venerdì 9 agosto 2013

Indagato il pm dell'inchiesta Mps, l'accusa: "Spiegava al telefono come difendere il Pd"

Libero

Nelle conversazioni telefoniche con un avvocato, i consigli sulla strategia difensiva del Pd


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La rivelazione via telefono di particolari riguardanti, non solo le sentenze ancora da motivare, ma addirittura i contenuti delle inchieste giudiziarie in pieno svolgimento, sembra un vizio collaudato fra le toghe. Le quali, a differenza di Silvio Berlusconi, alla fine la fanno sempre franca.  Sembrano lontani i tempi in cui l’ex Presidente del consiglio veniva messo sotto inchiesta, processato e condannato per rivelazione del segreto d’ufficio, per avere favorito la pubblicazione su il Giornale della famosa intercettazione («Abbiamo una banca!») tra l’ex capo dei Ds Piero Fassino e  Giovanni Consorte. Erano i tempi della scalata del gruppo assicurativo bolognese Unipol a Bnl. Silvio, con questa storia, ha collezionato una condanna che il prossimo settembre cadrà nell’oblio della prescrizione. Il giudice Antonio Esposito, che invece ha anticipato in un’intervista le motivazioni della sentenza di condanna da lui stesso pronunciata a carico del Cavaliere, rischia (forse) un procedimento disciplinare.

E poco importa se nel rivelare che Silvio Berlusconi fosse (secondo la Cassazione) al corrente della frode fiscale a lui contestata, rischi inevitabilmente di condizionare il relatore Amedeo Franco che ora dovrà scrivere quelle stesse motivazioni. Ai giudici sembra tutto concesso. Basta guardare quanto accaduto a Viterbo, dove  Aldo Natalini, pm nella famosa inchiesta senese sul Monte dei Paschi di Siena, si sente in diritto di rivelare al telefono a un amico dettagli dell’indagine.

Questo amico del pm inquirente si chiama Samuele De Santis, soggetto finito sotto accusa per una storia di estorsione a imprenditori invischiati in una vicenda di appalti e tangenti. Samuele De Santis viene addirittura arrestato per falso ed estorsione. Ma tra febbraio e marzo 2013 raccoglie al telefono le rivelazioni dell’amico e compagno di studi Aldo Natalini, pm dell’inchiesta sulla banca. Il magistrato di Viterbo, Massimiliano Siddi, che indaga sull’avvocato per l’estorsione, intercetta le conversazioni e iscrive nel registro degli indagati il collega togato.

Rivelazione del segreto istruttorio, l’accusa. Stando al Giornale d’Italia che ieri ha dato notizia dell’inchiesta, il pm Natalini si sarebbe consultato apertamente con l’amico avvocato sulle strategie legali che si potrebbero intraprendere nel caso nell’inchiesta su Mps venissero coinvolti «anche i vertici del Partito Democratico». Spiegando, da un punto di vista giuridico, «quali sarebbero le eventuali eccezioni cui fare ricorso laddove le indagini andassero a colpire l’alta dirigenza del Pd». Quindi Natalini (stando al Giornale d’Italia) «non solo avrebbe spiegato come si possa difendere Giuseppe Mussari e Fabrizio Viola, ma anche chi direttamente o indirettamente influenza le sorti della Banca “rossa”».

Ieri David Brunelli, avvocato di Natalini, ha confermato l’iscrizione nel registro degli indagati del suo assistito, ma ha voluto sottolineare che il magistrato «ha già chiarito tutto». E che «quella per cui il pm è stato indagato è una telefonata dai contenuti irrilevanti».
Anche la Procura di Siena è scesa in campo in difesa del pm inquisito: «Aldo Natalini non è mai venuto meno ai suoi doveri di riservatezza in ordine alle indagini da lui condotte e, in particolare, alle indagini aventi per  oggetto Banca Mps», dice il procuratore capo Tito Salerno, che al magistrato riconosce «la massima serietà e professionalità». Tutto questo nonostante il pm resti indagato e sotto inchiesta per avere violato i segreti dell’inchiesta del più «rosso» degli istituti di credito.

di Cristiana Lodi

Idem, si chiude il caso Imu L'ex ministro paga 3.000 euro

Corriere della sera

La campionessa olimpica ha anche trasferito la residenza anagrafica nell'abitazione del marito


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BOLOGNA - Si è conclusa, almeno per il fisco locale, la vicenda Imu-Ici sulla casa-palestra dell'ex ministro Josefa Idem a Santerno, nelle campagne ravennati, con un versamento nelle casse del Comune di Ravenna di una somma di poco inferiore a 3.000 euro relativa a quote non pagate tra il 2007 e il 2012. Per gli anni precedenti, tutto è andato prescritto. Ne ha dato notizia il consigliere comunale Alvaro Ancisi, capogruppo della lista civica d'opposizione «per Ravenna».

LA NOTA - Lo ha fatto attraverso una nota nella quale si legge che dal 22 luglio scorso l'olimpionica e senatrice del Pd ha anche trasferito la sua residenza anagrafica nell'abitazione di via Argine Destro Lamone 23/A, sempre a Santerno, in cui risiede dal 6 aprile 2007 il marito-allenatore, Guglielmo Guerrini, e che si trova a poche centinaia di metri dal civico 104 di via Carraia Bezzi dove è ubicata la residenza- palestra da cui a inizio giugno era partita l'inchiesta giornalistica che ha determinato le dimissioni del ministro.

Quando il ministro Idem diceva: «Non mi dimetto» (24/06/2013)


I CINQUE ANNI - È per i cinque anni che vanno dal 2007 al 2011 compreso - ha spiegato Ancisi - che la Idem «ha appena sanato ogni irregolarità Imu-Ici» versando i circa 3.000 euro alle casse comunali. Nel dettaglio, per il 2011 per l'immobile di via Carraia Bezzi l'ex ministro «aveva versato l'Imu come abitazione principale, così come il marito per l'immobile di via Argine Destro Lamone». L'Imu tuttavia ammette «per le persone coniugate una sola abitazione principale: la Idem si è qui messa in regola con il ravvedimento operoso compiuto il 5 giugno scorso», cioè a tre giorni dalla prima pubblicazione in merito sul quotidiano La Voce.

Gli accertamenti di Ravenna Entrate «si sono fermati al 2007 non potendo per legge andare oltre cinque anni». Ma anche per il 2006 «la Idem avrebbe dovuto pagare per la palestra il 6,6 per mille anzichè il 5,3. Prescritto». E tuttavia «fin dal 2003 l'immobile era stato denunciato come abitazione principale, con il pagamento del 5,5 per mille nel 2003 e del 5,3 per mille in seguito». In sostanza - ha concluso Ancisi - la Idem «ha dichiarato ininterrottamente, ai fini Ici-Imu, dal 2003 al 2012, correggendosi in tempo nel 2013 per il 2012, che l'immobile di sua proprietà era abitazione principale: una classificazione produttrice di vantaggi fiscali rispetto alle altre che via via avrebbero dovuto essere applicate, totalmente o in parte»


Redazione online09 agosto 2013

Il Foglio: Esposito? Parla come Caccamo

Corriere del Mezzogiorno

Polemica sul dialetto del giudice:«È la Napoli decadente»


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NAPOLI — L'argomento, se vogliamo, è collaterale. Però pone un tema, quello dell'utilizzo di un linguaggio consono. O, per meglio dire, del modo di esprimersi dei napoletani. E già, ché accanto alle polemiche sul caso Mediaset — dal futuro del Governo all'«indagine» del Csm — a tener banco negli ultimi due giorni sono state le critiche per i toni utilizzati da Antonio Esposito, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha rilasciato l'intervista al Mattino il cui audio è stato pubblicato sul sito del quotidiano. Parla in napoletano, il magistrato.

«LA CACCAMIATA SUPREMA» - E ieri, giovedì, sul Foglio, Annalisa Chirico lo paragona a Felice Caccamo, il personaggio tifoso del Napoli inventato da Teo Teocoli a Mai dire gol. «Si tratta — scrive — di un napoletano strascicato, che stride con l'ermellino e se ne infischia della buona immagine, abbandonandosi a commenti in un italiano scomposto». Ma c'è di più, perché in quel modo di esprimersi c'è «il quadro della Napoli di oggi», di «una decadenza dei costumi e delle forme», perché «così non parla neppure un Caccamo qualunque». Segue chiosa dell'elefantino, al secolo Giuliano Ferrara: «'A Caccamiata suprema».

LA MAGLIETTA DELLA MUSSOLINI - Due giorni fa, invece, a porre l'accento sul linguaggio utilizzato dal giudice era stata la senatrice del Pdl Alessandra Mussolini. Che — forse dimenticando la maglietta da lei esibita in occasione della manifestazione a sostegno di Silvio Berlusconi, una t-shirt con scritta in napoletano («C'hann scassat o'...») peraltro errata — ha recitato l'intervista in napoletano, facendo il verso ad Antonio Esposito. Linda Lanzillotta, vicepresidente del Senato, l'ha zittita così: «È un intervento non in italiano, che è la lingua che si parla in quest'aula».

ITALIANO PARLAMENTARE - E ha mandato su tutte le furie un altro esponente del Pdl, Ciro Falanga: «Se lei censura il napoletano non presiede correttamente l'aula». Eppure tutti dovrebbero sapere che il regolamento prevede che si parli solo in italiano. E che in altri quattro episodi simili fu tolta la parola a deputati che parlavano in dialetto veneto o lombardo (l'ultimo caso è quello del leghista Federico Bricolo, interrotto dall'allora presidente della Camera Fausto Bertinotti). Più che un problema geografico, dunque, è una questione di stile. Proprio come quella posta per il giudice Antonio Esposito. E allora le tante domande sospese si riducono a un unico quesito. La forma è sostanza?

Gianluca Abate
09 agosto 2013

Rincari Atm, così non va

Corriere della sera

di Edoardo Croci



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Questi aumenti delle tariffe del trasporto pubblico, che in particolare colpiscono gli abbonamenti mensili e annuali, sono criticabili nella forma e nel merito. Nella forma perché decisi nel mese di agosto senza nessun dibattito pubblico, senza un confronto tra scelte alternative per far aumentare i ricavi del trasporto pubblico e senza neppure coinvolgere la Consulta per i cinque referendum ambientali.

Criticabili nel merito perché in contraddizione con l’obiettivo dichiarato dell’Ammnistrazione Pisapia di puntare sull’aumento del trasporto pubblico e sulla riduzione del traffico auto, e quindi dello smog, come chiesto dai referendum su ambiente e qualità della vita votati dai milanesi nel giugno 2011. In particolare il fatto di aumentare il prezzo degli abbonamenti porterà alla rinuncia dei mezzi pubblici da parte di un certo numero di utenti e a restituire così un vantaggio competitivo all’auto.

Confrontando Milano con altre città europee, mi viene in mente Lione, sono ancora troppo pochi gli abbonati ai mezzi pubblici rispetto a chi utilizza il biglietto singolo e quindi, semmai, bisognerebbe realizzare politiche di favore per chi utilizza gli abbonamenti. Questo perché chi ha in tasca un abbonamento tende a usare il trasporto pubblico sia per andare a lavorare sia per altre ragioni e, progressivamente, abbandona l’auto per gli spostamenti in città.

Un altro punto delicato di contraddizione riguarda Area C: i ricavi del ticket dovrebbero proprio essere destinati al potenziamento del trasporto pubblico, dovrebbero insomma servire a rendere meno necessari i rincari di biglietti e abbonamenti.

Da ultimo due aspetti: il primo è che la giunta Moratti non ha mai fatto aumenti nel settore del trasporto pubblico e da questo punto di vista il confronto con l’attuale giunta è impietoso. Il secondo è che, prima di pensare all’aumento dei biglietti, bisognerebbe rendere più efficiente Atm:  studi, commissionati dall’azienda stessa, indicano che nel confronto con una serie di città europee la produttività del lavoro di Atm risulta inferiore.

Il tema della mobilità sostenibile risulta essere in cima agli obiettivi espressi dall’Amministrazione Pisapia. Questi passi indietro, anche se giustificati dalle ristrettezze di bilancio, rischiano di far tornare in auge il partito dell’auto.

Tazio da 60 anni corre per le vie del cielo: Nuvolari, la leggenda di un eroe d'acciaio

Il Messaggero

Domenica prossima è l'anniversario della scomparsa del pilota che più identifica coraggio e talento dell'automobilismo sportivo. Trenta anni di carriera, con indimenticabili vittorie in tutto il mondo.


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ROMA - Un pilota. Un eroe. Già in vita. Domenica prossima saranno trascorsi 60 anni da quando l’uomo più veloce della storia ha iniziato a volare nell’adilà. «Correrai ancor più veloce per le vie del cielo», c’è scritto sulla tomba di Tazio Nuvolari, il Nivola imbattibile sulle moto, il Mantovano Volante entrato nella leggenda come “artista del controsterzo” sulle auto. Un campione che è diventato il simbolo dell’automobilismo sportivo e l’icona del coraggio e del talento italiano.

Una morte prematura. Tazio era nato appena 60 anni prima, l’11 novembre del 1892, troppo poco per un fenomeno che era sembrato invincibile e anche invulnerabile, forgiato in acciaio, quasi come un personaggio dei fumetti. Fu stroncato da una crisi respiratoria dopo aver incassato un paio di ictus. L’asma lo aveva perseguitato negli ultimi anni: troppi i veleni respirati durante un trentennio di battaglie. Ad alimentare la sua leggenda le numerose foto che lo ritraggono con il volto nero dal fumo e dall’olio e il netto segno degli occhiali come fosse una maschera. I polmoni erano talmente andati che nelle ultime gare preferiva guidare la Cisitalia aperta, anziché quella chiusa più veloce, per respirare meglio.

Non lasciò mai le corse. Nuvolari si ritirò prima dalla vita che dalle corse. Anzi dalle competizioni non annunciò mai lo stop e solo tre anni prima di morire alzò la coppa della sua ultima vittoria (la numero 91 in 308 gare): il primo posto di classe alla Palermo-Monte Pellegrino con una vettura della scuderia Abarth. Persi due figli entrambi diciottenni per problemi di salute (Giorgio e Alberto), Tazio non riuscì a realizzare il sogno di spegnere l’esistenza fra l’adorato rombo dei motori e si arrese nel letto della sua casa di Mantova come comune mortale. In una calda giornata di mezzo agosto del 1953 tutto il mondo della velocità andò a rendergli onore.

Un funerale da eroe. Ai primi posti di un corteo funebre lungo alcuni chilometri c’erano Enzo Ferrari, prima suo amico, poi compagno di squadra e infine team manager, i freschi campioni del mondo del neonato Campionato di Formula 1 (Fangio e Ascari) e Gigi Villoresi. Nuvolari è entrato nella leggenda per avere vissuto sempre oltre il limite in un’era in cui il Motorsport non era solo «un’attività pericolosa» come è ancora oggi (gli inglesi lo scrivo sui pass di ogni evento come si fa sui pacchetti di sigarette), ma una vera scommessa. Vetture artigianali, ma potentissime, senza nessuna misura di sicurezza, ma in grado di raggiungere una velocità massima simile (se non superiore) alle monoposto attuali. Gomme strette, freni a tamburo. Niente elettronica certo. Ma nemmeno il rollbar e le cinture di sicurezza, per non dire del casco che era una semplice cuffietta in pelle. La tuta ignifuga? Tazio ha corso l’intera carriera in maglietta gialla e pantaloni blu (se faceva troppo freddo indossava un gilet in pelle), la stessa divisa con cui ha voluto essere sepolto.



Trent'anni passati a rischiare la vita. Le vie di fuga erano i burroni della Targa Florio o gli strapiombi della Mille Miglia, fra alberi, pali della luce, muri delle case. Ad esaltare il valore del fenomeno fu il periodo fascista che sfruttò l’enorme forza e popolarità di Tazio e delle vetture italiane che guidava per rafforzare il nazionalismo. E Nuvolari andava e vinceva dappertutto, in Europa, ma anche in altri continenti. Come i più grandi non si limitava solo a salire sul gradino più alto del podio, ma ad ogni occasione condiva l’evento con un gesto, una frase o un’impresa che ne amplificavano la notorietà, rendendolo un guerriero epico.

Le sue imprese leggendarie. Il trionfo sotto la bandiera a scacchi con il volante staccato dal piantone, l’arrivo con il volante in mano, l’altro con il meccanico svenuto e la macchina insieme per miracolo, fino alla vittoria a Monza legato sulla moto perché aveva entrambe le gambe ingessate (il fantino collezionò le fratture almeno quanto i trofei). Tazio era un predestinato, ma non fu un enfant prodige. Iniziò tardi con le due ruote spinto dallo zio Giuseppe che commerciava moto Bianchi. Era il 1920. Sebastian Vettel non ha ancora quell’età è sta per vincere il quarto Mondiale F1 di fila. Gli inizi non furono esaltanti, ma pian piano si mise in luce. Fu campione italiano di moto, ma divenne eroe con le auto.

Un duello entrato nella storia. Mitici i suoi duelli con Varzi (i Coppi-Bartali dei motori), con Achille che cercava di cambiare scuderia per non averlo come compagno e Tazio che lo raggiungeva in un’altra squadra. E’ entrato nella storia il sorpasso nel finale della Mille Miglia del 1930 dove il mantovano, per non farsi vedere, si avvicinò a fari spenti a folle velocità (è stato celebrato da una bellissima canzone del poeta Lucio Dalla). All’estero, però, ricordano forse di più il GP di Germania del ’35 o la Coppa Vanderlbilt in America dell’anno successivo. In entrambe le occasioni Tazio guidava la sua amata Alfa Romeo inventata dall’altrettanto mitico ingegnere Jano. La Rossa era ormai vecchietta e tecnicamente inferiore alle poderose Mercedes e Auto Union (progettata da Ferdinand Porsche).

Quando l'uomo conta più della macchina. Si correva sul leggendario Nurburgring, l’inferno verde, 174 curve disseminate su 28 chilometri di saliscendi impressionanti. Per il pilota che aveva inventato la tecnica della “sbandata controllata” (tuttora indispensabile nei rally), il terreno ideale per dimostrare che l’uomo conta più della macchina. E nell’ultimo giro la Rossa Alfa superò i grigi bolidi tedeschi e Nuvolari consegnò ai padroni di casa un tricolore nuovo nuovo che si era portato da casa. Negli States a metà gara, Tazio era talmente davanti ai rivali che si accesero le scommesse, non per la vittoria, ma per vedere se ci fosse stato qualcuno in grado di superarlo solo per qualche secondo. Non accadde e l’italiano Nuvolari con l’italiana Alfa volò per 4 ore e mezza senza mai cambiare le italiane gomme Pirelli.

Caccia al Dna della Gioconda dentro la tomba

La Stampa


La caccia al Dna della Gioconda prosegue. Stamani a Firenze il Comitato scientifico che è sulle “tracce” della nobildonna Lisa Gherardini Del Giocondo, la modella di Leonardo per il celebre dipinto, ha aperto una cripta della basilica di Ss. Annunziata trovando i resti del marito, Francesco Del Giocondo, e dei figli Piero e Bartolomeo. Il ritrovamento non era scontato. Ora il Comitato comparerà il Dna di questi resti con quello degli scheletri femminili repertati da tempo nell’ex convento S.Orsola dove Lisa fu sepolta.


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Grispino, il marito della Kyenge confessa: "Ho votato Lega"

Libero

Grispino, marito di Cécile, svela le sue passioni politiche: "Nel Carroccio c'è gente per bene". E pochi giorni fa aveva dato del "somaro" a sua moglie


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A casa Kyenge tira aria di tempesta. Nelle ultime settimane il marito del ministro dell'intergrazione, Domenico Grispino mina gli "equilibri politici" del focolare domestico. Dopo gli insulti ricevuti dalla Kyenge da Roberto Calderoli (che l'aveva definita "un orango") e dopo le bordate di altri esponenti leghisti come la Valandro che incitava allo "stupro" del ministro, Grispino confessa: "Sì, ho votato Lega". Una rivelazione, quella di Crispino, che fa alzare la tensione a casa Kyenge.

"Voto Carroccio" -  Evidentemente Grispino non poteva più trattenre la sua passione leghista. "Nella Lega ci sono anche persone equilibrate come Luca Zaia o Flavio Tosi e alle ultime regionali ne ho perfino votato uno: Gian Francesco Menani (l`attuale vice-sindaco di Sassuolo)”, afferma in un'intervista a Gente. Insomma il marito del ministro più bersagliato dalla Lega,  alle ultime regionali ha tracciato una belle "x" sul simbolo del Carroccio. Piuttosto paradossale.

"4 somari al governo" - Grispino, inoltre, è stato protagonista di un altro caso che di sicuro non gli avrà fatto passare un bel quarto d'ora tra le mura amiche di casa. Su Facebook qualche giorno fa aveva scritto, a proposito della raccolta firme per bloccare le riforme della Costituzione (promossa da Marco Travaglio e Il Fatto Quotidiano): "Perché la Costituzione è di tutti e non di 4 somari, prestati alla politica, che se qualche cambiamento introducono lo fanno solo per il bene del partito e non per il bene comune". I "4 somari" erano ovviamente i ministri del governo, tra i quali anche sua moglie, Cecile Kyenge. Se a questo si aggiunge che Grispino è un elettore leghista, si capisce che la Kyenge il primo a contestarla ce l'ha in casa.

"Doveva andare dai leghisti" - Grispino inoltre non condivide alcune scelte della moglie, come quella di rifiutare l'invito di Maroni a partecipare alla festa della Lega di Milano Marittima. "Alla festa doveva andare. Anche senza scorta, e non le sarebbe successo niente. Anzi, le avevo anche consigliato di andare a sorpresa all`ultimo momento, ma sa com`è, tra scorta e meccanismi di sicurezza…”. Insomma il "Grispino leghista" stasera farà i conti con la moglie. Ma a questo punto sorge un dubbio: avrà mica aderito anche al referndum lanciato da Salvini per abolire il Ministero dell'Integrazione?

(I.S.)

Sorpresa, al telefono c'è il Pontefice «Ciao Michele, sono Francesco»

Il Mattino

di Franco Elisei

PESARO «Ciao Michele, sono Papa Francesco». Mercoledì scorso il Papa ha preso il telefono e ha chiamato a Pesaro direttamente Michele Ferri, 51 anni, fratello di Andrea, l’imprenditore titolare di alcuni impianti di benzina ucciso in modo spietato in strada due mesi fa, nella notte del 3 giugno.


CatturaUn delitto che ha segnato la famiglia e lo stesso fratello, una ferita che non si rimargina: Michele, quarantenne, è in carrozzina da anni e Andrea era un punto di riferimento importante. Michele ha scelto il sienzio ma la sofferenza è ancora presente, tanto da lasciarne traccia sul suo profilo Facebook: «Più passa il tempo e più il dolore aumenta» scrive il 22 giugno e, ancora, il 17 luglio accentua il suo dramma: «Ti ho sempre perdonato tutto. Questa volta no, Dio, questa volta non ti perdono».

Ed è probabilmente a questo punto che decide di scrivere di getto una lettera, affidarla alla speranza e indirizzarla a Papa Francesco. Poi attende. Mercoledì la telefonata, da non credere. Anzi, pensi a una burla, a un inganno. Ma no, non può essere così crudele. E così l’incredulità si trasforma in emozione, commozione. Straordinaria, come straordinaria è stata la chiamata. Il dialogo con Papa Francesco resta custodito nel silenzio. Ferri non ha voluto aggiungere nessun altro commento. Si sa solo che il Papa poi ha voluto parlare anche con la mamma. «È un fatto personale, che preferiamo resti tale» si è limitata a riferire ieri mattina al citofono di casa, la moglie Loretta.

Silenzio sui contenuti ma non sulla straordinarietà dell’evento racchiusa solo in due righe che ancora una volta Michele Ferri affida ai social network, come a cercare di condividere con altri questa gioia inaspettata, senza però svelarne i segreti più intimi: «Oggi è arrivata una telefonata inaspettata... - scrive - al mio “Pronto?” mi ha risposto una voce dicendomi “Ciao Michele, sono Papa Francesco...”, un’ emozione unica». E ancora... «Mi ha detto che ha pianto quando ha letto la lettera che gli avevo scritto». E agli amici sorpresi aggiunge, quasi a volersi schermire: «Mi sono dimenticato di chiedergli se voleva fare un salto a Pesaro».

IL PARROCO
«Non sapevo nulla della lettera al pontefice» ha spiegato don Mario Amadeo, il parroco della chiesa di Soria, un quartiere di Pesaro, che conosce bene tutta la famiglia Ferri e che l’8 giugno scorso ha celebrato i funerali di Andrea con una toccante omelia. «Rosi, la mamma di Michele - continua - mi ha soltanto informato della telefonata la sera stessa». Poi ha preferito non dire altro se non sottolineare la straordinarietà e la profondità del gesto: «Un atto bellissimo che testimonia la bontà e la grandezza di questo Pontefice». Un Pontefice che in Vaticano ha dato precise disposizioni alla sue segreteria: ha chiesto di vedere tutte le missive particolarmente significative per rispondere di persona. Scrivendo di proprio pugno o telefonando direttamente.

 
venerdì 9 agosto 2013 - 14:29

Papa Francesco abolisce l'ergastolo pene più dure per abusi sui minori Ecco il nuovo codice penale vaticano

Il Mattino

Bergoglio prosegue la riforma avviata da Ratzinger nel 2010


CITTÀ DEL VATICANO - La riforma del codice penale varata in Vaticano ha tra i suoi effetti l'abolizione della pena dell'ergastolo, sostituita con la reclusione da 30 a 35 anni.


CatturaLe nuove norme sono state presentate in una conferenza stampa con Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale Vaticano e con padre Federico Lombardi. Tutte le norme andranno in vigore dal primo settembre prossimo. Un settore molto importante della riforma riguarda la «riformulazione della normativa relativa alla copperazione giudiziaria internazionale, piuttosto risalente nel tempo, con l'adozione delle misure di cooperazione adeguate alle più recenti convenzioni internazionali». In pratica, come ha spiegato Dalla Torre, la riforma del codice penale fa sì che le norme potranno essere applicate nei confronti dei dicasteri della Curia, agli Uffici, alle Commissioni e, più in generale, a tutti gli enti dipendenti dalla Santa Sede. «Il lavoro va avanti a ritmi serrati - ha spiegato Dalla Torre -. C'era la necessità di porre mano a riforme laddove il nostro sistema era più debole».

Sanzioni a persone giuridiche. Una delle norme introdotte da papa Francesco con un Motu proprio pubblicato oggi che aggiorna il sistema penale della Santa Sede, è la introduzione di sanzioni «a carico delle persone giuridiche per tutti i casi in cui esse profittino di attività criminose commessa dai loro organi o dipendenti, stabilendo una loro responsabilità diretta con sanzioni interdittive e pecunarie». Così il giudice vaticano potrà indagare su delitti e reati commessi in organismi di curia e uffici vaticani.

Riciclaggio e terrorismo. Con un Motu proprio pubblicato oggi il Papa prosegue la riforma iniziata da Benedetto XVI con le leggi emanate a fine 2010, per dotare la Santa Sede di strumenti per prevenire e contrastare la criminalità, favorendo la cooperazione giudiziaria internazionale anche su riciclaggio e terrorismo. Il Motu proprio, affianca tre nuove leggi, anche esse pubblicate oggi, con cui la Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano legifera su norme complementari in materia penale, modifiche al codice penale e al codice di procedura penale e su norme generali in tema di sanzioni amministrative.

Abusi su minori. Il Papa rafforza il sistema penale vaticano sui di delitti sui minori: vendita di minori, prostituzione minorile, violenza sessuale su minori atti sessuali su minore, pedopornografia, detenzione di materiale pornografico, arruolamento di minore. Le norme riguardano delitti commessi nella Città del Vaticano o uffici di Curia. Il Papa ha rafforzato le sanzioni per i reati commessi in danno di minori, con un Motu proprio pubblicato oggi e recependo la convenzione internazionale sulla tutela del fanciullo.

Dopo Vatileaks. Le nuove norme pubblicate oggi dal Vaticano con un Motu proprio papale prevedono anche l'aumento delle pene per la sottrazione di documenti riservati dagli uffici vaticani, qualora i documenti abbiano particolare rilievo.

Reati contro il patrimonio. Con il Motu proprio pubblicato oggi papa Francesco stabilisce che gli organi giudiziari del Vaticano possano esercitare la giurisdizione penale anche su reati commessi contro la sicurezza, gli interessi fondamentali o il patrimonio della Santa Sede e contro ogni reato la cui repressione è richiesta da un accordo internazionale ratificato dalla Santa Sede, se l'autore si trova nello Stato della Città del Vaticano e non è estradato all'estero. Il Motu proprio papale, insieme a tre leggi della Pontificia commissione dello Stato della Città del Vaticano, rinnova il sistema penale vaticano, in parte rispondendo a richieste di Moneyval, in parte ad altre esigenze. L'adeguamento richiesto da Moneyval, ha precisato il direttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano Giuseppe Dalla Torre, non si esaurisce con queste norme e proseguirà con ulteriori provvedimenti, probabilmente dopo la pausa estiva.

Il primo Angelus di papa Francesco a Castelgandolfo è in agenda per domenica prossima, 14 luglio. Sarà la seconda volta del nuovo Papa nella cittadina dei castelli che ospita la residenza estiva dei papi, dopo la visita del 23 marzo, per lo storico incontro con il papa emerito Benedetto XVI. Il Pontefice domenica prossima arriverà alle Ville Pontificie alle 9.30 circa in automobile. Dopo l'ingresso dal cancello di «Marino», il Santo Padre, nel cortile, incontrerà per un saluto i dipendenti delle Ville. Riceverà il saluto del vescovo di Albano, monsignor Marcello Semeraro, del direttore delle Ville Pontificie, Saverio Petrillo, e dal sindaco di Castelgandolfo, Milavia Monachesi. L'incontro si concluderà con un saluto del Papa. A mezzogiorno, dal portone centrale del Palazzo Apostolico, papa Francesco reciterà l'Angelus. Poi pranzerà con la Comunità religiosa dei Gesuiti della Specola Vaticana (Osservatorio astronomico), diretta da un argentino, padre Josè Gabriel Funes. Papa Bergoglio rientrerà in Vaticano nel primo pomeriggio.

 
giovedì 11 luglio 2013 - 12:38   Ultimo aggiornamento: venerdì 12 luglio 2013 12:49

I guai disciplinari di Esposito: già due processi davanti al Csm

Emanuela Fontana - Ven, 09/08/2013 - 08:10

Esposito processato già due volte. Vi sveliamo i suoi altarini: accusato di "venir retribuito" per la gestione della sua scuola; accusato di usare i messi comunali come autisti "dei familiari"; accusato di scegliere i casi mediatici per "spirito di protagonismo"

 

Non è la prima volta che il Consiglio superiore della magistratura deve occuparsi del caso Esposito. Il giudice della Cassazione che ha presieduto il collegio che ha condannato Silvio Berlusconi, e che in un'intervista bomba al Mattino ha spiegato le ragioni della sentenza prima che ne siano state depositate le motivazioni, era stato interrogato per ben due volte in qualità di «imputato» in altrettanti procedimenti disciplinari a suo carico.


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In uno dei due procedimenti, ricorda adesso con Il Giornale uno dei membri della sezione che si era occupata di questo caso, la posizione del giudice fu «in bilico e la sentenza molto combattuta». Le accuse si chiusero comunque, va ribadito, con un nulla di fatto. Furono rivolte tutte a Esposito alla fine degli anni 90, quando era pretore a Sala Consilina, e riguardavano una serie di questioni, da un incarico extra-lavorativo del magistrato, con un presunto utilizzo improprio degli uffici giudiziari, a una presunta minaccia nei confronti di un cancelliere, passando per accuse di «protagonismo». Le tracce di questo percorso che si è incrociato più volte con il giudizio del Csm sono ora decriptabili grazie alla raccolta di file audio e video di Radio Radicale.

Il 18 settembre del '98, dunque, Antonio Esposito viene ascoltato in qualità di imputato al Csm per rispondere di tre questioni. Il segretario magistrato lo accusava di aver «gravemente mancato ai propri doveri rendendosi immeritevole della fiducia di cui il magistrato dovrebbe godere». Prima di tutto perché in qualità di consigliere pretore dirigente della pretura circondariale di Sala Consilina aveva celebrato nel '91 un procedimento penale contro Maria Pia Moro per interruzione di pubblico servizio «senza che tale procedimento fosse compreso tra quelli a lui assegnabili». I colleghi lo accusavano del desiderio di «coltivare la propria immagine» attraverso un processo celebre che avrebbe attirato «gli organi di informazione». Nella relazione si parla anche di «spirito di protagonismo» («Non protagonismo, ma assunzione di responsabilità», era stata la replica di Esposito). La seconda accusa riguardava la concessione a «un messo comunale di frequentare gli uffici della sede distaccata di Sapri», e di avere le chiavi di ingresso come «uomo di fiducia» di Esposito, per il quale effettuava «vari servizi», come il «trasporto suo e dei familiari», consegna di spese e recapito della corrispondenza.

Tutti gli altarini del giudice: ascolta le accuse a Esposito

La terza accusa era la meno facile da controbattere: il Csm chiedeva conto a Esposito della sua attività e del suo ruolo «di estremo rilievo» divenendo il «gestore di fatto», dell'Istituto superiore di studi socio-pedagogici di Sapri. Il «dottor Esposito», proseguiva il segretario magistrato, era stato autorizzato a «svolgere un incarico gratuito» di docente in materie giuridico che invece «veniva retribuito». Non solo: «Utilizzava il personale della sezione distaccata di Sapri per la battitura di tesi attinenti al corso». Il capitano della compagnia dei carabinieri di Sapri, Ferdinando Fedi, testimoniò al Csm che «il dottor Esposito era quasi sempre reperibile presso la sede dell'Ispi». Altro appunto: Esposito era intervenuto varie volte sulle tv locali «per reclamizzare l'istituto di cui fino a poco tempo addietro era presidente sua moglie».

Dell'altro procedimento disciplinare il Csm si è occupato nel 99. In questo caso Esposito era stato accusato dai collaboratori di Sala Consilina di aver pronunciato nel 94 «espressioni minacciose». Questa la frase oggetto del processo: «Se mi va bene una certa cosa vi devo spezzare le gambe a tutti quanti» all'indirizzo di un cancelliere. Parlando così, Esposito «violava i doveri professionali di correttezza e di rispetto». Il processo era partito dopo gli accertamenti del presidente del tribunale di Sala Consilina.

Rosy Bindi in Aula si annoia, prende il tablet e fa i solitari

Libero

La dem trova poco interessante la discussione sul dl lavoro e Iva



Francesco, Assisi e la tomba inaccessibile

Corriere della sera

di Simone Fanti



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Sarà il caldo torrido di quest’estate milanese o una piccola onda d’indignazione per le ingiustizie di questa società. Mi ha scritto una persona con disabilità di ritorno da Assisi dove si era recata per visitare la tomba di San Francesco che ha scoperto in loco non essere accessibile. Così ho immaginato di scrivere una lettera a San Francesco D’Assisi, quasi per raccontargli ciò che accade nella sua piccola cittadina (rileggendo le sue testimonianze noto che poco è cambiato). E non mettetemi tra i blasfemi, perché come disse Fabrizio De Andrè ne Il Testamento: «non maleditemi non serve a niente tanto all’inferno ci sarò già»


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Caro Francesco

tu che abbandonasti le ricche vesti per indossare il saio e tu che fosti umile tra gli umili sempre pronto a incontrare gli ultimi, oggi sei ascoso agli sguardi e alle preci di molti invisibili. Ventotto gradini separano la tua sacra tomba da noi che per destino, o come diresti tu volontà del Signore, abbiamo qualche problema di deambulazione. Bambini, adulti e qualche anziano restano fermi sulla tua soglia. Quella porta che tu volesti fosse sempre aperta davanti al più umile degli umili opera umana ha reso inaccessibile. Oggi l’adito chiuso è rappresentato da due scalinate non percorribili dalle ruote di tante persone in carrozzina che vengono parcheggiate a pochi metri da te. Persone invisibili a chi non vuol vedere. La basilica del Santo Padre e le sue ricchezze artistiche, toccate qualche anno fa persino da un terremoto, è inviolabile: un patrimonio unico. E così sia.

Eppure, in un angolino minuscolo della sacrestia, lontano dagli occhi della gente e dalla opere dei più grandi artisti ma vicino al cuore dei cristiani, un posto ci sarebbe per costruire un ascensore. L’ingegno umano, che ha reso accessibile persino la grotta di Monte Sant’Angelo in Puglia, potrebbe fare quell’opera pia. A ottobre un Papa, che giunge dai confini del mondo e ha preso il tuo nome, visiterà questi luoghi santi fermandosi, all’Istituto serafico per cechi e sordomuti, a raccogliere le voci di chi soffre: bambini e ragazzi fino a 20 anni con disabilità gravi. E forse accoglierà, come avresti fatto tu, in un abbraccio chi il destino ha voluto compisse un percorso diverso. Forse più difficile di altri. E sono convito che se potesse li accompagnerebbe in braccio da te e da Chiara (altra tomba dai ricchi marmi lontana da chi non può muoversi).

Nella città che ti diede i natali oggi i pellegrini che si affidano alla provvidenza non hanno un luogo dove andare. Tre anni fa i tuoi confratelli chiusero l’ostello dei pellegrini, un luogo per tutti coloro che, a piedi o in bicicletta, arrivavano ad Assisi, fra loro anche quelli che camminavano affidati alla provvidenza per giungere sino a te, elemosinando quel tozzo di pane e un giaciglio dove trovar ristoro, trovavano cristiana accoglienza. Oggi i mendicanti per un’ordinanza del sindaco non posso fermarsi a meno di 500 metri dalla casa di Dio. Ad Assisi, dove ogni tre case si trova una chiesa, questo significa fermarsi negli uliveti che circordano la città.

Monna Lisa, aperta la tomba di famiglia L’esame del Dna per risolvere il mistero

La Stampa

Firenze, via alle operazioni nella Basilica della Santissima Annunziata



L’esame del Dna è il momento chiave della ricerca sui resti mortali della Monna Lisa, iniziata due anni fa in concomitanza degli scavi compiuto dalla Provincia di Firenze all’interno dell’ex convento di Sant’Orsola a Firenze. 


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Per consentire questo ultimo e definitivo esame, dopo trecento anni oggi verrà aperta la tomba di famiglia della Gioconda. La delicata operazione si svolgerà all’interno della Basilica della Santissima Annunziata, quando verrà aperta ed esaminata la Cripta dei Martiri che si trova dietro l’altare maggiore. All’interno della cripta dovrebbero esserci i resti mortali del marito della Monna Lisa, Francesco di Bartolomeo del Giocondo e dei suoi due figli.

«Al momento sono in corso gli esami del Carbonio 14 su tre degli otto scheletri ritrovati nella chiesetta del complesso di Sant’Orsola che erano risultati compatibili con l’età in cui è morta Lisa Gherardini - spiega Silvano Vinceti, responsabile della ricerca e del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali - L’esame del Carbonio 14 ci dirà quali di questi tre scheletri è riconducibile al periodo cinquecentesco. Solo allora sapremo su quali resti mortali si potrà compiere l’esame finale del Dna, ma quest’analisi definitiva sarà possibile solo se dentro la cripta ritroveremo i figli della Monna Lisa».

Il blitz sulle pensioni d'oro La «leggina» più veloce della Repubblica

Corriere della sera

Da Agnes a Gamberale, la corsa al fondo Inps. Tabacci: imporre la scelta tra assegni (pubblici) elevati e stipendi

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«L' Italia è il Paese che amo...» erano le prime parole che Silvio Berlusconi pronunciava nel videomessaggio registrato che il pomeriggio del 26 gennaio 1994 annunciava la sua «discesa in campo». Nello stesso Paese, in quelle stesse ore, mentre in Parlamento suonava la campanella del «liberi tutti», sulla Gazzetta Ufficiale compariva una leggina di dieci righe, approvata dal Parlamento il giorno prima a tempo di record e a tempo di record pubblicata.

Si sparse subito la voce che era stata fatta apposta per Biagio Agnes, l'ex direttore generale della Rai che da qualche anno aveva traslocato alla Stet, la finanziaria telefonica pubblica. Non era una malignità infondata. Quella leggina favoriva il passaggio al fondo dei telefonici presso l'Inps di chi godeva già di una pensione di una gestione diversa, magari di un altro fondo dello stesso istituto di previdenza. Fu così che Biagio Agnes, pensionato dal 1983, riuscì a decuplicare il suo assegno: da 4 milioni di lire a 40 milioni 493.164 lire al mese. Decorrenza, marzo 1994. Un mese dopo l'approvazione della legge.

La cosa non passa inosservata. I Cobas del pubblico impiego diramano un comunicato al fulmicotone, rivelando che la ricongiunzione costerà alla Stet, cioè allo Stato (nel 1994 i telefoni sono ancora pubblici) e ai risparmiatori che hanno comprato il titolo in borsa, qualcosa come 5,8 miliardi di lire. Oggi sarebbero più di quattro milioni e mezzo di euro. Qualche giorno dopo che quelle dieci righe hanno tagliato in Senato l'ultimo traguardo, Dino Vaiano spiega sul Corriere com'è andata. Cominciando dagli autori. Il primo a correre in soccorso dell'irpino Agnes è il lucano Romualdo Coviello, deputato di Avigliano, in provincia di Potenza.

Democristiano di sinistra come Biagione, non tradirà mai la causa. Dalla Dc ai popolari, alla Margherita. Racconta Vaiano: «Sono giorni caldi, le commissioni lavorano come slot machine, strizzando l'occhio alle lobby e alle categorie che potrebbero garantire voti. Le leggi decollano, fedeli all'equazione degli anni ruggenti della partitocrazia: spesa pubblica uguale voti. Perfino gli attenti funzionari parlamentari ammettono di non averci capito quasi nulla. Ma la rapidità è da record. La leggina sulle pensioni d'oro corre come Speedy Gonzales...»

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Il primato di velocità è tuttora imbattuto. Non così l'assegno. Abbiamo infatti scoperto che nel 2013 c'è chi, l'ex manager della Telecom inventore della «carta prepagata» Mauro Sentinelli, porta a casa 91.337 euro al mese. Il triplo di quanto varrebbe oggi la pensione di Agnes, che allora sembrava stratosferica. E il doppio di quella, addirittura extraterrestre, cui ha diritto dal 1999, quando aveva 55 anni, il suo ex capo Vito Gamberale: partiva da 75 milioni e 600 mila lire al mese.

La leggina di cui stiamo parlando, in realtà, non fece che aggiungere un altro privilegio a quello monumentale già riservato al fondo Inps dei telefonici. Al quale non si applicava il tetto massimo dei 200 milioni di lire l'anno. La ragione? Semplice: nessuno dei dipendenti arrivava a quella cifra. Soltanto che a quel fondo si erano iscritti anche i manager. Tutti, anche se in teoria avrebbero dovuto versare i contributi all'Inpdai. Ma dato che all'Istituto previdenziale dei dirigenti d'azienda alle pensioni d'oro era in vigore appunto quel limite, avevano evidentemente preferito confondersi con gli operai e gli impiegati nel fondo dei telefonici.

E quando gli stipendi hanno cominciato a lievitare come la panna montata, l'ondata di piena è stata terrificante. Anche perché le regole del contributivo garantivano pensioni praticamente identiche all'ultimo stipendio. Il capo della Sip Paolo Benzoni andò via con 39,2 milioni di lire al mese. Ernesto Pascale con 42. Francesco Chirichigno con 36. Umberto Silvestri con 38,5. Francesco Silvano con 37,3. L'elenco delle superpensioni telefoniche è sterminato, ed è arrivato fino a noi. Senza offrire risposta alla domanda più banale: perché in tanti anni non sono mai state cambiate le regole? Difficile dire.

Certo, però, nel Bengodi pensionistico made in Italy i telefonici sono sempre stati in buona compagnia. Tetto o non tetto. Basterebbe ricordare i sontuosi trattamenti previdenziali dei dirigenti dell'Enel, che potevano aggirare il limite dei 200 milioni annui grazie a un faraonico fondo integrativo aziendale pagato dagli utenti con le bollette. Memorabili alcune pensioni, come quelle dei due direttori generali che si sono succeduti prima della trasformazione in spa, Alberto Negroni e Alfonso Limbruno, che si ritirarono entrambi con assegni da 37 milioni (di lire) al mese.

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Somme certamente enormi. Che fanno però sorridere al confronto di certe pensioni garantite, secondo regole che nessuno ha mai voluto mettere davvero in discussione, dallo Stato. L'ex segretario generale del Senato Antonio Malaschini, ex sottosegretario alla presidenza con Mario Monti, ha dichiarato di percepire una pensione di 519 mila euro lordi l'anno. Somma alla quale si deve aggiungere ora lo stipendio da Consigliere di stato. Perché le pensioni d'oro, da noi, hanno una particolarità: spesso chi le incassa continua a lavorare, talvolta ricoprendo incarichi pubblici altrettanto dorati.

Per non parlare di altre micidiali stravaganze. La nomina a capo dell'Agenzia siciliana dei rifiuti, l'avvocato Felice Crosta, dirigente della Regione, fu accompagnata da un emendamento approvato anch'esso in un baleno dall'assemblea regionale grazie al quale gli venne riconosciuta di lì a poco una pensione di 460 mila euro. Dopo un'estenuante battaglia legale quell'assurdità è stata cancellata. Ma la storia la dice lunga su come funziona ancora l'Italia: tutto sommato, non è poi così diversa da quella della leggina che favorì Agnes e forse pochi altri.

Ed è per questo che nel Paese dove le persone normali la pensione se la sognano, mentre le pensioni d'oro si accompagnano di regola a una retribuzione sontuosa, sarebbe forse il caso di prenderla seriamente in considerazione, la proposta avanzata da Bruno Tabacci, Angelo Rughetti, Andrea Romano e Fabio Melilli in una lettera al Corriere: i pensionati d'oro che intascano stipendi (pubblici) d'oro scelgano fra la pensione e lo stipendio. È una richiesta così scandalosa?

9 agosto 2013 | 8:58

Due notizie, una considerazione

La Stampa

yoani sanchez


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In questi giorni sto leggendo un eccellente libro di Carlos Salas, attuale direttore del sito lainformacion.com. Un testo che non può mancare in una redazione giornalistica e nella biblioteca di ogni reporter. Intitolato “Manuale per scrivere come un giornalista”, nelle sue pagine analizza l’arte di comporre titoli, l’abilità di un buon intervistatore e la necessità di indagare prima di redigere ogni testo. Questo professionista che da decenni si dedica al compito di raccontare la realtà, ci consegna un volume agile, nel quale condivide conoscenze che altri custodirebbero gelosamente. 
Ho inforcato gli “occhiali di Salas” e ho cominciato a fare una minuziosa analisi della realtà informativa della stampa ufficiale. Non ho dovuto attendere molto perché le prime incongruenze e mancanze venissero a galla. 

Per tutta la settimana i notiziari cubani hanno ripetuto la spiacevole storia di un gruppo di persone intossicate dall’alcol metilico. Una festa in un quartiere proletario dell’Avana è finita in tragedia. Undici morti e diverse decine di persone intossicate per aver ingerito una sostanza così pericolosa, è il triste risultato prodotto da una serie di fattori: mancanza di controlli, mercato illegale, precarietà economica e irresponsabilità. Il dramma è compagno inseparabile del giornalismo, come sa bene chi esercita questa professione. Ma nella tragedia, bisogna mantenere la capacità di capire perché certe notizie vengono date con grande rilievo dai media nazionali, mentre altre vengono semplicemente omesse. 

Quasi contemporaneamente al dramma degli intossicati da alcol metilico, è accaduto un incidente nella provincia di Guantánamo durante il Carnevale Infantile. È crollata una gradinata del palco e diversi bambini sono rimasti feriti, alcuni di loro hanno riportato un trama cranico. Inutile narrare la confusione, il caos e il terrore che deve aver prodotto il crollo di quella struttura durante una festa. Perché questo incidente non è stato riferito dalla televisione e dai periodici di tutto il paese? Il caso di un prodotto trafugato dai magazzini e ingerito clandestinamente, poteva essere imputato alla responsabilità dei cittadini che hanno infranto la legalità. Ma su chi ricade la colpa di una tribuna mal costruita per un evento pubblico? Sullo Stato, proprietario di tutto, giudice di tutti… ma giudicato da pochi. 

La notizia delle vittime da ingestione di alcol metilico è stata usata come esempio, perché il drammatico evento si è verificato in seguito a una violazione di regole stabilite e per aver seguito la dipendenza alcolica. I nostri media informativi hanno cercato di addossare la responsabilità soltanto alle persone coinvolte. Il fatto che in un paese tradizionalmente produttore di rum, tanti preferiscano comprare illegalmente le loro bevande, mette in evidenza più la miseria materiale che il vizio. Nonostante tutto, la morale ufficiale si riassume in poche parole: è accaduto tutto per colpa di persone prive di scrupoli e dedite al vizio del bere. In questo modo le persone colpite dalla tragedia sono diventate doppiamente vittime. 

Nell’incidente del palco crollato che ha ferito molti bambini, invece, i giornalisti ufficiali non potevano incolpare gli stessi feriti. Non avrebbero potuto fare a meno di raccontare il cattivo lavoro di un’impresa statale incaricata di costruire una gradinata, realizzata senza le prescritte condizioni di sicurezza. Non avrebbero potuto confessare l’appropriazione indebita di buona parte dei materiali destinati all’opera, che presumibilmente ne ha provocato l’indebolimento e subito dopo il crollo. 

Entrambi gli episodi, deprecabili ed evitabili, puntano il dito su un problema diffuso e cronico nella nostra realtà: la necessità di rubare e di sottrarre risorse per poter sopravvivere. Per questo motivo, l’indigenza salariale e la precarietà economica, sono le cause dirette di queste due tragedie. I colpevoli non sono soltanto il distributore di alcol illegale e l’operaio che si porta a casa alcune viti e dei pezzi di legno, ma anche questo sistema che ci porta a delinquere per poter vivere.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Chiude Lavabit, la mail di Snowden “Non saremo complici di un crimine”

La Stampa


Il fondatore del servizio di posta anti-intercettazioni denuncia le pressioni del governo americano

giuseppe bottero


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Con una lettera drammatica pubblicata nella notte Ladar Levisor, proprietario e animatore del servizio di posta Lavabit, annuncia che la sua battaglia per la trasparenza è finita. Il servizio email salito alla ribalta perché usato da Edward Snowden sospende l’ attività, mentre la società si prepara ad affrontare in tribunale il governo americano. «E’ stata una decisione difficile- scrive Levisor. Dovevo scegliere se diventare complice di un crimine oppure mettere fine a un cammino durato dieci anni. Ho preferito sospendere il servizio». Lavabit consente ai propri membri di inviare email criptate che, anche se intercettate, sono quasi impossibili da leggere senza una password. Schermo grigio listato a lutto, il sito è ormai inutilizzabile. «Vorrei poter, da un punto di vista legale, condividere con voi gli eventi che hanno portato alla mia decisione. Meritereste di sapere; il primo emendamento dovrebbe garantirmi la libertà di parlare in situazioni come questa» prosegue Levisor. 

Il messaggio non fa cenno alla vicenda Snowden, ma l’oscuramento del servizio sembra indissolubilmente legata alla battaglia legale attorno alle sorti della fonte del «Datagate». L’attivista russa Tanya Lokshina ha raccontato che proprio grazie a Lavabit il trentenne ex analista della Cia è riuscito ad entrare in contatto con le organizzazioni moscovite, e un dossier del Massachusetts Institute of Technology ha svelato che, negli ultimi quattro anni, Snowden ha registrato tre indirizzi mail in quattro anni.

Ogni giorno che passa emerge con maggiore chiarezza la reale portata delle attività di sorveglianza della National Security Agency. Come rivela il New York Times i cyber-007 intercettano e monitorano non solo le comunicazioni dirette tra cittadini americani e stranieri sospettati di attività terroristiche, ma anche quelle in cui vengono semplicemente, «citate informazioni su stranieri sotto sorveglianza». Finora i vertici dell’intelligence avevano affermato che si limitavano a frugare tra i metadati (nome di chi inviava o riceveva una mail, data e orario, durata del contatto) degli americani. Ora invece emerge che vengono anche esaminati i contenuti. 

Da Abu Imad a Game, quell'attrazione fatale per odio e terrorismo

AlGia - Ven, 09/08/2013 - 07:06


A Palazzo Marino si fa spallucce per minimizzare. Il tentativo è chiaro: sostenere che tutto è normale, che anche stavolta non è successo nulla e che l'assessore spedito all'Arena dal sindaco Giuliano Pisapia (molto rammaricato di non poter presenziare in prima persona) non ha niente da dichiarare sul caso-Bustanji, l'imam palestinese invitato al Ramadan dei centri islamici di Milano e artefice di discutibilissime dichiarazioni sul «martirio» religioso.

Ora, fare finta di nulla non è possibile, tuttavia è vero anche che (purtroppo) il caso non è una novità assoluta. Anzi, sono anni che - in occasioni ufficiali o meno, con incarichi ufficiali o meno - intorno al mondo islamico gravitano personaggi discutibili. Implacabile nel sottolinearlo, anche ieri, l'ex vicesindaco Riccardo De Corato, per anni delegato alla Sicurezza del Comune, che chiama in causa il centro di viale Jenner, definendola la «moschea più indagata e ispezionata d'Italia».

L'attuale vicepresidente del Consiglio comunale ha ricordato che il cento «vanta anche un Imam condannato per terrorismo - Abu Imad - e un suo assiduo frequentatore Mohammed Game responsabile dell'attentato alla caserma Santa Barbara». In effetti la figura di Abu Imad è nota e grava come un macigno sulla reputazione dell'Istituto diretto da Abdel Shaari. L'imam egiziano si trova nel carcere di Benevento a scontare una pena a 3 anni e 8 mesi per terrorismo - una pena infittagli per attività di reclutamento e finanziamento di cellule internazionali attive nei primi anni Novanta.

Un tribunale dello Stato italiano ha riconosciuto che il gruppo è «stato per anni un centro di reclutamento di terroristi islamici». Non meno imbarazzante è stato, nel 2009, il caso di Mohamed Game. Il libico, la mattina del 12 ottobre tentò di far saltare in aria la caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti. Un tentativo concreto e pericoloso. Si parlò di un «cane sciolto», di terrorismo fai-da-te appreso su internet e di un povero «lupo solitario» disperato e isolato. E tuttavia fece molto scalpore scoprire, di lì a poco, che Game neanche un mese prima aveva partecipato, con una funzione che si sarebbe detta di «servizio d'ordine» alla celebrazione di Id al Fitr (la stessa di ieri) alla Fabbrica del vapore. In tutti questi casi è senz'altro vero che la gran parte dei fedeli partecipa con spirito pacifico e sincero a una celebrazione religiosa, ma resta l'imbarazzante e inquietante coincidenza di queste figure.




A Milano l'imam dei martiri Gli ebrei: «Pisapia si dissoci»

Alberto Giannoni - Ven, 09/08/2013 - 07:06


Sembra proprio che l'Islam milanese non riesca a tenersi fuori dalle polemiche. Il caso che accende di nuovo i riflettori sulle «moschee» cittadine - alla fine di un mese di Ramadan filato via liscio come l'olio - è la partecipazione, ieri, alla festa di rottura del digiuno all'Arena civica, di un personaggio dal profilo ideologico quantomeno discutibile.


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L'imam invitato dal Coordinamento dei centri islamici milanesi a condurre la preghiera è lo Sheykh Riyad Al Bustanji. Il giordano, presentato come un sapiente noto per avere concluso a 24 anni l'apprendimento mnemonico di tutto il Corano era stato protagonista presso una tv satellitare mediorientale - l'ha raccontato Andrea Morigi su «Libero» - di un'intervista (tuttora in rete) in cui parla del «martirio» religioso e confessa di aver portato sua figlia a Gaza per imparare dalle donne palestinesi come si allevano i figli al «jihad» e al martirio.

Ovviamente la circostanza che un tale personaggio abbia avuto il posto di «ospite d'onore» alla principale celebrazione del Ramadan di Milano, con 10mila persone e l'assessore comunale all'Educazione Francesco Cappelli, ha suscitato reazioni indignate. L'assessore ha preferito non commentare. «Non so quale sia la notizia più clamorosa - ha detto Riccardo De Corato, vicepresidente del Consiglio comunale per Fratelli d'Italia - se quella del predicatore pro-jihad accolto a braccia aperte o di un assessore che presenzia senza battere ciglio al suo sermone. Siamo davvero alla follia». De Corato fra l'altro ha chiesto le dimissioni del coordinatore del Caim Davide Piccardo, sottolineando come sia stato candidato in passato in Sel, il partito del sindaco.

Da parte sua Piccardo si compiace del messaggio della Curia e della presenza dell'assessore, che a sua volta ha portato una lettera del sindaco, Giuliano Pisapia. Quanto all'imam, dice: «È molto bravo e molto noto per la sua scienza del Corano. Ha dedicato il suo discorso soprattutto a indicazioni etiche, ricordando che il musulmano deve essere un testimone di fede e mai elemento di disturbo». «Ha la sua posizione sulla Palestina, per la libertà e contro l'occupazione, ma ha sempre rispettato la legalità e non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose, che esclude il ricorso alla violenza come strumento di proselitismo o affermazione dei principi religiosi».

La Comunità ebraica di Milano, tuttavia, è allarmata. Il presidente, Walker Meghnagi si dice «stupito che un personaggio del genere possa essere ricevuto dall'assessore». «É un autogol del Comune - aggiunge - mi auguro che il sindaco, che è un nostro amico e una persona di valore, voglia prendere le distanze». Anche il portavoce della sinagoga del centro, Davide Romano, è molto netto: «Da anni difendiamo i diritti dei musulmani ad avere una moschea, ma se hanno in mente di aprirla a chi istiga al suicidio dei bambini proprio non ci siamo». Le domande rivolte a Piccardo: «Sapeva di queste posizioni dell'imam? Le condanna?». «E l'assessore, che è delegato all'Educazione - conclude - era informato su chi aveva davanti? Conosceva le sue idee? Spero non abbia problemi a condannarle».

Una targa sullo zaino: pedone multato nella Ztl

La Stampa


Camminava in una zona a traffico limitato ed è stato multato come se fosse un veicolo. È successo a un ventenne di Genova, che si è visto recapitare a casa il verbale della multa dalla Polizia Municipale per avere violato, senza averne il permesso, una via del centro cittadino. Ma non era né in auto né in moto, ma a piedi. La sua “colpa” è stata quella di appendere allo zaino una vecchia targa del motorino che anni fa usava la madre.




Il caso dell’abbaglio burocratico è raccontato oggi dal quotidiano “Corriere Mercantile”. Il ragazzo ha superato il varco di via Garibaldi, ed è stato immortalato dalla telecamera che controlla i transiti dei veicoli. La procedura delle contravvenzioni non è si poi fermata ed a casa del giovane è arrivata la multa. La targa - è stato poi appurato - era stata sospesa nel 2007. La madre del giovane ha presentato ricorso in Prefettura.





I popoli indigeni, patrimonio dell'umanità

Corriere della sera

Assommano a 370 milioni di persone in 70 nazioni, pari al 6% della popolazione del nostro pianeta

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Contano almeno 370 milioni di persone. Rappresentano il 6% della popolazione del nostro pianeta e sono distribuiti in più di 70 nazioni diverse. Sono i popoli indigeni della Terra, di cui il 9 agosto si celebra la Giornata internazionale Onu. La loro esistenza costituisce un caleidoscopio di umanità e culture sorprendenti, che testimonia il potenziale creativo degli esseri umani e la loro straordinaria capacità di adattamento. «Alle sfide imposte da habitat diversi e spesso ostili, hanno risposto con sofisticate tecniche di caccia, allevamento e navigazione», spiega Joanna Eede nel libro Siamo tutti uno, a loro dedicato.

NELLA NATURA - Millenni di immersione nella natura hanno permesso loro di cogliere anche i suoi segnali più impercettibili, insegnandogli a distinguere radici e bacche commestibili, a percepire i cambiamenti climatici, a prevedere i movimenti delle lastre di ghiaccio, il ritorno delle oche migratrici e i cicli di fioritura degli alberi da frutto. Come dice Roy Sesana, boscimane Gana del Kalahari, «Impari quello che la terra ti suggerisce». Sanno probabilmente meglio di chiunque altro che il delicato equilibrio tra uomo e natura è stato mantenuto per millenni solo grazie al rispetto dei suoi limiti. Per loro, responsabilità e reciprocità sono requisiti essenziali per la sopravvivenza. Prendere più del necessario o deturpare la terra non è solo controproducente, ma anche irresponsabile verso le future generazioni. Non vanno idealizzati: gli stereotipi, siano essi positivi o negativi, violentano, e talvolta uccidono. Tuttavia, il resto dell’umanità stenta certamente a tributare loro il valore che meritano, e a garantirgli il dovuto rispetto dei diritti fondamentali.

Giornata mondiale dei popoli indigeni Giornata mondiale dei popoli indigeni Giornata mondiale dei popoli indigeni Giornata mondiale dei popoli indigeni Giornata mondiale dei popoli indigeni

CONOSCENZA - La manioca, conosciuta anche come cassava, è un arbusto originario del Sudamerica. Coltivata dagli indiani locali, oggi è divenuta un alimento d’importanza mondiale. È l’alimento principale della dieta di circa un miliardo di persone in oltre cento Paesi diversi, cui fornisce un terzo del fabbisogno calorico giornaliero. Nella sola Africa, lo utilizza quasi l’80% della popolazione. Gli scienziati stimano che le raffinatissime conoscenze botaniche dei popoli tribali siano state essenziali nello sviluppo del 50% delle medicine esistenti oggi. Alcuni preparati vegetali usati dagli indiani amazzonici come veleni sulle punte delle frecce per immobilizzare la preda o per pescare, per esempio, sono stati trasformati in rilassanti muscolari che hanno reso possibile la chirurgia a cuore aperto.

L’aspirina è stata sintetizzata dalla corteccia del salice bianco che gli indiani nordamericani bollivano per curare il mal di testa. Mentre il taxolo, un estratto della corteccia del tasso del Pacifico conosciuto dagli indigeni per i suoi poteri di rinforzo delle difese immunitarie, è usato oggi nella cura dei tumori alle ovaie e al seno... Le conoscenze botaniche e naturali degli indigeni sono enciclopediche. William Milliken, etnobotanico presso i Giardini botanici reali di Kew, a Londra, ricorda che molte specie di piante usate dagli indigeni non sono ancora nemmeno state classificate dagli scienziati occidentali. Di fronte alla loro rapida scomparsa, si sente quindi «l’urgenza di attingere al loro sapere anche da una prospettiva meramente utilitaristica».

«ARRETRATEZZA» - Eppure, la presunta «arretratezza» delle culture e degli stili di vita dei popoli tribali continua a essere invocata da molti governi per legittimare lo sfratto forzato dalle terre ancestrali e l’assimilazione economica e culturale nella società dominante nel nome dello «sviluppo». I popoli indigeni hanno protetto la diversità delle specie che li circondano e da cui dipendono attraverso stili di vita sostenibili. L’80% dei luoghi più ricchi di biodiversità del mondo si trova all’interno delle loro terre, e non è un caso. Studi scientifici recenti, basati su dati forniti dal satellite, dimostrano che la presenza di aree indigene è un freno efficace e cruciale contro la deforestazione e gli incendi.

RIFUGIATI NELLE LORO TERRE - Eppure, la creazione dei circa 100 mila parchi esistenti oggi sul pianeta, pari al 12% della superficie terrestre, ha trasformato 130 milioni di indigeni in «rifugiati della conservazione»: popoli privati delle loro case e dei loro mezzi di sostentamento nel nome dell’ambiente. «Se qui hanno trovato una terra da trasformare in parco, è solo perché i Wanniyala-Aetto l’avevano protetta», lamenta un leader Wanniyala-Aetto estromesso insieme al suo popolo dal parco nazionale Maduru Oya dello Sri Lanka. Dal 1983 il governo ha anche reso illegale il loro tradizionale stile di vita, basato su caccia e raccolta, gettando le comunità nel baratro della povertà, con tutto ciò che essa comporta: cattiva salute, malnutrizione, profonda angoscia e malattie mentali.

DIRITTI - A differenza del passato, oggi la legge internazionale riconosce i diritti dei popoli indigeni sulle terre ancestrali e decenni di attivismo hanno indotto importanti cambiamenti di mentalità nell’opinione pubblica. Ma in molte parti del mondo sono ancora etichettati come «primitivi» e costretti a confrontarsi quotidianamente con la minaccia di estinzione fisica e culturale. Survival International ha definito gli Awá del Brasile come «la tribù più minacciata del mondo».Le loro terre sono invase illegalmente da coloni e taglialegna che quando li vedono, semplicemente, li uccidono.

ABUSI - Dietro le persecuzioni, oltre all’avidità e a grandi interessi economici e politici, c’è anche il razzismo. Gli abusi restano troppo spesso impuniti, e molti governi stentano a riconoscere ai popoli indigeni almeno il diritto di essere consultati quando vengono varati progetti di sviluppo che hanno un impatto sulle loro vite, così come raccomanda anche la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni e tribali adottata dall’Onu nel 2007.

In ogni continente, i popoli tribali chiedono solo terra a sufficienza per vivere, e la libertà di decidere autonomamente del loro futuro. «Diritti che Survival aiuta a difendere da 44 anni», sostiene Fiona Watson, direttrice del dipartimento campagne dell’associazione, «e che vanno garantiti incondizionatamente: diversamente, non potranno sopravvivere» Ma è doveroso anche impedire che il mondo perda le loro straordinarie conoscenze e abilità: per un’umanità alla deriva, minacciata dai cambiamenti climatici e chiamata a riformulare con urgenza le nozioni moderne di progresso e di sviluppo, i popoli indigeni sono oggi più importanti che mai.


8 agosto 2013 | 15:22

Licenziamento legittimo se il lavoratore non accetta la mansione inferiore

La Stampa


Una donna chiede la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato nei suoi confronti dopo essere stata valutata inidonea al sollevamento di pesi superiore ai 15 kg, nello svolgimento delle mansioni di Operatore Tecnico addetto all’assistenza presso una clinica privata. La Corte territoriale respinge la sua domanda, rilevando che la donna non ha manifestato la volontà di essere adibita a mansioni inferiori (con stipendio inferiore rispetto a quello percepito) pur di mantenere il posto di lavoro, mentre, risulta provato che presso la clinica non esistevano possibilità di adibire la lavoratrice a mansioni equivalenti.


Cattura
Nel caso di sopravvenuta inidoneità fisica alle mansioni lavorative, infatti, il patto di dequalificazione, quale unico mezzo per conservare il rapporto di lavoro, costituisce un adeguamento del contratto alla nuova situazione di fatto, solo se sorretto dal consenso e dall’interesse del lavoratore. La donna ricorre in Cassazione avverso tale sentenza assumendo che la Legge n. 68/1999 prevede all’art. 4 che non possano essere licenziati i lavoratori divenuti disabili a causa di un infortunio se possono essere assegnati a mansioni inferiori, e contestando il fatto di non essere stata messa nella condizione di esprimere tale volontà. La Suprema Corte – con la sentenza del 2 agosto 2013, n. 18535 – nel respingere il ricorso della lavoratrice ha affermato che l’onere del repechage del lavoratore inidoneo allo svolgimento delle mansioni alle quali è adibito è principio pacificamente espresso dalla sentenza 7755 del 7 agosto 1988.

In tale pronuncia i giudici di legittimità avevano precisato come la sopravvenuta infermità permanente e la conseguente impossibilità della prestazione lavorativa possono giustificare oggettivamente il recesso del datore di lavoro dal rapporto di lavoro subordinato se risulta ineseguibile non soltanto l’attività svolta in concreto dal prestatore, ma è esclusa anche la possibilità di svolgere altra attività riconducibile alle mansioni assegnate o ad altre equivalenti e persino, in difetto di altre soluzioni, a mansioni inferiori (senza mutamenti dell’assetto organizzativo insindacabilmente scelto dall’imprenditore).


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