domenica 11 agosto 2013

JFK, risolto il mistero del "vicino" di tomba di Oswald

Corriere della sera



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Dal 1997 accanto alla tomba di Lee Harvey Oswald, l'assassino di John Fitzgerald Kennedy, c'è una lapide con le stesse misure, e inciso «Nick Beef». Ora il mistero della tomba vuota è risolto (Ap/New York Times/Curry)

 

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Il lotto è stato comprato da Patric Abedin, comico con quello pseudonimo. Abedin ha 56 anni, e il 21 novembre 1963 vide il presidente Kennedy a Fort Worth. Il giorno dopo JFK fu ucciso (Ap/New York Times/Curry)

 

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La tomba di Oswald è nel cimitero di Rose Hill a Forth Worth: l'assassino del presidente fu sepolto lì il 25 novembre 1963, 3 giorni dopo l'omicidio e 1 giorno dopo essere stato assassinato da Jack Ruby (Google Maps) 

 

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«Beef» aveva 6 anni quando vide il presidente ancora vivo. Nel 1975 lesse su un giornale che il lotto accanto all'assassino Oswald era libero e lo comprò. Nel 1997 decise di farsi una lapide uguale (Google Maps) 

 

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L'uomo ora vive a New York, ha due figli e assicura di non avere intenzione di farsi seppellire accanto all'assassino di Kennedy: preferisce farsi cremare (Google Maps)

2022, un biglietto di sola andata per Marte: 100 mila richieste per 40 posti disponibili

Corriere della sera

Decine di migliaia di candidature per il progetto «Mars One». Gli astronauti dovranno completare 8 anni di addestramento

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Guardare la Terra come solo gli astronauti possono fare. Viaggiare nello spazio. Mettere piede su un pianeta del sistema solare. L'immaginario collettivo vola quando si parla di spazio: cinema e letteratura hanno raccontato in ogni modo il sogno dell'uomo di viaggiare nello spazio e scoprire forme di vita su pianeti sconosciuti. Succede però, ormai, che la realtà superi la finzione. Ed ecco allora che prende corpo il progetto «Mars One»: non si tratta solo di possibili passeggiate su Marte, il pianeta Rosso, quello che tante volte abbiamo ammirato anche a occhio nudo nelle sere limpide d'estate. «Mars One» porta la gente a vivere su Marte. E i candidati disposti a mettere la propria firma su un biglietto - di sola andata - per Marte e colonizzare il pianeta rosso, sono già arrivati a quota 10o mila. Il progetto dovrebbe partire nel 2022. I 100 mila che si sono presentati per 40 soli posti disponibili - riporta la Cnn - sono dunque pronti a trascorrere la loro vita su Marte. Ma non è così semplice, l'addestramento dura anni e la selezione è ferrea.

3 SI PARTE NEL 2022 - La prima missione costerà - afferma il cofondatore e amministratore delegato di «Mars One», Bas Lansdorp - 6 miliardi di dollari e sarà pagata da sponsor e organizzazioni media in cambio dei diritti per riprendere la colonizzazione di marte. «Vogliamo raccontare la storia al mondo: l'uomo su Marte e la sua colonizzazione, dando vita a una nuova Terra. Queste è una delle cose più eccitanti che accadrà e vogliamo condividerla con il mondo intero» aggiunge Lansdorop. I primi 4 dei 40 che saranno selezionati parteciperanno alla prima missione, che lascerà la Terra nel 2022. Un altro gruppo di quattro selezionati partecipanti partirà due anni dopo. Gli astronauti dovranno completare otto anni di addestramento.

11 agosto 2013 | 12:34

Camera, ecco gli stipendi d’oro: per i commessi 130mila euro l'anno redditi raddoppiati in meno di 20 anni

Il Messaggero

di Sonia Oranges


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ROMA - «I nostri stipendi sono già bloccati»: si difendono così i dipendenti della Camera, a chi gli contesta di avere un trattamento economico di tutto privilegio. Ma, se è vero che anche le loro retribuzioni sono ferme (ma soltanto fino al 2015), è altrettanto vero che la progressione dei loro stipendi non ha pari.

GOCCIA NEL MARE E il taglio delle loro indennità di funzione, dal 70% del ruolo apicale al 30% degli altri, appena decisa dall’ufficio di presidenza di Montecitorio, è una goccia nel mare delle risorse necessarie a sostenere livelli di retribuzioni che, nel corso degli anni, raddoppiano. Basta compulsare le tabelle messe on-line sul sito della Camera, per verificarlo. Un operatore tecnico, la qualifica più bassa prevista e per la quale è richiesto solo il diploma in qualsiasi istituto professionale, appena assunto guadagna 30mila351, 39 euro (al netto degli oneri previdenziali) all’anno, che dopo 10 anni diventano 50 mila 545,28 euro, dopo 20 raggiungono quota 89mila 528,05 euro, e dopo 30 anni sono 121 mila 626,43 euro.

Che fanno? Barbieri, elettricisti, centralinisti. Poi ci sono i commessi, o meglio: assistenti parlamentari: all’ingresso percepiscono 34 mila 559,94 euro (le cifre sono sempre al netto degli oneri pensionistici), dopo 10 anni hanno una busta paga da 50 mila 545,28 euro, dopo 20 da 89 mila 528,05, dopo 30 da 121 mila 626,43 euro. Ce ne sono 19 che lavorano a Montecitorio da più di 36 anni e guadagnano 127 mila 210,32 euro l’anno. Cifra che arriva a sfiorare i 200 mila euro considerati gli oneri previdenziali.

PROGRESSIONE
Più cresce la qualifica, più lievita lo stipendio: i collaboratori tecnici (che si occupano, per esempio, dei servizi radiofonici e televisivi) guadagnano dai 30 mila 619,24 euro iniziali ai 136 mila 301,46 euro di fine carriera. Ce n’è uno che arriva a 145 mila 875,47 euro. Oppure i segretari parlamentari: lo stipendio di partenza è 34 mila 875 euro, ma quattro dipendenti con questa qualifica intascano 149 mila 227,07 euro l’anno, mentre il loro decano guadagna 156 mila 185,02 euro. Certo, alcuni di loro hanno grandi responsabilità.

Sono i consiglieri parlamentari, i dirigenti per intenderci: per vincere il concorso superano 6 prove scritte e un orale su qualsiasi tipo di materia («niente di meno complesso di quanto affrontato da un notaio o un magistrato», spiegano) e devono essere disponibili praticamente sempre, al servizio dell’imprevedibilità della politica. I loro stipendi sono in linea con quelli dell’alta dirigenza della funzione pubblica, con la differenza che non possono assumere alcun altro incarico: il loro salario di ingresso è di 64 mila815,28 euro, ma dopo 30 anni guadagnano 318 mila 654,96 euro.

Il più anziano, dal punto di vista professionale, raggiunge i 341 mila 677,94 euro. Di meno guadagnano solamente i documentaristi, che forniscono in tempo reale ai parlamentari i dossier utili a valutare l’impatto delle proposte di legge: a inizio carriera percepiscono 38 mila 929,32 euro, alla fine 212 mila euro. Nell’unico caso di lungo corso, la cifra sale a 227 mila 240,04. Davanti a cifre così, il taglio delle indennità è poco più che un solletico: un vice assistente parlamentare superiore avrà 225,40 euro, un capo ufficio 378,30, un consigliere capo servizio 598.96, un vicesegretario generale 652,56, il segretario generale 662,02.

Ma l’operazione trasparenza della Camera non è applicata ai ruoli apicali. Del segretario generale della Camera Ugo Zampetti (in forze da poco meno di un ventennio), si conosce soltanto il reddito d’ingresso, 406mila399,02 euro che, però, aumenta del 2,5% ogni due anni, come quello dei due vicesegretari, entrati alla Camera con una busta annua di 304mila847,29 euro.


Domenica 11 Agosto 2013 - 10:06
Ultimo aggiornamento: 11:00

La beffa delle macchinette telelaser: batterie scariche e fuori uso

Il Mattino

di Elena Panarella



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ROMA - Stavano provando gli autovelox in via dei Fori Imperiali e in via Labicana. Quando con loro grande sorpresa i vigili urbani si sono accorti che non potevano funzionare: le batterie erano scariche. L’unica soluzione, a questo punto, rivolgersi a chi le batterie le ha ancora cariche: i loro colleghi del secondo gruppo che nel fine settimana mettono in campo i controlli per la movida. E così mentre i Fori, da ieri, sono sorvegliati speciali restano scoperte altre zone: Parioli, Salario Nomentano e Flaminio.

«Una cosa è certa se decidono di fare questo tipo di controlli - spiega Gabriele Di Bella, funzionario del secondo gruppo e dirigente sindacale della polizia municipale - bisogna capire se si è in grado di farlo. Non si «veste» un Gruppo, per «spogliarne» un altro. Tutti i venerdì e sabato facciamo controlli sulla movida questa volta il nostro autovelox resterà spento. Il comando del Corpo ha richiesto al nostro gruppo la batteria, ma senza il caricabatterie, probabilmente perché non avendolo mai usato le matterie si sono esaurite».

L’appello. «Per la questione Fori, invito il sindaco, e insieme a me molti altri miei colleghi, ad indire al più presto una conferenza di polizia locale prevista nel regolamento del Corpo - aggiunge Di Bella - per mettere attorno ad un tavolo i gruppi interessati alla nuova viabilità, con gli assessori competenti e i presidenti dei municipi coinvolti. Quando a settembre la città si rimetterà in movimento se non si è pronti sarà paralisi. Bisogna dunque preparare immediatamente un piano di fluidificazione del traffico. Ecco perché è importante fare subito questa riunione». Intanto a dare disponibilità immediata per partire con i controlli della velocità sono stati proprio i vigili del I Gruppo. Gli agenti useranno apparati mobili, come telelaser e autovelox. Potranno spostarsi lungo il percorso e «pizzicare» a distanza chi viaggia oltre il limite dei trenta orari.

Saranno soggetti a queste novità anche i bus, i taxi e i noleggi con conducente (Ncc). Senza dimenticare, inoltre, che per tutti gli autisti professionisti la multa e le pene accessorie previste dal codice della strada raddoppiano. La contestazione potrà avvenire in tempo reale se le condizioni del traffico lo consentiranno, altrimenti a chi andrà troppo veloce la multa sarà recapitata direttamente a casa. Ovviamente bisognerà vedere a che velocità saranno tarati gli autovelox, perché se il Comune userà la formula della «tolleranza zero», considerando lo scarto del tachimetro e la percentuale del telelaser, già a 35 all’ora scatterà la foto ricordo.

Dove è possibile usarlo. Con una recente nota il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha precisato che il telelaser può essere impiegato su qualsiasi tipo di strada, a prescindere dalla distanza dal segnale di limite, purché presidiato, ben visibile e adeguatamente segnalato in base alle normative vigenti. La Corte di Cassazione ha stabilito poi che sono da ritenersi nulle le multe inflitte tramite questo strumento (la famosa “pistola”) se non viene segnalata preventivamente la presenza dell’apparecchio.

La stangata. L’entità della sanzione viene modulata in base alla gravità del comportamento ed all’orario. Se si superano i limiti di velocità di non oltre 10 km/h la multa è compresa tra 39,00 e 159,00 euro; oltre 10 Km/h e fino a 40 Km/h si pagano tra 159,00 e 639,00 euro e decurtazione di 3 punti sulla patente; oltre 40 Km/h e non oltre i 60 la sanzione è compresa tra 500 e 2mila euro con decurtazione di 6 punti sulla patente e sanzione accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre mesi. Infine, oltre 60 Km/h rispetto al limite, la multa è compresa 779 e 3.119 euro, la decurtazione è di 10 punti. Nella fascia oraria che va dalle ore 22 alle 7 del mattino, tutte le sanzioni sono aumentate di un terzo.

 
domenica 11 agosto 2013 - 11:42   Ultimo aggiornamento: 11:43

Si sposta per lavoro ed inizia una convivenza more uxorio: assegno mensile da 1.000 euro per la moglie

La Stampa


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E’ il marito stesso ad affermare che il giudice della separazione deve prendere in considerazione le attuali condizioni economiche delle parti: così ha fatto il giudice a quo, con motivazione ampia ed articolata. Con la sentenza 8285/13 la Cassazione ha deciso sul ricorso di un uomo che non vuole corrispondere alla «quasi ex» moglie l’assegno di mantenimento. Dai primi due gradi di giudizio è emerso che l’uomo, per motivi di lavoro, si è spostato a vivere in un’altra località, mantenendo la residenza nella casa con la moglie: non vi è stata separazione di fatto e neanche un deterioramento del vincolo coniugale.

Ma il marito ha cominciato a frequentare un’altra donna, relazione che si è subito trasformata in convivenza more uxorio, senza che la moglie sospettasse nulla, anche se ormai la situazione era divenuta di dominio pubblico. La donna viene a sapere del comportamento del marito da una persona, poi sentita come teste. Da ciò viene riscontrata la sussistenza di un nesso di causalità tra il comportamento dell’uomo e l’intollerabilità della convivenza. Il marito viene quindi condannato a versare mensilmente alla moglie 1.000 euro.

La Cassazione, investita del caso, rigetta il ricorso, poiché il ricorrente propone solo profili e valutazioni di fatto, mentre è incensurabile in sede di legittimità la decisione del giudice di merito che, con motivazione ampia ed articolata, ha preso ben in considerazione le condizioni economiche delle parti. La domanda di riconsegna dei francobolli non poteva essere proposta. La Suprema Corte accoglie invece il ricorso incidentale presentato dalla moglie, che era stata condannata alla riconsegna di una raccolta di francobolli al marito.

La donna sostiene infatti che la domanda di restituzione fosse improponibile. La Corte è d’accordo. Infatti, secondo giurisprudenza consolidata, «è esclusa la possibilità di simultaneo processo tra l’azione di divorzio, soggetto al rito della Camere di Consiglio nella Corte d’Appello e quella volta alla restituzione di beni mobili, soggetta al rito ordinario, autonoma e distinta dalla prima». Per questo motivo, al riguardo, la sentenza viene cancellata senza rinvio. Alla fine del procedimento, quindi, l’uomo resta obbligato a versare alla donna 1.000 euro mensili e, per il momento, anche senza francobolli. Ma il procedimento gli è costato non solo per il suo esito, ma anche per le spese concrete di 20.500 euro per i tre gradi di giudizio.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Il giudice di Cassazione che al telefono pare Caccamo

Corriere della sera

Antonio Esposito in Rete è affiancato al personaggio di Teocoli

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«Chist'è na stupotaggine». Ormai la battuta gira irrefrenabile. Il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, ha dato mandato all'ispettorato del ministero per approfondire la vicenda relativa all'intervista del giudice Antonio Esposito, presidente del collegio della Cassazione che ha emesso la sentenza Mediaset, e ha nominato come consulente Felice Caccamo. Il direttore e fondatore del giornale 'O Vicolo è l'unico in grado di interpretare lo spirito di quella famosa intervista passata alla storia come «Vabbuò, chill' nun poteva nun sapere». Quando si ascolta la registrazione della telefonata del presidente Esposito al giornalista del Mattino viene spontaneo immaginarselo nelle vesti di Felice Caccamo: giacca azzurra, cravatta con nodo esagerato, gli occhiali dalle lenti spesse e il Vesuvio sullo sfondo: «Tengo 'o mare n' fronte, 'o cielo n' ccoppa».

Il tormentone su Caccamo (forse il più riuscito personaggio di Teo Teocoli) è partito da un articolo di Annalisa Chirico su Panorama.it e ha fatto in fretta a diffondersi, come succede a quelle battute che diventano subito una spia di consenso. Persino la senatrice Alessandra Mussolini si è esibita in un'imitazione della telefonata.

Certo, tra un esimio presidente della Corte di Cassazione e un giornalista, un po' cialtrone, intento più alle sue singolari abitudini alimentari ('o struzzo di mare oppure 'a frittura globale), che a scovare notizie, la differenza è abissale. Ma sono bastati una telefonata in dialetto («Tiziu, Caiu e Semproniu an tit che te l'hanno riferito. E allora è nu pocu divers»), un momento di eccesso di confidenza, uno stato di rilassamento familiare per avvicinarli in maniera incredibile. Caccamo vive con la moglie Innominata (che prende puntualmente a «mazzate in faccia») e i figli Tancredi, Boranga e Ielpo. I suoi inseparabili amici sono Pesaola, Bruscolotti e l'ex presidente del Napoli Ferlaino, suo vicino di casa. Ormai è una maschera napoletana, come Pulcinella, Tartaglia (il vecchio cancelliere balbuziente, astuto e pedante, dai grossi occhiali verdi), 'O Pazzariello («Attenzione... battaglione... è asciuto pazzo 'o padrone...»).

Caccamo sa bene che i magistrati parlano attraverso le sentenze, ma sa anche che qualche volta parlano al telefono.


11 agosto 2013 | 8:55

Il caos europeo delle multe Inglesi immuni all'autovelox

Corriere della sera

I britannici fuori dai loro confini pagano solo in flagranza. E se non hanno soldi vengono accompagnati al bancomat

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PARIGI - Nei giorni delle partenze d'agosto sulle autostrade francesi le moto dei gendarmi si lanciano all'inseguimento delle auto in eccesso di velocità. Soprattutto quelle con volante a destra. Ancora una volta la Gran Bretagna marcia per conto suo: i Paesi europei si sono impegnati a recepire entro il 7 novembre 2013 la direttiva Ue sulle contravvenzioni, ma il Regno Unito (assieme a Irlanda e Danimarca) ha scelto di non aderire, esercitando l'opt-out come per Schengen e l'euro.

Così, o l'automobilista britannico viene fermato e quindi obbligato a pagare subito, sul posto, oppure può infischiarsene degli autovelox: la multa non gli verrà mai notificata. Lo sa chi ha attraversato la Manica diretto in Costa Azzurra o verso Biarritz, sull'Atlantico, ma lo sanno anche le forze dell'ordine francesi, che cercano - aprendo il gas sulle loro Yamaha FJR - di tappare i buchi lasciati aperti dall'incerto processo di integrazione europea.

La Bbc ha voluto mettere in guardia i connazionali in partenza intervistando il luogotenente Benjamin Dupain della gendarmeria di Tolosa, che avverte: «Gli automobilisti inglesi fermati per eccesso di velocità devono pagare sul posto (375 euro, ndr ). Se non hanno i contanti con loro li accompagniamo al bancomat più vicino. E se non riescono a ritirare i soldi, avvertiamo il giudice che deciderà come procedere. Ma potrebbero volerci tre giorni, durante i quali comunque la macchina non si muove». Due visioni dell'Europa e della guida tornano ad affrontarsi. I britannici hanno cominciato a spostarsi stando sulla sinistra del percorso dai tempi dei cavalieri (che potevano così tenere la lancia con la mano destra), e non hanno mai smesso.

I francesi invece sono passati a destra durante la Rivoluzione francese, quando Robespierre decise che tutti i cittadini avrebbero marciato nella parte della carreggiata fino a quel momento riservata al popolino. Quella distinzione si è poi diffusa nel mondo secondo l'espansione coloniale di Londra e Parigi (con importanti eccezioni come il Nordamerica), e oggi l'eccentricità britannica della guida a sinistra torna d'attualità sulle autostrade di Francia, percorse per il 5% da stranieri responsabili però del 15% delle infrazioni. Le auto britanniche (e le meno numerose danesi e irlandesi) sono le più controllate a causa del mancato recepimento della direttiva, ma anche gli automobilisti italiani è bene che stiano attenti.

All'ultimo vertice franco-italiano di Lione, il 3 dicembre scorso, Parigi e Roma hanno concordato di scambiarsi informazioni sulla sicurezza stradale, ma il termine europeo del 7 novembre è ancora relativamente lontano e la traduzione operativa delle intese tarda a realizzarsi. Così, gli italiani che quest'estate guidano in Francia possono ancora sperare di non ricevere la multa a casa, ma se fermati rischiano di subire lo stesso trattamento degli inglesi: pagamento immediato o sequestro dell'auto. Gli unici tranquilli, si fa per dire, perché il rapporto dell'autovelox li raggiungerà in patria sono belgi, lussemburghesi, svizzeri e spagnoli.

11 agosto 2013 | 9:30

Caro calcio, raccontami una storia

Daniele Abbiati - Dom, 11/08/2013 - 07:25

Un centravanti nel gulag, un futuro "mister" a Dachau. E il premio Nobel Camus in porta...

Coriandoli e tempi supplementari, foto posate e foto rubate, canzoncine e inni. Il calcio non è anche questo, ma anche questo è calcio da prendere a calci, con un tiro «a giro» o con una stangata sotto la traversa.


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Louis Tomlinson e Kenny Samson non hanno nulla in comune tranne la desinenza del cognome. Figuratevi, il primo è nato quando la carriera del secondo volgeva al termine. E poi il primo «gioca» negli One Direction, la boy band che fa impazzire le ragazzine, mentre il secondo ha preso una direction che, se non farà presto un cambio di direzione, lo porterà dritto all'inferno.

Notizie di pochi giorni fa: storie di calcio. Louis, lo sbarbatello, classe '91, ha firmato un contratto con i Doncaster Rovers, serie B inglese, squadra per cui, dice, faceva il tifo quand'era piccolo (!): «Servivo hamburger prima e durante la partita, c'era un caos formidabile». Kenny, il difensore indifeso, classe '58, avvolto e strozzato dai fumi dell'alcol, forse non si ricorda nemmeno di detenere il primato di presenze per un terzino (ben 88 dal '79 all'88) con la Nazionale inglese. Erano i tempi per lui gloriosi del Chrystal Palace e soprattutto dell'Arsenal. Calcio mediatico da una parte e calcio giù antico dall'altra, calcio come operazione di marketing e calcio come dannazione.

Storie di calcio che forse un giorno qualcuno scriverà, lontano dai coriandoli e dai lustrini e lontano dai tempi supplementari e dalla «lotteria dei rigori» della vita. Per adesso, altre storie di calcio, storie che non sono ancora vulgata, ma sono già scritte, verranno raccontate in Valle di Comino, agglomerato di, come si suole dire, ridenti cittadine, anzi paesini laziali, dal 23 agosto, proprio a poche ore dall'inizio del campionato.

Nella sezione «Il giocatore» non ci sarà il tormentato Falcao del centrocampo russo, il «divino» Dostoevskij, ma, per stare in zona ecco apparire in spiritu Eduard Anatol'evic Strel'cov, centravanti della Torpedo Mosca negli anni Cinquanta e Sessanta, tramontata il 20 luglio '90. Donne, vodka e gulag (2010) di Marco Iaria, ne racconta l'avventura. Fumatore, bevitore e collezionista di belle ragazze, Strel'cov battè papa Celestino V per 2 a 1, con la sua doppietta di «gran rifiuto», prima al CSKA, la squadra dell'Armata Rossa, e poi alla Dinamo, la squadra del Kgb. Mal gliene incolse, visto che finì in un gulag, accusato di violenza carnale.

Anche per Cestmír Vycpálek, che per i giovani è soltanto lo zio di Zdenek Zeman, il più bravo di tutti a perdere, e per i vecchi è una leggenda juventina, i minuti di recupero furono lunghi, interminabili lassù, internato a Dachau, come spiega Stefano Bedeschi in Da Dachau al tricolore (2012). Mentre un altro zio, Zio Luigi. L'ultimo uomo d'onore (2012), di Giancarlo Ciabattari, ci accompagna in tutt'altra provincia, calcistica e non, rispetto alla Real Madrid e alla royal Manchester, United o City fa lo stesso: la Calabria 'ndranghetosa che si presenta a un calciatore venuto dal profondo nord. Sono loro le teste di serie dei gironcini per questa Champions League frusinate.

Iaria, Bedeschi e Ciabattari, il 23 agosto, metteranno in campo i loro «top player». Poi, siccome il gioco di squadra richiede gente che corra e faccia legna, la rosa si allargherà. E allora la nostalgia canaglia degli over 40 che non accettano di essere derubricati a vecchie glorie si eserciterà sulle figurine Panini, i nostri ex-voto, i nostri santini nel paradiso del pallone, i nostri compagni «sul campo per destinazione» (cfr. Enrico Ameri), con o senza «ventilazione inapprezzabile» (cfr. Sandro Ciotti), con o senza il Novantesimo e oltre minuto di Paolo Valenti.

E sui palloni Supertele, Supersantos e Tango, palliativi da oratorio o da giardinetti delle «sfere di cuoio». Gianni Bellini e Davide Coero Borga se li palleggeranno ronaldinhescamente, moderati dall'interista Vittorio Macioce e dal milanista Massimo M. Veronese. E ci scuserete se continueremo a giocare in casa, noi del Giornale, con il vicedirettore Giuseppe De Bellis, aedo di Fantantonio Cassano e nostalgico cantore del Mondiale 2006.

Parole scritte e parole dette. Soprattutto parole giocate sul filo della memoria. E della letteratura. Che a esempio ci parla di un dilettante da pallone d'oro, oltre che da premio Nobel: Albert Camus. In Il portiere e lo straniero (2013), Emanuele Santi segue e illustra le traiettorie dei suoi tuffi e della sua prosa. Accosciati, da sinistra a destra: per Eraldo Pecci Il Toro non può perdere (si saranno dimenticati di avvertirlo); Darwin Pastorin si coccola

La mia Juve (sua, e se la tenga); Gianfelice Facchetti sbotta Sennò che gente saremmo (i soliti bauscia...) e via almanaccando. Perché anche noi calciomani e lettori, italiani per scelta, per caso o per sbaglio, non sappiamo vivere senza un caro nemico. Sul rettangolo verde, sugli spalti gremiti o su internet. A giocarci una pizza o la Cianson li.

L'imam straparla, il sindaco è muto

Alberto Giannoni - Dom, 11/08/2013 - 07:13

Solo una cosa è più dannosa di un Comune che vuol fare «politica estera» ed è un Comune che non la sa neanche fare. Il sindaco Giuliano Pisapia - distratto, distante e disinformato - si trova ora nel bel mezzo di un nuovo caso politico-diplomatico, alle prese con un nodo mai sciolto: la natura delle comunità islamiche cittadine.
 

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Non è certo un caso se, dopo la preghiera dell'imam Sheykh Riyah Bustanji all'Arena civica, è scoppiato un nuovo putiferio. Il problema esiste e persiste. Come è possibile che in una grande metropoli civile e progredita (e ora «progressista») sia ricevuto con tutti gli onori del caso, in uno spazio pubblico concesso dal Comune, un predicatore capace di incitare al «martirio religioso» dei bambini? Com'è possibile che trovi a omaggiarlo un assessore spedito lì dal sindaco con un messaggio grondante buonismo e inconsapevolezza (e anche, purtroppo, un emissario della Curia?).

Diamo per scontata la buona fede di tutti, ma come è possibile che oggi, scoppiato il caso Al Bustanji, nessuno si senta in dovere di prendere le distanze? Cosa dà all'assessore all'Istruzione (appunto) Francesco Cappelli tutta questa sicurezza di non aver niente di cui scusarsi. Lui che ha in mano le scuole frequentate dai nostri figli cosa pensa delle azioni kamikaze di un ragazzino palestinese di 10 anni? E il sindaco, cosa ne pensa? Pisapia si è rammaricato di non poter partecipare al Ramadan e ha mandato quella lettera lunghissima (era proprio necessaria?). Oggi non gli sembra importante condannare quelle parole del predicatore? Neanche dopo che il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi, con evidente benevolenza nei suoi confronti, gli ha chiesto di farlo?

I precedenti di questi ultimi anni, è vero, sono desolanti. Basti pensare al pasticcio combinato con la visita del Dalai Lama e alle scivolate sulle feste, israeliana e palestinese. Questi casi non sono coincidenze. Basta tornare indietro di 12 mesi, quando l'ex sindacalista vendoliana e sicuramente femminista (appunto) Cristina Tajani, col suo bel velo, è corsa all'Arena ma ha finto di non vedere il problema delle donne nell'Islam radicale (o meglio fanatico). Pisapia tace. Cappelli tace. Tace anche Davide Piccardo, il coordinatore del Caim (i centri islamici milanesi) che pure ha provato a dare alle «moschee» della città un volto e un linguaggio nuovo.

La Comunità ebraica gli chiede di dimettersi. Lui aspetta che passi la tempesta ma l'impressione, con questi presupposti ideologici, è che sia già pronta la prossima. Intanto le domande, anche qui, abbondano: il Comune sui nuovi luoghi di culto sembrava aver imboccato in astratto la strada giusta della contrattazione (spazi in cambio di trasparenza). Ma perché ha scelto il Caim come interlocutore privilegiato? Perché ha snobbato la Casa di via Padova, l'unica grande realtà ad avere davvero tutte le carte in regola (con tanto di Ambrogino d'oro per il direttore Mohamed Asfa)? Pisapia ora deve uscire dall'ambiguità: si scusi per questa ennesima gaffe e dica parole chiare sul rifiuto della violenza e del fanatismo. O si prenderà atto che la sua «politica estera» e le sue prediche sul tanto sbandierato dialogo altro non sono che una maldestra e vuota litania.

Il giudice bugiardo ci querela ma non chiarisce il caso Ispi

nostri inviati a Sapri (Sa) - Dom, 11/08/2013 - 07:50

Il giudice Antonio Esposito si sente diffamato. Quello che ancora non conosciamo è invece l'umore del dottor Antonio Esposito, il tuttofare della scuola Ispi, quello che mette il suo numero di telefono tra i contatti per chi vuole fare master o esami nella sede locale dell'università telematica.


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Non si sa, insomma, cosa pensano l'uno dell'altro. L'unica cosa certa è che sono la stessa persona e di fatto il giudice fa un doppio lavoro. La domanda allora è: si può fare? Esposito promette querela. L'annuncio non lo fa di persona, ma si nasconde dietro l'associazione Antonino Caponnetto di cui è presidente onorario (e che sulla pagina Facebook «si stringe intorno al suo presidente e ai suoi familiari vittime di una campagna vergognosa e diffamatoria dopo la sentenza di condanna emessa a carico di Berlusconi»). In pratica tira in ballo una colonna della lotta alla mafia per ribadire quello che il Giornale in realtà non ha mai nascosto, e cioè che la sezione disciplinare del Csm lo ha sempre ritenuto estraneo a tutte le accuse.

O meglio, a quasi tutte, visto che il 7 aprile del '94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d'ufficio dell'allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d'Appello di Napoli nonostante lui avesse fatto presente che l'adozione del provvedimento gli avrebbe causato danni incalcolabili, ledendo irreversibilmente il suo onore e il suo prestigio professionale e denunciando che la relativa procedura sarebbe stata condotta con spirito persecutorio e diffamatorio nei suoi confronti, in esecuzione di un disegno comune ai convenuti».

I suoi colleghi, insomma, conoscevano l'intreccio di interessi tra il pretore e la vita sociale ed economica di Sapri. E per questo lo hanno trasferito. Nell'ultima seduta del Csm i consiglieri ne hanno parlato a lungo, anche scontrandosi sulle diverse interpretazione di certi episodi. Ma alla fine sono stati d'accordo sul fatto che «la presenza ultraventennale di Esposito nella pretura di Sala Consilina e il suo coinvolgimento nella gestione dell'Ispi hanno determinato una situazione particolare che ha accresciuto il suo potere fino a dar luogo a qualcosa di diverso e di incompatibile con la funzione di pretore dirigente».

Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava «proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l'ipotesi che l'Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell'ordine di centinaia di milioni, come sembrerebbe potersi evincere dai costi di iscrizione e dalle rette di frequenza». Alla fine è stata proprio la gestione dell'Ispi a determinare il trasferimento.

«Dovrebbe essere provato - si legge nel provvedimento - che Esposito svolga attività ulteriori rispetto a quella dell'insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm». E come emerge dagli accertamenti del capitano dei carabinieri Ferdinando Fedi. «Esposito - scrivono i consiglieri - poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l'Ispi venivano tenuti anche in pretura. Pure i carabinieri a volte dovevano attendere perché nello studio del pretore erano a colloquio delle studentesse della scuola stessa».

Ora, invece, Antonio Esposito deve chiarire il pasticciaccio della sua intervista al Mattino di Napoli. Qualche domanda se la sta facendo anche il ministro Cancellieri, che ha messo in campo gli ispettori di via Arenula per indagare sulla vicenda. Qualcosa non torna neppure al Csm, dove il presidente della prima commissione Annibale Marini e il vicepresidente Michele Vietti si sono affrettati ad acquisire l'audio integrale del colloquio. Il Mattino ne ha pubblicato on line solo una manciata di minuti. Il resto, quasi 40 minuti, non è irrilevante. Forse il primo a dover pretendere trasparenza è proprio il giudice Esposito. Chieda al suo amico giornalista di farci ascoltare tutto.

MMO-PaTa

La rete di affari di Esposito: ecco perché fu trasferito

Massimo Malpica Patricia Tagliaferri - Dom, 11/08/2013 - 07:49

Il Csm lo spostò: "Con la sua scuola guadagna centinaia di milioni che gli  permettono di avere una Jaguar, una villa a Roma e un motoscafo". Nelle carte i favori ricevuti. E spuntano una Mercedes gratis e le cene a sbafo

 

Tutta colpa di una scuola e di affari milionari. A far traslocare da Sala Consilina Antonio Esposito, dopo un quarto di secolo nel quale il magistrato era rimasto affezionatissimo a questa piccola perla del Tirreno, è stato il plenum del Csm, il 7 aprile del 1994.

Le 32 pagine di verbale di quella seduta raccontano il dibattito serrato dei consiglieri che dovevano decidere del suo futuro. Forse con una certa apprensione, visto che in apertura venne ricordata l'ispezione ministeriale condotta da Vincenzo Maimone, con lo 007 portato in tribunale da Esposito e «prima condannato per calunnia e poi assolto in appello», a maggio del 1992, perché il fatto non costituiva reato. Così il consigliere togato Gianfranco Viglietta rilevò «come il dottor Esposito si rivolga in modo pesantemente critico nei confronti di tutti coloro i quali esprimano riserve sul suo operato», osservando che «ciò è certamente indice di non particolare equilibrio». Una sindrome del complotto, insomma. Che toccava anche uno dei presenti nel plenum, Alfonso Amatucci, il quale infatti mise a verbale di essere «a giudizio di Esposito (...) una sorta di “quinta colonna” di quel complotto presso il Csm».

Ruolo che Amatucci, va da sé, negò con forza. Spiegando di aver appreso frequentando Sapri dei «molti giudizi negativi» sul giudice, ai quali non aveva dato peso. A far cambiare approccio ad Amatucci era stato un primo episodio «significativo», quando «dopo aver cenato in un ristorante», a Sapri, il consigliere «ricevette i complimenti del ristoratore per il fatto che egli, a differenza di altri magistrati del luogo, era intenzionato a pagare il conto». «Da quel momento» Amatucci «prese a considerare con maggior attenzione le “voci” sul conto di Esposito». Lo stesso consigliere rivelò anche un'altra «vicenda emblematica: sarebbe stata portata, per conto della ditta Palumbo (un costruttore attivo all'epoca nell'area del golfo di Policastro, ndr), una vettura Mercedes di colore beige, gli pare di ricordare a benzina, acquistata» da un direttore romano di banca «con chiavi nel cruscotto, sotto l'abitazione del dottor Esposito».

Ancora Amatucci rispolverò la fresca assoluzione dell'avvocato Francesco Vallone (che aveva dato il via con un esposto al procedimento disciplinare contro Esposito) nel processo per calunnia e falsa testimonianza intentato contro di lui proprio dall'ex pretore, e Vallone aveva parlato proprio di presunti favoritismi della pretura di Sapri nei confronti del costruttore che avrebbe «recapitato» la lussuosa berlina tedesca. Il plenum sostenne che Amatucci, che aveva parlato di episodi non presenti negli atti dell'istruttoria, avrebbe dovuto «comunicare per tempo elementi così gravi e rilevanti». Alcuni consiglieri cominciarono a valutare l'ipotesi di un rinvio della pratica in commissione, altri, come Laudi, consideravano invece «paradossale rinviare la decisione in ragione del fatto che sono stati presentati elementi aggravanti».

Si decise di votare per il rinvio, ma la proposta venne respinta. Il coinvolgimento di Esposito nella «scuola» di famiglia, l'Ispi, ebbe un forte peso nella decisione, e il relatore spiegò che quell'elemento, insieme alla presenza «ultraventennale», avevano «accresciuto il potere» di Esposito, dando luogo «qualcosa di diverso e incompatibile con la funzione di pretore dirigente». Anche perché il contributo che il pretore dava alla scuola non era solo per passione. Ecco cosa scrivono i consiglieri del Csm quando definiscono il trasferimento. Sulla scuola di formazione si soffermano a lungo, e un po' si stupiscono davanti al tenore di vita del magistrato, «proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo». Avallano così «l'ipotesi che l'Ispi abbia consentito la realizzazione di guadagni nell'ordine di centinaia di milioni, come sembrerebbe potersi evincere dai costi di iscrizione e dalle rette di frequenza».

Insomma, toglierlo da Sapri è un gesto «di buon governo». Al voto, 14 consiglieri sono per il trasferimento, 11 votano contro, 4 si astengono. Non è finita. Esposito a gennaio '97 cita in giudizio davanti al Tribunale di Roma, chiedendo un risarcimento danni per 4 miliardi di lire, due componenti del Csm - Amatucci e il relatore, Franco Coccia - insieme all'avvocato Vallone e a Ermanno Marino, «reo» d'aver raccontato ad Amatucci di aver guidato la famosa Mercedes. Ma il tribunale di Roma respinse la sua richiesta. Far pagare i consiglieri per le opinioni espresse nell'esercizio delle loro funzioni era davvero troppo.

Anche Wanna Marchi ricorre contro il giudice Esposito

La Stampa

L’ex televenditrice era stata condannata in Cassazione a sette anni di carcere. Nella Corte lo stesso magistrato del processo Mediaset. I legali: «Siamo pronti a rivolgerci alla Corte dei diritti dell’uomo»



Cattura
Anche Vanna Marchi e sua figlia, Stefania Nobile, si muovono ora contro Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi per il caso Mediaset ed è poi finito al centro delle polemiche per l’ormai famosa intervista a “Il Mattino”. La ex tele-imbonitrice, condannata dalla Cassazione a una pena di oltre sette anni di carcere e da qualche mese tornata libera dopo aver scontato la pena, ha deciso infatti di presentare assieme alla figlia un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la `toga´ per «anticipazione di giudizio».

Da due articoli pubblicati su “Il Giornale” a firma Stefano Lorenzetto nei giorni scorsi, ha chiarito l’avvocato Liborio Cataliotti, legale della Marchi, «è emerso» infatti che, pochi giorni prima del verdetto di Cassazione del 2009 nei confronti delle due donne, «l’esito sarebbe stato anticipato dal presidente della Sezione di Cassazione Giudicante», che era Antonio Esposito. «Il giornalista - spiega ancora il legale - ha anche precisato che il giudice avrebbe fatto affermazioni relative all’imputata Vanna Marchi che, stando alle parole del giornalista, gli sarebbe stata “antipatica” per usare un eufemismo».

Dell’ipotesi di un ricorso alla Corte Europea hanno parlato anche i legali di Silvio Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset del primo agosto scorso e anche dopo l’intervista dei giorni scorsi, con tanto di bufera politica e polemiche, del giudice al “Mattino”.

L’avvocato Cataliotti, legale della Marchi e di sua figlia, dal canto suo, ha assicurato che nelle prossime settimane presenterà ricorso alla Cedu. Il ricorso, ha chiarito, «deve essere presentato entro sei mesi dalla sentenza definitiva. Nel nostro caso - ha precisato - sono passati più di tre anni, ma l’anticipazione di giudizio di Esposito è emersa solo in questi giorni dagli articoli de “Il Giornale” e, dunque, noi siamo convinti che si possa chiedere la rimessione in termini e che il ricorso possa essere dichiarato prima ammissibile e poi discusso nel merito».

All’ex tele-imbonitrice, condannata per associazione per delinquere e truffa, «non interessa - ha spiegato ancora l’avvocato - l’annullamento della sentenza della Cassazione, perché entrambe le mie assistite sono già libere e quella sentenza è stata già dimezzata nelle pene dalla Cassazione nel 2011». Nemmeno il risarcimento, dopo un eventuale accoglimento del ricorso, interessa alla Marchi, come racconta il legale: «Lei stessa mi ha detto che un eventuale risarcimento dovrebbe andare alle parti civili del suo processo e questo lo specificheremo nel ricorso. Non è questione di soldi o sconti di pena quindi - ha concluso - è una questione di principio». 




Il bar del tramonto di Vanna Marchi
La Stampa

Milano, l’ex teleimbonitrice ottiene la semi-libertà e torna sotto i riflettori. Ma non può parlare

michele brambilla
MILANO


Le troupe televisive che ieri mattina s’accalcavano all’ingresso del bar Malmaison di via Napo Torriani a Milano ricordavano le troupe cinematografiche accalcate all’ingresso della villa di Gloria Swanson-Norma Desmond nel film «Viale del tramonto» di Billy Wilder. Sia quelle troupe di Hollywood sia quelle di ieri mattina erano alla caccia di una ex diva improvvisamente tornata alla ribalta per un fatto di cronaca nera. Diva del cinema Norma Desmond, che aveva appena accoppato e buttato il piscina il suo giovane amante, un «modesto cronista di un giornale di provincia»

interpretato da William Holden; e più modestamente diva del piccolo schermo la donna cui davano la caccia ieri le telecamere: Vanna Marchi, passata dalla gloria delle televendite (è stata ahimè gloria anche quella, nell’Italia degli Anni Ottanta) alla cronaca nera e giudiziaria. Ieri Vanna Marchi era lì, nel bar Malmaison di Milano, dietro il bancone, perché ha avuto il permesso di uscire dal carcere di Bollate, dov’è detenuta per truffa e bancarotta, per lavorare; con l’obbligo però di tornare poi in cella a passare la notte.

Sia nel film che ieri mattina c’era poi qualcuno a dirigere gli operatori. Nel film è il marito (Erich von Stroheim) dell’ex diva di Hollywood, un ex regista anch’egli caduto nel dimenticatoio che, per assecondare la follia della moglie, da anni si fingeva maggiordomo; quando vede arrivare le troupe, immagina d’essere tornati, lui e la moglie, sul set, e si mette a dirigere le riprese gridando «luci!», «si gira!».

Ieri mattina, a smistare e indirizzare le troupe c’era Davide Lacerenza, titolare del bar e compagno di Stefania Nobile, la figlia di Vanna Marchi. Un uomo gentile che ha sopportato la ressa senza mai perdere la calma. Ma mentre nel film l’ormai impazzita ex diva di Hollywood scende felice le scale della villa per l’ultima recita, Vanna Marchi ha fatto di tutto per sfuggire alla telecamere. S’è fatta riprendere mentre lavorava. Ma non uno sguardo compiacente, non un sorriso, non un saluto e soprattutto non una parola perché il giudice è stato chiaro: se rilascia interviste, le viene revocato il permesso e rientra subito in galera.


Avrà sofferto, per non esser potuta tornare sulla scena? Avrà fatto fatica a mantenere il silenzio? «Ma no, vi assicuro che ha voglia solo di stare tranquilla», dice Davide Lacerenza. Lei si aggira nel bar con il viso contratto. È vestita di nero, ha i capelli rossi e lisci. Mentre i giornalisti fanno ressa davanti al bancone una sola frase a un certo punto le scappa: «Lasciatemi vivere». Chi non capisce nulla di tutto ‘sto caos sono i clienti del bar. Il Malmaison è vicino alla stazione centrale: nei dintorni, una quarantina di alberghi pieni di gente che viene e gente che va.

Così i clienti sono quasi tutti stranieri, non sanno nulla di Vanna Marchi né tanto meno riescono a capire un Paese dove uno diventa un personaggio prima perché grida in tv, poi perché viene arrestato, infine perché esce di galera. Tedeschi giapponesi inglesi e americani sono lì per mangiare, i cartelli all’ingresso dicono «Pizza spaghetti lasagne», il menù del giorno offre penne all’arrabbiata, spaghetti alla carbonara, penne al salmone.

Vanna Marchi serve ai tavoli (sei, all’interno del locale), è molto discreta e gentile, parla con i clienti a bassa voce. Non pare proprio che utilizzi i vecchi sistemi per convincere della bontà dei prodotti. La donna che s’aggira in questo bar con pareti e tende viola, fra arredi un po’ kitsch da finto Settecento francese, non sembra neppure lontana parente di quella che urlava «d’accordooo?» per piazzare la crema scioglipancia.

Eppure fece fortuna proprio così: urlando «d’accordooo?» s’era fatta, oltre che innumerevoli clienti, un popolo di fedeli. Lei trattava tutti malissimo, alla televisione. Per convincere chi la guardava a comperare i suoi miracolosi unguenti e le sue miracolose pastiglie, doveva prima convincerli che facevano schifo. «La vostra carne è grassosa e lardosa!». «Avete dei peli lunghi così! Avete presente il mostro delle nevi? Lo yeti? Ricordatevi che le donne pelose non piacciono a nessuno. Scimmie! Ecco cosa siete: scimmie!».

Abbiamo detto che i suoi, da clienti, diventarono fedeli. Solo così si spiega come in tanti siano poi potuti passare dai cosmetici all’esoterismo. A un certo punto Vanna Marchi si mise a piazzare in tv talismani, amuleti, kit contro le influenze maligne. S’inventò un suo rito del sale, agitò rametti d’edera, promise di rivelare i numeri vincenti del lotto. Le credevano. Sembra preistoria, ma è roba di pochi anni fa. Ieri pomeriggio, quando la ressa s’era ormai sciolta, siamo rientrati e le abbiamo chiesto un caffè. «Mi scusi», ci ha detto, e pareva il ritratto della mansuetudine.

Ci scusi lei, abbiamo risposto: siamo noi giornalisti che rompiamo le scatole. E lei: «Oggi è stato davvero stancante. Non capisco perché tanta attenzione». È il prezzo della popolarità, abbiamo eccepito. E c’è sembrato di cogliere un certo rimpianto, una certa malinconia nella risposta di lei: «Ma quale popolarità? Quella ce l’avevo una volta». «Una volta» Vanna Marchi era una teleimbonitrice. È stata una delle protagoniste della cosiddetta tv spazzatura. Condannata a 11 anni e mezzo, ha già scontato in carcere metà della pena. È colpevole. Ma forse con la televisione fiorita nell’Italia di quegli Anni Ottanta c’è qualcuno che ha fatto più danni di lei.