazzatura è un affare solo per altri Paesi.
«Il trasporto sulle navi ci sta facendo risparmiare un sacco di soldi. Altre città, Reggio Calabria, Roma, Palermo ci stanno chiedendo informazioni. Stiamo varando tre ecodistretti per il compostaggio in altrettante municipalità. Non è che tutti devono essere d’accordo e io non faccio la guerra a nessuno, ma voglio essere messo in condizioni di realizzare il mio progetto. Ecco, in questo rivendico autonomia, la stessa che chiedo sul piano dell’imposizione fiscale».

Sta nascendo il de Magistris federalista? «Perché no: probabilmente è l’ora di un’altra grande stagione dei sindaci, di un federalismo delle autonomie locali. Credo che la forza propulsiva che arriva dall’Anci, anche con le ultime iniziative di Fassino, possa veramente essere decisiva per il Paese».

Resta il fatto che i sindaci difficilmente riescono a imporre i loro progetti, se non hanno dalla loro il consenso popolare. Lei lo sente ancora il consenso della gente? Anche di recente, con la protesta per la Villa comunale, una certa tensione tra l’amministrazione comunale e alcuni strati in particolare della borghesia si è mostrata con evidenza. Dopo due anni dalla sera della famosa bandana è diventato meno rivoluzionario lei o più esigenti i napoletani?
«Il contatto con la gente per me resta importante e ho dimostrazione continua di incoraggiamento, di consenso. Anche con la borghesia, i ceti cosiddetti produttivi i rapporti stanno migliorando, il clima è di reciproco ascolto. Se invece per borghesia intendiamo quella che io definisco mafiosa, i rappresentanti di certi blocchi di potere che dal nostro nuovo modo di lavorare, improntato alla massima trasparenza, hanno smesso di trarre profitto, allora non c’è da aggiungere nulla. Fin dal primo giorno è stato chiaro che non potevano avere e non avranno nulla a che fare con noi».

Teme più questo tipo di infiltrazioni o quelle della camorra? «Contro la camorra l’atteggiamento è di tolleranza zero. Anche le inchieste di questi giorni sulle occupazioni abusive, alle quali i nostri vigili urbani stanno attivamente collaborando, dimostrano che abbiamo ragione noi: non c’è spazio per nessuna sanatoria. D’accordo con polizia e carabinieri cacceremo chi non ha diritto a stare in quelle case, salvaguardando i diritti dei veri bisognosi».

L’esito della rapina di Posillipo, e i commenti che ha suscitato, dimostrano che tra i napoletani è crescente il senso di esasperazione. Come si sente nei panni del sindaco di una città che scrive «meno due» a proposito dei rapinatori ammazzati?
«Dico che è una reazione inaccettabile ma comprendo perfettamente la rabbia. Napoli non è più insicura di altre città ma non per questo dobbiamo rassegnarci. Sto firmando una direttiva per l’istituzione di presìdi fissi di vigili urbani nelle zone più frequentate da turisti e giovani. Allo stesso tempo mi aspetto che questore e prefetto facciano pressione sul governo per avere più uomini e mezzi. Dobbiamo pretendere standard maggiori di sicurezza per i nostri cittadini e anche per i turisti che finalmente stanno tornando in gran numero in città».

Turisti attratti da che cosa, sindaco? Piazza Plebiscito è un contenitore vuoto, il mare è negato, il centro storico nel degrado. A che punto è il tavolo con la Soprintendenza? Che ne sarà del progetto sul lungomare che avete presentato ieri, di fronte a possibili frenate di cittadini contrari, giudici amministrativi e sedicenti tutori del paesaggio?
«Sul progetto per il lungomare crediamo molto, siamo certi che potrà dare un segno caratterizzante della nostra amministrazione. Ammetto che il rapporto con il soprintendente Cozzolino non è facile: ad ogni apertura corrisponde puntualmente una frenata. La polemica su piazza Plebiscito, che si è conclusa con una nostra vittoria al Tar, ci è costata moltissimo in termini di immagine ma anche di soldi: molti concerti sono stati spostati per il timore di uno stop all’ultimo momento.

Ma il ritorno in massa dei turisti è un merito che rivendico con orgoglio, ed è coinciso con la prima edizione della Coppa America che io ho voluto a tutti i costi: non dimentichiamo che un mese prima avevamo la città invasa dai rifiuti. Adesso alberghi e ristoranti sono pieni, gli operatori sono soddisfatti. Il lungomare? È chiaro che ascolteremo tutti, poi però decideremo noi. D’altra parte è tempo di restituire il mare alla città. E sono certo che Cozzolino, che ha dimostrato di apprezzare i solarium posti sugli scogli davanti ai Circoli, si dimostrerà sensibile. In ogni caso fin da ora dico che non ci faremo ingessare il territorio: il rispetto delle regole e la tutela del paesaggio sono imprescindibili, le fisime burocratiche molto meno».

Sui grandi eventi intanto la confusione è grande: il cartellone del Forum delle culture è tutto un punto interrogativo.
«Di eventi abbiamo un calendario lungo così fino a novembre, e anche il Forum, lentamente e con un budget relativo, sta prendendo forma. Abbiamo dimenticato che si era partiti ipotizzando 150 milioni di investimenti? Ne avremo soltanto 11, ma io sono contento così: abbiamo bisogno di eventi, non di grandi eventi. Siamo la città dei contrasti, delle emozioni, e su questo dobbiamo puntare rivolgendoci soprattutto ai giovani. Ecco, per il Ferragosto del 2014, fra un anno, vorrei poter vedere la città invasa dai giovani di tutta Europa, a caccia della nostra arte, dell’archeologia industriale, dei cantieri di trasformazione urbana. Un po’ come facevamo noi a Londra, quando da ragazzi ci facevamo affascinare dai Dok’s in ristrutturazione».

Un anno fa, invece, ci raccontò di un progetto che fece molto discutere: il parco dell’amore, un quartiere a luci rosse stile Amsterdam... non se n’è fatto più nulla. «Non è vero. Il progetto è pronto, il mese prossimo lo presenteremo. Abbiamo individuato una zona per togliere le prostitute dalle strade, ma anche un’altra area, molto riservata e confortevole, destinata a chi cerca intimità. È una soluzione intelligente e civile».

 
giovedì 15 agosto 2013 - 08:08   Ultimo aggiornamento: venerdì 16 agosto 2013 08:14

Arriva Saymetruth, il social network per restare anonimi

La Stampa

Una startup armena lancia una piattaforma per scambiare messaggi e informazioni con gli amici preservando l’identità

antonino caffo

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È un po’ il paradosso del web 2.0: le persone fanno di tutto per farsi conoscere, creare reti e relazioni, metterci la faccia nell’io personale lanciato su internet e poi vorrebbero non averlo mai fatto. Sono tanti i lati positivi del frequentare i social network ma non mancano i negativi: dallo stalking alla pedofilia, fino al cyberbullismo. Così una startup con sede in Armenia ha pensato di sviluppare un proprio social network dove tutti possono scambiarsi messaggi e opinioni restando nell’anonimato.

Si tratta di Saymetruth.com che è stato lanciato in questi giorni in versione beta. “Ci sono un sacco di cose che anche i migliori amici, familiari o parenti vorrebbero dire agli altri ma non possono – dice Alexander Adamyan, co-fondatore di Saymetruth – a volte una ragazza non può dire alla sua migliore amica che le sue scarpe non sono in tono con il vestito, un marito a sua moglie che ha comprato un altro smartphone o un figlio al padre che il sabato sera si diverte con gli amici al bar. Le ragioni per non dire la verità sono molte, tra tutte il fatto che ci preoccupiamo che la persona di fronte a noi possa fraintenderci, capire male e sentirsi a disagio. Tuttavia crediamo che ci siano delle cose che le persone debbano sapere su loro stessi e se non siamo in grado di dirlo apertamente possiamo farlo in incognito”.

Uno dei punti chiave di Saymetruth è che gli utenti devono dimostrare di conoscere una persona prima di inviarle un messaggio anonimo. Per farlo bisognerà indicare il numero di cellulare o, per chi si registra, averli nella propria lista amici di Facebook. Le persone non sono tenute a registrarsi se vogliono semplicemente contattare i loro amici. Serve solo digitare il nome dell’altro e inviare un messaggio anonimo. Chi vuole può utilizzare la funzione Facebook Connect per creare un proprio profilo e vedere la cronologia delle interazioni con gli altri. 

Secondo gli sviluppatori, il network potrebbe aiutare le persone ad essere migliori. “Se una persona sa che esiste un sito dove poter raccontare la verità ad un proprio amico senza farlo nella vita reale, smetterà di sparlare alle spalle, andando diritto al sodo con un messaggio anonimo”. Certo l’anonimato non è mai indice di verità e certezza però può essere un modo come un altro per rendere una verità meno dolorosa, almeno da dire di persona. “Non c’è possibilità di essere scoperti su Saymetruth – continuano dal team – non serve nessun dato personale. Qua nessuno vi spia”. Ipse dixit. 

Troppo bella per governare»: esclusa dal Consiglio comunale

Corriere della sera

Nina Siakhali Moradi, 27 anni, contestata per il suo aspetto: aveva avuto 10mila preferenze alle elezioni a Qazvin

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Nina Siakhali Moradi ha 27 anni, è laureata in architettura, disegna siti web e alle ultime elezioni in Iran ha raccolto 10mila voti nella città di Qazvin, a nord del Paese. Un numero di preferenze che l’ha portata ad essere la prima tra i non eletti del nuovo consiglio comunale cittadino: al 14esimo posto su 163 candidati. Così quando il consiglio si è riunito la prima volta– racconta il sito Iranwire – e il candidato Ali Farazad è stato nominato sindaco lasciando libero il suo posto da consigliere, Moradi era pronta a entrare attivamente nella vita politica della sua città. Ma questo non è accaduto: è ritenuta «troppo bella» per governare.

«NON VOGLIAMO UNA MODELLA» - «Quasi 10.000 persone mi hanno votato - ha detto la stessa Moradi ai media locali – ed è mio diritto entrare nel Consiglio comunale. Ma questo non sta accadendo, perchè?». Il “caso” è iniziato a “montare”, anche perché Moradi non era passata inosservata neppure durante la campagna elettorale, dominata da uomini anziani e per lo più conservatori. Tanto che, come racconta «Al Arabiya», un gruppo religioso aveva già protestato per i manifesti «volgari e anti-religiosi» della donna. Alla fine Seyed Reza Hossaini, rappresentante di Qazvin in Parlamento ha spiegato che i voti della 27enne erano stati «annullati» perché il comitato di revisione elettorale del consiglio non aveva«approvato le sue credenziali». In sintesi, come ha confessato più esplicitamente un alto funzionario della città al «Times»: «Non vogliamo una modella da passerella nel consiglio».

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I DIRITTI DELLE DONNE – Anche se c’è chi sostiene che Moradi sia stata eletta solo grazie alla sua bellezza (che paradossalmente però ora la penalizzerebbe), molti osservatori sottolineano come la sua campagna fosse incentrata su due temi molto «caldi» nella politica iraniana. Con lo slogan «Idee giovani per un futuro giovane», la 27enne aveva puntato sul riconoscimento dei diritti delle donne e su un maggior coinvolgimento dei giovani nella vita politica. Almeno per quanto riguarda il primo punto, anche il nuovo presidente iraniano, Hassan Rohani, ha promesso dei cambiamenti. «Creerò un ministero per le questioni femminili per restituire i loro diritti calpestati», ha detto in un dibattito in tv. Come primo passo pochi giorni fa ha annunciato la nomina di una donna, Elham Aminzadeh, alla vicepresidenza.


16 agosto 2013 | 4:20