sabato 3 agosto 2013

Cercano in Rete «pentole » e «zaini» Si trovano la polizia anti-terrorismo in casa

Corriere della sera

Il blitz a casa di una famiglia di Long Island. L'interrogatorio sul cuoci-riso e su come si prepara il quinoa

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Pentole a pressione, zaini, notizie sull'attentato di Boston. Tre chiavi di ricerca sul web che, combinate insieme, hanno messo sull'attenti la polizia di New York. Peccato che i sei agenti incaricati di prevenire eventuali attacchi terroristici si siano trovati davanti, nel loro blitz in una casa di Long Island, una normale famiglia americana. Composta di una signora appassionata di cucina (da qui la ricerca internet sulle pentole a pressione), sposata ad un uomo al quale piacciono gli zaini e con un figlio interessato all'attualità.

LA «TASK FORCE» - Michele Catalano, la signora in questione, ha raccontato e condiviso la sua storia in Rete, tramite un post sul sito Medium.com. Il blitz risale a mercoledì: quella che lei descrive come una «task force anti-terrorismo» si è presentata a casa sua mentre lei era al lavoro. Il marito, racconta, era in soggiorno quando ha visto dalla finestra l'arrivo di tre suv neri dai quali sono usciti sei agenti che hanno accerchiato la casa. L'uomo è uscito di casa per capire cosa stesse succedendo, gli agenti gli hanno chiesto se potevano entrare con lui. Una volta dentro, secondo la donna, hanno iniziato a ispezionare la casa stanza per stanza, chiedendogli intanto informazioni sulle sue origini, sui suoi genitori, sul suo lavoro. Pare abbiano addirittura chiesto se tenevano qualche bomba in casa.

CUOCI-RISO E QUINOA - Dopo il no dell'uomo, la conversazione si è spostata sulle pentole a pressione: gli agenti hanno chiesto se in casa ne hanno una, il marito di Michele Catalano ha risposto di no ma spiegato che hanno invece un cuoci-riso. «Si può fare una bomba con un cuoci-riso?», hanno chiesto gli agenti. Lui ha risposto di no, sottolineando che la moglie lo usa per preparare il quinoa. Gli agenti non sapevano cosa fosse, ma iniziano a rendersi conto di non avere a che fare con dei potenziali terroristi. E l'interrogatorio finisce lì.

RICERCHE SUL WEB - Ma cosa ha fatto scattare l'allarme? Secondo la Catalano, si tratterebbe delle ricerche sul web della famiglia che, combinate insieme, risulterebbero sospette. La Suffolk County Police, responsabile del blitz, ha però negato - a far scattare l'allarme sarebbero state, invece, le ricerche compiute dal marito sul pc del suo precedente lavoro. L'uomo avrebbe cercato «bombe da pentola a pressione» e «zaini»: da qui sarebbe partita l'allerta. Michele Catalano, in un post su Tumblr, specifica però che le circostanze del blitz (e le domande rivolte al marito) hanno portato a credere che invece si trattasse di un allarme dovuto solo ai risultati delle ricerche sul pc di casa.

3 agosto 2013 | 15:50

In Francia il primo villaggio da sogno per pensionati gay

La Stampa

A Sallèles d’Aude, 200 abitanti nei pressi di Narbonne, a breve via ai lavori per i 107 cottage riservati alla clientela omosessuale

alberto mattioli
CORRISPONDENTE DA PARIGI


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Saranno 107 cottage «individuali ecologici», destinati agli over 50, costruiti «nello stile del villaggio tradizionale», protetti da un muro e da una portineria ma a due passi dallo splendido Canal du Midi, patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Ci saranno anche piscina, campo da tennis, sauna, palestra, golf, un hotel, bar e ristoranti. Insomma, un paradiso per pensionati, dove «non si viene per morire», parola del costruttore, ma per fare «una vita sana e attiva nel clima caldo, amichevole e sano del sud della Francia», questa volta secondo la brochure di presentazione. 

Unica curiosa particolarità: la Villa Arzilla prevista a Sallèles d’Aude, paesino di circa duemila abitanti vicino a Narbonne, è destinata ai pensionati omosessuali (per inciso, con buone disponibilità economiche: ogni cottage costa dai 236 ai 248 mila euro). In altri termini, sempre come da prospetto, è «un’oasi privata per la comunità gay e lesbica», sul modello di quelle che già esistono in molte parti del mondo e specialmente in America, ma (finora) non nell’Europa continentale.

Il dettaglio che non torna è che il sindaco di Sallèles, Yves Bastié, non ne sapeva nulla. Cioè sapeva di aver firmato il permesso di costruire e ne era anzi molto felice, visto il ritorno economico per la comunità, ma non aveva alcuna idea che il villaggio sarebbe stato, diciamo così, «specializzato». E non ne è nemmeno stato informato dai promotori, ma da un giornalista della France Presse che si è imbattuto per caso nella pubblicità su Internet dell’azienda costruttrice britannica Villages Group. Inutile dire che il signor sindaco è caduto dalle nuvole, e pure da una notevole altezza, rischiando di farsi male: «Sarebbe stato il minimo informarmi», ha detto, preoccupato per eventuali reaziono ostili dei suoi elettori.

A stretto giro di agenzie a monsieur Bastié ha risposto mister Danny Silver, patron di Villages Group, spiegando che non lo sapeva neanche lui. La sua società sta lavorando a quattro progetti simili in Francia per un pubblico di pensionati britannici con voglia di espatriare (e di ogni gusto sessuale). Ma finora uno solo ha ottenuto il permesso, appunto quello di Sallèles. Da lì, però, i problemi si sono accumulati. La stagione era troppo avanzata per proporlo agli investitori e la situazione del mercato immobiliare francese è attualmente difficile: la solita crisi. 

Finché, due o tre settimane fa, Silver ha avuto il colpo di genio: riservare il villaggio alla clientela gay. La pubblicità si è messa al lavoro e il risultato nel Regno Unito, racconta lui, è stato «straordinario». Fioccano le prenotazioni, si iniziano a stipulare i compromessi e insomma l’inizio dei lavori è previsto per il ‘14 e il taglio del nastro per il ‘15. Del resto, fa notare il titolare, lui il permesso di costruire il villaggio ce l’ha, intende sfruttarlo e sindacare sui gusti sessuali di chi andrà a viverci è discriminatorio. 

Sorpresa, pare che sia esattamente quel che pensano gli abitanti di Sallèles. Le inquietudini dell’amministratore per le reazioni dei suoi amministrati sono risultate superflue. Certo, in Francia nell’ultimo anno ci sono state polemiche, cortei, manifestazioni, contromanifestazioni, scontri sul «matrimonio per tutti», che poi vuol dire anche per i gay. E si poteva supporre che quel che è normalissimo nel Marais di Parigi lo sia un po’ meno in un piccolo borgo del profondo sud. 
Invece i sallelesi (si dirà così?) si mostrano nel complesso favorevoli. Certo, c’è una Claudine Rey che sbotta con l’Afp che «se il mio paese diventerà una colonia di omosessuali, me ne andrò».

Ma Hervé Garcia di «Chez Hervé», il ristorante locale, pregusta già l’aumento del fatturato: «Per il commercio, non può essere che una buona cosa. Quest’anno, abbiamo il 30% di turisti in meno». «La gente non è omofoba qui», giura Christian Barsotti, il titolare (gay) del «Café de la Paix». E anche il sindaco Bastié si è ripreso dalla sorpresa e messo il cuore in pace. Il contratto c’è e, alla fine, non si tratta «né di un campo rom né di una prigione». E poi lui stesso, fra qualche giorno, celebrerà il suo primo matrimonio omosessuale... 

Addio fax, solo mail negli uffici pubblici

La Stampa

La svolta nel decreto fare, Sospesi fino al 15 settembre i pagamenti per le concessioni delle spiagge


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Pausa di riflessione, per le commissioni Affari costituzionali e Bilancio del Senato, che riprenderanno l’esame degli emendamenti al decreto fare lunedì mattina, dopo la seduta notturna venerdì chiusa attorno all’una di notte. Il via libera al provvedimento è atteso in mattinata, perché il testo è atteso in Aula nel pomeriggio (alle 17.00), e il presidente della Bilancio, Antonio Azzollini, ha ammonito i senatori sulla necessità di proseguire celermente nell’esame del provvedimento, perché altrimenti si corre il rischio di arrivare alla discussione in Assemblea senza un mandato ai relatori su modifiche condivise.

I capitoli più «spinosi», a partire dalle modifiche al tetto degli stipendi dei manager pubblici (sul tema il governo ha presentato un suo emendamento che non ha ancora però l’accordo delle forze politiche), saranno affrontati lunedì. Sono comunque numerosi gli emendamenti accantonati: al momento il vaglio si è fermato a quelli segnalati per la prima parte del provvedimento (dall’articolo 1 al 30), più alcune modifiche apportate al «pacchetto giustizia». Sono state accolte circa una ventina di richieste di modifica, tra cui spiccano lo stop fino al 15 settembre per il pagamento delle concessioni demaniali per le spiagge e l’addio al fax nelle comunicazioni tra le pubbliche amministrazioni. 

Tra le altre, arriva il «sindaco-commissario» per la gestione dei fondi per la messa in sicurezza delle scuole, così come l’allargamento ai beni «immateriali », come «hardware, software e in tecnologie digitali » per le agevolazioni sull’acquisto di beni strumentali. Introdotto anche il dossier farmaceutico all’interno del Fascicolo sanitario elettronico, a cura del farmacista che dispensa i medicinali, per «favorire la qualità, il monitoraggio, l’appropriatezza nella dispensazione dei medicinali e l’aderenza alla terapia ». Ok anche alla sede dell’Autorità dei trasporti a Torino. 

Riciclaggio della carta, due pesi e due misure?

La Stampa

Comincia con questo intervento la collaborazione con Tuttogreen della Stampa Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione dei Comuni Virtuosi

marco boschini


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In Francia chi produce imballaggi in carta e cartone deve versare 160 euro a tonnellata di contributo ambientale per rimborsare i Comuni dei costi per la loro gestione. In Italia il contributo è invece di 6 euro a tonnellata. Basta questo dato per capire che c’è qualcosa che non va nella filiera che separa la raccolta differenziata dei rifiuti fino all’effettivo riciclaggio degli imballaggi. Entro l’autunno l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) deve ridefinire i termini degli accordi con il CONAI, il consorzio che rappresenta tutti i consorzi di filiera degli imballaggi. 
Questo accordo, se profondamente rivisto, potrebbe portare ingenti risorse economiche ai comuni per finanziare i servizi di raccolta dei rifiuti.

Per fare chiarezza sulla gestione degli imballaggi nel nostro Paese e proporre le necessarie modifiche dell’Accordo Anci-Conai abbiamo elaborato, come Associazione Comuni Virtuosi, uno specifico dossier che entra nel merito dei conti del settore, e indica proposte che potrebbero portare rilevanti risorse economiche ai comuni in un momento di crisi come quello che gli enti locali stanno attraversando. Proprio mentre i comuni sono sotto attacco, stretti tra le morse intollerabili del patto di stabilità e dei minori trasferimenti dallo Stato, si chiede una riflessione profonda nella gestione di un settore che, senza pesare sulla spesa pubblica, potrebbe portare nuove risorse (e occupazione distribuita) per quei comuni che fanno bene la raccolta differenziata e consentono al CONAI di incassare ingenti somme (819 milioni di euro nel 2011). Oggi, di quelle risorse ne tornano agli enti locali solo un terzo, e non vi è alcun sistema premiante in grado di distinguere le eccellenze dai pessimi esempi amministrativi.

Gli imballaggi costituiscono il 35-40% in peso e il 55-60% in volume della spazzatura che si produce ogni anno in Italia. Per ogni imballaggio prodotto e immesso nel mercato, il produttore versa ai consorzi un contributo (CAC) che dovrebbe essere trasferito ai comuni quando l’imballaggio, passando per la raccolta differenziata, viene riconsegnato ai consorzi. Sono cifre importanti, che dovrebbero essere destinate a coprire i costi di raccolta e, se ben utilizzate, contribuire concretamente a diminuire la bolletta dei cittadini.

Ma delle centinaia di milioni di euro all’anno che vengono incassati dal Sistema Conai, solo poco più di un terzo viene girato ai Comuni e queste risorse spesso non entrano neppure nelle casse comunali, poiché vengono in gran parte utilizzate per pagare le piattaforme private che si occupano delle preselezione di tali flussi. Il dossier, prodotto in collaborazione con ESPER (Ente di Studio per la pianificazione ecosostenibile dei rifiuti) dimostra che l’Anci ha una responsabilità importante verso i suoi soci, in vista del rinnovo dell’accordo con il CONAI. Quella di favorire quei sindaci, e quelle comunità locali, che fanno del proprio meglio per ridurre alla fonte i rifiuti e mettere in atto la miglior raccolta differenziata possibile. 

La Lega: "Visita psichiatrica alla Kyenge"

Libero



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«La questione è chiusa», taglia corto Roberto Maroni. Stasera Cécile Kyenge non sarà alla festa leghista di Milano Marittima. La faccenda è ormai nota: doveva parlare di immigrazione col governatore Luca Zaia, ma poi ha chiesto a Bobo di censurare con forza gli insulti di alcuni leghisti. L’ex ministro dell’Interno le aveva risposto che sì, le avrebbe anche telefonato per parlarne direttamente, ma gli attacchi padani erano politici e non personali. Frasi che non hanno convinto la signora. Spiega Maroni: «Non l’ho chiamata perché mi ha preceduto, ha detto di no per cui la mia telefonata sarebbe stata inutile». Ora la responsabile dell’Integrazione non verrà, ma «non mi rammarico per   questo, inviteremo qualcun altro» sbuffa l’ex inquilino del Viminale.

Sarebbe stato il secondo confronto pubblico tra l’esponente del Pd e uno della Lega. Pochi giorni fa, in provincia di Como, Cécile aveva lottato col sindaco di Varese Attilio Fontana. Dicendo, tra le altre cose, che se si contesta il burqa bisognerebbe togliere il velo anche alle suore. Per questo alcuni padani l’hanno invitata a «vergognarsi» e a «ritirare subito queste affermazioni», tanto che la pattuglia padana in regione Piemonte ha presentato un documento per solidarizzare con le «religiose cattoliche». Di più: «Avrebbe bisogno di un consulto psichiatrico» tuona il consigliere Paolo Tiramani.

Tornando al forfait della Kyenge in quel di Milano Marittima, Maroni ricorda che «era stata invitata non da me ma dall’onorevole Pini». E poi: «Ha detto di no, ne prendiamo atto ma la festa ci   sarà comunque. Secondo me sbaglia lei perché il confronto è sempre utile. Immagino si sia accorta che molte delle cose che dice sono sbagliate e  infondate e che le nostre opposizioni alle sue proposte, in   particolare lo ius soli, sono posizioni rispettabili e utili». Parole che seguono il commento dello stesso Pini, secondo il quale il forfait del ministro «non le fa onore».

Diversa l’opinione della presidente della Camera Laura Boldrini, che difende l’esponente democratica: «Come possiamo veramente pensare che il nostro Paese sia pacificato con se stesso e con la sua storia se ancora ci sono rappresentanti delle istituzioni che offendono, umiliano e denigrano una donna nera che fa bene il suo   lavoro di ministro: l’intolleranza genera mostri». Ed è chiaro il riferimento al vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. Che aveva paragonato la Kyenge a un orango.

Un’uscita che, insieme ad altri attacchi contro l’esponente del Pd, ha fatto scattare indignazione anche oltreconfine. Un appello per realizzare una manifestazione all’esterno dell’ambasciata italiana a Luanda, in Angola, è stato lanciato da un giornalista televisivo angolano sulla sua pagina di Facebook. «Andiamo a manifestare mangiando banane di fronte all’ambasciata d’Italia» scrive il giornalista «chi si sente discriminato dagli ultimi episodi di razzismo avvenuti in Italia si unisca alla protesta».

di Matteo Pandini

Così infangava Berlusconi il giudice che l'ha condannato

Stefano Lorenzetto - Sab, 03/08/2013 - 12:41

Il presidente della sezione feriale della Cassazione parlò di presunte gare erotiche del premier con due deputate del Pdl. E anticipò la condanna di Vanna Marchi che emise due giorni dopo. Le malignità sul Cav raccolte al Due Torri di Verona nel marzo 2009

Questo è l'articolo più difficile che mi sia capitato di scrivere in 40 anni di professione. Un amico magistrato, due avvocati, mia moglie e persino il giornalista Stefano Lorenzetto mi avevano caldamente dissuaso dal cimentarmi nell'impresa. Ma il cittadino italiano che, sia pure con crescente disagio, sopravvive in me, s'è ribellato: «Devi!».


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Dunque eseguo per scrupolo di coscienza.

In una nota diramata dal Quirinale dopo la condanna definitiva inflitta a Silvio Berlusconi, il capo dello Stato ci ha spiegato che «la strada maestra da seguire» è «quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura». Ebbene, signor Presidente, qui devo dichiarare pubblicamente e motivatamente che fatico a nutrire questi due sentimenti - fiducia e rispetto - per uno dei giudici che hanno emesso il verdetto di terzo grado del processo Mediaset. Non un giudice qualunque, bensì Antonio Esposito, il presidente della seconda sezione della Corte suprema di Cassazione che ha letto la sentenza a beneficio delle telecamere convenute da ogni dove in quello che vorrei ostinarmi a chiamare Palazzo di Giustizia di Roma, e non, come fa la maggioranza degli italiani, Palazzaccio.

Vado giù piatto: ritengo che il giudice Esposito fosse la persona meno adatta a presiedere quell'illustre consesso e a sanzionare in via definitiva l'ex premier. Ho infatti serie ragioni per sospettare che non fosse animato da equanimità e serenità nei confronti dell'imputato. Di più: che nutrisse una forte antipatia per il medesimo, come del resto ipotizzato da vari giornali. Di più ancora: che il giudice Esposito sia venuto meno in almeno due situazioni, di cui sono stato involontario spettatore, ai doveri di correttezza, imparzialità, riserbo e prudenza impostigli dall'alto ufficio che ricopre.

Vengo al sodo. 2 marzo 2009, consegna del premio Fair play a Verona. L'avvocato Natale Callipari, presidente del Lions club Gallieno che lo patrocina, m'invita in veste di moderatore-intervistatore. È un'incombenza che mi capita tutti gli anni. In passato hanno ricevuto il riconoscimento Giulio Andreotti, Ferruccio de Bortoli, Pietro Mennea, Gianni Letta. Nel 2009 la scelta della giuria era caduta su Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione. Nell'occasione l'ex giudice istruttore dei processi per l'assassinio di Aldo Moro e per l'attentato a Giovanni Paolo II giunse da Roma accompagnato da un carissimo amico: Antonio Esposito. Proprio lui, l'uomo del giorno. Col quale condivisi il compito di presentare un libro sul caso Moro, Doveva morire (Chiarelettere), che Imposimato aveva appena pubblicato.

Seguì un ricevimento all'hotel Due Torri. E qui accadde il fattaccio. Al tavolo d'onore ero seduto fra Imposimato ed Esposito. Presumo che quest'ultimo ignorasse per quale testata lavorassi, giacché nel bel mezzo del banchetto cominciò a malignare, con palese compiacimento, circa il contenuto di certe intercettazioni telefoniche riguardanti a suo dire il premier Berlusconi, sulle quali vari organi di stampa avevano ricamato all'epoca della vicenda D'Addario, salvo poi smentirsi. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione dava segno di conoscerne a fondo il contenuto, come se le avesse ascoltate.

Si soffermò sulle presunte e specialissime doti erotiche che due deputate del Pdl, delle quali fece nome e cognome, avrebbero dispiegato con l'allora presidente del Consiglio. A sentire l'eminente magistrato, nella registrazione il Cavaliere avrebbe persino assegnato un punteggio alle amanti. «E indovini chi delle due vince la gara?», mi chiese retoricamente Esposito. Siccome non potevo né volevo replicare, si diede da solo la risposta: «La (omissis), caro mio! Chi l'avrebbe mai detto?».

Io e un altro commensale, che sedeva alla sinistra del giudice della Cassazione, ci guardavamo increduli, sbigottiti. Ho rintracciato questa persona per essere certo che la memoria non mi giocasse brutti scherzi. Trattasi di uno stimato funzionario dello Stato, collocato in pensione pochi giorni fa. Non solo mi ha confermato che ricordavo bene, ma era ancora nauseato da quello sconcertante episodio. Per maggior sicurezza, ho interpellato un altro dei presenti a quella serata. Mi ha specificato che analoghe affermazioni su Berlusconi, reputato «un grande corruttore» e «il genio del male», le aveva udite dalla viva voce del giudice Esposito prima della consegna del premio.

Non era ancora finita. Sempre lì, al ristorante del Due Torri, il giudice Esposito mi rivelò quale sarebbe stato il verdetto definitivo che egli avrebbe pronunciato a carico della teleimbonitrice Vanna Marchi, la quale pareva stargli particolarmente sui didimi: «Colpevole» (traduco in forma elegante, perché il commento del magistrato suonava assai più colorito). Infatti, meno di 48 ore dopo, un lancio dell'Ansa annunciava da Roma: «Gli amuleti non hanno salvato Vanna Marchi dalla condanna definitiva a 9 anni e 6 mesi di reclusione emessa dalla seconda sezione penale della Cassazione».

Incredibile: la Suprema Corte, recependo in pieno quanto confidatomi due giorni prima da Esposito, aveva accolto la tesi accusatoria del sostituto procuratore generale Antonello Mura, lo stesso che l'altrieri ha chiesto e ottenuto la condanna per Berlusconi. Ma si può rivelare a degli sconosciuti, durante un allegro convivio, quale sarà l'esito di un processo e, con esso, la sorte di un cittadino che dovrebbe essere definita, teoricamente, solo nel chiuso di una camera di consiglio?

Capisco che tutto ciò, pur supportato da conferme testimoniali che sono pronto a esibire in qualsiasi sede, scritto oggi sul Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi possa lasciare perplessi. Ma, a parte che non mi pareva onesto influenzare i giudici della Suprema Corte alla vigilia dell'udienza, v'è da considerare un fatto dirimente: alcuni dettagli dell'avventura che m'è capitata a marzo del 2009 li avevo riferiti nel mio libro Visti da lontano (Marsilio), uscito nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, considerato che la sentenza di primo grado a carico di Berlusconi è arrivata più di un anno dopo, il 26 ottobre 2012, ed è stata confermata dalla Corte d'appello l'8 maggio scorso. Senza contare che il collegio dei giudici di Cassazione che ha deliberato sul processo Mediaset è stato istituito con criteri casuali solo di recente.

A pagina 52 di Visti da lontano, parlando di Imposimato (che non ha mai smentito le circostanze da me narrate), scrivevo: «Una sera andai a cena con lui dopo aver presentato un suo libro. Debbo riconoscere che sfoderò un'affabilità avvolgente, nonostante le critiche che gli avevo rivolto. Era accompagnato dal presidente di una sezione penale della Cassazione sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera). Il quale, forse un po' brillo, mi anticipò lì a tavola, fra una portata e l'altra, quale sarebbe stato il verdetto del terzo grado di giudizio che poi effettivamente emise nei giorni seguenti a carico di una turlupinatrice di fama nazionale. Da rimanere trasecolati». Allora concessi al mio occasionale interlocutore togato una misericordiosa attenuante: quella d'aver ecceduto con l'Amarone. Da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Così Hollywood si inchinò al volere dei nazisti

La Stampa

Il libro choc di Ben Urwand “The Collaboration” rivela come gli studios concordavano con Hitler le sceneggiature

maurizio molinari
corrispondente a NEW YORK


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Film censurati e altri cancellati, musiche cambiate, attori sostituiti e copioni stravolti: è la storia inedita della scelta di Hollywood di collaborare con la Germania di Adolf Hitler ad essere protagonista di The Collaboration: Hollywood’s Pact with Hitler, il saggio di Ben Urwand anticipato da Hollywood Reporter in uscita nelle librerie in settembre. Andando a scavare negli archivi dei produttori Urwand ricostruisce la «Zusammennarbeit» - il termine tedesco per “collaborazione” che spesso Berlino adoperava - indicando la scintilla iniziale in quanto avvenne nella capitale tedesca il 5 dicembre 1930.

I nazisti avevano appena 12 dei 107 deputati al Reichtag ma Joseph Goebbels, alle redini della propaganda del partito di Adolf Hitler, scelse la prima di Niente di nuovo sul fronte occidentale per lanciare un attacco a Hollywood. I nazisti comprarono 300 biglietti e, a proiezione iniziata, iniziarono a gridare contro immagini che a loro avviso offendevano i soldati tedeschi in ritirata nella Grande Guerra, lo spettacolo fu interrotto. Goebbels salì sul palco mentre i nazisti in sala lanciavano bombe maleodoranti e liberavano topi in platea scatenando una fuga di massa che fece scalpore e portò, sei giorni dopo, la commissione sulla censura a mettere al bando il film. 

Goebbels parlò di «Vittoria» vantandosi di «averli messi in ginocchio» e l’impatto sui produttori di Universal Pictures fu tale che il presidente, Carl Laemmle, si rivolse nel 1931 al ministero degli Esteri tedesco per cercare una composizione. Laemmle, nato in Germania ed ebreo, temeva per il mercato tedesco che fino alla Prima Guerra Mondiale era stato il secondo del mondo ed ora veniva considerato in ripresa, di vitale importanza per i film americani. Berlino impose tagli e modifiche drastiche a Niente di nuovo sul fronte occidentale aggiungendo che dovevano essere apportate su tutte le copie in circolazione nel mondo e Laemmle accettò. 

Nel 1933 Laemmle impegnò importanti risorse per far fuggire almeno 300 ebrei dalla Germania dove Hitler era arrivato al potere ma fece un’altra concessione a Berlino, rimandando il debutto di The Road Back, il seguito di Niente di nuovo sul fronte occidentale, perché giudicato “offensivo” dell’orgoglio tedesco. In un telegramma del ministero degli Esteri tedesco in merito alla marcia indietro si legge: «La collaborazione di Universal non è platonica ma dovuta al loro interesse per il nostro mercato». 

Il portavoce dei nazisti a Los Angeles era Georg Gyssling, console e iscritto al partito di Hitler dal 1931, che riuscì a piegare anche Rko e Fox facendo leva sull’«articolo 15» del regolamento cinematografico tedesco in base al quale se un produttore distribuiva un film non gradito ovunque nel mondo, i suoi film sarebbero stati proibiti in Germania. Quando nel maggio 1933 il regista Herman Makiewics e il produttore Sam Jaffe iniziarono a lavorare a The Mad Dog of Europe per denunciare l’antisemitismo di Hitler, Gyssling riuscì a bloccarli minacciando la “Motion Picture Producers and Distributors Association” che sarebbero stati banditi tutti i film americani. Will Hays, che presiedeva l’Associazione, si adoperò per rendere impossibile il film. 

Nel 1936 in Germania restavano solo tre produttori - Mgm, Paramount e 20th Century Fox - con appena 8 film accettati dalla censura ma continuarono a corteggiare il Reich. Paramount scelse come manager Paul Thiefes, nazista convinto, e il capo di Mgm, Frits Strengholt, divorziò su richiesta del ministero della Propaganda dalla moglie ebrea, che venne deportata. La censura continuava a chiedere di cambiare musiche, autori e scene con motivazioni che andavano dall’«impronta ebraica» ai «toni anti-tedeschi» e nel gennaio 1938 20th Century Fox chiese alla segreteria di Hitler «a quali regole dobbiamo attenerci». La risposta fu: «Il Führer rifiuta per principio di esprimere tali opinioni». 

Nel febbraio 1937 John Cheever Cowdin, nuovo capo di Universal, volò a Berlino per spiegare ai nazisti «che adesso questa azienda non è più ebraica e vuole tornare sul mercato tedesco». Nello stesso anno Gyssling riuscì a convincere Mgm di rimettere mano a Tre camerati, scritto da Francis Scott Fitzgerald, per evitare che fosse ambientato nella Germania degli anni Venti denunciandone l’antisemitismo. La collaborazione di Hollywood fu tale che 20th Century Fox regalò 11 film come “contributo al fondo di guerra” dopo l’invasione tedesca della Polonia che diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale. La «Zusammenarbeit» finì solo dopo l’attacco a Pearl Harbour, nel dicembre 1941, che spinse gli Usa in guerra contro l’Asse.

Land grabbing, nel Terzo Mondo parte la nuova corsa all’oro

La Stampa

La chiamano land rush, una specie di corsa all’oro contemporanea verso una risorsa destinata a diventare sempre più importante per sfamare il Pianeta: la terra

veronica ulivieri


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La chiamano land rush, una specie di corsa all’oro contemporanea verso una risorsa destinata a diventare sempre più importante per sfamare il pianeta: la terra. Il land grabbing, l’accaparramento dei suoli agricoli in Paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali e governi stranieri, è un fenomeno in continua espansione, ma sempre più controverso. In molti casi è sempre più simile all’esproprio e alimenta violazioni dei diritti umani, fame e povertà. Land Matrix, un network di organizzazioni impegnate per la trasparenza delle compravendite in questo ambito, recentemente ha lanciato la seconda fase del suo Osservatorio, che traccia le transazioni di terreni agricoli su larga scala, dalle negoziazioni fino all’avvenuta acquisizione o, in certi casi, al fallimento delle trattative. Secondo il database, in costante aggiornamento, ad oggi i contratti di cui si hanno informazioni sono quasi 800, per circa 34 milioni di ettari. Un’estensione enorme, pari a 47 milioni di campi da calcio, quattro volte la superficie del Portogallo. Suoli destinati a coltivazioni sia alimentari, sia adatte alla produzione di biocarburanti.

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Il fenomeno è in corso da tempo, ma ha subito un’accelerazione con il boom dei prezzi alimentari del 2008, che ha messo in evidenza i rischi legati alla volatilità e imposto la food security (cioè la disponibilità di cibo per tutti) tra i temi cruciali del futuro. A rendere gli investimenti in land grabbing appetibili sono anche gli incentivi per i biocarburanti, per i quali in alcuni Paesi europei si prevedono anche target di consumo da raggiungere. “Da metà 2008-2009 – si legge nel rapporto di Oxfam sul tema uscito a ottobre 2012 – gli accordi sulla terra per uso agricolo conclusi da investitori stranieri nei Paesi in via di sviluppo hanno avuto un aumento vertiginoso di circa il 200 per cento”.

Investimenti che però non portano quasi mai benefici alle popolazioni locali, per le quali molto spesso perdere l’accesso alla terra significa fame e povertà. Trattandosi di terreni gestiti in modo industriale, con monocolture, anche i posti di lavoro creati sono pochi. “Due terzi degli accordi sulla terra per uso agricolo – spiega ancora la ong – sono stati conclusi da investitori stranieri in Paesi con gravi problemi di fame. In modo ancora più immorale, solo una piccolissima parte di questa terra è stata usata per nutrire le persone in questi Paesi o per produrre cibo da vendere nei mercati locali che ne avrebbero un disperato bisogno”, mentre “circa due terzi degli investimenti fondiari esteri nei Paesi in via di sviluppo sono finalizzati all’esportazione di tutto quanto viene prodotto sulla loro terra”.

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Ma chi sono i principali attori del land grabbing? “Accanto a UK e USA, ci sono molti Paesi emergenti dell’Asia e del Medio Oriente”, spiega Michael Taylor, programme manager dell’International Land Coalition, organizzazione aderente a Land Matrix. Al primo posto gli Stati Uniti (8,2 milioni di ha), seguiti però, anche se a grossa distanza, da Malesia (3,3) ed Emirati Arabi (2,8), e poi Gran Bretagna, India, Singapore, Arabia Saudita. A sorpresa la Cina, comunemente associata al fenomeno, è all’ottavo posto. Dopo di lei, Corea del Sud ed Egitto. L’area dove maggiormente si indirizza la corsa alla terra, è, secondo la Banca Mondiale, l’Africa Sub-Sahariana, in cui sono localizzati i due terzi dei suoli acquisiti.

Basta guardare i dati di Land Matrix per accorgersi che Sudan e Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Liberia, [Etiopia non più], Mozambico, Sierra Leone e Madagascar sono tra i dieci stati dove la cessione dei suoli da parte di governi locali conniventi è stata più ampia. Terreni che tra l’altro molto spesso non vengono messi totalmente in produzione: “Di solito si cerca di acquisire grandi estensioni, ma non conoscendo poi il clima e il territorio, è difficile cominciare a produrre a livelli alti. Per questo, all’inizio viene quasi sempre coltivata solo una porzione delle superfici”, continua Taylor. Ad attirare i maggiori interessi, si legge in un report della Banca Mondiale del 2011, “sono i Paesi con terre incolte con un potenziale agricolo”, ma anche quelli “con pochi documenti che riconoscano formalmente le proprietà terriere attraggono investimenti”. 

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Di fronte a questa situazione, la capacità degli stati del Sud del mondo di difendere i diritti dei contadini diventa fondamentale. “Spesso – continua Taylor – le persone che vivono sui terreni non vengono consultate. Ci sono governi che non informano le persone, altri che invece avviano processi più partecipati. In questi casi, le comunità locali hanno potuto fermare le acquisizioni”. Secondo alcune ong, però, la stessa Banca Mondiale, pur essendo molto attiva nel monitorare il fenomeno, ha importanti responsabilità, dovute al finanziamento di operazioni che riguardano terreni agricoli nei Paesi in via di sviluppo, mentre le linee guida volontarie elaborate dalla Fao per difendere i piccoli coltivatori per ora non hanno modificato molto la situazione. Dopo le pressioni di diverse associazioni, tra cui la stessa Oxfam, la World Bank si è impegnata a mettere al centro della revisione dei propri investimenti le politiche sulla terra e i diritti dei contadini. Intanto però la corsa continua.

Il giardino delle meraviglie scomparso in una cantina

Fabrizio Ravoni - Sab, 03/08/2013 - 08:51

A Roma la famiglia Torlonia nasconde da mezzo secolo una delle più preziose collezioni d'arte del mondo. E nessuno sa che fine abbia fatto

Follie romane. Nella Capitale c'è un museo fantasma. O meglio. Il museo c'era fino a 50 anni fa. E la collezione pure. Ora, al posto del museo c'è un alveare di 93 mini appartamenti, mentre della collezione s'è persa ogni traccia. Forse conservata negli scantinati dell'edificio o trasportata chissà dove.

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É la strana storia della collezione Torlonia. La raccoglie, in vario modo, Alessandro Torlonia e nel 1859 allestisce un museo dalle parti di Via della Lungara; per chi non è di Roma, fra Trastevere e Regina Coeli. Si tratta di 620 statue sulle quali il nobile romano ha messo le mani in vario modo. Buona parte le ha estratte dalle sue tenute sull'Appia e nei dintorni di Fiumicino: a Porto, sede dell'antico porto di Roma, il Porto di Traiano, oggi un lago esagonale con annessa oasi naturalistica.

Il resto è il frutto di prestiti non onorati da altre famiglie romane. Già, perchè i Torlonia - per tradizione - hanno sempre fatto i banchieri; anche se per Stendhal erano solo cambia valute. Insomma, prestavano soldi. Ed a garanzia pretendevano opere d'arte. In questo modo, sono entrati in possesso delle collezioni Giustiniani, Cavaceppi, Orsini, Caetani. Quando Alessandro Torlonia non sa più dove mettere tutte queste statue, compra questo palazzotto vicinissimo all'Accademia dei Lincei e concentra la sua collezione nelle 77 stanze dell'edificio.

Della raccolta esiste un solo catalogo, preparato nel 1884 (ed oggi la copia è custodita dalla Ashmolean Library di Oxford). Ma già dalla fine dell'Ottocento questo museo non era aperto al pubblico: potevano ammirare le opere solo una selezionata schiera di aristocratici romani. E tale è rimasto anche in epoche più recenti. Raccontano che Ranuccio Bianchi Bandinelli, inventore dell'archeologia romana e direttore generale delle Antichità e delle Arti, nel 1947 pur di vedere la collezione si travestì da spazzino. L'anno successivo l'edificio che ospita la collezione viene sottoposto a vincoli architettonici. Ma nonostante questo vincolo, tra il 1960 ed il 1970, un altro Alessandro Torlonia riesce ad avere l'autorizzazione a trasformare l'edificio che ospita il museo e la collezione in miniappartamenti. E la collezione scompare per sempre.

Per avere un'idea del valore delle opere in questioni, basta dire che il sovraintendente alle Belle arti di Roma ha detto che la Collezione vale sette volte quelle raccolte a Palazzo Altemps. Tanto per avere un'idea, parte della collezione (quella proveniente dalla famiglia Giustiniani e Cavaceppi) è stata restaurata da Stefano Maderno. Una decina d'anni fa sembrava che Silvio Berlusconi volesse acquistare la collezione per poi offrirla alla cittadinanza.

Ma l'operazione non andò in porto per ragioni economiche. Sembra che i 125 milioni offerti non fossero sufficienti per i Torlonia. E la collezione sprofondò nuovamente nell'oblìo: dimenticata in uno scantinato della Lungara. Nemmeno Sgarbi è riuscito a farla emergere: voleva organizzare un museo esclusivo. Veltroni offrì alla famiglia di ospitarla in un palazzo in via dei Cerchi, dalle parti del Circo Massimo. Niente.

I Torlonia hanno rifiutato sempre tutte le offerte. E tenute chiuse le porte. Sicchè c'è anche chi dubita che la collezione sia ancora integra in tutte le parti. Alessandro Torlonia, però, è coerente. Non tiene nascosta al mondo solo la collezione di 620 statue. Fa altrettanto con la Tomba di Francois. É uno dei più importanti monumenti etruschi, risalente agli ultimi decenni del IV secolo a.C. Ed a scoprirlo nella necropoli di Vulci è stato nel 1857 Alessandro Francois, commissario della Marina del Granducato di Toscana; da qui il nome dell'opera.

Gli affreschi della tomba vennero staccati nel 1863 e trasportati a Roma, in un'altra residenza dei Torlonia, Villa Albani: una reggia stile Versailles nel cuore di Roma. Massimo D'Antona venne ammazzato proprio lungo il muro di cinta di Villa Albani. Piccolo particolare. Se oggi un tombarolo trova un “coccio“ romano sul suo terreno lo deve immediatamente denunciare. Se un Torlonia trovava un reperto di questo tipo su un suo terreno, era ed è suo. Non solo: nemmeno lo fa vedere.

Già, perchè questa Tomba di Francois ha fatto la stessa fine della collezione Torlonia: è invisibile. Qualche anno fa venne mandata all'esterno per un restauro. Poi venne esposta per qualche mese a Vulci; quindi, definitivamente sepolta nuovamente a Villa Albani, protetta - dicono - da un sottile strato di carta velina. In epoche recenti, il Comune di Roma ha cercato in ogni modo di trasformare Villa Albani in un museo in grado di contenere la collezione Torlonia. La famiglia, sulle prime, aveva dato segnali di disponibilità. Ma in cambio voleva l'autorizzazione di realizzare un parcheggio sotterraneo sotto il parco della villa. Poi ha ritirato anche quest'offerta.

L'ultimo Alessandro Torlonia vive in un Palazzo in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano. Quando c'era la Corte Pontificia, Papa Giovanni lo nominò “assistente al Soglio“ (il predecessore Filippo Orsini era scappato con una soubrette). Ha quasi novant'anni. E continua l'arte di famiglia: il banchiere.

I Torlonia sono divisi in due rami: uno di Civitella Cesi, uno del Fucino. I primi sono imparentati con la casa regnante spagnola e con Brooke Shields. Gli altri sono citati da Ignazio Silone. In Fontamara scrive: «In capo a tutto c'è Dio, padrone del cielo, poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. POi vengono le guardie del principe, poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi il nulla, poi ancora il nulla, poi vengono i cafoni». Inutile dire che ogni richiesta di visionare la collezione Torlonia è stata respinta.

di Fabrizio Ravoni

In Cina torna la repressione: in galera blogger e giornalisti

La Stampa

Arrestati il commentatore politico Xiao Shu e l’attivista Zhou Lubao


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Il giornalista Xiao Shu e il blogger Zhou Lubao, entrambi arrestati alla fine della scorsa settimana, sono le ultime vittime di un’ ondata di repressione che, secondo i gruppi per i diritti umani, è la più grave dal 2011. Nella primavera di quell’ anno centinaia di dissidenti e critici del governo furono detenuti nel timore di un’ imitazione delle primavere arabe.
Xiao Shu, 51 anni, è uno dei commentatori politici più conosciuti in Cina.

I suoi articoli, spesso ai limiti di quanto consentito dalla censura, sono stati pubblicati dalle riviste più coraggiose della Cina, come Southern Weekend e Yanhuang Chunqiu, il cui sito web è stato chiuso nei giorni scorsi. Xiuo Shu è stato, con l’ ultraottantenne economista Mao Yushi e con l’imprenditore Wang Gongquan uno dei promotori di una petizione per liberazione dell’ avvocato democratico Xu Zhiyong, detenuto dalla metà di luglio. Ambienti del dissenso affermano che alla base dell’ arresto di Xiao Shu ci potrebbe essere proprio il successo della petizione per Xu Zhiyong, che è stata sottoscritta da circa duemila persone.

Venerdì scorso è scomparso, dopo essersi recato a Pechino per essere interrogato dalla polizia, il blogger Zhou Lubao di Lanzhou, nella Cina settentrionale. In dicembre, il blogger aveva promosso una campagna contro il sindacato di Lanzhou, diffondendo su Internet una foto che lo ritraeva con al polso un orologio Vacheron Constantin da 25mila euro. La denuncia del blogger aveva portato all’ apertura di un’ indagine sulle fonti di reddito del sindaco, Yuan Zhanting. L’ ondata di arresti è la prima a verificarsi da quando è salito al potere, in marzo, il nuovo gruppo dirigente guidato dal presidente Xi Jinping, dal quale alcuni commentatori si attendevano riforme economiche e politiche.

In una conferenza stampa tenuta oggi a Pechino l’ assistente segretario di Stato americano Uzra Zeya ha sostenuto che la situazione dei diritti umani in Cina è «peggiorata» negli ultimi anni. Zeya, che ha partecipato alla 18/ma seduta del dialogo tra Cina e Usa sui diritti, ha aggiunto di avere sollevato con i suoi interlocutori cinesi i casi di alcune decine di detenuti tra cui, oltre a Xu Zhiyong, l’ avvocato Gao Zhisheng e il premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, condannato a 11 anni di prigione per aver lanciato il documento Charta08 che chiede la democratizzazione del sistema politico cinese.

Io, ex detenuto a Poggioreale vi racconto la vita in carcere

Corriere della sera

I disagi della vita in cella, la violenza, le difficoltà nei colloqui con i famigliari

Egregio direttore,


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cari lettori di questo prestigioso quotidiano, sono un giovane ex detenuto del carcere di Poggioreale stanco di tante parole al vento e desideroso di farvi conoscere la realtà delle condizioni carcerarie. Qualche giorno fa, a seguito del reportage di Marco Piscitelli pubblicato su Il Mattino, il ministro della Giustizia ha dichiarato che era al corrente della pessima situazione carceraria ma di non aspettarsi una realtà tanto degradata. L'ha seguita a ruota il presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini. Stavolta altro carcere. Ma mai nei reparti più drammatici. Ebbene, vorrei dire al ministro Cancellieri e al presidente Boldrini che hanno visitato solo alcune delle pochissime celle messe bene, alcune nuove, forse perché sapevano del vostro arrivo.

VI RACCONTO - Ora vi racconto io come è un carcere italiano: bagni inadeguati, vecchi, con piastrelle a terra quasi sempre spaccate, pieni di umidità e ruggine ovunque; si cucina nel bagno, sì, proprio accanto alla tazza del water; le celle sono piccole e stanno tutti ammassati uno sull'altro. È di questi giorni la notizia che la figlia dell'imprenditori Ligresti ha lamentato che in carcere si può fare la doccia solo una volta al giorno. Sappia che i detenuti "normali" la doccia la fanno 2 volte a settimana. L'acqua è sempre fredda, sia d'estate che d'inverno. Se stai male, occorrono 10 giorni per una visita medica e spesso non riceviamo cure adeguate. I detenuti di Poggioreale chiamano il famoso Buscopan "la pillola di Padre Pio" perché quella pillola ti danno e con quella ti devono passare tutti i dolori.

VIOLENZA - Poi c'è il capito "violenza". Abbiamo appreso la notizia di un altro ragazzo di 22 anni Manuel Eliantonio, massacrato di botte nel carcere di Marassi. Dobbiamo dire "morto in circostanze sospette". Non se ne parla e non si prendono seri provvedimenti su questa tragedia. Eppure le denunce ci sono state: dal programma le Iene al Corriere della Sera che con una serie di videoinchieste dal nome "Le nostre prigioni" di Antonio Crispino ha mostrato non solo la realtà carceraria ma ha addirittura riportato la testimonianza di un secondino che ha partecipato ai raid punitivi ai danni di alcuni detenuti. "Per futili motivi" dice nell'intervista l'ex poliziotto penitenziario. E così è, ve lo posso testimoniare. Si prendono botte per aver alzato la testa, per aver risposto male a una guardia, per non essersi alzati in tempo, etc. I detenuti vogliono e devono pagare i loro sbagli ma chiedono di farlo con umiltà e dignitosamente, da esseri umani e non come bestie.

COLLOQUI - Anche i colloqui sono diventati una tragedia. Figli, mogli e madri non hanno colpa e non è giusto che per poter parlare con i loro cari un'ora a settimana devono stare in fila fuori al carcere dalle 2 o 3 della notte. Anche su questo tema ci sono alcuni video girati dai Radicali che testimoniano bene in che condizioni si fanno i pacchi, le file e i colloqui. Se per un adulto è sopportabile, tutto questo è ingiusto soprattutto per i bambini. Abbiamo anche noi dei figli che non devono pagare le nostre colpe. Cresceranno e ricorderanno questi traumi. Subiranno la violenza di avere un genitore in carcere e in più l'umiliazione di averlo visto ridotto come un cane. Le richieste di amnistia e indulto che arrivano da più parti ormai, le condividiamo. Non perché vogliamo far uscire delinquenti ma, credetemi, chi vive così è come se pagasse due volte la sua pena.

CAMBIARE VITA - E poi, questo ve lo dico con il cuore, ci sono tante persone che vogliono cambiare vita davvero. Invece sono costretti a pregare di passare indenni agli occhi dei camorristi, di non essere assoldati dalla camorra, di non essere adocchiati dai boss. Perché oggi il carcere non ha niente di "rieducativo" ma è solo un'università del male. Date a queste persona una nuova possibilità. Io sono uno questi. Voglio pagare la mia pena ma uscire migliore e non peggiore, ritornare alla società e non odiare la società. grazie per avermi ascoltato.

28 luglio 2013 (modifica il 3 agosto 2013)

Divieto di "espatrio" per l'anello di Jane Austen

La Stampa

Il ministero vieta a cantante Usa Kelly Clarkson di portarlo fuori


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Il governo britannico ha vietato alla cantante americana Kelly Clarkson di portare fuori dal paese un anello un tempo appartenuto alla scrittrice di "Orgoglio e Pregiudizio" (1813), la celebre Jane Austen. Clarkson, divenuta famosa dopo avere vinto il talent show American Idol nel 2002, ha comprato l'anello d'oro e turchesi per circa 172mila euro ad un'asta l'anno scorso.

Ma il ministro della Cultura, Ed Vaizey, ha vietato temporaneamente l'esportazione dell'anello, nel tentativo di tenerlo in Gran Bretagna. Il gioiello è uno degli unici tre pezzi rimasti che sono appartenuti alla scrittrice di "Emma" (1815) e "Ragione e Sentimento" (1811), tra i classici più amati dai britannici. "Lo stile di vita modesto di Jane Austen e la morte prematura (a 41 anni nel 1817), significa che gli oggetti associati con lei di qualsiasi tipo sono estremamente rari", ha aggiunto Vaizey, augurandosi che un acquirente britannico si faccia avanti affinché questo "semplice, ma elegante anello" possa essere salvato per la nazione.