giovedì 15 agosto 2013

A decidere la pena di Silvio sarà il giudice che ha liberato l'uomo che gli tirò la statuetta

Libero


Cattura
Ci sono domiciliari e domiciliari. E affidamenti ai servizi sociali e affidamenti ai servizi sociali. Mentre si discute febbrilmente quale possa essere il destino di Silvio Berlusconi, che (grazia non intervenendo) dovrà decidere entro il 15 ottobre quale forma di pena alternativa al carcere scontare, Il Fatto quotidiano (notoriamente addentro ai Palazzi della giustizia) rivela chi sarà a decidere come l'ex presidente del Consiglio, condannato a 4 anni per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset, dovrà scontare quella pena. Che sia l'affidamento in prova ai servizi sociali (dove, con che modalità, con che orari), o la detenzione domiciliare (dove, con che orari d'uscita, ecc...).

Ebbene, la toga del Tribunale di sorveglianza in questione, manco a dirlo, è una donna e si chiama Beatrice Crosti. L'assegnazione è stata puramente casuale, nel senso che i fascicoli vengono assegnati ai vari magistrati in base alla lettera d'inizio del cognome e alla Crosti è toccata la B di Berlusconi. Eppure, il fato ha voluto che a Silvio venisse assegnato un giudice con un precedente a dir poco singolare: la Crosti, infatti, è la stessa che alcuni anni fa ha concesso la libertà vigilata a Massimo Tartaglia, l'uomo che nel dicembre 2009, a Milano, lanciò una statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi, ferendolo gravemente. Beatrice Crosti non è però un giudice liber-tutti: spulciando nella sua storia personale, infatti, si scopre che fu lei a negare un permesso premio a Ruggero Jucker, il giovane milanese che strafatto di cocaina massacrò la fidanzata nel 2002; e esempre lei ha negato l'affidamento in prova ai servizi sociali a Fabrizio Corona. Come si comporterà, tra qualche settimana, nei confronti del suo "fascicolo" più delicato?




Caso Ruby, chi sono le tre giudichesse che lo hanno condannato

Libero

A condannare Berlusconi sono state tre donne: la Turri, la De Cristofaro e la D'Elia che già lo aveva processato per la Sme


Cattura
A condannare Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione e all'interdizione a vita dai pubblici uffici nel primo grado del processo Ruby sono state tre toghe rosa. Tre giudichesse che hanno propeso per una sentenza pesantissima, ancor peggiore delle richieste di Ilda Boccassini. Una sentenza con cui si cerca la "castrazione" e l'"ergastolo politico" del Cav. Il collegio giudicante della quarta sezione penale del Tribunale di Milano che è entrato a gamba tesa contro il governo Letta e contro la vita democratica italiana era interamente composto da donne, tanto che alcuni avevano storto il naso pensando che la matrice "rosa" del collegio avrebbe potuto avere il dente avvelenato in un caso così discusso e pruriginoso. Un dente avvelenato che ha puntualmente azzannato Berlusconi.

Il giudice di Corona - A presiedere il colleggio è stata Giulia Turri, arrivata in Tribunale dall'ufficio gip qualche mese prima del 6 aprile 2011, giorno dell'apertura del dibattimento. Come gup ha giudicato due degli assassini del finanziere Gian Mario Roveraro, sequestrato e ucciso nel 2006, pronunciando due condanne, una all'ergastolo e una a 30 anni. Nel marzo del 2007 firmò l'ordinanza di arresto per il 'fotografo dei vip' Fabrizio Corona, e nel novembre del 2008 ha rinviato a giudizio l'ex consulente Fininvest e deputato del Pdl Massimo Maria Berruti. Uno degli ultimi suoi provvedimenti come gip, e che è salito alla ribalta della cronaca, risale al luglio 2010: l'arresto di cinque persone coinvolte nell'inchiesta su un presunto giro di tangenti e droga nel mondo della movida milanese, e in particolare nelle discoteche Hollywood e The Club, gli stessi locali frequentati da alcune delle ragazze ospiti delle serate ad Arcore e che sono sfilate in aula.

Il giudice del primario - La seconda giudichessa è stata Orsola De Cristofaro, con un passato da pm e gip, che è stata giudice a latere nel processo che ha portato alla condanna a quindici anni e mezzo di carcere per Pier Paolo Brega Massone, l'ex primario di chirurgia toracica, imputato con altri medici per il caso della clinica Santa Rita e che proprio sabato scorso si è visto in pratica confermare la condanna sebbene con una lieve diminuzione per via della prescrizioni di alcuni casi di lesioni su pazienti.

Il giudice del processo Sme - Carmen D'Elia invece è un volto noto nei procedimenti contro il Cavaliere: nel 2002, ha fatto parte parte del collegio di giudici del processo Sme che vedeva come imputato, tra gli altri, proprio Silvio Berlusconi. Dopo che la posizione del premier venne stralciata - per lui ci fu un procedimento autonomo - insieme a Guido Brambilla e a Luisa Ponti, il 22 novembre 2003 pronunciò la sentenza di condanna in primo grado a 5 anni per Cesare Previti e per gli altri imputati, tra cui Renato Squillante e Attilio Pacifico. Inoltre è stata giudice nel processo sulla truffa dei derivati al Comune di Milano.




Chi sono le tre "giudichesse" che hanno spolpato il Cav e arricchito Veronica

Libero

Con la loro sentenza hanno stabilito che Berlusconi stacchi un assegno da record alla Lario. E il tribunale di Milano "processa" Silvio per l'attacco alle toghe

di Andrea Morigi



Cattura
Sono Gloria Servetti, Nadia Dell’Arciprete e Anna Cattaneo le «giudichesse» definite «femministe e comuniste» da Silvio Berlusconi. Un po’ di risentimento è più che comprensibile, nei confronti di chi gli ha imposto di versare 100mila euro al giorno all’ex moglie Veronica Lario.
Di loro si sa poco.’unico particolare che trapela è più argomento da cronaca rosa che da resoconto di giudiziaria. A rivelarlo, fra l’altro, è Gabriele Albertini, candidato alla presidenza della Lombardia, ora passato nello schieramento centrista di Mario Monti. Dice che fra i giudici che hanno deciso sul divorzio Berlusconi-Lario «c’è anche una mia ex fidanzata, è Anna Cattaneo.

È molto vicina alle nostre posizioni, ha votato per me e per il partito in cui mi trovavo, il Pdl», rivela l’ex sindaco di Milano alla Zanzara, su Radio 24. A suo giudizio si tratta di «una deliziosa persona con cui sono in buonissimi rapporti, ho pure celebrato il suo matrimonio. E pensate che incontrandola più volte non mi ha mai detto che aveva in carico il divorzio di Berlusconi. Non è comunista, non è femminista. È una persona bellissima, una brava mamma e una persona di cui ho una grande stima». Magari sarà anche aumentata, nella sua considerazione, ora che ha colpito duramente, per di più nel patrimonio, il suo principale avversario politico.

Berlusconi, quando glielo raccontano, sorride e commenta: «Sarà stata in minoranza visto che erano in tre». Sul lavoro, le «giudichesse» sono stakanoviste. E Stakanov, si sa, era un comunista modello. Soprattutto Gloria Servetti, la presidente della Nona Sezione del Tribunale di Milano, quella dedicata alla famiglia, alle separazioni e ai divorzi. È arrivata a gestire oltre 260 casi di separazione in una sola mattinata. Impossibile non passare sotto la sua decisione, soprattutto se si tratta di un caso così delicato in termini di privacy. Naturale che sotto la sentenza di primo grado ci sia la sua firma. Del resto ha presieduto la prima seduta della separazione Lario-Berlusconi.

Al palazzo di giustizia la descrivono come un magistrato molto esperto nel suo ambito e altrettanto dedito al suo lavoro. In difesa dell’intero collegio, intanto, si schiera tutto il Palazzo di giustizia milanese. Il presidente della Corte di Appello, Giovanni Canzio e il   presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro, diffondo una nota con cui «intendono respingere con fermezza ogni insinuazione sulla non terzietà delle giudici del Tribunale, componenti del Collegio giudicante nella causa Bartolini-Berlusconi, essendo a tutti nota la diligenza e la capacità professionale delle stesse, quotidianamente impegnate nella fatica della giurisdizione nella delicata materia del diritto di famiglia».

Gli alti magistrati «rammentano che la raccomandazione del Comitato dei ministri della Giustizia del Consiglio d’Europa, prescrive ai rappresentanti dei poteri esecutivo e legislativo di evitare, nel commento delle decisioni dei giudici, ogni espressione di  dileggio che possa minare la fiducia dei cittadini nella magistratura e compromettere il rispetto sostanziale delle medesime decisioni».   Infine «sottolineano che le norme del codice di rito civile consentono  agli interessati di impugnare i provvedimenti giudiziari e sulla relativa impugnazione la Corte d’Appello eserciterà, come di consueto, il puntuale controllo critico della decisione di primo grado  per i profili della legittimità e del merito».

«Non voglio entrare nel merito della separazione ma la giurisprudenza consolidata sia della Cassazione sia delle corti di merito ha da lungo tempo elencato i criteri alla base della valutazione e tenuti presenti dai giudici della nona sezione del tribunale di Milano», afferma ancora la Pomodoro in merito alla sentenza. Sono criteri, ha spiegato Pomodoro, che «tengono conto di tutte le variabili alla fine di una relazione tra due persone e se sono stati mal usati dai giudici della nona sezione lo diranno i giudici del secondo grado». Silvio può ancora sperare, insomma. Del resto, lo ha ammesso anche lui, ieri sera a Porta a porta, che ci sono alcuni «magistrati onesti», sebbene ci sia una parte «di magistrati con un filo rosso e di pm che utilizzano la giustizia a fini politici».




Berlusconi, il suo destino in mano a un giudice

Libero

La scadenza del 15 ottobre si avvicina. Entro quella data l'ex premier dovrebbe decidere tra domiciliari e servizi sociali. Poi ogni sua mossa sarà decisa da un giudice


Cattura
Silvio Berlusconi per ora resta alla finestra. Dopo la nota del Colle che apre ad una possibile ipotesi di grazia, Berlusconi non commenta le decisioni di Napolitano. L'ex premier secondo alcune indiscrezioni starebbe studiando la prossima mossa insieme ai suoi legali. “Io davvero non so che dire, non so bene come giudicare tutto questo. Ci sono passaggi che sembrano andarmi incontro, altri che non si capiscono, alcune sembrano aperture, altre no, anche la questione dell’agibilità politica, se resta con le pene accessorie o no non è chiaro. E questo è un punto cruciale. Devo riflettere, devo vedere quali possono essere le prossime mosse. Perché per me continua ad essere insopportabile l’idea di dover scontare una condanna per una colpa che non ho commesso. Io sono innocente, e mi indigna passare per colpevole, dovermi trovare privato dei miei diritti politici, della mia libertà personale. Tutto questo è intollerabile”, queste le parole del Cav raccolte dal Corriere.

Chiedi la grazia
- Gli avvocati, Ghedini e Longo, sono in pressing su Silvio perchè si convinca a chiedere la grazia. "Se andiamo alla crisi per te sarà peggio, non avrai più alcuno scudo, mentre se accetti la sentenza manterrai quello del governo e quello del Quirinale”, avrebbero detto i suoi legali al Cav. Insomma nell inner circle di Berlusconi c'è un cauto ottimismo. Ma grazia a parte resta il nodo sull'agibilità politica. Lì si apre una nuova partita. Non è stato ancora chiarito il ruolo del Cav qualora venisse affidato ai servizi sociali.

Le scadenze -  Il tempo stringe. Entro il 15 ottobre Berlusconi dovrà scegliere come scontare la pena: domiciliari o servizi sociali. Questo il bivio. Sulle sue dimissioni da senatore il Cav non ha ancora deciso. I nodi da sciogliere sono tanti. Ma le decisoni vanno prese in fretta. Dopo il "no" di Marina ad un impegno in politica l'agibilità del Cav diventa un nodo cruciale. Se il Cav dovesse essere fatto fuori dai giochi un'eventuale campagna elettorale per Forza Italia sarebbe tutta in salita. I falchi avvertono Silvio: "Non cadere nelle trappole".

In mano alle toghe - Intanto comunque vada il destino di Silvio per il momento resta in mano alle toghe. I giudici saranno l'ago della bilancia per l'agibilità politica del Cav. Se dovesse decollare definitivamente l'ipotesi di un voto anticipato il Cav per qualunque mossa, interviste, comizi o incontri politici dovrebbe chiedere l'autorizzazione ai giudici di sorveglianza. Infine c'è attesa per la decisione della Corte d'appello di Milano che dovrà sciogliere il nodo sull'interdizione dai pubblici uffici. Ricordiamo che la pena accessoria per il momento è sospesa e dovrà essere ridefinita dai giudici di secondo grado. Il Pg della Cassazione aveva chiesto una riduzione da 5 a 3 anni. Il verdetto della corte probabilmente sarà quello più atteso. In mezzo c'è la possibilità del Cav di candidarsi alle prossime elezioni. E con Marina (momentaneamente) fuori dall'arena, la candidatura del Cav sarebbe quasi scontata.

 (I.S.)

Pechino, i segreti della «villa sul tetto» svelati dalle riprese con il drone

Corriere della sera

Le spettacolari immagini della casa di roccia nel quartiere residenziale di Haidian
DAL NOSTRO INVIATO

CatturaPECHINO - In attesa della demolizione, perché non darci un’occhiata dall’alto? Mentre la «villa sul tetto» di un grattacielo fa parlare tutta Pechino (e non solo), un intraprendente appassionato di modellismo è riuscito a girare un filmato di un minuto già diventato virale suo YouKu, il YouTube cinese, dove in poche ore è stato visionato oltre mezzo milione di volte. Forse perché «Flycam», questo lo pseudonimo utilizzato per postare il video, ha usato una telecamera appesa a un mini-elicottero - insomma: un drone - dirigendola in cima al palazzo, nel quartiere residenziale del distretto pechinese di Haidian, dove l’incredibile villa fa bella mostra di sé, come un castello appollaiato sul cucuzzolo di una montagna.

Pechino, in cima al grattacielo la casa fatta di roccia Pechino, in cima al grattacielo la casa fatta di roccia Pechino, in cima al grattacielo la casa fatta di roccia Pechino, in cima al grattacielo la casa fatta di roccia Pechino, in cima al grattacielo la casa fatta di roccia

SPETTACOLO - Lo spettacolo dura poco più di un minuto e svela finalmente come è fatta nei particolari la magione di 800 metri quadrati di Zhang Biqing, il proprietario, un medico esperto in medicina tradizionale cinese, noto soprattutto per essere un attaccabrighe. Zhang ha promesso che rispetterà l’ordine della municipalità di abbattere la sua casa «entro quindici giorni». Ma sono pochi quelli che si fidano. Intanto, grazie al video virale, è possibile scoprirne i segreti: l’ampio terrazzo, la serra, addirittura la piscina e i giardini pensili che evidentemente danno l’impressione di vivere nella natura, con una vista tanto spettacolare quanto insolita sulla capitale cinese.

Cina: la casa di roccia sul tetto del grattacielo (13/08/2013)

1
PRECISAZIONI - Zhang, che durante i lavori era arrivato al punto di picchiare un anziano vicino che si lamentava per i danni al suo appartamento (tanto da costringerlo a fare i bagagli e traslocare), in realtà non butterà giù l’intera struttura abusiva. Lui vorrebbe abbattere soltanto la serra e qualche altro minimo particolare come i supporti per le piante. Ma non certo le «rocce finte» perché, sostiene, «aiutano a isolare gli interni dal calore estivo». La sua casa, insomma, rimarrà lassù, sul tetto del grattacielo, ancora a lungo. In bella vista.

15 agosto 2013 | 13:41

Box del sesso», così Zurigo dichiara guerra alla prostituzione in strada

Corriere della sera

Dal 26 agosto apriranno i cosiddetti «garage del sesso» nel quartiere di Altstetten. Soddisfatti i residenti

Conto alla rovescia in Svizzera per i «box del sesso»: dal 26 agosto apriranno a Zurigo, nel quartiere di Altstetten, delle sottospecie di garage sistemati come stanza in cui le prostitute presteranno i loro servizi ai clienti che si potranno avvicinare in auto, parcheggiare lì davanti e non disturbare in strada. E' una soluzione che vuole contrastare il fenomeno della prostituzione alla luce del sole: dal giorno dell'apertura degli speciali box, infatti, non saranno più tollerate ragazze seminude sui marciapiedi, che attirano i clienti in modo sguaiato offrendo prestazioni sotto gli occhi di tutti.

STANZETTE SVIZZERE - Lo spazio, che può essere raggiunto solo in auto (e senza altri passeggeri a bordo), sarà aperto tutti i giorni dalle 19 di sera alle 5 di mattina. E' chiuso durante il giorno ed è videosorvegliato. Soddisfatti - ovvio - gli abitanti della zona del Sihlquai che per lungo tempo si sono battuti contro il disturbo causato dalle ragazze. Il progetto dei box riservati alle lucciole, che segue il modello di Utrecht, Essen e Colonia, vuole da una parte migliorare le condizioni di lavoro delle stesse, dall'altra ridurre i tanti disagi per i residenti.

 Zurigo, da agosto i «sex box» Zurigo, da agosto i «sex box» Zurigo, da agosto i «sex box» Zurigo, da agosto i «sex box» Zurigo, da agosto i «sex box»

PROSTITUZIONE - I clienti delle prostitute potranno entrare con la propria auto nei box (nove in totale) e lì «acquistare» le prestazioni, fa sapere l'Agenzia telegrafica svizzera. Oltre a ciò, nella zona ci saranno un posto d'assistenza per le prostitute così come i bagni. In Svizzera la prostituzione non è illegale, e le ragazze, provenienti soprattutto dai Paesi dell'est, non possono essere accusate. Solo in caso di abusi o tratta di esseri umani le forze dell'ordine possono intervenire. Il costo dei box è di 2,4 milioni di franchi svizzeri, pari a quasi 2 milioni di euro.

15 agosto 2013 | 15:09

Jesus Christ Superstar compie 40 anni

La Stampa

Il 15 agosto 1973 usciva il film basato sulle musiche del celebre album



Cattura
Un album, un musical, un film. Tre elementi tenuti insieme dal grande successo e dalle grandi polemiche che sollevarono in quegli anni '70 che li videro nascere. Era il settembre del 1970 quando uscita il doppio album Jesus Christ Superstar (cliccate qui per ascoltarlo integralmente), suonato da una super band con alcuni dei migliori musicisti della scena rock inglese e Ian Gillan, il cantante dei Deep Purple, che interpretava Gesù Cristo. Andrew Lloyd Webber aveva 22 anni, Tim Rice 26 e i loro nomi non dicevano moltissimo. Nell'ottobre dell'anno seguente, sul palco di Broadway, andava in scena il musical che in poco tempo iniziò poi a fare il giro del mondo.

Oggi si celebrano i quarantanni dall'uscita del film diretto da Norman Jewison (cliccate qui per la versione integrale in inglese). Una pellicola che per la società cattolica del tempo fu un vero e proprio choc: dall'accostamento della vita di Gesù intervallata da quel rock'n'roll che in tanti associavano alla musica del peccato, a quel mondo che sapeva molto di hippy e poco di storico; da quel Giuda traditore, impersonificato da un uomo di colore, al fascino esotico di Maria Maddalena. Tante discussioni, tante polemiche per un film che ha dettato, al di là di questo aspetto, ha dettato i canoni per un nuovo cinema, pellicole che portavano sul grande schermo il concetto di musical. la musica del peccato. Innovazione che è rimasta a lungo nel tempo, molto di più delle polemiche portate via con il mutare della società.

Barbara Bouchet compie 70 anni «Al cinema nuda ma con classe»

Il Mattino

di Gloria Satta


Cattura
ROMA - Buon compleanno a Barbara Bouchet, che domani compie 70 anni. Bomba sexy a 30, quando contendeva a Edwige Fenech il ruolo di primadonna delle commedie erotiche italiane (titoli cult: Una cavalla tutta nuda, La svergognata, Spogliamoci così senza pudor...), Barbara è oggi una signora sempre bellissima che affronta con una risata il passare del tempo. Con 200 film all’attivo, due figli (uno è lo chef Alessandro Borghese) e la venerazione dichiarata del “dio” Tarantino, notoriamente innamorato dei b-movies italiani. «Ho avuto una vita magnifica», dice Bouchet, «e non ho conti in sospeso». Unico cruccio: «Non lavoro».

E cosa fa? «La pensionata forzata. Come tanti italiani. Sono in buona compagnia!».

Riceve un buon assegno? «Vuole scherzare? Prendo 450 euro al mese. Quando ho scoperto che i produttori italiani non mi avevano pagato i contributi, ho pianto. Avrei dovuto vigilare e invece mi sono fidata...».

Perchéi non la fanno lavorare? «E che ne so? Bisognerebbe chiederlo ai registi. In Italia non si scrivono personaggi per le attrici della mia generazione».


Ma Stefania Sandrelli non si ferma un attimo. «Lei è un’italiana tipica mentre io, tedesca di origine, vengo considerata esotica e resto legata alla mia immagine di sex symbol. Nessuno ha il coraggio di invecchiarmi e imbruttirmi».

Lei sarebbe disposta a farlo? «Certo! Non vedo l’ora di interpretare una casalinga sfiorita e trasandata. Invece mi vedono tutti come la perfetta baronessa. Che strazio! Meglio dipingere, mi dà più soddisfazione».

Con chi vorrebbe lavorare? «Con Ozpetek e con Avati. Ogni volta che ci vediamo, grandi promesse e complimenti ma io sono ancora qui che aspetto».

E’ vero che sarà con la Fenech nel nuovo film di Tarantino? «Un progetto c’è ma non si è ancora concretizzato. Viene Quentin e mi fa: vuoi essere nel mio prossimo film? E io: sì, sì, va bene. Ancora non ho saputo niente».

Non doveva fare “Bastardi senza gloria”? «Ho rifiutato perché il mio personaggio era francese mentre io avrei preferito recitare in tedesco. Poi Tarantino ha tagliato il ruolo. L’ho scampata bella».

Per fortuna Scorsese l’ha voluta in “Gangs of New York”. «Meravigliosa esperienza! Il mio ruolo è piccolissimo ma per lavorare con Martin avrei fatto anche la comparsa. Sul set mi ha baciato la mano e mi ha detto: signora, ho visto tutti i suoi film. E io ho pensato: eccone un altro».

Contenta di aver interpretato tante commedie erotiche? «Contentissima. Anche se all’epoca quei film venivano stroncati, oggi rimangono».

A forza di strip e docce, pensa di aver aiutato l’evoluzione sessuale degli italiani? «Senza dubbio. Ma sia chiaro, in quei film non c’era volgarità e io mi sono sempre spogliata con classe. Me lo riconoscono anche le signore di una certa età: Barbara, eri sempre nuda, ma che eleganza!».

Quando arrivò in Italia, nei 70, dovette difendersi dagli assalti degli uomini? «No, da voi nessuno si è azzardato a saltarmi addosso. Era molto peggio a Hollywood dove iniziai la carriera e ho dovuto difendermi su tutti i fronti. Un inferno».

Lei, che ha lavorato con Preminger ed è stata Bond Girl in “Casino Royale”, cosa pensa delle celebrità di oggi? «Molte ragazze che finiscono sulle copertine sono figlie dei reality e del successo usa-e-getta. Durano una stagione e poi chi se le ricorda più?».

Cosa, dell’Italia, non digerisce? «Adoro questo Paese, da anni mi ci trovo benissimo. Però non riesco ad accettare il fatto che le regole non vengano rispettate. Troppi ritardi, troppo pressappochismo...».

Rivede mai i suoi film? «Siamo matti? Non rivedo nemmeno L’anatra all’arancia, Non si sevizia così un paperino, Per le antiche scale, i miei preferiti. Odio la nostalgia, guardo avanti».

Niente lifting o ritocchini? «Ma le sembra che ne abbia bisogno? Non ho nulla in contrario, forse un domani... E poi, gliel’ho detto, voglio interpretare una vecchia. Se mi piallo la faccia, chi mi chiama più?».

 
giovedì 15 agosto 2013 - 13:53   Ultimo aggiornamento: 13:55

Evaso per amore pedala per 700 chilometri

La Stampa

Parte da Roma per andare dalla fidanzata ad Aosta: preso a Ivrea

giampiero maggio


Cattura
Per la fuga ha scelto una bicicletta. Rubata. E con questa ha attraversato mezza Italia evitando strade troppo trafficate e cercando il più possibile di non dare nell’occhio. Ma quando era ormai a un passo dalla mèta è stato tradito dal colore della bici, gialla, e dalla sua altezza fuori dal comune, due metri di muscoli. A notare quel ragazzo grande e grosso girovagare con lo sguardo confuso e il fiatone è stata una commerciante di Ivrea. La donna ha chiamato il 112: «C’è un tizio strano, va avanti e indietro in bicicletta, venite a dare un’occhiata per favore».

I carabinieri di Strambino sono arrivati dopo pochi minuti. E lui era lì, seduto su una panchina che tirava il fiato prima di rimettersi in sella. Lo hanno arrestato dopo aver scoperto che era ricercato per evasione. Il suo nome è Umberto Rotundo, 28 anni, residente a Soverato, provincia di Catanzaro. 
Dalla Calabria, dove era ai domiciliari per una vicenda di spaccio di droga avvenuta due anni fa in Valle d’Aosta, era scappato il 10 agosto scorso. Diretto nel capoluogo valdostano, dove viveva fino a un anno fa e dove lo aspettava la fidanzata. Quando si è trovato di fronte i carabinieri si è lasciato scappare un mezzo sorriso: «Mi sono fatto più di 700 chilometri in bicicletta e mi avete beccato ad un passo dall’arrivo». Poi, come se nulla fosse, ha iniziato a raccontare la sua storia. Assurda, quanto tutta ancora da verificare. 

Eccola. La fuga di Umberto Rotundo inizia la mattina del 10 agosto. In tasca ha pochi soldi, giusto qualche spicciolo per acquistare il biglietto di un treno e qualche pacchetto di sigarette. «Poi – pensa – in qualche modo mi arrangerò”. E lo stesso giorno arriva alla stazione Termini, con il portafoglio ormai quasi vuoto e senza avere idea di come proseguire il viaggio. L’idea gliela dà un tizio che lui dice di aver incontrato in stazione, quando ormai era quasi notte: “Aveva una bicicletta ed era un mezzo sbandato. C’è voluto poco a convincerlo: ho barattato la sua bici gialla con un pacchetto di sigarette”. 

E da Roma, tra il traffico assordante e il via vai di macchine del raccordo anulare, è iniziato il suo lungo viaggio verso il nord. Durato tre giorni e tre notti. “Non ho praticamente mai dormito. Forse lo avrò fatto per un paio d’ore al massimo”, ha raccontato ai militari. Ha viaggiato come un forsennato spingendo sui pedali a più non posso, evitando autostrade e tragitti trafficati: “Non volevo dare nell’occhio. Ho pensato che a nessun carabiniere o poliziotto potesse venire in mente di fermare un tizio in bicicletta”. 

In effetti il piano era stato ben congeniato: poche soste, giusto il tempo di riposare qualche minuto, di fare rifornimento di acqua, latte e biscotti (l’unico alimento che ha ingerito in questi tre giorni) e nemmeno mezza parola con nessuno. Così ha attraversato il Lazio, la Toscana, la Liguria. E’ arrivato in Piemonte e poi, usando strade provinciali e regionali, dopo la bellezza di 716 chilometri è arrivato a Ivrea. Qui la sua fuga è terminata. Ora è in carcere. E il suo avvocato, Davide Meloni, osserva: «Con questa pazzia quel ragazzo si è rovinato». Rotundo, infatti, ha una condanna definitiva del Tribunale di Aosta di due anni per spaccio di droga. 

Telefonate tra Esposito Jr e lo 007 in prigione

Massimo Malpica - Gio, 15/08/2013 - 09:49

Il figlio del giudice contattato dal prefetto La Motta, nei guai per fondi sottratti: voleva un incontro col padre

Antonio Esposito replica al Giornale e dice che il bonifico ricevuto dall’Ispi a titolo di «compenso direzione centro di consulenza Sapri» aveva come reale beneficiario non lui ma la moglie, Maria Giffoni.


Cattura
«La som­ma di 974,56 euro, indicata nel­l’articolo - spiega in una nota ­rappresenta il compenso netto per prestazioni effettuate da mia moglie, consulente psico­pedagogica, quale direttore del Centro Ispi di consulenza alle famiglie di disabili», e «il relati­vo bonifico è stato accreditato sul conto corrente di mia mo­glie, conto cointestato ad en­trambi e sul quale confluisco­no i redditi di ciascuno ». Alla no­ta Esp­osito allega un documen­to redatto ieri da un commercia­lista che attesta la riferibilità di quella somma alla Giffoni, «le­gale rappresentante dell’Ispi», e un prospetto contabile dal quale si desume che il compen­so è relativo alla direzione del centro e ad altre attività, tra cui l’organizzazione della manife­stazione di apertura del centro.

Quella, si presume, alla quale Esposito ha partecipato come relatore, e sul cui volantino tra i contatti dell’Ispi c’era il cellula­re del magistrato. Dopo aver rivelato d’essere contitolare di un conto con la coniuge il giudice - che annun­cia querele per «la gravissima violazione del segreto banca­rio » per la pubblicazione del­l’estratto conto dell’Ispi- defini­sce «diffamatorio» l’articolo, che pure anticipava esplicita­mente tra le ipotesi quella che il conto fosse cointestato. Nel pezzo si osservava, in questo ca­so, l’inopportunità di far conflu­ire i redditi dell’Ispi su un conto riferibile al giudice, indicando il suo nome come beneficiario con quello della moglie.

Non certo un«atto dovuto»:a specifi­ca richiesta il servizio clienti del­l’Ubi­Banco di Brescia ha rispo­sto che in caso di b­onifico a favo­re del titolare di un conto cointe­stato va indicato il solo nome dell’effettivo beneficiario. L’inopportunità è correlata a un punto sul quale il giudice di Cassazione Esposito non ha for­nito ancora nessuna precisazio­ne. Ossia il ruolo che il magistra­to r­iveste nell’associazione cul­turale/ agenzia di formazione di famiglia,per conto della qua­le a novembre dell’anno scorso ha firmato una convenzione con un istituto statale di Sapri.

Il giudice, intanto, ha chiesto al Csm l’apertura di una «prati­ca a tutela» contro «gli attacchi subiti in queste settimane». Il Consiglio superiore dovrà dun­que occuparsi del magistrato sia per valutare eventuali puni­zioni per l’intervista al Mattino in cui commentava la sentenza di condanna a carico di Berlu­sconi sia della sua difesa dagli asseriti «attacchi» della stam­pa. E proprio ieri il Sole24Ore ha rispolverato le carte dell’in­chiesta sul prefetto Franco La Motta, arrestato a giugno scor­so per aver sottratto soldi dal fondo edifici di culto del Vimi­nale, ricordando un tentativo del prefetto di ottenere un ap­puntamento col giudice Esposi­to tramite il figlio magistrato.

Nell’ordinanza d’arresto a ca­rico­di La Motta il giudice Massi­mo Di Lauro, a proposito del ri­schio di inquinamento delle prove, riporta infatti una nota del Ros dello scorso 10 giugno, considerata esemplare delle «aderenze» vantate dal prefet­to. Si tratta della trascrizione di «due conversazioni, piuttosto ambigue, tra il Prefetto e due uo­mini, uno dei quali s’ipotizza possa identificarsi in Ferdinan­do Esposito (figlio di Antonio, ndr ), magistrato presso la pro­cura di Milano». La Motta il 23 maggio chiama il cellulare di Esposito Jr, e la conversazione è surreale, con l’interlocutore che passa dal tu al lei in pochi istanti.

La Motta: «Sono il dot­tor La Motta, non c’è?».Interlo­cutore: «Franco... sei tu?». LM: «Sì eccoci, scusami non ti avevo riconosciuto... ciao». I: «Nooo, prego... come sta dottore, be­ne? ». LM: «Eh insomma, abba­stanza bene, volevo solo farti un saluto affettuoso(...)». «Im­mediatamente dopo » La Motta chiama un cellulare intestato al Dap «senza ottenere risposta». Ma viene ri­chiamato dal­la stessa uten­za «dalla qua­le parlava tale “Ferdinan­do” », spiega­no gli investi­gatori. Va det­to, questo non è agli atti ma sul web, che la stessa utenza del­l’am­ministra­zione peniten­ziaria è ripor­tata su un an­nuncio online

del 2005 in cui un certo «fer­d inando. esposito» metteva in vendita una moto. Dopo un po’ di con­venevoli, La Motta dice a «Ferdi­nando »: «Io avevo bisogno so­lo... pigliarmi un caffé n’attimo co’ papà per notiziarlo su alcu­ne cose quando... me lo fai tu da ponte per favore?». Ferdinan­do replica: «Sì come no (...) va bene non si preoccupi e poi la chiamo». Per il gip non ci sono elementi per«indurre anche so­lo a ipotizzar­e che il cercato con­tatto con la persona che s’ipotiz­za essere consigliere di cassa­zione sia andato a buon fine», ma le intercettazioni finiscono agli atti perché «il tenore» delle stesse e «l’immediatezza» con cui La Motta viene richiamato «la dicono lunga» sulle sue ade­renze e sulla possibilità di inqui­nare le indagini.

Scoperta frode informatica: software dirottano i clic da YouTube ad altri siti

Quotidiano.net

Scoperta della start up londinese Spider.io, che rintraccia frodi veicolate dalla pubblicità online. Nel mirino due programmi, che dopo la denuncia sono stati ritirati dal web


Cattura
Roma, 14 agosto 2013 - Scoperta una nuova frode informatica che dirotta i ‘clic’ di ignari utenti da YouTube, la piattaforma di condivisione video di Google, su programmi dannosi che possono scaricare virus o altri software pericolosi sui computer utilizzati. A individuarla è stata Spider.io, start up londinese che traccia frodi veicolate dalla pubblicità online, come riportato dall’edizione online del Financial Times.

Si tratta dell’ennesima prova della crescita degli inganni online attraverso ‘finte’ inserzioni pubblicitarie, un ‘business’ che costa alle aziende miliardi di dollari l’anno. Gli analisti di Spider.io puntano il dito contro Easy YouTube Video Downloader e Best Video Downloader, programmi che offrono agli internauti la possibilità di scaricare sul computer e vedere in un secondo momento i video di YouTube, senza doverli necessariamente aprire in streaming con un collegamento a internet.

Tuttavia, rilevano, una volta installati i software, sotto forma di ‘plug-in’ - una sorta di aggiunta - al browser col quale si naviga sul web, quando l’utente torna a navigare dal web su YouTube visualizza anche delle inserzioni pubblicitarie extra, diverse da quelle proprie di Google che normalmente compaiono per pochi secondi prima di un filmato. In più alcune di queste pubblicità aggiuntive dirottano gli eventuali clic degli utenti su siti web esterni che possono installare virus sul computer. I proventi pubblicitari di queste inserzioni, aggiunge Spider.io, non vanno a YouTube ma ad altre compagnie.

Un portavoce di Google interpellato dal Financial Times afferma che tali programmi violano i termini di servizio di YouTube in cui si vieta di scaricare o copiare i video della piattaforma. Dopo essere stati contattati per un approfondimento, riferisce il giornale britannico, Easy YouTube Video Downloader e Best Video Downloader - di società che fanno capo alla californiana Sambreel - sono stati 'ritirati' dal web.

Nel diario scolastico i terroristi sudtirolesi sono diventati eroi

La Stampa

Polemica in Alto Adige, ma l’agenda non è vietata

maurizio di giangiacomo
bolzano


Cattura
Un diario scolastico stampato dal partito politico che da sempre inneggia all’autodeterminazione dell’Alto Adige. Al posto di sportivi e cantanti, personaggi dei fumetti e dei cartoon, ai quali solitamente questo genere di agende sono ispirate, ci sono i protagonisti della stagione delle bombe che insanguinò l’Alto Adige dalla metà degli anni Cinquanta fino alla fine degli anni Ottanta. Storia di paura e di morte: oltre 350 gli attentati messi a segno.

Ventuno le vittime. Ed eccoli i personaggi celebrati nell’agenda: Georg Klotz e Sepp Kerschbaumere. Il primo, condannato a 52 anni di carcere, è morto nel 1976 in Austria dopo 15 anni di latitanza. E il partito che da quattro anni stampa il diario è proprio quello della figlia del Martellatore della Val Passiria, Eva Klotz, che con la sua trecciona ed i suoi Dirndl siede in consiglio provinciale dal 1989, dapprima con l’Union für Südtirol e quindi, dal 2007, con l’ancora più dura e pura Südtiroler Freiheit, 4,9% alle elezioni del 2008. Il secondo Sepp Kerschbaumere è stato condannato a 15 anni e undici mesi per l’organizzazione di vari attentati. 

Polemiche? Proteste? Alzate di scudi? Diario ritirato dal commercio o comunque vietato? Nell’Alto Adige che sembra aver anestetizzato la spinta irredentista, non accade niente di tutto questo. Anzi, la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Vera Nicolussi Leck, chiamata ad esprimersi sul comportamento che le autorità scolastiche debbano tenere nei confronti della diffusione di questo genere di pubblicazioni, ha sostanzialmente lasciato mano libera ai docenti.

«Il materiale – scrive – non può essere vietato, ma gli insegnanti possono impedirne temporaneamente l’utilizzo durante le loro lezioni». Il parere è stato elaborato dal costituzionalista Francesco Palermo (eletto in Parlamento alle ultime elezioni con il sostegno del Pd e del partito di raccolta sudtirolese Svp). «In Italia – spiega lo studioso – nelle scuole non può essere vietato materiale di propaganda politica venduto al di fuori di esse. Non può esservi quindi un provvedimento delle intendenze, mentre sono possibili interventi degli insegnanti o degli istituti, decisi insieme ai genitori». Insomma: ognuno faccia un po’ quel che gli pare. Sorridono quelli del Südtiroler Freiheit, che avevano chiesto un parere giuridico prima che scoppiasse il caso.

«Non è possibile che ad uno studente sia concesso di entrare in classe con una maglietta con scritto “Viva l’Italia” e ad un altro sia vietata quella che inneggia al Tirolo storico – spiega Sven Knoll, collega di Eva Klotz in consiglio provinciale – Gli insegnanti hanno facoltà di vietarle, ma sia una che l’altra, altrimenti violano la Costituzione. Sono quattro anni che stampiamo il diario, che viene venduto, non distribuito nelle scuole, come fa la destra in Italia con il suo materiale propagandistico: chi lo vuole, lo compra, costa 7 euro». Knoll e soci non hanno nessun timore di esaltare, tra i giovani, l’uso della violenza. «In Alto Adige non si fa politica in quella maniera – dice – È giusto, invece, che i giovani conoscano la nostra storia e sappiano distinguere, ad esempio, tra i patrioti sudtirolesi ed i nazisti».

“La garante tratta il tema delle stragi come i pantaloni a vita bassa o i tatuaggi» tuona invece Alessandro Urzì, consigliere provinciale di Alto Adige nel cuore, firmatario di diverse iniziative contro il diario. Che aggiunge: «Qui si riabilitano stragisti che non si sono mai pentiti, personaggi più avvezzi all’uso del tritolo che a quello della ragione». E la polemica è solo agli inizi. 

All’inseguimento della balena più sola del mondo: la Moby Dick d’Australia forse ha un figlio

La Stampa

Nel Pacifico c’è un cetaceo misterioso che “parla” con una voce unica: una missione cercherà di filmarlo

Francesco Moscatelli


Cattura
I biologi marini la chiamano 52- Hertz, come l’insolita frequenza della sua voce captata nelle profondità del Pacifico. Per i romantici, molto più poeticamente, è «la balena più sola del mondo», il Leviatano che da quando è nato canta invano per attirare l’attenzione di un suo simile che forse non esiste nemmeno. Nessuno l’ha mai vista, tantomeno fotografata o filmata. È l’erede di Moby Dick, la balena delle balene, anche se per sua fortuna chi le sta dando la caccia ha intenti meno bellicosi del capitano Achab.

La sua storia è iniziata un pomeriggio del 1989, quando la Us Navy decise di allentare i protocolli di riservatezza del Sosu (Sound Surveillance System), un sistema di idrofoni utilizzato durante la Guerra Fredda per tenere d’occhio gli spostamenti dei sottomarini sovietici. Centinaia di nastri magnetici, con i suoni registrati nelle acque abissali, furono messi a disposizione della comunità scientifica. 

L’oceanografo William A. Watkins di Cape Cod, fra i pionieri nello studio del linguaggio dei cetacei, si accorse che da qualche parte fra la California e l’Alaska c’era una balena che cantava in modo diverso da tutte le altre. Normalmente i maschi di balenottera azzurra, molto più canterini delle femmine visto che usano la voce per conquistarle, emettono suoni compresi fra i 12 e i 18 Hertz, mentre le balenottere comuni possono arrivare a 20 Hertz. 

C’era un animale, però, che produceva un suono molto più acuto, quello che nel canto umano definiremmo un falsetto. Un suono che con molte probabilità non poteva essere ascoltato da nessun’altra balena. Subito si fecero largo quattro ipotesi: che si trattasse di un esemplare malformato, di un ibrido fra una balenottera azzurra e un’altra balena, di una specie finora sconosciuta oppure dell’ultimo esemplare di una specie prossima all’estinzione.

Watkins e la sua équipe si misero al lavoro perché quel canto, così diverso da tutti gli altri, rappresentava un’opportunità unica: avrebbe permesso di monitorare con facilità gli spostamenti di un cetaceo evitando di districarsi fra centinaia di voci tra loro troppo simili. 52-Hertz è stata seguita costantemente dal 1992 al 2004. Sappiamo con certezza che ha percorso ogni giorno della sua vita fra i 30 e i 70 chilometri, con un record stagionale di 11.062 chilometri nel 2002-2003, e che si è sempre mantenuta a una certa distanza dalle coste, a eccezione di qualche nuotatina al largo delle Aleutine e dell’isola di Kodiak.

VIDEO

Nel 2004, pochi mesi dopo che un cancro si portò via il professor Watkins, la rivista «Deep Sea Research» pubblicò il risultato delle sue ricerche. È bastata la frase «Il suono appartiene a un singolo animale che non sembra però legato alla presenza o agli spostamenti di altri specie di balene» perché l’articolo, destinato agli addetti ai lavori, trasformasse 52-Hertz nella «balena più sola del mondo». 
Da allora la dottoressa Mary Ann Daher, assistente di Watkins, ha dovuto gestire l’enorme clamore mediatico suscitato dallo studio.

E rispondere a centinaia di email di donne, ma anche di uomini, che le scrivevano commossi confessando di identificarsi nel cetaceo solitario. La Daher ha risposto a tutti, senza arretrare di un millimetro dal rigore scientifico:«Non sappiamo di che specie sia. Non sappiamo se ha malformazioni. Di sicuro è in salute, se è vissuta per tutti questi anni. È sola? Nessuno può dirlo. A tutti piace immaginare questa creatura che nuota solitaria nelle profondità oceaniche, continuando a cantare anche se nessun altro suo simile può ascoltarla. Ma io non posso dire che questa storia corrisponda alla verità. In ogni caso è molto triste che così tante persone si identifichino in lei». 

Non la pensa allo stesso modo il regista Joshua Zeman, rimasto talmente colpito dal fascino di 52-Hertz che in autunno salperà per il Pacifico settentrionale per cercare di immortalare la sua immagine. Ne ricaverà un documentario intitolato «Finding 52»: «Molti scienziati sono stufi di questa storia – ammette Joshua - . Credono che antropomorfizzare in questo modo la balena sia un errore. Io non ne sono convinto. E comunque solo andandola a cercare potremo rendere davvero onore alla sua storia e scoprire il suo mistero». 

Con lui ci sarà anche il professor Bruce Mate dell’Hatfield Marine Science Centre dell’Oregon State University: «Non credo che l’animale che stiamo cercando appartenga a una specie finora sconosciuta, o che sia l’ultimo esemplare di una specie prossima all’estinzione. No, non mi immagino niente di così drammatico… Più probabilmente questa balena potrebbe avere una difetto di pronuncia.

Penso anche che non viva da sola e che, se riusciremo a incontrarla, scopriremo che si sposta insieme ad altri 15 o 20 esemplari della sua stessa specie, forse balenottere azzurre».
Il centro oceanografico della dottoressa Daher sorge ad una delle estremità di Cape Cod. Davanti alle sue finestre c’è uno stretto braccio di mare da cui passa la rotta che congiunge New Bedford, il porto in cui sono ambientate le prime pagine del capolavoro di Melville «Moby Dick», a Nantucket, l’isola da cui salpa il Pequod per inseguire la balena bianca. 

La dottoressa, seduta nell’ufficio in cui è iniziata la caccia alla «balena più solitaria del mondo», preferisce non commentare la notizia della nuova spedizione. La sua email è gentile ma irremovibile: «Mi spiace, ma ho deciso di non rilasciare più interviste su 52-Hertz». Non ne può più. È comprensibile. Chissà quante volte, in questi ventiquattro anni, le sarà ronzato per la testa il consiglio dato dal cauto primo ufficiale Starbuck al capitano Achab: «Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu, che insensato cerchi lei!». 

È passata anche quest’anno al largo della costa orientale dell’Australia la famosa balena bianca di nome Migaloo. Ancora più entusiasmo ha suscitato l’avvistamento, per il terzo anno consecutivo, di una seconda, più giovane balena bianca, probabilmente un suo cucciolo. Migaloo, un maschio di megattera lungo circa 14 metri, fu avvistato la prima volta nel 1991 e poi decine di volte nella migrazione annuale di 12 mila chilometri della sua specie, dalle acque antartiche ai mari tropicali a nord, dove le femmine partoriscono, per poi tornare verso sud in primavera.

Il suo sesso è stato stabilito nel 2004 dall’analisi di esemplari di pelle sfogliata via. Gli scienziati cercheranno ora di ottenere campioni di Dna anche del più giovane suo simile, per confermare se sono imparentati. Se così fosse, ritengono gli esperti, sarebbe un fenomeno incredibilmente raro. Migaloo di solito trascorre diverse settimane in una laguna della Grande barriera corallina e lo scorso anno è stata catturata in video mentre intratteneva il suo «pubblico» di turisti in barca con salti e tuffi. 

Contrordine compagni ora “Amici” va bene

La Stampa

francesca schianchi
roma


Cattura
Quando, ad aprile, fu ospite di «Amici», la fortunata trasmissione di Maria De Filippi, Matteo Renzi motivò la scelta dicendo che «rivendico il diritto e il dovere di parlare ai ragazzi che seguono ‘Amici’, che non sono meno italiani dei radical chic che mi criticano – spiegò al «Corriere della Sera» – Io voglio cambiare l’Italia mentre una parte della sinistra vuole cambiare gli italiani». Ora, a mesi di distanza dalle ironie sulla sua presenza tv in giubbottino di pelle alla Fonzie (che gli valse l’immediata definizione di Renzie), quello stesso pubblico che assistette alla sua comparsata nel talent show si cercherà di coinvolgerlo in una Festa democratica. Già: perché sabato 7 settembre, alla Festa del Pd più importante di tutte, quella nazionale che quest’anno si tiene a Genova dal 30 agosto e fino al 9 settembre, è in programma un concerto del giovane rapper Moreno, vincitore appunto dell’ultima edizione di «Amici».

«Il programma spazia tra generi e generazioni, in modo da permettere a tutti di trovare il proprio concerto ed avere un ulteriore motivo per visitare la Festa»: si legge nella presentazione del calendario di esibizioni sul sito festa www.democratica.it. Così, dopo Giuliano Palma & The blubeaters, gli Stadio, Davide Van de Sfroos, Elio e le storie tese, Goran Bregovic and the funeral & wedding band, il concerto di Moreno (17,25 euro più prevendita) è probabile che porterà molti telespettatori di «Amici» a varcare la soglia di una Festa del Pd.

«Non ci vedo niente di strano. Già in passato è capitato che ci fossero concerti di artisti provenienti da talent show», spiega Lino Paganelli, responsabile nazionale delle feste del Pd, di fede renziana. «Quando si organizzano le feste si decidono gli artisti appoggiandosi a un promoter, e valutando vari fattori, dallo spazio a disposizione per il pubblico alle disponibilità degli artisti. Moreno l’ho trovato una buona proposta e ho deciso di sì». Così, è probabile che molti adolescenti patiti di «Amici» accorreranno a una festa democratica, tra salamelle e bandiere. E chissà che qualcuno, oltre al rap di Moreno, non si interessi anche al Pd…

Steinway venduta per mezzo miliardo Il pianoforte di Wagner passa di mano

La Stampa

La fabbrica comprata dal re degli “hedge fund” Paulson. Dal compositore tedesco a Lennon, la leggendaria marca usata dai grandi della musica


Cattura
La Steinway passa di mano: la leggendaria fabbrica statunitense di pianoforti, amati da tanti grandi della musica, da Wagner a Lisz, è stata comprata dall’investitore di “hedge fund”, John Paulson, per 512.000 mila dollari (386 milioni di euro). L’azienda è conosciuta in tutto il mondo: fu proprio su uno Steinway che John Lennon compose l’icona pacifista degli anni ’70 “Imagine”.

Nulla cambierà nella qualità degli strumenti musicali prodotti da Steinway, ha garantito Paulson: «Loro sono i migliori al mondo». La società finanziaria Kohlberg & Company ha cercato di prendere Steinway per 438 milioni dollari, ma è stata superata da Paulson che ha offerto 40 dollari per azione. Il Cda di Steinway ha accettato l’offerta, ma ora è necessaria la conferma degli azionisti. 

Steinway è uno dei nomi più noti nel mondo della musica classica. L’azienda pianoforti fu fondata nel 1850 in Usa dall’emigrante tedesco Heinrich Engelhard Steinweg. Nel suo ultimo esercizio, Steinway ha registrato un fatturato di 354 milioni di dollari e un utile di 14 milioni di dollari. I pianoforti Steinway, realizzati a New York e Amburgo, sono nei migliori locali del mondo. L’azienda ora produce anche trombe, sassofoni, tamburi e clarinetti.

I confini del gratis: Spotify introduce il tetto di 10 ore di ascolto mensile per gli abbonamenti free

La Stampa

Annunciata via email, la soglia scatta dopo i primi sei mesi di abbonamento e coinvolge subito molti degli utenti che si erano iscritti al servizio ai tempi della sua apertura in Italia, lo scorso febbraio. Una novità traumatica ma prevedibile.



Cattura
Continuano le sorprese d'estate per gli appassionati di musica. E non sono tutte piacevoli. Dopo il recente lancio del nuovo servizio unlimited di Google, ieri è stata la volta di un'importante modifica nei termini di contratto di Spotify: dopo sei mesi di utilizzo, il servizio gratuito non è più illimitato ma concede solo più 10 ore di ascolto mensili. Per andare oltre la soglia e ascoltare più musica, l'utente deve scegliere uno dei due modelli a pagamento: 4,99€ o 9,99€ al mese. Le 10 ore sono concepite con il modello della suddivisione settimanale, caro alle compagnie telefoniche: il monte-ascolto reale è di 2,5 ore a settimana (se non si raggiungono, si possono recuperare nelle settimane successive: qui maggiori informazioni ). 

E' una novità al tempo stesso traumatica e prevedibile. Traumatica, perché per chi si era abituato all'abbonamento gratuito illimitato (con pubblicità) la nuova limitazione cade come un maglio: a molti, 2,5 ore di musica da centellinare in una settimana sembreranno quasi una barzelletta. Da compagno fedele dell'intera giornata (come appare abbastanza logico che sia un servizio in streaming), Spotify diventa sporadico assaggio. Un trauma che non è passato inosservato nella pigra ma non del tutto spopolata rete estiva dei network sociali, dove ieri si sono captate le prime grida di dolore.

E molte si aggiungeranno, probabilmente, quando altri utenti torneranno dalle vacanze e si troveranno nella casella postale l'email con la sgradita sorpresa ( in basso, il testo integrale ). 
Ma a essere onesti, si tratta di un cambiamento scontato: semplicemente, perché è lo standard già adottato da Spotify in molti altri paesi. Interpellata direttamente sulla questione, lo scorso febbraio, al momento del lancio del servizio in Italia, l'azienda rispose in un modo che – pur volendo mantenere un po' di indeterminatezza – non lasciava comunque spazio a molte interpretazioni: “Dopo sei mesi potrebbero esserci delle limitazioni ma possono cambiare da paese in paese (...).

Per quanto riguarda l'Italia preferiamo non commentare, dato che preferiamo attendere la fine dei nostri sei mesi che sono totalmente gratuiti”. I sei mesi sono finiti, l'offerta pure. L'indignazione monterà alta e sarà legata al fatto che Spotify ha preferito non parlare apertamente di questo limite (che molto probabilmente era già stato deciso fin da febbraio), in modo da attirare il maggior numero possibile di nuovi utenti. Ma tutto era davvero prevedibile. 

Cosa cambierà adesso? Di sicuro l'azienda svedese perderà un po' del vantaggio che l'offerta free le dava sui competitor. E' vero che – leggendo i termini del contratto – i primi sei mesi gratuiti e illimitati rimangono per tutti i nuovi iscritti, ma le carte adesso sono in tavola: chi si iscrive sa che la manna è a scadenza e magari si prenderà un po' più di tempo per guardarsi intorno, analizzando con maggiore attenzione anche le offerte di Deezer, Rdio, Napster, studiando le mosse di Google e Apple, o magari ripiegando verso altre modalità di fruizione. 

1
Anche in Italia, soprattutto, ci si avvicinerà a quel punto di stallo che ancora mantiene in bilico il futuro dei servizi in abbonamento. La grande domanda: riusciranno le piattaforme streaming a convincere il pubblico (il grande pubblico, quello di massa, quello decisivo per la crescita e sopravvivenza del settore) che 9,99€ al mese sono un costo ragionevole per un servizio di questo genere? Nel caso specifico di Spotify, quanti iscritti alla modalità free nelle prossime settimane decideranno di passare a uno dei piani a pagamento? A quanto ammonterà la fatidica “ percentuale di conversione”, quella che il servizio svedese insegue un po' a tutte le latitudini, senza per ora aver raggiunto risultati troppo confortanti? Se chiediamo in prestito una macchina del tempo e torniamo indietro di una quindicina d'anni, non ci sarebbe nemmeno da porsi il dubbio.

Nel 1998, nell'era pre-Napster, con 9,99€ (19343 lire) riuscivi a malapena a comprare un cd. E nemmeno un'ultima uscita. Oggi con quella cifra ti viene offerta la possibilità di ascoltare illimitatamente un catalogo di venti milioni di canzoni. E' vero: si tratta di brani che non possiedi e a cui accedi, ma con la diffusione sempre più capillare di banda larga e wi-fi e la possibilità di scaricare migliaia di canzoni sui propri dispositivi mobili da ascoltare offline (offerta dai modelli premium sia di Spotify che di Deezer), questa differenza si sta facendo sempre più sfumata. All'ipotetico interlocutore interpellato durante il nostro tuffo indietro nel tempo probabilmente apparirebbe assurda anche solo l'idea che qualcuno possa ritenere caro spendere ventimila lire al mese per una simile cornucopia di suoni (e chissà quanto sbaverebbe a sentir parlare di iPad, Google Maps, Wikipedia, Facebook...). 

Ma se parcheggiamo la macchina del tempo e ci limitiamo a lavorare un po' con la memoria a breve termine, ci rendiamo conto di quanto il paragone non regga. Perché tra il 1998 e il 2013 sono successe e cambiate tante altre cose, a cominciare dalla possibilità di scaricare gratuitamente da servizi P2P come Napster, Kazaa, Audiogalaxy, Soulseek, Emule; il boom di The Pirate Bay e la galassia BitTorrent; la più recente sbornia su ibridi streaming/download come Megaupload o su grandi archivi come Rapidshare.

Il decennio del filesharing ha cambiato radicalmente il panorama e la percezione del valore economico della musica per il pubblico. Internet ha agito come una livella psicologica e comportamentale, con una concreta giustificazione tecnologica: perché il lavoro per creare contenuti multimediali (canzoni, ma anche film, libri, articoli) può anche essere lungo, faticoso, costoso. Ma dal punto di vista puramente tecnologico, il costo della diffusione/copia di questi contenuti sulle grandi reti digitali è davvero molto vicino allo zero.

La percezione è insomma in qualche modo (parziale) legittimata dalla realtà che abbiamo sotto gli occhi da ormai quindici anni: la nostra valutazione del costo di un contenuto nell'era digitale non può essere dunque paragonata a quella che avevamo nel 1998 al culmine dell'era analogica. E viene rafforzata, giorno dopo giorno, streaming dopo streaming, link dopo link, dal vero grande concorrente di Spotify & friends: che non è più la flotta dei vascelli corsari del P2P, ma la legalissima e gratuitissima portaerei YouTube.

E' lì che si concentra la maggior parte della fruizione musicale contemporanea, in particolare quella degli ascoltatori occasionali o di chi vuole condividere brani con gli amici tramite i social network. Con il sostegno diretto da parte dell'ex-industria discografica (major in prima fila) che – con il tempo e passando attraverso lotte e tribunali – ha affinato un soddisfacente modello di business basato sulla spartizione della pubblicità con Google/YouTube (e sullo sviluppo di piattaforme verticali come Vevo ).

Il grande dilemma di Spotify, Deezer e degli altri servizi di ascolto in streaming è dunque legato principalmente al grado di soddisfazione musicale che le fasce più popolose di pubblico trovano in YouTube. Per chi scrive, 9,99€ al mese sono un prezzo adeguato a ciò che si riceve in cambio, alle funzioni di organizzazione e condivisione delle playlist, all'immenso catalogo a disposizione, alla portabilità mobile, ecc. ecc. 

Ma chi scrive prova ancora il bisogno fisico di ascoltare dieci ore di musica in un giorno (altro che in un mese) e di poter gestire quest'esperienza in un determinato modo. L'ascoltatore occasionale – che dal punto di vista statistico è assai più vicino del sottoscritto alla categoria del consumatore “medio” – cosa ne pensa? E' d'accordo o ritiene che, per quello che è il suo comportamento abituale, spendere dieci euro al mese sia assurdo e che il mix tra YouTube, P2P e altre alternative più o meno gratuite (non dimentichiamo la spesa in cd, lp o download) sia più che sufficiente? 

I sei mesi di prova avrebbero dovuto essere per Spotify l'arma per convincere il pubblico. Nelle prossime settimane, si vedrà se è stato così (anche se, da questo punto di vista, l'azienda è sempre piuttosto parca nel fornire cifre, percentuali e informazioni). Le previsioni più ottimistiche, uscendo dal confine italico e non riferendoci solo a Spotify, parlano di una diffusione esponenziale dello streaming che dovrebbe portare a 150/200 milioni di abbonati globali entro quattro o cinque anni. I sogni più lussuriosi probabilmente puntano addirittura più in alto, magari verso il mitico eldorado del miliardo di utenti paganti.

Ma la realtà ci racconta una storia ben diversa. Ci dice che – escludendo le webradio come Pandora – oggi siamo ancora fermi intorno ai 15 milioni di abbonati (a voler essere generosi) in tutto il mondo. La strada è ancora lunga. E chissà che, nelle continue svolte a sorpresa prese dalla musica su Internet negli ultimi quindici anni, non se ne aggiungano altre: magari sotto forma di partnership. Un esempio buttato lì: un gestore di telefonia mobile in Italia attualmente offre ai clienti la possibilità di vedere un film gratis a settimana al cinema , per un valore di mercato di oltre 350 euro all'anno (anche se, presumibilmente, saranno stati stipulati accordi con gli esercenti cinematografici che abbassano questa cifra). E se in futuro un'offerta del genere riguardasse anche il più economico abbonamento allo streaming musicale (120€ all'anno)?

Spotify, Deezer e compagnia riusciranno a crescere da soli, convincendo un sempre maggior numero di utenti a mettere mano alla carta di credito, o avranno bisogno di qualche "aiutino" esterno? 


IL TESTO DELL'EMAIL SPEDITA IERI DA SPOTIFY AI SUOI UTENTI FREE:

Caro Utente di Spotify,

Abbiamo pubblicato le nuove Condizioni applicabili agli Accordi a partire dal 12 agosto 2013 che comprendono delle modifiche del Servizio Gratuito di Spotify. A seguito di queste modifiche, tu potrai usufruire di un accesso gratuito ed illimitato alla musica per un periodo iniziale di sei mesi, decorsi i quali l’accesso sarà limitato ad un tetto massimo di 10 ore al mese. Se hai creato il tuo account da sei mesi o più, il tetto di dieci ore si applicherà a decorrere dal 12 agosto 2013.

Cinema, addio alle «pizze»: da gennaio film solo in formato digitale

Corriere della sera

Otto registi su dieci girano ormai solo in digitale, ma con la cellulosa scompaiono aziende e mestieri

1
Sarà, come sempre, una lunga striscia di triacetato di cellulosa. A Natale la pellicola riempirà le sale italiane: l’ennesimo cinepanettone, o magari l’ultimo cartone della Pixar. Questa, però, sarà l’ultima. Il cinema sta cambiando forma, come da intesa tra distributori ed esercenti: da gennaio i film, al netto di qualche ritardatario, viaggeranno solo in formato digitale. Alle “pizze” resta solo qualche mese di vita. Ed è probabile che l’ultima pellicola oggi sia ancora negli Stati Uniti.

A Rochester, Illinois, nella fabbrica della Kodak, rimasta la sola azienda al mondo a produrla in modo industriale. La giapponese Fuji è stata rapida a riconvertirsi, ora vende cosmetici. Kodak invece no e la rivoluzione digitale, tra cinema e fotografia, l’ha trascinata alla bancarotta. Con fatica ora cerca di ripartire e il piano di risanamento prevede un piccolo spazio per la pellicola. Intanto però il mega stabilimento di Chalon, in Francia, è stato degradato a semplice magazzino. E l’ufficio di Roma, che per decenni ha soddisfatto le richieste di Cinecittà, ha chiuso. Il materiale si ordina online, e arriva dall’America via nave.


Del resto, perfino tra i registi i fanatici della pellicola sono rimasti una minoranza. «Otto su dieci ormai girano in digitale», assicura Richard Borg, amministratore delegato in Italia di Universal. L’immagine non ha la stessa profondità, si perde la “grana”, sostengono i più ostinati. Ma nulla che non si possa simulare a computer. Così si sono convinti anche Steven Spielberg e Giuseppe Tornatore. Resiste Paolo Sorrentino: le immagini della Roma decadente de La grande bellezza sono impresse su pellicola. Anche se poi convertite per il montaggio che da tempo è interamente computerizzato.

Troppo comodo poter saltare avanti e indietro a piacimento nel girato, anziché avvolgere e riavvolgere il nastro. Più accurati il trattamento del colore e l’aggiunta degli effetti. Ad essere in ritardo sono alcune sale cinematografiche, specie le più piccole. All’ultimo rilevamento ancora il 35% non aveva fatto la conversione. L’ultima pellicola arriverà in Italia soprattutto per loro. Anche se gli stampatori, i centri dove realizzare le “pizze” definitive dei film, non saranno facili da trovare. Prima Technicolor e poi Deluxe, i due leader di mercato, hanno chiuso i loro stabilimenti italiani.

L’ultimo, lo scorso gennaio, è stato l’impianto Deluxe di Mentana, alle porte di Roma. «Stampavamo per tutto il mondo, al ritmo di 500 copie al giorno», racconta Maurizia Graziosi, ultimo amministratore della società in Italia, che ora ha aperto uno studio di postproduzione (digitale) nella Capitale. «Abbiamo aperto nel 1999 – ricorda – i periti chimici e gli operai assunti tra i giovani del Comune e poi formati nella fabbrica di Londra».

Nell’enorme macchina per sviluppare, di fatto un intero edificio, si lavorava al buio, finché la pellicola non usciva per essere asciugata. Un unico pizzone gigantesco di 600 metri, che poi veniva tagliato e confezionato. Prima della chiusura, con licenziamento collettivo per i 120 dipendenti, da lì sono usciti titoli come Il gladiatore o The Aviator. Ora è rimasto un laboratorio a Cinecittà, con una capacità di appena 50 copie al giorno. Mentre i grandi centri stampa sono solo due nel mondo, a Los Angeles e Bangkok.

Cattura
Questione di costi. «Con il passaggio al digitale arriveremo a dimezzare le spese di distribuzione», spiega Richard Borg. Forse perfino di più, se stampare una copia in pellicola costa dai 500 ai 700 euro, mentre un hard disk digitale, il Digital Cinema Package (DCP) che la sta sostituendo, viene da 150 a 200. Per chi le trasporta, la differenza è tra 35 kilogrammi di “pizze” e un kilo di scatoline di plastica. Corrieri specializzati, come Stelci e Tavani o Eurolab: «Veloci e flessibili perché spesso le pellicole sono pronte all’ultimo minuto», racconta Borg.

«Sicuri per evitare che nel tragitto siano piratate». Con gli hard disk è diverso. I dati sono codificati, possono essere letti solo quando il distributore fornisce la chiave. Una volta scaricati sul server di un cinema, la stessa memoria serve altre sale, circa una decina. E quando la trasmissione sarà via satellite o in streaming, dei corrieri non ci sarà neppure più bisogno. Un ulteriore risparmio. La tecnologia era pronta da una decina di anni. Le major dovevano solo trovare il modo giusto per imporla, convincendo gli esercenti a sostituire i loro proiettori analogici da 35 millimetri con un impianto digitale.

Investimento di circa 55mila euro, da moltiplicare per ogni sala. La chiave, sperimentata prima negli Stati Uniti e poi introdotta in Italia, è il Virtual Print Fee, un contributo che i distributori versano ai cinema per ogni copia distribuita in digitale. Un sistema in cui si sono inserite società terze, come l’inglese Arts alliance. Installatori di proiettori, ma anche un po’ banche: hanno finanziato agli esercenti gli impianti, per poi riscuotere dai distributori i contributi, con i dovuti interessi.

2
I piccoli protestano, molti dicono di non farcela. «In Italia abbiamo circa 3500 schermi, quelli in difficoltà saranno 500», stima Luca Proto, vicepresidente di Anec, Associazione esercenti cinema e proprietario di diverse sale nel Triveneto. «Ma il ritmo della conversione aumenterà nei prossimi mesi». Qualcuno però finirà per chiudere, anche perché da gennaio chi vorrà una copia in pellicola dovrà sostenere parte delle spese per la stampa. Un lavoro, di certo, scomparirà: quello dei proiezionisti, che oggi si apprestano a inserire nel proiettore la l’ultima pellicola: «Un po’ elettricisti, un po’ meccanici, dei tuttofare», racconta Proto. Capita, seduti nelle ultime file, di sentire un fruscio, di intravederli nella cabina. Con il digitale, un paio di operatori al pc bastano per gestire una decina di sale.

Il destino della cellulosa per il cinema, allora, è quello che già vive nel mondo della fotografia. Non scomparire, ma diventare un prodotto di nicchia. Così a Ferrania, tra le montagne della Liguria, in una fabbrica che ai tempi d’oro sfornava 500milioni di metri quadri di pellicola l’anno ma che ha chiuso nel 2009, un artigiano toscano sta per rimettere in funzione la vecchia macchina prototipatrice. Quella su cui venivano sperimentate le pellicole da realizzare nell’impianto principale. «Vogliamo ricominciare a produrre per gli amatori e i registi indipendenti», dice Marco Pagni. E lo farà coinvolgendo i chimici del Polo Tecnologico, ma anche i vecchi dipendenti dell’impianto, una decina. Altra pellicola, altro film. In fondo, il prodotto dell’industria cinematografica continueremo tutti a chiamarlo così.

13 agosto 2013 (modifica il 14 agosto 2013)

Israele-Palestina 20 anni di guerre e dialoghi falliti

La Stampa

Oggi il primo round fra le polemiche per le nuove case. Sul piatto i dossier già noti: frontiere, colonie e diritto al ritorno dei profughi



12
34
5

False guide e taxi abusivi nella mia vacanza romana”

La Stampa

Una finta straniera nei luoghi più frequentati della Capitale

flavia amabile
roma


Cattura
Per fare i turisti a Roma ci vuole un fisico ma soprattutto un cervello bestiale. Ci si trova accanto un’umanità intera, mille occhi e orecchie pronti a cogliere la minima distrazione, il più impercettibile segnale di stanchezza e di perdita di lucidità, e a presentare la lusinga che può costare cara. Ho provato a fare anch’io la turista (straniera) a Roma, sottoponendomi a un tour de force ad iniziare dai Musei Vaticani. Migliaia di turisti arrivano ogni giorno in piazza san Pietro, alcuni hanno già in tasca il biglietto con prenotazione per entrare nei Musei. Io no, e molti altri come me. 

Incontro il primo buttadentro già su via della Conciliazione, a un centinaio di metri dalla Basilica. Sono i più furbi, quelli che giocano d’anticipo rispetto alle decine di altri radunati in piazza san Pietro. Il mio è carico di sorrisi, depliants e tesserini a provare la sua autorevolezza. Cerca di vendermi un tour a 46 euro con guida, nemmeno un minuto di fila all’ingresso ai Musei e neppure in Basilica, il che - assicura - mi eviterà almeno due ore di attesa. Mi spiega che se voglio passare prima dalla Basilica, invece, mi farà pagare solo 25 euro per san Pietro e 32 per i Musei. Se ho un figlio o una figlia con me, mi costa altri 30 euro. Infine - mi assicura - con loro pagherò di meno perché sono legali e lavorano con il Vaticano. Sarà pure, l’abbordaggio in strada, e la corsa per acciuffarmi prima degli altri, sa più di suq che di altro. 

Il secondo buttadentro è lì a pochi passi. Mi blocca appena gli capito a tiro. Mi offre lo stesso giro, il biglietto per me costa sempre 46 euro, per un mio figlio invece 12, più della metà del precedente. Peccato che nessuno specifichi che si salta la fila ufficiale dei Musei ma si deve aspettare in un angolo della piazza che si formi il gruppo.. Peccato anche che se prenotassi sul sito ufficiale dei Musei lo stesso giro potrei pagare pure la metà.

VIDEO

L’altra visita che nessun turista a Roma mancherebbe è il Colosseo. Da quando è sindaco Ignazio Marino, non si vedono ambulanti. Quasi del tutto scomparsi anche i centurioni. Sulla fila però nessuno può nulla. Ieri mattina era un lungo serpentone dalla biglietteria quasi all’Arco di Costantino. Un buttadentro faceva il suo mestiere e provava a recuperare clienti. Ingresso immediato, visita guidata di un’ora e poi ingresso al Palatino a 25 euro per me e 13 per un figlio. Ci si potrebbe pensare su se il prezzo ufficiale non fosse decisamente meno caro, 21 euro per me e 9 per i minori di 18 anni. E se proprio la settimana scorsa non fossero stati denunciati in quattro che stavano facendo saltare la fila ad alcuni turisti guidandoli all’interno del Colosseo senza autorizzazione.

Ad un certo punto la visita termina e i turisti partono. Fiumicino, Ciampino e la stazione Termini sono luoghi dove può accadere di tutto. Alla stazione Termini, ad esempio, sono in corso da giorni controlli e multe ai tassisti abusivi. Eppure, tra un controllo e l’altro, uno di loro mi ferma e mi chiede se ho bisogno di un taxi. Rispondo di sì, devo andare a Trastevere. Mi guarda disgustato, indica la fila dei taxi regolari. «Lì - spiega - 10 euro». Quando mi ferma il tassista abusivo successivo gli dico invece di voler andare a Fiumicino. A quel punto è tutto uno stendere tappeti rossi intorno a me. Mi porta molto volentieri. Quanto costa, chiedo. Sessanta euro, risponde. Dodici in più della tariffa ufficiale. 

Se fossi una turista abbastanza informata potrei andare all’aeroporto in trenino. Ma dovrei fare comunque molta attenzione. Le biglietterie automatiche della stazione Termini sono tutte presidiate da uno stuolo di piccoli truffatori, personaggi dall’aria losca, italiani e stranieri, pronti a offrire il proprio aiuto con gli apparecchi. Ma soprattutto a beccare la mancia che gli si lascia, e anche qualcosa in più quando riescono a far sbagliare il calcolo totale dei biglietti da acquistare. I più ambiti, infatti, sono i turisti che acquistano in contanti. Alla fine c’è sempre qualcuno che raccoglie le monete che i turisti non sanno di aver lasciato nella macchina. Io ve l’ho detto: per fare i turisti a Roma ci vuole un fisico, e soprattutto un cervello bestiale. 

Somalia, dopo 22 anni se ne va anche “Medici senza Frontiere”

La Stampa

Era una delle ultime ong occidentali «Le condizioni sono peggiorate»


Cattura
Dopo aver lavorato senza interruzioni in Somalia dal 1991, l’organizzazione medico umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) annuncia oggi la chiusura di tutti i suoi programmi nel Paese, come risultato dei gravi attacchi al proprio personale in un contesto dove gruppi armati e autorità civili sempre più sostengono, tollerano, o assolvono l’uccisione, l’aggressione e il sequestro degli operatori umanitari. 

In alcuni casi, gli stessi attori - soprattutto ma non esclusivamente nel centro sud della Somalia - con i quali MSF deve negoziare le garanzie minime per il rispetto della sua missione medico umanitaria, hanno svolto un ruolo negli abusi contro il personale di MSF, attraverso il coinvolgimento diretto o la tacita approvazione. Le loro azioni e la tolleranza di questi comportamenti, spiega MSF, escludono effettivamente centinaia di migliaia di civili somali dall’aiuto umanitario. 

In 22 anni di lavoro in Somalia, MSF ha negoziato con gruppi armati e autorità di tutte le parti coinvolte. Gli eccezionali bisogni medici nel Paese hanno spinto l’organizzazione e il suo personale a tollerare un livello di rischio senza precedenti - la maggior parte a carico dei colleghi somali - e di accettare grossi compromessi ai propri principi operativi di indipendenza e imparzialità. 
Gli incidenti più recenti includono la brutale uccisione di due operatori di MSF a Mogadiscio nel dicembre 2011, seguita dalla successiva liberazione anticipata dell’omicida condannato, e il violento rapimento di due membri del personale nei campi profughi di Dadaab in Kenya, concluso solo il mese scorso, dopo 21 mesi di prigionia nel centro sud della Somalia. Questi due episodi sono solo gli ultimi di una serie di abusi estremi. Dal 1991, sono quattordici gli altri membri del personale di MSF uccisi, e l’organizzazione ha registrato decine di attacchi contro il personale, le ambulanze e le strutture mediche. 

“Scegliendo di uccidere, attaccare e rapire gli operatori umanitari, questi gruppi armati, e le autorità civili che tollerano le loro azioni, hanno segnato il destino di innumerevoli vite in Somalia”, dichiara Unni Karunakara, presidente internazionale di MSF. “Stiamo chiudendo i nostri progetti in Somalia perché la situazione nel Paese ha creato uno squilibrio insostenibile tra i rischi e i compromessi che il nostro personale deve prendere, e la nostra capacità di fornire assistenza alla popolazione somala”. 
Al di là delle uccisioni, dei rapimenti e degli abusi contro il suo personale, lavorare in Somalia significava per MSF dover prendere la misura eccezionale di utilizzare delle guardie armate, cosa che non fa in nessun’altro Paese, e di tollerare limiti estremi alla sua capacità di valutare in modo indipendente e rispondere ai bisogni della popolazione.