mercoledì 14 agosto 2013

Il "Fatto" prova a smentirci. E sbaglia

Redazione - Mer, 14/08/2013 - 07:41

Il quotidiano difende a spada tratta il magistrato, neanche fosse Ingroia. Ma le carte pubblicate dal "Giornale" lo sbugiardano



Roma - Neanche fosse Ingroia. Da quando il Giornale ha cominciato a scavare nella carriera del presidente della sezione feriale della Cassazione Antonio Esposito, il giudice che ha pronunciato la sentenza definitiva di condanna di Silvio Berlusconi a quattro anni (più tre di interdizione dai pubblici uffici) per il caso dei diritti tv Mediaset, il Fatto Quotidiano non fa altro che precisare, puntualizzare e provare a smentire.

Come ieri: «Menzogna per menzogna», il titolo in prima pagina. E anche nel servizio all'interno le accuse si sprecano: «Mercedes, fango e bugie: il Giornale all'assalto di Esposito». Il primo punto è la difesa dell'indifendibile. Depotenziare, cioè, l'intervista concessa dal giudice al giornalista del Mattino in cui la toga (e il quotidiano di Napoli ha pubblicato tanto di audio sul suo sito internet) anticipa le motivazioni della sentenza, che ancora devono essere pubblicate.

Il passaggio «incriminato» è quello in cui Esposito parla di «Berlusconi condannato perché sapeva», secondo il Fatto la risposta «non è farina del suo sacco e seguiva domanda diversa e generale». Lo stesso Csm vuole vederci chiaro e per questo ha aperto una pratica sull'intervista, così come il Guardasigilli Anna Maria Cancellieri che ha dato mandato agli ispettori ministeriali per far luce sulla questione.

C'è poi il nodo del doppio incarico del giudice. Che, carte alla mano, ha svolto e svolge (forse persino a pagamento) le funzioni di consulente e docente per l'Ispi di Sapri, la scuola che ha come legale rappresentante la moglie di Esposito, Maria Giovanna Giffoni. Un'occupazione per cui doveva essere autorizzato dal Csm, anche se fosse gratis. Il Fatto sostiene che il via libera ci sia stato («l'incarico era ritualmente comunicato al Csm, autorizzato ed espletato gratuitamente», scrive il Fatto), peccato però che il Giornale abbia dimostrato il contrario proprio ieri. Tra il 14 novembre 2010 e il 13 novembre 2011 Esposito non era autorizzato a svolgere il doppio incarico, così come tra il 14 maggio 2012 e il 13 maggio di quest'anno. Un granchio di Fatto.

C'è la prova: il giudice è stato pagato

Massimo Malpica - Mer, 14/08/2013 - 11:30

L'autorizzazione al giudice Esposito per il suo impiego nella scuola privata Ispi era per una "consulenza gratuita". Peccato che ora spunti un versamento di 974 euro sul conto del magistrato e della moglie per il ruolo direttivo nell'istituto.

Roma - La cifra incassata non sarà esorbitante, e non è dato sapere - a meno che non voglia dircelo lui - se la paghetta ha cadenza mensile, annuale o se sia un'elargizione una tantum. O se magari serve per fare beneficenza.


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Ma il dato in sé non è certo indifferente, perché sembra provare che il giudice Antonio Esposito percepisca compensi dall'Istituto di formazione di famiglia, l'associazione culturale senza scopo di lucro Ispi di Sapri. Un estratto del conto corrente dell'Ispi, aperto presso una filiale romana dell'Ubibanca, del quale il Giornale è venuto in possesso, riporta infatti un «bonifico sportello» per l'importo di 974,56 euro dalle casse dell'associazione culturale/agenzia di formazione a favore di Antonio Esposito e Maria Giffoni.
La causale del pagamento è «compenso direzione centro di consulenza Sapri». La data dell'operazione indica lo scorso 27 maggio, dunque il «centro di consulenza» al quale si riferisce la causale è probabilmente lo stesso inaugurato a inizio febbraio dall'Ispi a Sapri - in convenzione e con il contributo della Provincia di Salerno - del quale ci siamo occupati ieri a proposito dell'apparente coinvolgimento, in mancanza di autorizzazioni del Csm, dell'alto magistrato nelle attività dell'Istituto di famiglia.
Il magistrato, dunque, risulta beneficiario - insieme alla moglie - di un «compenso» per un ruolo direttivo nella struttura aperta dall'Ispi. E va ricordato, come già scritto ieri, che proprio il presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione Esposito a novembre 2012 si era presentato a firmare una convenzione con l'istituto statale Dante Alighieri di Sapri in qualità di «rappresentante dell'Ispi e del Centro di consulenza psico-pedagogica presso la sede di Sapri».

ECCO LA PROVA

Quei mille euro scarsi, insomma, sembrano collidere con l'autodifesa del magistrato, che Esposito giorni fa aveva affidato a un comunicato. Citando, a proposito del suo coinvolgimento nell'Ispi che aveva portato il Csm a decidere per il suo trasferimento d'ufficio (poi annullato dal Tar quando Esposito era già in Cassazione), un virgolettato tratto da un altro verbale del Csm del luglio 2000: «L'accurato accertamento della Sezione Disciplinare (...) consente di rivalutare nel merito l'attività compiuta dal Dott. Esposito presso l'Ispi di esclusivo impegno didattico, senza interessi patrimoniali, regolarmente autorizzata e di nessun intralcio per il normale svolgimento delle funzioni giudiziarie». Il 2013 non è il 2000, ovviamente. 

Ora l'interesse patrimoniale sembra esserci, mentre non c'è traccia dell'autorizzazione a ricoprire incarichi nella scuola da parte di Palazzo dei Marescialli. Non ve n'è traccia, almeno, fino a due settimane prima di quel bonifico per «compenso direzione centro di consulenza», visto che non risultano autorizzazioni per incarichi extragiudiziari concesse dal Csm a Esposito nell'ultimo elenco pubblicato sul sito web del Consiglio superiore, che «copre» il periodo fino al 13 maggio scorso. Magari l'ha chiesta in quei quattordici giorni, in tempo per l'accredito, ma non ci è possibile appurarlo.

Di certo, se la causale del bonifico non è misteriosamente errata, allora la stessa coinvolge il nome del magistrato in un ruolo direzionale nel centro gestito dall'Ispi. Ruolo che lo stesso Esposito aveva tenuto a smentire nell'ampia replica ospitata ieri sul Fatto Quotidiano, citando ancora il Csm che non confermava la testimonianza di un capitano dei carabinieri «in merito al ruolo di direttore, amministratore o organizzatore di Esposito» nell'Ispi. L'alto magistrato, per il Csm, «svolgeva esclusivamente attività d'insegnamento, non si occupava in alcun modo direttamente o tramite la moglie dei profili gestionali dell'istituto». Va detto che il magistrato si riferiva al passato, alle contestazioni oggetto del procedimento disciplinare davanti al Csm poi annullato dal Tar e smontato dallo stesso consiglio superiore anni dopo.

Da allora le cose sono forse cambiate, se le convenzioni di fine 2012 con l'istituto statale di Sapri e con la provincia di Salerno sono firmate rispettivamente dalla toga e da sua moglie. Ossia i due beneficiari di quel bonifico. Qualora Esposito obiettasse che la cifra accreditata il 27 del mese, giorno canonico per il pagamento degli stipendi, è il compenso della sola moglie versato su un conto cointestato, la scelta suonerebbe comunque inappropriata, perché i soldi dell'Ispi a cui Esposito si dice estraneo - pur firmando atti per conto dell'associazione e presenziando come relatore agli eventi della stessa - finiscono nella sua disponibilità. E perché in un bonifico, anche se diretto a un conto cointestato, va indicato solo il nome del reale beneficiario.

Dopo Don Panino in Austria, a Copenhagen c'è la «pizza mafioso»

Corriere del Mezzogiorno

La scoperta fatta da deputato regionale Pd e vicepresidente della Commissione antimafia all'Ars, Fabrizio Ferrandelli: «Sono veramente sdegnato»


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PALERMO - In vacanza con la famiglia per qualche giorno a Copenhagen, il deputato regionale del Pd e vicepresidente della Commissione antimafia all'Ars, Fabrizio Ferrandelli, denuncia sul suo blog l'ennesima rappresentazione distorta della Sicilia. Dopo il caso del ristorante viennese «Don Panino», il parlamentare ieri sera in un ristorante ha trovato la «pizza mafioso» e la «pizza Al Capone».

«Sono veramente sdegnato e dobbiamo sdegnarci tutti - dice Ferrandelli - per i tanti che hanno combattuto e combattono la mafia. Il rispetto della memoria di chi ha sacrificato la vita in nome della legalità e della libertà e il rispetto di chi, in silenzio, pratica quotidianamente la legalità e si batte contro ogni forma di criminalità devono prevalere sempre su dibattiti sterili e sulle contrapposizioni che servono solo a dividere un fronte che dovrebbe stare unito per il bene della Sicilia e dei siciliani». Il deputato siciliano preannuncia che porra' il caso alla Commissione antimafia dell'Ars, presentando un dossier.

Ant. Sco.14 agosto 2013

I troppi danni dell’usa e getta

Corriere della sera

Gli accendini usa e getta sono molto inquinanti. Torniamo a quelli di metallo


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Spariscono nel giro di 24 ore. Passano misteriosamente di mano, s'infilano negli angoli, in fondo ai cassetti, si perdono, si dimenticano, si prestano. È il destino degli accendini usa e getta, e l'appropriarsi di quelli altrui non provoca nemmeno un rimorso di coscienza. Costano poco e sono facili da sostituire. Per questa ragione, hanno invaso il mondo come la peste. Non sono riciclabili, vengono ritrovati intatti nei ventri delle creature marine, su litorali vicini e lontani, nei campi. Ovunque. È troppo facile perderli e troppo difficile eliminarli. L'unico accendino di plastica che è rimasto in casa nostra più di un anno era decorato con l'immagine di una procace donna a seno nudo.
Era così pacchiano che nessuno lo voleva.

Nemmeno quelli ricaricabili durano. Assomigliano troppo ai loro progenitori. Abbiamo una bomboletta di gas nuova che non facciamo mai in tempo a usare. Per arginare un fenomeno davvero distruttivo, la sola soluzione è di tornare agli accendini di metallo. Meglio se preziosi, perché il valore economico dell'oggetto stempera la sbadataggine. Chi non serba un buon accendino in un vecchio baule può cercarlo dai nonni, acquistarlo nuovo o sbizzarrirsi su eBay. Il celebre marchio a tre lettere, re dell'usa e getta, vende 1.825.000 pezzi all'anno, cifra a cui dobbiamo sommare un numero altrettanto esorbitante di simili made in China. È dal 1961 che gli accendini usa e getta inquinano. A 5-6 grammi di plastica per volta, che non si possono separare dai componenti metallici. Lanciamo la moda dei beni durevoli!

Cristina Gabetti
14 agosto 2013 | 14:14

Datagate: Wikipedia si proteggerà dallo spionaggio con la crittografia

La Stampa

federico guerrini


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“Sfido il resto delle industrie del settore a unirsi a noi. La crittografia è una questione di diritti umani ”. Così il fondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, ha commentato su Twitter l’annuncio che l’encliclopedia libera adotterà nel prossimo futuro il protocollo https – quello, per intenderci, usato dalle banche – per criptare le comunicazioni da e per i server, rendendo teoricamente impossibile per eventuali spioni monitorare le abitudini di lettura degli utenti. 

Si tratta di un segnale forte, da parte di Wales, un modo per reagire a quanto rivelato un paio di settimane fa dal Guardian : tramite il programma Xkeyscore, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (Nsa) americana è in grado di tenere sotto controllo le abitudini di navigazione di milioni di utenti, e fra i siti spiati, assieme a Facebook e Google, c’è anche Wikipedia. 

Wales non certo uno che la manda a dire: all’osservazione di un follower sul sito di microblogging, che metteva in dubbio l’efficacia della transizione al nuovo protocollo, perché sarebbe alla Nsa sarebbe stato sufficiente ordinare a Wikimedia di consegnare i codici di crittatura, la risposta è stata: “se mai vedessi un ordine del genere, lo strapperei ”. Passare da un sistema aperto a uno cifrato non è un’operazione banale. 

“L’architettura attuale del nostro sistema – si legge in un post sul blog della Wikimedia Foundation, l’ente no-profit che gestisce Wikipedia e altri progetti – non è in grado di supportare l’https di default, ma stiamo facendo dei cambiamenti graduali per renderlo possibile. Poiché appare che siamo specificamente presi di mira da Xkeyscore, accelereremo questi sforzi ”. Qualche giorno prima, Wales aveva espresso più o meno lo stesso concetto, anche se in maniera decisamente più colorita .

Non tutti sono convinti che la criptatura delle comunicazioni sia davvero utile a proteggersi da uno spionaggio altamente sofisticato come quello dei militari Usa, ma il vulcanico imprenditore statunitense smonta anche queste perplessità. “Penso ci siano poche prove che sia inadeguata – dichiara sempre su Twitter – Ricordate, la Nsa non vuole che la gente usi la crittografia. Un modo per frenarne l’adozione è diffondere l’idea che non serve a niente”.

L’inquilina rimane in casa dopo la risoluzione del contratto: i danni si calcolano per l’intera durata dell’occupazione

La Stampa

Risoluzione del contratto dovuta all’inadempimento del promissario acquirente, che rimane in possesso dell’immobile sine titulo. Il risarcimento danni deve essere calcolato con riferimento all’intera durata dell’occupazione e non solo a partire dalla domanda giudiziale di risoluzione contrattuale. A darne conferma è stata la Cassazione con la sentenza n. 8571/13.


Il caso

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Una società proprietaria di un appartamento porta in giudizio una donna che occupa l'immobile senza titolo, essendo ormai passata in giudicato la sentenza di secondo grado con cui è stato risolto, per inadempimento della convenuta, il contratto preliminare relativo alla vendita dell’appartamento. Pertanto, la società chiede al tribunale di condannare la convenuta al pagamento di oltre 87 milioni di lire, comprensivi di indennità di occupazione e spese condominiali.

Il Tribunale, dopo aver qualificato l’azione come illecito extracontrattuale e accogliendo l’eccezione di prescrizione (art. 2947 c.c.), liquida l’indennità di occupazione per il periodo non prescritto in quasi 32mila euro, sulla base di un valore locativo di 568,11 euro mensili, dal 3 agosto 1995 al 31 marzo 2000. La somma viene ridotta di 230,28 euro dai giudici di appello. Ma la donna non demorde, e si rivolge alla Cassazione. Quest’ultima risolve il caso richiamando un tradizionale orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui «in caso di occupazione senza titolo di un immobile altrui (sia essa usurpativa o non), il danno per il proprietario del cespite è in re ipsa, ricollegandosi al semplice fatto della perdita della disponibilità del bene da parte del proprietario usurpato ed all’impossibilità per costui di conseguire l’utilità normalmente ricavabile dal bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso» (Cass. n. 3223/2011).

In pratica, secondo tale orientamento, il risarcimento del danno può essere determinato dal giudice sulla base di «elementi presuntivi semplici, con riferimento anche al c.d. danno figurativo e, quindi, con riguardo anche al valore locativo del bene usurpato». Principi questi, a cui la Corte territoriale, a parere degli Ermellini, si è correttamente conformata. La Cassazione ha avuto anche modo di precisare che il promissario acquirente di un immobile che, immesso nel possesso all’atto della firma del preliminare, si renda inadempiente per l’obbligazione del prezzo, provocando così la risoluzione dello stesso contratto preliminare, «è tenuto al risarcimento del danno in favore della parte promittente venditrice, atteso che la legittimità originaria del possesso viene meno a seguito della risoluzione lasciando che l’occupazione dell’immobile si configuri come sine titulo». E – conclude la Cassazione - i danni vengono liquidati con riferimento «all’intera durata dell’occupazione» e «non solo a partire dalla domanda giudiziale di risoluzione contrattuale» (Cass. n. 24510/2011).

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La rapina del secolo dei 7 uomini d'oro

Corriere della sera

Un istituto linguistico e il mercato settimanale. Così è cambiato l'angolo dall'assalto al blindato


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Il giovedì via Osoppo si anima, si riempie di gente e di grida: c'è il mercato e se le bancarelle ci fossero state anche in quel lontano giovedì 27 febbraio 1958, i sette uomini d'oro - come li avrebbero ribattezzati da quel giorno in avanti - non sarebbero mai riusciti a portare a termine il loro colpo. Quello della vita, la rapina più remunerativa mai messa a segno in Italia, la rapina del secolo! La data non viene scelta a caso: il 27, oggi come allora, è giorno di paga e il blindato della Banca Popolare di Milano è carico di soldi più che mai. Sul furgone ci sono tre persone: l'autista, un commesso della banca e un agente di polizia.

La banda si apposta tra via Osoppo e via Caccialepori. In zona hanno sede parecchie fabbriche manifatturiere, così i sette indossano delle tute blu da operaio per confondersi con la folla; al momento buono s'infileranno dei passamontagna grigi e sfodereranno un arsenale di pistole e mitra. L'operazione scatta intorno alle nove e mezza, quando arriva il furgone. Subito una Fiat 1400 gli si para davanti, comincia a sbandare e va a schiantarsi contro un muro. È un diversivo. Il blindato rallenta e si ferma. Scatta la trappola: un furgoncino OM sbuca da via Caccialepori e lo sperona. Un altro furgone 1100 si affianca al blindato in modo che non si possa muovere. A quel punto sei uomini accerchiano il portavalori mentre un altro tiene sotto tiro con il mitra passanti e curiosi. L'azione è fulminea: i banditi in un attimo s'impossessano dei sacchi pieni di denaro e fuggono.

Il bottino è stratosferico: 114 milioni in contanti (pari a duemila anni di stipendio di un operaio dell'epoca!) e altri seicento in titoli e assegni che decidono di non toccare perché rintracciabili. Non sparano nemmeno un colpo e nessuno si fa male. Una rapina perfetta che mette in ginocchio la polizia, completamente impreparata a un evento di quella portata. Arrivano cinquemila poliziotti in città tanto che il quartier generale della «madama» viene trasferito in una caserma dell'esercito per avere più spazio. Sono giorni febbrili alla fine dei quali gli inquirenti riescono a catturare i banditi grazie a una loro disattenzione: le tute da lavoro utilizzate durante la rapina vengono ritrovate da uno straccivendolo sul greto del fiume Olona, prosciugato per dei lavori. È l'inizio della fine. La polizia rintraccia il negoziante che ha venduto le tute e il meccanico che ha messo a punto le auto per la rapina. Ben presto il cerchio si chiude: un mese dopo tutti i rapinatori finiscono in manette.

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«Ci sentivamo padroni di Milano, avevamo addosso una grande spavalderia. In fondo è stato meglio che ci abbiano preso altrimenti chissà dove saremmo arrivati», commenterà uno dei rapinatori, Luciano De Maria, anni dopo. Gli altri componenti della banda arrestati sono: Ugo Ciappina, Arnaldo Gesmundo detto «Jess il bandito», Ferdinando Russo detto «Nando il terrone», Arnaldo Bolognini, Enrico Cesaroni ed Eros Castiglioni.

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Indro Montanelli, già all'epoca penna affermata e arguta del Corriere, commenterà così l'epilogo della vicenda: «Ufficialmente tutti sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali siano stati smascherati in modo da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma, sotto sotto, senza osare dirlo, o dicendolo solo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori». Oggi all'incrocio fra via Osoppo e via Caccialepori sorge un famoso istituto linguistico. Una lingua straniera sarebbe forse servita ai sette uomini d'oro per emigrare e far perdere le loro tracce. Uno, a dir la verità, ci aveva anche provato ma lo avevano braccato fino in Sud America. All'epoca della rapina, tuttavia, quel palazzo non esisteva; al suo posto sorgeva un alto muro di cinta che nascondeva un bel giardino alla vista dei passanti. Lo spartitraffico, allora, era uno spiazzo erboso e non c'erano nemmeno i platani, dove oggi, quando non c'è mercato, parcheggiano centinaia di auto, e dove forse qualcuno dei superstiti si ferma un istante a ripensare a quel giorno, magari mentre va a fare la spesa al mercato, pagando però con i soldi suoi visto che il favoloso bottino venne quasi interamente recuperato.

14 agosto 2013 | 10:01

Il paese? Si fa un nome coi grandi nomi

Francesca Gallacci - Mer, 14/08/2013 - 08:36

Da Maranello a Laglio. Basta avere in casa divi e marchi famosi per diventare qualcuno. E fare i soldi

A volte, la luce riflessa riesce a illuminare come un faro. Potere della popolarità: tutto ciò che i brand famosi toccano diventa a sua volta famoso, come se la fama fosse virale e potesse regalare, per osmosi, reputazione economica, fascino, e ritorni considerevoli a chi ci entra in contatto.

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Vale per tutti, anche per i paesi e le città: da Maranello, a cui il marchio Ferrari ha portato lustro e soldi, a Laglio, eletto a residenza estiva di George Cloney, sembra proprio che i nomi famosi, che siano di marchi o di celebrità, abbiano la capacità alchemica di trasformare in oro ciò che toccano. Anzi, di farne veri e propri brand di successo.

Chi conoscerebbe Maranello senza la Ferrari? Secondo una stima dell'Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza, la patria del Cavallino, 17mila abitanti nel modenese, avrebbe visto aumentare del 776% il valore del suo brand, grazie al marchio riconosciuto a livello internazionale. In pratica, dice lo studio, è come se, in termini di reputazione economica, il brand Maranello «dovesse» alla Ferrari complessivamente più di 7 miliardi di euro. E Laglio, meno di mille anime, non sarebbe quella che oggi conosciamo senza George Clooney, che avrebbe fatto guadagnare al paese il 178,4% del valore del brand (50 milioni di euro).

Perché c'è un ritorno economico a cascata, che si riflette sui valori immobiliari, il numero di presenze turistiche, i prezzi dell'ospitalità; fattori che, tutti insieme, hanno fatto parlare i critici di una «portofinizzazione» del Lago di Como, ma che costituiscono un ghiottissimo indotto. I vip insomma cambiano la vocazione del territorio, il suo marketing e, vista la loro rilevanza come contribuenti, anche le entrate per il Comune: 14mila euro è la cifra che Clooney ha versato nelle casse comunali solo per pagare l'Imu della casa sul lago.

Ovvio che, per assicurarsi la sua redditizia permanenza, il sindaco abbia adottato un'ordinanza anticuriosi, in grado di difendere la privacy della star: la sosta nei pressi di Villa Oleandra è vietata sia in macchina che in barca, e se la misura ha scatenato l'ira dei fan, pare imprescindibile per non far scappare l'attore a gambe levate. Non solo i vip, ma anche le imprese riescono a rendere più attraenti i «brand territoriali»: in Brianza, la Rovagnati fa aumentare il marchio di Biassono del 48,2% mentre la Piaggio «regala» a Pontedera il 46,7% in più, in termini di visibilità e reputazione economica.

Più delle imprese però possono i rocker: il brand del paesino modenese Zocca, grazie a Vasco Rossi che ci abita, è cresciuto del 124,5%. Anche qua, il flusso di visitatori e curiosi è aumentato grazie all'attrattiva esercitata dalla possibilità di imbattersi in Vasco Rossi, e proprio come a Laglio, il sindaco è sempre felice di fregiare la località del nome del cantante: per i 60 anni dell'artista, l'anno scorso, ha organizzato una cerimonia lunga tre settimane con concerti, proiezioni, e mostre che hanno attirato migliaia di fan. E anche Ligabue ha fatto guadagnare il 121,4% in più di popolarità a Correggio, paese in cui il cantante risiede, e che ha appena ospitato un megaevento per celebrare i quindici anni del film Radiofreccia da lui diretto.

Non da meno l'altro Rossi, Valentino: con la sua presenza, avrebbe reso il paesino marchigiano di Tavullia più famoso del 5,7%. E anche più ricco, dal momento che, secondo una stima relativa al 2012, il campione pagherebbe quasi un milione di tasse locali all'anno, che sono spalmate tra Tavullia e Ancona, attraverso Imu, addizionali Irpef comunali e regionali oltre all'Irap. Non solo: Valentino Rossi ha fatto costruire a Tavullia una villa, ha aperto una pizzeria, e ha anche intenzione di produrre vino con la messa a dimora di vigne di sangiovese e di altri vitigni. Attività frenetiche che lo hanno reso una specie di instancabile Re Mida.

Non molto diverso è il ruolo che l'Inter gioca nei confronti per Appiano Gentile: grazie alla squadra di cui ospita il ritiro, il paese comasco è diventato un vero marchio locale, più famoso del 101,7% rispetto al passato.

Si lavano con l'acqua santa del Santuario Il priore chiama la Polizia

Il Mattino

Allarme nella centralissima Madonna delle Grazie, ma le quattro donne nomadi si dileguano

PESARO


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Si sono lavate in chiesa con l’acqua benedetta: ascelle, braccia, mani. Come se la bacinella dell’acqua santiera fosse il lavandino della toilette di un bagno pubblico, anzichè l’arredo sacro di un luogo sacro. E’ accaduto ieri mattina nel Santuario della Madonna delle Grazie, in pineo centro storico in via San Francesco, e a raccontare il fatto è lo sconvolto priore, padre Giuseppe Egidi. Erano in quattro, donne e nomadi. «Sono entrate in chiesa in gruppo - spiega - dopo la messa feriale e si sono messe a lavarsi le braccia e parti del corpo con l’acqua santa.

E dopo essersi lavate si sono messe a chiedere l’elemosina fra i fedeli che stavano pregando». Prima le abluzioni per detergersi dal sudore e poi la questua pro domo loro fra gli sconcertati fedeli. Chi è arrabbiato invece è proprio il priore che appena ha assistito alla scena ha immediatamente allertato la vicina questura. Sul posto è giunta subito dopo una pattuglia della squadra volante ma all’arrivo degli agenti le quattro donne si erano già allontanate alla chetichella.

«Sono sconcertato e addolorato» ha sottolineato padre Giuseppe conscio che da tempo il santuario mariano, sempre assiduamente frequentato tutti i giorni, è diventato un catalizzatore di questuanti, per la maggior parte nomadi. «Purtroppo - prosegue - nonostante le numerose denunce e segnalazioni alle forze dell’ordine questo genere di situazioni continuano a ripetersi frequentemente. I questuanti sono ormai continui. E non sono sempre dei girovaghi.

Tanti altri sono indisponenti e assillanti: disturbano i fedeli che vengono in chiesa per pregare e trovare un po’ di pace e solitudine. E alla fine chi viene in chiesa per fede rischia di andarsene e lasciare la panca vuota perchè infastidito. Il Santuario della Madonna delle Grazie è un punto centrale della spiritualità e della devozione mariana che coinvolge anche i centri limitrofi di Pesaro. Non vorrei che divenisse una chiesa abbandonata». In passato il Santuario della Madonna delle Grazie aveva subito un furto consistente, di circa 30.000 euro

 
mercoledì 14 agosto 2013 - 10:23   Ultimo aggiornamento: 11:00

Kali, la ragazzina sopravvissuta all'ameba «mangia-cervello»

Corriere della sera

La 12enne americana è stata infettata dal «Naegleria fowleri» nuotando in un lago: il parassita raramente dà scampo

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MILANO - Naegleria fowleri. È il nome di un parassita tanto piccolo quanto pericoloso per l'uomo. Un protista (organismo unicellulare) dalla forma simile a un'ameba che vive nelle acque dolci di tutto il mondo. Nell’uomo un'infezione da N. fowleri può causare una malattia estremamente grave, in altissima percentuale letale: la meningoencefalite amebica primaria, che colpisce il sistema nervoso centrale. Se non diagnosticata e curata subito, porta alla morte nell'arco di una settimana. Non è stato così per Kali Hardig, una ragazzina dell'Arkansas: a luglio le è stata diagnosticata la terribile malattia, ma la dodicenne è ancora viva e perfettamente vigile. Kali è dunque uno dei pochissimi sopravvissuti al tremendo parassita.

 Kali e l'ameba «mangia-cervello» Kali e l'ameba «mangia-cervello» Kali e l'ameba «mangia-cervello» Kali e l'ameba «mangia-cervello» Kali e l'ameba «mangia-cervello»

ENTRA DAL NASO - Naegleria fowleri è un organismo minuscolo e semplicissimo, misura 20 micrometri (ovvero millesimi di millimetro) e può infettare diversi animali, in particolare mammiferi. L'uomo rischia di contrarla nuotando in fiumi o laghi, soprattutto quando l'acqua è tiepida o calda, e attraverso pratiche di lavaggio nasale con acque infette. Il parassita entra dal naso (se l'acqua entra dalla bocca non si corrono rischi) e risale lungo il nervo olfattivo, fino ad arrivare al cervello. Lì i parassiti si moltiplicano molto rapidamente, nutrendosi di tessuto nervoso cerebrale. Le lesioni provocate dalla malattia la rendono letale in oltre il 90% dei casi. Anche il nuoto in piscina può essere un fattore di rischio, nel caso in cui l'acqua e i filtri non vengano puliti correttamente. Fondamentale anche la presenza di cloro nell'acqua.

PARCO ACQUATICO - Nel caso della dodicenne americana, l'incontro con il Naegleria fowleri è avvenuto in un parco acquatico, il Willow Springs Water Park di Little Rock, dove c'era stato negli anni scorsi un altro caso di infezione. Per questo il Dipartimento della Salute dell'Arkansas ha chiesto ai gestori di chiudere il parco, che sarà riaperto una volta messo in condizioni di sicurezza, in particolare per quanto riguarda il laghetto con fondale sabbioso in cui il parassita è finora vissuto indisturbato. Una delle ipotesi dei gestori è quella di ricoprire il fondale per renderlo solido. Va detto che la meningoencefalite amebica primaria è una malattia molto rara (negli Stati Uniti ci sono stati 128 casi dal 1962 al 2012), ma quasi sempre mortale: i sopravvissuti sono stati solo due (di cui uno in Messico), Kali è dunque la terza. Quasi un miracolo. Secondo i medici che l'hanno in cura all'Arkansas Children's Hospital, il successo è dovuto a una terapia sperimentale e alla diagnosi precoce. La mamma di Kali, Traci Hardig, ha portato la figlia in ospedale il 19 luglio, poco dopo aver contratto la malattia: aveva la febbre alta. È uno dei sintomi della meningoencefalite amebica primaria, insieme a mal di testa, nausea e vomito; possono seguire torcicollo, convulsioni, allucinazioni e coma.

LA TERAPIA - Kali è stata trattata indicendo il coma, abbassando la temperatura corporea e con un farmaco sperimentale. La cura sembra aver funzionato: la ragazzina è tornata a respirare da sola ed è in grado di scrivere il proprio nome e rispondere alle domande per iscritto, ma non di parlare. Dagli ultimi esami il suo organismo risulta liberato dal parassita. Resta però in condizioni critiche, ricoverata nella terapia intensiva. «Abbiamo eliminato il parassita dal suo corpo, ma far tornare a posto il cervello è la parte più difficile - ha detto il dottor Sanjiv Pasala -. Però ogni giorno assistiamo a un piccolo miglioramento, siamo ottimisti». «All'inizio i medici ci hanno detto che Kali non sarebbe sopravvissuta. Mio marito mi diceva: pregheremo per lei, la aiuteremo a combattere. Adesso Kali è ufficialmente la terza sopravvissuta» dice con gioia la mamma, Traci, che durante il ricovero della figlia ha dovuto affrontare un cancro al seno. «Adesso devo pensare anche a me stessa - spiega la donna - per potermi prendere cura di Kali, quando tornerà a casa». La famiglia Harding prega ancora, questa volta per Zachary Reyna, anche lui dodicenne, della Florida, che sta combattendo contro la meningoencefalite amebica primaria. «Preghiamo perché lui sia il sopravvissuto numero quattro» dice Traci.

14 agosto 2013 | 11:59

Quando tre ferrovieri in vacanza bloccano la grande Germania

Corriere della sera

Mainz isolata, il 40% del traffico regionale bloccato. La colpa? I capistazione: tre in ferie e quattro malati

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Le ferie sono sacre in Germania. Così irrinunciabili che tra luglio e agosto per due settimane perfino la corsa elettorale è parsa fermarsi, con i candidati al posto di maggior potere in Europa a godersi il rito della vacanza, tra l'Alto Adige e il Mare del Nord. Nessuno quindi ha voluto, e potuto, richiamare in servizio tre capistazione di Mainz (Magonza), capoluogo della ricca Renania, partiti per il programmato riposo: piuttosto, si sono fermati i treni.

Il risultato è che il 40% del traffico regionale è stato cancellato, la città isolata, si sono accumulati ritardi su tutta la rete nazionale nel Nord. E il «caso Mainz» domina i giornali, con foto dell'orologio gigante della stazione a scandire il tempo dei binari vuoti, come in un celebre scatto della Praga deserta e invasa dai tank sovietici di Josef Koudelka. Sembra quasi che a Mainz si sia inceppato, con diabolica e surreale precisione, il modello tedesco. I capistazione sono quindici, tre in ferie, quattro malati: è loro diritto non essere richiamati, né possono essere sostituiti perché quel lavoro richiede mesi di addestramento. E pur tra riunioni d'emergenza dei vertici delle ferrovie, riprogrammazione delle tratte (garantiti i servizi per portare i bambini a scuola), si tornerà alla normalità solo a fine agosto.

In realtà, a Mainz forse si preannuncia l'inizio di un grande scontro sindacale tedesco. C'è un unico modo di superare la crisi, dice il sindacato dei ferrovieri: assumere. I manager ammettono che la situazione della rete è critica in molti punti. Il candidato cancelliere Spd Peer Steinbrück crede d'aver capito cos'è andato storto (le ferrovie hanno tagliato troppo sul personale), mentre quello liberale Rainer Brüderle pensa che occorra privatizzare di più. Però mentre in Italia si discute di introdurre riforme simili all'agenda 2010 di Gerhard Schröder, in Germania si comincia a capire che il 2010 è passato da tempo e che occorrerà cominciare a ragionare su un'agenda per il 2020.

14 agosto 2013 | 11:30

Il medico «obiettore» di Como in guerra con l'Asl: non vuole usare il computer

Corriere della sera

Il dottore Mario Tagliabue spiega: «Devo curare i malati, non fare il burocrate»


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FINO MORNASCO (Como) -A suo modo è un medico obiettore, ma l'aborto non c'entra niente. Il dottor Mario Tagliabue, a cui 1.500 pazienti hanno affidato la loro salute, ce l'ha a morte con il computer: non ne vuole sapere di usarlo in ambulatorio «perché questo mi impedisce di guardare le persone e di curarle come la mia professione impone».

PAZIENTE 2.0 - Lungi dall'essere una eccentrica storiella agostana, la vicenda del dottor Tagliabue tocca il nervo scoperto del rapporto tra medico e paziente nell'era del 2.0, una rivoluzione che rischia di trasformare la professione in mera burocrazia sanitaria; ma soprattutto il conflitto è arrivato a un passo dall'avere conseguenze nefaste: l'Asl di Como il 6 agosto scorso aveva sollevato dall'incarico il medico che prima si è «vendicato» esponendo la comunicazione nel suo ambulatorio e poi venendo a più miti consigli, accettando di usare l'odiato macchinario ma non recedendo di un pollice dalle sue opinioni.

«Intendiamoci bene: io il computer a casa ce l'ho e lo so usare perfettamente, ma se devo guarire la gente non serve, anzi...»: dalla sua «trincea» Mario Tagliabue difende la posizione. Lo schieramento di battaglia è essenzialmente questo: siamo a Fino Mornasco, comune di 9.600 abitanti a metà strada tra Como e Milano dove dal 1981 Tagliabue, che ha 58 anni, è medico di famiglia. La Regione Lombardia ha stabilito che tutti i dati riguardanti i pazienti, le malattie di cui soffrono, gli esami a cui si sottopongono e via dicendo, debbano essere inseriti in un database unico che ne conservi in qualche modo la «storia» sanitaria e che funzioni anche da strumento di controllo per la sanità pubblica.

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ASPETTO UMANO -Ed è su questo punto che il medico «disobbediente» ha scatenato la sua battaglia: «Per curare chi arriva al mio ambulatorio io lo devo guardare negli occhi, parlargli, toccargli la pancia. Insomma, lo devo visitare e soprattutto devo guadagnare la sua fiducia, perché l'aspetto umano è fondamentale. Ma se tra me e l'assistito c'è questo scatolone di plastica in cui devo immettere continuamente dati, sperando che non caschi la linea o che non debba ripetere più volte la procedura, che tempo mi rimane per fare il mio mestiere? La realtà è che questa riforma ci ha trasformato in burocrati: molti miei colleghi si sono adeguati, io no». Però è difficile negare che l'informatica, il web, la rivoluzione tecnologica hanno portato benefici anche alla cura della salute; e poi il sistema informatico contestato serve anche a tenere sotto controllo la spesa sanitaria, che è un punto considerato nevralgico. Non si rischia in questo modo di passare per degli estremisti?

GLI AMMALATI - «Ciò a cui io mi ribello è l'imposizione di questo sistema: per noi medici non è una facoltà ma un obbligo. Io voglio essere giudicato per il mio lavoro: sbaglio nove diagnosi su dieci? Licenziatemi pure ma non punitemi perché non uso il computer. E anche sulla questione dei costi, permettetemi di dissentire: molti di noi si sono trasformati in un ufficio che prescrive esami specialistici a ripetizione. Sapete quanti soldi faremmo risparmiare alle casse pubbliche se ci dedicassimo di più ad ascoltare i sintomi e a visitare con vero scrupolo gli ammalati?». C'è un altro punto che è all'origine della guerra ingaggiata dal medico comasco con il computer: è internet. «Personalmente lo considero una sciagura: capita spesso che il paziente si accomodi di fronte a me e dopo un po' dica, ad esempio: "Mi ha detto mia cugina che ha visto su internet che in questi casi sarebbe meglio una risonanza magnetica...". Ecco, so di essere intollerante ma è mi è capitato di allontanare la persona in questione dal mio studio. Altrimenti mi limito a chiedere quali siano le competenze scientifiche della cugina».

«CARISSIMI ASSISTITI» - E insomma, la guerra di Mario con le autorità sanitarie si è trascinata per mesi fino al botto dei primi di agosto quando a Tagliabue è stato dato il benservito. «Carissimi assistiti, con la presente vi comunico che il vostro medico è stato esonerato dall'Asl di Como...» è l'incipit della lettera aperta affissa nell'ambulatorio. Per fortuna di tutti non si era ancora arrivati al punto di non ritorno: il dottore ha poi accettato di seguire le procedure di legge «e a tutt'oggi io sono ancora il medico di Fino Mornasco. L'ho fatto per non lasciare a spasso i miei pazienti: molti di loro mi avevano già telefonato e scritto lettere. Insomma, se nessuno di loro ha mai chiesto di cambiare medico e io ho da anni il massimo dei pazienti consentitomi dalla legge, forse il mio mestiere lo so ancora fare...».

14 agosto 2013 | 9:53

Veltroni, il re dei coccodrilli che sull'epitaffio batte tutti

Luigi Mascheroni - Mer, 14/08/2013 - 08:25

L'ex leader Pd è un perfetto sacerdote delle cerimonie funebri: è sempre il primo a dare l'orazione alle agenzie. Il suo lutto mediatico è un'arte per abilità e tempismo

Vivere è una sofferenza. Morire una tragedia. Piangere i propri cari una disperazione. E seppellire gli estranei un'arte. L'arte in cui eccelle Walter Veltroni non è, come si crede, la politica e neppure, come crede lui, la letteratura.


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Ma il lamento funebre. Il pianto greco sui Grandi d'Italia. Le esternazioni mortuarie per gli addii intellettuali. Le condoglianze, via Ansa, ai figli degli uomini, ma anche delle donne, illustri. Come li seppellisce lui, nessuno. Nessuno come Walter Veltroni, uomo di private passioni intellettuali ma ancor più di necessarie relazioni pubbliche, si distingue per abilità, tempismo e varietà di toni nel portare il lutto mediatico per la scomparsa - sempre «prematura» e «incolmabile» - di un insigne rappresentante del mondo della cultura o della società civile. Comunista di formazione ma di scuola democristiana, intellettualmente laico ma di indole pretesca, Walter Veltroni è un perfetto maestro di cerimonie, funebri.

Un sacerdote pubblico del compianto culturale. Una primadonna della prefica letteraria. Un maestro del cordoglio artistico. Arte, letteratura, cinema, architettura, musica, costume, società, nomi, cose, animali, fiori, città...Nulla sfugge alla commozione di Veltroni. Il più veloce e il più presente sulla scena mediatica emozionale italiana. Da un controllo incrociato nell'archivio dell'Ansa relativo all'ultimo anno, da agosto 2012 ad agosto 2013, nessun altro personaggio pubblico, anche più della stessa figura istituzionale del presidente della Repubblica, compare con la medesima frequenza e puntualità di Veltroni nel rilasciare una dichiarazione di cordoglio per qualche Grande della Patria appena scomparso. Morto Luciano Barca, Veltroni: «Uomo di idee forti». Morto Ugo Riccarelli, Veltroni: «Uno scrittore sapiente». Morto Vincenzo Cerami, Veltroni: «Un amico e un grande scrittore».

Morta vedova Borsellino, Veltroni: «Donna straordinaria». Morto Ugo Vetere, Veltroni: «Sindaco importante e uomo coraggioso». Morto Antonio Manganelli, Veltroni: «Il Paese perde un numero uno». Morta Mariangela Melato, Veltroni: «Una grande artista fra dramma e commedia». Morto Luigi Spaventa, Veltroni: «Un economista coraggioso e un uomo colto». Morta Rita Levi Montalcini, Veltroni: «Donna forte e coerente». Morta Gae Aulenti, Veltroni: «Donna sensibile che lascia traccia profonda». Morto Shlomo Venezia, Veltroni: «Scompare un testimone dell'orrore». Morto Pierluigi Vigna, Veltroni: «Un magistrato rigoroso, il Paese gli deve molto». Morto Roberto Roversi, Veltroni: «Un intellettuale raro, dura perdita per la cultura». Morto Piero Farulli, Veltroni: «Un enorme perdita per la musica, il suo insegnamento continuerà».

Morto il cardinale Martini, Veltroni: «Uomo di profonda ispirazione religiosa e di infinita cultura». Morto Italo Solera, Veltroni: «Un grande urbanista, le sue idee rimarranno vive»... Benediteci Gesù, Giuseppe e Maria, adesso e nell'ora della nostra agonia. Sgomento nell'apprendere «con grande dolore» la notizia della morte del caro estinto, tempestivo nel piangere la scomparsa, puntuale nel ricordarne la «grande passione», elegante nel sottolinearne i meriti «profondi», commosso nell'esprimere il cordoglio alla famiglia, emozionato nel rammentare i momenti di «collaborazione», orgoglioso nel ricordare gli incontri, fiero ne segnalarne il luminoso esempio alle generazioni future, Walter Veltroni è l'officiante esemplare del rito pubblico delle esequie vip.

Lo hanno sempre raffigurato, nella satira, in forma di bruco. Ma nel dramma, è un coccodrillo straordinario. Un rappresentante esemplare del Pci: Preghiere, Commozione. Insegnamenti. Le prime si spendono, la seconda si trattiene a stento, gli ultimi si preservano. Naturalmente predisposto alla partecipare al dolore altrui, provvisto di una capacità non comune nella scelta dei tempi e dei modi dell'esternazione, e fornito - va detto - di un eccellente portavoce e diversi ghostwriter, Walter Veltroni tra Prima, Seconda e attuale Repubblica ha tumulato con talento e mestiere (meglio e prima di tutti gli onorevoli colleghi), decine, centinaia, migliaia di italiani illustri.

Senza mai dimenticare un minore, senza sbagliare una citazione, calibrando ogni aggettivo, rispettando le diverse sensibilità, scegliendo sempre la parola giusta, il ricordo pertinente, l'opera più simbolica. Con un ampio ventaglio retorico e un altissimo grado d'aggettivazione, in cui spicca una malcelata predilezione per «forte», «coraggioso», «toccante». Lasciato con un commosso addio il Parlamento e dedicatosi esclusivamente alla scrittura, e in particolare alla narrativa - campo in cui già spiccano titoli dolorosissimi come L'inizio del buio, sulla tragedia di Alfredino Rampi, o Quando cade l'acrobata, entrano i clown, sulla tragedia dell'Heysel. Walter Veltroni, pur libero dai doveri di rappresentanza, non ha diradato le proprie partecipazioni. Anzi. E se mai ciò dovesse avvenire, come direbbe - lapidario - lui stesso: «Ci mancherà».

L’uomo del colpo del secolo faceva lo strozzino

La Stampa

giorgio ballario

Arrestato uno dei banditi del colpo alla Securmark


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Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Anche se con il passare degli anni il vizio si riduce a occupazioni da impiegato del crimine: usura, estorsioni. Giampaolo Morosini, 65 anni, un pezzo grosso della «mala» torinese degli anni Settanta e Ottanta, questa volta si è fatto beccare come un principiante: aveva appena messo in tasca 200 euro estorti a un imprenditore albese quando gli agenti della squadra mobile di Cuneo, senza colpo ferire, lo hanno accerchiato e arrestato.

In trappola
Da bravo rapinatore d’altri tempi, abituato a mettere in gioco la propria libertà sulla roulette del crimine, non ha battuto ciglio né opposto resistenza. Si è lasciato portare nel carcere di Cuneo e poi, dopo una notte in guardina, anche in considerazione dell’età, è stato messo agli arresti domiciliari nella sua abitazione in un piccolo centro del Canavese. In casa i poliziotti gli hanno trovato un taccuino con cifre e nomi di altre possibili vittime di usura. L’imprenditore ricattato ha raccontato al dirigente della squadra mobile cuneese, Guglielmo Battisti, di aver dovuto versare a Morosini circa 100 mila euro in nove anni, a fronte dei 24 mila che aveva ricevuto in prestito. Per ottenerli l’ex rapinatore non ha mai dovuto far ricorso alle maniere forti: gli bastava la fama da «duro» e le velate minacce di far intervenire certi amici suoi. 

«Mala» torinese
Un bel personaggio, Giampaolo Morosini. Originario di Pinerolo, negli anni Settanta lo troviamo a Torino dove muove i primi passi nel «milieu» criminale in cui si fondono senza pestarsi i piedi i vecchi esponenti della «mala» piemontese e le nuove leve della violenta criminalità immigrata dal Mezzogiorno. In gioventù ha praticato la boxe e questo contribuisce ancor di più a cucirgli addosso l’immagine del «duro». A maggior ragione quando in una rissa, scoppiata per questioni di donne, abbatte un rivale con un solo pugno, uccidendolo. È accusato di omicidio preterintenzionale, fugge e resta in latitanza per alcuni anni.

Il colpo del secolo
Nel frattempo - e ormai siamo negli Anni Ottanta - la sua vita si incrocia con quella di altri famosi rapinatori della «scuola torinese», tipo Pancrazio Chiruzzi, Alfredo Tadiotto, Germano La Chioma. Il 24 marzo 1984 Roma viene scossa da una rapina di quelle destinate a entrare nella storia: un commando di quattro uomini sequestra la moglie di una guardia giurata e costringe quest’ultima a farli entrare nel caveau della banca Brink’s Securmark.  I banditi riempiono i sacchi con 35 miliardi di lire, tra contanti e titoli di credito, ma prima di abbandonare la Brink’s fotografano con una polaroid uno degli agenti di custodia dietro uno stendardo delle Brigate rosse e lasciano in terra una bomba, un sacchetto di polvere pirica e sette proiettili calibro 7,62 Nato. Due giorni dopo la rapina viene rivendicata dalle Br.

Il depistaggio
È una manovra di depistaggio, come lo sarà un falso documento relativo al sequestro Moro fatto ritrovare giorni dopo con alcune carte sottratte nel corso della rapina. Dopo alcuni mesi d’indagine in uno scenario alla «Romanzo criminale», la polizia riesce a fare chiarezza: la mente del colpo e autore dei falsi documenti è il romano Tony Chicchiarelli, vicino alla Banda della Magliana, nel frattempo ucciso da un killer ignoto. Con lui ha agito una «batteria» torinese composta da Morosini, La Chioma, Tadiotto e altri gregari. 

Al processo Morosini viene condannato a 12 anni di carcere e in casa gli vengono sequestrate decine di mazzette di banconote. 

Babbo Natale, niente alcol, fumo e bestemmie nell'era di Youtube

Il Messaggero


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NEW YORK – Forse credete che Santa Claus lavori solamente nel mese di dicembre. Ma nella realtà, anche quando è in vacanza, anche sotto il solleone di Ferragosto, l’uomo che rappresenta Natale non può permettersi di rilassarsi. Santa Claus non può bestemmiare, comportarsi scortesemente, fumare, bere in pubblico. Nell’era di YouTube, per lui sarebbe la fine. O meglio, sarebbe la fine per i Santa Claus professionisti, che negli Stati Uniti sono migliaia. Qualcuno di quei bambini che si sono seduti sulle loro ginocchia lo scorso Natale potrebbero fotografarli o riprenderli e poi denunciarli su Internet.

Moltissimi do questi impersonatori di Babbo Natale hanno vere e proprie carriere costruite sui 55 giorni che vanno dall’inizio di novembre al 25 dicembre, ed hanno agenti che regolano i loro ingaggi, proprio come gli attori. E non si tratta solo di sedere per ore in qualche grande centro acquisti a sentire i bambini esprimere desideri natalizi, per molti ci sono scritture per pubblicità televisive, per cataloghi, per volantini pubblicitari, per feste private e pubbliche. Alcuni sono famosi, almeno localmente. Prova ne è il fatto un noto Babbo Natale di Annapolis, nel Maryland, Frank Bradley, si presenta quest’anno candidato alla poltrona di sindaco.

Insomma, essere un Babbo Natale professionista è un impegno che vale 365 giorni all’anno. E proprio in estate, quando il Natale sembra ancora lontano (e invece, è alle porte: qui negli Usa cominceremo a vedere le prime vetrine natalizie già all’inizio di ottobre) i vari Santa entrano nel tunnel della preparazione: lunghe sedute per sbiancare la barba, corsi di aggiornamento sugli ultimi regali (spesso i bambini chiedono regali high-tech su cui Babbo Natale deve essere ben preparato), ripulitura delle divise, ecc. I più famosi, quelli che compaiono in video o sui cataloghi, hanno già lavorato nei mesi primaverili.

Difatti, i primi cataloghi di carattere natalizio arriveranno nelle case fra poche settimane. Ma è adesso, proprio nel caldo di fine agosto, che tutti devono cominciare a rispondere alle offerte di lavoro per quei fatidici 55 giorni. I vari Santa potranno essere chiamati a intrattenere le famiglie dei manager di Wall Street, o partecipare a qualche festa scolastica o a qualche parata. Varie centinaia, quasi duemila, saranno assunti dai Mall, i grandi centri acquisti, per le loro ricostruzioni del “Polo Nord”, e allora siederenno su un grande trono dorato, sotto l’occhio dei fotografi che immortalano – al costo di almeno cento dollari a foto – il bambino di turno che chiede giocattoli e assicura di essere stato buono e di meritarseli.

Ma perché Babbo Natale possa essere credibile, anche la sua vita privata deve esserlo. E dunque, quelli che seguono questa professione hanno imparato alcuni trucchi : ad esempio se vanno in un bar a farsi una pinta di birra, chiederanno che venga versata in un bicchierone della Coca Cola. Se vogliono farsi una sigaretta, staranno bene attenti a non fumare in pubblico, e ad avere con sè un vasetto di olio di menta con cui “deodorare” la barba. Non guideranno in modo spericolato, non saranno scortesi, e mai e poi mai cederanno alla tentazione di pronunciare qualche bestemmia.

Un noto Santa, Tim Connaghan, ha raccontato al Wall Street Journal come si è quasi giocato la carriera perché durante una vacanza in Alaska, insieme ad altri 11 Santa Claus, aveva accettato di farsi fotografare insieme alle dipendenti di un locale, che indossavano abiti un po’ troppo scollati e sexy: “Mi era sembrata una scena abbastanza innocua” ricorda. Eppure la foto è finita su un sito, DefendingSanta.com , dedicato a proteggere la “moralità” di Babbo Natale, e le reazioni del pubblico furono molto severe. Una lezione che Connaghan non ha dimenticato e che insegna a tutti gli aspiranti Santa Claus in un corso di preparazione di due giorni che sta tenendo nelle principali città d’America.


Martedì 13 Agosto 2013 - 18:28

Cinquant'anni di audiocassette: la musica low-fi che ha conquistato il mondo

Corriere della sera

Presentate dalla Philips nell'agosto del 1963, sono stata poi soppiantate dai cd. Ma c'è chi la produce ancora

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Diciamolo subito: l'audiocassetta era pessima ma proprio per questo ebbe un grande successo. In questa settimana in cui cade il cinquantesimo anniversario del dispositivo inventato da Philips nel 1963 è difficile trattenersi da lacrime nostalgiche per quel parallelepipedo plasticoso, che non girava sempre bene e necessitava di lunghissime attese per caricare rudimentali videogiochi a 8 bit. Eppure aveva i suoi pregi, primo tra tutti la versatilità: poteva infatti contenere suoni, dati e perfino video. C'era poi la dimensione a renderla regina: più comoda del vinile, poteva essere portata ovunque, resisteva agli urti ed era registrabile.

ARRIVA LA CRISI - Proprio grazie a quella scatoletta sgraziata (in Italia ribattezzata «musicassetta) si diffusero i mixtape, le audiocassette che contenevano i brani più in voga del momento, i remix. E pure la pirateria: chi non poteva permettersi l'acquisto dei vinili, divenuti costosissimi nei primi anni '70 a causa della crisi, poteva ora registrare migliaia di copie per se o per gli amici. Non a caso in quegli anni la vendita dei vinili colava a picco mentre quella di cassette vergini rimaneva stabile tanto che i discografici fecero un accordo per imporre una piccola tassa sulla vendita di musicassette che poi si spartivano in base alle quote di mercato.

 L'audiocassetta compie 50 anni L'audiocassetta compie 50 anni L'audiocassetta compie 50 anni L'audiocassetta compie 50 anni L'audiocassetta compie 50 anni

BASSA QUALITÀ - La bassa qualità delle audiocassette, quindi, serviva a tenere a bada le major, chi voleva ascoltare buona musica doveva necessariamente rivolgersi al vinile o comprare cassette originali. Per avere una buona resa audio infatti occorreva far scorrere il nastro ad alta velocità ma questo comportava l'uso di strumenti di riproduzione avanzati e costosi. Philips invece ebbe l'intuizione di abbassare la velocità fino a 4.76 centimetri al secondo, rendendo i lettori tecnologicamente più semplici ed economici. È così che nel 1979 nasce il Walkman della Sony e con esso il concetto della musica personale e portatile.

ANCORA VIVA - Dopo aver rimpiazzato il vinile nel 1985, le cassette sono state a loro volta superate dal CD nel 1992 ma sono ben lungi da essere morte. Continuano infatti a essere prodotte da un'unica fabbrica, la National Audio Co. di Springfield e ci sono gruppi come Dirty Projectors, Dinosaur Jr. e Deerhunter che continuano a proporre i propri lavori su questa cinquantenne che si mostra tuttora in forma. Almeno tra i nostalgici.

13 agosto 2013 | 15:14

Il misterioso caso dei seicento morti di troppo (tutti ultra 65enni)

Corriere della sera

Inspiegato aumento di oltre il cinque per cento in molti Paesi europei dei decessi di uomini e donne: malattia sconosciuta?

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MILANO - Ogni settimana muoiono seicento persone in più del previsto, e va avanti così ormai da diversi mesi. Accade in Inghilterra, ma anche in vari altri Paesi europei. Tutto è iniziato nel 2012 e sembra essere continuato, con lo stesso numero di morti in più, settimana dopo settimana, nella prima metà del 2013. Nessuno sa il perché di questo incremento, che colpisce oltre i 65 anni, ma in particolare la fascia di persone al di sopra degli 85 anni. Ne parla un articolo sull’ultimo numero del British Medical Journal, intitolato "The curious case of 600 extra deaths a week", scritto da Nigel Hawkes, giornalista londinese free lance, incaricato direttamente dal BMJ.

TAGLI ALLA SANITÀ - L’aumento di mortalità è tale da colpire. I dati provenienti dall'Office for National Statistics mostra che la mortalità è aumentata del 5 per cento nel 2012 per uomini e donne sopra gli 85 anni, mentre nelle prime 27 settimane del 2013 c’è stato un incremento complessivo del 5,6 per cento. «È un dato enorme - scrive l’autore dell’articolo -. Se fosse successo durante un’epidemia influenzale, queste decine di migliaia di morti sarebbero state attribuite all’influenza e le polemiche fioccherebbero.

Ma non c’è epidemia, nessuna causa evidente, e neppure lamentele pubbliche. È tutto molto strano». Naturalmente un primo pensiero va all’effetto dell'Health and Social care Act, che ha modificato sensibilmente il funzionamento del sistema sanitario nazionale inglese, riducendone probabilmente l’efficacia dei servizi. E più in generale il pensiero va ai tagli di budget e alle riduzioni di personale sanitario, che con la crisi si sono diffusi in tutta Europa. Ma l’aumento delle morti è presente anche in Scozia, dove l'Health and Social care Act non è attivo.

DUE IPOTESI - Un'indagine dell'Office for National Statistics ha scoperto che non si è manifestata una mortalità ancora maggiore in quelle aree del Paese dove l’assistenza sanitaria era già in sofferenza, come ci si sarebbe invece dovuti aspettare se l’aumento delle morti fosse stato la conseguenza di un peggioramento dell’assistenza sanitaria. Sono state avanzate finora due ipotesi. Una riguarda il possibile esaurirsi del "bonus" che gli attuali ottantenni avrebbero avuto dall’essere stati la prima generazione che ha beneficiato di migliori condizioni di vita infantile (che dovrebbe spiegare il costante aumento della vita media manifestatosi in tutti questi anni).

Ma non si capisce perché dovrebbe derivarne un incremento di mortalità e non solo un arresto dell'aumento della longevità. L’altra ipotesi è che sia in atto una qualche malattia infettiva ancora non svelata. Ma le statistiche realizzate dagli scozzesi indicano che le cause delle morti in sovrappiù sono conseguenze di tumori, disturbi psichici e comportamentali, malattie del sistema nervoso e degli organi di senso, oltre che di malattie respiratorie. Quale malattia infettiva potrebbe colpire contemporaneamente tutti questi diversi organi e apparati?

ONDA LUNGA DELL'INFLUENZA - Una risposta rapida all’articolo di Howkes, sempre sul BMJ, viene da Michaël Laurent, Geriatrics Registrar dell'University Hospitals di Leuven in Belgio. Laurent segnala che nel solo mese di giugno in Belgio c’è stato un aumento di mortalità del dieci per cento negli ultrasessantacinquenni. Segnala anche l’esistenza di un progetto europeo di sorveglianza chiamato Euro-MOMO che conferma l’incremento anche in altri Paesi europei, almeno fino alla diciassettesima settimana del 2013, quando poi l’incremento sembrerebbe rientrato.

Laurent ricorda che secondo un’analisi danese quest’anno c’è stata un’onda particolarmente lunga dell’influenza e che questo potrebbe forse spiegare il fenomeno, almeno in Danimarca, assieme al presentarsi di ondate di calore che, come noto, possono indurre picchi di mortalità tra le persone più avanti negli anni. L’intera vicenda, tutta da chiarire, fa capire quanto possa essere difficile cogliere il senso dei dati epidemiologici, e quanto sia arduo arrivare ad attribuire con ragionevole sicurezza un evento a una specifica causa. Nello stesso tempo fa capire quanto i fenomeni apparentemente senza spiegazione facciano gola ai media, comprese le riviste mediche di alto profilo.

13 agosto 2013 | 10:41

Cassazione: condannati nonni, impedivano incontri padre-figlia

La Stampa


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Confermata dalla Cassazione la multa penale di 300 euro ciascuno nei confronti di una coppia di nonni materni di Milano colpevoli di aver impedito il diritto di visita del loro ex genero con la propria figlia minorenne affidata, per gli incontri con il padre, ai servizi sociali del Comune che dovevano riavvicinare papà e figlia dopo la burrascosa fine del rapporto tra madre e padre della minore. Il nonno e la nonna - che quel giorno avevano con loro la nipotina per via di impegni di lavoro della madre - si erano rifiutati di consegnare la ragazzina agli operatori dei servizi sociali e volevano essere presenti all’incontro tra il padre e sua figlia, senza andarsene come prevedevano le disposizioni del giudice.

Scrive la Suprema Corte - nella sentenza 34496 di convalida del verdetto emesso nel luglio 2011 dalla Corte di Appello di Milano - che i nonni «erano a perfetta conoscenza del provvedimento del giudice che stabiliva che l’incontro con il padre sarebbe dovuto avvenire dopo la consegna della bambina agli operatori delegati, e che entrambi non dovevano assistere all’incontro per evitare che la piccola potesse opporre ogni rifiuto di lasciare i nonni per andare con il padre».

«È indubbio - prosegue la Cassazione condannando Maria Luisa L. e il marito Roberto P., entrambe di 63 anni - che la condotta tenuta da tutti e due i nonni si è sostanzialmente risolta nella elusione del provvedimento giudiziario concernente l’affidamento dei figli minori e, in particolare, il diritto di visita da parte del genitore non affidatario». «L’elusione in questo specifico settore - spiegano ancora gli “ermellini” - può sostanziarsi in un qualsiasi comportamento da cui derivi la frustrazione delle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo, posto che deve esaltarsi la polarizzazione della tutela attorno all’interesse all’osservanza del provvedimento».

Concludono, pertanto, i supremi giudici che «assume rilevanza penale la condotta del genitore affidatario, o in ogni caso di chiunque sia stato delegato a dare esecuzione del provvedimento, il mancato rispetto delle prescrizioni del giudice civile sulle modalità particolari attraverso le quali l’incontro della bimba sarebbe dovuto avvenire con il padre».

Adesso nonno e nonna, ai quali sono state concesse le attenuanti generiche perché incensurati, dovranno anche risarcire l’ex genero per i danni morali patiti nel rallentamento della ripresa del normale rapporto affettivo con la figlia. Senza successo Maria Luisa e Roberto hanno cercato di sostenere che non sono stati loro a impedire l’incontro «bensì fu la piccola a rifiutare di vedere il padre». Adesso pagheranno anche i duemila euro di spese legali sostenute dal padre della bambina, costituitosi parte civile in Cassazione.

(Fonte: Ansa)

L'ex carcere della Capraia fa gola al Vaticano Ruini va in missione

Quotidiano.net

di Antonio Fulvi


La struttura in rovina dell'isola potrebbe diventare un ritiro spirituale


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E CHISSÀ che per l’isola di Capraia, nei secoli dei secoli patria di religiosi come racconta anche Claudio Rutilio Namaziano nel suo ‘De redito suo’, non si torni alle origini della storia: allora rifugio di eremiti e anacoreti, domani approdo di sacerdoti in cerca di pace e preghiera ma anche di un insediamento creativo, per studi, ritiri spirituali e forse colonie per giovani, boy-scouts, seminari di cultura, incontri di dottrina. Dopo una prima visita esplorativa di qualche settimana fa, infatti, arriva oggi a Capraia il cardinale Camillo Ruini, accompagnato dal vescovo di Livorno Simone Giusti. Ufficialmente, l’ex presidente della Conferenza episcopale italiana, oggi presidente del Comitato Scientifico della fondazione Ratzinger, viene per riposarsi. Ma un po’ tutti sull’isola, dal sindaco (lista civica) Gaetano Guarente agli imprenditori turistici, sanno che Ruini e Giusti coltivano un progetto: quello di ottenere dallo Stato l’ex diramazione della ex colonia penale agricola in località

La Mortola, per farne un insediamento turistico-culturale del Vaticano. Con il sindaco, Ruini e Giusti (accompagnati anche da alcuni imprenditori vicini al Vaticano) ne hanno parlato a lungo, ottenendone l’assenso di massima. L’ostacolo potrebbe essere la Regione Toscana, che da vent’anni boccia ogni proposta isolana di riutilizzo dei tanti immobili lasciati dalla colonia penale vent’anni fa. Immobili che furono chiusi in piena efficienza, serviti di strade, illuminazione elettrica e acqua; e oggi ridotti a un ammasso di ruderi, vandalizzati, salvo rari utilizzi (un piccolo agriturismo e di recente una coltivazione a vigna).

L’ARRIVO odierno del cardinale Ruini riaccende dunque le speranze che il Vaticano faccia sul serio per la Capraia: e che riesca dove il piccolo Comune di circa 500 abitanti non ce l’ha mai fatta per riutilizzare il patrimonio della colonia penale. Un patrimonio enorme, concesso nel 1873 con delibera comunale al ministero: un terzo dell’isola,  tutta la parte nord a partire dall’allineamento del Vado (torrentello) del porto che fu messo a coltivazione grazie a un centinaio di detenuti. Nei decenni la colonia penale agricola realizzò strade, pozzi artesiani e cisterne per l’acqua piovana. Si scoprì che il terreno vulcanico era ricco di ottima acqua sorgiva. Furono approntati pascoli e fino alla chiusura della colonia penale, vent’anni fa a scadenza del contratto centenario, anche il paese ebbe a prezzi ‘politici’ ortaggi, carne delle cicliche macellazioni, latte, formaggi, la frutta della Piana. Sono in tanti che oggi rimpiangono la colonia. E sperano che possa tornare a rivivere, magari grazie all’impegno della Chiesa.