sabato 10 agosto 2013

Svezia, allarme bagnanti: pescato un pesce «mangia-testicoli»

Corriere della sera

Si tratta di un pacu, un cugino del Piranha. L'università di Copenhagen: «Non toglietevi il costume in acqua»

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Nelle acque della Svezia meridionale si aggira un pesce pericoloso per la virilità dei bagnanti. È stato infatti pescato nell'Øresund, lo stretto che separa Svezia e Danimarca, un esemplare di pesce Pacu - un parente del Piranha con una dentatura diversa - famoso per avere l'abitudine di cibarsi di testicoli. Lo riferisce il quotidiano danese Ekstrabladet citando esperti del museo di Storia Naturale.

DALL'AMAZZONIA AL NORD EUROPA - Normalmente residente nelle acque del fiume Orinoco, in Amazzonia, è stato avvistato altre volte anche in Nuova Guinea e in un lago del Texas, probabilmente introdotto clandestinamente. E non è la prima volta che un esemplare viene rinvenuto nelle acque salate europee: era già successo in Polonia nel 2002. Normalmente non sarebbe un pesce pericoloso per l'uomo, ma «ci sono stati incidenti in diversi paesi, come appunto Papua-Nuova Guinea, dove ad alcuni uomini sono stati morsi i testicoli - spiega Henrik Carl - Mordono per fame, e hanno una bocca perfettamente adatta a quella parte del corpo».

«TENETE IL COSTUME ADDOSSO» - Si tratta di un pesce che normalmente mangia noci, frutta o altri piccoli pesci, «ma i testicoli umani sono un bersaglio perfettamente naturale», prosegue l'esperto. Che assicura che al momento non c'è un allarme per i bagnanti, ma se venissero trovati altri esemplari potrebbe diventare una questione molto seria. L'Università di Copenhagen ha comunque avvisato i bagnanti di «tenere il costume da bagno addosso». L'esemplare pescato misurava 21,5 cm, quando i più grossi pacu registrati arrivano ai 90, e possono pesare fino a 25 kg.

SANGUE NELLE TASCHE - Un naturalista danese, Kristian Linnberg Sorensen, ha deciso di dimostrare però che sono pesci innocui immergendosi in una vasca piena di pacu con, nelle tasche del costume, del sangue di maiale.

10 agosto 2013 | 20:59

Perugia, riesumati i resti di Fortebraccio Verrà restaurata l'urna che li contiene

Il Messaggero

Un privato finanzia il recupero della teca dipinta nel XVI secolo


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PERUGIA La città di Perugia riscopre la sua storia. Al convento di San Francesco al Prato si è proceduto alla riduzione dei resti mortali del condottiero di ventura perugino Braccio Fortebracci. Le ossa sono state estratte dalla teca (erano posizionate su un cuscino) e collocate su un tavolo, coperto da un telo bianco in cotone.Il medico legale ha proceduto alla ricognizione, all'inventario e alla conta dei resti, passando poi alla compilazione del relativo verbale. I resti, durante il periodo di restauro, saranno conservati all'interno del convento francescano, nello stesso locale attiguo alla sacrestia. Il Comune preparerà una solenne riconsegna del sarcofago, in occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza del XX Giugno. La teca verrà restaurata grazie a un contributo di Nives Tei. I lavori verranno realizzati da restauratore Giovanni Manuali. L'autenticità sui resti di Braccio Fortebraccio è data da un antico cartiglio.


Sabato 11 Maggio 2013 - 19:34
Ultimo aggiornamento: 22:31

Il mistero dei giganti, nuovi fondi e scavi a 70 anni dal ritrovamento delle mega statue

Il Messaggero
di Fabio Isman

In Sardegna gli archeologi tornano nei dintorni di Cabras per risolvere uno dei più grandi enigmi dell’antichità


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ROMA - Forse si risolverà, finalmente, uno tra i più grandi enigmi dell’archeologia in Italia. E si capirà qualcosa in più di una delle maggiori scoperte avvenute nel Mediterraneo negli ultimi 40 anni: sono stati stanziati 200 mila euro, per scavare nelle campagne di Cabras, verso Oristano in Sardegna, dove, nel 1974, furono trovati i Giganti di Monte Prama. Un complesso senza pari: 5.200 frammenti e 10 tonnellate di peso, da cui sono state ricomposte forse le più antiche statue a tutto tondo dell’intero Mediterraneo; 24 tra guerrieri, arcieri e pugili in arenarie, alti quasi due metri, con modelli di antichissimi nuraghi. Trovate 15 teste e 22 busti, che, si ritiene, risalgano forse a otto secoli prima di Cristo. La cui origine resta tra i grandi enigmi dell’antichità.

LA VICENDA
La penisola del Sinis, su cui Fenici eressero la loro Tharros, non è lontana. Due contadini urtano in qualcosa e (brava gente) danno l’allarme. Fino a poco tempo fa, gli scopritori non avevano ancora ricevuto il premio di rinvenimento; chissà, forse sarà pagato ai loro nipoti, ma intanto intervengono i due massimi archeologi sardi d’allora, Enrico Atzeni e Giovanni Lilliu; nascono una serie di scavi d’urgenza. E si trovano pietre accantonate da anni: non valutate mai da nessuno. Erano vicino a 33 tombe a pozzetto affiancate (lo racconta Carlo Tronchetti, che intervenne allora), prive di corredo: solo un misterioso scarabeo egizio. E qui, inizia l’assurdo. Tutto è portato a Cagliari e vi giace per ben 32 anni: pochi frammenti esposti. Finché, nel 2007, non parte il restauro, al nuovo centro regionale di Sassari: lì, per la prima volta pochissimo tempo fa, i Giganti sono esposti nella loro interezza, così come li hanno ricomposti.

LE IPOTESI
Nelle 32 tombe, c’erano resti maschili e femminili: uno per pozzetto, dai 13 ai 50 anni. Ma i Giganti sono successivi. Hanno naso e sopracciglia marcati; gli occhi sono cerchi concentrici incisi; le bocche, fessure. Sono tutti eretti, su basi di quattro lati. Hanno linee a zig zag incise sui corpi, trecce a rilievo; un arciere, ancora con tracce di colore rosso. I pugili, con un’arma sull’avambraccio; due guerrieri, con uno scudo tondo; un elmo cornuto. Risultano impossibili i paragoni: non esiste nulla di simile. Chi li ipotizza «frutto», forse, di un santuario non lontano; chi le guardie di una tomba principesca mai ritrovata.

Sono 44 statue misteriosissime, intere o in frammenti. I modelli di nuraghi riportano a una civiltà fiorita dal 1600 al 1200 a.C.: nella zona, ne sono stati ritrovati oltre cento, uno per chilometro quadrato; e i modelli sono di tutti i tipi. C’è perfino chi sbaglia e si spinge perfino a datarli dal X al IX secolo prima della nostra era. Chi nota richiami all’Etruria arcaica, chi li vede orientalizzanti. Capezzoli e un gonnellino fanno immaginare giochi sacri in onore del defunto. Negli arcieri, più varianti. Il Pugilatore pare analogo a un bronzetto di Dorgali. «Questi kolossoi sono un episodio chiave della storia dell’arte mondiale», spiega un altro archeologo di Sassari, Marcello Madau.

I LUOGHI
«La ricerca, sul sito che ha restituito le statue, deve ancora percorrere tanto cammino», diceva, tempo fa, Attilio Mastino, archeologo e rettore dell’Università di Sassari. E finalmente, da settembre si scaverà di nuovo, sperando «di trovare i pezzi che mancano per aiutarci a capire cosa sono queste statue», come dice il soprintendente Marco Minoja. C’è anche una struttura incerta in zona, ancora da capire. L’area appartiene ancora a una Confraternita: l’accordo con la Diocesi rende possibile la campagna d’indagine; e alla struttura ecclesiastica andrà copia dei quaderni di scavo. Sarà usato anche il georadar.

Insomma, dopo che per 30 anni i Giganti sono rimasti in magazzino, e a 70 da quando sono stati ritrovati, si inizierà finalmente a cercare di comprendere che cosa veramente sono. Ma le polemiche non mancano. Per esempio, la Soprintendenza ha deciso di non tenere unito questo complesso, ma di esporne al museo di Cagliari alcune parti, e le altre in un luogo, ancora da costruire, in zona. Per molti, separarli non ha senso. Il restauro è stato complicatissimo, e onore a chi, al centro di Li Punti, ci si è misurato: pulire, ricercare i punti di attacco, pensare a come rimetterli in piedi. I Pugilatori sono 16, scuvo curvo rettangolare sulla testa; gli Arcieri, cinque; il Guerriero è il più raffinato. La caccia a che cosa siano, e di che epoca, è forse appena cominciata.


Martedì 30 Luglio 2013 - 10:48
Ultimo aggiornamento: Sabato 03 Agosto - 12:50

Scoperto il dente di un mammut dopo un milione di anni

Il Messaggero


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A Bagnoregio sono stati trovati i resti di un Elephas (palaeoloxodon) antiquus, un elefante di quasi un milione di anni fa. Raggiunge fino a quattro metri di altezza al garrese, 10-12 tonnellate di peso, proviene dall'Africa ed è un esemplare della prima metà del pleistocene medio, di età avanzata. Il ritrovamento è avvenuto per caso in strada Campi nuovi, in località Campo della spina, su un terreno di proprietà dell’Università agraria. Secondo il sindaco Francesco Bigiotti si tratta di «una delle scoperte più sensazionali negli ultimi anni in Italia». Uno dei pochi esemplari integri proviene proprio da Viterbo: rinvenuto nel 1941, è custodito nel Museo di storia naturale a Genova.




Martedì 06 Agosto 2013 - 17:42
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 07 Agosto - 23:14

Il Centro Simon Wiesenthal: "Boicottate il vino Hitler prodotto in Italia"

Quotidiano.net

“Quando è troppo è troppo”, hanno scritto in un comunicato Marvin Hier e Abraham Cooper, del Centro Wiesenthal in riferimento ai vini prodotti dalla società Lunardelli. Il proprietario: "Uno scherzo, dietro richiesta di uno dei nostri clienti"

Roma, 10 agosto 2013


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Il Centro Simon Wiesenthal ha chiesto ai distributori italiani e internazionali di boicottare il vino prodotto da un’azienda italiana che vende vino con etichette raffiguranti Hitler e il ventennio fascista. “Quando è troppo è troppo”, hanno scritto in un comunicato Marvin Hier e Abraham Cooper, del Centro Wiesenthal. Nel mirino c’è la società Lunardelli, da anni destinataria delle lamentele del Centro, precisa una nota del Wiesenthal.

“Abbiamo prima protestato per il lancio del ‘Fuhrerwein’ da parte dell’azienda italiana nel 1995 - spiega il comunicato, riportato oggi da The Times of Israel - ora viene promossa sul sito web una più vasta linea di vini che avvilisce, umilia e schernisce le vittime di Hitler”.

Sul sito dell’azienda italiana si legge che la ‘Linea Storia’ è stata lanciata nel 1995 con “etichette che ricordano la vita di personaggi celebri della storia politica italiana e mondiale quali Che Guevara, Churcill, Francesco Giuseppe, Gramsci, Hitler, Marx, Mussolini, Napoleone e Sissi”. L’azienda scrive quindi che “oggi circa la metà della produzione di vino in bottiglia è dedicata alla Serie Storica che conta ormai oltre 50 diverse etichette, diventate oggetto di culto fra i collezionisti”.

Interpellato dal quotidiano Usa Daily News, il proprietario dell’azienda, Andrea Lunardelli, ha risposto via email che il lancio della serie è avvenuto per “scherzo, dietro richiesta di uno dei nostri clienti, e ora vendiamo molte bottiglie, ma non abbiamo mai voluto fare politica o elogiare Hitler e i suoi uomini”. Lunardelli ha quindi precisato che molti dei suoi clienti sono tedeschi.

Spiegazione condannata dal Centro Wiesenthal: “Respingiano l’idea cinica del proprietario dell’azienda per cui questo vino viene promosso come uno ‘regalo scherzoso’... ci possono essere solo due tipi di persone che comprano questo vino: persone che si riconoscono in questo genere di idee, e giovani che non hanno vissuto la II Guerra Mondiale, per questo pensano che sia divertente, uno scherzo”.

Polvere di pietra

La Stampa


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Si alza e mette sul fuoco un po’ di caffè. Il cemento del tavolino di cucina è ancora fresco. Magaly, i suoi due figli e il marito vivono in una casa in costruzione. Sono ormai sette anni che va avanti così. Poco a poco hanno alzato le pareti e posizionato alcune tubazioni. Ogni giorno che passa sono più vicini a terminare l’opera, ma hanno davanti anche un’altra giornata di rischi e preoccupazioni per reperire i materiali. Oggi hanno bisogno di trovare la polvere di pietra e la sabbia lavata. Fanno due conti prima di uscire in direzione del mercato statale e mi chiedono di accompagnarli. Arriviamo a un deposito situato in una zona centrale, ma sulla porta l’espressione dell’impiegata è il riassunto delle cattive notizie. Non è arrivato il rifornimento, bisogna attendere la prossima settimana. 

Dobbiamo ricorrere al mondo dei rivenditori “in nero”. Trovarli è facile; mercanteggiare, impossibile. I dintorni della fabbrica di materiali ferroviari Cristina, rappresentano il mercato illegale con maggior distribuzione di ferramenta all’ingrosso di tutto il paese. Se percorriamo i porticati, dalle scale interne degli appartamenti si sentono voci che chiedono: “Cosa state cercando?”. Siamo prudenti, non è consigliabile accettare la prima proposta.

La truffa è sempre in agguato. Un uomo davanti a un tavolino dove ripara accendini ci guarda negli occhi e sussurra: “Posso vendere ogni tipo di materiali edili”. Con un gesto da prestigiatore ci passa un foglio di carta logoro che contiene una lista di prezzi: la ghiaia e la sabbia a 1,50 pesos convertibili (CUC) il sacco, la pietra di Jaimanita per coprire gli esterni a 7 CUC il metro quadrato e le mattonelle di granito arrivano a 10 CUC, pure quelle al metro quadrato. “Se comprate una buona quantità, il trasporto è compreso”, chiarisce mentre smonta un accendino con la bandiera italiana disegnata sulla parte in plastica. 

I miei amici fanno due conti. Acquistare il rivestimento per tutto l’appartamento costerebbe una cifra pari a 20 mesi di salario guadagnato da entrambi. I costi della rubinetteria fanno scappare un grido alla donna, ma si sente appena, soffocato dai rumori che provengono dal viale. Decidono di darsi delle priorità. Per il momento prenderanno alcuni blocchi di cemento, diversi sacchi di sabbia e due porte di legno. Il venditore fa il conto globale, che equivale al guadagno di Magaly e suo marito in sei mesi di lavoro. “Spenderemo sempre meno che nei negozi autorizzati”, dice lei a voce alta per consolarsi. Pagano e ce ne andiamo con i materiali, a bordo di un vecchio camion sovietico con la targa statale. 

Scende la notte e tra le nostre dita resta uno strato grigio di cemento e polvere. I bambini vanno a dormire nell’unica stanza che possiede un tetto. Il cemento del tavolino di cucina è ormai indurito e i piatti sudici restano sulla sua aspra superficie, perché ancora non è stata installata l’acqua corrente per lavarli. Domani i miei amici dovranno uscire per trovare acciaio e alcuni interruttori elettrici. Un giorno in meno di costruzione. Ventiquattro ore che li avvicinano al momento in cui potranno avere la loro casa terminata. 


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Le ricette? Costano un milione al giorno

Francesca Angeli - Sab, 10/08/2013 - 08:51

Per ogni stampata lo Stato spende 40 centesimi. Le prescrizioni on line ferme da un anno: spreco folle

Roma - La ricetta «rosa» manda in rosso i conti della sanità. È possibile spendere 400 milioni di euro all'anno in carta? Ed è possibile che 159 milioni di euro di spesa siano dovuti a banali errori? Ebbene sì.


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Circa 159 milioni invece sono le ricette che finiscono inutilizzate nella spazzatura. Quante cose si potrebbero fare con quella cifra? Comprare apparecchiature più moderne o semplici garze visto che negli ultimi tempi scarseggiano. Anche garantire qualche posto letto in più negli ospedali dove si lasciano i pazienti in barella. Si tratta di calcoli deduttivi basati però su dati precisi che portano alla cifra di almeno un milione di euro al giorno. Ovvero quanto ci costa (al ribasso) ogni anno la mancata dematerializzazione dei documenti sanitari. Parola affascinante «dematerializzazione». Suona come la formula di un incantesimo. E infatti i nostri amministratori devono avere pensato che l'attivazione della ricetta elettronica potesse realizzarsi così come per incanto visto che si prevedeva una entrata a regime entro il 2012.

Come si arriva a un costo così spropositato? La carta della ricetta rosa è fornita dai poligrafici dello stato ed è di un tipo particolare per evitare il rischio di facili contraffazioni. Poi c'è la stampa. Costo finale circa 40 centesimi a ricetta. I medici di medicina generale (Fimmg) sono circa 50.000. Tra questi i massimalisti, quelli che hanno raggiunto il tetto massimo dei pazienti, arrivano a emettere 150 ricette al giorno.

Anche a tenersi bassi abbiamo almeno un miliardo di ricette rosa emesse in un anno. Un dato che indirettamente viene confermato dalle cifre, queste certe, fornite dai Pierluigi Bartoletti, segretario della Fimmg Lazio. Nel 2012 i medici Fimmg del Lazio hanno sfornato 60 milioni di ricette. Di queste il 75 per cento riguardava la prescrizione di farmaci, il restante 25 per cento la specialistica (esami di laboratorio, ecografie, radiografie).

Soltanto nel primo trimestre del 2013 sono state emesse nel Lazio 15 milioni e 400.000 ricette rosa per farmaci e 4milioni 270.000 di specialistica. Le ricette emesse in un anno potrebbero essere molte più di un miliardo (visto che non abbiamo una cifra per quelle emesse da ospedali e Asl) ma atteniamoci a questa cifra e confrontiamola con quella registrata da Federfarma sul suo sito che invece si riferisce alle ricette ritirate dalle farmacie: circa 591 milioni.

Un confronto che ci serve a calcolare in modo ipotetico ma realistico un altro spreco nello spreco. Quello denunciato alla Corte dei Conti da un farmacista di Colorno: le ricette rosa inutilizzabili. Su un miliardo di ricette il 75 per cento riguarda farmaci, dunque 750 milioni. Di queste però le farmacie ne registrano soltanto 591 milioni. E gli altri 159 milioni? Si tratta probabilmente di ricette mai usate perchè perse o errate: costo 60 milioni.

Ma perché la ricetta elettronica non è partita? Bartoletti spiega che il processo si è avviato ma ad un certo punto si è inceppato. La dematerializzazione è affidata al Ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef). «Nel Lazio la fase A che prevede la trasmissione dei dati al Mef è conclusa -spiega Bartoletti- Ora si dovrebbe passare alla ricezione del numero di protocollo di riferimento da parte del Mef con il quale poi il paziente va in farmacia, evitando così il ricorso alla carta.

Ma non c'è un sistema omogeneo pronto sul territorio per far comunicare tra loro tutte le strutture sanitarie: medici di base, Asl e ospedali». In alcune regioni la sperimentazione è iniziata, sempre affiancata dall'emissione della ricetta cartacea, e va malissimo. Il segretario nazionale Fimmg , Giacomo Milillo, racconta la sua esperienza. «Se tutto funziona per emettere una ricetta elettronica occorrono 3 minuti -spiega Milillo- Per 100 ricette dovrei impiegare quasi 5 ore al giorno togliendole all'assistenza dei malati. Il mio parere è che il sistema imposto dalla Sogei è troppo rigido e non ha tenuto conto delle diverse esigenze delle strutture sanitarie».

Le tante stranezze e i misteri intorno alla scuola di Sapri

Massimo Malpica Patricia Tagliaferri - Ven, 09/08/2013 - 12:37

Il Csm lo ha già processato per essere retribuito dall'istituto: assolto per un soffio. Riceveva gli studenti in pretura per le tesi e usava il personale per battere i testi

Il giudice Esposito ha una scuola? Sulla carta no, di fatto sì. Certe volte però le carte vincono e i fatti perdono. Pretore ma anche factotum, insegnante, preside, segretario amministrativo e persino testimonial tv.


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Fango? Almeno il terriccio parrebbe preesistente. Per esempio, la questione del «secondo lavoro» del giudice Antonio Esposito di cui questo giornale si è occupato ieri, era emersa come anomalia già qualche anno fa. Più precisamente, a settembre del 1998, a Palazzo dei Marescialli, la vicenda dell'Ispi di Sapri era finita al punto C delle «incolpazioni» contestate dal Csm alla toga campana, sottoposta a procedimento disciplinare.

Sulla scorta di una relazione redatta da un allora giovane capitano dei Carabinieri della stazione di Sapri, Ferdinando Fedi, si chiedeva conto a Esposito – che nella città della spigolatrice era pretore all'epoca dei fatti contestati - del «ruolo di estremo rilievo nel funzionamento dell'Istituto superiore di studi socio pedagogici italiano di Sapri», del quale sarebbe stato «il gestore di fatto», occupandosi «dello svolgimento del pre-esame di ammissione, dell'assistenza agli allievi per la preparazione della tesi, dell'organizzazione delle varie attività didattiche e dell'aspetto più concretamente organizzativo dell'istituto».


La lettura dell'incolpazione specifica anche il tipo di autorizzazione che Esposito aveva ricevuto dal Csm: «Svolgere presso la scuola un incarico gratuito di docente in materie giuridiche». Ma tra le «accuse» c'erano anche quelle di essere «retribuito per l'attività svolta», di ricevere «in pretura numerosi iscritti al corso, specialmente per la preparazione delle tesi», e di «utilizzare il personale della sezione distaccata di Sapri per la battitura di tesi attinenti al corso». Il giovane carabiniere riferiva inoltre che Esposito era «quasi sempre reperibile» alla Ispi, dove era una sorta di factotum, e che addirittura sarebbe andato nelle tv locali a pubblicizzare le attività dell'associazione culturale/agenzia di formazione.

Il futuro presidente della sezione feriale della Suprema Corte, quel giorno d'autunno si difende dalla versione dell'ufficiale ragazzino attaccando come «mendaci» alcune sue dichiarazioni. In particolare sulla «forma societaria», poiché il capitano aveva parlato di una srl e non di un'associazione culturale, pur specificando che, srl o altro, il problema era la portata dell'impegno del magistrato nell'ente. Esposito nega anche di aver passato più tempo all'Ispi che in procura, ridimensiona il costo di alcuni corsi dell'«istituto» di inizio anni '90 («1,5 milioni l'anno, non 3») e sembra seccato che nelle sue dichiarazioni al Csm il capitano avesse detto che nel tal anno «ai tre indirizzi del corso c'erano 70 ragazze». Invece gli iscritti erano 60, e di entrambi i sessi, specifica la toga. Vi sveliamo il finale di questo film di seconda visione: il Csm ha archiviato il procedimento.

Ma, come dice uno dei consiglieri che lo giudicò «la sentenza fu combattuta e l'assoluzione molto risicata». Il pretore si salvò con qualche difficoltà, ma il suo accusatore non fu ritenuto di certo poco credibile. Il capitano Fedi non è stato degradato, e non è stato cacciato dall'Arma, che evidentemente ha continuato a considerarlo un eccellente ufficiale.




I guai disciplinari di Esposito: già due processi davanti al Csm

Il magistrato è stato imputato a fine anni '90 per "protagonismo", minacce a un cancelliere e per il doppio lavoro all'Ispi. Ma si è salvato

Emanuela Fontana - Ven, 09/08/2013 - 10:20


Non è la prima volta che il Consiglio superiore della magistratura deve occuparsi del caso Esposito. Il giudice della Cassazione che ha presieduto il collegio che ha condannato Silvio Berlusconi, e che in un'intervista bomba al Mattino ha spiegato le ragioni della sentenza prima che ne siano state depositate le motivazioni, era stato interrogato per ben due volte in qualità di «imputato» in altrettanti procedimenti disciplinari a suo carico.


In uno dei due procedimenti, ricorda adesso con Il Giornale uno dei membri della sezione che si era occupata di questo caso, la posizione del giudice fu «in bilico e la sentenza molto combattuta». Le accuse si chiusero comunque, va ribadito, con un nulla di fatto. Furono rivolte tutte a Esposito alla fine degli anni 90, quando era pretore a Sala Consilina, e riguardavano una serie di questioni, da un incarico extra-lavorativo del magistrato, con un presunto utilizzo improprio degli uffici giudiziari, a una presunta minaccia nei confronti di un cancelliere, passando per accuse di «protagonismo».

Le tracce di questo percorso che si è incrociato più volte con il giudizio del Csm sono ora decriptabili grazie alla raccolta di file audio e video di Radio Radicale. Il 18 settembre del '98, dunque, Antonio Esposito viene ascoltato in qualità di imputato al Csm per rispondere di tre questioni. Il segretario magistrato lo accusava di aver «gravemente mancato ai propri doveri rendendosi immeritevole della fiducia di cui il magistrato dovrebbe godere».


Prima di tutto perché in qualità di consigliere pretore dirigente della pretura circondariale di Sala Consilina aveva celebrato nel '91 un procedimento penale contro Maria Pia Moro per interruzione di pubblico servizio «senza che tale procedimento fosse compreso tra quelli a lui assegnabili». I colleghi lo accusavano del desiderio di «coltivare la propria immagine» attraverso un processo celebre che avrebbe attirato «gli organi di informazione».

Nella relazione si parla anche di «spirito di protagonismo» («Non protagonismo, ma assunzione di responsabilità», era stata la replica di Esposito). La seconda accusa riguardava la concessione a «un messo comunale di frequentare gli uffici della sede distaccata di Sapri», e di avere le chiavi di ingresso come «uomo di fiducia» di Esposito, per il quale effettuava «vari servizi», come il «trasporto suo e dei familiari», consegna di spese e recapito della corrispondenza.

La terza accusa era la meno facile da controbattere: il Csm chiedeva conto a Esposito della sua attività e del suo ruolo «di estremo rilievo» divenendo il «gestore di fatto», dell'Istituto superiore di studi socio-pedagogici di Sapri. Il «dottor Esposito», proseguiva il segretario magistrato, era stato autorizzato a «svolgere un incarico gratuito» di docente in materie giuridico che invece «veniva retribuito».

Non solo: «Utilizzava il personale della sezione distaccata di Sapri per la battitura di tesi attinenti al corso». Il capitano della compagnia dei carabinieri di Sapri, Ferdinando Fedi, testimoniò al Csm che «il dottor Esposito era quasi sempre reperibile presso la sede dell'Ispi». Altro appunto: Esposito era intervenuto varie volte sulle tv locali «per reclamizzare l'istituto di cui fino a poco tempo addietro era presidente sua moglie».

Dell'altro procedimento disciplinare il Csm si è occupato nel 99. In questo caso Esposito era stato accusato dai collaboratori di Sala Consilina di aver pronunciato nel 94 «espressioni minacciose». Questa la frase oggetto del processo: «Se mi va bene una certa cosa vi devo spezzare le gambe a tutti quanti» all'indirizzo di un cancelliere. Parlando così, Esposito «violava i doveri professionali di correttezza e di rispetto». Il processo era partito dopo gli accertamenti del presidente del tribunale di Sala Consilina.

L'uomo che per mezzo secolo ha vissuto la vita di un altro

Daniele Abbiati - Sab, 10/08/2013 - 08:57

Nel 1964 un neonato viene rapito in ospedale, un anno dopo la mamma crede di  riconoscerlo in un bimbo abbandonato. A 49 anni di distanza il Dna svela la verità

Una vita più una vita non fanno due vite. Fanno un enigma. Se fosse un film, lo si potrebbe intitolare Una vita di troppo. Ma essendo la pura e semplice verità, nessun titolo può spiegare come si senta oggi, a 49 anni, il bambino che visse due volte, l'uomo venuto dal nulla. Insomma, Paul Fronczak. Dei suoi 49 anni, 48 portano di diritto quel nome e quel cognome, però l'anno mancante è anonimo, un buco nero in una culla.


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Andò così. Il 27 aprile 1964, in una nursery di Chicago viene rapito un neonato. Pare che a sottrarlo sia stata un'infermiera. Anzi, una donna che s'è fatta passare per infermiera, con tanto di camice e cuffietta. Il dolore dei genitori non riesce a ucciderli. Li ferisce a morte, ma non li ammazza. Fanno bene a resistere, e si meritano l'happy end che va in scena quasi un anno dopo. A Newark, nel New Jersey, quelli dell'Fbi trovano un bimbo abbandonato.

Nessuno lo reclama, da quelle parti, è un figlio di nessuno. Qualcuno ricorda il caso di Chicago: che sia proprio lui il «kidnapped baby Paul»? Mamma e papà del rapito, subito contattati, sentono un brivido di speranza correre lungo la schiena, una scossa che ridà loro le forze. E quando amorevolmente esaminano i tratti del volto del fagotto che attende di conoscere il proprio destino, e si soffermano sulla conformazione delle orecchie, esultano: «That's my baby!!!», urla la signora Dora. Una madre non può sbagliare, e la prova del Dna è ancora fantascienza, nel 1968...

In quel momento, inizia la seconda vita di quel bimbo. Ha trovato una famiglia, ha trovato una casa, ha trovato un futuro. E per i 48 anni seguenti metterà fra parentesi il proprio anno mancante. Diventa un bel ragazzino, poi un bel giovanotto, poi un bell'uomo. Si sposa e si trasferisce nel Nevada. Diventa papà, e il suo pargolo, memore di quanto ha passato, non lo perde di vista un attimo. Le sue orecchie sono sempre fatte in quel modo particolare che gli è valso una mamma, un papà e tutto il resto. Soltanto, i suoi capelli non sono più biondi e folti. E sotto i capelli brizzolati, un rovello rimosso chissà quante volte torna ad alzare la voce, a urlare più forte di quanto urlò mamma Dora quella volta, abbracciandolo e scoppiando a piangere...

Paul non può far finta di non sentire. Non può continuare a essere se stesso ma anche un altro, due persone in un corpo. Una vita più una vita non fanno due vite. Fanno un enigma che deve ottenere risposta. E se la sua mamma e il suo papà fossero soltanto putativi? Se putacaso... Adesso la prova del Dna non è più fantascienza: è scienza. Così Paul si sottopone alla prova della verità. Non può dire bugie, non vuole dirle. A parlare per lui sono i geni. E i geni dicono «no». Dicono che Dora e Chester non sono i suoi genitori. «Cari mamma e papà - li chiama ancora così, e non potrebbe non farlo -, so che questa notizia è difficile per voi, eppure io vi amo e sarò sempre vostro figlio. Ma voglio scoprire la verità sulla mia identità», ha scritto Paul all'indirizzo che sappiamo.

Quarantotto anni dopo, un altro brivido è corso lungo la schiena di Dora e Chester. Un brivido di orrore. Hanno perso un figlio. Per la seconda volta. Di solito la vita dà e toglie. A loro ha soltanto tolto: prima il vero Paul, poi, quasi mezzo secolo dopo, l'altro Paul. «Chi è Paul Fronczak?» è il titolo del profilo Facebook dell'ex trovatello. Vale per lui e vale per l'altro «lui». Ovunque sia, sulla Terra o altrove, sarà sempre il bimbo di Dora e Chester. E il fratello di un tale che si è preso la sua vita.