venerdì 2 agosto 2013

Napoli. Pacco, doppio pacco e contropaccotto: guarda come gli imbroglioni spennano il pollo

Il Mattino

di Maria Pirro

Come nel film di Nanni Loy, imbroglioni più o meno professionisti entrano in azione a piazza Garibaldi



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NAPOLI - Pacco, doppio pacco e contropaccotto. Come nel film di Nanni Loy, ambientato nella Napoli degli anni Novanta, imbroglioni più o meno professionisti nell'estate 2013 si arrangiano cercando di fregare il prossimo con il sistema del “pacco”, ossia della truffa ai danni del malcapitato di turno. «Una tradizione senza tempo!»: accade a piazza Garibaldi. Ma, questa volta, c'è un video, realizzato da un "avventuriero" anonimo, che svela il trucco: mostra il lestofante, con il complice, in azione, mentre spennano il "pollo".


La sequenza di fotografie, accompagnata da ironici commenti, racconta tutte le fasi dell'inganno, si vede anche come avviene la sostituzione del prezioso oggetto, in questo caso un iPad, venduto al «mercato nero», non lontano dalla stazione ferroviaria.

Il filmato si chiude con quest'avvertenza: «Di solito chi viene truffato, cioè il pollo, non sporge denuncia, visto che rischia lui stesso una denuncia per incauto acquisto, se non addirittura per ricettazione». I «paccottari», dunque, fanno leva «sull'ingordigia e sul senso dell'affare che attira... il pollo». Morale: «È un mestiere antico, cresciuto molto nel secondo dopoguerra. Il 70 per cento dei napoletani - stima il videomaker - pensa che le vittime non siano vittime... ma fessi, che meritano di essere puniti per aver "cercato l'affare illecito" e che i paccottari in fondo siano solo truffatori che sbarcano, anche se illlegamente, il lunario». Così sopravvivono anche ai tempi della crisi. Può bastare?
 
giovedì 1 agosto 2013 - 10:12   Ultimo aggiornamento: venerdì 2 agosto 2013 08:38

Il cellulare ha 40 anni: 20 modelli che hanno fatto la storia

Corriere della sera



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Iran, Rohani: «Israele una ferita da mondare» Netanyahu: «Ecco il suo vero volto»

Corriere della sera

L'attacco del neopresidente in linea con quello del suo predecessore Ahmadinejad

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«Il regime sionista è una ferita imposta per anni al mondo musulmano, che deve essere mondata». Alla vigilia del suo insediamento alla presidenza dell'Iran, Hassan Rohani ha parlato in occasione delle manifestazioni annuali per la Giornata di Gerusalemme, facendo suo il principale slogan messo in piedi dal regime degli ayatollah fin dal 1979, vale a dire che Israele rappresenta un corpo estraneo nella regione mediorientale, che va rimosso. Vincitore al primo turno delle elezioni lo scorso 14 giugno, Rohani prenderà il posto di Mahmoud Ahmadinejad domenica: aveva promesso un percorso di «moderazione» e una maggiore apertura sul programma nucleare iraniano.

IL COMMENTO DI NETANYAHU - Immediata la risposta del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Il vero volto di Rohani è stato svelato prima ancora di quanto si prevedesse» ha detto. «In Iran il presidente è cambiato, ma non cambiano gli obiettivi del regime: ossia ottenere armi nucleari per minacciare Israele, il Medio Oriente e il mondo intero».

Iran, Rohani si rivolge alla nazione (16/06/2013)
LE PAROLE DI AHMADINEJAD - Anche il presidente uscente, Mahmoud Ahmadinejad, ha messo in guardia Israele dai pericoli che si starebbero addensando sulla sua testa. «Voglio informarvi - ha detto Ahmadinejad - e Dio me ne è testimone, che una devastante tempesta sta per abbattersi su Israele per sradicare il sionismo». Parlando subito prima del suo successore Rohani, Ahmadinejad ha ribadito quanto detto più volte nei suoi otto anni alla presidenza dell'Iran, vale a dire che per Israele «non c'è posto in questa regione».

IL RADUNO - La tv di stato ha mostrato le immagini dell'imponente raduno, durante il quale migliaia di persone sono sfilate scandendo slogan come «morte a Israele» e «morte all'America». I manifestanti hanno espresso anche la loro opposizione ai nuovi colloqui di pace tra israeliani e palestinesi.

2 agosto 2013 | 12:46

Quei 47 no alla difesa, dalla «prova mancante» ai presunti vizi formali

Corriere della sera

La strada seguita dalla Suprema corte. I contenuti (e la spiegazione) del dispositivo letto in aula dai magistrati

ROMA - I tratti giovanili e insieme antichi del sostituto procuratore generale della Cassazione Antonello Mura non si scompongono nel momento del successo. Professionale, s'intende. Quando il presidente della Corte Antonio Esposito legge nel dispositivo le parole «annulla limitatamente alla statuizione della condanna accessoria» e subito dopo «rigetta nel resto», è chiaro che ha vinto il rappresentante dell'accusa. Ma lui non lo dà a vedere. Non tradisce emozioni. Davanti a cinque giudici chiamati «supremi» perché oltre loro la giustizia umana non è previsto che vada, ha prevalso la tesi che Mura - per conto del suo intero ufficio, come ha ripetuto più volte nella requisitoria - ha sostenuto nella causa numero 27884/13 iscritta al ruolo con il numero 8, contro «Berlusconi Silvio +3».

«Nessuno dei motivi di ricorso sulla configurazione del reato e sulla colpevolezza degli imputati ha fondamento giuridico» aveva detto con tono pacato in quattro ore di intervento, dopo l'ormai famosa premessa sulle «passioni e le aspettative di vario genere» che dovevano rimanere fuori dall'aula del «palazzaccio». Le ha lasciate fuori lui e le hanno lasciate fuori i giudici della sezione feriale della Cassazione, un collegio di magistrati istituito con criteri casuali nel mese di maggio, ancor prima che arrivasse il ricorso di Berlusconi contro la condanna a 4 anni di carcere nel processo chiamato «Mediaset». Dopodiché, di fronte alle carte di quella causa e alle ragioni esposte da accusa e difesa, i giudici hanno preso la loro decisione.

Sulla base del dispositivo letto ieri sera dal presidente Esposito si può ben dire che hanno aderito quasi per intero all'impostazione della Procura generale. Tranne che su un punto: la rideterminazione dell'interdizione dai pubblici uffici, stabilita in cinque anni dalla Corte d'appello. Dovevano essere tre, aveva detto la Procura generale, perché deve applicarsi la legge speciale del 2000 anziché la norma generale; un ricalcolo che poteva fare direttamente la Cassazione, secondo il pg Mura, mentre la Corte ha ritenuto di non averne il potere. Perciò rispedirà il fascicolo a Milano, insieme alle motivazioni, affinché una nuova sezione della Corte d'appello si pronunci «limitatamente alla statuizione della pena accessoria».

Per il resto le sentenze di primo e secondo grado, da considerarsi nel loro insieme, non presentavano vizi tali da farle annullare; l'aveva sostenuto l'accusa e l'ha ribadito la Corte, a dispetto dei 47 motivi di presunta nullità presentati dagli avvocati Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Non sul piano della procedura, che è stata rispettata; non sul piano della efficacia probatoria, ché gli elementi a fondamento della condanna si sono rivelati coerenti e ben motivati; non sul piano del diritto, dal momento che i reati contestati erano quelli che bisognava contestare. Ogni altra valutazione non competeva ai giudici di legittimità.

Il nocciolo del giudizio riguardava il secondo gruppo di lamentele avanzate dalla difesa: sotto il presunto «vizio di motivazioni» gli avvocati avevano ribadito che non c'era la prova che Berlusconi fosse colpevole di frode fiscale, poiché dal 1994 non riveste più cariche all'interno della Fininvest e di Mediaset e non si poteva condannarlo col criterio del «non poteva non sapere» ciò che facevano i suoi sottoposti. Anche il professor Coppi, aggregato dall'ex premier per quest'ultimo passaggio giudiziario, aveva insistito sulle «prove travisate» e mancanti, sul diritto di difesa negato, prima di immaginare un diverso tipo di reato. Ebbene, secondo i giudici tutto questo non è vero. I dibattimenti di primo e secondo grado si sono svolti nel rispetto delle regole del «giusto processo» e la responsabilità del proprietario di Fininvest e Mediaset non è legata al «non poteva non sapere», bensì al riscontro di una partecipazione diretta al sistema illecito individuato nelle sentenze di condanna.

«Vi è la piena prova, orale e documentale che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale dell'enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore» aveva decretato la Corte d'appello. E dopo la cessazione dalle cariche sociali aveva affidato il sistema di cui continuava ad essere dominus, persone di sua stretta fiducia, che rispondevano solo a lui. Ora la Cassazione ha stabilito che i giudici di merito sono giunti a queste conclusioni senza violare alcuna norma di legge, senza contraddizioni o illogicità. Con «motivazioni solide», aveva detto il pg.

Nemmeno il fatto che altri due giudici, a Roma e Milano, su questioni simili avessero prosciolto l'ex premier con sentenze confermate in Cassazione significa che in questo processo si dovesse giungere alle stesse conclusioni. «Sono decisioni che non toccavano la questione centrale di questo processo» secondo il pg e così deve aver ritenuto la corte. che non poteva sconfinare nella rivalutazione dei fatti.La sentenza è arrivata dopo oltre sette ore di discussione, nelle quali i cinque giudici «feriali» si sono confrontati per giungere a una conclusione che - vista con gli occhi della premessa condivisa anche dagli avvocati difensori, tranne Ghedini che non riusciva a staccarsi dalle «passioni» - sembra sancire una volta di più l a cosiddetta «autonomia della giurisdizione». E considerato chi l'ha pronunciata, si presta poco alle abituali letture sulla magistratura politicizzata, condizionata da questo o quel colore.

2 agosto 2013 | 7:42








Cavaliere incandidabile. E il Senato voterà sulla sua espulsione

Corriere della sera
Primo effetto pratico: via i passaporti. La scelta tra arresti domiciliari e «affido»

MILANO - E adesso, dopo che la Cassazione gli ha confermato per la prima volta una sentenza definitiva di condanna e gli ha inflitto 4 anni per frode fiscale, che succede a Silvio Berlusconi?

Incandidabile Intanto succede che alle prossime elezioni, in qualunque data si tengano presto o tardi, il capo del Pdl non potrà candidarsi: l'articolo 1 del decreto legislativo 31 dicembre 2012, varato dal governo Monti come testo unico sull'incandidabilità, prevede infatti che «non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione, per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni» e la frode fiscale è tra questi.

Questa incandidabilità opera «indipendentemente» dalla pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici, differente istituto che la Cassazione ha ordinato alla Corte d'appello di Milano di ricalcolare fra 1 anno e 3 anni e per la quale occorreranno alcuni mesi di tempo. Quanto dura questa incandidabilità? «Anche in assenza della pena accessoria, non è inferiore a 6 anni» dice la legge anticorruzione Monti, che la fa decorrere «dalla data del passaggio in giudicato della sentenza». Cioè da ieri. Per Berlusconi significa che, qualora il governo cadesse e si andasse a elezioni, non potrebbe candidarsi per farsi rieleggere in Parlamento alla testa del suo partito.

Fuori dal Senato Ma c'è di più. Quando la condanna sopravviene mentre il condannato è parlamentare (il caso appunto del senatore Berlusconi), il decreto Monti prevede che «la Camera di appartenenza delibera ai sensi dell'articolo 66 della Costituzione», quello secondo il quale «ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità»: significa che in Senato esploderà la questione politica di un voto che, dopo una istruttoria, potrà o meno fare decadere da parlamentare Berlusconi già da subito, appena il pm comunicherà la condanna all'assemblea.

Via i passaporti Appena la Procura metterà in esecuzione la pena principale (cioè i 4 anni di reclusione meno i 3 anni condonati dall'indulto del 2006, dunque 1 anno residuo), la prima conseguenza sarà pratica e non trascurabile per una persona come l'ex premier con tanti interessi all'estero. La questura che ha rilasciato il passaporto ordinario chiederà a Berlusconi di restituirlo. E poiché Berlusconi come ex premier dispone anche di un passaporto diplomatico, per il ritiro di questo secondo documento dovrà attivarsi non la struttura che fa capo al ministero dell'Interno Alfano, ma quella che fa capo al ministro degli Esteri Bonino.

Niente carcere Appena la cancelleria della Cassazione invierà a Milano entro pochi giorni l'estratto del verdetto, la Procura metterà in esecuzione la pena residua di 1 anno. In carcere? No. Come per qualunque altro condannato definitivo, la Procura emetterà l'ordine di esecuzione della pena e contemporaneamente l'ordine di sospensione per 30 giorni. Perché per 30 giorni? Perché in base alla legge Simeone-Saraceni del 1998 in questo lasso di tempo Berlusconi potrà scegliere se chiedere la misura alternativa dell'«affidamento in prova ai servizi sociali» oppure della «detenzione domiciliare». Ma siccome ci si trova nel periodo estivo di sospensione feriale dei termini di legge fino al 15 settembre, i 30 giorni di tempo partiranno soltanto da dopo l'ultima notifica a Berlusconi e ai suoi legali successiva al 16 settembre: dunque è ragionevolmente intorno al 16 ottobre che Berlusconi dovrà fare la sua scelta.


1/ Servizi sociali Se chiederà di essere affidato ai servizi sociali, la sua istanza sarà valutata dal Tribunale di sorveglianza, che potrà accoglierla o respingerla dopo aver soppesato la disponibilità a un percorso rieducativo manifestata dal condannato. L'iter di questa valutazione può avere tempi molto variabili, da pochi mesi a un anno.

2/ Domiciliari Se invece allo scadere dei 30 giorni Berlusconi (come dichiarato in una intervista a Libero ) non vorrà sottoporsi a questa procedura e dunque non vorrà chiedere il beneficio di essere ammesso ai servizi sociali, non andrà comunque in carcere ma agli arresti domiciliari: sia perché ha più di 70 anni, sia perché mesi fa, nel caso del direttore de il Giornale Alessandro Sallusti, il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati ha interpretato una norma della legge svuotacarceri Alfano-Severino in modo tale da collocare ai domiciliari anche il condannato che (con pene da espiare sino a 18 mesi) non chieda misure alternative.

Prescrizioni In entrambi i casi, il Tribunale di sorveglianza impartirà le prescrizioni alle quali il condannato dovrà attenersi, a sua volta prospettando ai giudici le proprie esigenze di vita. È ad esempio scontato che, fin quando non dovesse essere dichiarato decaduto da senatore, qualunque Tribunale di sorveglianza autorizzerà la richiesta di Berlusconi di lasciare i servizi sociali o uscire dai domiciliari per recarsi a una seduta parlamentare; mentre di volta in volta verrebbero valutate altre richieste, magari di natura politica ma non strettamente parlamentare.

2 agosto 2013 | 7:43







Lo spettro di Craxi e Andreotti dietro il destino del loro successore

Corriere della sera
Oggi come all'inizio degli anni 90 una stagione politica si conclude bruscamente in un'aula di tribunale. E si apre un vuoto

«Non farò la fine di Bettino Craxi». «Non mi faranno finire come Giulio Andreotti». Negli ultimi mesi, con frequenza significativa, Silvio Berlusconi esorcizzava il pantheon tragico dei suoi predecessori della Prima Repubblica tritati dalla macchina della giustizia. E senza volerlo, né saperlo, accostava la propria sorte alla loro. Il primo, ex premier socialista, morto contumace o esule, secondo i punti di vista, in Tunisia; il secondo, democristiano, assolto per alcuni reati e prescritto per altri dopo processi lunghi e tormentati. Ma comunque liquidato politicamente. Il ventennio berlusconiano cominciò all'inizio della loro fine. E adesso può essere archiviato da una sentenza della Corte di cassazione che conferma una condanna per frode fiscale e dilata il vuoto del sistema politico: un cratere di incertezza più profondo di quello lasciato dalla fine della Guerra Fredda.

Puntellare la tregua politica sarà meno facile. Anche se tutti sanno che i problemi rimangono intatti e non esiste un'alternativa al governo di larghe intese di Enrico Letta. Il tentativo di stabilizzazione dell'Italia vacilla dopo un verdetto che riconsegna, irrisolto, il problema dei rapporti fra politica e magistratura. Mostra entrambe impantanate in una lotta che ha sfibrato il Paese; e che si conclude con una vittoria dei giudici dal sapore amaro: se non altro perché allunga un'ombra di precarietà su un'Italia bisognosa di normalità. E poi, una parte dell'opinione pubblica tende a percepire Berlusconi come una vittima e la sentenza rischia di accentuare questa sensazione: il tono del videomessaggio di ieri sera a «Porta a porta» è studiato e esemplare, in proposito.

Certamente, non si tratta più del Cavaliere in auge che sugli attacchi e sugli errori altrui mieteva consensi e potere; che risorgeva da ogni sconfitta e sentenza sfavorevole per riemergere più agguerrito di prima, a farsi beffe della sinistra e dei «magistrati comunisti». Non è il Berlusconi del contratto con gli italiani stipulato davanti alle telecamere né il leader colpito in faccia da una statuetta scagliata da un fanatico nel dicembre del 2009 dopo un comizio in piazza Duomo, a Milano, che si issava sanguinante sul predellino dell'auto come per gridare: «Sono invincibile».

Stavolta c'è un signore appesantito dagli anni, che ha perso oltre sei milioni di voti alle elezioni di febbraio e che lotta per la sopravvivenza. Continuando a inanellare sbagli, la sinistra gli ha dato un altro vantaggio nelle elezioni per il Quirinale. E non è escluso che la sentenza della Cassazione gli regali un ultimo, involontario aiuto. Ma la corsa è diventata affannosa da tempo. Da un paio d'anni, da quando l'illusione del berlusconismo «col sole in tasca» si è trasformato nell'incubo di un'Italia immersa nella crisi finanziaria e economica, la sua lotta ha velato il tentativo di salvarsi dai processi; e l'incapacità di liberarsi del passato e di preparare una nuova classe dirigente.

Le immagini di Palazzo Grazioli, la sua residenza romana, ieri sera davano l'idea del bunker nel quale si discuteva l'ultima battaglia. Un'offensiva segnata stavolta dalla disperazione e dall'esasperazione, però, senza più certezze di vittoria. Il governo e la sua maggioranza anomala sono in attesa di sapere che cosa succederà: sebbene Berlusconi sappia che difficilmente potrebbe nascere una coalizione meno ostile al centrodestra; anzi, forse non ne potrebbe nascere nessuna. Fosse stato il 2008, anno della vittoria più trionfale, avrebbe messo in riga tutti in un amen. Ora non più: le tribù berlusconiane sono in lotta e lui fatica a tenerle unite.

A frenare l'impatto della sentenza non basta l'annullamento della parte che riguarda la sua interdizione dai pubblici uffici, sulla quale dovrà pronunciarsi di nuovo la Corte d'appello di Milano.
Né è stato sufficiente il capovolgimento della strategia processuale, attuato dal professor Franco Coppi: il tentativo tardivo di difendere Berlusconi nel processo e non dal processo, come avevano fatto i suoi legali eletti in Parlamento. L'impressione è che, accusando la magistratura di perseguitarlo, il Cavaliere abbia alimentato senza volerlo quello che chiama «l'accanimento» della Procura; e spinto la Cassazione a confermare le sue responsabilità senza grandi margini di interpretazione.

Il contraccolpo che si teme è quello di radicalizzare le posizioni nel Pdl e nel Pd, nonostante i richiami del Quirinale a guardare avanti. Le opposizioni urlano di gioia, pregustando la destabilizzazione. Ma bisogna capire se nel centrodestra l'urto di chi vuole una crisi prevarrà davvero sul tentativo dell'ex premier di «tenere» su una linea di responsabilità. E, sul versante opposto, se il Pd resisterà o no alla pressione di quella sinistra che non ha mai digerito un'alleanza in nome dell'emergenza. Il videomessaggio diffuso da Berlusconi fornisce scarsi indizi. Sembra il sussulto drammatico di un leader che lega le vicende di Tangentopoli del 1992-93 alle proprie, additando una parte della magistratura come «soggetto irresponsabile». I fantasmi del passato lo tallonano, mettendogli in tasca non raggi di sole ma presagi di umiliazione. Lui reagisce promettendo il miracolo dell'ultima rivincita. Evoca Forza Italia e la ripropone per le elezioni europee del 2014. Ma è un ritorno al 1994: la parabola di un ventennio.

2 agosto 2013 | 8:19

Se l’Italia non riconosce la kafala, i bambini non sono tutti uguali

Corriere della sera

di Rassmea Salah


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Da quando Cécile Kyenge è diventata ministro dell’Integrazione, non si fa altro che parlare di “Nuovi italiani”, la nuova faccia dell’Italia multietnica e multiculturale, un mosaico di volti nuovi, dalla pelle color ebano, dai veli in testa, o dagli occhi a mandorla. Nella maggior parte dei casi, si parla di figli di immigrati o di figli di coppie miste, dimenticandosi spesso di un’altra importante “categoria” anch’essa parte dei nuovi italiani: i figli adottivi. Tante coppie italiane, alcune per motivi di sterilità, altre per una scelta di vita a prescindere, realizzano il proprio sogno di famiglia grazie all’adozione internazionale che salva tanti bambini abbandonati del mondo dalla solitudine e dai freddi istituti a cui sarebbero, altrimenti, destinati, per tutta la vita. I “figli del cuore” agli occhi e ai cuori dei loro genitori sono proprio come “i figli della pancia”. E anche per la legge i figli adottivi e quelli biologici, proprio come quelli legittimi e naturali, sono considerati uguali.

Il riconoscimento della parificazione fra i figli è arrivata il 12 luglio: il governo che ha dato il via libera al provvedimento che abolisce la distinzione tra eredi legittimi e naturali. Il premier Letta e la ministra Kyenge, tutti entusiasti, avevano espresso la loro grande soddisfazione per la fine della distinzione fra figli di serie A e B.

“I figli sono tutti uguali”, ci hanno ripetuto per giorni.
Ma non è tutt’oro quel che luccica. Fra i bambini adottati, ve ne sono alcuni che ancora non vengono riconosciuti come figli al 100% e sono addirittura esclusi dall’asse ereditario. Ma di loro nessuno parla.
Sono i cosiddetti “kafalini”, i bambini musulmani adottati dai Paesi a maggioranza islamica tramite l’istituto giuridico della Kafala, un affido sine die, che in Italia non è riconosciuto, mentre nel resto dell’Europa sì. Avete capito bene: tutti gli Stati europei riconoscono la Kafala, tranne il nostro. E questo ritardo, questo mancato riconoscimento, fa sì che ancora una volta ci siano figli di serie A e di serie B.
La battaglia per l’uguaglianza e la parificazione dei figli è solo all’inizio: Ai.Bi. ha lanciato un appello alla ministra Kyenge proprio per questo

Trasmettere dati attraverso la luce il li-fi è quasi realtà

La Stampa

Entro la fine dell’anno potrebbero essere già disponibili le prime applicazioni commerciali

federico guerrini


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Messagi e immagini trasmessi attraverso la luce, invisibili all’occhio umano, ma rilevabili dalla fotocamera di un Pc o di uno smartphone. È una tecnologia chiamata Li-Fi, che potrebbe essere adoperata per alleviare, almeno in parte, il problema della congestione dello spazio radio, occupato in maniera sempre crescente dalle normali trasmissioni wireless, e al contempo aprire nuovi scenari nella diffusione di informazioni. Commerciali e non. Uno degli utilizzi ipotizzati in uno studio presentato alla recente conferenza di Intel per gli sviluppatori, riguarda il cosiddetto “line of sight marketing”.

Grazie al Li-Fi, sarebbe teoricamente possibile codificare messaggi pubblicitari, o di altro tipo, all’interno di tabelloni luminosi.

Inquadrandoli con lo smartphone, rivelerebbero il loro contenuto segreto. Immaginate di camminare in un supermercato e ricevere informazioni sulle ultime offerte dalle lampade collocate sopra di voi. Affascinante? Inquietante? Dipende dai punti di vista, ma qualcosa che potrebbe diventare normale in un futuro abbastanza prossimo. Di Light Fidelity se ne parla – in pubblico – almeno da un paio di anni, da un evento Ted Global svoltosi a Edinburgo nel luglio 2011.

In quell’occasione, Harald Haas, pioniere nell’ambito delle tecnologie di Visible Light Communication, mostrò come fosse possibile trasmettere attraverso la luce, tramite una lampadina a Led, addirittura un video in alta definizione. Oggi Haas è responsabile tecnico di PureVlc, una startup di Edimburgo che punta a commercializzare i primi prodotti basati sul Li-Fi entro la fine del 2013. Fra gli esempi mostrati sul siti, una semplice lampada da tavola, che, dotata di lampadina Led modificata, è in grado di proiettare un video sullo schermo del vicino Pc.

Le possibilità, advertising a parte, sono praticamente infinite: si potrebbe ipotizzare ad esempio di inviare ai navigatori satellitare delle auto informazioni sul traffico mediante gli impianti di illuminazione stradale. Oppure “copiare” sul proprio smartphone il film trasmesso in quel momento in televisione semplicemente raccogliendo i dati trasmessi dalla sorgente luminosa.

Limiti? Ve ne sono alcuni. Il più evidente è il fatto che la luce, a differenza delle onde radio, non è in grado di attraverso pareti e corpi solidi. Occorre, per poter adoperare dispositivi di questo tipo, mantenere sempre sgombro lo spazio fra ricevente e trasmettitore (o deviare la luce). Anche una semplice nebbia potrebbe essere un problema. Per questo, il Li-Fi forse si presta meglio a utilizzi indoor. D’altra parte il fatto di non poter attraversare barriere solide lo renderebbe, come canale di comunicazione, più sicuro delle consuete trasmissioni wi-fi, più facili da intercettare anche da osservatori distanti.

Effetto #sentenzamediaset: cresce la felicità in rete (+15%)

Corriere della sera

di Voices from the Blogs



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La giornata di ieri è stata segnata dalla sentenza della Cassazione in merito al processo Mediaset che ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi. Solo su Twitter, decine di migliaia di post hanno affrontato l’argomento durante tutta il giorno e gli hashtag #sentenzamediaset, #cassazione e #berlusconi sono entrati nei trend topic non solo in Italia, ma anche a livello mondiale, segno che tutta l’attenzione, nel Bel Paese e non, era rivolta all’esito del processo. I tweet pubblicati on-line hanno segnato prima l’attesa della rete per la sentenza e poi la reazione, sia alla condanna pronunciata dalla Cassazione che al video-discorso con cui Berlusconi ha dichiarato di voler restare in campo annunciando un ritorno a Forza Italia e allo spirito del 1994.

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Da un lato l’ironia di cui Twitter è maestro, dall’altro lato la soddisfazione per la chiusura di una lunga ed estenuante vicenda assieme alla voglia di voltare pagina e ricominciare hanno fatto migliorare l’umore degli italiani, misurato tramite l’indice iHappy (costruito come proporzione tra tweet felici sulla somma di tweet felici e tristi/arrabbiati). Nella giornata di ieri si registra infatti un livello di felicità pari al 74%, con un crescita di +15 punti sia rispetto al giorno precedente che al resto della settimana, colorando la mappa di giallo. La Toscana è stata la regione con la percentuale più alta di tweet felici: 92%.

L'Inps recapita una «cartella» a diciassette zeri a un edicolante

Corriere della sera

«Forniamo giornali al ministero Funzione Pubblica. Ci hanno detto che c'erano irregolarità». Poi la richiesta iperbolica


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ROMA - Diciassette zeri con un «uno» davanti: chi sa leggere un numero così? Ma per Roberto Cristofori, titolare dell'edicola di largo Argentina, non si tratta soltanto di un semplice problema di matematica speculativa. Perché è la cifra in euro, iperbolica e fuori dal mondo, che si è visto chiedere dall'Inps in un «Documento unico di regolarità contributiva» protocollato lo scorso 30 maggio di quest'anno e ricevuto qualche giorno fa. A recapitarlo allo sbalordito edicolante è stato il ministero della Funzione pubblica.

La surreale disavventura dell'edicolante nasce qualche giorno fa, quando Cristofori si sente dire dal ministero della Funzione pubblica che non riceverà più il pagamento mensile delle «mazzette» di quotidiani e riviste che ogni giorno confeziona per il ministro, i sottosegretari e gli alti funzionari. «Ci hanno detto che avevano scoperto delle irregolarità con l'Inps, nei contributi - spiega il socio di Cristofori, ancora sgomento - E quindi dovevamo assolutamente sospendere la consegna dei giornali, una fornitura che va avanti da 4-5 anni. Ma noi sappiamo di essere in regola».

Ma la sorpresa, per così dire, più grande, è arrivata qualche giorno dopo, quando dallo stesso ministero è arrivato il foglio con quella cifra: con quei diciassette zeri ordinatamente e assurdamente allineati dietro all'uno iniziale. «Stiamo vedendo con il commercialista, ci farà sapere fra qualche giorno cosa fare - spiegano ancora dall'edicola - Intanto però un danno l'abbiamo già avuto. Il ministero non ci pagherà quei 7-800 euro mensili lordi che ci deve. Fino alla conclusione di questa storia insensata».

2 agosto 2013 | 9:49

Il pulmino Pio», anche Spinoza.it calca la mano sulla strage del pullman

Corriere del Mezzogiorno

Sul blog: «L'autista era ok: non ha mangiato rustichelle» «Napoletani scossi: osservano 1 minuto di cinture di sicurezza»




«Il pulmino Pio» si intitola l'ultimo, irriverente, treno di freddure e battute di Spinoza.it. Il «pulmino» sarebbe l'autobus volato dal viadotto di Monteforte. «Pio» è Padre Pio: la comitiva puteolana poco prima dell'incidente era stata a Pietrelcina, paese natale del santo. Per chi non lo conosce: Spinoza.it è il più famoso sito italiano di satira. «Un blog serissimo» recita l'epigrafe in homepage, che negli ultimi anni ha collezionato consensi, premi e pubblicazioni. Però, quest'ultima tranche di pillole sembra stridere con il clima funesto come mai, generato dalla strage di domenica sera. Il lutto nazionale si proclama in caso di terremoti (l'Aquila, l'Emilia): il governo l'ha sancito per le vittime della strage irpina.

BULLOCK E RUSTICHELLA - Sul sito si legge: «Sempre meno probabile l’ipotesi di un malore dell’autista. Pare infatti non avesse mangiato nessuna rustichella». E poi: «Pare che il bus avesse un guasto ai freni e fosse fuori controllo. E di certo non aiutava Sandra Bullock in mezzo ai coglioni».

LA SATIRA E LA MORTE - È chiaro: la satira è satira, e la morte - con il sesso, la religione e la politica - è materia da cui attingere a piene mani, da sempre. E, altra eventuale "attenuante", è che la vicinanza della tragedia rende certo, e con discreta ipocrisia, più sensibili (le battute sul recente deragliamento di Santiago o sul terremoto ad Haiti non scandalizzano nessuno). Però parliamo sempre della più grande tragedia stradale che l'Italia ricordi: 39 morti. Forse il blog collettivo creato Stefano Andreoli e Alessandro Bonino, e realizzato da una vasta community, poteva soprassedere. O forse no: la satira must go on.

TELESE, CINTURE, LETTA - La sequenza prosegue: «I napoletani sono talmente scossi dalla tragedia in Irpinia che osserveranno un minuto di cinture di sicurezza»; «Il pullman aveva appena lasciato Telese. Per un attimo ho sperato ci fosse dentro qualche suo ospite» (riferimento a Mastella, che organizzava lì la festa dell'Udeur?); «I parenti delle vittime incontrano Letta. “Fatti forza, Enrico”».

INSULTI RAZZISTI SU FB - Graffi lontani anni luce - va sottolineato - dalla gratuita volgarità razzista della pagina Facebook di «Average italian guy» (poi bannata), che nel giorno dei funerali scriveva: «40 morti ad Avellino, tra cui nessun italiano».

CRISTO A EBOLI - Infine, un flash più d'autore. Che non offende nessuno, e che fa immaginare che quando una cosa deve accadere non ci sono santi: «Irpinia, pullman di turisti precipita da un viadotto. Cristo era sceso a Eboli».

Alessandro Chetta
01 agosto 2013

Concimare con gli scarti dalle bucce al caffè, le regole

La Stampa

Concimi fatti in casa, quasi a costo zero dal compost ai fondi di caffè e tanto altro


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Il concime migliore secondo me per l’orto e per il giardino è il compost, quello fatto in casa con gli scarti di cucina, anche se molti consigliano lo stallatico, che molti di voi credo conoscono bene: letame di cavallo. 

In terrazza però certi odori ristagnano e non sono certo gradevoli, così il compost è di sicuro la miglior ricetta per un concime a basso prezzo. Non servono ricette strane e complicate e neanche acquistare quei costosi contenitori, anche se per chi ha molto terreno forse sarebbero l’ideali. Per il balcone o il terrazzo può bastare una cassetta di legno e pochi semplici passi. 

Il contenitore: per una soluzione low budget la cassetta della frutta andrà benissimo (ricoperta all’interno con della iuta protetta da plastica verso l’esterno), se abbiamo un giardino, invece, creiamo un angolo dove accumuleremo i rifiuti o scaviamo una buca e iniziamo a riempirla.

Tutti gli scarti: Un buon compost si ottiene mescolando di tutto: resti di frutta e verdura, foglie delle piante e scarti del giardinaggio domestico, fondi di caffè, terra di vasi che non utilizziamo, il compost più è è vario e più è ricco e farà bene alle piante. Il segreto è usare cose diverse: se ben stratificato e non prevale solo un elemento, il compost non dà nessun odore, l’ideale per i balconi o i terrazzi. 

Lo schema ideale: bucce di frutta o di verdura, poi terra, poi ancora foglie (attenzione, solo, a non metterne malate), quindi altre bucce, fondi di caffè, foglie. Possiamo mescolare gli elementi e se gettaimo terra secca e vecchia dei vasi mescolata al compost tornerà ricca.

Cosa non usare: tutti gli scarti di casa vanno bene eccetto carne e pesce: bucce, torsoli, foglie, anche la carta assorbente, le bustine del tè e i fondi del caffè. Con questi ultimi non bisogna solo esagerare perché rendono il compost troppo acido. 

Il tempo: il compost una volta preparato sarà pronto dopo circa cinque o sei mesi, per averlo pronto in primavera o estate si deve iniziare in autunno, stagione ideale per inziare con le foglie secche.

I FONDI DI CAFFE’: sono preziosi più di quanto pensiamo. Tra i loro pregi allontanano le formiche - io per la verità uso di solito il sale da cucina lungo i muri – ma si possono usare anche i fondi di caffè nei punti strategici. Poi oltre a diventare dell’ottimo concime, come già detto, sono una miniera di antiossidanti e tra l’altro possono essere usati come scrub per il corpo sotto la doccia. 

Le cassiere Coop, l’integrativo e il diritto alla scortesia

Corriere della sera

di Fabio Savelli



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“E’ del tutto stupefacente che il sindacato annoveri tra i diritti dei lavoratori la scortesia e la mancanza di igiene”. Non c’è che dire: Coop Estense – in una nota indirizzata alla Nuvola del Lavoro – alza l’asticella della polemica e attacca i confederali sul terreno dei diritti comportamentali dei lavoratori.

Martedì sul blog del Corriere della Sera Critical Mastra ha tirato in causa provocatoriamente la testimonial Luciana Littizzetto sul sorriso richiesto alle cassiere dai vertici di una delle grandi cooperative del sistema Coop. Il motivo del contendere sarebbe questo sistema di valutazione del dipendente (come la cura della persona) al quale il management vorrebbe legare anche la retribuzione. “La sobrietà dei comportamenti e i criteri di carattere estetico sono elementi troppo discrezionali”, contrattacca Alessio Di Labio, responsabile nazionale Filcams Cgil e tra i protagonisti della trattativa sul rinnovo dell’integrativo Coop Estense, che ormai si protrae da quattro anni. Alla Nuvola del Lavoro il sindacalista riconosce meriti indiscussi all’azienda, come le trattative per rilevare gli esuberi di Unicoop Tirreno in Campania, dove altre grandi sigle della distribuzione hanno lasciato anzitempo provocando inevitabili strascichi sociali.

Rileva tuttavia Di Labio come le controparti siano arrivate alla rottura in questi giorni (con la decisione di Coop Estense di non proseguire nella discussione del contratto di secondo livello) quando le sigle sindacali hanno tentato di tener fuori le cassiere da questa valutazione comportamentale, perché ritenute le figure più deboli in termini retributivi.

“L’avremmo accettato per i venditori e i responsabili di reparto, ma questo sistema di parametrazione stabilito da Coop induceva troppa discrezionalità sul personale”, dice Di Labio.
In realtà la trattativa si sarebbe arenata anche per la retribuzione prevista nelle domeniche e nei giorni festivi. Il sistema Coop sta puntando molto sull’apertura domenicale dopo la liberalizzazione degli orari del commercio stabilita dal precedente governo Monti. L’azienda riconoscerebbe una maggiorazione del 40% rispetto a un giorno normale, nel vecchio integrativo scaduto quattro anni fa questa soglia era fissata al 135%.

Di più: eventuali premi aziendali non sarebbero stati riconosciuti ai neo-assunti, introducendo “una disparità tra lavoratori inaccettabile”, secondo Filcams. Da qui la rottura. Resta comunque impressa la battaglia sul sorriso, riportata anche su Italia Oggi e Libero.
Ma la domanda è: le cassiere possono avere il diritto ad essere scortesi quando il loro lavoro è di front-office? Non ne va della loro professionalità?

twitter@FabioSavelli

Canone Rai verso l’ipotesi cancellazione E Catricalà pensa a una tassa sui media

La Stampa

Il vice ministro dello Sviluppo economico studia un’imposta per i nuclei familiari, «a prescindere dal possesso dell’apparecchio tv». Poi frena: «Ma il tributo al servizio pubblico resta e tutti lo paghino»


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Per il canone della Rai si potrebbe prendere come «faro di orientamento» una «imposta generale sui media» che si sta imponendo in Europa. Ad ogni modo, «prima di riaprire il tavolo sul canone bisogna firmare il contratto di servizio», scaduto lo scorso dicembre, tra il Mise e l’azienda. Lo ha detto il vice ministro dello Sviluppo Economico con delega alle Tlc, Antonio Catricalà, nel corso di un’audizione in Commissione di Vigilanza Rai. «Per la Rai la questione del canone è una questione centrale, anche per lo sviluppo del futuro del sistema delle telecomunicazioni», ha esordito Catricalà, aggiungendo: «In Europa si va abbandonando il concetto di canone a favore di una imposta generale sui media e questo potrebbe servire da faro di orientamento.

Austria, Germania, Finlandia, Islanda, Svezia e Svizzera hanno previsto invece un canone come tassa a carico del nucleo familiare. Questo va incontro alla convergenza tecnologica perché si prescinde dal possesso dell’apparecchio per dire che si tratta di una imposta che riguarda i media in generale». Osservando che i tema del canone «è molto dibattuto e anche molto studiato», Catricalà ha ricordato che «in Grecia, per esempio, il canone si paga con la bolletta elettrica: un sistema facile a dire ma difficilissimo da realizzare».

«Il problema - ha sottolineato l’esponente di governo - è che poi questo canone deve servire a garantire il servizio pubblico». «Mi sono impegnato a riaprire il tavolo sul canone - ha concluso Catricalà - però occorre prima firmare il contratto di servizio 2013-2015». 
Poi nel tardo pomeriggio, il vice ministro sottolinea: «In Italia esiste il canone e non sono in vista sistemi di finanziamento diversi, dobbiamo fare in modo che tutti lo paghino per rendere la Rai migliore». Una precisazione, spiega Catricalà, risposta a quanto interpretato da alcuni blog e siti di informazione in seguito all’odierna audizione in Commissione Vigilanza Rai. 

Prosegue “Sidecar Smilla”, in viaggio per sensibilizzare sull’abbandono degli animali

La Stampa

Cane e proprietario in tour dal 26 luglio al 1° novembre attraverso l’Italia


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Sidecar Smilla, il tour-denuncia che vede Paolo, cinquantenne da sempre in prima linea in difesa dei diritti degli animali, e Smilla, meticcia di 9 anni con un passato da cane abbandonato, attraversare in sella al sidecar “Ronzinante” l’Italia dei canili per sensibilizzare le persone sull’abbandono, il randagismo e la situazione dei rifugi italiani, arriverà il 2 agosto a Volterra (Pisa). Qui la coppia sarà accolta dal Volterra Vegan, festival promosso dall’associazione G.A.Vol (Gruppo Animalisti Volterra) e parteciperà alla Cena VeGaleotta, rigorosamente vegana preparata e servita dai detenuti con il supporto di due cuochi vegani di Roma, Marco Cioffi e Andrea Cavaletti, all’interno della Fortezza Medicea, il carcere cittadino. 

I dati del ministero della Salute stimano un numero di cani randagi oscillante tra i 500 mila e 700 mila animali. La Toscana non fa eccezione: qui sono quasi 5 mila i cani ospitati nei canili (28 quelli sanitari e 32 i rifugi) e 2.200 circa i cani randagi stimati; molti di più i gatti senza padrone, circa 135 mila. Smilla e Paolo sono partiti il 26 luglio da Gorizia, città in cui vivono, e hanno già toccato 6 delle 20 tappe che il loro viaggio prevede. Attraverso il loro tour vogliono diffondere un modo di vivere antispecista, vegano e antivivisezionista.

«Sarà un viaggio per la libertà di tutti i viventi e per monitorare la situazione dei tanti rifugi sparsi per il Paese, spesso gestiti da associazioni di volontari che si prodigano oltre le loro forze per alleviare la triste vita dei cani reclusi a causa dell’egoismo dell’uomo», spiega Paolo Susana. Il viaggio si concluderà a Gorizia il 1° settembre: nella città sarà in corso la quarta edizione del Festival Vegetariano (30-31 agosto e 1° settembre), evento di sensibilizzazione a uno stile di vita basato sull’alimentazione veg e sulla protezione e sul rispetto dei diritti di tutti gli esseri viventi. È possibile seguire giorno dopo giorno il viaggio di Smilla, Paolo e il Ronzinante sul blog sidecarsmilla.blogspot.it e su Facebook (www.facebook.com/sidercarsmilla). 

1,2,3,4: il Pin più utilizzato è anche il più pericoloso

La Stampa

Lo studio: la mancanza di fantasia apre la strada ai cyber-criminali

g. bot.


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Per pigrizia, comodità, o per mancanza di memoria. 1,2,3,4. Facile, ma estremamente insicuro. Una ricerca di Datagenetics svela il Pin più utilizzato, e non sorprende che la maggior parte di chi usa un codice per accedere al cellulare o ai servizi di e-commerce si affidi ai primi quattro numeri. Errore gravissimo, spiega il Telegraph, che pubblica i dati dello studio: in mancanza di alternative, meglio affidarsi alla data di nascita, o all’anniversario di matrimonio.

Certo, con quattro numeri a disposizione le combinazioni sarebbero parecchie: 10mila modi diversi per entrare nel piccolo tesoro digitale che ci portiamo in tasca. Ma la fantasia latita, e al secondo posto, nella classifica, si piazza il Pin 1111. Il meno usato? 8068, apparso 25 volte nei 3,4 milioni di codici controllati. I blogger che hanno studiato il fenomeno sono partiti da un report sul cyber crimine che ha svelato come sul web si possano comprare dettagli e informazioni riservate per poco più di venti euro. Le carte di credito senza Pin valgono meno di 18 euro, quelle «protette» oltre settanta. 

Quel discorso in caso di Guerra atomica che la regina Elisabetta non lesse mai

La Stampa

A trent’anni di distanza dagli archivi emerge il testo scritto in occasione di un eventuale terzo conflitto mondiale


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“Pregate e rimanete uniti”: questo il pratico consiglio che Elisabetta II avrebbe rivolto ai suoi sudditi nella spiacevole eventualità di una Terza Guerra Mondiale. Come riporta il sito della Bbc, dagli archivi di Whitehall è emerso il testo del discorso che la sovrana aveva preparato - parte di una “simulazione” bellica, è specificato, e non tenuto nel cassetto alla bisogna - il 4 marzo del 1983: non a caso fa riferimento alle recenti feste natalizie in cui “l’orrore della guerra non avrebbe potuto essere più lontano dalla mente della mia famiglia mentre condividevamo le gioie del Natale con la grande famiglia del Commonwealth”.

“Ora la pazzia della guerra sta di nuovo diffondendosi nel mondo e il nostro coraggioso Paese deve di nuovo prepararsi per sopravvivere a enormi avversità”, ricorda Elisabetta mischiando in ugual misura l’understatement all’ottimismo: “Mentre cerchiamo di combattere questo nuovo male, preghiamo per il nostro Paese e per gli uomini di buona volontà, ovunque si trovano”. 

Il discorso fa parte di un “war-game” nel cui scenario le forze “Arancioni” (ovvero la Russia e i Paesi del Blocco di Varsavia) lanciavano un attacco chimico sulla Gran Bretgna, al quale i “Blu” (la Nato) rispondeva con una limitata offensiva nucleare che portava infine a un negoziato di pace; proprio nel 1983 il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan aveva denunciato l’Unione Sovietica come “L’Impero del male” e svelato i piani per uno scudo antimissile orbitale denominato “Guerre Stellari”, mai realizzato.

Ma il mare non vale una cicca?»

Corriere della sera

Sabato 3 e domenica 4 agosto la campagna di Marevivo contro i mozziconi di sigarette gettati sulle spiagge italiane

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«Ma il mare non vale una cicca?». Ritorna sabato 3 e domenica 4 agosto la campagna di Marevivo contro i mozziconi di sigarette gettati sulle spiagge italiane e in mare. Dopo il grande successo dello scorso anno, i mille volontari dell'associazione ambientalista distribuiranno 100 mila posacenere tascabili, lavabili e riutilizzabili in circa 400 spiagge in tutta la penisola per arginare il malcostume di abbandonare i mozziconi sulla sabbia. «La campagna di Marevivo promuove comportamenti consapevoli ed eco-sostenibili. Piccole singole azioni per ottenere un grande risultato collettivo», ha sottolineato il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando appoggiando l'iniziativa.

LA RACCOLTA - Stimando circa 6 cicche per ogni posacenere, l’iniziativa eviterà che sulla battigia o in acqua finiscano 600 mila filtri al giorno, per un totale quindi di 1,2 milioni nel corso del fine settimana, che in questo modo saranno raccolti e non finiranno a punteggiare la sabbia delle nostre coste. Un mozzicone lasciato sulla sabbia impiega fino a 5 anni prima di essere distrutto dagli agenti atmosferici.

                                         Marevivo: no alle cicche in spiaggia (01/08/2013)
TESTIMONIAL - La campagna è giunta alla quinta edizione e quest'anno il testimonial è l'attore Cesare Bocci, che interpreta il ruolo di Mimì Augello nel Commissario Montalbano. «Ma il mare non vale una cicca?» è promossa da Marevivo in collaborazione con JT International SA (Jti) e realizzata con il patrocinio del ministero dell’Ambiente, del Corpo delle Capitanerie di Porto e il supporto del Sindacato italiano balneari (Sib). «Nessuno butterebbe mai un mozzicone in salotto o a casa di amici, eppure a troppa gente viene spontaneo lasciare le cicche per strada, un gesto che in estate si trasforma con altrettanta naturalezza nell’abbandonarle sulla spiaggia», ha commentato Bocci. «Per questo motivo ho aderito alla campagna, perché promuove un gesto semplice che può fare una grande differenza: il mare siamo noi ed è di tutti».

1 agosto 2013 | 13:22

L'imprenditore cattolico e il congedo ai dipendenti gay

Corriere della sera

Quindici giorni di assenza retribuita per tutti, etero o gay. L'iniziativa di Umberto Costamagna, presidente di Call & Call

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«L’ho detto scherzando al mio parroco: "Voglio fare questa cosa, mi assolve?". Mi ha risposto che non c'è niente di male. Ho anche la benedizione del prete». Umberto Costamagna, 58 anni ad agosto, presidente dalla società di call center Call & Call, si definisce «un povero peccatore, cattolico e praticante». La sua azienda ha promosso un accordo coi sindacati, operativo dal primo agosto, per riconoscere il congedo matrimoniale anche alle coppie dello stesso sesso: 15 giorni di assenza retribuita dal lavoro per i dipendenti gay o lesbiche che si sposano (o stringono un’unione civile) all’estero, visto che in Italia non è possibile.

IL CASO DI ELISA - Lo ha voluto Costamagna dopo che Elisa, trentunenne operatrice del call center di Pistoia, ha chiesto il permesso per la cerimonia che il 30 settembre in Germania la unirà alla sua compagna Valentina, 34 anni. La prima risposta dei responsabili del personale era stata: «La legge non lo prevede». Ma hanno segnalato la questione al presidente, che si è mosso di persona. E non solo ha garantito la licenza a Elisa, ma, d’accordo con il consiglio di amministrazione, l’ha introdotta per tutti i dipendenti. Finora in Italia lo prevedevano solo aziende come Ikea, o Citibank, grosse multinazionali con una cultura del lavoro importata rispettivamente da Svezia e Stati Uniti, Paesi dove i matrimoni gay sono una realtà assodata. Call & Call invece è un’azienda tutta italiana, sei sedi sparse per la penisola, da Cinisello Balsamo a Locri, in Calabria, 2300 assunti a tempo indeterminato su 2500 lavoratori. E che, contrariamente ai luoghi comuni sui call center, ha un’attenzione al sociale radicata nella cultura cattolica del suo fondatore.

«L'ETICA NELL'IMPRESA? NON E' UN FRENO» - Costamagna cita di continuo Don Milani e la dottrina sociale della Chiesa, «che sull’etica applicata all’economia e più avanti di tutti». In pratica tutto questo si traduce in asili nido interni aperti anche al territorio, biblioteche aziendali gratuite e senza tessere («Mi hanno chiesto: “E se qualcuno ruba un libro?” Ma rubare un libro non è un furto»), flipper, biliardini e internet gratis nelle aree relax comuni, una cooperativa sociale che dà lavoro ai detenuti di Bollate anche a fine pena, gruppi di acquisto solidale e un progetto in Calabria di conciliazione tra vita personale e lavoro attraverso orari molto flessibili, rivolto soprattutto alle madri. «Riconoscere i diritti delle persone, farle stare bene non è buonismo: significa farle lavorare meglio. Come dice il cardinale Dionigi Tettamanzi, l’etica nel mondo dell'impresa non è un freno, è un’accelerazione», assicura Costamagna.

UGUALI DIRITTI PER TUTTI - In nome di questi valori Costamagna ha esteso ai dipendenti omosessuali i diritti previsti per gli altri. «Io non entro nelle questioni morali, se non lo fa il Papa perché dovrei farlo io? — ragiona — Ma è un fatto di equità e giustizia». Per Riccardo Saccone di Slc Cigl, che ha firmato l’accordo con Call & Call è anche «la prova che in questo Paese il mondo del lavoro è decisamente più avanti della politica». Di certo Elisa, quando ha saputo di aver avuto il congedo matrimoniale, è rimasta senza parole: «Non me lo aspettavo, a essere sincera», spiega. Poi ha invitato il suo datore di lavoro in Germania, per la cerimonia. Costamagna ha accettato volentieri: «Ne ho parlato con mia moglie, andremo».

1 agosto 2013 | 17:27