lunedì 5 agosto 2013

Kyenge, Ue: "Attacchi offensivi". Salvini: "La paghino gli immigrati"

Lucio Di Marzo - Lun, 05/08/2013 - 15:03

Il Commissario per gli Affari interni Ue critica le parole rivolte al ministro dai leghisti. Critiche dal vice-segretario del Carroccio

Gli attacchi contro il ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge hanno sollevato un vespaio sufficiente a far fuoriuscire la questione dai confini nazionali.


Cattura
Tanto che i commenti leghisti, definiti "razzisti" e "incredibilmente offensivi e ingiustificabili", sono stati criticati oggi anche da Commissario Ue agli Affari interni, Cecilia Malmstrom.

Intervistata dall'Ansa la Malmstrom, "rattristata" dalla vicenda, ha espresso apprezzamento per il ministro italiano, "per il modo in cui affronta tali attacchi". Il Commissario ha sottolineato di sostenere "il suo lavoro ed il suo impegno per i diritti dei migranti" ed espresso la speranza che "la sua nomina possa essere un passo avanti per l’Italia".

"Incoraggio - ha poi detto la Malmstrom - dibattiti aperti basati su dati di fatto e conoscenza, e condotti in uno spirito di rispetto reciproco. E come lo stesso ministro Kyenge ha detto, spero che possiamo vedere un dibattito rispettoso su questi argomenti in Italia".

Il vice-segretario della Lega, Matteo Salvini, ha risposto su facebook al Commissario Malmstrom. "Dice - ha scritto - che sostiene il lavoro e l’impegno per i diritti dei migranti fatto dal ministro italiano Kyenge. Non sarebbe il caso che lo stipendio delle due Cecilie, visto il loro impegno, fosse pagato dai migranti?".

La macchina del fango

Vittorio Feltri - Lun, 05/08/2013 - 16:54

Repubblica spara a zero contro l'articolo del Giornale sul giudice che ha condannato Berlusconi, ma senza fare verifiche. E questo non è giornalismo

La Repubblica, per definizione moralmente e culturalmente superiore a (quasi) tutti gli altri giornali, anche ieri si è distinta con un'operazione che lascia sbigottiti, volendo usare una espressione gentile.


Cattura
Ecco l'antefatto. Sabato, Il Giornale aveva pubblicato un servizio in cui si raccontava, sulla base di testimonianze, che il presidente della Cassazione, Antonio Esposito, alcuni anni orsono partecipò, in occasione della consegna di un premio, a una cena organizzata da un Lions di Verona. Nella circostanza egli si sarebbe lasciato andare a considerazioni negative su Silvio Berlusconi (arricchito da gossip circa le sue performance sessuali) e avrebbe annunciato a due commensali (con un paio di giorni d'anticipo) la sentenza di condanna che avrebbe emesso contro Vanna Marchi.

L'articolo, firmato da Stefano Lorenzetto, già vicedirettore vicario del Giornale a metà degli anni Novanta, forniva vari altri particolari che inquadravano la vicenda in modo tale da renderla assai interessante. Tra l'altro Lorenzetto è unanimemente considerato un giornalista serio e molto scrupoloso, distante anni luce dagli ambienti frequentati dai berlusconiani, cosicché il direttore di questa testata non ha esitato a ospitarne il pezzo con l'evidenza che meritava, data la sua attualità. Si dà infatti il caso che Esposito sia il giudice che ha recentemente letto in aula il verdetto che inchioda il fondatore del Pdl. Un dettaglio rilevante. 

Davanti alle rivelazioni da noi pubblicate, come ha reagito La Repubblica? Si è guardata bene dall'accertare se le notizie fossero o no esatte, magari telefonando all'autore oppure interpellando lo stesso magistrato, ma ha caricato il fucile a pallettoni e ha sparato sul Giornale, dando per scontato che quanto da esso riportato fosse una colossale bufala. Peggio, cavalcando un luogo comune scaduto e desemantizzato, ha accusato la redazione di aver rimesso in moto la cosiddetta «macchina del fango» diretta dallo stesso Berlusconi.

La cronista del quotidiano debenedettiano, Liana Milella, per sostenere la propria tesi cita alcuni precedenti che a suo dire dimostrerebbero la nostra vocazione a inventare e/o ingigantire episodi marginali allo scopo di diffamare presunti avversari politici. Per esempio, i calzini color turchese esibiti dal giudice Francesco Mesiano (sentenza Mondadori) in un servizio televisivo di Canale 5 - e non del Giornale (si limitò a riprenderlo) - che costò a Claudio Brachino, responsabile di averlo mandato in onda, due mesi di sospensione dall'Ordine professionale; le dimissioni di Dino Boffo da direttore dell'Avvenire causate dal Giornale, allora diretto da me (fui punito con tre mesi di sospensione); la foto di Ilda Boccassini (ritratta mentre getta a terra un mozzicone di sigaretta), apparsa sulla rivista Chi e non commissionata da noi; infine, le critiche ad Alessandra Galli, magistrato che si occupò di altro processo al Cavaliere.


Il gioco di Liana Milella è scoperto: poiché Il Giornale è di proprietà di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, tutto ciò che mette in pagina è finalizzato a compiacere la «sacra famiglia». Come se noi dubitassimo della veridicità degli articoli della Repubblica solo perché l'editore si chiama Carlo De Benedetti. Ragionamento puerile che, se esteso ai libri, gran parte dei quali editi da Mondadori, costringerebbe a concludere che gli autori dei medesimi (in maggioranza di sinistra) sono domestici di Villa San Martino. Un'idiozia. L'articolo di Lorenzetto, come tutto ciò che si stampa, può essere sì contestato ma solo dopo averne verificato l'eventuale infondatezza. 


Il che la signora Milella non si è neanche sognata di fare, forte della convinzione che le toghe abbiano sempre ragione, a prescindere, e che i giornalisti, tranne gli amici suoi, abbiano sempre torto. Un metodo di lavoro inaccettabile e affine a quello della «macchina del fango», che nella fattispecie non è il nostro ma - sottolineiamo - il suo. Quanto a Lorenzetto, posto che anche lui non è infallibile benché non risulti che sia mai caduto in errore, non è lecito dire fino a prova contraria che abbia sbagliato. La Repubblica questa prova decisiva non solo non l'ha fornita, ma neppure cercata.

Turchia, la suggestione degli archeologi: «Scoperto un pezzo della croce di Cristo»

Il Mattino

di Marco Perillo


Cattura
Un'incredibile scoperta o soltanto una suggestione, tra l'altro non la prima del genere? Un gruppo di archeologi nel nord della Turchia ha trovato all'interno di un forziere di pietra nella chiesa di Balatlar un polveroso pezzo di legno che apparterrebbe a una croce risalente a circa duemila anni fa. Secondo alcuni archeologi, potrebbe anche trattarsi di un pezzo della croce su cui Cristo mor . Una «scoperta», però, che già in molti, nei secoli, sostengono di aver fatto. Sono tantissime, nel corso della storia, testimonianze di reliquie del genere. Alla ricerca della croce di Gesù sono stati dedicati anche dei romanzi, come "Il cavaliere della vera croce" di David Camus, nel 2008. Verità? Inutile clamore? Lasciarsi suggestionare non costa nulla.

 


Esposito si difende (male) sul Fatto

Stefano Lorenzetto - Lun, 05/08/2013 - 13:08

Per 24 ore silenzio sepolcrale sulle rivelazioni del Giornale. Poi la smentita. Che smontiamo punto per punto


Cattura
Per dovere di coscienza, sabato scorso ho rivelato sul Giornale due fatti di cui sono stato diretto testimone il 2 marzo 2009 a Verona, durante un ricevimento all'hotel Due Torri: 1) il giudice Antonio Esposito, presidente della seconda sezione penale della Corte suprema di Cassazione che ha confermato la condanna definitiva a carico di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, mi parlò malissimo dell'ex premier, soffermandosi sul contenuto pecoreccio di presunte intercettazioni telefoniche nelle quali il Cavaliere avrebbe assegnato un punteggio alle prestazioni erotiche di due deputate del Pdl sue amanti; 2) lo stesso dottor Esposito mi anticipò lì a cena, fra una portata e l'altra, quale sarebbe stato il verdetto di colpevolezza che avrebbe emesso contro Vanna Marchi, puntualmente confermato meno di 48 ore dopo dall'agenzia Ansa.

Ho anche precisato che quest'ultimo episodio l'avevo già riportato a pagina 52 del mio libro Visti da lontano, edito da Marsilio nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, quando ancora nessuno poteva sapere che il giudice Esposito sarebbe stato chiamato a occuparsi del processo Mediaset. Anziché chiedersi se queste due notizie fossero vere oppure no, per 24 ore sono rimasti tutti zitti. Non un fax di smentita dall'interessato o dal suo legale. Non una nota dalla Cassazione.

Non una dichiarazione di solidarietà al collega Esposito da parte dell'Associazione nazionale magistrati. Non un lancio dell'Ansa. Non un sottopancia scorrevole su Sky Tg24. Non un cenno nei siti dei principali quotidiani. Un fragoroso, sepolcrale silenzio. Interrotto alle 19.23 di sabato solo dalla home page di Dagospia. Ieri, finalmente, il giudice Esposito ha affidato la sua replica al Fatto quotidiano, anziché al ben più diffuso Corriere della Sera. Scelta oculata: meglio non allargare troppo la frittata.

Al posto suo, confesso che avrei fatto lo stesso, se non altro perché il giorno precedente quell'organo di stampa aveva tessuto le lodi della «Corte impermeabile del giudice Esposito» (titolo a pagina 6) e Gianni Barbacetto aveva definito il presidente della seconda sezione penale «un amante degli scacchi» e gli altri quattro componenti del collegio «moderati, moderatissimi, mai schierati politicamente e lontani dalle correnti della magistratura associata». Il titolo di prima pagina del Fatto recitava:

«Ora manganellano il giudice Esposito». Occhiello esplicativo preceduto dalla testatina «Fango»: «“Metodo Mesiano” contro il presidente della Cassazione». All'interno, si precisava che l'alto magistrato «non intende replicare “se non nelle sedi competenti” a quelle che ritiene calunnie e falsità». Subito dopo, però, con l'autore del pezzo Barbacetto, lo stesso che l'aveva asfissiato d'incenso il giorno prima, «accetta di spiegare che cosa non quadra nella ricostruzione del Giornale». Vediamo.

CENE ALLEGRE

«Intanto le sbandierate (in prima pagina) “cene allegre” si sono risolte in un'unica cena dopo la premiazione». Ho appunto raccontato di un'unica cena svoltasi nel ristorante dell'hotel Due Torri, seguita alla consegna del premio Fair play del Lions club al suo amico Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione, che poco prima avevamo presentato insieme al pubblico in tutt'altra sede. Al banchetto il mio posto era fra i due, Imposimato ed Esposito. Alla sinistra di quest'ultimo sedeva uno stimato funzionario dello Stato, che ha udito come me le esternazioni del giudice della Cassazione e che sarà chiamato a confermarle «nelle sedi competenti» care a entrambi (a Esposito e a me). Quanto all'occhiello di prima pagina declinato al plurale, non l'ho fatto io. E siccome «è il giornalista Stefano Lorenzetto ad allineare le presunte scorrettezze del magistrato», scrive Barbacetto, vorrei che si parlasse solo di quelle.

ABBIGLIAMENTO

Ho scritto nel 2011 in Visti da lontano, mai smentito, che il magistrato da me conosciuto era «sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera)». Esposito nega: «Quanto all'abbigliamento, basta guardare le numerose foto scattate quel giorno e controllare le riprese televisive per constatare che era impeccabile». Le uniche riprese televisive esistenti le ho controllate tutte, fotogramma per fotogramma: non possono certo documentare in modo così ravvicinato i particolari da me elencati. Ma si dà il caso che io lavori sui dettagli da 40 anni, da quando faccio questo mestiere. Sono un maniaco dei dettagli, come sa chiunque mi legga (ed Esposito confessa d'avermi letto spesso). Ci mantengo la famiglia, con i dettagli.

Ebbene: le riprese non possono certo mostrare i piedi del giudice, nascosti dal banco dei relatori. Però prima della cerimonia io e lui siamo stati anche seduti per una buona mezz'ora nell'atrio della sala convegni di Unicredit, mentre il suo amico Imposimato rilasciava interviste e firmava autografi. Eravamo sprofondati a gambe accavallate in due poltrone, a conversare amabilmente. E, nonostante lui affermi che «una cosa è comunque certa: io in vita mia non ho mai posseduto, né calzato (e dico mai senza tema di smentita) scarpe da jogging, attività che non ho mai praticato», riconfermo che a sfiorare le mie ginocchia erano le sue scarpe sportive, da jogging, da tennis, da running, le chiami come vuole. E aggiungo un altro dettaglio: bianche. Sì, bianche. Ma non lo aggiungo solo io: quelle scarpe se le ricordano anche Francesco Giovannucci, già prefetto di Verona, e sua moglie Enrica, che quella sera erano seduti in prima fila.

Al loro occhio - allenato dalla lunghissima consuetudine con le regole del cerimoniale - la stravagante tenuta non poteva passare inosservata. Le foto le sto cercando. Non è impresa facile, con i colleghi in ferie o che hanno smarrito una parte del loro archivio (è il caso di Giorgio Marchiori, fotoreporter del quotidiano locale L'Arena). E poi di solito i giornali prediligono le immagini a mezzobusto. Solo i feticisti scattano foto ai piedi. Mi fa specie che un magistrato di Cassazione cerchi di svicolare adducendo come prova decisiva della mia inattendibilità un paio di scarpe. Non è di questo che si sta trattando. Io, comunque, non mi sono mai occupato del colore azzurro dei calzini del suo collega Francesco Mesiano (lo dico ai titolisti del Fatto). Quindi non tentate d'impiccarmi a un paio di scarpe. Con me cascate male: sono figlio di calzolaio.

INTERCETTAZIONI

Esposito nega d'aver detto quello che invece ha detto su Berlusconi. Vuole forse costringermi a pubblicare il testo stenografico delle telefonate che ho avuto con due illustri testimoni presenti a quella cena? Lo avverto: potrebbe restarci di sale. Sappia solo che il 24 luglio scorso ho interpellato il funzionario dello Stato che quella sera sedeva alla sua sinistra. A costui ho chiesto se si ricordasse: a) della cena; b) delle intercettazioni svelate da Esposito con la «pagella» sulle capacità erotiche delle due deputate del Pdl stilata da Berlusconi; c) della sentenza su Vanna Marchi che il giudice ci anticipò durante il banchetto. Nonostante siano passati quasi quattro anni, mi ha risposto per tre volte: «Sì che mi ricordo!». Dopodiché gli ho anche chiesto se sapesse chi fosse quel magistrato. Risposta: «Non lo so, io, me lo sono trovato lì...». Quando gli ho spiegato che si trattava del giudice che di lì a pochi giorni avrebbe deciso il destino di Berlusconi, ha esclamato, sbigottito: «Ma va' lààà! Ma va' lààà! Dìmene altre!». Che in dialetto veronese sta per «dimmene altre», cioè non posso crederci.

AMARONE

Il Fatto ricorda che «Lorenzetto comunque concede al giudice una “misericordiosa attenuante”: “Forse era un po' brillo”, aveva “ecceduto con l'Amarone”». E che altro avrei dovuto pensare all'udire gli sconcertanti pettegolezzi di un eminente magistrato della Repubblica? «Ma il giornalista non poteva non notare che io non ero “un po' brillo” perché sono, da una vita, completamente astemio. Non c'è persona al mondo che possa testimoniare di avermi visto bere vino o altre bevande», afferma il magistrato.

Mi perdoni, dottor Esposito, questo è un clamoroso autogol: ci sta dicendo che lei era sobrio mentre malignava su Berlusconi, s'intratteneva su intercettazioni coperte da segreto istruttorio e anticipava una sentenza su Vanna Marchi che avrebbe dovuto formarsi nel chiuso di una camera di consiglio e non a tavola. Voglia rammentare che l'«attenuante misericordiosa» gliela concessi in forma dubitativa nel libro: sabato scorso gliel'ho revocata, scrivendo che «da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo».

GENIO DEL MALE

«C'è di peggio: Lorenzetto racconta che il giudice, prima della consegna del premio, secondo un testimone avrebbe fatto affermazioni pesanti su Berlusconi, reputato “un grande corruttore” e “il genio del male”». Si difende Esposito: «Quelle parole non le ho mai dette: ma le pare che avrei potuto pronunciare giudizi di quel tipo, mentre ero al tavolo ove si presentava un libro e si consegnava un premio, innanzi a 500 persone?». E chi ha mai scritto che le ha pronunciate davanti a 500 persone? Lei le ha profferite in varie occasioni davanti a uno stimato professionista, un testimone presente a quella serata, che me le ha confermate più e più volte, anche di recente, in una registrazione piuttosto lunga: dura 29 minuti e 30 secondi. Ed è un testimone degno di fede.

CHI SONO

Riferendosi a me, Esposito spiega al Fatto: «Dice anche che io mi sarei lasciato andare perché non ero a conoscenza per quale testata lavorasse: invece lo sapevo, sia perché avevo letto più volte articoli a sua firma, sia perché gli organizzatori ci avevano segnalato il moderatore della serata». A parte che io mi sono limitato a formulare una mera ipotesi («Presumo che ignorasse per quale testata lavorassi»), mi rallegra, dottor Esposito, annoverarla fra i miei lettori. Ma pure qui si sta facendo del male da solo: la circostanza di conoscermi e di sapere per quale testata lavorassi avrebbe dovuto indurla a raddoppiare la prudenza e il riserbo che le sono imposti dall'alto ufficio affidatole.
A questo punto vorrei dirle poche cose sul mio conto.

Mi sono dimesso dalla vicedirezione vicaria del Giornale nel 1998, rinunciando ai cinque sesti dello stipendio. Da allora vado in cerca di italiani qualunque. Ne ho intervistati finora 660. Da parecchio tempo non mi occupo né di politica né di giustizia. Non aspiro a dirigere Il Giornale, né Panorama (l'altro mio datore di lavoro, dove sono attualmente cassintegrato), né il Tg5, né null'altro. Faccio il giornalista col massimo scrupolo, come sono certo faccia lei, dottor Esposito, nella sua delicata professione, e ciò mi ha guadagnato la stima di varie personalità, fra cui l'attuale presidente del Consiglio, Enrico Letta, Sergio Zavoli, Enzo Biagi, Ferruccio de Bortoli, Giovanni Minoli, Vittorio Messori, Aldo Busi e Marina Orlandi, vedova del professor Marco Biagi assassinato dalle Nuove Br. E persino di Marco Travaglio, vicedirettore del Fatto quotidiano.

CONCLUSIONE

A me pare che il thema decidendum non sia il paio di scarpe sportive che lei indossava, bensì il fatto (non quotidiano) che il presidente di una sezione penale della Corte suprema di Cassazione fosse talmente prevenuto in senso sfavorevole a un imputato da dovergli consigliare di astenersi. Io so d'aver detto tutta la verità, nient'altro che la verità, giudice Esposito. Le confesso che temo molto il suo giudizio e quello che ne deriverà nelle aule a ciò preposte. Ma temo molto di più il verdetto di un Giudice che sta sopra di lei e sopra di me. Quello sì definitivo.


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

L'FBI può spiarci attraverso i device Android

Corriere della sera

Lo rivela il Wall Street Journal. Grazie a un malware installato nello smartphone si può attivare il microfono a distanza

Cattura
Basta un malware, un piccolo virus installato nello smartphone, e l'FBI è in grado di controllarne il microfono, attivandolo a piacere per spiare le nostre conversazioni o registrare ciò che accade intorno al terminale. La notizia arriva dal Wall Street Journal e per ora sembra riguardare solamente i computer e i dispositivi Android.

UN REPARTO DI HACKER - Memori del motto «Se non puoi battere il nemico alleati con lui», l'agenzia investigativa americana da anni sfrutta le stesse tecniche degli hacker, da sempre definiti come «i cattivi» della tecnologia per controllare, a loro dire, solo pericolosi criminali. Secondo quanto emerge da dibattiti giudiziari e interrogatori, gli agenti hanno costituito un vero e proprio reparto che crea internamente strumenti in grado di controllare da remoto gli smartphone con sistema Android, le web chat, le email e i computer attivandone microfoni e fotocamere per trasformarli in una «cimice» che ci segue ovunque. Dopotutto avere un occhio e un orecchio onnipresente è il sogno di ogni intelligence e ora sembra divenire realtà senza per altro sostenere costi proibitivi.

VECCHI SISTEMI – I sistemi adottati per prendere il controllo dei dispositivi infatti sono noti già da tempo nel mondo degli hacker, niente di così fantascientifico come si potrebbe immaginare ma semplici link inviati per email, documenti allegati o pennette Usb modificate a dovere che una volta aperti o connessi ai dispositivi installano il malware, il programma spione, e iniziano la raccolta. Niente di nuovo, quindi, ma il fatto che la più potente agenzia investigativa del mondo ammetta un operato del genere fa crescere la tensione già alta negli States. Secondo i diretti interessati il controllo è limitato ai soli casi di pornografia infantile, terrorismo o crimine organizzato ma la paura di un controllo totale sembra sempre più vicina, soprattutto all'indomani del Datagate , lo scandalo che ha rivelato lo spionaggio statunitense ai danni dei diplomatici stranieri e la raccolta da parte del governo dei dati personali di milioni di cittadini americani.

ANCHE GLI ITALIANI - Oltre al proprio reparto, l'FBI farebbe uso anche di aziende esterne per espandere le proprie capacità e qui il quotidiano fa il nome di un'impresa italiana, la HackingTeam SRL di Milano, esperta nei software che estraggono informazioni da telefoni e computer e li inviano a dei sistemi che le controllano. «Noi crediamo che la lotta alla criminalità dovrebbe essere facile: forniamo tecnologia offensiva efficace e facile da usare alle forze dell'ordine e di intelligence di tutto il mondo», si legge sul loro sito, «La tecnologia deve potenziare e non ostacolare». Non è chiaro se ci sia un legame diretto con l'FBI eppure poco più di un anno fa i nostri connazionali hanno aperto un ufficio ad Annapolis, in Maryland, con l'obiettivo di diffondere i loro software in Nord e Sud America.

5 agosto 2013 | 15:23

Shoah, preservare la Memoria anche con il digitale

Corriere della sera

di Alessia Rastelli


Cattura
Una vecchia libreria, accanto a una finestra. Un pulsante invita a cliccare. Lo scaffale ruota, appare un corridoio. Sembra di esserci. È l’ingresso dell’alloggio segreto di Anna Frank, così come ricostruito, in 3D, sul sito http://www.annefrank.org/. Disponibili anche le spiegazioni audio. E i passi del Diario della giovane ebrea che visse nascosta dal 1942 al ’44 e poi morì, quindicenne, a Bergen-Belsen, diventando un simbolo della Shoah.

Si diffondono, in Italia e nel mondo, le iniziative in cui le nuove tecnologie e il digitale diventano preziosi alleati della Memoria. Dagli archivi online per conservare i documenti (i più vasti, allo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme) ai corsi di elearning sulla Shoah del Museo di Auschwitz. Fino all’uso di Facebook, Twitter e YouTube per trasmettere la testimonianza e ricordare «che questo è stato» (possiede i tre account, ad esempio, l’Holocaust Memorial Museum di Washington).

«È giusto usare anche questi mezzi — sostiene Michele Sarfatti, direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea (Cdec) —. Sebbene infatti per conoscere e capire servano ancora i libri, il web e il digitale offrono alcune opportunità in più». «Per preservare i documenti, innanzitutto, mettendoli in sicurezza nel formato elettronico, che li rende anche potenzialmente accessibili da ogni luogo — spiega Sarfatti —. E per arrivare ai giovani, fornendo ad esempio alla scuola materiale didattico adatto al loro linguaggio».

Lo stesso Cdec ci sta provando. All’indirizzo http://www.nomidellashoah.it/ si trova un Memoriale elettronico in cui il Centro ricorda tutte le vittime della persecuzione in Italia. Per ognuna vengono forniti una scheda biografica, i nomi dei familiari deportati e di altri ebrei arrestati nella stessa città. «Simbolicamente è anche un modo per ricostruire i nuclei familiari distrutti» nota Sarfatti.
Oltre 300 documenti, inoltre, sono stati raccolti dal Cdec nella Mostra digitale sulla Shoah in Italia. «Vorremmo trasformarla in un ebook o farne una versione per i tablet — spiega Sarfatti —. Il problema sono i costi. In un momento in cui i contribuiti che riceviamo sono esili».

Stesse difficoltà per la Fondazione ex campo Fossoli, che ha comunque deciso di intraprendere la via digitale. «Abbiamo realizzato un database dei transitati nel campo tra il 1942 e il ’44 — spiega la direttrice Marzia Luppi —. Sarà online entro l’anno mentre, per la Giornata della memoria 2014, pubblicheremo 80 ore di videotestimonianze, da cui sarà tratto anche un film-documentario: “Crocevia Fossoli”».

Oltre 52 mila, inoltre, le videotestimonianze sulla Shoah già raccolte in 56 Paesi dalla University of Southern California Shoah Foundation, l’originaria fondazione di Steven Spielberg, poi diventata istituto universitario. Il database è disponibile a Roma all’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, mentre le sole interviste in italiano (433) si possono consultare su http://www.shoah.acs.beniculturali.it/. Per gli studenti delle superiori, inoltre, la Fondazione ha creato iWitness: una piattaforma che contiene oltre 1.200 videotestimonianze. «I ragazzi possono, tra l’altro, fare ricerche e creare un loro progetto-video — spiega Doris Escojido, consulente della Fondazione per l’Italia —. Il principio è educare mediante la testimonianza». Nel nostro Paese, attraverso il ministero dell’Istruzione, la piattaforma è stata sperimentata finora in cinque scuole.

(da La Lettura del 4 agosto 2013)

Il milanese che inventò il ventilatore

Corriere della sera

Nel 1885 fu assunto alla Tecnomasio. Appena ventenne mise in funzione un intero impianto elettrico in Paraguay

La storia di Ercole Marelli e del suo grande business, l'«agitatore d'aria»

1
In questi giorni caldi i milanesi dovrebbero ricordare il concittadino che portò tanti anni fa un po' di refrigerio alle case dei loro avi. Ercole Marelli, figlio di un cuoco, a 14 anni fu testimone della illuminazione elettrica della centrale di Santa Radegonda.

Nel 1885 fu assunto alla Tecnomasio e qualche anno dopo, appena ventenne, per conto della ditta milanese ad Asunción, in Paraguay, mise in funzione un intero impianto elettrico per illuminare alcune vie e il teatro principale della città. Nel 1891, aprì un proprio laboratorio in un locale di Porta Genova coadiuvato da un solo operaio.

Nel 1893, il buon andamento degli affari gli permise di trasferirsi in una più ampia officina in via Quadronno, costituendo una società in nome collettivo con un capitale di 8 mila lire. Nel 1896 intraprese la fabbricazione di «agitatori d'aria elettrici» (gli odierni ventilatori), fino ad allora importati dagli Stati Uniti. Per rispondere al ritmo delle richieste, Ercole Marelli costruì un nuovo stabilimento a Sesto San Giovanni. In pochi anni la Marelli divenne una delle aziende leader del settore a livello mondiale allargando la produzione ai motori elettrici, dinamo, spinterogeni e magneti.

Ercole Marelli morì il 28 agosto 1922. Il figlio Fermo prese le redini dell'azienda e il marchio è sopravvissuto fino a pochi anni fa nel campo delle grandi opere e dell'industria meccanica. L'agitatore d'aria, così effimero nel significato, si rivelò il business del secolo.

5 agosto 2013 | 9:36

Noi che c'eravamo»: i testimoni della paura

Corriere della sera

I ricordi dell'estate di 70 anni fa, quando Milano finì in «prima linea»


Cattura
Regalano racconti. Ricordi. Soprattutto: regalano confidenze. Da soli oppure in compagnia (assistiti da un consorte, un figlio, un nipote), con una scrittura minuta e leggera su carta in via Solferino ma anche (anzi spesso) con una puntualissima email in redazione, i lettori del Corriere hanno raccolto l'invito rivolto loro il 26 luglio, giorno della prima puntata sulle bombe che nell'agosto del 1943 distrussero Milano. Questi lettori (qui ne ospitiamo alcuni) elencano dettagli con la passione del miglior cronista, con la forza dei testimoni diretti. Vie, piazze, quartieri. Una geografia lontana e insanguinata. E poi le fughe in bicicletta. Le tane nelle cantine. Il culto della famiglia, nonostante il terrore, le stragi, le perdite continue. Le ferite indelebili. E la necessità della memoria. Ci ha scritto Ivana Merlo: «Papà, 98 anni, la domenica mi racconta la sua guerra. Io stessa sono affascinata da queste storie narrate e vissute in prima persona. Non ho foto o altra documentazione da mostrare, solo le parole di mio padre che mi sono trascritta su un taccuino».
Andrea Galli

IL CARRETTO DEI POMPIERI
Ho 85 anni. Abitavo in viale Regina Margherita. La notte del 7 agosto, cessato il bombardamento, insieme agli amici, sono uscito. Ho cominciato a individuare un carretto tirato da un giovane. Sopra, sdraiato, si vedeva un uomo che urlava per il dolore. Gli abbiamo chiesto se potevamo fare qualcosa in aiuto. Il giovane ci rispose: «No, grazie. Mi arrangio, sono un pompiere». Ho saputo poi che la vicina casermetta dei vigili del fuoco era stata colpita da una bomba.
Francesco Leone

La basilica di Sant'Ambrogio
LA GALLINA E IL PIANTO DI NOI BIMBI Allora i miei genitori tenevano preziosamente in casa una gallina per farci mangiare un uovo ogni tanto. Ma un giorno, la gallina riuscì a cadere dal quarto piano e morì. Lacrime di noi bimbi e, malgrado la fame di quei tempi, a me e mia sorella non ci riuscì di mangiarla.
Enrico Marchese

IL VENTO DI AGOSTO Durante la guerra abitavo in corso Buenos Aires 9. L'agosto '43 fu il mese più terribile dell'anno. Tra le sensazioni più forti l'odore acre e il forte vento che si presentavano ogni volta, inesorabilmente, alla fine degli attacchi aerei. Terminati gli attacchi, le notizie cominciavano a girare. Ne ricordo una: quella della bomba caduta sul deposito di vini «Vini da Rios», nelle vicinanze di piazzale Bacone, che causò molti morti annegati nel vino stesso.
Carlo Beretta

NEL RIFUGIO DELL'IPPODROMO
Mio padre era custode della grande scuderia Milano ed era anche il Capofabbricato: durante i bombardamenti doveva rimanere sul posto per essere presente in caso di incendio o altro. Io e la mia mamma, come tutti gli abitanti del vicinato, ci recavamo nel rifugio ricavato dal tunnel che nell'ippodromo del galoppo di San Siro portava gli spettatori della tribuna centrale al recinto del «prato». Rifugio alquanto sicuro, perché era un sottopassaggio largo tre metri su una lunghezza di circa tremila di pista. La notte del 13 agosto, dopo il bombardamento, tornando verso casa, ci venne incontro mio padre, fortunatamente vivo... Il cumulo di terra sollevato ad anello dalla bomba aveva ostruito la parte inferiore delle porte dei box, e divelto la parte superiore: i cavalli all'interno impazzivano per la paura e qualcuno tentò di uscire dall'alto ferendosi.
Silvia Picco

I bimbi tra le macerie
QUEI PROFUGHI IN BICICLETTA
Ogni sera di quell'agosto, mio papà portava la mamma e me sulla sua leggendaria e robusta bicicletta (ne possedevamo naturalmente una sola) e, dopo una giornata di lavoro da metalmeccanico, ci trasportava, in tre con un paio di coperte e una cartella coi documenti e qualche risparmio, nelle campagne a ovest di Milano, dove allora non mancavano i fienili. Dormivamo sotto le stelle, spesso in compagnia di altri «nomadi» fuggiaschi come noi. Abitavamo nel quartiere di San Siro e in poco tempo, credo circa un'ora, si era abbastanza lontani dalla città da potersi ritenere al sicuro e tentare il riposo. Si partiva dopo aver cenato per sfruttare l'ultima luce del giorno e sulle strade che lasciavano Milano si incontravano file di persone, uomini, donne, vecchi e bambini per lo più su biciclette spesso stracariche, ma anche a piedi o stipati su qualche carro a cavallo. Non ricordo automobili, forse qualche sgangherato camioncino... E il ritorno, il ritorno in città ogni volta era un Calvario. Tutti erano irritabili, insofferenti e stanchissimi per i disagi della notte, per la paura sofferta, e più ancora per l'angoscia di trovare l'irreparabile, la casa distrutta, i cari scomparsi... E poi le notti passate a Milano nei rifugi... Oltre al timore di rimanere intrappolati sotto le macerie, fummo spinti a quel «nomadismo» notturno che è rimasto nella mia e nostra memoria tra i ricordi più vivi.
Luciano Vagnarelli

LA VEDOVA LISETTA
Passione di venerdì 13 agosto 1943. Mi ritrovo stesa per terra col bambino piangente stretto fra le braccia, accanto a noi la signora Lucia sotto a un tavolo coi suoi quattro figli, poco più in là la signora Lisetta, fresca vedova del marito morto a Porta Genova sotto il precedente bombardamento, che piange disperata. Però nessuno si lamenta di ferite o peggio, mentre i più validi sono subito in piedi a controllare eventuali danni alle persone e alle cose. Sergio Gobbi. (Ps: caro Corriere , meglio della mia diretta testimonianza, a quell'epoca ragazzino dodicenne ospite nell'Istituto dei Martinitt, vi ho inviato i racconti scritti da mia mamma).

LA GUERRA IN PIAZZA AFFARI
Nonna e mamma abitavano in via della Chiusa. La casa venne distrutta, loro sfollarono a Valbrona. Ma la mamma continuò a venire a Milano per alcune settimane, facendo un pezzo di strada in bicicletta, poi in treno, poi di nuovo in bici, per firmare la presenza nel suo ufficio, che si trovava vicino a piazza Affari, ufficio in cui era stata assunta da pochi mesi, dopo la morte del padre, in Africa, fino a quando anche quello venne bombardato.
Giuseppina Bertino

I MIEI DICIOTTO ANNI
Finito il liceo, mi iscrissi in università. Cercai di arrivare in via della Passione, presso il Liceo Reale delle Fanciulle, dove era stata trasferita l'Università Statale dopo i bombardamenti. Ma presto dovetti scendere in una cantina per un allarme. Vidi un piccolo aeroplano, lo chiamavamo «Pippo». Buttava bombe. Non erano grosse, ma cadevano come lunghe caramelle nere sulla città. Quando suonò la sirena del cessato allarme, ne seguì un'altra che annunciava nuovi attacchi. Mi misi a piangere. Non per la paura: avevo compiuto da qualche giorno i 18 anni e piangevo sulla mia giovinezza sprecata così.

Giulia Oliveri Cosentini
5 agosto 2013 | 12:05