lunedì 12 agosto 2013

L'uomo che sussurrava ai cavalli ora si batte per salvarli dagli indiani

Corriere della sera

Robert Redford contro i Navajo che vogliono abbattere gli animali

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Non è difficile scorgerli. Nel deserto dell'Arizona, nelle lande del New Mexico e non lontano dalle luci di Las Vegas. Si muovono in piccoli gruppi lungo sentieri inesistenti che una volta battevano i coloni. Per questo la legge federale degli Stati Uniti definisce i cavalli selvaggi «simboli viventi dello spirito pioneristico del West». Oggi quei meravigliosi animali rischiano di nuovo. Li vogliono far fuori perché ce ne sono troppi. Quasi 75 mila esemplari che hanno invaso la mitica Navajo land. E, infatti, a chiedere di abbatterli riaprendo i macelli non è l'avido uomo bianco, l'erede di chi sterminava i bisonti. No, questa volta sono i nativi. Gli indiani. Sì i Navajo, impegnati in una battaglia che ha attirato ecologisti, politici e una stella di prima grandezza, Robert Redford.

La nuova battaglia sulla frontiera si è accesa per ragioni economiche. I Navajo del New Mexico - ma in altre parti degli Usa ci sono anche i rancheros - si lamentano delle orde selvatiche. I cavalli - affermano - divorano 8 chilogrammi di foraggio al giorno e bevono 18 litri d'acqua. Conti alla mano, chi ha le terre sostiene di non farcela: distruggono, fanno danni, mangiano tutto. E gli indiani suggeriscono che siano abbattuti nei macelli. La richiesta dei Navajo, presentata in forma ufficiale, ha provocato la reazione furibonda degli ecologisti e di chi ha a cuore la sorte dei meravigliosi «selvatici». L'ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, un democratico dal volto pacioso ma spesso protagonista di missioni in posti difficili si è schierato contro. Al suo fianco un altro che ha il verde nel cuore. Robert Redford. L'attore-regista è uno di quelli «impegnati». Potete mai pensare che il protagonista de «L'uomo che sussurrava ai cavalli» tradisca i Mustang? Figuriamoci.

La difesa degli animali, però, non può dimenticare le esigenze degli uomini. Richardson ha riconosciuto che bisogna scovare proposte alternative. Ad esempio individuare aree remote dove spingere i cavalli. Oppure catturarne parecchi e darli in adozione. O ancora, sterilizzarli. Il problema è che ogni scenario ha i suoi costi e tanti pensano che mandarli al macello sia la cosa più conveniente. Anche se i centri specializzati sono chiusi da tempo in quanto il mercato americano non consuma carne di cavallo e ci sono nodi burocratici da sciogliere. Intanto le mandrie crescono e i Navajo piangono. Non tutti gli indiani, però, sono d'accordo con la linea dura. Per questioni emotive, culturali e storiche. Il risultato è un intrecciarsi di azioni legali, ricorsi, iniziative, con richiami alla «sovranità» e al rispetto dei diritti.

Richardson e Redford hanno creato una fondazione nella speranza di raccogliere consensi. Poi sono riusciti a bloccare, ottenendo un'ingiunzione di un giudice, la riapertura di un impianto per la macellazione pronto ad entrare in azione. La ditta, basata a Roswell, in New Mexico ha fatto ricorso contro il Dipartimento dell'Agricoltura sostenendo di avere le carte in regola. Un altro duello si svolto in un tribunale del Missouri. Sempre la magistratura ha fermato un sito disposto a «trattare» carne di cavallo con una strana motivazione: i lavori potrebbero contaminare il sottosuolo.

C'è poi una questione sui fondi necessari a finanziare le ispezioni nei macelli, pratica che è nelle mani del Congresso. L'esito finale è una guerriglia a colpi di codice che esaspera i protagonisti e che minaccia di rendere il confronto piuttosto lungo. Ben Shelly, presidente dei Navajo, si è rivolto direttamente a Redford: «Venga qui così potrà rendersi conto di persona di quello che accade e magari ci potrà aiutare a risolvere questo problema». Per ora l'attore non sembra aver risposto all'invito, ma in tanti si aspettano di vederlo lungo i sentieri selvaggi del New Mexico.


12 agosto 2013 | 13:32

Attenzione alla liceale nuda per le strade di Roma che gira su Facebook: è un virus

Corriere della sera

Il malware spamma sulle altre bacheche il contenuto. Ma gli esperti tranquillizzano: «Non ruba i dati personali»

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Come era prevedibile, ci sono cascati in parecchi. Tanti in queste ore hanno cliccato sulle bacheche Facebook il video della Liceale che gira nuda per le strade di Roma. Peccato che dietro l'immagine ammiccante di una ragazza senza abiti si nasconda in realtà un potente malware che da giorni sta impestando le bacheche Facebook di mezza Italia.

PASSWORD AL SICURO - Il virus per fortuna non è più di tanto dannoso, sebbene si attivi sia su computer che smartphone. Sfruttando il codice javascript, il virus non fa altro che spammare sulla vostra bacheca e sulla maggior parte delle pagine / gruppi / amici cui siete iscritti la foto della ragazza con il link per vedere il video. Secondo alcuni il malware, inoltre, iscriverebbe gli utenti ad un gruppo per un evento politicamente legato a Berlusconi. Attraverso Pastebin arrivano però i suggerimenti per liberarsi dal virus: «Per neutralizzare i dati in possesso di questo 'lamer' basta fare il LOG-OUT e LOG-IN da Facebook (questa operazione invalida l'access-token, quindi il tizio che lo possiede non può fare nulla al vostro account)». Poi la rassicurazione degli esperti: «La vostra password non è stata assolutamente toccata, non può conoscerla in nessun modo, se vi sentite più sicuri cambiatela. È altresì poco plausibile che sia stato attaccato il sistema operativo». Come dire, insomma, che i guai portati dalla liceale nuda sono abbastanza limitati.

12 agosto 2013 | 15:29

I "fratelli" islamici di Papa Francesco uccidono i cristiani

Magdi Cristano Allam - Lun, 12/08/2013 - 07:43

L'islam pretende di "superare" il cristianesimo e continua a massacrare gli "infedeli". Dimenticarlo è una manifestazione di relativismo religioso

 

Dopo Giovanni Paolo II che abbatté il muro di un millenario pregiudizio definendo gli ebrei «nostri fratelli maggiori» nel corso della sua storica visita alla Sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, ieri Papa Francesco ha definito i musulmani «nostri fratelli» nell'Angelus a Piazza San Pietro rivolgendo loro un messaggio in occasione della festa della fine del Ramadan, il mese del digiuno islamico.


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Ebbene, se è indubbio il legame teologico tra ebraismo e cristianesimo dato che Gesù era ebreo e il cristianesimo fa proprio l'Antico Testamento, all'opposto l'islam - affermatosi 7 secoli dopo - si fonda sulla negazione della verità divina dell'ebraismo e del cristianesimo concependosi come la religione che rettificherebbe le loro devianze, completando la rivelazione e suggellando la profezia.

Se «nostri fratelli» fosse usato in senso lato riferito alla nostra comune umanità le parole del Papa sarebbero ineccepibili. Ma se «nostri fratelli» è calato in un contesto teologico allora si scade nel relativismo religioso che annacqua l'assolutezza della verità cristiana mettendola sullo stesso piano dell'ideologia islamica che è fisiologicamente violenta al punto da non concepire Allah come «padre» e i fedeli come «figli», bensì come un'entità talmente trascendente da non poter neppure essere rappresentata e nei cui confronti dobbiamo esclusivamente totale sottomissione.

Solo nell'ebraismo e soprattutto nel cristianesimo, la religione del Dio che si è fatto uomo e dell'uomo concepito a immagine e somiglianza di Dio, Dio è padre, noi tutti siamo suoi figli e tra noi siamo fratelli. Papa Francesco all'Angelus dopo aver sostenuto che il cristiano «è uno che porta dentro di sé un desiderio grande, profondo: quello di incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli, ai compagni di strada», ha rivolto «un saluto ai musulmani del mondo intero, nostri fratelli, che da poco hanno celebrato la conclusione del mese di Ramadan, dedicato in modo particolare al digiuno, alla preghiera e all'elemosina». Se i musulmani sono «nostri fratelli» e se la missione del cristiano è «incontrarsi con il suo Signore insieme ai fratelli», ci troviamo di fronte a un quadro teologico che mette sullo stesso piano cristianesimo e islam, considerandoli come due percorsi diversi ma che conducono entrambi allo stesso Dio.

Nel suo messaggio ai «musulmani del mondo intero» del 10 luglio, il Papa ha scritto: «Venendo ora al mutuo rispetto nei rapporti interreligiosi, specialmente tra cristiani e musulmani, siamo chiamati a rispettare la religione dell'altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori», specificando «senza fare riferimento al contenuto delle loro convinzioni religiose». Francesco aggiunge: «Uno speciale rispetto è dovuto ai capi religiosi e ai luoghi di culto. Quanto dolore arrecano gli attacchi all'uno o all'altro di questi!». Ebbene se si mette sullo stesso piano cristianesimo e islam concependole come religioni di pari valenza e dignità senza però entrare nel merito dei loro contenuti, così come se si denuncia la violenza che si abbatte contro i capi religiosi e i luoghi di culto senza specificare che si tratta della violenza islamica ai danni dei cristiani, il risultato è che il Papa da un lato legittima l'islam che si concepisce come l'unica vera religione e, dall'altro, mostra arrendevolezza nei confronti del terrorismo e dell'invasione islamica che dopo aver sottomesso all'islam le sponde meridionale e orientale del Mediterraneo stanno ora aggredendo la nostra sponda settentrionale.

Il relativismo religioso è evidente anche nel messaggio rivolto dal cardinale Angelo Scola ai musulmani lo scorso 8 agosto in cui si legge: «La fedeltà ai precetti delle nostre rispettive tradizioni religiose, quali la preghiera e specialmente il digiuno da voi osservato nel mese di Ramadan, ci infonda fiducia e coraggio nel promuovere il dialogo e la collaborazione intesi come frutto necessario dell'amore di Dio e del prossimo, i due pilastri biblici e coranici di ogni autentica spiritualità». Concepire una continuità e un raccordo teologico tra ebraismo, cristianesimo e islam fondato sull'amore di Dio e del prossimo, è solo un auspicio contraddetto giorno dopo giorno dai fatti.

Il caso di padre Paolo Dall'Oglio, gesuita come il Papa, acceso relativista che ha a tal punto sostenuto la causa dell'islamizzazione della Siria da essere stato cacciato dal governo di Assad ma che ciononostante è stato sequestrato dai terroristi islamici siriani, ci conferma che gli islamici non rinunceranno mai a sottomettere i cristiani, gli ebrei, gli infedeli all'islam così come impongono loro Allah nel Corano e Maometto. Proprio ieri, mentre il Papa a Roma definiva i musulmani «nostri fratelli», i musulmani in Egitto hanno bruciato una chiesa e 17 case di cristiani. Mentre la fine del Ramadan in Irak è stata festeggiata dai terroristi islamici sunniti con 10 autobombe causando la morte di 70 persone.

Certamente il cristianesimo e la nostra comune umanità ci portano ad amare il prossimo a prescindere dalla sua fede, ideologia, cultura o etnia, ma l'adozione del relativismo religioso si traduce nel suicidio del cristianesimo e della nostra civiltà che ha generato i diritti fondamentali della persona e la democrazia.

twitter@magdicristiano

La Comunità ebraica grazia i musulmani ma incalza Pisapia: «Lui deve spiegare»

AlGia - Lun, 12/08/2013 - 07:07


La Comunità ebraica non molla. Ha fatto troppo scalpore il caso dell'imam Riyad Bustanji, ospite d'onore alla cerimonia conclusiva del Ramadan e noto per aver inneggiato al «martirio religioso» dei bambini palestinesi. La Comunità pretende spiegazioni. Ma, intervenendo con una nota ufficiale dopo le dichiarazioni che il presidente Walker Maghnagi ha rilasciato nei giorni scorsi anche al «Giornale», le pretende soprattutto dal Comune. Si allenta invece la tensione con il Caim, il coordinamento dei centri islamici milanesi che ha organizzato la celebrazione con 10mila persone all'Arena. La Comunità precisa che la richiesta di dimissioni del coordinatore delle «moschee» Davide Piccardo - arrivata nei giorni scorsi dal portavoce della sinagoga del centro, Davide Romano - resta una posizione - si sottolinea «legittima» - di un'associazione ebraica.

La Comunità in quanto tale non intende interferire con gli affari interni di un altro organismo, anche se la visita di «cortesia» al Ramadan quest'anno non c'è stata - e dati gli invitati di parte musulmana non poteva esserci. Nei confronti di Palazzo Marino, tuttavia, la Comunità non molla. Le dichiarazioni dell'imam sono definite «di una gravità inaudita», perché «incitano al terrorismo e all'odio nei confronti di Israele. Con l'aggravante del coinvolgimento perfino di bambini». «Il movimento Hamas - dicono dalla Comunità - è stato riconosciuto una organizzazione terroristica dall'Unione Europea. Dunque anche dal nostro Paese. A nostro avviso il Comune di Milano ha sbagliato a partecipare a questa iniziativa per via della presenza di Al Bustanji. Ci auguriamo che questa partecipazione sia dovuta ad una svista. Per questo aspettiamo chiarimenti in merito dall'amministrazione comunale».

Fughe, errori, ricorsi e casualità Così Esposito finì in Cassazione

Massimo Malpica - Lun, 12/08/2013 - 13:03

Nel '94 il Csm votò il trasferimento in una corte non monocratica Lui rifiutò Napoli: il Tar gli diede ragione. E arrivò al Palazzaccio


Che cosa ha spinto il magistrato Antonio Esposito a cambiare ufficio, passando dalla pretura della soleggiata Sapri al severo «Palazzaccio», sede della Corte di Cassazione, con vista sul Tevere? In questi giorni abbiamo raccontato della sua lunghissima permanenza nella cittadina tirrenica (prima come pretore di Sapri poi come pretore dirigente di Sala Consilina), iniziata all'alba degli anni '70, dopo il trasferimento dalla vicina Scalea, e terminata dopo 25 anni con lo sbarco nella Capitale.


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Precisamente il 7 maggio del 1991, quando il Csm avvia la procedura di trasferimento d'ufficio dopo aver ricevuto un esposto firmato da un avvocato di Sapri, Francesco Vallone. Esposito era già uscito indenne da due procedimenti analoghi nel 1981 e nel 1990. Anche questa volta evoca un complotto. Ma i tempi della decisione non sono proprio rapidissimi. Ci vogliono più di 16 mesi prima che al pretore Esposito arrivi, il 26 settembre del 1992, la comunicazione del capo di incolpazione. Solo il 24 febbraio del 1994, dopo altri 17 mesi, la prima commissione di Palazzo dei Marescialli approva, a maggioranza, il provvedimento di trasferimento. Che, come raccontato ieri, dettagliando il verbale della seduta, viene approvato dal plenum del Csm il 7 aprile dello stesso anno.

Il dibattito, come abbiamo già raccontato, è vivace, si discute su tutto, il consigliere Alfonso Amatucci che riferisce di nuovi «episodi» si trova al centro di critiche da parte di altri colleghi, si propongono emendamenti per eliminare l'esplicitazione dell'assegnazione «a organi giudicanti non monocratici», ma anche per modificare l'interesse «indiretto» che Esposito avrebbe avuto nella scuola Ispi con un più ficcante «interessamento all'attività» dell'istituto di formazione da parte del magistrato. Alla fine si vota, e il trasferimento è approvato con 3 consiglieri di maggioranza (14 a 11, e 4 astenuti). E le «nuove» accuse di Amatucci spingono il Csm a stabilire la trasmissione degli atti ai titolari dell'azione penale in relazione «a fatti nuovi emersi su possibili strumentalizzazioni della giurisdizione» da parte di Esposito, come racconta un lancio dell'Ansa il giorno dopo.

Il 26 aprile è la III commissione del Csm, presieduta da Amatucci, che propone per Esposito il trasferimento alla Corte d'Appello di Napoli. Il plenum approva, e il 26 giugno successivo arriva il decreto ministeriale di trasferimento. Esposito, però, resiste. Da un lato cita per danni Amatucci, un altro consigliere, l'avvocato e un involontario «testimone» considerandoli responsabili dei «danni incalcolabili» subiti dal trasferimento, ma il tribunale gli dà torto. Dall'altro ricorre alla giustizia amministrativa. Il Tar del Lazio il 19 ottobre sospende cautelativamente il decreto, e il provvedimento di sospensione viene confermato dal Consiglio di Stato il 28 febbraio del 1995. Esposito, dopo il pronunciamento del Csm e nonostante il decreto firmato dal Guardasigilli Alfredo Biondi, resta dunque lì, tra Sapri e Sala Consilina. Tanto che a luglio dispone il sequestro del porto di Sapri per mancanze nelle concessioni demaniali.

Ma poco dopo fa richiesta di trasferimento. Quando, esattamente? Un riferimento cronologico al trasloco emerge da un altro lancio dell'Ansa che, il 15 luglio del 1996, racconta delle carenze d'organico lamentate dalla pretura di Sala Consilina: «Dallo scorso anno manca ancora il pretore dirigente - spiega l'agenzia - dopo che l'ex titolare, Antonio Esposito, è stato trasferito in Cassazione». Dunque la scelta cade sul Palazzaccio, dove da qualche anno il fratello, Vitaliano, apprezzato e importante magistrato, era sostituto procuratore generale, e dove Antonio poteva sbarcare avendo già il «grado» di consigliere di Cassazione. In seguito, apprendiamo ora dallo stesso magistrato nella sua lettera di precisazione, il Tar del Lazio avrebbe «posto nel nulla» il trasferimento d'ufficio di Esposito. Che però, di suo, nel frattempo aveva già cambiato sede. A Sapri ora torna in vacanza. E a Sapri c'è ancora la sede «nazionale» dell'Ispi. L'istituto superiore di studi socio-psicopedagogici italiano che, tra i contatti di riferimento, indica il numero di telefono cellulare del magistrato. Anche in una locandina dello scorso febbraio: la presentazione di un centro di consulenza che tra i relatori vanta il «presidente di sezione Corte di Cassazione Antonio Esposito».



Nuova querela: "La Mercedes? Aveva 300mila km"

Redazione - Lun, 12/08/2013 - 07:41

L'ennesima precisazione di Antonio Esposito dopo che il Giornale ha svelato i suoi altarini


RomaIl giudice Antonio Esposito passa al contrattacco. E replica alle accuse diffuse dal «Giornale». Ecco però i punti fondamentali della sua replica, diffusa dalle agenzie di stampa: il trasferimento di ufficio, deciso a strettissima maggioranza dal Plenum del Consiglio il 7/04/94, venne, dapprima sospeso e poi posto nel nulla dal Tar del Lazio con sentenza del 27/3/96 con la quale il giudice amministrativo - nell'annullare il provvedimento di trasferimento di ufficio e nel condannare l'amministrazione alle spese, (caso più unico che raro) - metteva in evidenza:

a) «Il metodo improprio con cui era stata trattata la procedura»;
b) la violazione del principio del contraddittorio;
c) il difetto di istruttoria che «permeava tutto il procedimento e lo connotava in termini di unidirezionalità ed a tesi precostituita»;
d) che «l'impianto iniziale del procedimento era sostanzialmente venuto meno»; e che vi era stato «un progressivo sfaldarsi delle tesi accusatorie»;
e) in particolare il giudice amministrativo, già nel marzo '96, riteneva insussistenti quei medesimi addebiti, esattamente gli stessi, poi ritenuti insussistenti dal giudice della sezione disciplinare del Csm con la sentenza del 2/10/98; addebiti tra i quali vi era naturalmente quella dell'Ispi, in ordine alla quale il giudice amministrativo rilevava che l'attività del dott. Esposito «si era limitata allo svolgimento di alcune lezioni autorizzate dal Csm e non retribuite».

Per quanto riguarda la Mercedes, Esposito precisa: non era una «lussuosa berlina», bensì un modello usato e vecchio (del 1971, e con 300mila km alle spalle), acquistata regolarmente. La vicenda - scrive ancora Esposito - è stata archiviata, in istruttoria, in sede penale, disciplinare e amministrativa; in tutte queste sedi si è accertato, con prova orale e documentale, l'assoluta legittimità dell'acquisto. «Del tutto diffamatoria - spiega Antonio Esposito - è quindi la notizia di aver ricevuto in regalo una Mercedes, così come diffamatorie sono tutte le altre notizie contenute nell'articolo in questione, di cui sarà provata la falsità nelle sedi competenti (cene a sbafo, invece regolarmente pagate come già documentalmente provato con memoria inviata al Csm del 13/05/95; casa realizzata in cooperativa con accollo di mutuo, ecc.).



E Pisapia attacca il giudice: "Fossi in lui mi dimetterei"

Serena Coppetti - Lun, 12/08/2013 - 12:07

Il sindaco di Milano critica il giudice Esposito: "Un grave errore commentare la sentenza"

Marina di Pietrasanta - «È stato un grave errore. I giudici parlano attraverso le sentenze.


Se io avessi fatto un errore del genere mi sarei dimesso». Il sindaco Giuliano Pisapia non usa mezzi termini dal Caffè della Versiliana a Marina di Pietrasanta. È ospite del sindaco locale Domenico Lombardi per parlare di Comuni, di Imu, di bilanci che non tornano. Modera Luca Telese che al sindaco di Milano chiede qualcosa di più. Un'opinione. La sua, in veste non tanto di sindaco di grande città ma di uomo di legge sulla polemica che ha investito il giudice Esposito. E lui risponde deciso: «Io ho sempre ritenuto che le sentenze si possano commentare, sempre nel rispetto dei giudici». Con un «ma». «Gli unici che non possono commentare le sentenze sono i giudici. Credo che questa sia una cosa talmente evidente...». Pisapia ricorda una frase: «Quando la politica entra nelle aule di giustizia, la giustizia se ne va».

E aggiunge: «La politica non deve entrare nelle aule di giustizia. Ma dall'altra i giudici parlano attraverso le sentenze». È chiaro il sindaco di Milano, camicia azzurra e calzino rosso. La sua opinione va ancora oltre. «Sono convinto che sia stato un grave errore - chiosa - se avessi fatto un errore del genere mi sarei dimesso. Una riflessione se fossi nel giudice Esposito la farei», consiglia il sindaco. Che aggiunge dettagli tecnici. «Né si pensi che questo possa mettere in discussione la sentenza che diventa esecutiva e definitiva col dispositivo. E - incalza - per Berlusconi mi sembra che non ci siano i presupposti per la grazia. Potrebbe, come sta facendo Grillo, continuare a fare il leader politico». Certo, Pisapia aggiunge anche che «adesso è giusto aspettare l'intervento del Csm, ma anche come è successo per altri magistrati che si sono resi conti di avere sbagliato, piuttosto che aspettare il giudizio disciplinare se è vero quello che si legge io credo che anticipare le dimissioni rispetto alla censura sarebbe una riflessione che dovrebbe fare».

Ecco la vera storia di «Md»: i giudici rossi che fanno politica

Stefano Zurlo - Lun, 12/08/2013 - 10:04

Così Magistratura democratica ha acquisito potere e condizionato le scelte dei partiti La regola sin dall'inizio: le toghe devono schierarsi e cercare il consenso della piazza. Hanno abbattuto la Prima Repubblica e ora tocca al berlusconismo

 

Sono di sinistra e hanno accompagnato la storia della sinistra italiana. I giudici di Magistratura democratica sono diventati anche uno dei più famosi brand d'Italia da quando il Cavaliere ha dichiarato loro guerra. Forse, ingenuamente, qualche anima bella penserà che chiamarle toghe rosse sia una forzatura del nostro bipolarismo muscolare, ma non è così.

Vi raccontiamo la vera storia di Magistratura democratica, che da cinquant'anni fa politica indossando la toga

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O meglio, la storia di questa costola del potere giudiziario è un riassunto delle ideologie, degli ideali, delle ubriacature, dei condizionamenti e delle illusioni che hanno animato il versante della magistratura che da sempre ha coltivato ambizioni progressiste. Risultato: in un sistema malato, in cui le toghe sono divise in correnti e le correnti compongono una sorta di parlamento parallelo, Md è uno degli attori del sistema politico italiano.

Inutile scandalizzarsi: in Italia, come ha spiegato a suo tempo Antonio Ingroia al Giornale, «la magistratura si concepisce per metà come corporazione per metà come contropotere». Ecco, Md è o dovrebbe essere, perché poi spesso è diventata il suo esatto contrario, il contropotere che si oppone alla presunta casta, coglie le sensibilità più profonde del Paese, cattura le esigenze e le istanze sociali più avanzate, capovolgendo gli equilibri reali dentro le istituzioni. Si può essere d'accordo o no, ma questo è un po' il senso dei tanti manifesti e proclami e documenti elaborati in questi lunghi anni dalle teste d'uovo della corrente.

Citiamo, per esempio, Livio Pepino con il suo articolo Appunti per la storia di Magistratura democratica. Scrive il magistrato: «Che Magistratura democratica sia stata (sia) la sinistra della magistratura è noto e da sempre rivendicato». Questo l'incipit che toglie ogni ambiguità e fraintendimento. Certo, questo non vuol dire che i magistrati siano pedine del sistema dei partiti, dal Pci e dai suoi eredi a Rifondazione, ma indica comunque una precisa collocazione. Ma Pepino va ben oltre, verso la militanza attiva:

«La rottura con il passato è radicale e gravida di conseguenze: ad una magistratura longa manus del governo, si addice, infatti, un modello di giudice burocrate e neutrale, mentre ad una magistratura radicata nella società più che nell'istituzione deve corrispondere un giudice consapevole della propria autonomia, attento alle dinamiche sociali e di esse partecipe». Eccolo qui il magistrato che si afferma come contropotere: questo giudice fugge dal Palazzo, inteso come luogo di conservazione e di stagnazione, e si mette in testa al popolo, ne guida le battaglie, lo conduce verso la liberazione, come nel celebre dipinto di Pellizza da Volpedo

Il Quarto Stato. Si dirà che si tratta di suggestioni ma non è non è così. E Pepino, in quel testo, lo spiega fin troppo bene: «Il dogma dell'apoliticità si rovescia nel suo contrario». La magistratura fa politica. Appunto. Md fa politica, da sinistra. Anche se fuori dal parlamento e senza tessere. È tutto scritto e declamato nei sacri testi. Nei comizi. Nei convegni. Nelle controinaugurazioni dell'anno giudiziario. Nei pugni alzati, come al funerale di Ottorino Pesce, anima della sezione romana di Md, morto nel gennaio '70.

È quasi cinquant'anni ormai che Md cerca la sua bussola nel grande arcipelago della sinistra. Talvolta soffrendo di collateralismo, talvolta cercando di dettare la linea al Pci-Pds e alle altre sigle della sinistra, oppure ancora spaccandosi al suo interno fra ortodossi e movimentisti e fra garantisti e giustizialisti. Se un giudice, per stare ancora a Pepino, fa a pezzi il modello basato sulla neutralità, sceglie «l'opzione di sinistra», testuale, «fa la sua scelta di campo», afferma il suo «sentirsi dalla parte dei soggetti sottoprotetti», fin dove si può spingere?

Siamo su un piano inclinato su cui, sin dall'atto di fondazione del 27 luglio 1964, e poi attraverso la virata del 30 novembre 1969, si sono esercitate almeno due generazioni di toghe, con risultati che è difficile riassumere. Ma certo si tratta di alcuni dei nomi più noti della magistratura italiana: da Gian Carlo Caselli a Gerardo D'Ambrosio e a Gherardo Colombo, per rimanere fra Palermo e Milano, fra i processi alla cupola, ad Andreotti e a Dell'Utri e l'epopea di Mani pulite.

E poi Livio Pepino, Vittorio Borraccetti, Elena Paciotti, Giuseppe Palombarini, autore del fondamentale Giudici a sinistra. Ma l'elenco è chilometrico. E molti i tornanti, le curve, le risse, le divisioni e le ricomposizioni, le diverse sottolineature. Qualcuno, brutalmente, ritiene che la parabola di Md sia quella di un movimento che porta aria fresca nelle ovattate stanze degli ermellini, rompe tabù, distrugge un vecchio e logoro apparato di relazioni elitarie, poi piano piano, di emergenza in emergenza, fra il terrorismo e tangentopoli, si appiattisce sulle posizioni giustizialiste.

Quelli di Md, con dietro tutti gli altri, un tempo ribattezzati per la loro furia culturale gli iconoclasti, diventano i picconatori della Prima repubblica e poi del berlusconismo consegnando i santuari del potere ai postcomunisti. E così la sinistra vince in Italia passando per la scorciatoia della via giudiziaria, ma dopo essere stata sconfitta proprio sul piano delle idee, delle ideologie e degli ideali naufragati fra le macerie del Muro di Berlino. È la storia drammatica che Francesco Misiani racconta nel suo bellissimo La toga rossa. Una lunga cavalcata nelle contraddizioni dei magistrati rossi: dall'epoca dei processi popolari, cui il giovane e compiaciuto Misiani assiste in Cina, all'ubriacatura da manette ai tempi di Tangentopoli quando le tentazione di abbattere un sistema marcio entra a piedi uniti anche nelle aule di giustizia.

Aston Martin Db5: la doppia vita dell'aristocratica macchina da guerra di 007

Massimo M. Veronese - Dom, 11/08/2013 - 19:20

È l'auto più famosa del cinema, è diventata un cult grazie a Goldfinger, la costruirono con cura artigiana e maniacale. Eppure nel primo Bond non era lei la vera protagonista dei celebri inseguimenti. E Bond le preferiva un'altra...

 

Di certo è la macchina più famosa del cinema. Soprattutto la prima, la DB5 del 1964, targata FMP 7B, ma girevole, con incorporate mitragliatrici, scudo antiproiettile e schermo fumogeno, controllato dal pannello centrale.


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L'hanno fabbricata in soli due esemplari, l'unico rimasto se l'è portato a casa tre anni fa Harry Yeaggy, businnessman americano, per una cifra pari a più di tre milioni e 300 mila euro. A vendergliela l'ex dj Jerry Lee: l'aveva acquistata per primo nel 1969 per 12 mila dollari direttamente dall'Aston Martin, poi la chiuse per sempre in un garage. Nonostante l'età è sempre la stessa: ha il tetto rimovibile per espellere il passeggero indesiderato, ma il sedile in realtà non si muove di lì, ha le mitragliatrici ma non hanno mai funzionato, se si preme però il bottone entrano comunque in posizione.

La cosa curiosa, il segreto dell'agente segreto, è che la DB5 in realtà non era una DB5.
Quando cominciò «Goldfinger» la macchina non era ancora in produzione, così la casa britannica costruì in tutta fretta una controfigura, cioè una DB4 Vantage travestita da DB5. Di DB5 vere ma non originali ce ne sono al mondo solo 855. Allora, dagli stabilimenti del Buckighamshire uscivano solo cinque vetture a settimana, tutte prenotate prima ancora di arrivare dal concessionario. A Newport Pagnell, dove Lionel Martin e Robert Bamford avevano edificato la loro celebre factory a mattoni rossi, quattrocento dipendenti curavano ogni passaggio della lavorazione con cura maniacale. Maestri artigiani sceglievano, ritagliavano e preparavano i fogli di radica per gli interni e la pelle per la selleria.

Sulla scocca venivano passate 12 mani di vernice e un solo meccanico si preoccupava del motore sul quale, a lavoro ultimato, stampava con orgoglio la sua firma. La Aston Martin è tante cose: una delle 101 cose da provare prima di morire per il Daily Mail, l'auto più sexy del mondo (dopo la Fiat 500...) per Top Gear, la movie car più famosa del cinema dopo Herbie il maggiolino per i 100 esperti dell'Osservatorio Metropolis. Pensare che non è nemmeno la macchina di Bond, ma dell'MI6. Lui in privato preferiva la Bentley...


Video : L'Aston Martin di James Bond in "Goldfinger"

Non usate i morti per invocare le leggi pro gay

Luca Doninelli - Lun, 12/08/2013 - 07:43

Il suicidio del 14enne che si sentiva discriminato perché omosessuale: un dramma oscurato dal coro della propaganda


Leggo stupefatto i commenti sul caso del ragazzino di Roma, 14 anni, che nella notte tra mercoledì e giovedì scorso si è dato la morte gettandosi dalla finestra di casa perché incapace di sopportare gli insulti e gli episodi di emarginazione subiti a causa della sua omosessualità. Solo Repubblica ne ha dato, ieri, la notizia. Non ho letto quasi nessuna parola di dolore, di sconcerto, nessuna lacrima, nessun pensiero sul destino di questo poveretto voluto e amato da Dio nella sua natura di persona unica e irripetibile.

Come nei peggiori momenti degli anni Settanta, quando il motto «tutto è politica» intristiva e insanguinava le nostre giornate, la corsa delle dichiarazioni si è gettata sul tema della Legge sull'omofobia, la cui approvazione come tutti sanno è stata rinviata al nuovo anno sociale. La legge, la legge! Questo sembra essere il solo problema interessante. E i soliti fiori sul luogo in cui questo ragazzo ha terminato i suoi giorni: i soliti tristi fiori pieni della solita pietà senza speranza. Ma se tutti i politici e i portavoce dei vari movimenti si fossero dimostrati all'altezza di quei poveri fiori e della loro sconsolata carezza, forse potremmo rallegrarci, o quantomeno consolarci, al pensiero che le loro parole possano somigliare a una mano posata sulla spalla dei disgraziati genitori. Invece i discorsi erano già pronti, i fucili carichi.

Ora, io (diversamente da alcuni amici) sono moderatamente favorevole alla Legge sull'omofobia. Nonostante alcune passate e ben note nefandezze, credo ancora che le leggi debbano essere a tutela di tutti i cittadini e non solo di una parte di essi, e penso che una buona legge sull'omofobia - una legge che non persegua reati d'opinione inesistenti e che consenta l'espressione di punti di vista diversi sulla natura e il destino dell'uomo - potrebbe sostenere la maturazione della coscienza civile di tutti. Se però, di fronte a una tragedia come questa, un ringhio (la legge!, la legge!) è tutto ciò di cui si dimostrano capaci coloro che dovrebbero essere i primi a dimostrare un minimo di smarrimento, allora c'è poco da sperare nella buona legge. Qui il disastro è culturale, e di dimensioni spaventose. Perché è chiaro che dell'uomo, dell'uomo in carne ed ossa, di questo-uomo-qui sono ben pochi a dimostrare ancora un minimo d'interesse.

Chi sono io, diceva il Papa in Brasile, per giudicare un gay alla ricerca di Dio? Come sarebbe bello se queste parole, senza turbare le persuasioni di ciascuno, penetrassero nel cuore di tutti quelli che si accingono ad affrontare temi come questi! Personalmente, sono certo che quel ragazzo cercasse, dopo tanti abbracci negati, quello di Chi non potrà mai negargli abbracci e baci. Ma una piccola riflessione s'impone. Quando frequentavo la quarta ginnasio, nel mio liceo di paese, avevo un compagno chiaramente omosessuale. Questo non produsse alcuna esclusione, anche perché a quattordici anni si è ancora bambini (per fortuna).

In seguito ho avuto molti amici gay e la cosa non mi ha mai fatto problema: non perché io fossi anti-omofobo, ma semplicemente perché avevo un'idea chiara di cos'è una persona umana: una realtà non definita da me, unica e irripetibile. Non un'idea, non un'ipotesi, non un progetto, ma un corpo. La mia domanda è: una volta smarrita questa dimensione inviolabile della persona umana, ciò che (temo per abitudine) continuiamo a chiamare «uomo» non è che una creta infinitamente manipolabile da ogni potere. E allora ci vogliono leggi, sempre più leggi, sempre più avvocati: non per proteggere l'uomo, ma per determinare le aree di potere. E non escludo che l'ira ottusa che si scatena - oggi molto più di ieri - contro omosessuali, ragazze brutte, studenti scarsi, occhialuti, brufolosi, e via dicendo (perché i ragazzi che si ammazzano per i motivi più diversi sono spaventosamente numerosi) - abbia origine anche in questo legalismo isterico che nega non solo Dio ma anche e soprattutto l'uomo.

Verdi a Milano: la città segreta culla del Maestro

Luciana Baldrighi - Lun, 12/08/2013 - 07:02


È a Giuseppe Verdi che si deve il fatto di avere trasformato il Teatro della Scala nel più importante teatro del mondo. È pur vero che Milano non gli fu sempre una madre benefica, per dirne una non fu accolto bene già da ragazzo nel capoluogo lombardo.


Cattura
Il futuro Maestro di Busseto si recò al Conservatorio di Milano (che poi prese il nome Giuseppe Verdi) per ottenere la Palma di Composizione, gli venne rifiutata, fu respinto insomma, costringendolo ad accettare gli insegnamenti del Maestro Vinvenzo Lavigna. Uno sconforto che proseguì anche nella vita affettiva: a Milano perse la figlia Virginia Maria, il figlio Icilio Romano e la moglie Margherita Barezzi. Al sommo dello sconforto però riuscì a musicare il Nabucco che lo concigliò con la vita e il Tempio della Musica. Da questo momento la sorte cambia.

È nel capoluogo lombardo che conosce la seconda moglie, Giuseppina Stoppani, e Milano incomincia a sorridegli ad iniziare dal corteggiamento della nobiltà risorgimentale, fra cui Clara Maffei che con il suo salotto lo spinse verso ideali e antiaustriaci. Il suo salotto in via Bigli al 21 era frequentato da molti intellettuali, basti pensare che nello stesso Palazzo Livazzi abitava Albert Eistein (1894-1900), e per 36 anni fu il fulcro della cultura e della politica cittadina. Qui conobbe anche Alessandro Manzoni con il quale condivise strategie romantiche e sempre ormai nella sua Milano. Arrigo Boito gli confezionò i libretti delle sue due ultime opereche lo consacrarono all'unanimità come il più grande musicista italiano del suo tempo.

Il volume uscito in questi giorni è curato da Luigi Inzaghi (Editrice Meravigli - Libreria MIlanese - 160 pagine, Euro 12) è molto ben dettagliato e indaga sulla vita milanesedi verdi e sulle orme di un'altra accurata pubblicazione di Gustavo Marchesi del 1981, perché segue le orme del Maestro Verdi passo dopo passo, dalle prime abitazioni fino alle ultime, a partire dall'ospitalità presso l'amico Giuseppe Saletti in via Santa Marta 19, poi in Contrada San Paolo nella casa Dupoy, in casa Arduzzoni, in via San Pietro all'Orto 17, in via Simone in Corsia dei servi, in via Andegari e poi ancora in Contrada del Napoleone, nonché nei vari alberghi, primo fra tutti il Gran Hotel Et de Milan in via Manzoni, dove il Maestro di Busseto morì nel 1901 nell'appartamento 108 (oggi stanza 105 al primo piano.

Un itinerario curioso e tutto da scoprire. ricco di aneddoti e di storia, una vera e propria caccia al tesoro per gli amanti della Lirica o per stranieri e non amanti della Scala.La Messa «Requiem» la scrisse per la Chiesa di San Marco e fu un grande successo che varcò i confini nazionali. Verdi fu anche un assiduo frequentatore della Casa Ricordi, della Galleria De Cristoforis, del Caffè Cova (il marchio è passato per la maggioranza dai Faccioli a imprenditori francesi del gruppo Vuitton) dove incontrava amici e a Natale acquistava il panettone per la sua Peppina. Il Caffè Cova prima di trasferirsi in Montenapoleone era vicino alla Scala, se lo ricordava bene Gaetano Afeltra, quando con Missiroli, direttore del Corriere della Sera, andavano a prendere la Callas fuori dal Teatro a spettacolo finito e prendevano qualche cosa e poi l'accompagnavano a casa.

Un laser può dirci quando moriremo Ma davvero vale la pena saperlo?

Corriere della sera


È il sogno di sempre di noi umani quello di sapere quando moriremo, anche se poi sotto sotto nessuno vorrebbe saperlo. Sogno che evidentemente non tramonta, perché di tanto in tanto si legge qualche mirabolante notizia su una nuova possibilità di determinare quel fatidico momento, almeno approssimativamente. Il metodo più famoso per ora è quello del progressivo accorciamento delle estremità dei cromosomi, quei telomeri che si consumano col tempo, e quando non ce n'è più è finita. La misura del loro effettivo accorciamento è un'indicazione necessaria ma non sufficiente per dire quanto tempo ci rimane da vivere: se sono corti è un guaio, ma se sono lunghi non significa niente.

Ora si parla di saggiare la condizione delle nostre cellule endoteliali, il serbatoio per così dire di tutte le nostre potenziali cellule staminali. Da lì partono tutte le «spedizioni» di cellule staminali finalizzate a rimpiazzare questa o quella parte usurata del nostro corpo. In sé e per sé queste cellule servono a «pavimentare» tutti i vasi grandi e piccoli del nostro corpo e contribuiscono a dare alle nostre arterie e ai nostri capillari elasticità e prontezza o, al contrario, rigidità e stanchezza.

Ma come misurarne lo stato? Semplice, pare. Si applica al polso di una persona un generatore di blanda luce laser oscillante che si trasmette per tutto il corpo. Questo esercita su tutte le cellule, ma soprattutto sulle epiteliali, un'azione alla quale quelle devono reagire. Si potrà poi con calma saggiare l'effetto del tutto su queste cellule: se l'effetto è blando e transitorio il corpo è ancora abbastanza giovane; altrimenti sta invecchiando. Il concetto è semplice e tutto sommato ragionevole. Gli autori, scienziati dell'Università di Lancaster, vaticinano che in un due o tre anni il metodo sarà perfezionato e assolutamente riproducibile.

Non so quanto valga effettivamente la pena di sapere quando moriremo, ma avere un'idea dello stato complessivo del nostro corpo non è male, non fosse altro come indicazione: se puoi, risparmiati (e curati), perché hai abusato del tuo corpo. Oppure no; ma questo non te lo dirà mai nessuno. Come al solito, se son rose fioriranno. Vedremo. Mi pare però che si possa concludere che un metodo del genere pare complessivamente più affidabile di altri e certamente suscettibile di grandi miglioramenti. Perché è all'interno delle singole cellule e delle loro microstrutture che si combatte la lotta fra la vita e la morte.

12 agosto 2013 | 8:12