giovedì 8 agosto 2013

Se l'evasore è il direttore di "Repubblica": quell'attico al Parioli di Roma...

Libero

Da giorni spara a zero su Berlusconi, colpevole di aver "frodato il fisco". Ma nove anni fa per pagarsi la casa versò 830 milioni "in nero". In molti lo confermano


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Mettiamola così: chi non ha scheletri fiscali (per i reati rimandiamo tutti alla Guardia di Finanza) nell’armadio scagli la prima pietra. Ebbene, siamo certi che nemmeno dalle parti di Largo Fochetti, sede romana del quotidiano-partito La Repubblica diretto da Ezio Mauro, vero Catone censore degli italici costumi, si alzerà una mano. Perché, giusto per ricordarlo, nemmeno il direttore del quotidiano del gruppo Editoriale L’Espresso è immune da ciò.

Parafrasando Francesco De Gregori e  la sua tanto decantata intervista al Corriere della Sera - «Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto» - a Repubblica potrebbero farsi qualche domanda in meno sul caso Mediaset e la condanna a Berlusconi e qualcuna in più sulle vicessitudini fiscali del proprio editore, l’ingegnere di Ivrea Carlo De Benedetti. Ma così va il mondo. (...)

Da giorni Ezio Mauro spara a zero su Silvio Berlusconi, colpevole di aver "frodato il fisco". Ma come ricorda Enrico Paoli su Libero di mercoledì 7 agosto, nove anni fa, il direttore di Repubblica, per pagarsi l'attico in zona Parioli a Roma versò 830 milioni "in nero", come confermato da vari testimoni.

Il doppio lavoro del giudice bugiardo

Massimo Malpica - Gio, 08/08/2013 - 10:30

Esposito non si limita alla Cassazione: guida l'Ispi, un istituto di formazione che ha convenzioni con università, scuole ed enti locali 

La ragnatela di Sapri. A spigolare in questa cittadina antirisorgimentale della provincia di Salerno si scoprono strani impicci. Nomi, prestanomi, giudici che fanno gli addetti di segreteria, e forse pure i bidelli, sedi distaccate di università telematiche, corsi di formazione casa e lavoro.


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È un impiccio. L'unica cosa certa è che quando Antonio Esposito non sta in Cassazione fa un altro lavoro. Un doppio lavoro. La storia è questa. E apre parecchie domande. Gli impegni del giudice Antonio Esposito sono molteplici. Nonostante la non più giovanissima età, il 73enne presidente della sezione feriale della Cassazione ha molte attività in piedi. Per dirne una, quando non ha da condannare Berlusconi, smessa la toga, Esposito veste i panni del responsabile amministrativo di un pezzo di un'università telematica. Insieme alla moglie avvocato e alla figlia, il magistrato risulta referente per lo sportello Salerno/2 della Unicusano, ateneo privato romano. Così, chi vuol seguirne i corsi da casa propria in Cilento potrebbe ritrovarsi a chiacchierare inconsapevolmente con l'uomo che ha fatto del Cav un pregiudicato. Ipotesi mica tanto remota, visto che sul sito web dell'università come contatto per Sapri c'è proprio il numero di cellulare dell'alto magistrato. Che nella cittadina cilentana dove ha cominciato la carriera come pretore ha ora il suo quartier generale per le attività «alternative».

Qui è un cittadino piuttosto in vista, molti lo conoscono e lo riconoscono. L'edicolante in piazzetta, per esempio, che lo annovera tra i clienti: «Compra sempre e solo Repubblica e Fatto quotidiano, e non è un mistero che Berlusconi non gli vada a genio», racconta candidamente il commerciante. E mentre a Sapri il sole sta per tramontare, le serrande al civico 35 di via Camerelle sono già abbassate, anche se il cartello sul muro esterno promette che il piano terra di questa palazzina a tre piani anni '70 è il «Learning center: sede d'esame e segreteria assistita». Quali siano nello specifico le mansioni di Esposito nell'ufficetto non lo sappiamo, ma anche in orario di chiusura la toga della suprema corte risponde al telefono e fornisce informazioni, anche se per maggiori ragguagli rimanda alla «segreteria».

La porta di vetro zigrinato però è chiusa, non risponde nessuno. Accanto alla maniglia c'è un altra scritta: Ispi Sapri. Un acronimo che apre all'altra branca del «secondo lavoro» di Esposito, che all'uopo avrà certamente le debite autorizzazioni previste dal Csm per i doppi incarichi. L'Istituto superiore di studi socio psico pedagocici italiano, fondato nel lontano 1978, stipula convenzioni con vari enti in Campania, in Calabria e a Roma. Per dirne una a dicembre 2012 per l'apertura di un centro di ascolto l'Ispi ha incassato tredicimila euro dalla Provincia di Salerno, ma l'associazione-agenzia di formazione organizza anche master a Sapri, ovviamente in convenzione, con l'Università San Pio V di Roma.

Qui, gli studenti guadagnano 60 crediti universitari, mentre gli organizzatori incassano 1000-1200 euro a studente. Siccome ne sono previsti fino a ottanta, le cifre cominciano a farsi interessanti, anche se non conosciamo i termini economici della convenzione. Altra certezza è che il dottor Antonio Esposito, in abiti civili, si spende in prima persona per l'associazione di famiglia, tanto che nell'ennesima convenzione è il liceo Dante Alighieri di Sapri a sottoscrivere il documento in qualità di «rappresentante dell'Ispi e del centro di consulenza psico pedagogica presso la sede di Sapri» è proprio il dott. Antonio Esposito.

Un network fittissimo proprio nei territori in cui Esposito è nato (a Sarno) e dove ha mosso, prima a Sapri e poi a Sala Consilina i primi passi della carriera in magistratura. Insomma, Esposito a Roma ha la residenza e il primo lavoro, casa e cassazione. A Sapri, seconda casa, seconda bottega, seconda vita. Illecito? No, magari no. Magari il buon giudice ha il via libera, l'ok, del Csm. Magari è normale. Resta questa cosa di un alto togato che mette il suo numero di telefono privato, quello del cellulare, tra i contatti per chi vuole fare un master. Cose così. «Per informazioni è possibile rivolgersi alla segreteria Ispi.: telefax: 0973/603460 dalle h. 16,30 alle h. 18,30 – cell. 380/257**** 333/347****- e-mail: ispisapri@libero.it».

I Phone 4, l'usato ora vale il 10% in più

Corriere della sera

Mentre il valore del 4S scende e quello del 5 resta stabile

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Il vecchio iPhone 4 potrebbe valere più di quanto si pensi. Lo smartphone nato nel 2010 infatti è vicinissimo alla pensione, pronto ad essere sostituito dai prossimi iPhone low cost e dal successore del 5. Come rilevato dalla società di investimento statunitense Piper Jaffray però, questo quarto modello nel mercato dell'usato vale il 10% di più rispetto all'aprile scorso.

L'IPHONE 4 VALE PIÙ DI TUTTI - Monitorando il prezzo di aggiudicazione di oltre cinquanta modelli di telefoni sui vari siti di aste online, l'azienda è riuscita a tracciare un quadro abbastanza preciso sul valore dei telefonini fuori produzione o vicini alla pensione. Il grande protagonista è l'iPhone 4 che su eBay ha fatto guadagnare ai venditori il 10,31 % in più rispetto all'aprile del 2013. Una cifra in contrasto con gli altri modelli della Mela visto che il successivo 4S scende nelle quotazioni dell'11,85% mentre l'iPhone 5, l'ultimo uscito, rimane sostanzialmente stabile con una leggera flessione del 3,75%. Va molto peggio a Samsung con il Galaxy SIII che scende di 27,32 punti percentuali mentre il Galaxy Note II cola a picco segnando un meno 35,54%. A cosa è dovuto il «successo» dell'iPhone 4? Il fatto che tra pochi mesi infatti sarà introvabile, visto che sarà sostituito dall'iPhone low cost.

ANCHE IN CINA - Per avere uno sguardo più completo, Piper Jaffray ha studiato anche gli andamenti su Taobao, la più grande piattaforma di acquisti online cinese, che si sono dimostrati abbastanza simili. Anche in Oriente l'iPhone 4 è l'unico ad avere il segno più, anche se limitato a un piccolo 1,42%, il 4S segna un meno 14,32 mentre il 5 scende di 7,22 punti percentuali. Stessa situazione anche per i coreani, con l'SIII che scende del 24,17% e il Note II di 23,67 punti percentuali. Qui emerge anche il Galaxy S4, il modello di punta di Samsung, che perde il 14,39%.

IPHONE VS GALAXY - Secondo l'autore dello studio Gene Munster, l'iPhone 5 in Cina tiene il mercato meglio del Galaxy S4 perché, anche se più vecchio, riesce ancora a presentarsi come un prodotto di fascia alta che gode del pieno supporto della Mela. La bassa perdita nelle quotazioni poi suggerisce che gli utenti preferiscono aspettare il nuovo modello prima di mettere in vendita il dispositivo, dimostrando quella fedeltà del cliente su cui Apple ha costruito il proprio impero.

8 agosto 2013 | 14:00

Alessio Lana@alessiolana

L’anello “smart” paga i conti e sblocca telefoni e porte

La Stampa

Il progetto su Kickstarter integra la tecnologia Nfc

roma


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Tecnologia indossabile sotto forma di orologi, occhiali e magari anche gioielli. Il primo ad arrivare ai consumatori potrebbe essere un anello di metallo in grado di comunicare con altri dispositivi - semplicemente avvicinandolo - per effettuare pagamenti, sbloccare un telefono, accedere a luoghi o informazioni protette. 
Presentato su Kickstarter , sito per la raccolta di fondi online, il progetto si basa sulla nota tecnologia di Near Field Communication (Nfc). Ha già raccolto cinque volte gli investimenti richiesti.




NFC Ring, questo il nome, è un progetto presentato dallo sviluppatore britannico John McLear. Consiste in un anello di metallo, a fascia, che integra la tecnologia Nfc, quella già presente in alcuni moderni cellulari e che serve - ad esempio - per pagare il biglietto di un autobus avvicinando il telefono ad apposito lettore. L’obiettivo è avere uno strumento con cui poter sbloccare telefoni o porte, condividere informazioni o effettuare pagamenti. Per funzionare l’anello presuppone la comunicazione con lettori che integrano la stessa tecnologia.

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L’anello - che non ha bisogno di essere caricato o aggiornato - ha anche un’altra particolarità. Ha due sezioni: una parte della circonferenza dell’anello, quella rivolta verso l’esterno, contiene informazioni «pubbliche», mentre l’altra, con dati «privati», si posiziona verso il palmo della mano. Su Kickstarter NFC Ring sta riscuotendo particolare successo. Per il progetto il creatore chiedeva 30mila sterline: ne ha già ricevute oltre 150mila da finanziatori online. 




(Ansa) 

Il marito del ministro Kyenge scende in campo con Travaglio e dà del somaro a sua moglie

Libero

Domenico Grispino sulle barricate: "La Costituzione non si tocca". Un messaggio chiaro e tondo per quei "quattro asini del governo". In cui c'è Cécile


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Il titolo della petizione non le manda certo a dire: «Costituzione, non vogliamo la riforma della P2». E infatti a lanciare la raccolta firme su Change.org sono stati Antonio Padellaro, Marco Travaglio e la redazione de Il Fatto quotidiano, che non hanno mai nascosto la loro avversione al governo Pd-Pdl contro il cui progetto di riforma costituzionale dunque  si scagliano. La petizione ha raggiunto quasi 300 mila firme. E fra queste c’è anche quella di Domenico Grispino.

Che non si è limitato a firmarla, ma se ne è fatto anche propagandista. Sulla sua pagina Facebook Grispino invita tutti a scagliarsi contro quel disegno di legge costituzionale «Perché è la Costituzione è di tutti e non di 4 somari, prestati alla politica, che se qualche cambiamento introducono lo fanno solo per il bene del partito e non per il bene comune». I 4 somari con cui ce l’ha Grispino appartengono dunque al governo, e sono guidati dal primo firmatario di quel disegno di legge che tanto scandalizza: Enrico Letta. È un’opinione fra le tante, ovviamente. Ma quella di Grispino fa notizia. Non per il lavoro che fa: è solo un dirigente del Consorzio attività produttive di Modena, dopo lunghi anni trascorsi da progettista alla Cmb di Carpi.

IDEE DIVERSE Non per la militanza politica: è un renziano che ha fatto campagna per il sindaco di Firenze alle scorse primarie del Pd. Quel che rende molto particolare la battaglia di Grispino contro «la riforma della P2» scritta dal governo Letta, è sua moglie: Cécile Kashetu Kyenge. Che fra moglie e marito bisogna evitare di mettere il dito, è risaputo. E non sarebbe quella la prima famiglia dove i coniugi hanno idee assai diverse in politica. Che siano diverse al momento è tutto da dimostrare, però. La Kyenge fin qui si è espressa su temi a lei assai cari (come lo ius soli) che non fanno parte del programma di governo. Ma non si ricordano suoi giudizi sulle cose che il governo fa. Né pro, né contro. Chissà se Cécile ha le stesse perplessità del marito su quel disegno di legge costituzionale che il suo premier ha firmato.

E chissà se ha mai dato qualche occhiata a quella palestrina politica che il marito Domenico sfoggia sui propri social network.  Ed è presumibile che questo avvenga, anche perché fra i suoi interventi ci sono naturalmente alcune ironiche difese della consorte dagli attacchi della Lega. Quando al vicepresidente del Senato Roberto Calderoli sfuggì quel maldestro commento sulla Kyenge paragonata a un «orango», Grispino non lo ha sfidato a duello. Ha preso una maialina - pupazzetto, le ha infilato una camicia verde a pois bianchi, l’ha fotografata sul cruscotto della sua auto, e ha chiesto alla rete di darle un nome. E nome fu: «La Caldarola». In fondo spiritoso.

Poi ci ha preso gusto e il 29 luglio scorso ha fotografato una delle figlie con la maialina in mano che mangiava da un piatto. Commentando: «Buoni i diamanti!!! Tendenza 2012-2013 di bassa lega…». Un po’ più greve, ma in fondo chi la fa l’aspetti…Meno leggera la serie di post dedicati da Grispino a Beppe Grillo, prima e dopo le elezioni. Quando il povero Pierluigi Bersani si umiliava in dirette streaming con il Movimento 5 stelle, il marito della Kyenge faceva il tifo per il «governo del cambiamento». Quando si è capito che da Grillo era arrivato un sonoro vaffa, a Grispino sono venuti i cinque minuti.

HEIL GRILLO
Così il 6 marzo scorso ha pubblicato integrale un discorso di Adolf Hitler contro i partiti politici durante la campagna elettorale del 1932, e ha paragonato Grillo e i suoi ai nazisti. Sparandola assai grossa: «Per chi ancora pensa che si possa dare credito a Grillo, è meglio che si prepari ai campi di concentramento». Il povero Grillo si è preso del nazista per il mancato matrimonio con il Pd. Eppure è stato proprio grazie a quel rifiuto che la Kyenge è diventata ministro.


di Franco Bechis
@FrancoBechis

Chaouki: “La buvette del Parlamento deve avere cibo per i musulmani”

La Stampa

La polemica del deputato Pd

francesca schianchi
roma


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«Ho chiesto al mio partito di essere messo in missione domani (oggi, ndr.) per poter assistere alla cerimonia di fine Ramadan». Il deputato Khalid Chaouki, eletto con il Pd, è musulmano praticante, e in questo mese ha fatto il Ramadan. E ora chiede di poterlo festeggiare. Di più: propone anche che la buvette si attrezzi con carne halal, consentita agli islamici, e, perché no, affianchi un imam al cappellano di Montecitorio.

Le diranno che i problemi degli italiani sono altri...
«So che quello che dico può sembrare una provocazione, ma il mio intento è di aprire un dibattito sulla prospettiva multireligiosa della nostra società e quindi anche del nostro Parlamento».

Com’è stato questo mese di Ramadan?
«Impegnativo per i ritmi di lavoro che abbiamo tenuto. E un po’ anche perché mi sono trovato in qualche modo escluso dalla convivialità che qui si celebra alla buvette e nelle mense. Dove a volte si rischia di vedersi servire crocchette che dovrebbero essere vegetariane e invece contengono prosciutto…».

Già, perché lei non mangia carne di maiale…
«Credo che sarà importante aprire una discussione su come i luoghi pubblici e delle istituzioni debbano garantire la possibilità a tutti di avere a disposizione cibo lecito per la propria religione».

Cioè vorrebbe carne macellata secondo il rito islamico alla buvette?
«Credo sia doveroso garantire a tutti i cittadini un diritto. Qui ad esempio abbiamo un cappellano, potrei chiedere un imam. O che si faccia un pellegrinaggio verso luoghi cari all’Islam come si fa verso luoghi cari ai cattolici. Sarebbe un’occasione di arricchimento per tutti».

Non teme di scatenare una polemica?
«Dobbiamo rendere le istituzioni all’altezza dei cambiamenti della società. Anche se sull’Islam ci sono molti pregiudizi: invece, come tra i deputati ci sono cattolici che votano da laici, possono esserci anche musulmani che sono legislatori laici».

Procura di Napoli come la Ddr Spiati i vertici di «Panorama»

Mariateresa Conti - Gio, 08/08/2013 - 07:36

Il direttore Mulè e altri giornalisti intercettati per 15 giorni: "Ascoltati anche non indagati per andare a caccia di reati"

I vertici di Panorama intercettati per almeno 15 giorni. Tra il 20 giugno e il 5 luglio del 2013 certamente, altre volte è probabile. Giornalisti spiati, nella loro attività e in privato, neanche l'Italia fosse una riedizione della defunta Ddr con la Stasi in agguato a captare le conversazioni sospette.


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La loro «colpa»? Uno scoop di due anni fa, quello sulla conclusione delle indagini, da parte della Procura di Napoli, a carico di Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini, accusati di presunta estorsione a carico dell'allora premier Silvio Berlusconi. Uno scoop che, al contrario degli «spifferi» che dalle segrete stanze dei palazzi di giustizia raggiungono i giornali di sinistra, che quelli sono libera informazione e non si toccano, è sfociato in due indagini: una per accesso abusivo al sistema informatico e rivelazione di segreto d'ufficio, giunta ormai a conclusione; e un'altra con un'accusa, per il direttore di Panorama Giorgio Mulè, che sembrerebbe surreale se non fosse scritta nero su bianco: corruzione. «Ciliegina» sulla torta, l'intercettazione a strascico, a due anni dai fatti, dei vertici del settimanale, scoperta dagli ignari e a dir poco stupefatti interessati perché tra gli atti dell'inchiesta madre ormai conclusa sono state depositate alcune telefonate del procedimento per corruzione.

A denunciare la vicenda, con un editoriale dal titolo «Giustizia: non si può più tacere» pubblicato su Panorama in edicola oggi, il direttore Mulè. «Si è trattato – tuona – di una gigantesca operazione di spionaggio nei confronti del vertice di Panorama, che è stato intercettato per almeno 15 giorni. Numerosi agenti di polizia hanno trascorso il loro tempo ad ascoltare e trascrivere migliaia di conversazioni fatte o ricevute da giornalisti non indagati come il mio vice e il capo della redazione di Roma». È lo stesso Mulè a raccontare i dettagli di questa storia, paradigmatica, a suo parere, dello «stato di polizia» Italia. Tutto comincia con lo scoop dell'agosto 2011, sfociato nell'apertura di un'indagine affidata al gotha della procura di Napoli: i pm Henry John Woodcock, Francesco Greco, Francesco Curcio, Vincenzo Piscitelli.

«L'inchiesta – scrive il direttore – coinvolge anche il sottoscritto da almeno un anno. Avevo avuto modo di parlarvene – ricorda – nell'editoriale pubblicato il 4 luglio scorso subito dopo aver ricevuto un invito a comparire della Procura di Napoli in cui si vaneggiava nei miei confronti il reato di concorso in corruzione: avrei, in sostanza, pagato qualcuno per avere lo scoop». L'accusa è fragile. Non lo dice Mulè. Lo scrive, in un documento dello scorso 22 giugno citato nell'editoriale, il gip di Napoli: «Non ricorrono allo stato seri elementi indiziari in ordine all'ipotesi di corruzione».

Eppure cinque giorni dopo, il 27 giugno, arriva l'avviso a comparire, notificato al direttore di Panorama il 2 luglio. «Un atto urgente e non differibile – scrive Mulè – avevano specificato i poliziotti incaricati della notifica. E sapete il perché di tanta urgenza? Perché i miei telefoni erano sotto controllo dal 20 giugno. Così come quello del vicedirettore esecutivo, del capo della redazione di Roma, del cronista autore dello scoop, di un collaboratore di Panorama, di un impiegato di banca, di un avvocato e di un cancelliere di Napoli.

Sono in tutto la bellezza di 24 utenze telefoniche». Una «gigantesca operazione di spionaggio ai vertici di Panorama», appunto. Il perché lo spiega il gip: «Scrive il giudice – continua l'editoriale – che “la ragionevole probabilità che, a oltre un anno dai fatti (in realtà due, precisa Mulè) le utenze in oggetto possano essere impiegate per comunicazioni utili allo sviluppo delle indagini discende dalla contestuale predisposizione di attività perquirenti che possono stimolare confidenze tra i soggetti coinvolti. Da queste considerazioni discende anche l'urgenza dell'attività intercettiva”.

Traduco: dopo due anni dai fatti convochiamo i giornalisti per essere interrogati e origliamo al telefono se dicono qualcosa di utile alla nostra indagine. Non fa niente che alcuni di loro – continua Mulè – non siano sospettati di alcunché, non interessa che siano persone perbene: si intercetti alla ricerca del reato». L'editoriale del direttore si chiude con un appello a Napolitano, perché intervenga. Prima che sia troppo tardi. E con una promessa: «Di questa inchiesta partenopea ci sono ancora molte cose da raccontare».

La minaccia yemenita di Al Qaeda che si prende gioco di Usa e sauditi

Andrea Cortellari - Gio, 08/08/2013 - 08:18

Da Guantanamo ai corsi di “rieducazione”, i vertici del gruppo che sfida la Casa Bianca hanno rigettato la cura

Quattro uomini siedono a terra, in semicerchio. Alle loro spalle tende bianche e una bandiera appesa a un'asta, di quelle usate come vessillo da Al Qaeda. Tessuto nero, caratteri arabi bianchi. Siamo nel 2009, verso la fine di gennaio.


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La scena descritta è quella che racconta, in un video che dura quasi venti minuti, la nascita di una nuova costola nella galassia del terrorismo formato Bin Laden. Quattro persone partecipano alla fondazione del nuovo braccio della jihad terrorista. Due yemeniti e due sauditi, per non scontentare nessuna delle anime del gruppo. Si chiamano Nasir al-Wuhayshi, Said al-Shihri, Qasim al-Raymi, Mohammed al-Awfi. Sono, rispettivamente, il nuovo emiro dell’AQPA, il suo secondo e i due comandanti delle operazioni militari.

Nessuno di loro è un novellino. Tutti hanno alle spalle almeno qualche anno di carcere. Il leader del gruppo, al-Wuhayshi, o Abu Basir, come lo chiama qualcuno, ha trascorso gli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio al fianco di Osama Bin Laden, come una sorta di segretario personale.
Dal leader carismatico di Al Qaeda, lo yemenita si stacca soltanto nel 2001, impegnato negli aspri combattimenti tra le montagne di Tora Bora. L'anno successivo una fuga in Iran, che si conclude con l'estradizione dal Paese degli ayatollah e la prigionia in un super-carcere che giocherà un ruolo non di poco conto per la nascita dell'AQPA.

Non è un soldato semplice neppure l'altro yemenita che appare nel gruppo, Qasim al-Raymi. Verso la fine degli anni '90 la sua presenza viene segnalata in Afghanistan, nel campo d'addestramento qaedista Al-Farouq. L'uomo - racconterà il fratello, nel corso di un interrogatorio a Guantanamo - è uno degli addestratori che si prendono cura del percorso degli aspiranti terroristi. Spiega loro le tecniche di base e ne cura la forma fisica.

Si occupa anche di far tornare i mujaheddin nello Yemen. Dopo la chiusura del campo, al-Raymi lascia l'Afghanistan. Nel 2002 viene catturato. Lo accusano di avere pianificato l'attacco alla petroliera francese Limburg. Attraccata al largo di Mukalla, 800 chilometri ad est di Sana'a, la nave viene colpita da una piccola imbarcazione carica di esplosivo. L'episodio riporta alla mente degli americani l'attentato all'incrociatore Uss Cole. La Limburg perde un uomo. Altri ventisette rimangono feriti. Qasim al-Raymi viene arrestato e spedito nello stesso carcere di al-Wuhayshi.

Ma nel video che sancisce la nascita dell'AQPA non ci sono solo i due yemeniti. Ci sono altre due persone, Mohammed al-Awfi e Said Ali al-Shihri. Nato il 13 luglio del 1973 nella capitale saudita Ryiad, al-Awfi è un veterano della lotta armata. I file di Guantanamo resi pubblici da WikiLeaks raccontano di viaggi tra Afghanistan, Bosnia e Cecenia, dove probabilmente ha preso parte alla guerra contro la Russia, tra il 1994 e il 1996.

Al-Awfi sa il fatto suo, anche lui si è addestrato ad Al-Farouq. Ma alla fine si fa catturare dai pakistani. Il suo nome è su una lista di persone che sono transitate dal carcere cubano di Guantanamo tra il gennaio 2002 e il maggio 2006. Sarà la matricola 333 fino al 2007. Poi gli statunitensi lo rilasciano, spedendolo nei ranghi del programma di de-radicalizzazione messo in piedi dai sauditi. Come al-Awfi, anche Said Ali al-Shihri viene catturato in Pakistan. Finisce a Guantanamo, poi in Arabia Saudita nel 2007.

È tra il 2006 e il 2008 che avvengono due fatti che porteranno alla nascita dell'AQPA. Al-Wuhayshi e al-Raymi, dietro le sbarre nello Yemen, riescono a fuggire. Ventitre persone scappano dal carcere, in un'evasione rocambolesca. Ci vuole poco perché tornino in attività. Il ventuno giugno del 2007 annunciano la nascita di Al Qaeda nello Yemen. A luglio, nella provincia di Marib, un kamikaze fa saltare in aria un auto imbottita di esplosivo. Sette turisti spagnoli perdono la vita.

Dopo qualche mese Mohammed al-Awfi e Said Ali al-Shihri concludono il loro "percorso di riabilitazione" in Arabia Saudita e vengono rilasciati. Hanno seguito lezioni di storia, di diritto islamico, frequentato corsi di controllo della rabbia e visto psicologici. I sauditi vanno molto fieri del loro programma. Vantano una percentuale di successo che se non è del 100%, ci si avvicina molto.
A gennaio 2009 al-Awfi e al-Shihri si danno appuntamento con al-Wuhayshi e al-Raymi. Il luogo d'incontro è una stanza drappeggiata di tende bianche. C'è una bandiera nera appesa a un'asta, coperta di caratteri arabi altrettanto bianchi. Qualche ora di riprese e il gioco è fatto. I quattro, a cavallo tra Yemen e Arabia Saudita, hanno fondato una nuova filiale del terrore.

Soltanto uno dei quattto, al-Awfi, è poi tornato sui suoi passi. Si sarebbe consegnato spontaneamente ai sauditi.  Al-Shihri, come l'ideologo del gruppo, il cittadino americano Anwar al-Awlaki, è stato eliminato da un drone.

Come resistere alla disumanità di un call center

Corriere della sera

di Omar Abdel Aziz


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Avevo una postazione telefonica vicina alla sua. Ricordo ancora le sue mani vecchie, tremolanti che muovevano il mouse e le sue dita lente che battevano sulla tastiera. Con la sua voce stanca, ripeteva sempre la stessa frase iniziale : “Buongiorno sono Paolo, vorrei proporle il nostro fantastico prodotto”. Dopo aver chiuso la chiamata, li si avvicina la responsabile, una ventenne, alta e magra, dai vestiti scollati che alzando la voce gli fa: “Paolo così non va bene!, non stai rendendo, 7 minuti in chiamata con il cliente sono troppi, una mossa, diamoci una mossa Paolo ca…!”.

Paolo ha 70 anni, è un pensionato ed è debole di salute. E’ lì, in un call center, perché la pensione minima non gli basta per vivere dignitosamente e sua moglie è spesso in ospedale per problemi cardiaci.
A raccontarmi la sua storia è proprio lui, in una pausa: “Che devo fare Omar? cerchiamo di campare, mia moglie sta poco bene e solo qui posso raccimolare qualcosa per aiutarla”. Alla fine di quella giornata, tornando a casa, la mia mente rivive quella scena, lui lento e un po’ impacciato al telefono e la responsabile della sala che gli urla maleducatamente. E mi chiedo: Perché? Per quale ragione Paolo deve subire umiliazioni così? Essere sbeffeggiato di fronte a tutti da una che potrebbe essere sua nipote. Come fa Paolo a non reagire, ad abbassare lo sguardo, in segno di resa, di fronte ad una ragazza che non conosce le buone maniere? Poi mi sono dato la risposta, che conoscevo già, ma che mi faceva talmente male ammettere che cercavo di nascondere: Paolo lo fa per 3 euro all’ora. Il prezzo della sua dignità. In fondo di questi tempi con la dignità e l’orgoglio non si mangia vero? Gli stessi 3 euro che prendevo io e tutti gli altri 30 operatori in quel maledetto call center di Milano.
In quella piccola sala sembrava esserci tutta l’Italia: il pensionato, il giovane laureato che non trova lavoro, la divorziata di mezz’età, il figlio di un imprenditore che si è bruciato il patrimonio al casinò e io di seconda generazione.

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Il contratto era a progetto, rinnovabile ogni mese di volta in volta, e si guadagnava 5 Euro l’ora, poi diventati 4 e poi 3, a causa della crisi. “Di questi tempi Omar meglio stare zitti, lavorare e non lamentarsi troppo” mi dice a bassa voce un collega, Maurizio. Di fronte ad un pc e un telefono per quattro, sei o otto ore, per convinvere gli utenti a comprare il tuo prodotto. Dimenticavo, quei 3 euro all’ora erano garantiti sì, ma non troppo.

Se dopo due o tre giorni non “producevi”, “non creavi vendite”, “non convincevi il cliente”, iniziava il mobbing psicologico: la responsabile ti guardava male, non ti salutava, spronava gli altri al lavoro con dei: “Bravo Marco, bravo Antonio..”, evitandoti volutamente. Entravi quasi in un cono d’ombra, isolato, come un’appestato. E se ti ostinavi a non vendere iniziavano le umiliazioni, prima dolci come dei rimproveri leggeri, sempre in pubblico, e poi cattive come con Paolo. Ultimo stadio, prima della cacciata, lo raggiungevi quando passava la settimana e non avevi prodotto niente, zero vendite telefoniche.

C’era un colloquio per esporre le problematiche, per migliorare insieme le prestazioni dell’operatore, per capire se ci fosse volontà, spirito, il giusto entusiasmo al telefono. In realtà erano colloqui nei quali si veniva invitati a far meglio per evitare conseguenze spiacevoli. “Sei così bravo Omar..non vorrei che lasciassi il lavoro, dai sù riproviamoci..”. Maurizio, un mio collega chiamato a colloquio come me, non riuscì, nonostante gli avvertimenti, a darsi una mossa, a riprendersi, a produrre. Non ce la faceva a convincere in 5 minuti i clienti ad accettare a casa un agente per la vendita dei prodotti, per quanto sbraitasse e sudasse al telefono.

Quella foga che ti viene dentro quando non hai altra via di uscita, quando combatti disperatamente per farcela. E Maurizio non ce l’ha fatta. Gli hanno dato pochi giorni di speranza e poi l’hanno liquidato, in un modo indecente, umiliante, brutale, di fronte a tutti noi: colpirne uno, per educare tutti. C’è una frase che noi operatori conoscevamo bene e che voleva dire “E’ finita, a casa” e che quel giorno è risuonata nella sala: ” Maurizio, mettiti in pausa, spegni pc e telefono e vieni in direzione”. Lui, ricordo ancora, sbarra gli occhi e lancia una bestemmia. Poi ci guarda e con un sorriso teso, quasi a voler sdrammatizzare la situazione, ci dice: “Ragazzi, ci si vede”, noi tutti in silenzio lo guardiamo mentre esce dalla sala.

Ora, io capisco la flessibilità, le esigenze del mercato, capisco che dobbiamo accettare qualsiasi lavoro, ma noi, giovani e meno giovani, non chiediamo molto. Chiediamo solo rispetto e dignità nel lavoro. Chiediamo di essere valutati come persone e non come anonimi che valgono solo in base a quanto producono, a quanto vendono, a quanto peso e stress da lavoro sopportano, quasi fossimo muli da soma.

Dopo questa esperienza nei call center, quando ricevo chiamate commerciali sul telefono: “Buongiorno Signor Omar, le volevo proporre un prodotto..”. Sorrido amaramente e mi chiedo se domani quel ragazzo potrà ancora richiamarmi.


(nella foto, una scena del film”Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli ed Elio Germano)

Fini, la suo foto arriva a Montecitorio. Ma la "sistemano" vicino alla porta...

Libero

Il ritratto di Gianfranco entra nella galleria dei presidenti della Camera. Ma sta vicino alla porta: "Non c'era più spazio..."


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Ve lo ricordate, Gianfranco Fini? Dal Parlamento è stato fatto fuori con le scorse elezioni. Ma la "prassi istituzionale" lo ha riportato dentro. Con una foto. Terminato il suo compito da presidente della Camera, gli spetta un posto d'onore nella galleria di Montecitorio dove campeggiano tutti i ritratti e le foto di chi è stato seduto nello scranno più alto della Camera. Cinque mesi dopo dalla sua ultima seduta ecco che Gianfry ritorna alla Camera.

Ma a quanto pare non è stato fortunato. Come racconta Linkiesta.it, il ritratto di Fini è stato sistemato sulla parete del lungo corridoio. Peccato che la posizione sia davvero "scomoda". Fini è stato sistemato in fondo alla sala, vicino alla porta. Vicino non ha nessuno. La solitudine continua a perseguitarlo. Di fronte ha le foto di Luciano Violante, Fausto Bertinotti, Irene Pivetti e Pier Ferdinando Casini. Nel corridoio tutti stanno vicini l'uno all'altro, ma lui, Gianfranco Fini, resta da solo. "Che dovevamo fare? - allarga le braccia il commesso di servizio nella sala - Non c’era più spazio". Triste epilogo di un'avventura politica mai decollata.

(I.S.)

Enpa: “Gli abbandoni sono in calo, ma la crisi economica aumenta le richieste di aiuto”

La Stampa

Il presidente Rocchi: «Molte famiglie non riescono più a mantenere i loro amici a quattro zampe»


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Tornano le vacanze e come ogni anno torna l’emergenza animali domestici. Ogni anno in Italia - secondo dati Lav - circa 130 mila animali, tra cani e gatti (circa 80.000 gatti e 50.000 cani), vengono abbandonati. Nei mesi di giugno, luglio, agosto si registra il massimo picco di abbandoni: si stima ammontino, in tutta Italia, circa 60.000 nei tre mesi. Circa 20.000 al mese, 650 cani abbandonati al giorno, 25 abbandoni all’ora, quindi un abbandono ogni due minuti. Anche se, il fenomeno, «negli ultimi cinque anni è in diminuzione - spiega all’Adnkronos Carla Rocchi presidente Enpa.

Si abbandona un cane quando non si è scelto per amore ma come un gioco per distrarre i bambini piccoli che lo considerano un giocattolo. Si abbandona una cosa che non ha valore - rimarca - Quando, invece, si va in un canile e si sceglie un cane per quel muso o quegli occhi che ci colpiscono, allora non si lascia più. Ecco perché sconsiglio sempre regalare un animale». «Ora - fa notare Rocchi - stiamo assistendo a difficoltà di diverso tipo: molte persone ci chiedono aiuto perché rimangono senza lavoro e quindi non hanno la possibilità economica per mantenere il proprio animale. Per fortuna sono ancora pochi questi casi . Chi ama il proprio animale, fa l’impossibile per tenerlo». 

Tante le ragioni che inducono ad abbandonare un animale di casa, tra le principali l’errata valutazione dell’impegno in termini di tempo ed economici, la mancanza di aree verdi nelle quali i cani possono essere condotti, i divieti di ingresso agli animali in luoghi pubblici e aperti al pubblico, la difficoltà di portarsi gli animali in vacanza. Eppure, chi pensa di risolvere ogni problema abbandonando il proprio animale dovrebbe ricordare che commette un reato e in base alla Legge 189/04, può essere punito con l’arresto fino a un anno o con un’ammenda sino a 10.000 euro. Mentre, chi assiste a un abbandono è obbligato a sporgere denuncia a un qualsiasi organo di polizia nazionale (Carabinieri, Polizia di stato, Corpo Forestale dello Stato dello Stato) o di polizia locale (Polizia Municipale, Polizia Provinciale) e fornire tutti gli elementi utili all’individuazione dei colpevoli. Si contribuirà così a far applicare le sanzioni previste dalla legge e a fermare gli abbandoni.

I rom: «C'è poca privacy nelle case»

Chiara Campo - Mer, 07/08/2013 - 08:39

Abbiamo speso oltre 600mila euro ma alle famiglie nomadi la nuova sistemazione non piace. Auto di lusso posteggiate nel campo

Il presidente dell'associazione Aven Amentza, che nella lingua zingara si traduce con «Dio è con noi», ha seguito la fase del trasloco dalle 5 del mattino e scuote la testa.


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«Non ci siamo». Il Comune ha appena trasferito dal centro della protezione di via Barzaghi al nuovo «villaggio rom» di via Lombroso, zona Ortomercato, 90 rom che prima ancora erano abusivi in via Dione Cassio. Palazzo Marino ha allestito un'area attrezzata con una grande zona mensa e relax (c'è la tv al plasma, qualche sedia, cuscinoni per stare più comodi), aria condizionata, presto arriveranno altri tre moduli per cucinare in autonomia senza dipendere dai pasti distribuiti dall'associazione Arca che gestisce lo spazio. E ci sono le stanze-dormitorio dove circa 4 famiglie devono convivere.

«Era meglio via Barzaghi -il giudizio tranchant del «sindacalista» dei rom, Cristian Lorita -, noi difendiamo i loro diritti e qui innanzitutto è violata la loro privacy». L'assessore alla Sicurezza Marco Granelli si avvicina ma il presidente di Aven Amentza non si fa problemi e spara a zero: «Servivano container più piccoli, uno per famiglia, qui i bambini devono stare con troppi adulti». Lo avevano denunciato mesi fa persino i capigruppo del centrodestra, che pure hanno manifestato duramente contro il nuovo campo rom.

Ma i nomadi in questione mettono in dubbio anche «la promessa del Comune di aiutarci a trovare casa e lavoro, vedremo» e «se non possiamo prendere qui la residenza, chi ce lo dà un impiego?» e ancora «i bimbi iniziano la scuola e la cambiano dopo tre mesi?». Le famiglie fanno capannello, annuiscono. Bisognerebbe ricordagli che è tutto gratis. Seicentomila euro spesi per affittare 18 mesi i container. Più 7 euro al giorno per ogni persona ospitata (la capienza massima è di 148). Dopo i primi 40 giorni verrà chiesto alle famiglie un contributo di 1-2 euro come nei dormitori, ma se non avranno raggiunto la famosa autonomia?

Il «pacchetto» prevede che possano rimanere fino a 160 giorni. L'area sarà monitorata 24 ore su 24 da una pattuglia di vigili. Una decina di famiglie assicura Granelli già lavorano e sono pronte a uscire in poche settimane, per passare agli alloggi messi a disposizione dal Terzo settore. Forse una di quelle famiglie che ha un'auto Bmw o un'Audi posteggiata fuori dai container. Anche il trasloco nelle case sarà soft, visto che Palazzo Marino garantisce anche lì agli enti un contributo di 7 euro a persona (fino a 600 euro al mese per famiglie di 4 persone) «loro daranno un contributo graduale all'affitto - assicura Granelli - ma ci sarà un servizio di accompagnamento al lavoro fornito da operatori laureati e mediatori culturali».

In via Barzaghi rimarrà in funzione uno dei due attuali centri di emergenza, da 100 posti, l'altro a giorni sarà demolito: l'area diventerà strada per Expo. Con i 150 letti in via Lombroso, il Comune ha a disposizione 250 posti «a rotazione» per gli abusivi via via sgomberati, i prossimi della lista sono i 400 che occupano aree in via Montefeltro e Brunetti. Ad oggi tra campi regolari e non in città sono tra 2.500 e 2.800.
I milanesi, attacca il capogruppo di Fdi Riccardo De Corato, «aprono il portafogli per dare casa ai rom, invece quanti di loro hanno perso il lavoro, non possono permettersi nè affitto nè mutuo, ma chi li aiuta?».

Due giornate dentro i “Compro oro” “Così ho provato a vendere i miei anelli”

La Stampa

Per 2 gioielli da 18 carati le offerte oscillano tra i 180 e i 250 euro. Nessuno chiede la carta d’identità

flavia amabile
ROMA


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Sono una delle tante donne con problemi ad arrivare alla fine del mese, una delle tante che un giorno aprono il cassettino segreto dei gioielli di famiglia, ne mettono alcuni in tasca e vanno a cercare un modo per fare la spesa nei giorni seguenti. So dove andare, non posso non saperlo: i Compro Oro sono ovunque ormai nelle città italiane. Sono ad ogni angolo di strada, sui cartelloni, sulle insegne, ossessivi, martellanti come il pensiero dei debiti di notte. 

Ho due anelli d’oro con me, doni del passato, di quando nelle occasioni importanti si regalava il metallo più prezioso, il bene-rifugio, quello che nei momenti difficili ci avrebbe aiutati. Prima di iniziare controllo la quotazione in Borsa dell’oro fino: 31,90 euro al grammo. I miei anelli sono 18 carati, vuol dire calcolare il 75% dell’oro fino: 23,92 euro. Moltiplicandoli per 12,4 grammi di peso dovrei ottenere circa 296 euro. 

Sono le quattro di pomeriggio. Entro nel primo Compro Oro lungo il mio cammino. Una giovane mi accoglie dietro il bancone. «245 euro», sentenzia. Le regole dei Compro Oro più affidabili prevedono che ci debbano essere quotazioni e peso ben visibili ma qui non c’è traccia di nulla. Chiedo. «Pesano 12,20 grammi», risponde la ragazza. E il prezzo dell’oro? «20 euro al grammo». I conti tornano ma solo per lei. Chiedo come sia arrivata alla quotazione. La giovane spiega in modo un po’ confuso che si tratta di un prezzo collegato alle Borse mondiali ma, ammette, trovarlo per chi non è un addetto al settore è impossibile. 

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Sapendo di avere diritto a qualcosa di più, ringrazio e vado via. Un quarto d’ora di strada ed entro nel secondo Compro Oro. Anche lì nessuna informazione in giro. Per motivi imperscrutabili pagano l’oro un po’ più di 20 euro al grammo e mi offrono 250 euro. Altri venti minuti di strada, arrivo ad una bottega dove mi offrono 252 euro, da loro la quotazione è 21 euro. La situazione sembra incoraggiante. Se in pochi minuti l’oro è riuscito a guadagnare un euro al grammo, entro fine giornata posso sperare di vendere i miei anelli ad una cifra abbastanza vicina al loro valore.

Invece quando alle 17 busso al quarto Compro Oro la sua offerta mi gela: 200 euro. In Borsa - risponde la titolare quando chiedo spiegazioni- l’oro 18 carati si paga 16,55 euro al grammo. Imparo allora la dura e spietata legge dell’oro, che in pochi minuti e a pochi metri di distanza può perdere anche quasi 5 euro al grammo. Sono delusa e non lo nascondo. Per consolarmi, la giovane dietro il bancone mi consiglia di aspettare Natale. «In quel periodo sale sempre». Sarà pure vero ma chi mi paga la spesa nei prossimi cinque mesi? 

La mattina seguente riprendo il giro. Al primo Compro Oro della giornata mi offrono 210 euro e mi tolgono anche un grammo di peso. Il prezzo dell’oro è a 20 euro per grammo. Spiego che mi hanno offerto molto di più, ringrazio e starei per andarmene quando all’improvviso la proprietaria scopre di potermi offrire 220 euro. Poi ancora 225, 230 e infine 235. La ringrazio per averci provato. Dopo dieci minuti un nuovo Compro Oro mi offre 240 euro. Altri dieci minuti di strada e, invece, i miei due anelli subiscono una pesante svalutazione: ora pesano 9-10 grammi e me li acquisterebbero a 210 euro circa. 

Vado avanti così, in una continua altalena di peso e prezzi finché una ragazza dell’ennesimo negozio dove sono entrata mi chiede un documento prima ancora di effettuare la valutazione, e registra il mio nome. Mi dico che questo è il posto giusto, finalmente qualcuno che applica con serietà le regole. Aspetto con fiducia l’esame dei due oggetti, rimango solo un po’ perplessa alla fine, quando la ragazza mi offre 180 euro. È il prezzo più basso che mi hanno proposto, e allora chissenefrega della serietà: io torno dal terzo che, anche se non mi registra, mi permette di andare tre volte in più al supermercato a fare la spesa.

Gli Usa smantellano il lato oscuro del Web

La Stampa

Chiusi i siti “invisibili” che ospitavano materiale pedopornografico

gabriele martini
torino


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Per la prima volta trema l’universo del «deep Web». L’Fbi ha concluso una maxi-operazione contro la pedopornografia online chiudendo uno dei principali servizi su cui poggiano i siti dell’«Internet invisibile». All’apparenza questi portali non esistono: se si digita l’indirizzo non si ottiene nulla. In realtà stanno nascosti in un angolo buio della rete.

Per entrare in questo mondo virtuale parallelo si utilizza «Tor», un programma che rende anonima la navigazione, prezioso strumento per gli attivisti dei diritti umani che voglio sfuggire alla censura dei regimi. Ma l’Internet «sommerso» ha anche un lato oscuro. Ed è lì che le autorità americane hanno deciso di colpire. L’offensiva è scattata domenica, a conclusione di un’operazione durata mesi. Tre giorni prima era finito in manette a Dublino il 28enne irlandese Eric Eoin Marques, fondatore di «Freedom Hosting», considerato dagli inquirenti «il più grande distributore di pornografia infantile del pianeta». Miglia di siti sono ancora oggi inaccessibili.

Con il blitz senza precedenti cadono i miti dell’inviolabilità e dell’anonimato del «deep Web». I profeti della non tracciabilità della connessione provano a reagire. Sui forum impazzano le discussioni. «La situazione è grave – avverte un internauta –, qui ci prendono tutti. Metà dei siti del deep web erano ospitati su Freedom Hosting. Disinstallate il programma e sperate che non sia troppo tardi». Per chi frequenta l’immensa zona franca della rete, senza controlli né regole, il colpo è durissimo.

L’Fbi per ora non ha ammesso la paternità dell’operazione. Ma gli indizi sono inequivocabili: i siti sono stati infettati con un codice che ha inviato i dati personali degli internauti ad un indirizzo registrato a Washington. E la tecnica utilizzata richiama quella adoperata in precedenti operazioni del Bureau. «È chiaro che si tratta di Fbi o di qualche altra agenzia Usa», commenta l’esperto Andrea Stroppa. Per Raoul Chiesa, uno dei primi hacker italiani, «usano tecniche del cyber-crimine per combattere il cyber-crimine». 

«Freedom Hosting» era noto da tempo per ospitare sui suoi server materiale pedopornografico. Nel 2011, il collettivo Anonymous sferrò un attacco in grande stile contro il servizio, accusato dagli hacker di «ospitare il 95% dei materiali pedopornografici del deep web». Quello che è certo è che la battaglia è appena iniziata. Dopo la pedopornografia, al secondo posto della lista nera delle autorità c’è la droga. Il prossimo obiettivo dell’offensiva delle agenzie di sicurezza americane potrebbe essere «Silk Road», sito simbolo dello spaccio online.

Resta da capire che fine farà Marques. Figlio di un architetto brasiliano, ha doppia cittadinanza irlandese e americana. L’ex primula rossa della rete ora è in prigione a Dublino. Il giudice ha rifiutato la scarcerazione su cauzione temendo la fuga. Le autorità locali non pensano che lui abbia diffuso in prima persona il materiale. Il guaio è che sui suoi server c’erano le foto e i video dell’orrore: abusi sessuali su minori, torture, stupri. Le autorità Usa hanno chiesto l’estradizione. La prossima udienza è fissata per domani. In America rischia trent’anni di carcere.

La favola di Antoine, venditore di fazzoletti assunto dal supermercato

La Stampa

Immigrato marocchino da otto anni stazionava davanti alla porta del Carrefour di via Carrera, con la sua mercanzia da ambulante

marco giacosa
torino


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Davanti al Carrefour Express di via Carrera, a Torino, un ragazzo distendeva la mercanzia e sorrideva ai passanti. E’ andata avanti qualche anno, poi un giorno lui e la sua mercanzia sono spariti. Piccoletto, volto sempre sorridente, talvolta era dentro, accanto alle due casse. Aiutava i clienti a imbustare la spesa. «Grazie, sei gentile. Tieni qualche spicciolo». Gli stessi modi aggraziati, la stessa naturale cortesia esibita quando tentava di vendere la sua mercanzia. Esponeva la paccottiglia e sorrideva: nessuna insistenza, mai chiesto a nessuno se volesse comperare qualcosa.

Il viaggio della speranza
Antoine, 27 anni, provenienza Marocco. Quando arrivò in Italia era il 2005. Aveva 19 anni. Si mise, come tanti, a vendere roba in giro. Bar, mercati, negozi, strade, percorreva la città e si fermò qui a Parella, davanti a questo piccolo market che allora non aveva il logo Carrefour. Il responsabile gli chiese se fosse disposto a consegnare la spesa a domicilio e a stare ogni tanto alla cassa per aiutare con le buste. Tanti sorrisi, qualche piccola mancia, e la mercanzia poteva metterla lì, a due metri dalla porta scorrevole. C’è un film che si chiama «La ricerca della felicità» e racconta la storia vera di Chris Gardner, un americano che nel 1981 faceva la fame e nel 1987 divenne multimilionario.

Lo interpreta Will Smith, che, senza un dollaro sulla pelle, un giorno chiede a un uomo appena sceso da una Ferrari: «Che lavoro fa e come si fa a farlo?». Antoine il suo lavoro impara a conoscerlo, gli rimane da sapere come si fa a farlo. Tutti i giorni è lì davanti, per anni; ogni tanto dentro. Nel 2008 la gestione cambia e lui emigra qualche chilometro più su, in strada Antica di Collegno, a fare lo stesso lavoro per un altro supermercato. Sorride ai clienti, imbusta la spesa, consegna a domicilio. 

La svolta inattesa
Nel 2010 ritorna in via Carrera, stesse mansioni, stessa mercanzia esposta, un po’ è dentro, più spesso fuori. E’ andata avanti qualche anno, poi un giorno mercanzia e magrebino non ci sono stati più. Adesso è dentro, soltanto dentro, indossa la maglietta blu dei dipendenti e saltella tra gli scaffali a sistemare roba, accoglie i clienti alla cassa, ora al di là della cassa a pigiar bottoni sul registratore, battere scontrini, ricevere soldi e dare il resto. Imbusta la spesa ma adesso come compito remunerato anche formalmente. «Mi hanno assunto qualche mese fa, contratto di tre anni» dice. E’ l’inizio del 2013 e serve un operaio, uno che faccia il commesso. Il responsabile non deve nemmeno pensarci: ce l’abbiamo in casa il commesso. O meglio: sulla porta. Tempo di chiedergli la taglia della maglietta e via a scaricar merce.

Rubata dall’auto nove anni fa, Lola è tornata a casa dalla sua famiglia

La Stampa

Venne sottratta dal veicolo quando aveva solo un anno. Soccorsa per strada dai volontari dell’Oipa, è stata restituita ai suoi proprietari


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Mercoledì 31 luglio 2013 è una data da segnare per una famiglia che vive in Emilia Romagna. Quel giorno i volontari della sezione OIPA di Foggia e provincia hanno soccorso un cane di razza boxer anziano vagante per le strade di San Severo (FG). L’animale era visibilmente provato per il caldo di questa estate torrida. Ma soprattutto dietro a quel musetto c’era una storia tutta particolare.

Dopo avergli prestato le prime cure, i volontari hanno effettuato i controlli di routine per verificarne l’iscrizione all’anagrafe canina e rintracciarne eventualmente il proprietario. Per fortuna quella cagnolina era dotata di microchip e risultava iscritta all’anagrafe canina dell’Emilia Romagna dove nove anni prima ne era stato denunciato il furto. 
E come in un libro da favola, di quelle con il lieto fine, i proprietari hanno raccontato che la loro Lola, questo il nome del cane, era stata rubata, quando aveva ancora solo un anno di età, dall’auto parcheggiata per pochi minuti davanti ad un tabaccaio a Ravenna.

Per anni avevano continuato a cercarla, senza mai perdere la speranza di vederla tornare a casa. Non si sa nulla di tutto quello che può aver passato in questi nove e lunghi anni. Ma una cosa bisogna sottolinearla: «Fondamentale per il riconoscimento del cane - ricorda Linda Tortorelli, delegata OIPA Foggia e provincia - è stata la presenza del microchip, ribadiamo quindi l’importanza di questo strumento, una vera e propria carta d’identità dell’animale, sia per responsabilizzare i proprietari sia per combattere il randagismo»

WhatsApp, arriva la chat vocale

Corriere della sera

L'app si è guadagnata 300 milioni di utenti attivi. Ogni giorno vengono scambiati 31 miliardi di messaggi

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Difficile credere che la prossima frontiera della comunicazione mobile sarà il walkie talkie, eppure WhatsApp con una mossa a lungo annunciata ha inserito tra le sue funzioni una sorta di ricetrasmittente hi-tech. Grazie all'ultimo aggiornamento, l'applicazione di instant messaging più usata del mondo offre anche il push-to-talk, ovvero la possibilità di inviare brevi messaggi vocali registrando la nostra voce direttamente all'interno del programma e senza bisogno di altre app. Come di consueto, il destinatario può rispondere con un messaggio, un'immagine, un file audio o un video, dando avvio a una conversazione multimediale che sfrutta ogni media.

QUATTRO ANNI DI SUCCESSI - Questo nuovo passo avanti verso la telefonia low cost arriva dopo una scalata verso il successo fulminea quanto inaspettata. Nata nel 2009 da Brian Acton e Jan Koum, entrambi ex dipendenti di Yahoo!, WhatsApp ha ammaliato gli utenti con un sistema per scambiare messaggi totalmente gratuito ben prima che in diversi Paesi, tra cui il nostro, uscissero piani tariffari all inclusive dal prezzo abbordabile. A distanza di quattro anni l'applicazione si è diffusa praticamente su tutti i sistemi operativi, da iOS a Android passando per Windows Phone, BlackBerry e Symbian, permettendo quindi di superare le barriere imposte dalle diverse piattaforme.

31 MILIARDI DI MESSAGGI - Stando ai dati dell'azienda, gli utenti attivi ammontano a 300 milioni, 50 in più rispetto allo scorso giugno, mentre i messaggi scambiati ogni giorno sono 31 miliardi, in netta crescita rispetto al giugno 2013 quando erano solo 27 miliardi. I maggiori successi arrivano dal Brunei, dove l'applicazione ha una penetrazione del 75%, e da Hong Kong, dove viene usata da un abitante su due. In Europa invece emerge la Germania con i suoi 20 milioni di utenti attivi, poco meno di un quarto di tutta la popolazione. Da noi, stando ai dati di Onavo , WhatsApp è l'applicazione preferita dal 93% dei possessori di iPhone, seguita dal 33% di Facebook Messenger e dai tre punti percentuali coperti da Line, un'app dedicata al mercato asiatico.

IL DILEMMA PUBBLICITARIO - Dietro questa fiammata si nasconde la prima vera rivoluzione nel mondo della messaggistica istantanea dopo l'invenzione degli sms ma anche una politica che tiene ben lontana la pubblicità e preferisce chiedere il pagamento di 0,99 dollari dopo un anno dall'acquisto. Il motivo è spiegato chiaro e tondo sul loro sito, dove citano nientemeno che Tyler Durden, il protagonista di Fight Club: «La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono». Un'affermazione forte da parte di due ex pubblicitari che lavoravano per Yahoo!, azienda, a loro dire, che si è fatta «eclissare in dimensioni e portata da Google, un venditore di pubblicità più efficiente e più redditizio».

MEGLIO PAGARE - La loro posizione in questo campo è netta: «La pubblicità - scrivono i due sul proprio sito - non è solo un’interruzione dell’estetica, è un insulto alla vostra intelligenza e un’interruzione dei vostri pensieri. In ogni azienda che vende pubblicità, una porzione significativa del team ingegneristico trascorre la giornata perfezionando i sistemi di estrazione dati, scrivendo codici più accurati per raccogliere i vostri dati personali. Nella sede di WhatsApp, i nostri ingegneri risolvono bug, aggiungono funzioni e smussano tutti i piccoli difetti per offrire un sistema di messaggistica ricco, accessibile, affidabile, per ogni telefono del mondo. Questo è il nostro prodotto, e questa è la nostra passione. I vostri dati, qui, non sono nemmeno menzionati. Non ci interessano». Anche la conclusione è degna di Fight Club: «Quando le persone ci chiedono perché facciamo pagare per WhatsApp, siamo soliti rispondere “Avete mai considerato l’alternativa?”». A quanto pare è stata considerata e 300 milioni di persone nel mondo concordano con loro.

7 agosto 2013 | 14:56

Modelli per bambine: la Giustiziera in Burka è meglio di Cenerentola?

Corriere della sera

di Viviana Mazza

Immaginate vostra figlia che guarda i cartoni animati alla tv. Meglio la “Giustiziera in Burka” piuttosto che Cenerentola? Diverse blogger e mamme (in Occidente come in Pakistan) pensano di sì.



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Dal 28 luglio, quando il nuovo cartone animato “Burka Avenger” è apparso alla tv pachistana, c’è stato sì chi ha protestato che è inaccettabile proporre alle bambine una supereroina che indossa il velo integrale, “simbolo di oppressione e di invisibilità della donna”. Per esempio, Sherry Rehman, ex ambasciatrice negli Usa, avrebbe preferito una Giustiziera in “dupatta”, il velo simile ad una sciarpa leggera usato dalla maggioranza delle pachistane (problema: non avrebbe nascosto la sua identità…). Ma l’accoglienza per il cartone animato è stata in buona parte positiva. E c’è anche chi s’è chiesto se la Giustiziera in Burka non possa essere un modello femminista. Il vero nome di Burka Avenger è Jiya, una deliziosa maestra che di giorno insegna, e di notte combatte per difendere l’istruzione delle bambine contro i cattivi, che vogliono chiudere le scuole proprio come nella vita reale hanno fatto i talebani pachistani nella storia di Malala Yousafzai. 


La ragione per cui la Giustiziera piace in Occidente è in gran parte legata alla frustrazione per le principesse dei cartoni Disney (di cui ha scritto di recente Marta Serafini). L’Huffington Post, per esempio, sottolinea che anziché danzare con i libri come Belle (della “Bella e la bestia”), la protagonista di Burka Avenger combatte contro i cattivi a colpi di karate e lanciando libri e penne (a sottolineare l’importanza dell’istruzione); anziché stare a pettinarsi allo specchio, a preoccuparsi di minuzie come le sorellastre invidiose come fa Cenerentola o ad aspettare come Biancaneve che sia il principe azzurro a svegliarla, Jiya affronta problemi che esistono nella vita reale, come i politici corrotti e i mercenari vendicativi che limitano l’accesso all’istruzione. Lo fa indossando il burka che però in questa “versione da ninja” non è strumento di oppressione ma fonte di potere e le permette anche di volare e di scalciare (probabilmente con maggiore agilità che in tutina aderente e tacchi alti alla Catwoman). Giudicate voi stessi:

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Anche diverse opinioniste pachistane confessano di essere state conquistate dal cartone animato: la presentatrice e critica Mahvesh Murad spera che, guardandolo, la figlia di 5 anni decida di andare a scuola con entusiasmo e di immaginare di fare un giorno un mestiere onesto come la maestra anziché la principessa come troppe sue coetanee. L’idea che per poter (letteralmente) volare e raggiungere i suoi obiettivi, comunque, ad una donna serva un burka, lascia entrambe un po’ perplesse. Eppure entrambe notano che il velo integrale resta di fatto l’unico indumento che in alcune zone ultraconservatrici del Paese permette alle donne di uscire di casa. Forse se questo cartone contribuirà a far parlare dei diritti e del ruolo delle donne in Pakistan, sarà già un piccolo successo. Ma nell’ultima puntata, Bina Shah spera che, sconfitti tutti i cattivi, Jiya possa finalmente appendere il burka al chiodo.